




































































Studia grazie alle numerose risorse presenti su Docsity
Guadagna punti aiutando altri studenti oppure acquistali con un piano Premium
Prepara i tuoi esami
Studia grazie alle numerose risorse presenti su Docsity
Prepara i tuoi esami con i documenti condivisi da studenti come te su Docsity
Trova i documenti specifici per gli esami della tua università
Preparati con lezioni e prove svolte basate sui programmi universitari!
Rispondi a reali domande d’esame e scopri la tua preparazione
Riassumi i tuoi documenti, fagli domande, convertili in quiz e mappe concettuali
Studia con prove svolte, tesine e consigli utili
Togliti ogni dubbio leggendo le risposte alle domande fatte da altri studenti come te
Esplora i documenti più scaricati per gli argomenti di studio più popolari
Ottieni i punti per scaricare
Guadagna punti aiutando altri studenti oppure acquistali con un piano Premium
APPUNTI COMPLETI con slides del corso "Semantica" con prof.ssa Raynaud per esame da 4 CFU al primo anno.
Tipologia: Appunti
1 / 76
Questa pagina non è visibile nell’anteprima
Non perderti parti importanti!





































































23/02/ L’obiettivo della semantica ➢ Far emergere la domanda " che cos'è il significato? " dallo sfondo delle presupposizioni o intuizioni pre-teoriche inerenti il linguaggio verbale, per rispondervi assicurando le competenze di base, grazie a un quadro istituzionale della teoria e di alcuni momenti della sua storia. Ad esempio, una persona può dire “non so il significato della parola perché non ci ho avuto a che fare”: sembra scontato e banale, ma in realtà non lo è. Si tratta anche di una condizione universale che ci permette sempre di arrivare al nuovo. ➢ Più un sapere, una disciplina ci appare precostituita e lontana dal corso dei nostri pensieri , più arduo è il processo di apprendimento, il risvegliarsi dell’interesse, il gusto della comprensione e della scoperta. L’universale a cui rimanda anche un nome singolare e la capacità di ogni parte del discorso di superare i confini del contesto d’uso e dell’esperienza: Alessandro Manzoni e l’esempio di ‘lingua italiana’. L’enunciato, il discorso , sono gli ordini di grandezza centrali in filosofia del linguaggio, perché ambiscono a costituire espressioni di senso compiuto. Tuttavia, già un fonema può modificare il significato di una parola, un morfema, l’ordine delle parole, l’intonazione. Tutto contribuisce a delineare la semantica di un’espressione verbale. Il termine significare deriva dal latino signum facere, esigenza umana per rendere manifesto ciò che è interiormente pensato, per cui rettificare cose lontane o assenti diventa prezioso. Ci sono due modi:
25/02/202 1
Bisogna farsi delle domande, incominciando dalla domanda che cos’è il significato? Come possiamo identificarlo? Dove si manifesta=? dallo sfondo di presupposizioni o intuizioni preteoriche inerenti al linguaggio verbale. Questa capacità di riflessione risponde alla sequenza tipicamente umana che, in molti casi, un’abilità sia prima posseduta e poi conosciuta. Gli studi sul significato hanno visto svilupparsi una ricerca
tutte competenze spontaneamente acquisite che contraddistinguono la nostra specie, soprattutto il parlare, anche in modo così diversificato. Oggi il censimento delle lingue storico-naturali parlate al mondo è 7000, ma dobbiamo distinguere l’ acquisire una lingua e l’ apprendimento una lingua: noi siamo tutti madrelingua italiani, quindi questa spontanea abilità del nostro parlare avviene senza istruzioni che chiamano in causa il discernimento, la consapevolezza, ecc., che invece si attivano con il passare del tempo. Ad un certo punto, però, l’età adulta ci consente di andare più in profondità su abilità ormai acquisite con grande spontaneità. L’occasione di una riflessione sistematica può dar luogo ad una maturazione graduale e progressiva, in realtà, ognuno di noi si è “lambiccato il cervello” per trovare un’espressione precisa o modulare un pensiero non offensivo → esperienza che tutti i parlanti sperimentano, perché tutti la replicano, magari con più disagio se stiamo imparando una nuova lingua, così come possiamo fraintendere “non abbiamo capito” oppure ciò che vediamo e sentiamo “è stato frainteso” oppure ci accorgiamo di più stratificazioni di senso. Noi possiamo accorgerci che fra l’ascoltare e il parlare vi è una predisposizione naturale, mentre per lo e il leggere abbiamo bisogno di qualcuno che ci insegni, ma in questo caso alla domanda che cosa sono la scrittura e la lettura si opera un passaggio da uno sfondo ad un primo piano, quindi cosa accade nella nostra mente quando decidiamo come plasmare il nostro messaggio, il che ha un grande impatto sociale e relazionale. Possiamo cogliere almeno tre stratificazioni:
1. Piano linguistico: si dà in una determinata situazione, che il teorico del linguaggio Karl Bühler, negli anni ’30 del Novecento, chiamava l’evento concreto del parlare, quindi ciò che è astratto è stato tratto da qualcosa di concreto; 2. Piano epilinguistico: più spontaneo e immediato nel corso dell’enunciazione, facilmente ridotto ad una piccola ripetizione, correzione o sottolineatura che marca il nostro discorso. Ad esempio, quando ci accorgiamo che nel nostro parlare abbiamo utilizzato un aggettivo singolare per un sostantivo plurale, immediatamente ci correggiamo, concordando l’aggettivo al sostantivo plurale OPPURE un ritorno al già detto per enfatizzare qualcosa ( es. “ho notato un grande ma veramente grande televisore”) OPPURE per ripetere qualcosa dato che il mio audio era disturbato in modo da non causare interferenze. Il termine epi (dal greco ἐπί) significa “ sopra ”, quindi da intendere proprio sopra/a ridosso del discorso. 3. Piano metalinguistico: riflette programmaticamente su discorsi e lingue, su lessico (dizionari), grammatiche (regolarità delle relazioni nelle lingue), storia della lingua e possibile comparazione fra le lingue, teoria del linguaggio. Quando si affronta la semantica, ci troviamo di fronte ad una disciplina metalinguistica con la consapevolezza del riflettere su ciò che si sta dicendo la si può rintracciare come interventi epilinguistici di un turno di parola. Nello schema sovrastante, possiamo vedere un’attività e produzione epilinguistica attraverso marche discorsive, linguistiche o paraverbali (gestualità o enfasi del tono di voce, con una pausa utile a sottolineare quanto appena detto) + tracce di discorsi epilinguistici. Le tracce sono piccoli correttivi introdotti nel corso dell’enunciazione → il termine ratage indica proprio il fallimento, quindi non avere raggiunto l’obiettivo in modo efficace, allora facciamo qualche annotazione (c’est-à-dire, cioè, ahum, ecc. ), aggiungendo qualche parole in modalità autonimica, ovvero ridare voce a ciò che avevamo intenzione di dire (è il nome della cosa che appena espressa). Queste sono tracce epilinguistiche che i parlanti possono introdurre spontaneamente nel discorso.
