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Savonarola (Marco Pellegrini), Sintesi del corso di Storia

Riassunto dettagliato ed esaustivo del libro di Savonarola del professor Marco Pellegrini. Da integrare, volendo, con la lettura del suo libro

Tipologia: Sintesi del corso

2020/2021

Caricato il 26/03/2021

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Prologo: dubbi nell’ora estrema
Savonarola aveva chiesto a Dio il privilegio del martirio ma, quando tra aprile e maggio 1498 lo dovette affrontare, si
ritrovò impreparato. Conosceva l’angoscia della morte per via dei moribondi che aveva assistito e ne aveva trattato
nell’opuscoloArte di bene morire”, spiegando che all’abisso dell’incognito bisognava opporre la fede della salvezza.
Non era però pronto alla pressione della tortura, o del tormento, come allora si diceva. Più volte egli aveva perorato
contro un’usanza così barbara. Invitava ad essere umani verso i condannati, per compiere giustizia e non vendetta.
Inoltre, il dolore produceva distorsioni del vero: era un presagio di ciò che gli sarebbe successo. Subì il supplizio della
corda: l’imputato veniva sollevato con le braccia legate dietro la testa. Questa posizione dolorosa finiva con il brusco
rilascio della fune. Spesso le giunture delle spalle si slogavano. Bastavano poche ripetizioni della pratica perché
questi poveretti confessassero di tutto. Il frate, per esempio, dichiarò di aver abbracciato la causa del governo
popolare perché vi aveva visto la possibilità di diventare padrone della città.
Savonarola subì un interrogatorio con tormento tra il 7 e l’8 aprile 1498, notte del suo arresto. Poi, un primo
processo fra 10 e 19 aprile (tortura tutti i giorni) e un secondo fra il 21 e il 25 aprile. Un terzo, breve, fra 20 e 22
maggio. Attraverso il corpo, l’annichilimento raggiunse lo spirito rovinandone la lucidità mentale. Dopo la corda,
ammise tutto: di essere un bugiardo ingannatore mandato dal Demonio a spargere false credenze!
Dopo qualche ora, si rese conto degli spropositi che aveva detto: era certo di aver sentito l’ispirazione profetica.
Ripensò a Tommaso d’Aquino, suo amato santo. Egli affermava che l’illuminazione profetica era una fonte di
certezza per chi la riceveva, e Girolamo l’aveva percepita. Cercò dunque di ritrattare la sua abiura. Gli accusatori
reagirono incolleriti con nuove torture. Savonarola cedette di nuovo: si dichiarò impostore. San Tommaso diceva che
il profeta doveva sottomettersi all’autorità ecclesiastica, che in questo caso aveva dichiarato falsa la sua ispirazione.
La condanna papale, prima ignorata sulla base del fatto che i comandi di Dio venivano prima dei precetti umani, ora
insinuò il dubbio di essere un impostore vittima di autosuggestione. Si ritenne un esaltato irretito da Satana.
Ma come ci era arrivato a questo punto? non lo sapeva, gli sembrava di sognare. Anni prima, parlando della
propria vocazione, aveva usato l’immagine di un pescatore preso nelle reti di Dio. Egli gli aveva donato un carisma
eccezionale e la baldanza con la quale aveva messo a tacere gli avversari. Ma adesso, a malapena 46 anni, sentiva
solo le fitte lancinanti. L’autoinganno si era insinuato nella mente, ammorbando le memorie di un’intera vita.
Corruzione universale
Girolamo proveniva dalla Ferrara del Rinascimento, capitale della raffinatezza, ricca di feste e conviti. Nacque nel
settembre 1452. I Savonarola erano privilegiati ma precari, essendo una schiatta gentilizia di Padova. Qui Michele
Savonarola, suo nonno, era professore di medicina. Coltivò anche la riflessione religiosa in opuscoli morali e
devozionali. Esaltò san Giovanni Battista come modello di santità ascetica.
Nel 1440 accettò l’invito di Niccolò III d’Este per trasferirsi a Ferrara come archiatra di corte. Lo attirava l’elevato
salario. Combinò un vantaggioso matrimonio tra il figlio Niccolò ed Elena Bonacossi, discendente dei signori di
Mantova. Le speranze di emergere, però, fallirono: Michele morì nel 1468 e Niccolò era negato negli studi. Imboccò
la mercatura e fu poi cambiavalute, ma fallì, per poi bruciare il patrimonio. Le figlie, Beatrice e Chiara, non ebbero la
dote. Aveva poi 5 figli maschi: il maggiore, Ognibene, si diede alle armi, Bartolomeo non si sa. Marco era sacerdote e
poi frate domenicano. Il più giovane, Alberto, riprese la medicina e permise di garantire lignaggio e fortuna.
Il quarto figlio era Girolamo: nel 1475 aveva deciso di farsi frate, minando alla sopravvivenza della famiglia, visto che
nonno Michele aveva riposto in lui, bimbo intelligente, ogni sua speranza. Era stato educato proprio da lui, che gli
aveva trasmesso l’amore per le lettere, di cui lasciarono traccia i testi devozionali di Girolamo. Nella formazione
impartitagli, emerse la preoccupazione di un uomo del Trecento di ricondurre le seduzioni del classicismo alla pietà
religiosa. Forse Girolamo frequentò poi la scuola di Battista Guarini, figlio del Guarino Veronese.
Con i primi successi culturali emersero anche le prime inquietudini morali. Michele era stato pio e intransigente e gli
aveva risvegliato l’indole moralistica. Inoltre, odiava le enormità del papato, rafforzatosi dopo il Grande Scisma.
La Chiesa era accentratrice e curialista. Si poteva ottenere tutto a Roma, pagando. In un suo opuscolo, Michele
attaccò la suprema potestà del papa, preannuncio delle successive parole del nipote. Fu nonno Michele il fondatore
del savonarolismo. Girolamo aveva capito che Ferrara era meschina, piena di ambizioni spietate, intrighi e infedeltà.
Suo nonno era noto per non essersi conformato alla corte, e probabilmente rivelò alcuni dettagli di quel mondo al
nipote.
Girolamo ereditò la stessa rigidezza di carattere. Egli incrociò l’apprendimento del latino con le opere dei Padri della
Chiesa. Studiò Ambrogio, Girolamo e Agostino. La passione per l’introspezione fece sorgere un’indole malinconica.
Imparò a suonare il liuto e praticò il disegno. Nonno Michele fu attento a impedire che un’indole contemplativa lo
allontanasse dalla carriera di medico per lui prevista. Purtroppo, però, il nonno morì presto (1468).
A 16 anni, Girolamo iniziò a leggere i grandi teologi medievali: Bernardo di Chiaravalle, Bonaventura da Bagnoregio,
Tommaso d’Aquino quest’ultimo divenne un pilastro con la sua visione metafisica. L’adolescente rapportò ogni
evento alla giusta misura della sua relazione con Dio. Cercò sul piano dell’eternità le risposte ai tormenti dell’anima.
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Prologo: dubbi nell’ora estrema Savonarola aveva chiesto a Dio il privilegio del martirio ma, quando tra aprile e maggio 1498 lo dovette affrontare, si ritrovò impreparato. Conosceva l’angoscia della morte per via dei moribondi che aveva assistito e ne aveva trattato nell’opuscolo “ Arte di bene morire ”, spiegando che all’abisso dell’incognito bisognava opporre la fede della salvezza. Non era però pronto alla pressione della tortura, o del tormento, come allora si diceva. Più volte egli aveva perorato contro un’usanza così barbara. Invitava ad essere umani verso i condannati, per compiere giustizia e non vendetta. Inoltre, il dolore produceva distorsioni del vero: era un presagio di ciò che gli sarebbe successo. Subì il supplizio della corda: l’imputato veniva sollevato con le braccia legate dietro la testa. Questa posizione dolorosa finiva con il brusco rilascio della fune. Spesso le giunture delle spalle si slogavano. Bastavano poche ripetizioni della pratica perché questi poveretti confessassero di tutto. Il frate, per esempio, dichiarò di aver abbracciato la causa del governo popolare perché vi aveva visto la possibilità di diventare padrone della città. Savonarola subì un interrogatorio con tormento tra il 7 e l’8 aprile 1498, notte del suo arresto. Poi, un primo processo fra 10 e 19 aprile ( tortura tutti i giorni ) e un secondo fra il 21 e il 25 aprile. Un terzo, breve, fra 20 e 22 maggio. Attraverso il corpo, l’annichilimento raggiunse lo spirito rovinandone la lucidità mentale. Dopo la corda, ammise tutto: di essere un bugiardo ingannatore mandato dal Demonio a spargere false credenze! Dopo qualche ora, si rese conto degli spropositi che aveva detto: era certo di aver sentito l’ispirazione profetica. Ripensò a Tommaso d’Aquino , suo amato santo. Egli affermava che l’illuminazione profetica era una fonte di certezza per chi la riceveva, e Girolamo l’aveva percepita. Cercò dunque di ritrattare la sua abiura. Gli accusatori reagirono incolleriti con nuove torture. Savonarola cedette di nuovo : si dichiarò impostore. San Tommaso diceva che il profeta doveva sottomettersi all’autorità ecclesiastica , che in questo caso aveva dichiarato falsa la sua ispirazione. La condanna papale, prima ignorata sulla base del fatto che i comandi di Dio venivano prima dei precetti umani, ora insinuò il dubbio di essere un impostore vittima di autosuggestione. Si ritenne un esaltato irretito da Satana. Ma come ci era arrivato a questo punto?  non lo sapeva, gli sembrava di sognare. Anni prima, parlando della propria vocazione, aveva usato l’immagine di un pescatore preso nelle reti di Dio. Egli gli aveva donato un carisma eccezionale e la baldanza con la quale aveva messo a tacere gli avversari. Ma adesso, a malapena 46 anni, sentiva solo le fitte lancinanti. L’autoinganno si era insinuato nella mente, ammorbando le memorie di un’intera vita. Corruzione universale Girolamo proveniva dalla Ferrara del Rinascimento, capitale della raffinatezza , ricca di feste e conviti. Nacque nel settembre 1452. I Savonarola erano privilegiati ma precari, essendo una schiatta gentilizia di Padova. Qui Michele Savonarola , suo nonno, era professore di medicina. Coltivò anche la riflessione religiosa in opuscoli morali e devozionali. Esaltò san Giovanni Battista come modello di santità ascetica. Nel 1440 accettò l’invito di Niccolò III d’Este per trasferirsi a Ferrara come archiatra di corte. Lo attirava l’elevato salario. Combinò un vantaggioso matrimonio tra il figlio Niccolò ed Elena Bonacossi , discendente dei signori di Mantova. Le speranze di emergere, però, fallirono : Michele morì nel 1468 e Niccolò era negato negli studi. Imboccò la mercatura e fu poi cambiavalute, ma fallì, per poi bruciare il patrimonio. Le figlie, Beatrice e Chiara , non ebbero la dote. Aveva poi 5 figli maschi: il maggiore, Ognibene , si diede alle armi, Bartolomeo non si sa. Marco era sacerdote e poi frate domenicano. Il più giovane, Alberto , riprese la medicina e permise di garantire lignaggio e fortuna. Il quarto figlio era Girolamo : nel 1475 aveva deciso di farsi frate, minando alla sopravvivenza della famiglia, visto che nonno Michele aveva riposto in lui, bimbo intelligente, ogni sua speranza. Era stato educato proprio da lui, che gli aveva trasmesso l’amore per le lettere, di cui lasciarono traccia i testi devozionali di Girolamo. Nella formazione impartitagli, emerse la preoccupazione di un uomo del Trecento di ricondurre le seduzioni del classicismo alla pietà religiosa. Forse Girolamo frequentò poi la scuola di Battista Guarini , figlio del Guarino Veronese. Con i primi successi culturali emersero anche le prime inquietudini morali. Michele era stato pio e intransigente e gli aveva risvegliato l’indole moralistica. Inoltre, odiava le enormità del papato, rafforzatosi dopo il Grande Scisma. La Chiesa era accentratrice e curialista. Si poteva ottenere tutto a Roma, pagando. In un suo opuscolo, Michele attaccò la suprema potestà del papa, preannuncio delle successive parole del nipote. Fu nonno Michele il fondatore del savonarolismo. Girolamo aveva capito che Ferrara era meschina, piena di ambizioni spietate, intrighi e infedeltà. Suo nonno era noto per non essersi conformato alla corte, e probabilmente rivelò alcuni dettagli di quel mondo al nipote. Girolamo ereditò la stessa rigidezza di carattere. Egli incrociò l’apprendimento del latino con le opere dei Padri della Chiesa. Studiò Ambrogio , Girolamo e Agostino. La passione per l’introspezione fece sorgere un’indole malinconica. Imparò a suonare il liuto e praticò il disegno. Nonno Michele fu attento a impedire che un’indole contemplativa lo allontanasse dalla carriera di medico per lui prevista. Purtroppo, però, il nonno morì presto ( 1468 ). A 16 anni, Girolamo iniziò a leggere i grandi teologi medievali: Bernardo di Chiaravalle , Bonaventura da Bagnoregio , Tommaso d’Aquinoquest’ultimo divenne un pilastro con la sua visione metafisica. L’adolescente rapportò ogni evento alla giusta misura della sua relazione con Dio. Cercò sul piano dell’eternità le risposte ai tormenti dell’anima.

