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Scrutare nell'anima di William Doherty, Sintesi del corso di Teologia

Scrutare nell’anima – William Doherty (Teologia, I anno Sviluppo) Riassunto che procede per capitoli

Tipologia: Sintesi del corso

2019/2020
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Scrutare nell’anima – William Doherty (Teologia, I anno Sviluppo)
PARTE PRIMA – LA MORALITÀ NELLA PRATICA PSICOTERAPEUTICA
Cap. 1 Psicoterapia e responsabilità morale
Nell’ultimo decennio la psicoterapia sta affrontando una crisi non rispetto ai
vantaggi della psicoterapia (pazienti sono soddisfatti) ma rispetto alla sua
capacità di entrare nel merito delle profonde problematiche sociali e morali
dei nostri giorni. Rispetto alle questioni morali e di responsabilità la
psicoterapia resta neutrale cercando di mantenere la propria professionalità.
Tuttavia considerazioni morali sono importanti nella comprensione e
valutazione del comportamento umano. Inoltre spesso i terapeuti fanno
sparire la coscienza morale sotto un velo di teorie psicologiche. Gli
psicoterapeuti fanno del loro meglio per evitare di restare invischiati nelle
questioni morali. Inoltre molti autori ritengono che la psicologia abbia inciso
sul processo di decadimento della famiglia e della collettività. I terapeuti oggi
si trovano ad affrontare il crescente scetticismo pubblico e il restringersi
dell’autonomia professionale. È necessario includere il discorso morale nella
pratica psicoterapeutica. Gli psicoterapeuti devono essere consulenti con un
riferimento morale. Secondo alcuni autori gli psicoterapeuti hanno
involontariamente promosso un individualismo espressivo: l’idea che i singoli
sono liberi di perseguire i loro interessi economici privati. La famiglia e la
collettività viene raramente considerata. Il singolo può concentrarsi su di sé in
quanto il suo benessere psicologico comporta inevitabilmente quello della
famiglia e della collettività.
Il sociologo Philip Rieff postulava che la civiltà occidentale è stata dominata
da quattro ideali della personalità: 1) l’uomo politico dell’antichità classica 2)
l’uomo religioso (ebraismo e cristianesimo fino all’illuminismo) 3) l’uomo
economico (dall’illuminismo all’inizio del XX sec.) 4) l’uomo psicologico, il cui
scopo è la soddisfazione di sé. Il centro diventa il Sé, che sopravvive anche
qualora le comunità si disgreghino.
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Scrutare nell’anima – William Doherty (Teologia, I anno Sviluppo) PARTE PRIMA – LA MORALITÀ NELLA PRATICA PSICOTERAPEUTICA Cap. 1 Psicoterapia e responsabilità morale Nell’ultimo decennio la psicoterapia sta affrontando una crisi non rispetto ai vantaggi della psicoterapia (pazienti sono soddisfatti) ma rispetto alla sua capacità di entrare nel merito delle profonde problematiche sociali e morali dei nostri giorni. Rispetto alle questioni morali e di responsabilità la psicoterapia resta neutrale cercando di mantenere la propria professionalità. Tuttavia considerazioni morali sono importanti nella comprensione e valutazione del comportamento umano. Inoltre spesso i terapeuti fanno sparire la coscienza morale sotto un velo di teorie psicologiche. Gli psicoterapeuti fanno del loro meglio per evitare di restare invischiati nelle questioni morali. Inoltre molti autori ritengono che la psicologia abbia inciso sul processo di decadimento della famiglia e della collettività. I terapeuti oggi si trovano ad affrontare il crescente scetticismo pubblico e il restringersi dell’autonomia professionale. È necessario includere il discorso morale nella pratica psicoterapeutica. Gli psicoterapeuti devono essere consulenti con un riferimento morale. Secondo alcuni autori gli psicoterapeuti hanno involontariamente promosso un individualismo espressivo: l’idea che i singoli sono liberi di perseguire i loro interessi economici privati. La famiglia e la collettività viene raramente considerata. Il singolo può concentrarsi su di sé in quanto il suo benessere psicologico comporta inevitabilmente quello della famiglia e della collettività. Il sociologo Philip Rieff postulava che la civiltà occidentale è stata dominata da quattro ideali della personalità: 1) l’uomo politico dell’antichità classica 2) l’uomo religioso (ebraismo e cristianesimo fino all’illuminismo) 3) l’uomo economico (dall’illuminismo all’inizio del XX sec.) 4) l’uomo psicologico, il cui scopo è la soddisfazione di sé. Il centro diventa il Sé, che sopravvive anche qualora le comunità si disgreghino.