l’unità di base, dobbiamo ricordarci che la semantica prevalente è ad una dimensione (monodimensionale) : il significante sta da un lato, ma dal lato della significazione abbiamo solo un termine, ovvero il signifié. Un altro punto su cui bisogna staccarsi è la concezione di significato: Saussure afferma che il
che il significato s i riduca ad un concetto. Ad esempio, quando dico “questa è la nostra seconda lezione di semantica”, dico qualcosa che è ben più di un concetto perché esprimo un giudizio. Oppure “spero mi portiate un buon gioco linguistico”, esprimo più concetti, ma anche una speranza/un desiderio. Quindi, esistono enunciati assertivi, ottativi, desiderativi, dove i concetti sono mattoni, che però devono essere parecchi per costruire dei giudizi/manifestazioni di desiderio → il linguista può scegliere la parola come unità base, ma se curiamo gli enunciati come unità ulteriori dovremo adeguare la nozione di significato a quella struttura significante più complessa e articolata (nostre frasi e nostri discorsi). La ragione di ciò è che con il nostro linguaggio noi parliamo del mondo, diciamo come è il mondo, quindi con il nostro linguaggio noi significhiamo il mondo. Non perché vedo un segno, qualunque cosa che vedo la associo ad esso è un suo significato → devo riconoscere la stabilità di nesso tra significato e pensiero a cui rimanda. Senza questa regolarità non riusciremmo a cominciare, perché questo impedirebbe il fatto che una certa espressione abbia un carattere pubblico, ovvero usata dal mittente ma ben interpretata dal destinatario e, moltiplicando i destinatari, il carattere pubblico stabile, condivisibile e comunicabile sia associato all’espressione usata e la comprensione sia così garantita. Possiamo suddividere i segni in base alla diversità di regole che uniscono i segni con l’altro da sé a cui essi rimandano → in particolare individuiamo segni che rimandano ad altro da sé, in quanto sono: o l’effetto o la causa di quel qualcos’altro (INDICE) o segni che rimandano ad altro da sé, perché assomigliano a quel qualcos’altro (ICONA) o segni che rimandano ad altro da sé per una convenzione (SIMBOLO) La distinzione appena fatta è la tripartizione di Charles Peirce, il fondatore della semiotica (studio dei segni). INDICI: segni che denotano il loro significato perché hanno un legame di tipo fisico con esso ( es. impronte sulla sabbia, impronte di inchiostro, ecc.). L’esempio di Peirce è quello del segnavento, che indica la direzione del vento perché mosso dal vento stesso. ICONE: rimandano al loro significato perché assomigliano ad esso ( es. alcuni cartelli stradali sono in parte iconici). SIMBOLI: frutto di un accordo, si basano su una convenzione ( es. bandiere per le nazioni). La convenzione può essere più o meno facile da impostare, ma, una volta acquisita, rende più facile l’interpretazione del simbolo. Abbiamo una convenzione in una situazione quando le seguenti caratteristiche vengono soddisfatte: o Gli agenti hanno più possibilità d’azione o Gli agenti traggono il massimo vantaggio se tutti scelgono una stessa possibilità e vantaggi decrescenti quanto più c’è difformità fra le scelte o I vantaggi che gli agenti traggono se tutti scelgono la possibilità 1 sono pari a quelli che traggono se tutti scelgono la possibilità 2 o In passato gli agenti hanno tutti scelto la possibilità n a causa di abitudine o di un accordo previo. L’accordo è funzione di stabilità e la stabilità garantisce l’intercomprensione → ciò si lega all’arbitrarietà in ambito linguistico, che conferma il funzionamento su base di accordo, che non ha motivazione intrinseca forte. Gli esseri umani hanno bisogno di risparmiare energia, hanno memoria illimitata, quindi non possono inventarsi infiniti simboli → però l’assoluta mancanza di motivazione grava solo sulla nostra memoria che deve ritenere ciò che va saputo, ma in ogni caso serve sempre un accordo. I nostri segni verbali (orali e scritti) sono per lo più convenzionali, perché rimandano ai loro significati in base ad una convenzione e non per qualche caratteristica intrinseca. Ogni lingua ha la sua semiosi simbolica, imponendoci di impararne i valori. In minima parte ci sono anche elementi iconici (onomatopee, sussurare, to slam ), ma anche parole come ululare, miagolare (i versi degli animali non
simbolica.
Una lingua è costituita da almeno due elementi essenziali: ➢ sistema di segni (solitamente ma non necessariamente simbolici) ➢ sintassi Se venisse a mancare uno di questi elementi non potremmo più parlare di linguaggio , cioè l’uso di una o più lingue, quindi vi è sempre bisogno di un minimo di opposizione fra segni per distinguere i valori che vogliamo comunicare e dire che NON sono un insieme, ma un sistema significa che hanno relazioni strutturate tra loro, non sono semplicemente una compresenza con mutue relazioni. Vi sono anche delle regole per combinare i segni di base a segni più complessi, grazie a regole che spesso si mantengono tali anche cambiando da una lingua all’altra. Dunque, abbiamo detto che i segni di una lingua formano un sistema , ovvero esistono varie relazioni fra loro e i loro significati. Per esempio, abbiamo dei prefissi e suffissi in tutte le lingue aventi una stabilità di significato → la radice verbale del verbo agire, ag-, posso avere actor, che rimane come in latino e in inglese, oppure attore (viene assimilata la gutturale alla dentale), oppure atto, attività oppure animatore, costruttore oppure ancora possibile, agibile, percorribile e così via. Ancora, vi sono relazioni tra significati, come quelle di sinonimia, iperonimia (generale - fiore ) , iponimia (particolare - rosa ) , antonimia (contrari). Quindi, abbiamo bisogno di un insieme di regole che ci aiutino a comporre in unità superiori i singoli segni e c’è una relazione, non necessariamente di totale conservazione, del senso del significato delle unità piccole nel significato delle unità da esse costituite, delle unità maggiori → il segno in parte si conserva, in parte di modella, qualcosa si precisa, qualcos’altro si perde. Un momento di riflessione basta per accorgersi che non tutte le composizioni di parole sono possibili nelle lingue naturali: come esistono le parole e le non-parole, esistono costrutti formati e non ben formati, di fatto non comprensibili e senza senso. Posso comporre con attenzioni specifiche una buona e breve frase come Paolo cadde con predicato e sintagma avente ruolo di agente, mentre non posso conferire senso ad una sequenza di parole di varia natura come io perché laggiù siccome o non traggo senso alcuno → abbiamo bisogno non solo di segni singoli, ma di sintassi di segni , ovvero lo studio delle regole che presiedono alle combinazioni di parole. Le frasi costruite mediante le regole saranno quindi accettabili dal punto di vista grammaticale, mentre le altre saranno non grammaticali. Dopo aver confermato la regolarità dei segni e che non tutto può stare con tutto, soffermiamoci sulla composizionalità delle lingue storico-naturali, ovvero se io non so il significato dei componenti, è ben difficile trovare il significato dei composti, però non è semplicemente una questione di somma dei significati dei componenti, perché la compresenza di più elementi in una stringa spesso seleziona alcuni valori dei componenti minimi, li precisa saldandoli ad alcuni valori dei componenti a loro associati. In particolare, una frase ha significato in tanto in quanto lo hanno le parole che la compongono → in forza di significati minimi, si struttura il significato complessivo, tenendo conto però di espressioni ben formate che sono ellittiche, ovvero non complete, eppure sono collocate nella sequenza discorsiva in modo tale che l’ascoltatore può comprendere la parte non enunciata e taciuta: A: Quanti anni hai? B: Io ne ho 25. A: Io 28. Noi siamo molto abili anche a ricomporre ciò che era appena disponibile e non presentato, ma al tempo stesso la composizionalità è importante perché se noi non avessimo questi segmenti di significato di senso (parole singole), ma un pensiero intero da comunicare, dovremmo moltiplicare all’infinito i nostri enunciati e le nostre frasi, non avendo modo di cogliere la somiglianza parziale in ciascuna di queste formulazioni ampie, di alcuni termini ed espressioni con altri di cui siamo conoscitori per precedenti occasioni di scambio comunicativo. Ad esempio, CASA: se dovessimo riferirci ad essa senza disporre di un elemento singolo/lemma che caratterizza le abitazioni, cosa faremmo? Dovremmo coniare una frase intera nuova per spiegare al destinatario dove abitiamo e dove siamo. Come farà l’altro a capirci? Se invece può segmentarla e riconoscere una quantità di somiglianza parziale con elementi già presenti nel suo lessico mentale, perché operanti nel lessico della lingua, ecco che la composizione è nuova, ma i costituenti sono noti, familiari, integrati nella loro configurazione all’interno della frase). Analogamente, quando impariamo una nuova lingua non partiamo subito da frasi, ma il lessico e la grammatica. Imparare una lingua è quindi e soprattutto imparare il sistema dei segni primitivi di cui essa è composta e dei modi in cui essi vengono combinati. Se le lingue fossero ➔ Chi dice io 28 segmentato a caso non avrebbe senso, ma nello scambio conversazionale minimo si capisce benissimo che c’è sottinteso un predicato e un sostantivo a cuore del sintagma nominale preceduto da un numerale.