A quel punto emerse l’amore per una donna: elevò la passione a oggetto di sublimazione. Lesse il Canzoniere di Petrarca e ne fece un breviario, sulla base del quale compose alcune liriche. Questa fanciulla era di nobile famiglia ma di nascita illegittima e si chiamava Laudomia Strozzi. L’incanto si tramutò in pena poiché fu respinto. Ella usò parole di disprezzo per questo pretendente di estrazione sociale troppo inferiore alla sua. Egli replicò di essere di nascita legittima, a differenza di una “ bastarda ” come lei. Non esisteva proporzione tra il desiderio dell’anima, volto all’infinito, e una realtà immeschinita da calcoli e crimini, volti a ottenere denaro , potere , godimento. In ciò non esisteva vittoria ma solo dolore. Da idealista, Girolamo usò la poesia per sfogare il suo disagio: la canzone De ruina mundi. Emerge il tono censorio e le qualità declamatorie. Rientra nel filone ascetico-penitenziale del “ disprezzo del mondo ” ( contemptus mundi ), che aveva il suo manifesto nel “ De miseria humanae conditionis ” di Lotario di Segni ( papa Innocenzo III ). Savonarola elaborò in chiave di paradosso le contraddizioni che aveva registrato. La maggiore stima veniva data a chi si mostrava lontano dai precetti di Dio, soprattutto se si era malfattori dichiarati. Fra i misfatti più in voga c’erano i trucchi contabili, il favoritismo e l’intrigo, spesso trampolino di lancio per la preminenza sociale. Infine vi era l’usura. Il cuore della critica stava nella parte dedicata alla Chiesa: ogni bene e ogni male, infatti, partivano dal corpo mistico di Cristo e dal suo “ caput ” = dalla Roma papale. Il benessere della comunità cristiana dipendeva dalla cura di essa da parte dei pastori. Maggiore colpevole era il papa, allora Sisto IV , chiamato “ pirata ” in riferimento alle sue origini liguri, ma anche per l’anelito nepotista. Da lui, un vero lenone, gli amici di Cristo erano osteggiati. Per la virulenza delle denunce, la canzone anticipò le invettive contro la Roma borgiana. Il finale del componimento presenta una sconsolata visione: l’autore si rivolse alla canzone stessa raccomandandola di stare lontana dai palazzi dei potenti, dai quali proveniva l’ostilità a qualsiasi miglioramento. Savonarola si rifece a un filone di pensiero fiorito dall’XI secolo  anticlericalismo letterario. Annoverò anche Dante Alighieri. A questa lezione fece riferimento anche il movimento umanistico, che vedeva nella satira anticlericale una forma di liberazione intellettuale  Leonardo Bruni e Poggio Bracciolini. L’umanesimo era però dissacrante : Savonarola ribadiva sempre il primato della vera pietà. Inoltre, mentre i primi esaltavano la Penisola come culla della civiltà, Savonarola mostrò un patriottismo alla rovescia. L’Italia era inadeguata come patria religiosa. Mentre dunque gli umanisti esaltarono le prerogative civili e culturali dell’Italia erede di Roma antica , Savonarola si lamentava di dover vivere nella Roma moderna , la città dei papi. Intorno al 1478 Savonarola, già frate, propose una canzone, la “De ruina Ecclesiae”, ancora più petrarchesca. Ma a parte l’ispirazione iniziale, Savonarola abbracciava la “ fuga mundi ”: se il mondo non produceva altro che tristezza, era meglio abbandonarlo e scegliendo una condizione che guardasse oltre. Il proposito di farsi frate probabilmente sorse durante l’adolescenza. Non fu facile aggirare i condizionamenti domestici. Inizialmente, il giovane acconsentì a sottostare ai piani famigliari  laurea in medicina. Si iscrisse all’Università e completò gli studi propedeutici, ossia le Arti. Il ciclo avanzato, invece, non fu mai concluso. Si dileguò infatti dalla casa paterna e subito si sentì in colpa, avendo la sua famiglia investito economicamente per lui. A 22 anni giunse alla conclusione di dover rispondere al richiamo che sentiva. Era il suo primo Calvario; in cima lo aspettava la salita in croce con Cristo, suo unico amore. Paradiso caustrale Girolamo se ne andò di casa il 24 aprile 1475, festa di san Giorgio patrono di Ferrara. Giunse al convento bolognese di San Domenico il 26 aprile. Scelse i Domenicani senza indugio e più volte avrebbe ribadito l’assenza dell’eresia nel suo Ordine. Essi avevano promosso la riforma dei costumi sempre secondo lo spirito del Vangelo. Scrisse al padre il 25 aprile: Girolamo parlò del proprio mondo interiore nel tentativo di placare la famiglia. Le motivazioni intrinseche del suo gesto riguardavano il “ contemptus mundi ”. Il suo non era istinto puerile, ma una chiamata di Dio razionalmente ponderata di fronte alla corruzione del mondo. Spiegò che il suo unico sollievo era la preghiera. Il padre avrebbe dovuto rallegrarsi dell’emancipazione dal peccato del figlio. Girolamo si paragonò a un “ cavaliere militante ”. Il padre avrebbe potuto consolarsi poi con la filosofia: Girolamo si appoggiò al principio della superiorità dell’anima sul corpo per giustificarsi. La famiglia mostrò comunque amarezza per la scelta del membro più promettente, ora disertore. Girolamo replicò di esser pronto a disconoscere i legami naturali di sangue. Ribadì di esser stato insignito della dignità cavalleresca al servizio del Signore. Alla durezza aggiunse il conforto per i propri cari, invitandoli a essere lieti perché sarebbe divenuto comunque un medico , ma delle anime. Prese i voti probabilmente nel marzo 1476. Girolamo chiese le faccende più umili, come cucire le vesti. Ma aveva doti intellettuali incredibili, e fu destinato agli studi. Egli accettò ogni cosa, felice nell’eseguire la volontà di Dio. Il noviziato veniva occupato da lezioni di latino che però già conosceva. Indugiò dunque nella preghiera e lesse le vite dei santi. Si occupò delle pulizie, dell’orto, ecc… Studiando la teologia capì che quel mondo non andava detestato o fuggito, ma andava amato. Egli come frate avrebbe contribuito alla salvezza del gregge. Era così approdato alla “ cura mundi ”. I frati in lui vedevano un religioso esemplare, che non rifiutava pratiche ascetiche di mortificazione. Il convento bolognese di San Domenico era il faro dell’Ordine: custodiva le spoglie del Fondatore.

Rovina e salvezza A San Marco, Girolamo vide la sua fama accrescersi. Il suo modo di spiegare era ispirato, piangeva. Spiegava in modo eccellente Agostino, Cassiano, Diogini Aereopagita, Bernardo di Chiaravalle, Tommaso. Si fece sempre più chiara la sua predisposizione alla predicazione. All’attività omelica di solito si associava quella di confessore e di guida spirituale e lui fu molto talentuoso in ciò. Soprattutto, aveva CARISMA e lo mise in atto verso conventi femminili, il primo del quale fu il monastero benedettino delle Murate, dove predicò nell’Avvento del 1482 e della Quaresima del 1483. Da quel momento, si rivolse spesso al pubblico femminile , anche laicale  verso le vedove. La prima opera, il “ Trattato della vita viduale ”, era su di loro. Oltre alla catechesi effettuava esercizi di pietà: le sue monache approfondirono il colloquio interiore con Gesù e l’orazione mentale. L’itinerario mistico prevedeva anche la “ pietas imaginativa ” nella contemplazione di immagini. Da questo esordio derivò anche un passo falso : durante la Quaresima del 1483, Girolamo predicò anche nella chiesa di Orsanmichele, piena di laici devoti. Grazie a questo evento fu nominato predicatore per la Quaresima del 1484 nella basilica di San Lorenzo. L’esito fu un fiasco totale. Rimasero solo una ventina di uditori. Aveva infatti una voce esile, era troppo pedagogica e il suo accento padano sembrava buffo. Pareva incapace di sedurre il laicato di Firenze: era gente sofisticata che voleva provare emozioni forti attraverso un discorso intriso di raffinate qualità retorichesiamo nel clima nell’umanesimo classicista. Era molto apprezzata l’omiletica associata agli autori pagani, con uno sfoggio di erudizione che doveva dilettare più che istruire. Savonarola riteneva di dover annunciare la salvezza e come ottenerla e non si sentiva ancora un profeta , si vedeva come pedagogo e catechista. Non amava gli aneddoti ( exempla ) e non usò nemmeno la moda umanistica amata a Firenze. Era cioè lontano dal classicismo retorico: ma questo a lungo andare sarebbe stato un punto di forza, diventando il fondamento dell’oratoria sacra di chi voleva predicare il Verbo, senza abbellimenti. Comunque, dopo quell’insuccesso rimase in provincia, a San Gimignano. Secondo le testimonianze, proprio dopo il 1484 ebbe la prima illuminazione  davanti alla chiesa di San Giorgio alla Costa fu rapito in estasi. Essa gli fornì la materia su cui avrebbe poi insistito come predicatore, ossia LA RIFORMA DELLA CHIESA. Gli apparvero sette ragioni, poi otto, per cui la Chiesa doveva aspettarsi qualche flagello.