Freud ha situato la coscienza morale nel super io, facendo di esso il depositario della morale tradizionale della cultura di appartenenza di ognuno. Freud ha così tolto la moralità dal nucleo della personalità (l’Io) e pertanto dalla cura psicologica. Freud e altri autori hanno assunto il compito di liberare gli individui da convenzioni soffocanti. Si è venuta così a creare una moralità riflessiva, ovvero avente come referente la soddisfazione dei propri bisogni  l’impegno verso le relazione e la collettività è di conseguenza strumentale al raggiungimento del benessere individuale. Tuttavia oggi il quadro sociale è diverso, gli psicoterapeuti non devono più considerarsi agenti di liberazione da un’etica di autosacrificio e soppressione. Quella battaglia è stata ampiamente vinta. È pertanto necessario tronare a considerare la psicoterapia come un’impresa morale. La psicoterapia al massimo delle sue potenzialità può essere un’esperienza profondamente creatrice di umanità che aumenta le nostre capacità morali. Non c’è bisogno che i terapeuti dettino regole morali o pretendano di avere tutte le risposte. Piuttosto il ruolo del terapeuta è tentare di porre un obbligo morale nella vita quotidiana, aiutare gli individui a scoprire e applicare da sé le regole morali che essi, in quanto esseri sociali, già possiedono  la realizzazione della persona viene così vista come parte di una rete continua di legami personali e sociali che ci nutrono e creano obblighi umani che non possiamo ignorare. Cap. 2 Impegno Storia di Bruce, divorzio, impegno familiare  investimento genitoriale inviolabile, impegno incondizionato e costante. In quanto padre è una figura unica e insostituibile. L’espressione di istanze morali in terapia non rappresenta una sfida esclusiva del terapeuta ma piuttosto implica una sensibilità morale propria dei pazienti. Ognuno di noi ha delle istanze morali spontanee in quanto essere umano, il terapeuta deve dunque sostenere le espressioni morali spontanee dei pazienti. Il terapeuta risulta così in una posizione potente per incoraggiare o scoraggiare l’impegno (verso i figli, verso i genitori, verso il coniuge e il matrimonio stesso ecc.). Restare sposato “per il bene dei figli” o perché “ho preso un impegno importante” talvolta vengono dai terapeuti considerate come scuse per evitare di prendere una decisione difficile ma basata sui propri bisogni  l’interesse personale è spesso l’unico

3- Porre domande ai pazienti rispetto alle conseguenze delle loro azioni su altri 4- Articolare il dilemma morale senza esplicitare la propria posizione 5- Presentare risultati di ricerche e dati clinici per far pesare le conseguenze di determinate azioni, in particolare per individui vulnerabili (influenzare i pazienti a intraprendere una linea di azione che il terapeuta considera moralmente e psicologicamente più sana) 6- Descrivere come si consideri la questione in generale e come si tenda a valutare le scelte morali, mettendo in rilievo che ogni situazione è unica e che il paziente prenderà la propria decisione 7- Dire esplicitamente quanto ci preoccupano le conseguenze morali delle azioni del paziente 8- Affermare chiaramente che non si è in grado di sostenere una decisione o un comportamento di un paziente, spiegare la propria decisione in termini morali e, se necessario, ritirarsi dal caso. Cap. 3 Giustizia Un compito centrale della psicoterapia è quello di aiutare i pazienti ad affrontare le loro esperienze di ingiustizia. Un mondo di trattare della giustizia in terapia implica aiutare i pazienti a percepire come essi siano sfruttati e a fornire loro gli strumenti per affermare i propri diritti e bisogni. Ad esempio pazienti che appartengono a gruppi che vengono discriminati o oppressi possono essere aiutati a smettere di rimproverare se stessi per gli effetti che condizioni sociali producono sulla loro vita. in generale i terapeuti possono aiutare le persone a considerare la propria sofferenza attraverso lenti più ampie che non quelle del fallimento personale. Quando si aiuta il paziente ad affrontare l’ingiustizia bisogna innanzitutto aiutarlo ad esternare la collera e l’offesa che essi hanno interiorizzato sotto forma di disprezzo di se stessi. In un secondo momento è importante accettare come reale la propria esperienza di ingiustizia. Es Paul, gestione tre bambini con ex coniuge (ne avrebbe presi con sé solo due su tre, a rotazione)  Doherty va contro tutto il gruppo in terapia esprimendo quanto fosse sbagliato nei confronti di Susan (moglie non avrebbe avuto mai momento libero e sarebbe stato dannoso per i bambini se non

