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definizione dell'aborto e approfondimento relativo alle diverse metodologie applicate
Tipologia: Appunti
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L'aborto è l'interruzione della gravidanza che determina la morte del feto prima del suo termine fisiologico (nove mesi) cioè prima che l’embrione sia in grado di condurre una vita extra-uterina sia che essa avvenga naturalmente sia provocata dall'intervento umano.
Questo tipo di interruzione della gravidanza viene adottata quando il medico individua la presenza di patologie e potenziali malattie che possono colpire la madre o il feto. Le cause più note che possono mettere in pericolo la vita della donna sono: gravi malattie cardiache, renali croniche, tubercolosi polmonare, forme tumorali che colpiscono la mammella. L’embrione può essere, invece, affetto da sindrome di Down (ecografia) o da anomalie che pregiudicano lo sviluppo dello stesso.
L’aborto volontario o provocato è stato introdotto, tutelato e disciplinato dalla legge n. 194/1978 che individua due momenti in cui vi è la possibilità per la futura madre di interrompere la gravidanza:
decisionale, questa era sottoposta ad una serie di pene, le quali variavano a seconda del ceto sociale. In alcuni documenti a proposito della giurisprudenza assira si fa riferimento persino alla pena di morte inflitta a donne che agirono contro la volontà del marito. Alcune scoperte archeologiche narrano di primi tentativi di estrazione di un feto sebbene si ritenga che tali metodi non fossero di uso comune, data la scarsa frequenza con cui vengono menzionati in antichi testi di medicina.
moralmente accettata e giuridicamente lecita in quanto era popolare l'idea secondo cui la vita iniziasse al momento della nascita. L'unico limite a tale pratica era rappresentato dall'uomo di riferimento, essendo, il feto parte della sua disponibilità. Ergo, per tutte le donne, ad eccezione di quelle non sottoposte a potestà come le prostitute, la pratica era permessa col beneplacito del marito e, nel caso in cui una donna incinta fosse condannata alla pena capitale, l'esecuzione veniva rimandata a il parto avvenuto. Le artefici principali erano le levatrici o le stesse gestanti e i mezzi sfruttati erano farmaci, accompagnati da cantilene magiche, violenti esercizi fisici o strumenti meccanici. In seguito allo studio di svariati documenti quali, ad esempio, il “giuramento di Ippocrate”,
studiosi e medici si trovano d'accordo nell'affermare il divieto di eseguire aborti, tuttavia altri non sono d'accordo con questa interpretazione ed evidenziano la presenza nel Corpus Hippocraticum di descrizioni di tecniche abortive.
poteva liberarsi di un figlio indesiderato non riconoscendolo. Tuttavia con l'introduzione delle 12 tavole vengono emanate delle leggi in merito all'aborto:
Con lo sviluppo della scienza medica e della prevenzione, la consapevolezza sociale dei rischi connessi all'aborto al di fuori di strutture ospedaliere, il tema dell'interruzione di gravidanza divenne sempre più argomento di dibattito, in particolare nei paesi occidentali. L'Unione sovietica (1919), l'Islanda (1935) e la Svezia (1938) sono stati tra i primi paesi a legalizzare varie tipologie di aborto.
disponibile a carico dello stato con l'obiettivo di fornire l'interruzione di gravidanze in un ambiente sicuro e con l'ausilio di medici anziché terapeuti non abilitati. La campagna fu molto efficiente nelle aree urbane (circa il 75% degli aborti effettuati a Mosca si svolsero in strutture ospedaliere), meno nelle aree rurali a causa della carenza di accesso a dottori e trasporti. Tuttavia nel periodo tra il 1936 e il 1955 tale pratica fu nuovamente dichiarata illegale.
permetteva aborti solo alle donne "ereditariamente malata", mentre lo proibiva a quelle di razza tedesca.
Corte costituzionale il 18 febbraio 1975, nella sentenza n.27 ha affermato che: "ricorrere all'aborto è conforme al diritto, non in assoluto ma nei casi indicati della legge”. La svolta sull'argomento ci fu quando fu costituita una commissione per discutere del tema, la quale emanò la legge 194 nel maggio del 1978. Essa consente alla donna, nei casi previsti dalla legge, di ricorrere alla interruzione volontaria di gravidanza in una struttura pubblica (ospedale o poliambulatorio convenzionato con la Regione di appartenenza), nei primi 90 giorni di gestazione. Tra il quarto e quinto mese è possibile ricorrere all'interruzione solo per motivi di natura terapeutica. Se la gravidanza mette in grave pericolo fisico e psichico la vita della madre, laddove si accettino le condizioni della madre, l'intervento può essere praticato senza le procedure richieste. L'obiezione di coscienza del medico non lo esime dal dover intervenire.