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Sintesi contenuto Emile Durkheim -corso di Sociologia.
Tipologia: Schemi e mappe concettuali
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Le passioni umane si fermano solo dinanzi a una potenza morale che rispettino. Se manca una qualsiasi autorità di questo tipo, la legge del più forte regna e, latente o acuto, lo stato di guerra è necessariamente cronico ... Mentre le funzioni economiche un tempo rappresentavano solo una parte secondaria, esse ora stanno al primo posto. Di fronte a loro vediamo arretrare sempre più le funzioni militari, amministrative, religiose. Soltanto quelle scientifiche sono in grado di contendere loro la supremazia; e inoltre la scienza oggi non ha prestigio se non nella misura in cui può servire alla pratica, cioè, in gran parte, alle professioni economiche. Per questo delle nostre società si è potuto dire, non a torto, che sono o tendono a essere essenzialmente industriali. Una forma di attività che ha assunto un tal posto nell'insieme della vita sociale eviden temente non può restare priva di norme sino a questo punto senza che ne risultino i più gravi disordini. È in particolare un motivo di generale scadimento delle moralità.
De la Division du travail social, Prefazione alla II edizione, pp. m-IV.
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Durkheim discute l a sua tesi d i dottorato, De la Division du travail social (La divisione del lavoro sociale) assieme con una tesi latina, Quid Secun datus politicae scientiae instituendae contulerit (Il contributo · di Monte- squieu alla costituzione della scienza sociale). (^). · 1895 Pubblica Les règles de la méthode socio!ogique (Le regole del metodo sociologico). 1 896 Il suo corso di sociologia è trasformato in cattedra. Fonda la rivista « L'Année sociologique >>. I primi studi di Durkheim che vi sono pubbli cati riguardano La prohibition de l'inceste et ses origines e La definition des phénomènes religieux. 1897 Pubblica Le Suicide (Il suicidio). 1900 Pubblica l 'articolo Sur le totemisme nell'« Année sociologique ». Durkheim, attivo sostenitore del laicismo, profondamente turbato dal l'affare Dreyfus, si preoccupa sempre più del problema religioso. (^1902) f: nominato supplente alla cattedra di pedagogia della Sorbona. 1906 Durkheim diviene titolare della cattedra di pedagogia della facoltà di Lettere d i Parigi e vi insegna contemporaneamente sociologia e pedagogia. Scrive una comunicazione per la Société française de philosophie s u La détermination du fait morale (La determinazione del fatto morale). 1909 Tiene al Collège de France dei corsi su « Les grandes doctrines pédag giques en France depuis le XV I I I' siècle ». 1 9 1 1 F a una comunicazione al Congresso internazionale di filosofia d i B logna su fugement de réalité et jugement de valeur (Giudizio di realtà e giudizio di valore). 1 9 1 2 (^) Pubblica Les formes élémentaires d e la vie religieuse (Le forme elemen tari della vita religiosa). 1 9 1 3 (^) L a s u a cattedra assume il titolo di cattedra d i sociologia della Sorbona. Fa una comunicazione alla Société française de philosophie su Le problème religieux et la dualité de la nature humaine (Il problema reli gioso e la dualità della natura umana). 1 9 1 5 Durkheim perde il suo unico figlio, ucciso sul fronte di Salonicco. Pub blica due libri ispirati dalle circostanze: « L'Allemagne au-dessus de tout ». La mentalité allemande et la guerre ( « La Germania sopra tutto ». La mentalità tedesca e la guerra); Qui ha voulu la guerre? Les origines de la guerre d'après /es documents diplomatiques (Chi ha voluto la guerra? Le origini della guerra dai documenti diplomatici). 1 9 1 7 15 novembre Durkheim muore a Parigi.
Questa analisi del pensiero di Durkheim si fonderà su tre libri principali : De la Division d u travail social (La divisione del lavoro sociale), Le Sui cide (Il suicidio) e Les Formes élémentaires de la vie religieuse (Le forme elementari della vita religiosa). Successivamente cercherò di spingermi più avanti nell'interpretazione, ricostruendo l'evoluzione del suo pensiero ed esaminando il rapporto tra quest'ultimo e le formule metodologiche a cui ha fatto ricorso per tradurlo. Infine, terminerò studiando le relazioni tra la sociologia, così come la concepiva Durkheim, e la filosofia.