avesse retto). Sforzarsi di essere corretti verso qualcuno che ci ha feriti e rifiutati è un momento di grande intensità morale in cui il terapeuta può agevolare una genuina crescita morale. Ciò non significa sacrificare il proprio interesse personale facendo concessioni che non vengono contraccambiate. La regola aurea implica autoprotezione e trattamento corretto degli altri. Alcuni pazienti vengono in terapia pronti a vendersi l’anima pur di evitare un conflitto: essi hanno bisogno di aiuto per affermare i propri diritti. Altri pazienti invece vacillano per i colpi di azioni eccessivamente scorrette dell’ex coniuge: essi hanno bisogno di aiuto per proteggere se stessi e recuperare un certo grado di iniziativa  è difficile affermare o promuovere la statura morale di un paziente che stia avendo a che fare con forti sentimenti negativi e un urgente bisogno di autoprotezione. Anche se il coniuge è scorretto, abbiamo la responsabilità di aiutare i pazienti a evitare di compromettersi sul piano etico (ad esempio manipolando i figli). Esempio caso Fran e Steve  Fran gestisce figlia ritardata mentre Steve lavora. Il primo elemento chiave della terapia fu di aiutare Fran a prendere posizione sul fatto che Steve condividesse il suo “fardello”. Fran stava crollando e doveva smettere di giustificare il marito per il fatto che lui faceva ore di lavoro straordinario e allo stesso tempo doveva smettere di denigrare se stessa. Il secondo elemento chiave nella terapia fu aiutare Steve a capire che non era corretto che sua moglie si sobbarcasse tutta la responsabilità della cura della figlia. Doherty non ridefinisce il ruolo del marito in termini di aiuto ma piuttosto ridefinisce la questione in termini di equilibrio di responsabilità e di una corretta condivisione dei doveri. I due erano infatti prigionieri di un’intesa iniqua a causa della loro credenza tradizionale rispetto ai ruoli di genere  fare appello alla correttezza è una risorsa fondamentale per i terapeuti nel promuovere l’eguaglianza di genere in coppie e famiglie. Molto spesso le donne fanno appello a un’etica della partecipazione chiedendo che l’uomo contribuisca maggiormente al lavoro domestico tuttavia risulta più efficace richiamare un’etica di correttezza, di equilibrio. Gli uomini rispondono infatti più prontamente a istanze di giustizia e correttezza, che sono già radicate nel genere maschile, piuttosto che a istanze di partecipazione che invece più radicate nel genere femminile. Inoltre va sottolineato che la giustizia vale in ogni rapporto nei due sensi  non è raro