  1. Depravazione generale sella società cristiana : praticava omicidio, lussuria, sodomia, superstizione, idolatria.
  2. Scadimento del clero.
  3. Sequenza di ammonizioni celesti , come le apparizioni mariane.
  4. Diminuzione del numero di persone buone e virtuose in una società ormai degenerata. 5. Scadimento della fede cristiana , realtà di nome ma non di fatto. 6. Sfacelo della Chiesa. 7. Principio di rovesciamento morale. Venivano tenuti in onore i depravati, gli onesti disprezzati! 8. Svuotamento del culto divino , ormai pura esteriorità. Da qui in avanti, Girolamo accompagnò alle sue esortazioni l’annuncio di queste imminenti tribolazioni. I superiori apprezzarono la sua evoluzione e nel 1487 lo fecero predicare nuovamente a Firenze, nel monastero femminile di Santa Verdiana. Tuttavia, tornò poi ad essere direttore degli studi nel convento di San Domenico di Bologna. Questo trasferimento passò inosservato e non fu sanzionatorio. Ciò permise a Girolamo di riprendere gli studi , ma dopo un anno fu trasferito ancora altrove. Questo perché i superiori, probabilmente, lo ritenevano non idoneo al grado magisteriale, visto lo spessore del personaggio. Oppure, si dovette agi screzi con Bandello: era docente universitario sopra Girolamo. Si aprì così la carriera di predicatore di Savonarola. Fra 1488 e 89 predicò a Brescia, a Genova, a Modena e a Piacenza. Dal 1488 , a Ferrara. Nel 1489 Lorenzo de’ Medici gli ordinò il ritorno a Firenze , forse per via dell’impressione da lui fatta quando aveva preso parte nel 1482 al Capitolo generale dell’Osservanza, a Reggio Emilia. Aveva discusso anche con Vandello , che negava alla Vergine il privilegio dell’Immacolata Concezione ( dottrina maculista ). Alla tenzone assistette anche Giovanni Pico della Mirandola , grazie al quale il nome di Savonarola giunse a Lorenzo. Egli voleva consolidare il prestigio di Firenze come capitale culturale d’Italia. Dopo vari passaparola, tra maggio e giugno di tal anno, il frate giunse a Firenze. Oltre a essere insegnante di logica , filosofia e sapienza scritturale , si lanciò nell’attività omiletica. Scelse di commentare l’Apocalisse di Giovanni dal primo agosto 1490, in San Marco. Questo atto fu una svolta, rendendolo conforme a un autentico profeta biblico. Savonarola marcò la distanza dal filone della profezia popolare. Faceva parte dei grandi riformatori della Chiesa. Ritenne di praticare una profezia dotta di ispirazione divina, non contraria alla razionalità domenicana, visto che pose la ragione come prova della veridicità delle sue profezie. Il mondo era sull’orlo del baratro: ma Dio, pur con una punizione, sarebbe accorso in aiuto e mandava i profeti per istruire le menti. Savonarola era uno di essi. Ribadì comunque la fedeltà a una Chiesa istituzionale che aveva sempre origine divina. Appurato il carattere soprannaturale della propria chiamata, Savonarola si fece ambizioso: sul piano esteriore, assunse sul pulpito una postura ispirata e un’espressione concitata. I detrattori lo accusarono di simulazione. Tra di

essi vi era un membro dell’Ordine, ossia il fiorentino Giovanni di Carlo , domenicano di Santa Maria Novella. Questa comunità era refrattaria alle innovazioni dell’Osservanza e riteneva Savonarola un simulatore. Comunque, le critiche furono coperte dal successo. Siccome i suoi seguaci spesso ascoltandolo piangevano, presero il nome di “ Piagnoni ”. In loro era vivo il senso dell’ingiustizia, che ravvisavano ovunque, e furono intransigenti verso l’avidità del clero. I Piagnoni condannarono anche le raffinatezze di arte e cultura. Per loro, in cima alla scala dei valori andava Dio e non il diletto. Ripudiavano poi le differenze sociali, che ritenne diaboliche le spese dovute allo sviluppo edilizio. Era una prima rivalsa del “ popolo ”: a Firenze esso era una forza sociale precisa, coincidente con i lavoratori autonomi: bottegai, artigiani e commercianti. Era diviso poi in popolo grasso e minuto. Tra il popolo grasso emersero i “ grandi ”. Lorenzo il Magnifico fu abile a bilanciare queste due forze e a non farne prevalere nessuna. Comunque, non ebbe tempo di pensare ai piagnoni. Così, le varie obiezioni al regime trovarono spazio nella fede Savonarola fu eletto priore il 16 maggio 1491. Il numero dei frati aumentò da settanta a duecento! Pertanto, egli dovette selezionare gli ammessi e privilegiava i “ litterati ”. Infatti, voleva diffondere l’evangelizzazione all’estero. Il Frate aumentò l’accentramento: governava consultando solo 2 frati prescelti, Domenico da Pescia e Silvestro Maruffi. Alla fine, il suo convento divenne una sorta di contro-potere. In molti gli chiedevano consiglio e venne a conoscenza dei retroscena della vita pubblica. Firenze era ben lontana dall’immagine esteriore che mostrava. Firenze aveva molte aziende mercantili e finanziare, di famiglie sempre più bramose di mostrare opulenza, che spendevano per i capolavori che avevano reso la città culla di una nuova civiltà artistica: il Rinascimento. Ma era un sistema sociopolitico malato. Lorenzo il Magnifico agiva anche in modo spietato in caso di rivali, come per la Congiura dei Pazzi. La corruzione e il favoritismo facevano funzionare la Repubblica. Il consenso sembrava unanime, ma in realtà si poggiava sull’intimidazione, visto che la paura delle vendette era diffusa. Tra i cittadini si celava il MALCONTENTO che Lorenzo blandì con la demagogia. Si presentò, insomma, come benefattore. Il ceto dirigente continuò a covare la rivolta e confluirono nel pubblico di Savonarola insieme ai repubblicani. Savonarola affermò di non sentirsi in debito con un personaggio del genere, sebbene lo avesse aiutato. Infatti, i frati dovevano distaccarsi dalle preoccupazioni mondane. Lorenzo dissimulò il suo fastidio a ciò e scelse di tollerare il Frate, anche perché il consenso alle sue spalle era fragile. Lo preoccupava più il dissesto finanziario a causa della sua politica creditizia per accattivarsi il papa. Intanto, però, si ammalò. La gotta lo portò via a soli 43 anni. Scossa escatologica Dopo le omelie del 1490, Savonarola predicò ancora nel 1491 nella cattedrale di Santa Maria del Fiore. Le incentrò sulla spiegazione della Messa come atto liturgico; dopo aver detto che cos’era la Messa, si mise a esaminare chi potesse celebrarla. L’eucarestia serviva a santificare il popolo di Dio, ma i pastori ne erano ormai dimentichi e dominava lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo , evidente nel trionfo del prestito usurario alla base dell’economia. Ai ricchi veniva perdonato tutto: i dominanti avviavano i figli agli ordini sacri solo per dar loro prestigio. Questo tipo di prediche erano ottime per il pubblico fiorentino, notoriamente imbevuto di avversione al clero. Inoltre, Girolamo semplificò la struttura delle omelie, pur lasciandole incentrate sull’esegesi allegorica. Insomma, il Frate aggiunse gli espedienti retorici allora in voga. La struttura era fluida, “ a l’apostolesca ”, incentrata sul modello dell’omelia come “ enarratio ” = spiegazione della Scrittura con finalità parenetica. Sebbene Lorenzo il Magnifico non fosse stato nominato, era parte dei corruttori, visto che la famiglia primeggiava in donazioni per la salvezza ultraterrena dei suoi membri. Lorenzo aveva pagato molto per dare al figlio Giovanni una carica ecclesiastica, con il favore di Innocenzo VIII. Lorenzo non fermò Savonarola: aveva a cuore San Marco e la reputazione della propria casata. Si interrogò anche sull’ammirazione che Pico della Mirandola aveva per il Frate, ormai il più ascoltato predicatore di Firenze, primato riconosciuto nel 1491 quando predicò nel Duomo. Erano 49 prediche. In questa occasione emerse la vena escatologica in unione al termine “ rinnovazione ” ( parola chiave ). Venne ancora una volta descritta la stortura morale della città. Savonarola desunse dal profetismo biblico la vicinanza ai deboli : il modo in cui delineò il dramma sociale gli valse simpatie di chi si sentiva oppresso. Gli avversari, per smorzare questa corrente, lo definirono “ predicatore dei disperati ”. La causa di tanta miseria morale stava nell’assenza di una vera testimonianza del Vangelo operante. Si riteneva di poter propiziare Dio con le pratiche esteriori, utilizzate dai sacerdoti per ricavare profitti. Infatti, le cariche venivano vendute e comprate come al mercato. A fraintendere il Vangelo erano in particolare i ricchi, che lucravano sui meccanismi della vita associata per trarre profitto  sistema del debito pubblico. Al pubblico rimase impressa la denuncia della collusione tra preti e ricchi: i sacerdoti veneravano il dio denaro e praticavano la simonia, il concubinaggio e la sodomia. In pubblico vestivano all’ultima moda. Il cinquantesimo sermone del ciclo si tenne nel Palazzo della Signoria il 6 aprile 1491. Il tema era la giustizia. Se la società era preda a immoralità, la colpa era del capo, ossia dei governanti. Loro dovevano rendere santa la città. Dunque, il Frate raccomandò di non cadere nella tirannia = quando l’adulazione e l’illusione di impunità rendevano arroganti. Con la tirannia si verificavano la fiscalità arbitraria, l’oppressione, la distorsione della giustizia, le guerre ingiuste, tutti aspetti del governo mediceo.

La notte il Frate meditò in cella e, sulla scia della frase latina “ Ecce gladius Domini super terram, cito et velociter ”, prese a formare una visione di terribile solennità. Immaginò una gigantesca spada sospesa nel cielo, tenuta dalla mano celeste pronta a colpire. L’8 aprile riferì il tutto in San Lorenzo. La sera, Lorenzo spirò. La transizione sembrava senza scosse: le persone accettarono la famiglia Medici e premiarono il ventenne Piero. Tuttavia, le famiglie più coinvolte nel regime covavano insoddisfazione. Piero passò alla storia sia come il Fatuo che come lo Sfortunato. Era superbo e ottuso , esibiva il lusso e il piacere , per mascherare le sue carenze soprattutto politiche. Il padre gli aveva intimato di affidarsi ai componenti prestigiosi del regime mediceo, ma egli cercò fuori da Firenze la sua guida e la trovò in Virgilio Orsini , il capo della famosa casata laziale della madre. Firenze divenne satellite del regno di Napoli e acquisì prestigio Ferrante d’Aragona. Spinse Ludovico il Moro a intensificare le trame filofrancesi. Intanto, a Firenze in molti erano perplessi verso Piero, che stava cercando di farsi nominare Gonfaloniere a vita della Repubblica , un modo per rendere il governo un vero principato civile. Tra gli espedienti c’era il “ parlamento ” = procedura straordinaria consistente nel convocare l’assemblea dei capifamiglia della città. Sarebbero state sottoposte misure da approvare in via plebiscitaria. Per esempio, la nomina di un dittatore o della “Balìa”. Gli ottimati per molto tempo non agirono contro Piero, essendo in disaccordo fra di loro. A far vacillare il regime furono i rivolgimenti dell’Italia, che Savonarola interpretò come apocalittica resa dei conti. Usò l’immagine della spada di Dio. Era ormai il capofila del profetismo catastrofista. Le città vicine lo invitarono: Pisa, Lucca, Prato. Vediamo l’elaborazione dell’immagine della spada : dobbiamo attingere alla “ Predica della Rinnovazione ” del 13 gennaio 1495. Alla frase che aveva generato la visione si accompagnava “ Vera et iusta sunt iudicia Domini ”, che aveva un antecedente nei Salmi. Aggiunse anche altro : diceva di aver sentito una specie di coro all’unisono.

“Io il Signore parlo nel mio santo zelo. Ecco, stanno per arrivare i giorni e io snuderò

la mia spada sopra di voi. Convertitevi dunque a me, prima che si compia la mia ira.

Allora infatti, quando la tribolazione sopraggiungerà, cercherò la pace ed essa non

verrà.”