De la division du travail social (La divisione del lavoro sociale), la tesi di dottorato di Durkhei m, è il suo primo grande libro. È. anche quello in cui è più netta l'influenza di Auguste Comte. Il tema di questo primo libro è il tema centrale del pensiero durkheimiano, quello della relazione tra gli individui e la collettività. Come un gruppo di indivi dui può costituire una società? Come costoro possono realizzare quella condizione dell 'esistenza sociale che è il consenso? A questa questione fondamentale, Durkheim risponde con la distinzione tra due forme di solidarietà : la solidarietà detta meccanica e la solidarietà detta organica. La solidarietà meccanica è, per usare l'espressione di Durkheim, una solidarietà per somiglianza. Quando questa forma di solidarietà domina una società, gli individui differiscono poco gli uni dagli altri: membri d i una stessa collettività, si rassomigliano perché provano gli stessi sentimenti, perché accettano gli stessi valori, perché riconoscono lo stesso motivo sacro. La società è coerente perché gli individui non si sono ancora dif ferenziati. La forma di solidarietà opposta, detta organica, è quella nella quale
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bene il tipo segmentario continui a essere fortemente pronunciato. Sembra proprio che questo sia il caso dell'I nghilterra. La grande industria, il grande commercio sembrano esservi altrettanto sviluppati che sul continente, sebbene il sistema alveolare vi sia ancora .molto spiccato, come lo dimostrano e l'autonomia della vita locale e l'autorità che la tradizione vi mantiene. Il fatto è che la divisione del lavoro, essendo un fenomeno derivato e secondario, come abbiamo ora visto, riguarda la superficie della vita sociale, e ciò è particolar· mente vero della divisione del lavoro economico. E del tutto epidermica. E in qualsiasi organismo i fenomeni superficiali, per la loro stessa posizione, sono più accessibili all 'atione delle cause esterne, mentre le cause interne da cui dipendono generalmente non sono modificate. Così , basta che una circostanza qualsiasi ecciti in un popolo un più vivo bisogno di benessere materiale, perché l a divisione del lavoro economico si sviluppi senza che la struttura sociale muti sensibilmente. Lo spirito di imit azione, il contatto con una civiltà più raffinata possono portare a questo risultato. Così l'intel letto, che è la parte culminante, e di conseguenza la più superficiale della coscienza, può essere facilmente modificato dalle influenze esterne, come l'educazione, senza che siano (^) raggiunti gli strati più profondi della vita psichica. Si creano così intelligenze più che sufficienti per assicurare il successo, ma prive di radici profonde. Così i l talento di questo tipo non si trasmette per ered ità. Questo confronto mostra che non si deve giudicare del posto che tocca a una società nella scala sociale basandosi sullo stato della sua civiltà, soprattutto della sua civiltà economica; questa infatti può essere solo un'imitazione, una copia e ricoprire una struttura sociale di specie inferiore. I l caso, in verità, è eccezionale, ma tuttavia si presen ta. (De la Division du travai/ social, VII ed., pp. 266-267.)
Il concetto di struttura segmentaria dunque non si confonde con la solidarietà per somiglianza. Essa suggerisce il relativo isolamento, l'auto sufficienza dei diversi elementi. Si può immaginare una società globale, estesa su largo spazio, che non sarebbe nulla di più di una giustapposi zione di segmenti, tutti simili e tutti autarchici. È possibile concepire un gran numero di clan, di tribù, di gruppi regionalmente autonomi, giustapposti, forse persino soggetti a un'autorità centrale, senza che sia spezzata la coerenza per somiglianza del segmento, senza che si operi, al livello di società globale, la difierenziazione delle funzioni caratteristiche della solidarietà organica. La divisione del lavoro che Durkheim cerca di cogliere e di definire non si confonde con quella cui guardano gli tconomisti. La differenzia zione dei mestieri, la moltiplicazione delle atti\·ità industriali sono una espressione della differenziazione sociale che Durkbeim considera in modo prioritario. Quest'ultima ha la sua origine nella dit•integrazione della soli darietà meccanica e della struttura segmentaria. Partendo da questi termini fondamentali, si può cercare di enucleare alcune delle idee che discendono da questa analisi e fanno parte della teoria generale del nostro autore.
La prima idea riguarda il concetto di coscienza collettiva che, da que st'epoca, figura in primo piano nel pensiero di Durkheim. La coscienza collettiva, così come è definita nella Divisione del lavoro sociale, è semplicemente « l'insieme delle credenze e dei sentimenti comuni alla media dei membri di una società ». Durkheim precisa che questo
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insieme « costituisce un sistema determinato che possiede una sua vita propria » (ibid. , p. 46). La coscienza collettiva esiste solo grazie ai senti menti e alle credenze presenti nelle coscienze individuali, tuttavia ne è distinta, almeno analiticamente, perché si evolve secondo leggi sue proprie e non è soltanto l 'espressione o l'effetto delle coscienze individuali.
