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Il concetto di potere e sapere attraverso le teorizzazioni di Foucault, Gramsci e Lukes. Foucault analizza la microfisica e la macrofisica del potere, Gramsci introduttivo l'intellettuale organico e l'egemonia, mentre Lukes introduce tre dimensioni del potere. una profonda riflessione sulle relazioni tra potere, conoscenza e società.
Tipologia: Sintesi del corso
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Tutto è potere nella concezione sociale di Michel Foucault. Il potere non reprime, ma produce i meccanismi della verità. Michel Foucault pensa che ogni società ha il suo ordine della verità: essa accetta cioè determinati discorsi, che fa funzionare come veri. Sapere e potere sono indisgiungibili, in quanto l’esercizio del potere genera nuove forme di sapere e il sapere porta sempre con sé effetti di potere. Il potere di cui tratta Foucault è un potere impersonale, onnipresente, che opera tramite meccanismi anonimi all’interno della società. Sotto questa luce, il potere è un insieme di rapporti di forza, diffusi localmente, e così Foucault contrappone la propria microfisica del potere, che tende ad analizzare le varie strategie di soggiogamento, alla macrofisica, propria della teoria di Marx, che dà più spazio all’opposizione tra dominatori e dominati. Si è sempre allo stesso tempo dominatori e dominati. I dispositivi di potere, attuando selezioni e interdizioni, impediscono il libero proliferare dei discorsi e originano una società disciplinare, che trova espressione nelle istituzioni del carcere, dell’ospedale, dell’esercito, della scuola, della fabbrica, dove sono attuate strategie di controllo, anche del corpo. Il sapere è anche un mezzo per sorvegliare e controllare le persone e viene introdotto il concetto di bio-potere , potere cioè che costruisce corpi, desideri ed i modi fondamentali della stessa vita. Foucault ha attribuito un significato particolare e specifico al termine genealogia > il soggetto non sparisce: è la sua unità troppo determinata che diventa discutibile, poiché ciò che suscita interesse e ricerca è in realtà la sua sparizione o ancora la sua dispersione che non fa che offrirci una sua pluralità di posizioni e una sua discontinuità di funzioni. Invece di sopprimere il soggetto per sostituirlo con un’altra struttura Foucault (influenza Nietzsche) ha preferito pensare al suo posto una forma emancipata dall’identità, una categoria multipla, frantumata, capace di introdurre il diverso come principio e l’eccedente come legge. La genealogia non si oppone alla storia come la vista altera e profonda del filosofo allo sguardo di talpa del dotto; s’oppone al contrario al dispiegamento metafisico dei significati ideali e delle indefinite teologie. S’oppone alla ricerca dell’origine. La genealogia si oppone al dispiegamento metafisico dei significati ideali e alla ricerca dell’origine (ricercare origine => ritrovare qualcosa che era già). Foucault apprende che dietro le cose c’è tutt’altra cosa: non il loro segreto essenziale e senza data, ma il segreto che sono senza essenza, o che la loro essenza fu costruita pezzo per pezzo, a partire da figure che le erano estranee. Il soggetto, la ragione e la verità hanno una storia, non sono il dispiegamento di un’origine. La genealogia con Nietzsche incontra la storia, che è una storia di errori, una storia che vanifica ogni ricerca di verità, di origine. Dietro la verità c’è sempre la proliferazione millenaria degli errori; la verità stessa è una sorta di errore : errore utile, pragmatico. Si tratta di ripensare la storia di un errore cha ha il nome di verità, perché la verità e il suo regno originario hanno avuto la loro storia nella storia. La genealogia non cerca di risalire indietro nel tempo per ristabilire una continuità con il passato e per restituire a tale percorso una forma designata sin dall’inizio; le interessa la provenienza , ciò che permette di ritrovare sotto l’aspetto unico di un carattere o di un concetto la proliferazione degli avvenimenti attraverso i quali si sono formati. La ricerca della