Esempio Chad e madre rapporto malsano e invischiante. Chad ora vive da solo e desidera passare il giorno del ringraziamento con la ragazza (che a madre di Chad non piace). Per non far soffrire madre pensa di dire bugia: deve lavorare tutto il giorno e studiare per un esame quindi non può passare con lei il ringraziamento. Doherty invita Chad a gestire la situazione senza ricorrere all’inganno  Chad si stava mettendo in una posizione di inferiorità rispetto alla madre, non deve nascondere il proprio sé autentico. Durante la terapia valutano insieme i possibili effetti che questa bugia avrebbe avuto sulla madre e sulla loro relazione. Ci sarebbe stata certamente un’incrinatura sulla fiducia, mentire presentava il rischio di ferire la madre e incrinare la relazione. Quando Chad decise di dire la verità alla madre Doherty lo incoraggiò, richiamando il tema dell’integrità: l’integrità è armonia tra le nostre convinzioni morali e le nostre azioni. Chad stava mantenendo la sua integrità morale, aveva fatto una scelta coerente con i suoi valori e convinzioni. Nonostante le scuole di psicoterapia abbiano approcci diversi verso la sincerità, nessuna di esse tratta in modo adeguato la dimensione morale. La psicoanalisi ha sottolineato l’importanza della sincerità con se stessi, ovvero scoprire e affrontare dimensioni nascoste o represse della propria personalità. Le terapie umanistiche (Rogers) hanno messo in rilievo l’autoconsapevolezza, ovvero conoscere la nostra verità. Si dà maggior rilievo al bisogno e diritto di esprimere ciò che è vero. I terapeuti cognitivo-comportamentali hanno un orientamento hic et nunc verso i pazienti, aiutano i pazienti a valorizzare al massimo i propri compensi psicologici. In questo caso il modello morale implicito è ancora una volta quello di interesse individuale. La terapia familiare è più relazionale rispetto agli altri modelli tuttavia concettualizzerebbe il dilemma di Chad in termini relazionali (quali effetti ha menzogna sulla relazione?) e non morali. Doherty per sincerità non intende il dire sempre ciò che è vero ma intende il dire ciò che si ritiene essere il vero; d’altra parte si mente quando si afferma qualcosa in cui non si crede allo scopo di ingannare. La menzogna è un messaggio intenzionalmente ingannevole. I terapeuti dovrebbero interessarsi della sincerità dal momento che ogni relazione umana definibile come autentica si basa sulla sincerità che è il fondamento della fiducia, senza la quale i rapporti umani si disgregano. Oltre a indebolire le relazioni, la

menzogna impone oneri scorretti e oppressivi a colui che viene ingannato. Una menzogna costruisce un senso di irrealtà, una disarmonia. Certamente alcune bugie sono considerate innocenti (es dire a qualcuno che si apprezza un regalo che in realtà non piace)  essere completamente sinceri in questi casi sarebbe crudele. Tuttavia se l’uso di bugie innocenti diventa frequente soprattutto per evitarsi fastidi Doherty parla di codardia morale. Oggi vi è una profonda contraddizione tra autorealizzazione e responsabilità morale verso gli altri. La psicoterapia può fornire una guida per la riconciliazione tra autorealizzazione e responsabilità morale  è necessario far capire ai pazienti che l’autorealizzazione non esclude le istanze morali ma anzi sotto certi aspetti ne necessita. Se un terapeuta non rileva la dimensione morale dell’essere sinceri, aiuta i propri pazienti a dire la verità solo quando ciò serva ai loro bisogni o promuova la loro crescita individuale. Cap. 5 Senso della collettività In psicoterapia è importante prendere in considerazione la collettività. Spesso si rischia di focalizzarsi esclusivamente sul singolo individuo. In realtà interpretare i problemi di un paziente in termini di collettività è vantaggioso. Focalizzarsi anche sulla collettività significa che non si devono accollare ai pazienti responsabilità primarie per problemi che derivano da forze ambientali. Una madre povera e afroamericana, ad esempio, deve affrontare dei problemi che in parte sono attribuibili al razzismo. Aiutarla a considerare i suoi problemi in un contesto più ampio può essere molto importante. In psicoterapia è necessario prestare attenzione anche alle forze sociali, allargando gli orizzonti anche oltre la famiglia del paziente. Basti pensare a un uomo di colore che subisce sguardi spaventati o carichi di lavoro con minori opportunità. Alcuni psicoterapeuti in casi come questi danno per scontato lo status quo e spingono il paziente ad adattarsi al contesto nel quale vivono. Esempio Anna e Don hanno figlio con fibrosi cistica e figlia con deficit neurologici. L’equipe medica si affidava sulle conoscenze di Anna riguardo alle condizioni dei figli e di conseguenza venivano concentrate troppe aspettative su di lei, per poi addirittura biasimarla perché ipercoinvolta. L’equipe non stava assumendo la responsabilità nei confronti di questa famiglia. In casi come questi lo psicoterapeuta non può limitarsi a lavorare sul