Senza dubbio, essa non ha per substrato u n organo unico; è, per definizione, diffusa nella società per tutta la sua estensione; tuttavia possiede caratteri specifici che ne fanno una realtà distinta. Infatti, è indipendente dalle condizioni particolari in cui gli individui si trovano a essere posti; essi passano ed essa resta. t la stessa al nord e al sud, nelle grandi città e nelle piccole, nelle diverse professioni. Parimenti, non muta a ogni generazione, collega anzi tra loro le generazioni successive. t dunque qualcosa d i completamente diverso dalle coscienze particolari, sebbene si realizzi soltanto negli individui. t il tipo psichico della società, tipo che ha le sue proprietà, le sue condi· zioni di esistenza, il suo modo di sviluppo, proprio come i tipi individuali, benché i n maniera diversa. (La Division d u travail social, p. 46.)
Questa coscienza collettiva, nelle diverse società, comporta maggiore o minore estensione o forza. Nelle società in cui domina la solidarietà mec canica, la coscienza collettiva corrisponde alla maggior parte delle coscien ze individuali. Nelle società arcaiche, la frazione delle esistenze indivi duali soggette a sentimenti comuni è quasi coestensiva all'intera esistenza. Nelle società in cui compare la differenziazione degli individui, ciascuno è libero di credere, di volere e di agire secondo preferenze sue proprie in un grande numero di circostanze. Al contrario, nelle società a solidarietà meccanica, la maggior parte dell'esistenza è governata da imperativi e da divieti sociali. L'aggettivo sociale, in questo momento del pensiero di Durkheim, significa semplicemente che tali divieti e imperativi si impon gono alla media, alla maggioranza dei membri del gruppo ; significa che essi hanno per origine il gruppo e non l'individuo, e che l'individuo si sottomette a questi imperativi e a questi divieti come a una potenza supe riore. La forza di questa coscienza collettiva è in rapporto diretto con l'esten sione. Nelle società primitive, non soltanto la coscienza collettiva ricopre la maggior parte dell'esistenza individuale, ma i sentimenti provati in comune hanno una forza estrema che si manifesta col rigore dei castighi inflitti ai trasgressori dei divieti. Più la coscienza collettiva è forte, più l'indignazione contro il reato, cioè contro la violazione dell'imperativo sociale, è viva. Infine, la coscienza collettiva è anche particolarizzata. Ogni atto dell'esis tenza sociale, in particolare ogni rito religioso, è definito con precisione. Il particolare di ciò che bisogna fare e di ciò che bisogna credere è imposto dalla coscienza collettiva. Quando, invece, regna la solidarietà organica, Durkheim crede di osser vare contemporaneamente una restrizione della sfera d'esistenza soggetta alla coscienza collettiva, un affievolirsi delle reazioni collettive contro la violazione di divieti e soprattutto un più largo margine di interpreta zione individuale degli imperativi sociali.
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Durkheim abbozza qui quella che sarà sempre una delle sue idee fonda mentali, l'idea secondo cui egli definisce la sociologia come la priorità del tutto sulle parti, o ancora l'irriducibilità dell'insieme sociale alla som ma degli elementi e la spiegazione degli elementi col tutto. Studiando la divisione del lavoro, Durkheim ha scoperto due idee essen ziali, la priorità storica delle società, nelle quali la coscienza individuale è tutta quanta fuori di sé, e la necessità di spiegare i fenomeni individuali con lo stato della collettività e non lo stato delia coiiettività con i fenomeni individuali. II fenomeno della divisione del lavoro che il sociologo vuole spiegare è diverso pertanto da ciò che gli economisti intendono con lo stesso con cetto. La divisione del lavoro è una determinata struttura di tutta quanta la società, di cui la divisione tecnica o economica del lavoro è soltanto un'espressione. Definita la divisione del lavoro in modo scientifico, resta ancora d a studiarla. La risposta di Durkheim al problema del metodo è la seguente: per studiare scientificamente un fenomeno sociale, bisogna studiarlo obietti vamente, cioè dall'esterno, trovando l'espediente grazie al quale stati di coscienza che non possiamo cogliere direttamente possono essere ricono sciuti e compresi. Questi sintomi o queste espressioni dei fenomeni di co scienza sono, nella Divisione del lavoro sociale, i fenomeni giuridici. Durkheim, in modo suggestivo e forse un poco semplicistico, distingue due specie di diritto, ciascuna deile quali è caratteristica di uno dei due tipi di solidarietà: il diritto repressivo, che sanziona le mancanze o i reati, e il diritto restitutivo o cooperativo, la cui essenza non sta nel punire con sanzioni trasgressioni aile norme sociali, ma nel ricostituire le cose nel loro stato, quando è stata commessa una mancanza, o di organizzare la cooperazione tra gli individui.