Dal cielo scesero angeli, ciascuno con una stola bianca ( purificazione ) e una croce rossa ( penitenza ), recati in dono; ma i prelati e i sapienti rifiutarono. Improvvisamente irruppero guerra, peste e fame. Nel testo del 1495 compariva un secondo vaticinio: Savonarola annunciò che l’Italia stava per essere invasa dalle schiere di un sovrano ministro della giustizia di Dio, un “ nuovo Ciro ” = Carlo VIII re di Francia, 1494. Inserendola qui, Savonarola retrodatò la profezia per aumentare la sua fama di preveggente. Giurò poi che 3 anni prima aveva visto due croci, una nera e una dorata. Sulla prima vi era scritto “ Ira Domini ”, sulla seconda “ Misericordia Dei ” e troneggiavamo rispettivamente su Roma e su Gerusalemme. Significava che la riforma della Chiesa sarebbe giunta con grandi castighi per Roma peccatrice. Le sue profezie, poiché non erano verità assolute, gli permettevano la rielaborazione a posteriori. Disse di aver già ammonito i potenti, come se fosse già stato a conoscenza del tragico fato di Piero de’ Medici per essersi schierato con il re di Napoli. Ma nel 1492 egli ancora non lo poteva sapere. In realtà, Pierò fu un cooperatore: nel 1493 contribuì alla Congregazione toscana che ebbe in San Marco la sua casa madre. Il Frate divenne priore nella primavera del 1491 e poi fino al 1497. Il regime del convento era già austero , ma Savonarola intimò di consegnargli tutti gli oggetti personali. Furono rivenduti e i soldi andarono in beneficenza. Nel 1492 , Savonarola annunciò di voler estendere questo stile di vita ad altre case domenicane. Bisognava recidere il legame con la Congregazione osservante di Lombardia, autorizzabile solo dal papato, che però si sarebbe dovuto scontrare con gli Sforza. Fortunatamente, fra 1491 e 92 papa Innocenzo VIII fu attirato nel regno di Napoli; dunque, il peso di Piero de’ Medici davanti alla Sede apostolica si accrebbe. Questa separazione fu presentata dal Frate come un’attò non superbo, bensì di adesione a Dio. Applicò all’Ordine domenicano lo schema del “ De civitate Dei ” che contraddistingueva santi ed empi, situati a Gerusalemme/Roma. Il distacco, in quest’ottica, era una migrazione di salvezza. Ciò era poco lusinghiero per la Congregazione lombarda. Savonarola, nel 1492 e nel 1493 , si recò a Venezia per ottenere il consenso del Maestro generale Torriani. Poi, andò anche a Bologna per la Quaresima. Trattò della corruzione della Chiesa, tanto che fu accusato di aver insultato il papa. Tuttavia, egli non provava soggezione: ne è un esempio la vicenda che accadde con la moglie di Giovanni II Bentivoglio, signore di Bologna ( era una criptosignoria ); stiamo parlando di Ginevra Sforza Bentivoglio , che andò ad ascoltare Savonarola per curiosità ma aveva il vizio di presentarsi in ritardo e così obbligava il predicatore a sospendere l’omelia, visto che tutti dovevano alzarsi in piedi al suo passaggio. Il Frate riteneva che nessuna gerarchia terrena potesse giustificare di rompere le regole della comunità cristiana, dunque invitò la donna a presentarsi puntuale. Al nuovo ritardo, impartì un pubblico ammonimento a Ginevra. Il sogno del Frate di crearsi una propria congregazione trovò ostilità ai vertici, in particolare in Bandello , che doveva divenire per la seconda volta vicario generale della Congregazione di Lombardia. Per scavalcarlo, Savonarola si rivolse a Torriani , ma egli demandò il tutto al cardinale Carafa.

Egli riuscì a innalzare il convento di San Marco; intanto, Torriani prorogò il mandato di priore del Frate, il che lo protesse dalle rappresaglie di Bandello lasciandolo a Firenze. Il 5 novembre 1493 Savonarola divenne vicario provinciale della Congregazione tosco-romana. Si unirono altri conventi, come il San Domenico di Fiesole e il Santa Caterina di Pisa. Stava nascendo la Congregazione di San Marco. Comunque, ci furono problemi dovuti alla rigida disciplina, come malattie o presunti spiriti demoniaci nelle celle. Come criterio di selezione, privilegiò chi eccelleva nella pittura, scultura, copiatura di libri. Ai frati professori era concessa la piena libertà di studio e di predicazione senza preoccuparsi di problemi materiali, per non esserne condizionati. In una lettera per il convento di San Domenico, Girolamo espresse i capisaldi del progetto riformatore. La sua disciplina restituiva l’integrità originaria e la nuova Congregazione per lui era dimostrazione dell’avvicinarsi ai tempi finali della storia umana, che sarebbe andata verso la vittoria del Bene. I veri credenti avrebbero guardato a San Marco con ammirazione, i falsi invece l’avrebbero combattuto. Era stato Dio a volere questo chiarimento. Illuminazione profetica e movimento osservante erano due aspetti complementari della “ cura mundi ”. Savonarola aveva intensioni virtuose per la sua congregazione, ma con l’annus horribilis 1494 ci fu ben altro a cui pensare. Il diluvio del 1494 Nelle omelie del 1493, Savonarola spiegò il libro della Genesi e nel discorso costruì un’immaginaria arca di salvezza. Il 1494 fu simile al Diluvio universale, essendo l’inizio delle guerre d’Italia. Inoltre, la crisi dei rapporti tra governanti e governati portò a un’angoscia generale. Savonarola mostrò come il profilo dei governanti somigliava a quello dei sovrani empi della Bibbia, che si autodistruggevano  era sempre opera di Dio che castigava i superbi. Speculare sulla fragilità del Mezzogiorno agi attacchi oltremontani era attitudine diffusa tra i sorani: le potenze nemiche degli Aragona iniziarono dunque a parlare di una probabile calata francese di Carlo VIII. Ludovico il Moro appoggiava tale diceria perché voleva condurre l’usurpazione del titolo di duca di Milano approfittando della guerra. Tuttavia, quando il re francese espresse il REALE desiderio di invadere la Penisola, Ludovico capì che l’azzardo gli era sfuggito di mano. Molti signori dovettero scegliere tra essere travolti o lasciarlo passare. Alessandro VI non voleva l’abbattimento degli Aragona e la fine della sua autorità. Per mantenere lo status quo , fece sposare suo figlio Iofré Borgia con una nipote illegittima di re Ferrante  fu accusato di “carnalità”, ossia ambizione ossessiva per la stirpe. L’accusa maggiore era però la simonia. Questa insidia, prima sopita, rispuntò con il cardinale Giuliano della Rovere ( futuro Giulio II ), nemico di Alessandro. Scappato in Francia, Giuliano presentò a Carlo VIII un progetto per deporre l’avversario e poter paralizzare la Chiesa nel tentativo di prendersi Napoli. Fu decisa una chiamata a giudizio del papa da parte di un concilio della Chiesa gallicana, che avrebbe riformato un papato inadempiente  reformatio in membris. Si può dunque comprendere la sintonia tra Savonarola e l’offensiva. La discesa di Carlo VIII fu vista come riparazione. Nel 1494 , la Francia intimò a Firenze di scegliere da che parte stare: l’ultimatum mette in luce le contraddizioni su cui poggiava il potere di Piero de’ Medici. Le tensioni in città erano molte e diverse volte Carlo chiese il libero transito per la Toscana. Piero era legato al regno di Napoli a causa dell’alleanza paterna, ma le famiglie oligarchiche vedevano nella Francia una potenza protettrice. L’agosto del 1494 si concluse senza minacce francesi e tutti ne furono felici; tuttavia, a fine mese Carlo VIII, in ritardo, diede ordine di partire e giunse in Piemonte a settembre. Erano 15/20000 soldati. Gli Stati italiani non avevano mai avuto una forza militare unitaria. Essi capitolarono uno dopo l’altro, a partire da Piero. A ottobre le truppe lasciarono la Lombardia ( Ludovico aveva fatto fuori il nipote ed era ora duca ) e si diressero attraverso il Parmense e la Lunigiana come consigliato loro da Ludovico, per aggirare le difese poste tra la Romagna e le Marche dagli Aragonesi. Dunque, solo Firenze restava nel mezzo. Ludovico sapeva che le difese fiorentine della Lunigiana erano ottime : sperava che Carlo VIII sarebbe incorso in uno stallo. Ma Piero de’ Medici stava perdendo autorità e i suoi concittadini non volevano pagare questa guerra rischiosa. Allora Piero lasciò Firenze il 26 ottobre e si diresse all’accampamento francese di Sarzana. Diede al re la custodia di alcune fortezze e gli promise denaro. Era un’infrazione costituzionale: la Signoria non aveva autorizzato quel gesto di sottomissione. A cose fatte, Piero notificò il 30 ottobre la propria scelta richiedendo un formale trattato di amicizia con Carlo VIII. Il primo novembre il governo fiorentino disapprovò il gesto di Piero e negò il mandato. Mandò 5 membri in ambasceria al re di Francia, tra cui Savonarola , nominato per la reputazione di sant’uomo e di veggente. Aveva infatti ripreso la lettura della Genesi nel punto che diceva “ Ecco io farò venire le acque del Diluvio sopra la terra ” e tutti lo avevano ritenuto profeta di sventura; ma egli era anche pastore sollecito nel confortare il gregge. Non abbiamo questo testo, ma abbiamo le “ Prediche sopra Aggeo ”, con le omelie che Savonarola tenne una volta esaurito il tema del Diluvio. Aggeo era un profeta minore che predicava sul dovere di riedificare il Tempio di Gerusalemme, ossia la casa di Dio, in un momento storico nel quale tutti concordavano nel mettere Dio al di sopra di tutto, ma nei fatti ognuno pensava a sé. Anche la Firenze del Frate si comportava allo stesso modo. Ma Dio risparmiava chi si pentiva. Dunque, per piegare l’Altissimo, quando Carlo VIII si avvicinò a Firenze Savonarola proclamò 3 giorni di preghiera e penitenza a partire dalla festa di Ognissanti. In quel giorno raggiunse il suo apice.

