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Infezioni Ospedaliere: Prevenzione e Controllo, Sintesi del corso di Scienze Infermieristiche

Una panoramica dettagliata sulle infezioni ospedaliere (IO), loro cause, localizzazioni, agenti patogeni e tappe. Viene inoltre discusso sulla importanza della prevenzione attraverso la formazione, informazione, addestramento, adesione a procedure adeguate, progettazione di ambienti e oggetti sicuri. Il documento include anche informazioni sui vettori animati e inanimati, il lavaggio delle mani e i parametri vitali. Le sezioni successive trattano di ferite, qualità del sangue, pressione arteriosa e temperatura di cute ed estremità.

Tipologia: Sintesi del corso

2019/2020

Caricato il 05/02/2020

arnndm
arnndm 🇮🇹

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SCIENZE INFERMIERISTICHE
Rischio: possibilità che un fenomeno (naturale o indotto) causi effetti dannosi sull’uomo. Probabilità che un
fenomeno raggiungi livelli tali da trasformarsi in pericolo. Quindi solo se qualcuno è esposto al pericolo si è nel
pericolo.
Pericolo: evento pericoloso (definisce danno provocato quindi causa) che può trasformarsi in danno
Danno: conseguenza negativa. Effetto
Rischio = P x D x E
P= probabilità che un fenomeno di verifichi. Si esprime in 4 livelli: improbabile (episodi non verificatasi), poco
probabile (noti rarissimi episodi), probabile (noto qualche episodio), altamente probabile (danni già verificati).
D= danni del soggetto conseguente alle sollecitazioni e all’intensità del fenomeno. Si esprime in 4 livelli: lieve,
medio, grave e gravissimo.
E= esposizione è il numero di unità o valore di ognuno degli elementi a rischio presenti.
Stima del rischio VEDI TABELLA (si ottiene da incrocio tra P e D)
Consente di stabilire il livello di priorità nell’intervenire per ridurre i livelli di rischio.
-C’è un approccio equilibrato quando il rischio reale coincide con il rischio percepito.
-L’incidente a volte è risultato di eccesso di sicurezza in capacità proprie o altrui, mancanza di
informazione, cose date per scontate, uso improprio di attrezzature, fretta, voler risparmiare tempo e
risorse.
(Adrenalina: ormone che predispone a lotta, fuga ecc.)
Fattori che agiscono sul rischio: età, sesso, interessi, conoscenze, contesto sociale, economico e politico,
capacità, gruppo.
Riduzione del rischio
2 conseguenze:
1. Rischio tollerabile: “non significativo”, accettato a seguito di ponderazione e che non dovrebbe
richiedere un ulteriore trattamento.
2. Rischio residuo: rischio rimanente a seguito del trattamento.
PxDxE/{Ki
{= protezione (riduce il danno).
-Attiva : messa in atto dai soggetti stessi.
-Passiva : interviene anche senza comando umano (es. impianti di rilevazione antincendio).
Ki= prevenzione (riduce probabilità).
Considera formazione, informazione, addestramento, adesione di comportamento a procedure adeguate,
progettazione di ambienti e oggetti.
Danno (in caso di assicurazione)
Qualsiasi pregiudizio subito dall’assicurato (o terzo) a seguito di sinistro.
3 tipi:
-Biologico : sulla salute.
-Patrimoniale : su beni.
-Morale : sfera psichica (anche dolore)
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Scarica Infezioni Ospedaliere: Prevenzione e Controllo e più Sintesi del corso in PDF di Scienze Infermieristiche solo su Docsity!

SCIENZE INFERMIERISTICHE

Rischio : possibilità che un fenomeno (naturale o indotto) causi effetti dannosi sull’uomo. Probabilità che un fenomeno raggiungi livelli tali da trasformarsi in pericolo. Quindi solo se qualcuno è esposto al pericolo si è nel pericolo. Pericolo : evento pericoloso (definisce danno provocato quindi causa) che può trasformarsi in danno Danno: conseguenza negativa. Effetto Rischio = P x D x E P = probabilità che un fenomeno di verifichi. Si esprime in 4 livelli: improbabile (episodi non verificatasi), poco probabile (noti rarissimi episodi), probabile (noto qualche episodio), altamente probabile (danni già verificati). D = danni del soggetto conseguente alle sollecitazioni e all’intensità del fenomeno. Si esprime in 4 livelli: lieve, medio, grave e gravissimo. E = esposizione è il numero di unità o valore di ognuno degli elementi a rischio presenti. Stima del rischio VEDI TABELLA (si ottiene da incrocio tra P e D) Consente di stabilire il livello di priorità nell’intervenire per ridurre i livelli di rischio.