delle nazioni (1776). mise In primo plano nell'analisi del sistema economico, per sp iegare la produllivilà, lo scambio e l 'impiego dei beni capitali , il fenomeno della divisione del lavoro. Lo studio di Adam Smilh che si trova sostanzialmente nei primi tre capitoli del libro I della Ricchezza delle nazioni, comincia con una famosa descrizione delle operazioni ese· guite in una manifattura di spilli i cui elementi sono evidentemente presi daii'Encyc/opédle di Didero! e D'Aiembert. Inizia con questa frase: « Il più grande miglioramento nelle forze produttive del lavoro, e la più grande parte dell'abilità, della destrezza e del giudizio con cui (^) ovunque è diretto e praticato, sembrano essere stati gli efTetti della divisione del lavoro medesimo>>. (Trad. it., UTET, Torino 1945, p. 9.) Nel secondo capitolo, A. Smith cerca il principio che dà luogo alla divisione del lavoro: • Questa divisione del lavoro da cui tanti vantaggi sono derivati non è originariamente l 'efTetto dell'umana saggezza che prevede e pren de di mira quella generale opulenza che ne è cagionata, ella è la necessaria conseguenza, benché lenta e graduale, di una certa tendenza dell 'umana natura, la quale non ha in vista quella estesa utilità, la tendenza a trafficare, barattare e cambiare una cosa con un'altra ». Adam Smith non vede poi solo vantaggi nella divisione del lavoro. Nel primo capitolo del libro V della sua opera, denuncia l pericoli di abbrutimento e di intorpidimenlo delle facoltà intellettuali che possono· derivare da un lavoro spezzettato in piccole parti, e richiede che il governo • metta in ntto delle cautele per prevenire questo male ». (Su quest'ultimo punto cfr. l'articolo di Nathan Rosenberg: Adam Smilh on the Division o/ Labour: Two views or one?, in « Economica», maggio 1965.)
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Il diritto repressivo è rivelatore della coscienza collettiva nelle società a solidarietà meccanica, perché, per il fatto stesso che moltiplica le san zioni, manifesta la forza dei sentimenti comuni, la loro estensione e la loro particolarizzazione. Più la coscienza collettiva è estesa, forte e parti colarizzata, più numerosi saranno gli atti considerati reati, atti cioè che violano un imperativo o un divieto, o ancora che urtano direttamente la coscienza collettiva. Questa definizione del reato è tipicamente sociologica, nel significato che Durkheim dà a questo termine. Un reato, nel senso sociologico del termine, è semplicemente l'atto proibito dalla coscienza collettiva. Che tale atto, agli occhi di osservatori di qualche secolo dopo l'avvenimento o appartenenti a una diversa società sembri innocente, non ha alcuna impor tanza. In uno studio sociologico del reato, questo non può essere definito che dall'esterno e in rapporto allo stato della coscienza collettiva della società in questione. Questa definizione è oggettiva e relativistica. Dire di qualcuno che è sociologicamente un reo non implica un giudizio di colpevolezza di fronte a Dio o alla nostra concezione della giustizia: reo è colui che, in una società, si è rifiutato di obbedire alle leggi della città. In questo senso, probabilmente, Socrate meritava di essere consi derato reo. Evidentemente basta portare quest'idea all 'estremo perché essa diventi sia banale, sia urtante. La definizione sociologica di reato, infatti, porta logicamente a un relativismo integrale, facile a pensarsi in astratto, ma al quale nessuno osa aderire nella realtà, neppure chi lo professa. Comunque, Durkheim, dopo aver abbozzato una teoria del reato, ne deduce senza fatica una teoria della sanzione. Scarta, con un certo disprez zo, le interpretazioni classiche, secondo le quali Io scopo della sanzione sarebbe quello di prevenire il ripetersi dell'atto colpevole. La sanzione, a suo modo di vedere, non ha la funzione o lo scopo di incu tere paura o ai dissuadere; la funzione del castigo consiste nel dare soddisfazione alla coscienza comune. Poiché è stata ferita dall'atto commesso da uno dei membri della collettività, essa esige una riparazione e il castigo del colpe vole è la riparazione offerta ai sentimenti di tutti. Durkheim giudica questa teoria della sanzione più soddisfacente del l'interpretazione razionalistica basata sull'effetto di dissuasione. � proba bile che, da un punto di vista sociologico, egli abbia ragione, ma non bisogna nascondersi che, se è così, se il castigo è soprattutto una ripara zione offerta alla coscienza collettiva, il prestigio della giustizia e l'autorità delle sanzioni non ne vengono rafforzati. Un cinico come Pareto di rebbe volentieri che Durkheim ha ragione, che in realtà molti castighi sono soltanto una specie di vendetta della coscienza collettiva esercitata ai danni di individui indisciplinati, ma che non conviene dirlo, perché come si potrebbe mantenere il rispetto per la giustizia se questa non è nulla di più di un tributo offerto ai pregiudizi di una società arbitraria e irrazionale?