assolutamente da rispettare (terza persona plurale del verbo, data la natura plurale del sintagma nominale che funge da primo argomento). Oppure possiamo dire “i seggi chiuderanno prima o poi” o “i seggi chiuderanno nel pomeriggio” e così via. Quindi, per capire un enunciato è necessario:
pagina fondamentale della Linguistica teorica, in cui i linguisti, invece di indugiare nella ricostruzione storica delle lingue o nella presentazione più frammentaria e classificatoria delle parti del discorso (articoli, nomi, verbi, ecc.) e della modellizzazione di come fletterli/coniugarli (paradigmi morfologici, singolare e plurale, paradigmi delle coniugazioni, ecc.), tutto questo a partire dall’ oratio, ma poi la grammatica e il vocabolario segmentano in diversi modi le unità, facendo vedere tutte le possibili regole di trasformazione e di accordo (schema tipico delle grammatiche di tutte le lingue) → NO! I linguisti si sono domandati come funzionano le lingue e cosa sia nel suo intero una lingua, perciò nel corso del Novecento hanno sottolineato il guardare l’intero di una lingua, considerandolo come una struttura/sistema in cui si bilanciano ruoli e componenti Uno degli elementi fondamentali del linguaggio è il sistema dei segni: se esistono dei segni senza che esista il linguaggio (i cartelli stradali sono un sistema di segni, ma non formano un linguaggio), non si dà un linguaggio se non si dà un sistema di segni. Ad esempio, se ho una lingua flessiva (latino e greco o russo/lingue slave, tedesco, dove trovo i casi), allora vedo che posso liberamente disporre le parole in un ordine che non è bloccato dal fatto che, se non tengo i sintagmi vicini, non capisce quali parole sono da comporre in unità superiori. Invece, disponendole a mio libero piacimento, creo il campo di tensione fino a che la frase si compirà e potrò mettere in relazione il nominativo reggente con il complemento che lo espande. Se ci sono segni plurali e vi è una possibilità d’uso di questi segni che manifesta una certa flessibilità e libera iniziativa, non possiamo dire che la stessa flessibilità in termini di singole unità o composizioni si possa dare in altri casi di sistemi semiotici, come quello dei cartelli stradali (dobbiamo decodificarlo correttamente). La comunicazione riprende la sua funzione centrale, ovvero lo scopo comunicativo. I segni vengono utilizzati per comunicare e lo stesso vale per il linguaggio (la lista della spesa è una comunicazione con me stesso/un supporto). Di solito, utilizziamo un segno con l’intenzione di trasmettere un certo contenuto (significato) e la nostra intenzione è soddisfatta quando il destinatario comprende quell’intenzione, ovvero comprende che, tramite quei segni, vogliamo passargli quel contenuto (quello specifico significato). È possibile utilizzare il linguaggio, ma anche per altri scopi non comunicativi (linguaggio musicale, dove le canzoni sono capite anche senza capire le parole → ciò che conta è la loro musicalità; allo stesso modo in una poesia è spesso più importante la musicalità che il significato delle parole). Talvolta è possibile comunicare senza linguaggio: lo facciamo con agenti non umani (animali domestici) o con le persone con cui non condividiamo alcuna lingua oppure ha difficoltà d’ascolto. È una comunicazione limitata, limitandosi a contenuti molto semplici. Appena cerchiamo di comunicare contenuti molto più complessi, un linguaggio diventa necessario. Tuttavia, non possiamo comunicare senza segni: anche con le persone con cui non condividiamo alcuna lingua e con gli animali domestici usiamo segni di vario tipo (soprattutto non verbali). Quindi, una volta definiti i segni, cosa è un linguaggio, cosa è la comunicazione e quali sono i rapporti fra questi tre concetti, possiamo ora: ➢ Decidere se alcuni fenomeni siano o meno linguaggio; ➢ Definire il nostro oggetto di studio e, in particolare, caratterizzare la specificità di uno sguardo filosofico sul linguaggio. In particolare, alcuni fenomeni definiti di solito linguaggio non lo sono in realtà e dobbiamo inoltre interrogarci quale posto trovi la filosofia del linguaggio tra le varie scienze del linguaggio. I nostri segni verbali (orali e scritti) sono per lo più convenzionali, in quanto rimandano ai loro significati in base a una convenzione, che si radica nella storia e nella cultura, e non per qualche caratteristica intrinseca. La natura convenzionale e non intrinseca della relazione segnica dei segni verbali rende conto della diversità del lessico delle lingue. Si è precisato per lo più in quanto ci sono degli elementi di iconismo nelle lingue naturali (ad esempio parole come sussurrare o to slam ) Una porzione indispensabile di segni in ogni lingua è costituita da indici , chiamati indicali o deittici , il cui significato è per una parte costante, per una parte invece dipende dal contesto di enunciazione ( es. io, qui, ora, tu, noi, oggi, domani, marche del presente, del passato, ecc.). Sono parole listate nel vocabolario perché hanno un loro significato astratto e costante, anche se minimo. C’è un aggancio mobile e sempre attivo all’atto di enunciazione , quindi questo rende universali queste espressioni, ma anche debitrici della testualità in atto/della componente comunicativa in pieno corso ( es. se dico “io” mentre parlo e tengo la lezione, questo “io” si identifica con Savina Raynaud, ma quando scrivete qualcosa in chat o prendete la parola, l’ “io” della situazione prende il vostro nome) → questa NON è ambiguità, ma un’estrema mobilità del linguaggio, vincolata da regole precise, per cui è necessario
