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Arriviamo a conoscere Schopenhauer, filosofo tedesco del XIX secolo, e la sua visione unica del mondo basata sulla distinzione tra fenomeno e noumeno. Esploriamo le radici culturali, il concetto del 'Velo di Maya', la supremazia della volontà e la natura dell'io. Scopriamo come Schopenhauer avvicini la filosofia occidentale alla tradizione indiana e buddista.
Tipologia: Schemi e mappe concettuali
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nasce a Danzica nel 1788. Nella sua giovinezza viaggiò in Francia e Inghilterra e frequentò l’università di Gottinga. Nel 1813, a Jena, si laureò sulla “Quadruplice radice del principio di ragion sufficiente”. Negli anni seguenti visse a Dresda, e lavorò alle sue prime opere come “Il mondo come volontà e rappresentazione” Dopo un viaggio a Roma e a Napoli, nel 1820 insegnò nell’università di Berlino fino al 1832. Tra il 1822 e il 1825 si trova in Italia. Rientra a Berlino, ma nel 1831 fugge per un epidemia di colera. Si stabilì a Francoforte sul Meno, fino alla morte, nel 1860.
Schopenhauer si pone come punto di incontro tra esperienze filosofiche eterogenee. Di Platone lo attrae la teoria delle idee. Da Kant deriva l’impostazione soggettivistica della gnoseologia, che in realtà èfrutto della lettura della Critica della ragion pura. Dall’ Illuminismo riprende il filone materialistico e l’ideologia. Dal Romanticismo trae temi come l’irrazionalismo, l’importanza attribuita ad arte e musica, il tema dell’infinito e il dolore. Tuttavia, il Romanticismo ha una visione ottimista. Schopenhauer, invece, è orientato a una visione pessimistica. Un ruolo importante è quello del pensiero idealistico, indicato spregiativamente come “filosofia delle università”, al servizio di interessi volgari come successo e potere. Schopenhauer critica fortemente Hegel, che considera come un ciarlatano. Nell’esporre il suo mancato apprezzamento per la filosofia contemporanea manifesta l’esigenza della libertà della filosofia. Un posto di rilievo spetta alla sapienza dell’antico Oriente. Il rapporto con questa tradizione non è vera e propria influenza, ma una sintonia. Schopenhauer è stato il primo a recuperare alcuni motivi orientali, da cui ha desunto immagini ed espressioni suggestive, ed è stato un grande ammiratore della sapienza orientale, profetizzandone il successo.
Il punto di partenza della filosofia di Schopenhauer è la distinzione kantiana tra fenomeno e noumeno. Per Kant il fenomeno (=cosa così come appare) èl’unica realt à accessibile alla mente umana e il noumeno (=cosa in sè ) era un concetto-limite che rammentava all’uomo i limiti della conoscenza, per Schopenhauer il fenomeno è parvenza, illusione e sogno, nell’antica sapienza indiana, era detto “Velo di Maya”. Il noumeno èla realt à che si nasconde dietro la trama del fenomeno e deve essere scoperto. Dunque, fin dal principio, Schopenhauer individua questi elementi in modo diverso dalla visione della Critica della ragion pura, avvicinandosi alla filosofia indiana e buddista. Mentre per il criticismo il fenomeno è l’oggetto della rappresentazione ed esiste fuori dalla coscienza, il fenomeno di Schopenhauer è la rappresentazione soggettiva ed esiste solo dentro alla coscienza. Il filosofo esprime l’essenza del kantismo con la tesi “il mondo è la mia rappresentazione”. La rappresentazione ha due aspetti essenziali e inseparabili: soggetto rappresentante e oggetto rappresentato. Soggetto e oggetto sono elementi imprescindibili della rappresentazione. Il materialismo èfalso perché riconduce il soggetto all’oggetto (materia). L’idealismo di Fichte è altrettanto errato perché tenta di negare l’oggetto e ridurlo al soggetto. Sulle orme del criticismo, Schopenhauer individua tre forme a priori che corredano la mente: spazio, tempo e causalità. Quest’ultima è l’unica categoria, a cui sono riconducibili tutte le altre dato che la realtà di un oggetto si risolve nella sua azione causale sugli altri oggetti. La causalità assume forme diverse a seconda degli ambiti; si manifesta: come principio del divenire (che regola i rapporti tra gli oggetti naturali), del conoscere (rapporti tra premesse e conseguenze), dell’essere (rapporti spazio- temporali e connessioni aritmetico-geometriche), dell’agire (connessione tra azione e i suoi motivi). Il filosofo paragona le forme a priori a vetri sfaccettati attraverso cui la visione delle cose si deforma, concludendo che la vita è sogno, un tessuto di apparenze. La realtà vera è quella riguardo alla quale l’uomo non pu ò fare a meno di interrogarsi ==> L’uomo è un “animale metafisico” che si stupisce della propria esistenza e la indaga.