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concetto che la società globale si fa del giusto e dell'ingiusto, di ciò che si può tollerare e di ciò che è proibito. La società in cui domina la solidarietà di tipo organico non è dunque definita dalla sostituzione del contratto alla comunità. La società moderha non è maggiormente definita dalla sostituzione del tipo industriale a quello militare, per riprendere l'antitesi di Spencer. La società moderna è definita in modo prioritario dal fenomeno della differenziazione sociale, di cui il contrattualismo è conseguenza ed espressione. Quando gli economisti o i sociologi spiegano la società moderna col contratto, rovesciano l'ordine sia storico sia logico: proprio partendo dalla società globale si comprende a un tempo quel che gli individui sono e come e perché possono accordarsi liberamente.
Ma qual è la causa della solidarietà organica o della differenziazione sociale che è considerata la caratteristica essenziale delle società mo derne? Per prima cosa notiamo che non è evidente che Durkheim abbia ragione a porre questo problema nei termini in cui lo pone: qual è la causa dello sviluppo della solidarietà organica o della differenziazione sociale? Non è certo a priori, e forse è persino improbabile, che si possa individuare la causa di un fenomeno che non è semplice né isolabile, ma che è un aspetto di (^) tutta quanta la società. Ma Durkheim vuole stabilire la causa dello sviluppo della divisione del lavoro nelle società moderne; Si tratta di un fenomeno essenzialmente sociale. Quando il fenomeno da spiegare è di questa natura, la causa, secondo il principio dell'omogeneità della causa e dell'effetto, deve essere, essa pure, sociale. Si deve anche scartare la spiegazione individualistica. Stranamente Durkheim scarta così una spiegazione che lo stesso Auguste Comte aveva preso in considerazione ed eliminato, secondo la quale il fattore essenziale dello sviluppo sociale sarebbe stato la noia o la ricerca della felicità. Infatti, egli dice, niente prova che gli uomini delle società moderne siano più felici degli uomini delle società arcaiche. Certamente, su questo punto, egli ha ragione; l'unica cosa che meraviglia è che egli giudichi necessario (ma probabilmente a quel momento era necessario) dedicare tante pagine per dimostrare che la differenziazione sociale non si spiega con la ricerca del piacere o della felicità. � vero, dice, che i piaceri sono più numerosi e più raffinati nelle società moderne, ma questa differenziazione dei piaceri è il risultato della differenziazione sociale e non ne è la causa. Quanto alla felicità nessuno oserebbe dire che noi siamo più felici degli uomini che ci hanno preceduto. Durkheim, a partire da questo momento, è impressionato dal fenomeno del suicidio. La miglior prova, scrive, che la felicità non aumenta col progresso della società moderna, è la frequenza dei suicidi, e suggeri sce che questi, nelle società moderne, sono più numerosi che nelle società
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del passato. Ma, in mancanza di statistiche dei suicidi nelle società antiche, non possediamo alcuna certezza su questo punto. La divisione del lavoro non può, dunque, essere spiegata né con la noia, né con la ricerca della felicità, né con l'aumento dei piaceri, né col desiderio di accrescere il rendimento del lavoro collettivo. La divisione del lavoro, fenomeno sociale, si può spiegare solo con un altro fenomeno sociale, e quest'altro fenomeno sociale è una combinazione del volume, della densità materiale e della densità morale della società. Il volume della società è semplicemente il numero degli individui che appartengono a una data collettività. Ma da solo esso non è la causa della differenziazione sociale. Poiché in una società numerosa, stabilita su una vasta superficie, ma costituita dalla giustapposizione di segmenti e dall'accostamento di un gran numero di tribù, ogni tribù conserva la sua antica struttura, il volume da solo non produrrà la differenziazione .. Per ché il volume, cioè l'aumento del numero, divenga causa della differenzia zione, bisogna aggiungervi la densità, in doppio senso, materiale e morale; in senso materiale, essa è il numero di individui su una superficie data; in senso morale, è l 'intensità delle comunicazioni e degli scambi tra gli individui. Quanto maggiori sono le relazioni tra gli individui, quanto più lavorano (^) assieme, quante più relazioni di commercio e di competizione hanno, e tanto maggiore è la densità. La differenziazione sociale risulta dalla combinazione di questi due fenomeni del volume e della densità materiale e morale. Per spiegare questo meccanismo, Durkheim ricorre al concetto di lotta per la vita, che Darwin nella seconda metà del XIX secolo aveva messo in voga. Quanto più numerosi sono gli individui che cercano di vivere insie me, tanto più la lotta per la vita è intensa. La differenziazione sociale è la soluzione pacifica della lotta per la vita. Invece dell'eliminazione degli uni per la sopravvivenza degli altri, come avviene nel regno animale, la diffe renziazione sociale permette a un maggior numero di individui di soprav vivere differenziandosi. Ognuno cessa di competere con tutti e viene a trovarsi nella condizione di conservare la sua parte, di adempiere alla sua funzione. Non v 'è più bisogno di eliminare il maggior numero di individui dal momento in cui ognuno, essendo gli individui non più simili ma diversi, contribuisce con un suo proprio apporto, alla vita di tutti.