cui era stato beneficato. A San Marco Antonino era stato priore. Savonarola, come lui, non seguì l’utopismo. La teologia domenicana insegna che la negatività della storia è superabile con volontà umana e benedizione divina. Savonarola delineò uno stato interventista, rimedio alla povertà. In particolare ciò era visibile nei nullatenenti, che nei periodi di disoccupazione vivevano di elemosina. Per togliere la precarietà, propose che la Repubblica aiutasse i consorzi civici di carità. Voleva una cassa di pubblico soccorso del Comune, cofinanziata dalla Chiesa. La parte originale fu il rafforzamento dell’offerta di lavoro, visto che qui stava la vera causa della disoccupazione. Bisognava creare nuovi posti di lavoro. Queste erano anticipazione del Welfare State. In quel momento storico, tali proposte risultarono impraticabili perché mancava uno stabile supporto politico. Il potere, infatti, continuava a essere detenuto dagli oligarchi: contro di loro il Frate non volle mai mobilitare il popolo in armi, per non essere come loro. Optò per una linea conciliatoria che a lungo andare lo avrebbe isolato. Ciò fu espresso il 30 novembre 1494: protesse gli aderenti di casa Medici che ora venivano perseguitati. Si pose al di fuori di qualsiasi schema partitico. I Palleschi per il momento erano salvi solo perché i nemici erano incerti: non si sapeva ancora il potere discrezionale degli Accoppiatori, ossia esaminatori che compilavano le liste da cui sorteggiare i governanti. Nell’autunno 1494, Savonarola si espresse a sfavore di queste figure. Riteneva che la nuova fazione non volesse la riforma, anzi, erano conservatori con spirito di rivalsa , per cui furono detti “ Arrabbiati ”. Essi perseguivano il “ governo stretto ” si intendeva un criterio selettivo dei cosiddetti “ uomini dello stato ” ( personaggi altolocati coincidenti con il profilo dello statista ). Era un’ideologia di casta. Molti di loro erano repubblicani, ma non democratici. La città era un res publica = patrimonio comune, ma che non poteva essere amministrata da chiunque, ma solo dagli “ uomini da bene ” = ceto dei privilegiati. Trovavano ripugnante mescolarsi con gente di estrazione inferiore. Alla fine, poi, gli oligarchi non erano che i discendenti del “ popolo grasso ”. Il popolo era l’ossatura di Firenze. Non ne facevano parte i nullatenenti, i salariati precari e i diseredati. Tutti costoro erano la “ plebe ”. Molti membri del “ popolo ” svolgevano mansioni di responsabilità, come i capi delle botteghe. La differenza tra grandi e popolani era che questi ultimi praticavano un lavoro manuale e faticoso. Gli altri invece non praticavano più nemmeno le “ arti liberali ”, tuttavia lavoravano visto che chi viveva di rendita era disdicevole: di solito si davano alla mercatura. Avevano la tendenza ad essere SUPERBI, umiliando gli strati inferiori. Paradossalmente, questi individui scelsero Savonarola per coprire il loro sostituirsi ai vecchi dominatori. Ma non tennero conto del suo egualitarismo. Intanto, i Piagnoni divennero un fenomeno anche politico ed ebbero la loro base sociale nel “ popolo ”. Bisognerebbe parlare di Frateschi. A volte i Piagnoni come forza politica = i Bianchi. I partiti si delegittimavano a vicenda. I diversi gruppi erano definiti “ sette ”, in negativo. Si pensava che l’unità della cittadinanza dovesse tradursi nell’uniformità delle posizioni dominanti. Fra gli ottimati prevalsero gli Arrabbiati; il rapporto con Girolamo fu ambiguo, perché inizialmente non lo misero in discussione, ma poi lo attaccarono fino alla rovina. Il loro bersaglio erano i Palleschi, che si ritirarono: comprensibile vista la competizione politica fiorentina. Ciò spiega la nascita di una corrente di attendisti che non prendevano posizione: erano i Bigi. Essi videro nel Frate un protettore. Poi vi erano i Compagnacci, giovani trasgressivi non propriamente configuranti un partito. Erano una forza ausiliaria degli Arrabbiati, e contribuirono alla caduta del regime popolare. Nella seconda metà del 1497 fecero da premessa alla sconfitta dei piagnoni. Tra 1494 e 95 gli oligarchi avevano finto di difendere la libertà repubblicana, ma finirono per nominare una loro commissione di Accoppiatori. Per farlo, usarono lo stratagemma dei Medici di convocare il parlamento; il 2 dicembre venne chiesto ai cittadini di approvare una commissione di 20 Accoppiatori. Bastò qualche sì. Firenze cadde sotto una dittatura di 20 oligarchi. Il popolo si agitò dietro un parlamento che celava un colpo di stato. In cerca di un avvocato, si rivolsero al priore di San Marco , uomo intrepido che li comprese. Savonarola era fautore del “ governo largo ”. Nella predica del 14 dicembre mostrò le sue intenzioni antioligarchiche. Lo si può definire “ democratico ”, anche se non lo avrebbe mai accettato visto l’alone negativo. Democrazia era situazione di deriva irrazionale: la moltitudine finiva preda di un demagogo che la portava all’asservimento. Secondo Aristotele , opposta alla democrazia vi era la politeia = buon ordine del governo di molti, ispirato da ragione e prudenza. Dunque una politeia cristiana. Il Frate sosteneva il “ vivere civile ”, intendendo il funzionamento di una comunità fondata su leggi uguali per tutti. Indispensabile presupposto era la carità. Ma bisogna notare che per lui uguaglianza e patriarcalismo convivevano. La sua uguaglianza non andava mai alle donne. La sottomissione al capofamiglia era indiscutibile. Era una linea di pensiero che partiva da Aristotele e arrivò a Jean Bodin. Lo stato era per loro un governo esercitato con giustizia su una moltitudine di famiglie , ciascuna delle quali affidata a un suo capo. Tuttavia, una rivolta alla violazione della giustizia era giusta, per esempio contro un governo corrotto. Savonarola si oppose al parlamento: la notizia si diffuse. Il 7 dicembre 1494 il Frate affrontò il problema della costituzione repubblicana, chiedendosi chi dovesse governare. La Provvidenza aveva conformato la città alla repubblica, dunque nessuno. Era dei cittadini, cristiani , che appartenevano a Dio. Quindi Firenze era di Dio.

N.B. Il piano religioso fu comunque sempre distinto da quello politico, dunque è improprio parlare di “ teocrazia ”. Riteneva comunque che la politica fosse subordinata. Per lui i Medici avevano peccato di insubordinazione alla Provvidenza avendo posto l’utilità privata invece dell’interesse di tutti. Il misfatto era stato punito con i francesi. Comunque, gli Arrabbiati decisero di vendicarsi dei Palleschi e il 12 dicembre misero a morte Antonio di Bernardo Miniati Dini, alto funzionario fiscale. Savonarola fu addolorato da quello che per lui era l’inizio delle rappresaglie. Si impegnò per la riconciliazione e alla fine le condanne terminarono con Dini, capro espiatorio. Giovanni Guidi da Pratovecchio fu condannato solo al carcere perpetuo , grazie all’intercessione del Frate. Egli evitò il bagno di sangue: fu un unicum negli annali della Firenze comunale. Riforma di tutta Italia Il profetismo ebraico-cristiano prometteva una felicità di ordine materiale da godere durante la vita terrena, che bilanciava le sventure profetizzate dal Frate. Egli utilizzò anche due argomenti graditi ai fiorentini :

  1. Le tribolazioni sarebbero sfociate in un moto di rigenerazione non circoscritto alla sola Firenze.
  2. Predisse l’arrivo di doni dal Cielo. I fiorentini avrebbero raggiunto opulenza e potenza, comportandosi da popolo eletto. Il Frate non era un “ uomo del Rinascimento ”, ma, in fondo alla sua riforma, si celava una concezione rinascenziale della storia = declino a cui sarebbe seguita la “rinnovazione”. Somigliava molto al pensiero degli umanisti coevi che elaborarono il Medioevo. Solo che, per il Frate, il Medioevo era l’età oscura presente. Nella primavera del 1495 disse che la Chiesa, essendo in parte divina e in parte umana, doveva passare fasi di splendore e di corruzione. La Chiesa si sarebbe sempre risollevata dal degrado , ma l’iniziativa doveva essere dell’uomo. Occorreva che i buoni cristiani proseguissero nelle virtù morali, per preparare alla Risurrezione. Anche la Repubblica era stata istituita da Dio per il bene comune e dunque poteva rinascere. I Medici avevano rappresentato la fase di degrado , ma l’epoca della rifioritura era vicina. Il Frate si fece araldo di tale svolta il 14 dicembre 1494: impresse all’omelia l’andamento di una lezione universitaria e antepose un esordio in cui citò assunti di auctoritates quali Aristotele e Tommaso d’Aquinol’uomo era un animale bisognoso di vincoli interpersonali, guidato dalla ragione. Da qui nascevano le convenzioni sociali come il linguaggio; la più alta era lo stato. La ragione era la guida che esaminava le varie forme di stato alla ricerca della migliore, sul piano empirico. La monarchia era il governo più nobile e razionale, ma non era applicabile in gran parte d’Italia e men che meno a Firenze. Questo a causa in primis di un fattore geofisico  teoria dei climi ; si riteneva che la latitudine determinasse l’indole degli abitanti e dunque la predisposizione a un governo piuttosto che a un altro. La monarchia fioriva nei paesi caldi e freddi, non in quelli a clima temperato. Nei primi, il caldo implicava poco sangue e dunque uomini remissivi agli ordini. Nei secondi, gli uomini avevano così tanto sangue da non ragionare. Pur ritenendo inferiori i pagani, Savonarola guardava al passato secondo il principio dell’historia magistra vitae. Roma antica era fonte di ammaestramenti. Già già allora la retinenza a obbedire era diffusa. Di fronte a ciò si erano ingegnati i sapienti = governo dove il potere fosse diviso fra una pluralità di titolari = la REPUBBLICA. Le repubbliche si conservano qualora sia rispettato il dominio impersonale delle leggi, valide per tutti. Anche esse sono sottoposte al logorio del tempo. Una repubblica corrotta poteva però ringiovanire con la riforma. Per farlo, la comunità civile doveva disintossicarsi dai vizi. La civitas doveva tornare civium unitas. Savonarola si fece promotore di un’amnistia generale, troncando le vendette. La Repubblica doveva fondarsi sul perdono: gli Arrabbiati lo descrissero come un uomo di paglia dei Medici. Le sue esortazioni sembravano più adatte a un ambiente monastico che al mondo della politica. Ma il Frate continuò imperterrito. Bisognava ricongiungere la politica alla morale e alla religione, per far cessare le contese di fazione. Invitò tutti a sottoporsi alla confessione. Esortava anche alla comunione eucaristica ben 4 volte all’anno e non solo a Pasqua. Nella predica del 14 dicembre, il Frate propose agli uditori di guardare al modello di Venezia , immaginando come possibile un trapianto degli ordinamenti repubblicani della Laguna sull’Arno. Questo perché la Serenissima era vista come la città-stato meglio amministrata nel mondo. Questo sistema politico non andava replicato meccanicamente, ma si dovevano trasportare solo gli elementi utili a Firenze. Il cuore della Serenissima era il Maggior Consiglio. Nel nuovo governo dovevano avere più spazio gli artigiani ( o artefici ). Nessun cittadino doveva umiliarsi servendo un superiore, ma ciascuno avrebbe riscoperto la propria dignità con la partecipazione politica. Quindi, i 16 gonfaloni ricevettero il compito di pensare a un progetto di riforma costituzionale. Il 22 e 23 dicembre 1494 fu messo ai voti del Consiglio del Popolo e del Comune: erano i Consigli opportuni , organo legislativo di Firenze. I due Consigli sancirono il proprio scioglimento per creare un nuovo organismo, il Consiglio Grande, con oltre 3500 membri. Vi potevano accedere tutti i cittadini di almeno 30 anni che fossero stati abilitati a sedere in un collegio dei Tre Maggiori ( Signoria, Buonuomini, Gonfalonieri di Compagnia ) almeno una volta nella vita. Andava bene anche un antenato che vi aveva partecipato.