provenienza non è ricerca di un fondamento, di un principio immobile ed eterno; al contrario essa frammenta ciò che si pensava unito, mostra l’eterogeneità di quel che si immaginava conforme a sé stesso. Non ha alcun interesse per l’identità dell’Io, ma ha a che fare con il corpo = come superficie d’inscrizione degli avvenimenti; il corpo come luogo di dissociazione dell’Io, come volume in perpetuo sgretolamento. La genealogia è all’articolazione del corpo e della storia: deve mostrare il corpo tutto impresso di storia, e la storia che devasta il corpo. Il corpo diventa il luogo in cui le più infime e circostanziate pratiche sociali si congiungono con la più vasta organizzazione del potere. Foucault individua un altro termine di Nietzsche che designa l’oggetto specifico della genealogia > Entstehung , Emergenza ; il momento della nascita. L’emergenza si produce sempre in un certo stato delle forze, designa un luogo di scontro, si produce sempre nell’interstizio. Ciò che la genealogia decostruisce è il punto di vista soprastorico , punto d’appoggio fuori del tempo, sguardo da fine del mondo, che vorrebbe raccogliere la diversità del tempo e ordinarla nella forma della riconciliazione secondo il presupposto di una verità eterna, di una coscienza sempre
identica a sé. La genealogia = consapevolezza storica, prospettiva, interpretazione. È la posizione della storia effettiva nei confronti della filosofia e della metafisica. È ciò che libera il senso storico dalla storia sovrastorica, ciò che lo rimanda ad un uso rigorosamente antiplatonico, e pertanto lo oppone al tema della storia-reminiscenza, della storia-continuità, della storia-conoscenza. La storia non è il progresso di una ragione universale, ma il gioco dei rapporti di potere, un gioco che avanza da una dominazione all’altra. La genealogia di Nietzsche comporta il sacrificio del soggetto della conoscenza e la decostruzione del rapporto volere-sapere. Si scopre che non c’è conoscenza che non riposi sull’ingiustizia e che lo stesso istinto di conoscenza è malvagio, cattivo. La volontà di verità trova i suoi limiti nella finitezza della conoscenza; e in più essa perde ogni limite, ed ogni intenzione di verità nel sacrificio che deve fare del soggetto della conoscenza. Il sapere non può esistere separatamente dal potere. Il sapere è completamente circuito nelle piccole astuzie dei rapporti di dominio: non offre alcuna via d’uscita ma tende a far aumentare i pericoli per il soggetto. Potere e sapere si implicano l’un l’altro non esiste relazione di potere senza correlativa costituzione di un campo di sapere, né esiste un sapere che non supponga o non costituisca, al contempo, delle relazioni di potere. Bisogna tener conto il soggetto che conosce, gli oggetti da conoscere e le modalità della conoscenza che sono altrettanti effetti di queste implicazioni fondamentali del potere-sapere e delle loro trasformazioni storiche. Si dovrà ammettere che non è l’attività del soggetto di conoscenza a produrre un sapere utile o ostile al potere, ma sono il potere-sapere e i processi e le lotte che lo attraversano e da cui è costituito che determinano le forme ed i possibili campi della conoscenza. Altro termine di Nietzsche > Erfindung , invenzione ; un termine che si oppone alla parola origine e che appare di frequente negli scritti di Nietzsche per indicare il processo storico che determina l’emersione di concetti come quelli di ideale, morale e conoscenza. Proprio la conoscenza appare come un’invenzione che non ha origine; come qualcosa di non-istintivo, di non-naturale, come un evento casuale. Per Nietzsche non c’è alcuna affinità originaria tra la conoscenza e ciò che sarebbe necessario conoscere = può solo esserci un rapporto di violenza, dominio, potere e forza, una relazione di violazione. Il conflitto è una relazione essenziale del potere. Non vi è natura, né essenza, né condizioni universali per la conoscenza; questa è il risultato storico e puntuale di condizioni che non sono dell’ordine della conoscenza la conoscenza è un effetto o un avvenimento che può essere collocato