' « La divisione del lavoro è dunque un risultato della lotta per la vita; ,'la ne è un epilogo addolcito. Grazie a essa, infatti, i rivali non sono costretti a eliminarsi t-ec•procamente, ma possono (^) coesistere gli uni a fianco degli altri. Così, via via che si sviluppa, essa fornisce a un maggior numero di individui che In società più omogenee sarebbero condannali a scom parire, l^ mezzi^ per^ sostentarsi^ e^ sopravvivere.^ Presso^ molti^ popoli^ inferiori ,^ ogni^ organismo mal riuscito doveva fatalmente perire, essendo lnutllizzabile per quasiasi funzione. Talvolta la legge, prevenendo e consacrando in qualche modo l risultati della selezione naturale, condannava a morte l neonati malati o debol i , e lo stesso Aristotele trovava naturale questa usanza. Den diversamente stanno le cose nelle società più evolute. Un individuo malaticcio può trovare nei quadri complessi della nostra organizzazione sociale un posto In cui gli è possibile essere ulile. Se è debole solo fisicamente e il suo cervello è sano, si dedicherà a lavori dl studio, a funzioni speculative. Se, invece, proprio n suo cervello è debole, "dovrà
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sione e prova d i alcune caratteristiche, forse patologiche, dell'attuale orga nizzazione della vita in comune. L'ultima parte del libro dedicato alla divisione del lavoro comporta una analisi di tali caratteri patologici. Durkheim vi parla già dell'« anomia », assenza o disintegrazione delle norme, concetto che assolverà una parte importante nello studio sul suicidio. Passa quindi in rassegna alcuni feno meni: le crisi economiche, il cattivo adattamento dei lavoratori al loro impiego, la violenza delle rivendicazioni avanzate dagli individui nei con fronti della collettività. Sono tutti fenomeni patologici. Infatti, nella misura in cui le società moderne sono fondate sulla differenziazione, diventa indispensabile che il lavoro esercitato da ciascuno corrisponda alle sue attitudini e ai suoi desideri. Inoltre, una società che riconosce un posto sempre più ampio al l'individualismo, si trova obbligata, per la sua stessa natura, a rispettare la giustizia. Le società dominate dalla tradizione danno a ognuno un posto stabilito dalla nascita o da imperativi collettivi. In queste società sarebbe anormale che un individuo rivendicasse una condizione adatta ai suoi gusti o proporzionata ai suoi meriti. L'individualismo è, invece, il principio costitutivo delle società moderne. In esse gli uomini sono e s i sentono diversi gli uni dagli altri, e ognuno vuole ottenere ciò a cui ritiene di aver diritto. Il principio individualistico di giustizia diventa il principio collettivo, indispensabile, dell'ordine attuale. Le società moderne possono essere stabili solo rispettando la giustizia. Anche nelle società fondate sulla differenziazione individuale, sussiste l'equivalente della coscienza collettiva delle società in cui regna la soli darietà meccanica, sussistono cioè credenze e valori a tutti comuni. Se questi valori comuni si indeboliscono, se la sfera di queste credenze si riduce eccessivamente, la disintegrazione minaccia la società. Il problema centrale delle società moderne, come di tutte le società, è dunque il rapporto tra gli individui e il gruppo. Questo rapporto è tra sformato dal fatto che l'uomo è divenuto troppo cosciente di se stesso per accettare ciecamente^ qualsiasi^ imperativo^ sociale.^ Ma,^ d'altra^ parte, questo individualismo, di per sé desiderabile, comporta alcuni pericoli, perché l'individuo può pretendere dalla società più di quanto questa non possa dargli. Per questo è necessaria una disciplina, che soltanto la società può imporre. Nella (^) Divisione del lavoro sociale, e soprattutto nella prefazione alla seconda edizione, Durkheim fa allusione a quella che è, ai suoi occhi, la soluzione del problema, la guarigione del male endemico delle società moderne: l'organizzazione di gruppi professionali che favoriranno l'inte grazione degli individui nella collettività.