significanza” che dà significato alla vita umana. Rinchiudersi nel proprio bozzolo privato risulta alla lunga una sconfitta per il sé poiché depriva la vita di un significato più ricco. La connessione tra privato e pubblico dà valore alla vita. Quando i pazienti raccontano dei propri contributi come il volontariato, l’amministrazione locale, aiutare i bambini a scuola o proporre programmi di educazione religiosa, alcuni terapeuti sottolineano come l’attività soddisfi bisogni e obiettivi del paziente. Oppure si sottolineano sui benefici che l’attività sociale offre al paziente. Ciò che manca è un esplicito riconoscimento del contributo del paziente al benessere altrui nella collettività. Il terapeuta dovrebbe sostenere entrambi gli aspetti: non solo quanto l’attività aiuta il paziente a cresce personalmente ma anche quanto il paziente, così agendo, aiuta gli altri nella collettività. I terapeuti tendono a restare centrati sul linguaggio dell’interesse individuale e al mandato di promuovere l’interesse personale. Quando sia il tempo clinicamente giusto, il terapeuta può presentare l’idea che il paziente si impegni in attività di pubblica utilità. Trascorriamo le nostre vite in collettività che ci modellano e che a loro volta vengono modellate da noi. SECONDA PARTE – IL CARATTERE MORALE DEL TERAPEUTA Cap. 6 Partecipazione Innanzitutto per essere un buon terapeuta è necessario avere la dote della partecipazione (oltre a coraggio e prudenza, vedi dopo). Infatti per essere un buon terapeuta serve più della conoscenza e dell’abilità, sono necessarie ciò che i greci chiamavano virtù: predisposizioni a fare ciò che è bene o che è giusto. L’etica della psicoterapia è generalmente dominata dall’approccio normativo: rispettare la segretezza, promuovere il benessere del paziente ecc.  queste regole stabiliscono il comportamento del terapeuta ma non trattano del carattere del terapeuta e di come possa influenzare la relazione e il successo della terapia. Ci sono terapeuti che rispettano le regole e non mancano di conoscenza eppure mancano di alcune qualità del carattere. Le virtù sono collegate alla natura della professione (es un agricoltore per esercitare al meglio la sua professione necessità di virtù diverse rispetto a quelle di cui può aver bisogno un terapeuta). Secondo Pellegrino e Thomasma

l’essenza morale di una professione sanitaria è la relazione speciale che la malattia e la risposta alla malattia creano tra chi cura e il paziente. Una virtù di particolare interesse è dunque la partecipazione che comprende guarire, farsi carico e curare. La partecipazione è la capacità e la predisposizione a farsi carico di coloro che ci affidano la propria sofferenza  la capacità del terapeuta di creare un’atmosfera calda e accogliente è una componente principale della guarigione in ogni forma di psicoterapia, la sua assenza è invece una della cause principali dell’insuccesso terapeutico. Es psicoterapeuta Frankl, telefonata alle tre di notte da donna che vuole suicidarsi. Frankl le parla per mezz’ora senza adirarsi con la donna per averlo disturbato. La donna non viene convinta da niente di ciò che dice Frankl piuttosto decide di andare a trovarlo in ospedale in virtù del fatto che egli l’aveva ascoltata pazientemente. Purtroppo le principali professioni d’assistenza hanno minimizzato il ruolo della partecipazione. Piuttosto oggi predomina la razionalità, la competenza, la tecnica. Così allo stesso modo i pazienti sono privati del loro contesto e vengono ridotte a mere categorie, cioè le loro diagnosi, il QI, lo status legale. Tuttavia la partecipazione non è un accessorio ma è una virtù essenziale per la reciproca comprensione che è il cuore della relazione di assistenza (un avvocato che non sia partecipe probabilmente non capirà ciò che un cliente che sta divorziando vuole veramente). Secondo il filosofo Noddings una relazione partecipe implica tre elementi da parte di “chi è partecipe”:

  • La ricettività verso l’altro: colui che è partecipe lascia entrare l’altro, sente insieme all’altro piuttosto che immaginarsi l’altro da fuori. La differenza è tra sapere che una persona è depressa ed essere in grado di essere con l’altro nell’esperienza di tristezza e disperazione.
  • L’essere completamente assorbiti dall’altro: riguarda un’attenzione concentrata. L’altro diventa il centro d’attenzione totale del mio interesse in quel momento. Per i pazienti questa esperienza di totale attenzione comporta una potente sensazione di essere importanti, accettati e perfino amati. Per i terapeuti invece una totale attenzione rende il lavoro gratificante ma anche impegnativo, è necessaria una buona capacità nel mantenere i confini personali e professionali e nel tenere conto non solo

pazienti, si spera che non si presentino. Oltre all’ambiente anche la cultura può essere una barriera: se la partecipazione è fondata su una comprensione crescente, essa viene messa alla prova ogni volta che lavoriamo con persone che non condividono la nostra cultura. Oltre alle barriere alla partecipazione vi sono dei rischi che la partecipazione può comportare:

  • Essere eccessivamente ricettivi può portare alla perdita dei confini relazionali. Ci può essere ad esempio un’eccessiva identificazione con il paziente, il portarsi a casa i problemi del paziente, il coinvolgimento personale o addirittura sessuale.
  • Il paternalismo: sopravvalutare il potere della propria attenzione (Partecipazione) credendo che essa trasformi il paziente. Si può sottovalutare l’importanza della comprensione diagnostica e delle tecniche come anche del continuo studio e aggiornamento personale.
  • Confusione tra partecipare e affrontare: credere che essere partecipi significhi sempre sostenere e accettare. Farsi carico dei problemi del paziente significa che bisogna essere anche energici e provocatori e non accettare passivamente ciò che il paziente porta.
  • Potenziale scissione tra sostegno e tecnica, intuizione e ragione. La partecipazione richiede un’oscillazione continua tra una modalità razionale e di problem solving e un modello ricettivo-intuitivo. Se ci si concentra troppo sulla partecipazione si rischia di perdersi nell’emotività del paziente; se ci si concentra troppo sulla modalità razionale si rischia di divenire insensibili e ciechi. Cap. 7 Coraggio Il coraggio sembra una virtù lontana dal mondo psicologico. In realtà anche al terapeuta è richiesta una buona dose di coraggio nell’osare qualcosa di rischioso o difficile per aiutare il paziente. Es triangolazione Lorraine, James (morbo di Parkinson), dott. Murphy  relazione stretta tra Lorraine e Murphy che ostacola cura di James e relazione con James, “bisticci da amanti”, Murphy spiega a Doherty di voler interrompere la relazione professionale con Lorraine e James ma di aver paura. Doherty comunica decisione di Murphy a Lorraine e James. Lorraine è

furiosa e crede che sia stato Doherty a suggerire a Murphy di interrompere la relazione con lei e con James. Lorraine impiegò del tempo a elaborare il lutto per la sua intensa relazione con dott. Murphy ma ne uscì più desiderosa di migliorare la sua relazione con James. Non fu relazione facile ma erano liberi da un triangolo malsano con uno specialista. Secondo Waters e Lawrence il coraggio è ciò che spinge i pazienti a superare gli ostacoli al loro sviluppo e ciò che permette ai terapeuti di perseverare in situazioni cliniche difficili. I terapeuti devono trovare il coraggio di continuare a tentare, il coraggio di assumere posizioni chiare. All’opposto la mancanza di coraggio si evince quando i terapeuti permettono ai pazienti di mantenere vecchi modelli invece di far avanzare la terapia a un nuovo livello di intensità che può possa in difficoltà il terapeuta. (es evitare di lavorare a fondo per convincere un marito a partecipare a una terapia di coppia e accontentarsi di una terapia individuale). Il coraggio è importante in molte situazioni ad esempio:

  1. Psicoterapia con uomini che non sono molto interessati alla psicoterapia. La terapia è un mondo di intimità, introspezione, sentimenti, tutti elementi alieni alla mascolinità. Gli uomini spesso giungono in terapia quando il matrimonio o la loro famiglia è in crisi profonda. Inoltre sono spesso scettici sul fatto che la terapia possa servire. Gli stessi terapeuti sono intimiditi da questi uomini adirati o scettici. Tuttavia la mancanza di polso rende uno scarso servizio ai pazienti e mina l’integrità morale del terapeuta.
  2. Il suicidio: ciò è considerato l’estremo fallimento clinico inoltre la sofferenza è duplice: da un lato la perdita di un paziente in un modo tragico, dall’altro il timore di una denuncia. Sempre più famiglie infatti incolpano il terapeuta per il suicidio di un loro caro. Diventa sempre più difficile quindi praticare la virtù del coraggio in questo caso. I colleghi e gli avvocati mettono in guardia dal prendere in cura un simile paziente. Il risultato è un uso improprio del ricovero ospedaliero del paziente al fine di curare le ansie del terapeuta. Molti ricoveri avvengono prematuramente perché il terapeuta esita a prendere in terapia casi simili.