Schopenhauer presenta la propria filosofia come un’integrazione a quella di Kant, vantandosi di aver individuato la via d’accesso al noumeno. Se noi fossimo solo conoscenza e rappresentazione non potremmo uscire dal mondo fenomenico. Ma poiché siamo anche corpo, non ci limitiamo a vederci da fuori ma ci viviamo da dentro, godendo e soffrendo. Questa caratteristica permette di squarciare il velo di Maya e afferrare la cosa in sé. La cosa in sé del nostro essere è la volontà di vivere, un impulso prepotente che spinge ad esistere e agire. Il nostro corpo è manifestazione esteriore delle brame interiori, così come il mondo fenomenico è il modo in cui la volont à si manifesta. Per esprimere la
supremazia della volontà, Schopenhauer ricorre a una serie di immagini: il rapporto tra volontà e fenomeno è come quello tra padrone e servo, cavaliere e cavallo, uomo e strumento, cuore e cervello. Basandosi sul principio di analogia, afferma che la volontà di vivere è anche la cosa in sé dell’universo, di cui tutti gli esseri sono pervasi.
Quando io vivo il mio corpo, non lo rendo un oggetto tra gli altri, ma lo sottraggo all’approccio fenomenizzante, smettendo di usare spazio, tempo e causalità che pongono i fenomeni nella molteplicità. Per questo l’essenza del mio corpo ha perso i limiti dell’individualità, non è più solo del mio corpo. È corretto parlare di fenomeni al plurale, ma di noumeno al singolare perché in questo non operano spazio e tempo. Tra i temi della filosofia di Schopenhauer attira quello del corpo, o dell’io. Questo si qualifica come la coincidenza di coscienza, volontà e corpo. Non si rinuncia ad alcuna delle componenti umane, che sono indisgiungibili. Mentre alcuni critici ritenevano che la fusione fosse avvenuta senza una giusta mediazione, altri hanno visto in questa concezione una riscoperta e una rivalutazione dell’individuo nelle sue piene facoltà.
Essendo al di là del fenomeno, la volontà di vivere presenta caratteri contrapposti a quelli del mondo della rappresentazione. In primo luogo, la volontà primordiale è inconscia, poiché la consapevolezza e l’intelletto ne costituiscono solo delle manifestazioni secondarie. Il termine volontà non indica una volontà cosciente, ma il concetto generale di energia o impulso. In secondo luogo, la volontà è unica, poiché esistendo al di fuori di spazio e tempo, che hanno la prerogativa di dividere e moltiplicare gli enti, si sottrae al principio medievale di individuazione (la volontà non è qui più di quanto sia l à e non è oggi più di quanto sia stata ieri o sar à domani). Schopenhauer dice che è in una quercia come in un milione di querce. Essendo oltre il tempo, la volontà è eterna e indistruttibile, ossia senza inizio né fine. Per questo Schopenhauer la paragona all’arcobaleno sulla cascata, non turbato dall’acqua. Essendo al di là della categoria di causa, la volontà èuna forza libera e cieca, ossia un’energia incausata, senza scopo. Noi possiamo cercare la ragione di una manifestazione fenomenica della volontà, ma non di essa stessa. La volontà primordiale non ha alcuna meta oltre sé stessa. Miliardi di esseri vivono per vivere e per continuare a vivere. Questa è l’unica verit à sul mondo, che gli uomini hanno cercato di mascherare postulando un Dio al quale finalizzare la loro vita. Ma Dio non può esistere e l’unico assoluto è la volont à. Schopenhauer ritiene che la volontà si manifesti in due fasi:
e tempo delle idee. Tra gli individui e le idee c’è un rapporto di copia-modello.