Dio gli avrebbe risposto di averlo usato per fini imperscrutabili ma finalizzati al bene. Il Frate accettò di non poter comprendere tutto e si adeguò. Disse anche di provare fastidio nel dover restaurare la giustizia in una città straniera ( era di Ferrara ). Dio rispose con la parabola del Buon Samaritano: solo il forestiero aiutò il viandante. Dio aggiunse anche che essere un predicatore includeva anche la promozione del bene pubblico in ambito politico. Come un orafo, Savonarola doveva avere più competenze. Allora il Frate provò a dimostrare l’insufficienza delle proprie capacità, ma incorse in un paradosso essendo stato prescelto dal divino Architetto. Dunque, Savonarola rinnovò l’accettazione dell’incarico, ma volle sapere se avrebbe ottenuto la beatitudine. Fu rassicurato. Tuttavia, doveva sopportare ingratitudine e persecuzioni. Dio gli preannunciò anche la morte. In questo discorso, si individuarono diversi apporti :  Imitatio Christi.  Militia Christi : l’impegno politico per la città era una guerra santa contro i nemici di Cristo.  Libro di Giobbe , che fornì il modello del dialogo di sfida. Il Frate lo scelse anche per un ciclo di omelie tenute in Santa Maria del Fiore. Presto Firenze sarebbe stata tentata come Giobbe, per dimostrare di esser degna di diventare una città santa. La vita richiedeva una dura milizia per finire poi con la liberazione dei mali in Paradiso. In quel periodo, i nemici del Frate trovarono appoggio anche nella corte di Roma, in figure ostili a una riforma che aveva messo Firenze nelle mani del popolo. Si aggiunse poi Mariano da Genazzano. Era stato allontanato da Firenze a causa dei rapporti con i Medici. Nel 1497 , la Signoria lo avrebbe condannato per cospirazione filomedicea. Nel 1494 si trasferì a Roma e contribuì a fornire al papa Alessandro le prove della situazione deplorevole in cui versava Firenze a causa di un frate mestatore. La sua colpa maggiore era però di natura politico-diplomatica: cercava di mantenere l’alleanza con Carlo VIII, ostacolo al progetto del papa di restaurare la “ libertà d’Italia ”. Dopo la paura del 1494, i signori d’Italia prepararono infatti la controffensiva diplomatica, a partire da Milano e Venezia. Il papa attirò anche la Spagna e il Sacro romano impero di Massimiliano d’Asburgo. Unica a non rispondere, fu la Repubblica fiorentina, che sperava di riottenere Pisa tenendo fede all’accordo. La coalizione antifrancese prese il nome di “ Lega santa ”. Voleva espellere Carlo VIII dall’Italia e restaurare gli Aragona nel Mezzogiorno. Il re francese risalì al Nord per tornare in Francia e riorganizzare l’esercito. Doveva però dotare di mezzi adeguati l’esercito e chiese sovvenzioni a Firenze, senza però mostrare di voler cedere Pisa. Savonarola gli scrisse una lettera di velato rimprovero nel maggio 1495, in cui gli intimò di rispettare le promesse = restituzione di Pisa. Questa lettera fu data alla stampa. Alla fine, fu traviata e divenne un proclama di fedeltà, ponendo il Frate in una situazione difficile. Carlo VIII si tenne Pisa e smentì la voce secondo cui Savonarola fosse un suo ascoltato consigliere. Intanto, Alessandro VI decise di espellere i francesi dal suolo italiano, il che prevedeva prima l’abbattimento del regime filofrancese fiorentino, eliminando l’ispiratore, ossia Savonarola. Questo anche perché da Firenze giungevano voci diffamanti verso questo Frate, che sembrava pronunciasse parole di fuoco contro il papa. Il discredito divenne un complotto internazionale, associandosi agli intrighi di Ludovico il Moro e di suo fratello Ascanio Sforza. A Firenze vi era un loro agente, Paolo Somenzi , che doveva raccogliere notizie che favorissero il rimpatrio di Piero de’ Medici. A Milano ci si accorse che alcuni dei discorsi del Frate, se manipolati, avrebbero dimostrato la sua ribellione all’autorità papale. Chi contestava il papa era uno scismatico, ossia era adepto di un modo sbagliato di pensare e dunque era anche eretico. Inizialmente, gli Sforza avevano appoggiato il movimento conciliarista di Carlo VIII, per tenere il papa sotto scacco, ma poi nel 1495 rovesciarono le proprie posizioni. Per togliere di mezzo Savonarola dovevano farlo passare come eretico. A questo punto, con un colpo di stato, avrebbero restaurato i Medici e sottratto Firenze alla Francia. Ascanio Sforza , nel riferire a Roma del Frate, sottolineò che egli aveva affermato che le censure papali non andassero rispettate. La verità è che forse si ricordava dell’interdetto lanciato su Firenze nel 1478 da Sisto IV. Un trauma. Savonarola si trovava perplesso riguardo un provvedimento simile. L’accusa maggiore fu però quella di aver detto che Alessandro VI non fosse un papa legittimo. Si attinse qui all’ipotetico processo per simonia che nel 1494 il re di Francia aveva pensato di istituire contro il Borgia. Il Frate aveva approvato l’iniziativa, dunque per gli Sforza fu facile manipolare l’accaduto. Tuttavia, il Frate marcò sempre le distanze dal conciliarismo. Promosse un concilio riformatore , ma solo per sfiducia nel papa regnante. Informato delle voci su di lui, il Frate si rese conto della presenza di delatori tra i suoi ascoltatori. Li riprese, ma senza accrescere le accuse per una sua possibile chiamata a giudizio. Inizialmente ciò portò a non raccogliere prove schiaccianti contro di lui; ma un punto per chiamarlo a giudizio fu trovato. Il 18 gennaio 1495 si svolse un pubblico dibattimento tra Savonarola e Domenico da Pescia contro due domenicani di Santa Maria Novella, Tommaso da Rieti e Giovanni di Carlo. Il tema era il carisma della profezia. Gli ultimi due pensavano che quello di Savonarola fosse falso. Il Frate uscì vittorioso, perché gli altri non riuscirono a confutare che la missione profetica fosse una necessità provvidenziale per la Chiesa di ogni tempo. I contraddittori ritenevano invece che nel presente fosse inutile.

Tuttavia, nessuna autorità aveva mai riconosciuto Savonarola come profeta. Dunque gli accusatori vollero presentarlo come millantatore. Il pontefice doveva giudicare l’ispirazione di cui parlava. Savonarola doveva quindi giungere a Roma. Era l’occasione per eliminarlo. La procedura fu decisa nella primavera del 1495, ma prima di convocarlo su aspettò che il duello fra Carlo VIII e la Lega santa si concludesse. Quando i francesi entrarono nel Lazio, infatti, papa Borgia scappò fino a Orvieto. Di nuovo in molti temettero un’occupazione e una citazione a giudizio del pontefice regnante. Fra chi lo auspicava c’era Savonarola, ma in pubblico si astenne da gesti che potevano condannarlo. Di nuovo, il re di Francia non si impegnò in questioni a suo parere futili come discutere dell’autorità del papa. Intanto si tenne Pisa e trattò Firenze come un satellite. Per Savonarola, la situazione si faceva delicata, ancora di più quando fu chiamato a far parte dell’ambasceria per Carlo VIII. Correva voce che il re volesse nuove sovvenzioni e, in caso di rifiuto, avrebbe messo la città al sacco. Il Frate non si presentò a Siena il 12 giugno 1495. Carlo VIII rifiutò di restituire Pisa. Tuttavia, assicurò che i francesi non si sarebbero avvicinati a Firenze. Allora la Signoria chiese a Girolamo di accordarsi personalmente per la restituzione di Pisa. Egli temporeggiò fino al 17 giugno a Poggibonsi. Non ci fu alcuna concessione e rientrò a Firenze il 20 giugno. Sul pulpito, il 22 giugno, disse di essersi recato dal re di Francia come portavoce di Dio. Avrebbe chiesto al sovrano di trattare Firenze con i dovuti modi, pena una punizione divina. I dettagli del dialogo però dovevano rimanere segreti: agli ascoltatori doveva bastare la certezza che Firenze sarebbe stata risparmiata. Intanto, il 6 luglio 1495 l’esercito francese e la Lega santa rimasero bloccati a Fornovo sul Taro. La battaglia durò otto ore! Alla fine, i francesi arretrarono ma avevano dimostrato di poter resistere anche in svantaggio numerico. Il re voleva una seconda discesa e rimandò ad allora la questione di Pisa, cosa che a Firenze non piacque. Provò a fare da sola, ma le operazioni militari coordinate dai Dieci della Guerra furono una serie di insuccessi. I Dieci furono chiamati “ Dieci Spenditori ” per le somme dilapidate nella conquista. Si sospettava poi che i condottieri si fossero prestati ad ascoltare Piero de’ Medici , che voleva tornare a Firenze. Epifania di giustizia Durante l’Epifania del 1495, Savonarola spiegò di essersi preso un periodo di riposo per riprendersi dalle fatiche: avrebbe poi afferrato il timone di una nave che, in sua assenza, stava andando alla derivala traversata alludeva alla riforma popolare varata a fine dicembre. Savonarola aveva affidato la nave a Domenico da Pescia , inviso ai nemici ( era detto “Fattoraccio” ). In molti si erano ammutinati. Erano ricomparsi i corsari = i Medici , che tentavano di rientrare. Due angeli erano scesi per guidare i naviganti, ma essi non se ne curavano. Gli angeli incarnavano il timor di Dio e il bene comune. Ma i cittadini si facevano guerra fra loro. Ciò faceva arrabbiare Dio  si rischiava una condanna alla discordia civile e al declino politico-militare; la secessione di Pisa ne era un assaggio. Serviva un’amnistia generale per i partigiani dei Medici, per fermare le vendette. Tuttavia, sopprimere i partiti significava avere un unico orientamento dominante, riducendo l’azione della collettività. Il Frate propose anche di introdurre il diritto di appello contro le sentenze emesse sulla base della “ legge delle sei fave ” = votazione in uso presso la Signoria, che deteneva il potere esecutivo e giudiziario. I nove membri della Signoria ( 8 priori e il Gonfaloniere di Giustizia ) erano chiamati a esprimersi su una certa disposizione, infilando in un bussolotto una fava nera per il sì e una fava bianca per il no. Con due terzi di voti, ossia sei fave nette , la Signoria era abilitata a irrogare sentenze nei casi di crimine contro lo stato. Questo potere veniva usato spesso contro personaggi non graditi. In caso di attentato alla sicurezza dello stato,in nome della salus popoli veniva applicata una procedura sommaria che sospendeva i processi regolari. Per superare questo problema, il Frate invitava a osservare il regno della forma ideale , al quale ispirarsi. Introducendo il diritto di appello, i condannati potevano ricorrere a un tribunale di secondo grado = Con siglio Grande. Avrebbe dovuto raggiungere 2/3 di maggioranza. Furono proprio i Palleschi a dare i primi segnali di disponibilità, per autoconservazione: era una via di scampo. Comunque, il loro appoggio permise la soppressione della legge il 19 marzo 1495. Fu varata anche l’amnistia per i condannati politici, estesa per tutti tranne che per Piero de’ Medici e per i suoi discendenti. Savonarola attribuì alla Madonna l’esito miracoloso della votazione. Per questo invitò a dedicarle una settimana di devozioni straordinarie. Annunciò anche di aver fissato un appuntamento in Cielo con Maria, in occasione del nuovo anno ( che a Firenze cadeva in quel periodo, infatti per loro era ancora il 1494 ). Il mistico viaggio si collocò entro la prima settimana del 1495 secondo il computo fiorentino. Il resoconto fu collocato nel Compendio. Il Frate ammise che il viaggio era una fictio poetica , ma la sua verità gli appariva assoluta. Egli parlò di visioni per azione di un angelo, che aveva infuso nella sua mente una serie di percezioni sensoriali provenienti da Dio. Nella sua memoria si depositarono tracce così forti da attivare il processo della narrazione letteraria dall’angelo al genio. Savonarola aveva in mente la Divina Commedia nel topos del viaggio ultraterreno: e nel suo resoconto inserì un omaggio all’allegoria medievale, ritraendosi come un pio viandante che invoca l’assistenza delle virtù, personificate in donne. Dopo aver scartato donna Retorica e donna Filosofia, scelse Semplicità, Fede, Penitenza e Preghiera.