qualunque ricordo del paziente può essere accurato. Tuttavia il terapeuta è chiamato a pensare in termini epidemiologici e demografici (= deve tenere conto la prevalenza di alcuni problemi nella popolazione). I terapeuti ogni giorno prendono centinaia di decisioni cliniche che riguardano la scelta dei tempi: quando sostenere, quando sfidare, quando mettere alla prova, quando riflettere, quando lasciar perdere, quando stare in silenzio. Una buona scelta dei tempi è il nucleo di una buona terapia. Esempio Michael, entrato e uscito da ospedale psichiatrico per depressione e abuso di alcool. La madre Joan contatta Doherty e chiede delle sedute per lei. Emerge che Michael è molto poco autonomo e dipende fortemente dalla madre. Nelle sedute successive viene anche con figlio Michael. M e J hanno relazione simbiotica e invischiata. Tutti i terapeuti che hanno lavorato con Michael non sono riusciti a trovare la giusta tempistica per guidarlo verso l’autonomia. Questi professionisti applicavano un modello medico semplicistico, identificavano un problema (rapporto simbiotico mamma-figlio), lo rilevavano al paziente e alla madre e poi intervenivano direttamente. Così peggioravano le cose: chiedevano a Michael di interrompere la relazione con la madre, lui magari scompariva per giorni o tentava il suicidio. Doherty assunse perciò una posizione con tempi molto più lunghi e di sostegno verso la relazione di Joan e Michael. Piuttosto che esplicitare il problema dell’iperprotettività, Doherty aiutò Joan a lavorare sui piccoli problemi quotidiani di autonomia con Michael. Cercò di aiutarli a costruire dei nuovi confini senza implicare che i vecchi fossero colpa di qualcuno. Col tempo Michael venne affidato a un altro terapeuta che impose confini tra madre e figlio (es niente contatti tra madre e terapeuta di Michael). Ora però erano pronti e il progresso di Michael fu rapido. A volte ci aspettiamo troppo da noi stessi e dai nostri pazienti. In terapia i giudizi prudenti sono importanti soprattutto quando i pazienti stanno prendendo decisioni che possono cambiare la loro vita. È quindi importante evitare le prescrizioni, piuttosto offrire modi di riformulare il problema che lasciano aperti i diversi scenari di cambiamento. POSCRITTO – ALLA RICERCA DI UN BUON TERAPEUTA

Molti terapeuti che possiedono una buona formazione sono ciechi di fronte alle istanze di responsabilità morale e sottovalutano l’importanza della personalità del terapeuta e i bisogni della collettività. Dunque cosa cercare in un buon terapeuta?

  • Partecipazione: il terapeuta che è sinceramente empatico, che mostra reale attenzione e interesse nei confronti del paziente
  • Coraggio: un terapeuta pronto a sfidare il paziente anche se può metterlo sulla difensiva. La terapia non deve essere solo un esercizio per sentirsi bene. Il terapeuta dovrebbe mostrare la volontà di continuare ad affrontare le istanze che il paziente preferirebbe evitare.
  • Prudenza: il terapeuta deve essere realistico e ragionevole, non troppo timido né troppo rischioso. Cauto risetto a dare consigli espliciti sulle decisioni del paziente ma, quando è il momento, pronto a dare consigli che hanno senso.
  • Volontà di usare un linguaggio morale: il terapeuta deve essere disposto a impegnarsi in discussioni morali su ciò che è corretto, giusto, onesto e responsabile. Deve apparire a proprio agio nel parlare di valori e convinzioni religiose.
  • Rispetto per gli impegni e le responsabilità interpersonali del paziente: il terapeuta rispetta le inclinazioni ad agire. Rispetta il ritmo del paziente nel prendere decisioni difficili e moralmente pregnanti come divorziare o ricoverare un membro della famiglia.
  • Rispetto per gli impegni e le responsabilità verso la collettività: rispetto gli sforzi del paziente di dare il proprio contributo alla comunità. Il terapeuta non si concentra solo su ciò che il paziente dà alla collettività ma anche su ciò che la collettività dà al paziente. Il terapeuta incoraggia il paziente a parlare di questo aspetto della vita. Da che cosa invece guardarsi in un terapeuta?
  • Il terapeuta scoraggia ogni utilizzo del discorso morale
  • Il terapeuta è troppo pronto a spingere o sostenere separazioni da altri membri della famiglia: troppo affrettato nel tagliare i ponti senza analizzare a fondo la decisione e le sue conseguenze su coloro che ne sono coinvolti.