- C’è un approccio equilibrato quando il rischio reale coincide con il rischio percepito. - L’incidente a volte è risultato di eccesso di sicurezza in capacità proprie o altrui, mancanza di informazione, cose date per scontate, uso improprio di attrezzature, fretta, voler risparmiare tempo e risorse. (Adrenalina: ormone che predispone a lotta, fuga ecc.) Fattori che agiscono sul rischio: età, sesso, interessi, conoscenze, contesto sociale, economico e politico, capacità, gruppo. Riduzione del rischio 2 conseguenze:

  1. Rischio tollerabile: “non significativo”, accettato a seguito di ponderazione e che non dovrebbe richiedere un ulteriore trattamento.
  2. Rischio residuo: rischio rimanente a seguito del trattamento. PxDxE/{Ki { = protezione (riduce il danno). - Attiva: messa in atto dai soggetti stessi. - Passiva: interviene anche senza comando umano (es. impianti di rilevazione antincendio). Ki = prevenzione (riduce probabilità). Considera formazione, informazione, addestramento, adesione di comportamento a procedure adeguate, progettazione di ambienti e oggetti. Danno (in caso di assicurazione) Qualsiasi pregiudizio subito dall’assicurato (o terzo) a seguito di sinistro. 3 tipi: - Biologico: sulla salute. - Patrimoniale: su beni. - Morale: sfera psichica (anche dolore)

Pericolosità Definita in un grafico intensità-tempo. Rischi (in natura) possono essere:

1. Natura infortunistica: (es. incendio) 2. Natura igienico-ambientale: biologici, fisici, chimici (es. esposizioni ad agenti biologici) 3. Natura trasversale: condizioni difficili, fattori ergonomici e psicologici.

  1. INFEZIONE = stabilirsi di un rapporto dinamico tra patogeno ed organismo ossia tra i mezzi di difesa dei due esseri
  2. INCUBAZIONE = periodo di tempo tra penetrazione e manifestarsi dei sintomi Terminologia Sepsi: infezione Stato settico: stato infettivo Asepsi: situazione in cui è altamente improbabile la sopravvivenza dei microrganismi. Antisepsi: procedura per ridurre il numero di microrganismi sui tessuti viventi mediante la distruzione o l’inibizione della riproduzione. Decontaminazione: metodica effettuata su tutto il materiale riutilizzabile, venuto a contatto con liquidi potenzialmente infetti, prima di sottoporlo alla procedura di detersione. Prima di toccare qualsiasi strumento bisogna decontaminarlo immergendolo in un disinfettante. Detersione: procedura meccanica atta ad allontanare una certa percentuale di microrganismi e di materiale organico e inorganico. Detergente: sostanza che riduce la tensione superficiale tra sporco e superficie da pulire favorendone l’asportazione. Disinfezione: processo chimico-fisico che riduce la contaminazione microbica in fase vegetativa su materiale inerte. Antisettico: sostanza chimica capace di prevenire o bloccare lo sviluppo di agenti patogeni attraverso l’inibizione o distruzione degli stessi sui tessuti viventi. Requisito necessario è l’assenza di tossicità e di azione irritante sull’organismo. Tessuti viventi. Disinfettante: sostanza chimica in grado di distruggere agenti patogeni in fase di sviluppo quindi batteri, funghi, virus escluse le spore batteriche (=più specifiche). Oggetti inanimati c ome ferri o superfici. Battericida: agente chimico o fisico in grado di distruggere solo i batteri. Viene applicato sia su oggetti inanimati e sia su tessuti viventi, ma non necessariamente le spore. Batteriostatico: agente chimico che previene la crescita dei batteri senza necessariamente distruggerli. Sterilizzazione: processo chimico o fisico in grado di distruggere tutte le forme di vita dei microrganismi e le relative spore. Tale processo indica una situazione in cui la sopravvivenza di un organismo è altamente improbabile. Trasmissione delle ICA 3 elementi:
  3. Sorgente di microrganismi infettanti: a. Sorgenti umane: ricoverati, operatori sanitari, visitatori affetti. b. Sorgenti ambientali: aria, acqua, dispositivi medici, attrezzature.
  4. Ospite suscettibile: a causa dell’età, malattie di base, trattamenti antibiotici, corticosteroidei o immunodepressivi, interventi, cateteri, intubazione endotracheale ecc.
  5. Mezzi di trasmissione: (5 vie principali) a. Via aerea: piccole particelle contenenti l’agente infettivo, rimangono sospese nell’aria a lungo. b. Goccioline “droplet”: goccioline di grandi dimensioni, generate da starnuti, tosse o parlato, si depositano sull’ospite o nell’ambiente.