Il mondo delle realtà naturali si struttura in una serie di gradi: il grado più basso è costituito dalle forze generali della natura, i superiori da piante e animali. Questa piramide cosmica culmina nell’uomo, nel quale la volontà diviene pienamente consapevole. Ciò che acquista in coscienza, perde in sicurezza: come guida la ragione è meno affidabile dell’istinto, tant’è che Schopenhauer definisce l’uomo come un “animale malaticcio”.
PESSIMISMO: Dolore, piacere e noia Affermare che l’essere è la manifestazione di una volont à infinita equivale a dire che la vita è dolore per essenza. Volere significa desiderare e desiderare significa trovarsi in uno stato di tensione per la mancanza di qualcosa. Poiché nell’uomo la volont à èpiù cosciente che negli altri esseri, l’uomo risulta essere il più bisognoso e mancante, destinato a non trovare mai un appagamento. Ci ò che gli uomini chiamano godimento (fisico) o gioia (psichica) non è altro che una cessazione di dolore. Perché ci sia piacere è necessario che ci sia uno stato precedente di tensione o dolore. Lo stesso non vale per il dolore, che non può essere ridotto a cessazione di piacere. Mentre il dolore è un dato primario e permanente, il piacere è solo una funzione derivata del dolore, che vive unicamente a spese di esso. Il piacere vince il dolore solo annullando se stesso: quando viene meno la tensione del desiderio cessa la
aggressivi. Queste tesi hanno fatto sì che il filosofo fosse accusato di misantropismo. In realtà, il pessimismo antropologico è finalizzato a favorire la scelta della piet à.
Schopenhauer è l’unico a opporsi ai dogmi europeistici e storicistici della cultura dell’800. Innanzitutto, Schopenhauer ridimensiona la portata conoscitiva della storia, affermando che essa non è vera e propria scienza, in quanto non procede per leggi generali ma si limita alla catalogazione dell’individuale. Per questo motivo è inferiore all’arte e la filosofia, più profonde e veritiere. A furia di studiare gli uomini, gli storici perdono di vista l’uomo, cadendo nell’illusione che questo possa mutare. In realtà, Schopenhauer sostiene che, andando oltre le apparenze, si scopre che il destino dell’uomo è immutabile. Se la storia è soltanto il fatale ripetersi di un medesimo dramma, è necessario spogliarla della pretesa di rivelare il progressivo e prendere coscienza del fatto che l’umanità si trova in un perpetuo stato di dolore.
Schopenhauer afferma che l’esistenza, in virtù del dolore che la costituisce, risulta una cosa tale che si impara poco per volta a non volerla. Si potrebbe così pensare a una filosofia del suicidio, ma il filosofo lo rifiuta e lo condanna per due motivi: perché il suicidio non è una negazione della volont à ma una forte affermazione di quest’ultima, in quanto il suicida vuole la vita ed è solo malcontento delle condizioni che gli sono toccate. Perché il suicidio sopprime solo una manifestazione fenomenica della volontà di vivere e lascia intatta la cosa in sé, la quale pur morendo in un individuo, rinasce in mille altri. Pertanto, la vera risposta al dolore del mondo non consiste nell’eliminazione tramite il suicidio di una vita o più vite, ma nella liberazione dalla volontà di vivere. Ma come si possono spezzare le catene della volontà se questa è l’essenza dell’uomo? Invece di giustificare teoricamente questo passaggio, Schopenhauer si concentra su individui eccezionali (geni, santi, mistici...) che sono riusciti a liberarsi dalla volontà di vivere. In questo modo la voluntas diventa noluntas, ossia negazione di se stessa. Schopenhauer articola l’iter salvifico in tre momenti: arte, morale e ascesi.