sotto il segno del conoscere, non è una facoltà e tanto meno una struttura universale. L’ideologia (teoria marxista) si presenta come un elemento negativo, come un velo che turba e oscura il rapporto di conoscenza. L’ideologia sarebbe il marchio, lo stigma dei rapporti economici e sociali, delle forme politiche imposte dall’esterno, che si applica ad un soggetto di conoscenza che di diritto dovrebbe essere aperto alla verità. Foucault cercava di dimostrare che le condizioni economiche e sociali dell’esistenza non sono un velo o un ostacolo per il soggetto di conoscenza ma ciò attraverso cui si formano i soggetti di conoscenza e di conseguenza i rapporti di verità. Rapporto che si instaura tra genealogia e archeologia > rapporto che tende a problematizzare la relazione che intercorre tra teoria e pratica e che finisce per segnare il primato di quest’ultima rispetto alla prima. L’archeologia cercava di definire non i pensieri, le rappresentazioni, le immagini, i temi, le ossessioni che si celano o si manifestano nei discorsi; ma proprio questi discorsi, questi discorsi in quanto pratiche che obbediscono a regole. Invece di percorrere l’asse coscienza-conoscenza-scienza, l’archeologia percorre l’asse pratica discorsiva-sapere- scienza. E mentre la storia delle idee trova il punto di equilibrio della propria analisi nell’elemento della conoscenza, l’archeologia trova il punto di equilibrio della sua analisi nel sapere (campo in cui il soggetto è di necessità situato e dipende, senza che possa mai comparire come titolare). L’archeologia non vuole far emergere strutture universali o a priori , ma ridurre tutto a eventi non universalizzabili. E la genealogia fa discendere ogni cosa da una contingenza empirica: la contingenza ci ha sempre fatto essere ciò che eravamo o siamo. Per cogliere e decifrare il significato delle pratiche sociali dal loro interno Foucault introdusse il metodo genealogico; l’archeologia, come strumento usato per ottenere un certo grado di distacco dalle pratiche e dalle teorie delle scienze umane finiva per essere subordinata alla genealogia. Quest’ultima, restituendo un primato alla pratica rispetto alla teoria, si mostrava come una delle diverse
posizione o un intrigo: è il modo in cui operano le tecnologie politiche attraverso l’intero corpo sociale. Il vero scopo è quello di isolare, identificare e analizzare la rete delle relazioni ineguali, instaurate dalle tecnologie politiche. Per comprendere il potere nella sua positività si deve scendere al livello delle micro- pratiche tecnologie politiche all’interno delle quali si formano le relazioni e si costituiscono i soggetti. Il rapporto tra vita e potere: la realtà biologica si riflette in quella politica; la vita, nella sua interezza, viene assunta dal potere. Si può parlare di bio-politica per designare quei dispositivi, quegli insieme di tecniche, che espongono interamente l’essere vivente all’ordine del mero calcolo e dell’efficienza governamentale, rendendo, al contempo, il potere-sapere un agente di trasformazione della vita umana. CAPITOLO 6 - GRAMSCI Gramsci incarna la figura dell’ intellettuale organico , che contribuisce a definirla, a modificarla e a tradurla in azione giungendo a ricoprire un ruolo guida nella formazione politica che ne racchiude lo spirito e ne attua i precetti, il Partito Comunista D’Italia. L’incontro con il socialismo e la sua evoluzione nel comunismo
fattori imprescindibili per la comprensione dello sfondo politico e culturale nel quale questo intellettuale matura le sue riflessioni. Infanzia e adolescenza furono profondamente e negativamente alterate non solo dalle condizioni economiche, ma anche da altri due fattori: l’incarcerazione del padre e la sua malformazione fisica. Inizio XX secolo Gramsci fa esperienza diretta di un secondo tipo di frattura sociale: non più e non solo quella fra i contadini, realtà rurali, e cittadini, ma anche fra operai e datori di lavoro, in altre parole fra proletariato e borghesia. L’obiettivo era creare, o rafforzare, una coscienza di classe, ma con radici critiche, autonome e non dogmatiche. Solo