c. Contatto: è il mezzo di trasmissione più frequente. Può essere un passaggio diretto (tra superfici corporee) o indiretto (oggetto che funge da intermediario). d. Vettori: animati (zanzare, mosche ecc.) e. Veicoli: inanimati (acqua, cibo, medicazioni ecc.) Lavaggio delle mani Perché? Raccomandazioni di CDC/HICPAC (gente che si occupa di igiene e malattie):

- Categoria IA: molto raccomandata e supportata da dati sperimentali, clinici o epidemiologici ben disegnati. - Categoria IB: molto raccomandata e supportata da dati sperimentali, clinici o epidemiologici e supportata dal piano teorico. - Categoria IC: richiesta per l’implementazione da standard, regolamenti o leggi. - Categoria II: suggerita per l’implementazione e supportata da studi clinici o epidemiologici suggestivi o da un razionale teorico o dal consenso di un gruppo di esperti. Quando? 5 MOMENTI FONDAMENTALI: (DOMANDA ESAME)

  1. Prima del contatto col paziente: prima e dopo. Al fine di proteggere dai germi patogeni presenti sulle mani. (Cat. IB)
  2. Prima di una manovra asettica: prima di maneggiare un dispositivo invasivo indipendentemente dai guanti (Cat. IB) o spostandosi da una parte all’altra del corpo del paziente (Cat. IB) Al fine di proteggere il paziente dai patogeni, inclusi i suoi.
  3. Dopo l’esposizione a un liquido biologico: dopo il contatto con liquidi biologico o deiezioni, mucose, cute non intatta, medicazioni di ferite (Cat. IA), spostandosi da una parte all’altra del corpo del paziente (Cat. IB), dopo la rimozione di guanti sterili (Cat. II) e non (Cat. IB). Lo si fa subito dopo l’esposizione (e non dopo la rimozione dei guanti). Per la protezione personale e dell’ambiente sanitario dai patogeni.
  4. Dopo il contatto con il paziente: prima e dopo (Cat. IB), dopo la rimozione dei guanti sterili (Cat. II) e non (Cat. IB). Al fine di proteggere te stesso e l’ambiente sanitario dai patogeni.
  5. Dopo il contatto con l’ambiente che circonda il paziente: dopo il contatto con le superfici inanimate e oggetti (compresi dispositivi medici) vicino al paziente (Cat. IB), dopo la rimozione di guanti sterili (Cat. II) e non (Cat. IB). Al fine di proteggere te stesso e l’ambiente sanitario. Come? Lavaggio: da effettuarsi quando sono visibilmente sporche o contaminate con materiale proteico, in caso di esposizione probabile o certa a microrganismi sporigeni (Cat. IB) e dopo i servizi igenici (Cat. II). Frizione: con prodotto a base alcolica, per 20/30 secondi circa, per l’antisepsi delle mani. Frizione in tutte le situazioni sottoelencate (se mani non visibilmente sporche) (Cat. IA), se no solo acqua e sapone (Cat. IB). - Visibilmente sporche o esposizione a liquidi biologici visibile. - Sospetto o conferma di esposizione a microcosi che fanno spore.

Parametri vitali

1. Coscienza Capacità di reagire agli stimoli interni ed esterni dimostrando, con il comportamento e il linguaggio, di avere consapevolezza di sé e dell’ambiente circostante. Principali alterazioni: (in ordine di alteramento) Confusione: difetto dell’attenzione, non c’è un flusso coerente di pensiero. Delirium: confusione, agitazione psicomotoria, tachicardia, ipertensione; oltre alla confusione c’è l’agitazione a livello mentale e motorio. Sonnolenza: stato simile al sonno da cui ci si può risvegliare facilmente, iniziano a scomparire le capacità di risposta agli stimoli. Stupor: sonno con profondo risveglio per stimoli dolorosi. Coma: stato di incoscienza non risvegliabile nemmeno con stimoli dolorosi ripetuti; può essere lieve, moderato o profondo (a seconda della comparsa o meno degli stimoli neurologici). Valutazione dello stato di coscienza: Chiamare la persona ad alta voce, scuotere le spalle, fare domande (es. nome, giorno, cosa succede ecc.) A seconda della risposta si fa la valutazione in base a una scala nota come l’AVPU (Awake – Vocal – Pain – Unresponsive). (Possono esserci dei segnali accessori quali deficit motori, sensibilità da un solo lato del corpo, o presenza di segni di irritazione meninginea come rigidità del corpo.) Vanno ricercati segni di trauma con sanguinamenti dietro la membrana timpanica o ecchimosi nella zona mastoidea. Un’attenta palpazione del cranio può rilevare ecchimosi non visibili. 2. Respiro Espansione dei polmoni e diminuzione della pressione e viceversa. Il tutto avviene per muscolo diaframmatico. Inspirazione attiva ed espirazione passiva. Pleura: foglietto molto sottile che aderisce alla parete esterna del polmone. Vie respiratorie/aeree: passano dalle cavità nasali fino ai polmoni. Alveoli polmonari: unità anatomo-funzionali. Intercostali esterni: altri muscoli respiratori. Bronchioli: spazio morto anatomico. La respirazione è guidata dal centro respiratorio, situato nel midollo allungato (mentre per il cuore non possiamo controllare i battiti, per la respirazione sì; finchè il cervello non ci impone di fare il respiro), esso regola la frequenza respiratoria. Dispnea : respiro difficoltoso. 3 fasi della respirazione