Lo studio del suicidio riguarda un aspetto patologico delle società mo derne e un fenomeno che manifesta nel modo più clamoroso la relazione tra l'individuo e la collettività. Durkheim vuole mostrare a qual punto
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gli individui siano determinati dalla realtà collettiva. D a questo punto d i vista i l fenomeno del suicidio presenta un interesse eccezionale, perché, apparentemente, nulla per l'individuo è più specificamente individuale del fatto di togliersi la vita. Se troveremo che questo fenomeno è governato dalla società, Durkheim avrà provato la verità della propria tesi basan dosi sul caso a essa più sfavorevole. Quando l'individuo è così solo e disperato da uccidersi, la società è anche allora presente alla coscienza del l'infelice e gli comanda, più della sua storia individuale, questo atto solitario. Lo studio di Durkheim sul suicidio è condotto col rigore di una disserta zione universitaria: incomincia con una definizione del fenomeno; pro segue con una confutazione delle interpretazioni precedenti; seguono una determinazione dei vari tipi di suicidio e, infine, fondata su questa tipo logia, lo sviluppo di una teoria generale del fenomeno studiato. Il suicidio è « qualsiasi caso di morte derivata direttamente o indiretta mente da un'azione positiva o negativa compiuta dalla vittima stessa e che quest'ultima sapeva che avrebbe dovuto produrre questo risultato )) (Le Suicide, ed. del 1 960, p. 5). Atto positivo : tirarsi un colpo di rivoltella alla tempia. Atto negativo: non lasciare una casa in fiamme o rifiutare qualsiasi cibo sino al punto di morirne. Uno sciopero della fame protratto sino alla morte è un esempio di suicidio. L'espressione « direttamente o indirettamente )) rinvia a una distinzione paragonabile a quella di positivo o negativo. Un colpo di rivoltella alla tempia dà la morte direttamente; ma non abbandonare una casa in fiamme o rifiutare il cibo, può provocare indirettamente, o a lungo termine, il risul tato desiderato, cioè la morte. Secondo questa definizione, il concetto di suicidio comprende non soltanto i casi correntemente riconosciuti come tali, ma anche l'atto dell'ufficiale che fa colare a picco la propria nave piuttosto di arrendersi, quello del samurai che si uccide perché si considera disonorato, quello delle mogli che, secondo certi costumi indiani, dovevano seguire il marito nella morte. In altre parole, bisogna considerare suicidio anche i casi di morte volontaria, circondati da un'aureola di eroismo e di gloria e che a prima vista non si è tentati di assimilare a quelli correntemente riconosciuti come suicidi, quello dell 'innamorato disperato, del banchiere rovinato, del criminale arrestato, riportati dalle cronache dei giornali. Le statistiche mostrano immediatamente che il tasso dei suicidi, cioè la frequenza dei suicidi in una determinata popolazione, è relativamente costante. � questo un fatto che Durkheim considera essenziale. Il tasso dei suicidi è caratteristico di una società globalmente considerata, o di una provincia o di una regione. Non varia in modo arbitrario, ma in funzione di molteplici circostanze. Il compito del sociologo è di stabilire correlazioni tra le circostanze e le variazioni nel tasso dei suicidi, varia zioni che sono fenomeni sociali. Conviene infatti distinguere il suicidio,
f.mi/e Durkheim (^) 3 1 1
disaccordo su tutto, Gabriel Tarde, il quale considerava che l'imitazione fosse il fenomeno chiave dell'ordine sociale.3 Per Durkheim, si confondono sotto il termine d 'imitazione tre fenomeni. Il primo è quello che oggi chiameremmo la fusione delle coscienze, il fatto che gli stessi sentimenti sono provati contemporaneamente da un gran numero di individui. L'esempio tipico è la folla rivoluzionaria di cui Jean Paul Sartre parla a lungo nella Critique de la raison dialectique (Critica della ragione dialettica). In una folla rivoluzionaria, gli individui tendono a perdere l'identità della loro coscienza; ognuno prova quel che prova l'altro; i sentimenti che agitano gli individui sono sentimenti comuni. Gli atti, le credenze, le passioni appartengono a ognuno perché apparten gono a tutti. Ma il fondamento di questo fenomeno psicosociologico è la collettività stessa e non uno o più individui. Il secondo fenomeno è quello in cui l'individuo si adatta alla collettività e si comporta come gli altri, senza che vi sia fusione di coscienze. Ognuno s'inchina agli imperativi sociali più o meno diffusi, o anche l'individuo non vuole distinguersi per la sua singolarità. La moda è una forma atte nuata di imperativo sociale. Una donna di un certo ambiente sociale si sentirebbe umiliata se portasse un vestito diverso da quello che è di moda in quella data stagione. In questo caso, non esiste imitazione, ma sotto missione dell'individuo alla regola collettiva. Infine, il solo atto che meriti di essere designato come imitazione, nel senso preciso del termine, è quello « che ha per antecedente immediato la rappresentazione di un atto simile, anteriormente compiuto da altri, senza che, tra questa rappresentazione e l'esecuzione, si frapponga alcuna operazione intellettuale, esplicita o implicita, che riguardi i caratteri intrin seci dell'atto riprodotto >>. (Le Suicide, p. 115). Per comprendere questo fenomeno basta pensare al contagio della tosse durante una conferenza