un’adesione ragionata e consensuale al socialismo poteva dare i frutti sperati in termini di lotta di classe. La Rivoluzione russa rappresentò una rivoluzione contro il capitale , ovvero un fatto storico che scardinava sia l’ordine zarista che i precetti dell’ortodossia marxista. Questo evento ebbe la funzione di spartiacque: l’inizio di quella scissione che trovo piena formalizzazione nella creazione dei partiti comunisti, e nella trasformazione di Torino, ad opera dei suoi militanti socialisti, nella Pietrogrado d’Italia. La fine del conflitto mondiale determinò una difficile fase di ritorno alla normalità che offrirono i presupposti per abbandonare la linea del socialismo riformista e operare un tentativo di istaurazione di uno stato socialista. Biennio rosso > si assiste alla creazione dei consigli di fabbrica, ma anche dei violenti rimedi che la borghesia iniziò ad avallare come argine alle spinte rivoluzionarie di matrice socialista. La sconfitta del tentativo rivoluzionario socialista fu accompagnata dalla contemporanea ascesa delle forze reazionarie e anti-socialiste. I due anni furono decisivi, per Gramsci, per acquisire uno sguardo esterno e globale della situazione nazionale, inserendola nel più ampio contesto europeo; e per approfondire la conoscenza del marxismo, declinato secondo l’interpretazione leninista, che proponeva la categoria di egemonia del proletariato. Antonio Gramsci non si sofferma tanto sulla questione del cosa sia il potere, di come possa o debba essere definito, quanto su quella del come esso trovi, abbia trovato e debba trovare esercizio. La sua produzione intellettuale è filosofia della prassi , ovvero marxismo , in cui il momento teorico viene prodotto e reso aderente al momento storico in cui Gramsci visse un arricchimento frutto del personale bagaglio teorico e concettuale proveniente da una formazione che non appartenne esclusivamente a questa dottrina filosofica. L’impianto metodologico gramsciano si fonda sul marxismo ma ne costituisce un superamento proprio per via di quell’innesto idealista che lo porta a considerare in modo critico, ad esempio, il rapporto fra struttura e superstruttura e a valorizzare il ruolo della seconda nella determinazione della realtà e delle condizioni di dominio. Croce riveste un duplice ruolo nel percorso di maturazione che ha per oggetto al categoria dell’egemonia. L’idealismo di Croce rimarrà da un lato un punto di riferimento, da affrontare mediante lo stesso procedimento dialettico che Marx operò nei confronti dell’idealismo hegeliano. Dall’altro Croce rappresenta un esempio concreto di quell’intellettuale organico capace di esercitare attivamente una funzione egemonica nella società, ovviamente afferente al campo borghese e liberale. Marx ed Engels sono i fondamentali filosofici e politici di Gramsci. L’impianto gramsciano è marxista, legato a una visione conflittuale della società , all’idea che il capitalismo, quale ultimo avveramento della società,
presenti delle contraddizioni destinate a emergere in maniera sempre più evidente, generando diseguaglianze sempre più marcate fra borghesia e proletariato, le classi che esprimono i rapporti di forza dell’era capitalistica. Materialismo storico (teoria sulla società) tutte le società si fondano sui rapporti di produzione fra esseri umani. L’insieme di questi rapporti costituisce la struttura economica della società , ossia la base reale su cui si eleva una sovrastruttura giuridica e politica, e alla quale corrispondono forme determinate di coscienza sociale. L’egemonia può essere considerata come una categoria che svolge una duplice funzione: in chiave storico-analitica per leggere le dinamiche di conflitto fra classi e delineare le tendenze del mutamento sociale e politico ; in chiave politica per indicare al moderno principe la strategia da perseguire per il raggiungimento del suo principale obiettivo: la liberazione della classe proletaria. L’egemonia è stata da alcuni letta come una vera e propria teoria generale, i cui riferimenti interessavano tanto il proletariato quanto la borghesia. La