  1. Ventilatoria: penetrazione dell’aria fino agli alveoli tramite l’inspirazione e la sua eliminazione tramite l’espirazione. Fenomeno meccanico.
  2. Alveolo- c apillare: scambio di ossigeno con il sangue
  3. Circolatoria: trasporto di CO2 attraverso il sangue dai tessuti ai polmoni e viceversa.

Volume respiratorio totale definito da: a. Volume corrente b. Inspirazione max. c. Espirazione max. d. Volume residuo (quantità di aria inspirata con inspirazione max.) e. Volume di riserva respiratoria (quantità di aria espirata durante espirazione max.) Caratteristiche principali del respiro: a. Frequenza: numero di atti respiratori al minuto. (eupnea= frequenza regolare, tachipnea= frequenza accelerata, bradipnea= frequenza ridotta) b. Ritmo: ritmico o aritmico. c. Ampiezza: meccanismi automatici, ma siccome c’è anche una componente volontaria allora può subire delle modifiche. Può esserci un respiro superficiale o profondo. Condizioni ambientali: la CO2 favorisce la ventilazione, la scarsità di O2 inibisce la respirazione.

3. Polso Il movimento oscillante che ne deriva costituisce la pulsazione o onda sistolica (spinta derivata dalle sistole del cuore, le pareti si allargano al passaggio del sangue e si stringono subito dopo). Si usano indice, medio e anulare. Se i battiti sono regolari si calcola 30’’x2 o 15’’x4, invece se sono irregolari si calcola 1’. ECG: registra l’equivalente onda elettrica delle onde meccaniche del cuore. PGRS: circuito elettrico che corrisponde all’attività del cuore in caso di sistole (fase di contrazione del muscolo del cuore) e di diastole (fase di rilassamento). Caratteristiche del polso: (domanda esame) a. Frequenza (FC): numero di battiti per minuto (bpm). Neonato 95-160bpm, adulto maschio 60bpm, adulto femmina 70bpm (alcol, caffè, sport ecc. modificano la frequenza. b. Ritmo: regolare o irregolare. c. Qualità: pienezza, tensione, elasticità, sincronia (non lo chiede) d. Pressione arteriosa (PA): forza esercitata su una superficie. Dipende da: quantità di sangue pompata dal cuore, la resistenza incontrata dal sangue nei vasi (+ rigidi, + alta PA). Valore sistolico max.: pressione arteriosa massima; valore diastolico min.: pressione arteriosa minima. Sedi di polso: (inteso come pulsazione) a. Temporale: arteria temporale, tra occhio e attaccatura dei capelli. b. Carotideo: arteria carotidea, sul collo. c. Brachiale: arteria brachiale, lato interno della piega interna del gomito. d. Apicale/centrale: apice cardiaco, 4 o 5 spazio intercostale a sinistra, a metà clavicola. e. Radiale: lato interno del polso. f. Femorale: arteria femorale, in corrispondenza dell’inguine nell’angolo femorale. g. Popliteo: dietro al ginocchio, lungo il lato esterno. h. Pedidio: arteria dorsale del piede, lungo la parte superiore del piede, lateralmente al tendine sopra l’alluce.