volta, il modo in cui pensiamo e concettualizziamo il mondo ci può dire qualcosa riguardo al mondo stesso. In particolare, analizziamo alcune scienze linguistiche: ➢ L’oggetto della semiotica è lo studio dei segni. Qualunque segno (anche le icone e gli indici) fa parte del campo di indagine della semiotica; ➢ La semantica studia il significato dei segni (soprattutto simbolici). Inoltre, studia il modo in cui il significato dei segni semplici si combina per formare il significato dei segni complessi; ➢ La sintassi studia le regole di combinazione dei segni semplici in segni via via più complessi; ➢ La pragmatica studia l’uso dei segni in contesti concreti, vale a dire i significati particolare che i segni possono acquisire in contesti d’uso concreti. ➢ La linguistica generale è una disciplina sviluppata e studiata dai linguisti, cioè da studiosi di lingue diverse che ad un certo punto si chiedono che cosa hanno in comune le varie lingue. Le relazioni fra filosofia del linguaggio e linguistica generale sono complesse e articolate, infatti: o La filosofia del linguaggio tende ad interessarsi maggiormente del significato. Il suo interesse è rivolto primariamente al mondo e alla nostra conoscenza di esso. La linguistica è più interessata invece ai segni e ai loro rapporti formali (fonetica, fonologia, morfologia, sintassi). o La filosofia del linguaggio tende ad essere più astratta , la linguistica più empirica. Ci sono poi rapporti tra filosofia del linguaggio e logica: la logica si interessa dei rapporti di implicazione fra i nostri enunciati. Un enunciato ne implica un altro quando, se il primo è vero, è vero anche il secondo. I rapporti logici fra gli enunciati ci dicono qualcosa del loro significato. Se due enunciati si implicano a vicenda (sono veri nelle stesse circostanze) o si contraddicono a vicenda (non sono mai veri nelle medesime circostanze), ciò è dovuto al loro significato. Poiché la logica ci dice molto del significato degli enunciati, in particolare al rapporto tra la loro forma e il loro valore di verità, molti filosofi del linguaggio la tengono in alta considerazione. È importante considera sia la sintassi che la semantica: il testo di Frigerio è particolarmente rappresentativo della grande attenzione alla sintassi, proposta dal generativismo (Chomsky). Come possiamo definire la sintassi? La sintassi è lo studio delle regole di combinazione delle parole, che ci suggeriscono riguardo le modalità in cui i significati si combinano. Vediamo come ci sia un’esigenza semantica che ci dice che se una parola non basta, devo poter estendere la stringa fino a che si arriva ad una qualche compiutezza di senso, quindi noi avvertiamo che questo comporre e flettere le parole abbia una finalità semantica che ci guida. Abbiamo parlato di composizione e non di combinazione, di frasi, cercando di chiarire il motivo per cui vi è un termine alla composizione sintattica, ovvero il completare ciò che vogliamo e dargli un senso, ma quali altri elementi della sintassi riconosciamo operanti nell’italiano o in qualsiasi altra lingua che vadano al di là di
frammentazione ulteriore dei segni, che sceglie come disporre i morfemi, tant’è che c’è anche un ambito della sintassi che, proprio perché presta attenzione alla morfologia, si chiama morfosintassi. Tale disciplina detta legge nel momento in cui dico, ad esempio “mi passi il libro rosso che ho lasciato nell’altra camera?”. Questo non è solo un sintagma, ma è povero nel momento in cui dico solo “libro rosso”, perché devo aggiungere altri piccoli elementi per magari ottenere una frase di senso compiuto. Quanti elementi marcano il fatto che sono composti secondo regole che non possono essere sovvertite così facilmente? Posso dire le cose in modo diverso, ma ciò che mi ha consentito di dire la frase sovrastante in modo esatto è lo stabilire delle relazioni tra le parole della frase, passando dall’analisi logica, decidendo che morfologia dare al sintagma nominale e come caratterizzare la morfosintassi dell’enunciato. Dunque, c’è una correlazione tra sintassi e semantica, ma nella prospettiva generativa c’è l’idea che io costruisco un modello/dispositivo astratto che metta semafori verdi e rossi là dove posso legare più parole. Queste parole possono essere ordinate sintatticamente ed eventualmente devono viaggiare ad una certa velocità, cioè ci deve essere l’accordo morfologico del genere e del numero, OPPURE in una sequenza non formata in quella lingua una preposizione seguita da un avverbio non ci può, perché il costrutto sarebbe anomalo e sintatticamente privo di senso. Un conto è pensare alla sintassi interiorizzata in noi parlanti (modello europeo con cui ci insegnano le lingue, in funzione di un’ intenzione comunicativa presupposta a monte), mentre in ambito generativistico, invece, la grammatica generativa deve solo dettare le regole perché siano ben formate grammaticalmente, quindi sintatticamente, le formule che la grammatica generativa → i linguaggi astratti e formalizzati hanno un alfabeto per costruire le formule ben formate con regole ed operazioni precise per costruirle, ad esempio se io voglio scrivere un enunciato e che il nostro dispositivo generi un enunciato, dobbiamo riscriverlo tappa per tappa dai livelli più astratti a quelli più concreti con le inserzioni della lingua storico-naturale in questione: un enunciato si riscrive come sintagma
nominale + sintagma verbale, come affermava Chomsky negli anni ’50. Inoltre, il sintagma nominale si può riscrivere o nome proprio o articolo + nome, mentre il sintagma verbale come verbo, correlato da ausiliari o preposizioni. Quindi, ci sono delle regole che assicurano una buona sequenza sintattica o meno, ma grammaticalità sintattica non significa necessariamente sensatezza. Se io dico “il tavolo mangia la mela”, la frase è sintatticamente giusta, è certo che noi non possiamo approvarlo come enunciato non formato, perché non è significativo, quindi lo lasciamo fuori. Perciò, invece che dal concreto all’astratto, le grammatiche generative procedono dall’astratto al concreto, affermando che ci sono delle regole che ammettono che l’aggettivo preceda il nome ( bella casa - in inglese è più vincolante che in italiano), quindi delle regole che descrivono quali combinazioni di categorie grammaticali sono possibili e quali impossibili. Ci sono invece delle sequenze/addizioni che non sono ammesse, come ad esempio un articolo definito non può precedere un verbo coniugato (il mangia), per cui queste regole, messe tutte in fila, vengono via via riscritte inserendo prima le parti astratte, poi le voci lessicali. La ricorsività nelle lingue naturali è una caratteristica importante perché se dovessimo coniare una nuova sequenza di segni per ogni pensiero/frase che vogliamo comunicare, la comunicazione salterebbe → è possibile, mediante un vocabolario finito e un insieme finito di regole, produrre un insieme indefinito di frasi e di testi → essendo finito il nostro vocabolario, sminuzzato in termini brevi e semplici, riusciamo a riprodurre frasi molto diverse e in qualche modo sempre nuove (anche grazie agli indicali che riempiono di un contenuto particolare, legato all’enunciazione, al senso e al contesto), tanto da riuscire a produrre un insieme indefinito di frasi e testi. Noi potremmo, applicando