Mentre la conoscenza scientifica è imbrigliata nelle forme dello spazio e del tempo e opera per i bisogni della volontà, l’arte è conoscenza libera e disinteressata, che si rivolge alle idee, ovvero le forme pure delle cose. Il soggetto che contempla le idee non è più un individuo naturale particolare ma il puro soggetto del conoscere, il puro occhio del mondo. Per la sua capacità di muoversi tra le forme eterne, l’arte sottrae l’individuo alla catena dei bisogni e dei desideri quotidiani, offrendogli un appagamento compiuto. Grazie all’arte l’uomo contempla la vita elevandosi al di sopra della volontà, del dolore e del tempo. Tuttavia, la funzione liberatrice dell’arte è parziale e ha i caratteri di un breve incantesimo. L’arte èun conforto alla vita, ma la redenzione richiede altri sentieri. Le varie arti sono ordinate gerarchicamente: al livello più basso vi è l’architettura, al più alto scultura, pittura e poesia, che hanno come oggetto il mondo vegetale, animale e umano. Tra le arti spicca la tragedia, rappresentazione del dramma della vita. L’arte più profonda è la musica, che si pone come immediata rivelazione della volontà a se stessa. È una vera e propria metafisica in suoni, che ci mette in contatto con le radici dell’essere.
A differenza della contemplazione estetica, la morale implica un impegno nel mondo a favore del prossimo. L’etica è un tentativo di porre fine alla lotta tra gli individui. Pur riconoscendo (con Kant) che il disinteresse è il cuore della moralit à, Schopenhauer sostiene (contro Kant) che l’etica non deriva da un imperativo categorico, ma da un sentimento di pietà attraverso cui avvertiamo come nostre le sofferenze degli altri. Non basta sapere che tutti soffrono, bisogna sentire e realizzare questa verità nel profondo dell’essere. È la moralità a produrre la conoscenza, non il contrario. Tramite la pietà si sperimenta l’unità metafisica di tutti gli esseri: tormentatore e tormentato, distinti fenomenicamente, sono noumenicamente una sola realtà. Per un sogno illusorio il malvagio si crede separato dal dolore, ma il rimorso e l’angoscia per i suoi misfatti costituiscono la consapevolezza dell’unità del volere cosmico. La moralità si concretizza in 2 virtù: la giustizia, che è un primo freno all’egoismo, ha un carattere negativo poiché consiste nel non fare il male; la carità (agape), che è la volont à positiva e attiva di fare il bene al prossimo. Diversamente dall’eros, l’agape è un amore disinteressato, autentico e
quindi pietà.
Sebbene implichi una vittoria sull’egoismo, la morale presenta ancora un attaccamento alla vita. Per questo Schopenhauer persegue una liberazione totale dalla volontà di vivere, che si raggiunge con l’ascesi, ovvero l’esperienza con cui l’individuo, cessando di volere la vita e il volere stesso, si propone di estirpare il desiderio di esistere, di godere e di volere. Il primo gradino dell’ascesi è la castità perfetta, che libera dall’impulso alla perpetuazione della specie. La rinuncia ai piaceri, l’umiltà, il digiuno, la povertà, il sacrificio e l’automacerazione sono manifestazioni dell’ascetismo finalizzate allo scopo di sciogliere le catene della volontà di vivere. La soppressione di quest’ultima è l’unico vero atto di libert à che sia possibile all’uomo. L’individuo, come fenomeno, è parte di una catena causale ed è necessariamente determinato. Quando riconosce la volontà come cosa in sé, l’uomo diventa libero, si rigenera ed entra nello stato che i cristiani chiamano “di grazia”. Mentre nei mistici del cristianesimo l’ascesi si conclude con l’estasi (stato di unione con Dio), nel misticismo ateo di Schopenhauer il cammino verso la salvezza mette capo al nirvana buddista, ovvero l’esperienza del nulla. Questo è un nulla relativo al mondo, una negazione del mondo stesso. Al contrario, il nirvana è un tutto, un oceano di pace. La teoria orientalistica dell’ascesi costituisce la parte più debole e contraddittoria della filosofia schopenhaueriana. È criticata per vari motivi: è contraddittoria la considerazione della possibilit à di annullare la volontà, se questa si identifica con la struttura metafisica del reale o addirittura l’assoluto e l’infinito stessi; la volontà non può non volere più se stessa; la fuga dalla vita contrasta il concetto di pietà e di impegno verso il prossimo; il fatto che Schopenhauer non abbia intrapreso la via ascetica personalmente fa sembrare il suo pessimismo non sincero. Tutte queste critiche non devono far perdere di vista né la denuncia della realtà del dolore, né la profondit à di molte analisi che hanno influenzato la cultura successiva.