Il Compendio era stato ristampato ben 5 volte entro i primi 2 mesi, tradotto anche in Francia e in Germania. In quest’opera distinse la profezia assoluta , disegno imperscrutabile di Dio che annuncia la salvezza come esito della conversione, dalla profezia condizionata , che dipende dal libero concordo del destinatario e minaccia sventure se non ascoltata. In ogni caso, la profezia era un avvertimento più che un pronostico. In realtà, e lo abbiamo visto, il Frate tendeva a usare la riscrittura post eventum per attribuirsi facoltà divinatorie, come per la calata di Carlo VIII, che veniva chiamato “ nuovo Ciro ” ( imperatore persiano che eseguiva i decreti di Dio, riabilitando il suo popolo per mano di un sovrano forestiero ). Questo sovrano trionfava contro i Babilonesi, nemici del popolo ebraico. Dunque, pur non avendo una nozione diretta del Dio vivente, Ciro era da lui prediletto. Tramite il suo esempio, Savonarola ricoprì di vergogna figure come Piero de’ Medici , uscito di scena senza mai combattere. Il papa era caduto in ginocchio dinnanzi a un re che non aveva nemmeno dovuto sparare un colpo. Il re di Francia, come nuovo Ciro , doveva riformare la Chiesa dall’esterno con l’aiuto della Chiesa gallicana. Annunciò anche che Dio avrebbe usato altri ministri ; uno non bastava. Ovviamente, papa e curiali ritennero il Compendio un’opera sediziosa. L’8 settembre 1495, essi emessero un breve severo dove intimarono al Frate di comparire a Roma e rispondere dei contenuti del Compendio. Girava voce, infatti, che avesse parlato a tu per tu con Dio e che avesse ingannato i suoi uditori, fingendo il carisma della profezia. Ogni volta si verificavano eresie e scismi = erano di origine infernale. Il breve voleva sciogliere la Congregazione di San Marco per riportare Firenze e Fiesole sotto quella lombarda. Savonarola dovette interrompere la predicazione e l’insegnamento; se si fosse rifiutato di seguire le disposizioni, sarebbe stato scomunicato  excommunicatio latae sentetiae. Tuttavia, lo scioglimento non poteva essere immediato, doveva seguire un complesso iter istituzionale. Dunque, c’era tempo per un ricorso contro un documento con molti vizi di fondo. Il segretario apostolico che lo aveva firmato era stato Bartolomé Flores , arcivescovo di Cosenza e primo segretario del papa. Compose molti documenti di dubbia legalità, ma pagati lucrosamente. In questo breve, con ogni probabilità la riprovazione verso le pretese profetiche di Savonarola era da imputare a lui e non al papa, forse per via di una mancia che gli avevano fornito. Tra i finanziatori, molti francescani del convento di Santa Croce di Firenze, noti per antagonismo verso il priore di San Marco ; dissero che il Frate era incorso nella disgrazia del papa e stava per essere processato per eresia e disobbedienza. I piagnoni risposero ipotizzando l’inautenticità del breve. Non era raro trovare inesattezze nei documenti papali. Savonarola rinunciò a fare ricorso: decise di stilare una replica nel periodo che i medici gli prescrissero lontano da Firenze. Aveva problemi di stomaco e intestino , con febbre. Si recò nella campagna di Arezzo dal 28 luglio all’ ottobre 1495. In primis , il Frate chiese al papa di riconsiderare il suo giudizio sulla base di un esame più accurato. Lui, dal pulpito, aveva sempre rispettato la verità della fede cristiana, e si dichiarò pronto a chiamare in causa diecimila testimoni. Riconobbe l’uso di espressioni iperboliche, ma mai blasfeme. Aveva accusato di peccato, ma si trattava di un’evidente constatazione : gli increduli ostinati erano fuori dallo stato di Grazia ed erano avversi a Dio. Il dono della profezia aveva sempre accompagnato l’esperienza storica del popolo di Dio. Anche se a parole il Frate sperava che Alessandro VI si convertisse alla causa della riforma, era diffidente. Ribadì dunque che non poteva recarsi a Roma di persona a scagionarsi, visto quanti lo volevano morto. Parte dell’epistola fu dedicata al tentativo di bloccare la soppressione della Congregazione di San Marco. Non doveva essere posta alle dipendenze di un organismo più opaco , come la Congregazione lombarda. Era una norma riconosciuta nel diritto canonico: era lecito per le famiglie religiose passare da una regola più mite a una più severa, ma mai viceversa. San Marco era dipinto come un convento in cui i frati rinunciavano totalmente a qualsiasi bene proprio. La dimostrazione di sottomissione di questa lettera fece breccia nel mondo romano, anche perché l’ambiente di Roma era fortemente policentrico. Lo schieramento della Lega santa non ridusse mai al silenzio i partigiani della corona di Francia. Tra questi ultimi vi era il cardinale arcivescovo di Napoli , Oliviero Carafa , che aveva sognato di divenire papa ma era stato surclassato dal Borgia, dunque era concorde nel metterlo a giudizio. Quindi, fra l’estate e l’autunno 1495 Carafa aiutò Savonarola, sia per un’autentica preoccupazione per la riforma, sia per tenere sotto scacco il papa. Il papa sapeva bene che non doveva inimicarsi troppo il regno di Francia : Firenze era sì ostacolo, ma sarebbe potuta diventare elemento di mediazione. Dunque, papa Borgia accettò l’intercessione di Carafa e sospese il breve dell’8 settembre. Il Frate non ne uscì però indenne : non poteva predicare, nemmeno in privato. Il papa gli chiese prudenza e comunque la sua convocazione era solo rimandata a un momento più sicuro. Tuttavia, aveva ancora una certa libertà di espressione: poteva scrivere. I Piagnoni continuavano a pensare che anche il nuovo breve fosse ingiusto: il divieto di predicare fu contestato, e in meno di 4 mesi perse efficacia  febbraio 1496. Durante questo periodo il Frate osservò il silenzio. L’ultimo turno dei priori nominò come ambasciatore Ricciardo Bechi , fiorentino che già risiedeva in curia come funzionario. Egli doveva occuparsi dell’affare Savonarola a Roma. L’ambasceria fu incoraggiante e nel gennaio 1496 Firenze chiese l’autorizzazione affinché il Frate predicasse durante la Quaresima. Alessandro non disse di no, ma solo a voce, sottolineando il carattere provvisorio dell’autorizzazione. Così contrariava il duca di Milano deliberatamente, per un calcolo tutto politico. Infatti, dopo Fornovo il papa voleva riportare la quiete ma si ritrovò l’ostacolo di Ludovico il

Moro, che avrebbe coinvolto gli oltremontani negli affari italiani. Non a caso nel gennaio 1469 fu annunciata la discesa di Massimiliano d’Asburgo in funzione antifrancese, finanziata da Ludovico. Era noto che questo sovrano non nutrisse simpatie per il papa. Era poi probabile che egli passasse alla causa della riforma della Chiesa per via conciliare. Perciò il papa appoggiò Firenze, una delle vittime di questa calata. Dunque, non intaccò la posizione del Frate. A Carafa diede l’autorizzazione verbale. In realtà, Savonarola era stato informato già prima che avrebbe predicato alla Quaresima e quindi si era già preparato i sermoni! Era stata un’iniziativa autonomamente presa, nella speranza di un consenso papale. Comunque sia, il 16 febbraio 1496 il Frate tornò sul pulpito. Negli ultimi tempi gli increduli erano aumentati. Quel ciclo quaresimale era incentrato sul libro del profeta Amos. Il lui il Frate esaltò il prototipo del riformatore sociale condannato all’isolamento davanti al potere dominante. Ben presto fu evidente che il papa non aveva sostenuto Firenze per fiducia in Savonarola, anzi; quest’ultimo poi fu molto aggressivo nelle sue prediche. A inizio marzo, Alessandro convocò Bechi per chiedere conto di tali provocazioni, dichiarandosi pentito della sua generosità. Il 9 marzo, Firenze rispose che si trattava sempre di falsità. Si specificò che la fedeltà al re francese era dovuta alla questione di Pisa. Il fatto che il Frate stesse esagerando era chiaro : il castigo era inevitabile. Il papa annullò l’atto che aveva compiuto a voce e rimasero valide le disposizioni dei brevi. Savonarola era incorso in disobbedienza alla Sede apostolica. Altri capi di imputazione erano presunzione nello sparlare della Chiesa romana, impostura, ambizione mondana. Dopo il ciclo quaresimale del 1496, Savonarola apprese che il suo caso era stato riaperto; la condanna a morte era scontata, ma fu differita a causa di forze maggiori. Così, la Repubblica riformata sopravvisse per altri due anni. Falangi angeliche Quando tornò a predicare, Savonarola disse di non aver trovato irregolarità della sua predicazione, anzi, sentiva dentro di sé la chiamata. Ormai egli rispondeva solo a Dio. Firenze era divisa in due parti, secondo Piero di Marco Parenti : i Girolamisti ( in maggioranza ) e una parte minoritaria molto ricca e prestigiosa che non gli credeva. Nel periodo di forzato silenzio, Savonarola pianificò un’offensiva moralizzatrice e ne affidò la gestione ai piagnoni. Voleva innalzare la città a una Repubblica di santi. Premesse a questa reformatio fu il Consiglio Grande, per esempio, che il 31 dicembre 1494 agì contro la sodomia. L’omosessualità era sia maschile che femminile e Savonarola si era lamentato della sua diffusione il 14 dicembre. Sembrava logico che fosse capillare, vista la segregazione fra i sessi sin dall’età infantile, o la tendenza a ritardare le nozze per conquistarsi prima la sicurezza economica. Questo era tipico dell’Europa intera. A Firenze, l’omosessualità maschile aveva una sorta di franchigia morale ed era rappresentata anche in sede letteraria: Savonarola ne era infastidito. Le punizioni per i sodomiti sarebbero state prima la gogna in pubblico, poi un marchio sulla fronte dopo una processione per la città e infine il rogo, al terzo richiamo. Dopo la legge, il numero delle segnalazioni prese a calare perché l’abolizione delle multe tolse il principale incentivo agli informatori. In realtà, però, la sodomia non conobbe alcuna flessione. Di fronte al fiasco, Savonarola ritenne di avere a che fare con una cittadinanza indolente. Moltiplicò le pressioni al governo che il 25 giugno 1495 inasprì le sanzioni. Il 19 dicembre una nuova legge permetteva al governo di infliggere ai colpevoli qualsiasi pena , anche la condanna a morte. Il massimo organo di governo diveniva un tribunale speciale, i cui poteri erano così estesi che potevano essere paragonati alla sola Inquisizione spagnola. Il biennio 1495-97 fu una continua alternanza : quando i Piagnoni avevano la meglio si imponevano provvedimenti duri, che però venivano resi indulgenti in caso di fatica di accettazione da parte del ceto di governo: esso assecondò la visione moralizzatrice del Frate, ma non su tutte le questioni. Il Frate riteneva inoltre che lo Spirito Santo sarebbe disceso in ogni cittadino, santificando la comunità. Per molti, dopo la rivoluzione del 1494 era iniziato un regime da convento in città: “ Firenze si è fatta frate ”, si disse riguardo il clima di austerità, soprattutto nelle abitudini religiose : si doveva partecipare regolarmente alle prediche, che durante l’Avvento e la Quaresima avvenivano ogni giorno la mattina presto. Si praticavano digiuni, astinenze e offerte di elemosina. Il gregge riformato di Firenze doveva accostarsi all’Eucarestia almeno 4 volte l’anno. Si privilegiò un canto fermo. Si voleva sopprimere l’usanza di rendere le chiese sepolcreti per famiglie facoltose. Principale bersaglio fu il Carnevale, che egli voleva bandire nel corso del 1495. Sembrò farcela, ma per un effimero periodo. Caddero comunque quegli intrattenimenti non religiosi come la corsa dei cavalli ( palio ). Il denaro risparmiato fu dato alle istituzioni assistenziali della città, come la Compagnia dei Buonuomini di San Martino, che soccorreva i “ poveri vergognosi ”, costretti a ricevere carità in segreto per non disonorare la propria famiglia. Furono tolti anche i fuochi d’artificio, i balli e i canti di argomento profano = sonetti e madrigali. Nei giorni di festa i bottegai dovevano chiudere ( impegno non da poco, le feste in totale duravano non meno di 67 giorni ). I gestori delle taverne furono colpiti ancora di più : dovevano chiudere al calar della notte. Coronamento fu appunto il Carnevale. Esso era una forma di insubordinazione davanti all’ordine del mondo, che contraddiceva la maestà della Creazione. Dunque, i piagnoni chiamarono a raccolta i giovani di età compresa fra i 12

Savonarola doveva consolidare con la forza e con l’astuzia un potere conquistato d’improvviso, e utilizzo la “ virtù ” ma anche la simplicitas dell’uomo di fede, abituato a rimettere le sorti del mondo a Dio. Ciò lo portò al Calvario. Gerusalemme in riva all’Arno Tra 1495 e 96, Savonarola si gettò nella politica, per evitare che Firenze facesse un passo indietro. Eglidelineò un modello negativo da rifuggire : il tiranno. Gli esempi provenivano dai Medici. Le digressioni intorno alla figura morale del tiranno culminarono con la predica del 24 febbraio 1496. Distinse due tipi di tirannia :