ricorsivamente le regole, creare frasi lunghissime, ma è importante ricordare che sul piano cognitivo che la nostra attenzione e memoria non sono infinitive. Quindi, perché le nostre frasi possono essere molto brevi? ci sono lingue la cui sintassi prevede enunciati brevi (inglese), mentre ci sono lingue/autori (Proust) con una sintassi molto abbondante, permettendosi di affidarsi alla lettura e permettendo ai lettori una rilettura. La ricorsività implica che non c’è alcun limite teorico alla lunghezza che una frase può possedere. Applicando continuamente una lingua ricorsiva, possiamo in teoria produrre frasi di lunghezza indefinita. Vediamo ora alcuni esempi di ricorsività: ➢ Branduardi, Alla fiera dell’est: “E venne il macellaio, che uccise il toro, che bevve l’acqua, che spense il fuoco, che brucò il bastone, che picchiò il cane, che morse il gatto, che si mangiò il topo che al mercato mio padre comprò.” → ci sono quelle procedure ad incastro fondate sull’addizione di una quantità di relative e di proposizioni che consente alla filastrocca di ampliarsi. ➢ Paolo crede che Giovanni creda che Roberta creda che Anna creda … che Elisa non venga. ➢ X è accaduto perché Y è accaduto e Y è accaduto perché W accaduto e W è accaduto perché J è accaduto e J è accaduto perché … Z è accaduto. ➢ sono venuti Paolo e Giovanni e Roberta e Anna e Elisa e… Troviamo casi di accumulo con la congiunzione e, disgiunzioni moltiplicate con la congiunzione o, oppure subordinate incastrate l’una nell’altra, che ampliano notevolmente l’estensione dell’enunciato complesso. Noi abbiamo l’abitudine di non lavorare su parole isolate, ma su blocchi di parole, in particolare su sintagmi nominali e verbali. Il SN può essere l’unità che si connette all’enunciato, in quanto parte di quella parte di quel discorso (Paolo, tutti gli uomini, due gatti, la bella ragazza, quella donna laggiù con il cappello rosso) oppure un’espressione che deve stare insieme, perché non può essere segmentata mantenendo il suo senso complesso originario, ma che vede innestarsi dei sintagmi preposizionali sulla base/nucleo centrale del sintagma nominale. Osserviamo qui albero sintattico/grafosintattico di impianto generativo, che, in questo caso, si concentra solo su un sintagma nominale, ovvero la struttura più alta e astratta, ma che deve essere riscritta in modo da diventare una struttura della lingua storico-naturale, quindi si scrive come DETERMINANTE (aggettivo, articolo, sintagma proposizionale), che determina che il NOME nella sua semplicità compaia alla fine determinato o da un AGGETTIVO o da un SINTAGMA PROPOSIZIONALE.
Noi dobbiamo darci dei segni con specifiche caratteristiche, correlati e strutturali in una lingua → codifica e decodifica. Ci sono però dei casi limite, come avere la possibilità di scrivere un messaggio in una determinata lingua storico-naturale nel linguaggio informatico oppure il codice Morse, dove vi è un rapporto biunivoco, dove quella è la lettera e quella è la trasposizione; come parlanti, sappiamo che non è così facile il rapporto biunivoco, ma soprattutto che al parlante è affidata un’ampia ricchezza di risorse per dare una forma linguistica alla propria intenzione comunicativa → processi di composizione A seconda delle letture e autori che affrontiamo, uno dei principali motivi della tradizione linguistica è che isolando una singola parola non ho nessun contesto, mi trovo di fronte al compito che un bravo estensore di dizionari risolve mettendo una sequenza di numeri o lettere perché vi è una vastità di valori semantici, prendendosi cura di distinguerli, anche se non tutti sono presenti in un determinato contesto, quindi NON può
un’interpretazione immediata.
I sintagmi sono unità astratte che si attualizzano nei testi. Nomi e verbi costituiscono le “teste” dei sintagmi, attorno a cui si dispongono altre parti del discorso che costituiscono però elementi concorrenti a formare unità che da semplici divengono complesse. Quindi, la grammatica ci ha abituato più ad una prospettiva classificatoria : ci sono articoli, aggettivi, più parti del discorso che in Linguistica computazionale si usano, chiamate “part of speech tagging”, avverbi, preposizioni, congiunzioni, interiezioni, ecc. È più facile ricordare i nomi e i verbi, forse ancora meno gli articoli, più astratto è il valore semantico di altre parole, mettendole in fondo alla lista perché è meno facile discernere il loro significato, sono polivalenti (la preposizione di vuol dire moltissime cose), mentre altre sono proprio rare. L’organizzazione in classi è statica, mentre quella sintattica è più dinamica e gerarchica, perché non guarda lo stato di lingua: chi produce i sintagmi? Il singolo parlante! Il dizionario non mi può dare un’organizzazione sintagmatica della lingua, ma una lessicale. Vogliamo sottolineare il fatto che stiamo parlando di unità discorsive portatrici di un significato relativamente compiuto (almeno le frasi) e questo ci sollecita a non partire dalle unità minori (parole), ma da costrutti sintagmatici (dove la sintassi è già stata chiamata in causa), dando luogo a sintagmi nominali e sintagmi verbali. Di studi sintattici c’è ampia notizia, ma studiando le lingue moderne vediamo che la quota dedicata alla sintassi è limitata, ci sono lingue che essendo molto flessive (declinazioni e articoli) danno luogo ad una struttura più complessa, la morfosintassi, ma nella tradizione teorica del Novecento distinguiamo una sintassi strutturale e una sintassi generativa: ➢ Sintassi strutturale: da un minimo di sintassi passiamo ad una sintassi molto articolata. Addirittura, distinta in sintassi formale e sintassi funzionale. Saussure, fondatore dello strutturalismo europeo, non parla quasi di sintassi, ma perché? Semplicemente perché “ è l’intelligenza e la volontà del parlante a decidere l’organizzazione sintattica delle frasi ”, ovvero la lingua ci dà il suo stato, le sue unità lessicali, ecc., unendoli e componendoli, però è il parlante che sceglie di cosa avvalersi e come comporlo, quindi noi non includiamo la sintassi nelle descrizioni di come la lingua funziona, perché questo è demandato alla libera scelta del parlante. Benedetto Croce disdegnava le teorie linguistiche, esaltando la libertà creatrice di poeti e letterari, non credendo che ci potesse essere sintassi in grado di sopperire a questa libertà e creatività. Invece, nella tradizione praghese, importante per gli studi sintattici, una