cultura come strumento politico, di esercizio del potere, come ariete smussato in grado di penetrare lo spirito degli individui convincendoli e avvicinandoli a un determinato stile di vita, a determinati valori e precetti, a specifiche condotte sociali e individuali. Riferendosi alla borghesia culturale Gramsci ne evidenzia l’egemonia limitata , che si sostanzia nel compromesso fra gli industriali, gli interessi agrari e la piccola borghesia. Tale egemonia limitata rappresenta la ragione della stasi italiana in termini di sviluppo capitalistico; una compressione dello sviluppo che sarà motivo dell’ascesa della reazione fascista. Egemonia e crisi egemonica diventano categorie centrali di analisi e di ripensamento della filosofia della prassi. L’egemonia è una forma di potere, un aspetto del dominio. È possibile definirla come una modalità non violenta di esercizio del potere. L’egemonia è l’azione tesa alla direzione che determinati soggetti esercitano al fine di assorbire le élites delle classi nemiche. Fra intellettuali e classe di appartenenza, fra rappresentanti e rappresentati, si venne a determinare una completa identità. Fenomeno di attrazione la classe dominante, i suoi intellettuali, riescono ad esercitare l’egemonia grazie a legami di carattere psicologico e di casta. È il desiderio di far parte di un determinato gruppo, storicamente progressista, avanguardista, che spinge spontaneamente gli intellettuali delle altre classi ad abbracciare l’universo egemonico di cui il primo è incarnazione. Questo potere di attrazione è subordinato alla capacità della classe dominante di essere progressiva, e cioè di produrre un avanzamento che riesce a soddisfare le esigenze esistenziali e che risulta trasversale a tutte le altre classi storicamente date. Per Gramsci la funzione di direzione della classe dominante può esercitarsi anche per mezzo della forza, ma, si badi, una forza legittima esercitata da un soggetto legittimato a farne utilizzo. Si deve ampliare il significato di egemonia, contestualizzato storicamente nei regimi parlamentari, prevedendo uno stadio normale caratterizzato da tre modalità di azione: consenso , forza e corruzione/frode. L’egemonia è la direzione politica esercitata consensualmente e che si avvale degli apparati egemonici, sia di carattere pubblico che derivati dalla cosiddetta società civile. La dinamica dei rapporti fra le forze produttive conosce tre stadi dei quali quello politico è rappresentato dalla valutazione del grado di omogeneità e di autocoscienza raggiunto dai vari raggruppamenti sociali. Questo stadio può essere a sua volta scisso in diversi momenti: 1. Acquisizione di una coscienza politica in soggetti legati alla medesima attività economica; 2. Si prosegue per ampliamenti dell’autocoscienza di affinità; 3. Si giunge in quello che Gramsci definisce il momento più politico costituzione di superstrutture complesse fino a quando una sola di esse raggiunge l’unità intellettuale e morale su un piano universale. Il ruolo degli intellettuali è descritto in termini organizzativi: ad essi spetta la funzione di organizzare l’egemonia sociale di un gruppo e il suo dominio statale. L’intellettuale è un organizzatore che esercita un’azione sia interna al gruppo sociale, dando omogeneità e consapevolezza della propria funzione che esterna ad esso, e cioè in rapporto agli altri gruppi e alla conquista dell’egemonia. L’egemonia opera sul piano sociale e culturale, ma lo scopo degli intellettuali è di costruire un’egemonia che si riferisce al campo economico, in relazione cioè al riconoscimento del prestigio della funzione nel mondo produttivo del gruppo dominante. Secondo Gramsci non esiste essere umano che non sia intellettuale ; non esiste aspetto