  1. Quella che procede dalla mancanza di un titolo di legittimità ( defectus tituli ). 2. Quella dovuta al comportamento scellerato di un’autorità anche legittima, ma sottoposta ad abuso ( ex parte exercitii ). Questo era il caso più preoccupante e più diffuso. Savonarola apparteneva al costituzionalismo classico-cristiano. Alcuni usarono il termine teocrazia , ma in realtà il Frate non sostenne mai una potestà illimitata o l’intromissione della Chiesa nel governo. Voleva separare le due sfere, dando però il primato alla religione. Non fu nemmeno un assolutista : nessuno poteva governare in forma svincolata dal diritto. Ad esso si aggiungeva l’equità ( epitèikeia ) = non eccedere nelle pene, pur giuste, in nome della clemenza. Il Frate era pessimista: un governante avrebbe sempre abusato del suo potere senza le leggi  trascinato dalla libido dominandi , sarebbe divenuto un tiranno. Un tiranno era dominato dalla paolina philautìa = amore esclusivo di sé. Non rispondeva né a Dio né agli uomini. Egli potenziava quelle estensioni dell’ego che erano la famiglia, la discendenza, la clientela e la fazione. Ricercava il denaro, per togliersi le voglie: da qui la sfrenata sensualità. Anche Savonarola presentò descrizioni di vari tiranni. I peggiori provenivano dal popolo e salivano al potere grazie alla lotta di fazione. Questi personaggi innalzavano uno stuolo di persone tratte dal nulla e premiate solo per la loro sfacciata adulazione. Le persone di talento = umiliate. Queste erano tutte allusioni al regime di Lorenzo de’ Medici , dipinto come una tragedia. L’ossessione dei nemici portava il tiranno a vivere nel sospetto  si circondava di tirapiedi che lo illudevano. Il tiranno cercava conforto nella religione ma la strumentalizzava; tutto il suo agire aveva come fine l’assicurarsi. Corrompeva i giudici, seminava spie dappertutto, combinava matrimoni, fomentava la rivalità tra i cittadini. Culmine del ritratto riguardava la superbia: egli voleva essere superiore agli altri in tutto. Riferimento ovviamente alla vanità di Piero de’ Medici. Per tutte queste ragioni, tirannia = crimine pubblico. Riduceva la libertà dei cittadini. Savonarola aveva anche una pars construens nella sua pedagogia civile e spiegò i presupposti di un nuovo codice di valori sociali per la Repubblica  trattato “ De simplicitate christianae vitae ”. Per una società basata sulla fraternità era fondamentale la rinuncia al superfluo. Quest’opera fu completata nel gennaio 1496, in latino , poi tradotta in italiano. In questo frangente, il Frate descrisse Firenze quale Nuova Gerusalemme. I fiorentini avrebbero accolto Cristo come loro sovrano, una volta abbandonate le abitudini passate. Questa metafora toccò una cittadinanza imbevuta nel sentimento di eccezionalità del proprio destino. Consideravano Firenze una metropoli religiosa  “ religione cittadina ”. Il Rinascimento riprese tale fenomeno. Questo movimento fu una conseguenza della crisi che le autorità ecclesiastiche tradizionali scontarono dopo il Grande Scisma d’Occidente. Furono le realtà locali ad andare incontro alle domande religiose della società. Da qui il Rinascimento artistico. A promuovere il genio cittadino furono soprattutto le autorità civili, come i Medici. La Repubblica savonaroliana fece del popolo il traino di questa religione cittadina. I fiorentini si ritenevano prescelti da Dio per distaccarsi dalle potenze del male. Da schiavi a gente libera. Questa era la metafora che Savonarola voleva far passare, ma la realtà fu ben diversa: l’adozione di un codice di santità non apportò nessuno dei segnali di benedizione promessi, anzi, si acuirono le situazioni di svantaggio: il lavoro scarseggiò e Pisa non fu recuperata. La profezia di benedizione era un topos della predicazione pubblica medievale, attestata anche in Remigio de’ Girolami. Savonarola ne fece un uso estensivo come catalizzatore di consenso. Quando le sue promesse non si avverarono, perse consenso e fiducia. Dalle critiche si difese accusando i fiorentini di essere sensibili solo ai bisogni materiali. Gli studi dimostrano che quel periodo fu di recessione dell’economia cittadina, di corta durata, ma bastò a causare il naufragio della rivoluzione piagnona. Si ridussero gli affari fiorentini e aumentò la disoccupazione, cui si aggiunge la carestia. I piagnoni presero ben poche iniziative per aiutare i bisognosi. Savonarola reclamò l’abolizione delle gabelle sui beni di prima necessità, ma l’ipotesi venne poi scartata perché il deficit della Repubblica era già troppo alto. Si dovette ricorrere, per esempio, al prestito forzoso senza interessi = accatto. 100.000 fiorini furono ripartiti tra i diversi quartieri, causando malcontento. I piagnoni proposero di tassare anche la proprietà ecclesiastica, nelle forme dell’accatto : era un prestito, e quindi salvaguardava l’immunità della Chiesa. La Repubblica collise comunque con la Sede apostolica, unica autorità preposta a concedere/negare la tassazione sugli enti ecclesiastici. In passato, a causa di un prelievo non autorizzato sulla Chiesa, era scoppiata la Guerra degli Otto Santi. Però la situazione era così grave che il governo fece pressioni su Alessandro VI. Il 23 luglio 1496 il Consiglio Grande approvò un accatto sui beni ecclesiastici; dunque, l’ambasciatore mandato nel mentre a Roma aveva la natura di una sanatoria a posteriori. Infastidito, Alessandro VI negò il consenso e aumentò i contrasti con Firenze. Anche il clero fiorentino si divise tra sostenitori e detrattori del Frate.

Fu presto considerato traditore anche per Carlo VIII, poiché gli mandò un vescovo come ambasciatore per chiedere un sussidio per la sua resistenza nel Mezzogiorno; tuttavia, le ristrettezze finanziare della Repubblica non lo avrebbero permesso. Il prelato francese lo ricoprì di insulti. La Signoria, però, lo minacciò e lo congedò. Di fronte a questi problemi, il Frate ricorse al provvidenzialismo: i problemi sociali erano interpretabili alla luce di un’economia morale. Il popolo minuto rischiava però la fame. Esso iniziò a sentire la mancanza del regime mediceo. Invece, i grandi riuscirono a risollevarsi con il meccanismo dei prestiti allo stato, e furono perciò attaccati dal Frate. Tuttavia, non rinunciò mai a sottomettere Pisa, cosa che avrebbe in effetti interrotto le spese straordinarie; la sua profezia, infatti, aveva promesso potenza e prestigio maggiori del passato, e ciò comprendeva la presa di Pisa. A fine aprile 1496, in occasione dell’elezione della nuova Signoria, si scoprì un favoreggiamento per i candidati degli Arrabbiati. Per mitigare l’impatto sui cittadini, la rosa dei colpevoli fu diminuita. Tra i condannati, Filippo Corbizzi , ex Gonfaloniere di giustizia. Gli decretarono il carcere a vita. Come conseguenza, fu eletta una Signoria di tendenza piagnona. Il Gonfaloniere era Francesco degli Albizzi , vicino a Savonarola. I condannati fecero appello al Consiglio Grande, presentandosi con mogli e figli per invocare clemenza. Ne seguì un dibattito e Savonarola fu intransigente. Pur di liberarsi dei piagnoni, i Bigi ( ex medicei ) stabilirono un’intesa con gli Arrabbiati. I medicei si dimenticarono insomma il debito con Savonarola e si lamentarono della dittatura dei piagnoni. In città iniziarono a ritenere l’operato del Frate tirannia e favoritismo. Anche Roma ormai aveva preso a guardare a Firenze in modo negativo. La renovatio di Savonarola si riteneva fosse di Satana. Il Frate collideva, infatti, con il principio per cui “ il papa non è giudicato da nessuno ”. Chi contestava la Chiesa istituzionale contestava Cristo stesso e veniva dannato. All’epoca si tendeva ad equiparare irriverenza, contestazione antimonarchica ed eresia. Dunque, Savonarola era consapevole della condanna a morte. Solo non sapeva quando sarebbe avvenuta e chiamò a soccorso la Prudenza. Essa però indebolì presto il suo operato. Il 23 febbraio 1496 toccò il punto di non ritorno. Parlò di diecimila meretrici che popolavano Roma! Savonarola disse poi che Roma errava quando tentava di spegnere il carisma che Dio infondeva nei suoi portavoce ( tra cui lui stesso ). Dal 28 febbraio attaccò la sozzura della curia: dominava la gara di ostentazione di contrassegni di prestigio, come le torme di cani, di muli e di cavalli. Ne seguirono profezie di desolazione , considerati annunci del Sacco del 1527. Il vuoto di Roma doveva essere colmato da Firenze, se avesse proseguito la conversione. Il Frate riteneva che molti cardinali e sovrani lo avrebbero appoggiato, come Isabella di Castiglia e Massimiliano d’Asburgo , o Ercole d’Este. Sulla destituzione di papa Borgia, Savonarola era incerto, visto che sarebbe stata una via traumatica. Riteneva che dovesse giungere un “ papa angelico ”. Infatti, il Frate aveva fiducia nell’istituzione papale, ma non in quel papa. Un cappello di sangue Nella predica finale della Quaresima del 1496 , Savonarola inserì un atto di sottomissione al magistero papale , con però una riserva teologica e morale. Specificò di non aver attaccato il papa per malanimo. Le sue reprimente erano dirette contro i vizi del papa in quanto uomo, ma non in quanto supremo pastore. La natura monarchica del suo potere era sacra perché decretata dalla Provvidenza. Le polemiche proseguirono con un opuscolo sul salmo 79/80 Qui regis Israel. Era denso di immagini apocalittiche : Dio aveva messo alla prova il popolo dando loro pastori imbroglioni. Savonarola lo pregava di far giustizia attraverso un flagello che separasse i cristiani dagli immondi. Alessandro VI appariva dunque un falso. Egli però fu prudente e non reagì, per ragioni di politica internazionale. Infatti, nella primavera del 1496 c’era l’incognita di una nuova calata di Carlo VIII. Altra calata minacciata era quella di Massimiliano d’Asburgo , su volere di Ludovico il Moro. Vittima di questa mobilitazione sarebbe stata Firenze, poiché ancora sosteneva la Francia. Inoltre, nel 1495 Montepulciano si era ribellata e, per averla, Firenze era scesa in guerra contro Siena tra 1496 e 97. L’Asburgo sperava, prendendosi la Toscana, di avere le potenzialità per ricevere la corona a Roma. Tuttavia, nulla era certo: Massimiliano avrebbe potuto avviare una propria reformatio Ecclesiae in chiave antipapale, come aveva tentato il predecessore Sigismondo di Lussemburgo con il Concilio di Costanza. Dunque, Alessandro VI non sostenne la calata di Massimiliano. Ciò fece sì che si dimenticasse momentaneamente del Frate, che intanto interpretava tuttlo in ottica profetica. Scrisse anche a Ludovico il Moro, per redarguirlo. Sapeva che il suo processo per eresia era stata una sua idea. Sperava però di convertirlo alla riforma e per questo non fece cenno ai suoi misfatti, tra cui l’usurpazione del trono ducale uccidendo il nipote. Lo invitò solo a fare penitenza. Il Moro rispose ribadendo il proprio proposito di convertirsi a una vita cristiana, ma se ne dimenticò presto. Poco dopo girò voce che alcune lettere di Savonarola dirette in Francia fossero state intercettate: si chiedeva al re di scendere subito in Italia. Tali lettere erano in realtà contraffazioni della cancelleria milanese  tutto ordito da Ludovico, che fu smascherato. Ottenne però quanto voleva, ossia che Alessandro VI si allineasse alle sue idee per timore. Ma anche Savonarola aveva imparato a usare queste paure per i propri fini: preannunciò nuovi flagelli ( le due calate ). Parlò di una battaglia elefanti-dragoni. I primi avrebbero schiacciato i secondi, pieni di veleno ma deboli. Il 1° aprile 1496 raggiunse l’apice con una visione : egli aveva contemplato Gesù crocifisso su un monte, mosso da moto rotatorio che faceva schizzare il suo sangue bagnando gli abitanti di una immensa pianura = la Terra.