delle prime cose studiate per documentare la varietà di mezzi rispetto alla comunanza dei fili nella comunicazione verbale è la restrizione di scelte possibili, in certi casi, ai parlanti, compensata da altre possibilità di scelta lasciate ai medesimi parlanti. Questo aspetto strutturale è proprio di una compensazione tra qualcosa che è scarso e qualcosa che sovrabbonda, presente nella stessa lingua, ma ogni lingua è diversamente organizzata. Il livello attraverso cui passa la descrizione delle fattezze di lingue strutturate è il livello dell’ ordine delle parole. o Sintassi formale: lo studioso della lingua inglese Mathesius conduce un’indagine sociolinguistica sull’ordine delle parole: lui era boemo, ma era linguista e professore di letteratura inglese, linguista inglese e poi generale. Mathesius osserva la parlata colta inglese, analizzando con quali criteri vengono ordinate le parole. Propone una traduzione in lingua ceca, osservando che il traduttore ceco ha molta più libertà e flessibilità, grazie alla declinazione dei casi, caratteristica di tutte le lingue slave (favorisce il ritmo e la musicalità, non mettendo in crisi la comprensione). Queste sono le fattezze della lingua di cui il parlante si avvale, anche senza riflettere, per organizzare il flusso del pensiero e la ricezione ai fini di
comprensione da parte di chi ascolta e chi legge. Quindi, o ci concentriamo sullo stato di lingua, la langue, e trascuriamo la parole e, di conseguenza, la sintassi, oppure consideriamo prima di tutto il dato non solo di langue ma anche di parole, spiegando il dato letterario/testuale come improntato dalle specifiche caratteristiche della lingua, il cui testo è redatto → se in inglese non metto il soggetto per primo, rischio di non farlo riconoscere come soggetto. Se invece, posso mettere un nominativo in fondo alla frase, lo posso benissimo spostare da quella prima sede e non compromettere il suo ruolo di predicato. Oltre alla sintassi strutturale, fondamentale per la tradizione praghese, legata più all’analisi grammaticale che logica, abbiamo anche l’analisi funzionale. o Sintassi funzionale: individua l’organizzazione dell’informazione e il suo flusso tra una frase e l’altra, introducendo i concetti di tema e rema (topic e comment). Ad esempio, nella primissima lezione su Platone, io la introduco con la domanda “ Chi era Platone?” e avvio la risposta dicendo che “Platone era un allievo di Socrate, maestro di Aristotele e appartenente alla stessa scuola, ecc.”. Dunque, c’è un vertice su cui spunta l’informazione, ovvero Platone, elemento introdotto per la prima volta, focus dell’interesse sollecitato, ma non lo è più tale nel momento in cui lo riprendo nella risposta, perché ormai Platone è il tema che è già stato posto, trasformandosi in rema, ovvero l’oggetto su cui la comunicazione procede e scorre, che integra una novità rispetto al già introdotto e già noto → questo avviene secondo diversi coordinamenti di parole, secondo accenti e funzioni di prosodia, potendo vedere nella posizione di tema e rema tanto strutture nominali quante strutture verbali. Se io chiedessi “chi è arrivato per primo in aula?” e avessi un nome, quel nome sarebbe il rema, ovvero il complemento nuovo che attendo dallo scambio verbale. Invece, se chiedessi “hai lezione prima di inglese o di tedesco?”, la specifica riguarderebbe un sintagma nominale. Quindi, questo è l’aspetto delle regole sintattiche data una lingua, dato il fatto che la sua morfologia sia ricca o povera, data la libertà di ordinare le parole e se le macchie morfologiche mi informano riguardo i rapporti tra i sintagmi nominali + devo fare attenzione alle ellissi , ovvero quella disinvoltura sintattica (orale e scritta), dove non devo mettere per forza soggetto, predicato, ecc., perché il parlante è libero di omettere qualcosa e il flusso dell’informazione nel testo consente di recuperare ciò che è stato lasciato fuori/tralasciato. Un’osservazione dell’abilità spontanea dei parlanti, dell’abilità coltivata da essi quando scrivono di letteratura e capacità non solo di assecondare le regole morfosintattiche, ma di ben disporre del flusso dell’informazione, del dinamismo degli eventi di cui si tratta, delle proprietà/relazioni che si attribuiscono agli enti referenti. ➢ Sintassi generativa: è una grammatica, quindi un sistema formale di regole, che, essendo esplicito e formalizzato, rappresenta un dispositivo di calcolo in grado di generare tutte e sole le frasi ben formate in una lingua, come se fosse un software da cui ottengono degli output. Si tratta quindi delle regole di riscrittura dai simboli più astratti alle loro articolazioni grammaticali fino alle inserzioni lessicali, modellizzazione della competenza innata dei parlanti → la questione è totalmente diversa rispetto alla sintassi strutturale. In quest’ultimo caso, si parte dalla regola astratta e inserendo voci del lessico di una lingua x, otterremo delle frasi ben formate sintatticamente in quella certa lingua. Quindi, non partiamo dall’esperienza, ma dalle categorie astratte di enunciato, scoprendo come si arriva in output alla frase ben formata della lingua che vogliamo considerare → NOI DOBBIAMO SAPERCI ORIENTARE IN QUALE È LA TRADIZIONE TEORICA IN CUI CI STIAMO MUOVENDO! Questo ci aiuta a capire per quale motivo è così astratta l’impostazione di una semantica che abbia così presente quel riduzionismo indubbiamente indebito che invece accadeva agli inizi della Linguistica scientifica, cioè guardare le unità minime (morfemi, fonemi), che fanno la differenza, ma fermandosi alla soglia della parola quasi fosse la soglia massima, al più comparando i sistemi di coniugazione dei verbi, ma non considerando l’intero dell’organizzazione sintattica di proposizione di enunciati. Si è voluto porre riparo a questo atomismo/elementarismo7riduzione in elementi troppo semplici delle nostre forme del dire, evolvendosi, in alternativa, a partire dall’unità enunciativa come il traguardo fondamentale, per vedere come riscriverlo in una prospettiva sempre più discendente - dall’astratto al concreto - facendo un’operazione all’inverso di quelle nel calcolo aritmetico (stringe lunghe di operazioni → risolvo le singole operazioni → singolo risultato finale → qui è tutto il contrario → partiamo dalla costituzione del sintagma per vedere come riscriverlo volta a volta, fino ad ottenere una stringa in lingua naturale, non più in simboli astratti).