politici. Mobilitazione del pregiudizio > insieme di valori dominanti, di credenze rituali e procedure istituzionali che operano in modo sistematico e coerente al fine di favorire alcuni individui o gruppi a spese di altri. Il pluralismo non tiene conto del fatto che il potere può essere, e spesso è, esercitato limitando l’ambito del processo decisionale a questioni relativamente innocue, evidenziando l’esistenza di processi decisionali che non si sono svolti, ma che non per questo non consentono una verifica delle posizioni di potere in campo. Una decisione è una scelta tra modalità di azione alternative; mentre una non-decisione è una decisione che ha per risultato la soppressione o l’inibizione di una sfida nei confronti dei valori o degli interessi dei decisori. La conclusione di Lukes è > la visione bi-dimensionale comporta una critica parziale dell’enfasi posta sul comportamentismo dalla visione uni-dimensionale pluralista, che ci consente di analizzare i modi in cui viene impedito alle decisioni di essere prese nei casi in cui esiste un conflitto osservabile di interessi, individuati in preferenze politiche e dissensi sub-politici c) Visione tri-dimensionale del potere visione bi-dimensionale criticabile da almeno tre punti di vista: 1. Critica al comportamentismo è solo parziale e di fatto rimane legata a quest’ultimo ovvero allo studio del comportamento effettivo che è identificato con le decisioni concrete prese in situazioni di conflitto, ivi comprese le non-decisioni; 2. Associazione del potere a un conflitto effettivamente osservabile. Il potere per manifestarsi ha bisogno del conflitto; 3. Il potere non decisionale esiste solo quando vi siano rimostranze che non riescono ad accedere al processo politico e a essere prese in esame. Lukes elabora la sua definizione di potere in base alla quale A esercita potere su B quando A incide su B in modo contrario agli interessi di quest’ultimo. Lukes riconosce il suo debito intellettuale nei confronti di Gramsci e in particolare della riflessione dalla quale emerge che in tempi normali una concezione del mondo che non apparterrebbe ad un determinato gruppo, viene da questo presa a prestito per ragioni di sottomissione o subordinazione. La stratificazione sociale o la struttura gerarchica della società è interiorizzata anche da quei gruppi che avrebbero tutto l’interesse a sovvertirla, per ragioni di comodo o anche per una forma di sottomissione intellettuale. Un esercizio del potere così concepito può: 1. Includere l’inattività (l’inattività incontra un limite metodologico dato dall’impossibilità di rilevarla); 2. Essere inconsapevole (richiede un lavoro di contestualizzazione che chiama in causa le conoscenze a disposizione per prendere una decisione che potrebbero essere realmente incomplete, ma anche taciute); 3. Essere esercitato da organismi collettivi (Althusser + determinismo estremo in opposizione alle cosiddette interpretazioni umaniste, storiciste e soggettiviste). L’interrogativo di fondo sul quale si concentra il saggio di Lukes trova in Foucault una risposta ultraradicale che conduce alla conclusione che non si può sfuggire alla dominazione poiché essa è ovunque e non esiste libertà né pensiero indipendente al di fuori di essa. Accanto alla tipologia di consenso attivo , fondato sull’interiorizzazione dei valori e l’identificazione con le forme sociali e culturali, colloca un consenso passivo o consenso accordo , fondato sulla scelta razionale da parte del soggetto della soluzione ritenuta non la più vantaggiosa ma la meno dannosa per lui e un consenso conformità , nel quale il soggetto si comporta in maniera contraria alle proprie credenze o a quelle che sarebbero le proprie scelte razionali, condizionato dalla pressione del gruppo. Ciò che accomuna Lukes e i pluralisti è l’accento posto sugli interessi, anche se un limite che Lukes stesso riconosce al suo lavoro è quello di confinare la discussione alle relazioni binarie tra attori aventi presunti interessi comuni, senza considerare i tanti modi in cui gli interessi di ciascuno siano molteplici, conflittuali e differenziati. La frammentazione estrema degli interessi che caratterizza le società contemporanee è forse l’elemento che gioca maggiormente a favore di chi detiene il potere: ne riduce la conflittualità parcellizzando gli interessi e impedendo la loro organizzazione in un soggetto collettivo. Il potere è una capacità, non l’esercizio di tale capacità.