CQno in gruppi abbastanza numerosi. Inoltre, conviene distinguere due fenomeni : il contagio e l'epidemia. La distinzione è tipica del metodo di Durkheim. Il contagio è un fenomeno che possiamo chiamare interindividuale o anche individuale. Colui che tossisce dopo che la persona che lo precede ha tossito reagisce alla tosse del vicino. Alla fine, il numero di coloro che tossiscono può essere elevato, ma ciascun accesso è strettamente individuale. Il fenomeno va da un indi viduo all'altro come una pietra che rimbalza sull'acqua. L'epidemia che si può trasmettere per contagio è, invece, un fenomeno collettivo il cui fondamento è la società globalmente presa. Questa distinzione tra la sue-
' Gabriel Tarde (1843-1904) è autore delle seguenti opere: La Crimlnalité comparée (1888), Les Lois de l'imitat ion (1890), Les Trans{ormations du droit (1893), La Logique sociale (1895), L'Opposition universelle (1897) e L'Opinion de la {oule (1901). L'intluenza di Tarde, abba·
si Interessa molto di Tarde e parla volentieri di una sua vittoria postuma.
312 Le tappe del pensiero sociologico
cessione di atti individuali e il fenomeno collettivo permette, una volta di più, di cogliere l'essenza dell'intenzione di Durkheim, la determinazione della realtà sociale in quanto tale. In breve, « non si può designare con lo stesso nome [d'imitazione] il processo grazie al quale, in seno a un gruppo d'individui, si elabora un sentimento collettivo, o il processo da cui risulta la nostra adesione alle regole comuni o tradizionali di condotta, o infine quello che determina i (^) montoni di Panurge a buttarsi nell'acqua, perché uno d i essi ha inco minciato a farlo. Una cosa è sentire in comune, un'altra inchinarsi al l'autorità dell'opinione, e un'altra ancora ripetere automaticamente quello che altri hanno fatto ». (Le Suicide, p. 1 1 5.) Dopo queste analisi for!I}.ali, Durkheim rifiuta, coll'aiuto di statistiche, l'idea che il tasso dei suicidi sarebbe fondamentalmente determinato da fenomeni di imitazione. Se i suicidi fossero dovuti al contagio, si potrebbe seguire su una mappa la loro diffusione da un centro ove il tasso è particolarmente elevato verso le altre regioni. Ora, l'analisi della riparti zione geografica dei suicidi non mostra nulla di simile; accanto a regioni in cui il tasso è elevato, ve ne sono altre in cui è particolarmente basso. La distribuzione dei tassi è irregolare, incompatibile con l'ipotesi dell'imi tazione. Il contagio può esistere in determinati casi : così, alla vigilia di una disfatta, individui disperati si danno la morte l'uno dopo l'altro, ma questi fenomeni di contagio non spiegano né i tassi dei suicidi né le loro variazioni.
Dopo aver definito il fenomeno e scartato le spiegazioni basate sul l'imitazione e la psicopatologia, che non danno ragione del fenomeno sociale, resta da considerare la tappa principale della ricerca: la determi nazione dei ti p i. Per questo, Durkheim prende le statistiche del suicidio così come le trova, cioè statistiche incomplete e parziali relative a un ristretto numero di persone: il tasso dei suicidi oscilla da 100 a 300 su un milione d i persone all'anno. Per questo, alcuni medici, scettici, hanno sostenuto l a tesi che l o studio delle variazioni del tasso dei suicidi è quasi irrilevante, dato il piccolo numero dei casi e le possibili inesattezze di queste stati stiche. Durkheim costata che il tasso dei suicidi varia in funzione di un certo numero di circostanze che passa in rassegna. Pensa che i tipi sociali di suicidio possono essere determinati in funzione delle correlazioni stati stiche. Ma, secondo un'altra teoria sociologica, alcune variazioni potreb bero essere stabilite nel tasso dei suicidi in funzione delle circostanze, pur essendo illegittimo trame da queste covariazioni la determinazione dei tipi. I tre tipi di suicidio che Durkheim ritiene d i essere in grado di definire sono: il suicidio egoistico, il suicidio altruistico e il suicidio anomico. I l suicidio egoistico è analizzato facendo ricorso alla correlazione tra il