precedente quanto era stato sottinteso. Si dice che aggettivi, avverbi e sintagmi preposizionali possono essere saldati liberamente in modo ricorsivo (libertà di chi parla e scrive), arricchendo la sua espressione e moltiplicando, entro certi limiti, i sintagmi dell’enunciato, mentre i determinanti non possono essere moltiplicati: ecco perché diciamo “un qualsiasi libro di Linguistica”, “uno qualunque tra voi”, dove abbiamo l’aggettivo numerale e indefinito, l’articolo e l’aggettivo indefinito, ma è proprio un’enfasi, perché si vuole sottolineare che si dà quella determinazione di alta indefinitezza e la si rimarca. Altrimenti, anche gli ausiliari sono vincolati da un numero limitato (al massimo 2), possono esserci verbi semplici e non ausiliati, il che però dipenderà dal tempo che voglio esprimere (io posso dire “era ammirato” così come “era stato ammirato” → libera invenzione del parlante di marcare un tempo passato prossimo o un trapassato prossimo). Come già detto prima, i possessivi in italiano richiedono l’articolo. Se spostassimo questo rapporto ad altre lingue, NON potrei farlo. Alla stessa maniera, nelle forme asteriscate, la sovrabbondanza di determinanti non sta in alcuni casi (abbiamo anche un’opposizione semantica). A questo punto, parliamo della categoria semantica ampia dei nomi propri , che in genere non danno filo da torcere nell’apprendimento delle lingue nuove, però molto spesso ai filosofi sfuggono dall’osservazione perché proprio la loro natura di singolarizzatori forti li sottrae allo sguardo universale e astratto, quindi li possiamo considerare una classe “defilata”, anche se la semantica ha preferito mettere a confronto nomi proprio e nomi singoli. Innanzitutto, la categoria dei nomi propri è più ampia dei nomi di persona (nomi di città, nomi delle montagne, dei mari, dei laghi, ecc.), ma si impongono alla nostra attenzione, non si possono confondere perché hanno una specifica fisionomia. Per conoscere il significato di un nome proprio dobbiamo conoscere qualcosa circa il suo referente: se anche usiamo nomi propri “spuri” (Monte Bianco, Monte Rosa, Mar Rosso, Mar Morto), capiamo che non basta il criterio con cui li abbiamo denominati per poterci far dire “sappiamo che cos’è e dove si trova”, ecc., quindi occorre una conoscenza non da codice, ma una conoscenza da enciclopedia, ovvero devo conoscere il mondo e avere una vasta cultura, entrandone nel merito e capendo che non tutti abbiamo la stessa cultura. Dobbiamo conoscere qualcosa di distintivo del referente che lo contraddistingua rispetto a tutti gli altri: non basta essere “bianchi” anche se le cime delle montagne neve e ghiacciai perenni, ma bianco per bianco, che sia ogni ghiacciaio, il Monte Bianco è uno e devo sapere dove si colloca, per quali motivi spicca e almeno alcune informazioni fondamentali. Quindi, se al nome proprio si può riconoscere un significato, questo sembra coinvolgere due aspetti: un concetto di un oggetto e l’ oggetto stesso. Guardando questo grafico, il nome proprio scelto è Wikipedia: dal nome passo al concetto, che coglie le proprietà fondamentali del referente. Poi al referente, ovvero all’enciclopedia online che mi permette consultazioni sui più vari temi e termini. Sembrerebbe quindi che un nome proprio di qualsiasi cosa ci rimanda a qualcosa. Wikipedia è un composto, noto a partire dalla sua funzione enciclopedica, quindi prima di andare alla stringa/URL depositato su Internet, ho l’idea di enciclopedia introdotta nella direzione che mi porterà a trovare l’oggetto inteso. In questo caso, abbiamo applicato ai nomi propri la semantica bidimensionale di Frege, cioè abbiamo dato ad un’espressione un senso e un significato; significato è un oggetto e il senso è un pensiero/concetto associato al referente. È interessante partire dai nomi propri, anche se Frege li intende in un senso non identico a quello che la grammatica ci ha insegnato e che fin qui abbiamo
considerato per poi estendersi ai nomi comuni, perché le nostre lingue prevedono tanti nomi propri quanto nomi comuni e perché il grande vantaggio del nome proprio è quello che ci aiuta a focalizzarci tutti a convergere su una medesima entità (se dico “Milano”, per quanto diversa la conoscenza di ognuno di noi, convergiamo tutti su questa città). La sfida dei nomi comuni è che sono comuni, quindi questo percorso – data un’espressione per arrivare a ciò a cui quell’espressione vuole riferirsi – è più ardua, abbiamo troppa folla e dobbiamo aiutarci a determinare per trascendere il vero referente a cui il parlante intende relazionarsi. 04/03/
Ripartendo dallo schema sovrastante, per Frege e la sua teoria del riferimento diretto ci ricorda, in generale, la considerazione del significato in una semantica bidimensionale, che sia di un nome comune, di un enunciato dichiarativo, di espressioni sintagmatiche. L’espressione al vertice di sinistra è il punto di partenza dello schema dialogico (in altri modelli è al centro) e i dialoganti sono fuori campo, cercando di non dimenticare che, affinché ci sia uno scambio verbale umano, sono indispensabili. Però concentriamoci sull’organizzazione semantica della struttura espressiva, affermando che si arriva al referente/denotato/Bedeutung per il tramite di un pensiero (concetto semplice o articolato). Il modello di Frege è il più importante, esplicitato nel suo articolo Über Sinn und Bedeutung (1 89 2), ma non possiamo pensare che questa duplicità delle parole/espressioni che abbiano un minimo di completezza siano stati riconosciuti come portatori di pensieri e riferimenti a cose o eventi in epoca precedente: già Aristotele, nel IV secolo a.C., nella sua opera Sull'interpretazione (Περί ἑρμηνείας - De Interpretatione) diceva che “ciò che sta nella voce (voce articolata umana) rimanda alle operazioni/affezioni dell’anima, ma anche alle azioni/fatti del mondo”. In epoca medievale, la logica e la filosofia del linguaggio usano la nozione di suppositio per dire che un termine sta al posto di qualcosa, rinvia ad altro, quindi proprio nelle sedi teologiche dove non è visibile ciò di cui si parla, viene introdotta la categoria della suppositio ( supponere pro ) che significa che non solo una parola veicola un pensiero, ma rinvia e designa qualcuno e qualcosa. Frege chiama Sinn (senso) il concetto/il pensiero associato ad una parola/a un’espressione più complessa; Bedeutung (significato, più volte tradotto con referente) l’oggetto o gli oggetti – nel senso più lato – a cui l’espressione rimanda per il tramite del pensiero. Gottlob Frege (1848-1925), professore di matematica all’Università di Jena e voleva fondare la matematica sulla logica, capisce l’importanza di linguaggi, simboli ed espressioni , che rimandano ad un pensiero, ma anche ad entità (essendo un matematico, si era chiesto “che cos’è un numero e come si può definire?”). Nella prospettiva di Frege, per dimostrare che sono due i tipi di significato che si allacciano all’espressione dobbiamo introdurre il concetto di relazione di identità, ovvero un dispositivo che svela qualcosa che altrimenti non sarebbe dimostrato e osservabile: partiamo da A=A, confrontandola con l’uguaglianza A=B. Se ci fermassimo alla superficie delle cose, potremmo dire che la prima espressione è ovvia e palese, mentre la seconda è problematico, perché A non è B. Pensando alla pratica di calcolo, sappiamo che 2+2= 4, evidentemente 4 era un numero reale ben identificato, al termine però di un percorso di operazioni che ci hanno fatto incontrare una struttura complessa, quindi ciò che stava a sinistra dell’uguale non era uguale a ciò che sta a destra → si può dare il caso di A=B → questo significa