LESIONI

Cute Funzioni:

- Protezione/di barriera - Di senso (conduzione di stimoli/sensazioni) - Termoregolazione - Melanogenesi (produzione di melanina) Soluzioni di continuo della cute:

  1. Ferite: soluzioni di continuo recenti
  2. Piaghe: soluzioni di continuo non recenti, tendenti a riparazione
  3. Ulcere: soluzioni di continuo non recenti, non tendenti a riparazione
  4. Fistole: ulcere fornite di uno o più orifizi e tramiti
  5. Ragadi: ulcere fissurali Ferite traumatiche 2 tipi:
  6. Tipo-morfologia a. Con perdita di sostanza (es. abrasioni/escoriazioni, da arma da fuoco ecc.) b. Senza perdita di sostanza (es. da punta, da taglio, da morso ecc.)
  7. Profondità: superficiale, profonda, penetrante (in organi, in cavità), trapassante (ferita in entrata ed in uscita) Tipi di lesioni Abrasioni/escoriazioni Agente lesivo diretto alla cute. - Danno solo superficiale - Facile porta d’ingresso per i microrganismi - La cute appare lesa e arrossata - Evidenti striature sanguinanti, che poi tendono a diventare croste - Gonfiore più o meno esteso - Può manifestarsi del sangue in uscita - Dolore variabile Abrasione= se più tagliente Escoriazione= se irregolare o con presenza di sporco Ferite da punta L’orifizio ripete la forma dell’agente lesivo (es. chiodo, spina, scheggia ecc.) - La ferita tende a richiudersi per il ritorno elastico del tessuto cutaneo - L’emorragia in genere è scarsa o assente - Il dolore e la gravità dipendono dalla dinamica dell’agente lesivo (se avvelenato, se ha incontrato cose strane nel suo percorso) Classificazione: superficiali, complesse (vasi o nervi), penetranti (in organi), trapassanti, avvelenate.

Ferite da taglio Margini della ferita netti e regolari.

- Emorragia presente più o meno abbondante - Divaricamento della ferita dipende dall’elasticità della cute e forza applicata Ferite da arma da fuoco Possono essere: di striscio, a fondo cieco, trapassanti o da scoppio (il proiettile investe parti del corpo contenenti liquidi). Se i colpi sono sparati da vicino ci può essere: ustione, affumicatura e tatuaggio. Ferite lacere e lacero-contuse Prodotte da agenti che per la violenza con la quale colpiscono la regione, superano il limite di resistenza della cute (es. stiramento, strappamento, compressione, torsione ecc.) - Margini irregolari - Possibili tumefazioni per ematomi sottostanti - Emorragia scarsa o assente Ferite complesse Associate a: - Fratture esposte con grossa perdita di sostanza - Lesioni tendinee - Lesioni nervose - Lesioni arteriose - Che interessano strutture (es. occhi, genitali ecc.) Trattamento delle ferite Ha lo scopo di impedire ulteriori peggioramenti, ridurre la componente batterica e infiammatoria locale, fare in modo che i lembi della ferita ritornino nella sede originaria e si cicatrizzino. Ha 4 fasi:

  1. DPI (Dispositivi di Protezione Individuali) : lavarsi le mani, indossare guanti, lavarsi le mani dopo, non toccare altre parti del corpo.
  2. Pulizia e detersione
  3. Antisepsi: disinfezione (domanda esame: differenza tra asepsi e antisepsi)
  4. Medicazione: la medicazione ideale deve garantire il giusto grado di umidità per favorire la cicatrizzazione, che la lesione non s’infetti, che la lesione sia al riparo da polveri e prodotti tossici, isolamento termico (con ipotermia non arriva il sangue con le sostante nutritive). N.B. Fino all’arrivo in pronto soccorso bisogna limitarsi a tamponare con garze e bende. Se ferita con amputazione: tamponare l’emorragia, recuperare il moncone e metterlo in una busta impermeabile e messa in un contenitore con del ghiaccio e acqua (temperatura ideale 4°).

La distanza tra il punto d’inserizione e il livello a cui è tenuto il drenaggio, deve essere di circa 60cm. Stomia Intervento nel quale si fa un buco sull’addome per raccordare l’intestino o le vie urinarie con l’esterno. Annulla il controllo volontario delle evacuazioni e rende necessario l’impiego di dispositivi per la raccolta delle deiezioni. Tipologie: a. Terminale: vengono interrotti tutti i collegamenti e diventa l’unico buco da cui esce quello che deve uscire b. Laterale: monconi del buco vengono abboccati alla cute e le pareti posteriori vengono fissate insieme per mantenerle fisse Scopi: palliativi (tumori inoperabili), di necessità, di protezione (per tenere a riposo il tratto a valle, magari dopo un intervento, durata temporanea o definitiva se il tratto a valle è inutilizzabile) Esiste anche la tracheostomia. Enterostomia A seconda della zona dell’intestino che viene bloccata si parlerà di:

- Ileostomia (intestino ileo viene fissato a destra) - Colonstomia: a livello del colon (ciecostomia: più rara, a destra; colonstomia ascendente: a destra; colonstomia traversa; colonstomia sigmoidea: a sinistra) - Urostomia (vie urinarie)