che ad una medesima e unica entità posso arrivare tramite più strade (alcune più immediate, altre frutto di operazioni che possono snodarsi). Io posso identificare un’unica entità/oggetto, esprimendolo in modo diverso: posso dire che 49 è l’elevazione alla seconda di 7, oppure il risultato della sottrazione di 50-1, ecc., analogamente posso dire che il nome+cognome di ciascuno di noi, consente di essere introdotto come primo argomento di un enunciato d’identità che ci descrive in qualche modo. Quindi, le entità di cui parliamo, grazie anche ai nomi propri, sono assolutamente comprovabili (vale per ciascuno di noi, con una ricca e auspicabilmente non limitata serie di esempi/serie di elementi descrittivi, individuati da determinanti definiti, che fanno sì che noi, a poco a poco, indentifichiamo di chi si sta trattando). Quando noi utilizziamo un’espressione che abbia al suo centro un nome comune, siamo indirizzati ad un qualche pensiero (concetto o pensiero articolato), ma l’occorrenza di quel nome comune in quel discorso fa sì che, grazie a quel pensiero orientato, riusciamo a cogliere l’entità che abbiamo intenzione di dire (questo vale per gli aggettivi, per i verbi transitivi, la relazione dall’espressione al senso vale anche per quelle “parolette che sembrano più sfuggenti e più difficili da identificare nella loro portata semantica, ma che sono da noi ben conosciute, comprese e utilizzate”, come un quando, un mentre, un perché, un di, ecc.). Quindi, abbiamo questo rinvio ad un pensiero e da questi pensieri siamo pilotati verso il significato di ciò di cui l’espressione tratta. Viene riproposto il triangolo semiotico non a carico dei nomi propri, ma ad espressioni linguistiche più
che ci circonda e ci sono casi che ci lascerebbero nel dubbio. Prendiamo qualche esempio: abbiamo dei termini collettivi come mobilia, ovvero con una certa sicurezza diciamo che tavoli, sedie, poltroni e letti sono mobilia (furniture), oppure di fronte a casi come pianoforte o lampada siamo incerti, oppure di fronte a casi come televisore, stereo o frigorifero siamo dubbiosi se includerli o meno e ancora il telefono è un caso estremo, ancora più periferico. Analogamente, con uccello abbiamo risultati simili: un pettirosso e un gabbiano sono esempi buoni, un’anatra o un cigno ci sembrano esempi periferici della categoria, mentre i pinguini e le galline sono esempi ancora più periferici (U. Eco, Kant e l’ornitorinco, 1997 ). Questa consapevolezza del fatto che c’è qualcosa che sicuramente appartiene ad una categoria e qualcos’altro che associamo, esitando, associamo a quella categoria, è stata verificata anche dal punto di vista delle misurazioni del tempo necessario a chi viene intervistato se ha più certezze per il fatto che il termine si adatti all’entità in questione, sarà più rapido nel rispondere; se si è di fronte a casi limite, ci impiegherà più tempo. Questo esperimento sui nomi dei colori , chiamato basic colouir terms/non basic colour terms, viene condotto tra il 1969 e il 1972, aiutando a stabilire che nella capacità non solo percettiva, ma anche di denominazione di colori, le lingue non usano tutte la stessa misura, perché ci sono lingue con un numero molto ristretto con nomi di colori centrali, altrimenti altre lingue usano costrutti perifrastici (azzurro turchese) o alterati (giallognolo). Sappiamo quanto sia alle volte difficile afferrare l’essenziale, quindi cogliere le essenze, associando al valore semantico di un termine, ciò che riteniamo essenziale di tutte quelle espressioni che possiamo definire. Ci chiediamo, ad esempio, che cos’è un pomodoro? Senza un supporto visivo, ne riconosciamo l’etimologia, ovvero “un pomo il cui colore è dorato” (approssimazione perché non è vero che il pomodoro è esattamente dorato), ma sappiamo che ha diversa colorazione, rosso o verde, può essere ammantato nel corso della sua maturazione, ma dipende da molti fattori → questo ci apre ad una serie di domande che ci chiedono se sappiamo utilizzare bene il termine. ➢ La grandezza? ➢ La forma? ➢ Il colore? ➢ Il sapore? ➢ La consistenza? ➢ La costituzione interna? Perciò, non esiste un unico insieme di proprietà comune a tutti i membri appartenenti all’estensione di un nome. Esistono solo delle catene di somiglianze che partono da un individuo e arrivano ad un individuo molto diverso (riferimento filosofico a Wittgestein ). Di fronte ad uno stereotipo (tratti minimi di concettualizzazione ampiamenti diffusi, non controllati alla fonte e spesso fuorvianti) che non afferra la specificità di qualcosa, dobbiamo rivolgerci agli esperti, i quali ci espliciteranno le proprietà più “profonde” (composizione chimica, struttura del DNA, ecc.) che spiegano l’appartenenza di tutti gli individui che chiamiamo “pomodori” ad un solo istante. A questo punto, nasce la nozione di prototipo, ovvero ciò che a tutti gli effetti ha le caratteristiche essenziali (una forma frequenza, un colore diffuso che troviamo nella maggior parte degli esemplari). A mano a mano che ci allontaniamo da esso, ci avviciniamo ai confini di ciò che può essere chiamato “pomodoro”. Esiste un insieme di proprietà definito e per ogni proprietà scalare un valore “normale”. Tuttavia, la mancanza di una di queste proprietà o un valore “fuori scala” non determina l’esclusione dall’insieme dei referenti, ma un avvicinarsi alla sua periferia. Tale insieme è infatti fuzzy (sfumato). Dobbiamo introdurre la grande distinzione tra nomi e verbi, che ci aiuta a capire come, nella storia di una lingua storico-naturale, anche il loro status si è evoluto: inomi nominano cose, mentre i verbi azioni o, meglio ancora, cambiamenti. Ci sono possibilità di oggetti di perdurare nel cambiamento (pensiamo a “corsa”, “camminata”, “passeggiata”, ovvero azioni in continuo cambiamento; oppure verbi che indicano uno stato, come “essere” e “stare”). È proprio una lingua a darci la possibilità di far diventare qualcosa (proprietà, azioni, cambiamenti) che abbiamo esigenza di comunicare (l’amicizia è una relazione, non si vede e non si sente, anche se ne abbiamo di indizi, ma non è un oggetto concreto o una sostanza autonoma) → non erano solo nomi di sostanze i cosiddetti “sostantivi”, ma facevano diventare oggetto di discorso quelle relazioni inerenti al rapporto tra persone. Ci sono poi delle entità argomentate in ontologia che non cadono sotto i nostri sensi, spirituali o astratte, oppure entità non date in natura, ma sono esplicitate in una forma solenne, costrutte (una legislazione, un’istituzione) e di stati. Anch’esse sono qualcosa, ma certamente non riconducibili ad oggetti sensibili nella loro concretezza che possiamo considerare come prototipici designati da nomi. Questo significa che è la nostra capacità di verbalizzazione e di pensiero che la mente umana rende oggetto, quindi obiettiva ciò che propriamente oggetto non è. La stessa capacità di sottrarre determinatezza quando usiamo gli indefiniti e diciamo “oggi qualcosa non va per il verso giusto”, volendo intenzionalmente sottolineare che ciò che non è
andato per il verso giusto o sfugge alla nostra comprensione o non può essere noto a chi ci sta ascoltando, quindi vogliamo sottrargli le determinazioni per enfatizzarne l’indeterminatezza. In filosofia troviamo verbi che indicano soprattutto stati (qualcosa è, qualcos’altro è in un altro stato), mentre in un racconto o film d’azione i verbi impiegati sono verbi che richiamano eventi, comportamenti e azioni. Poi possiamo sostantivare i verbi, ottenendo anche nomi da verbi (camminata), ma anche nomi da aggettivi (bellezza, bontà, verità), quindi sostantivare qualcosa che, anche nella sua vicenda linguistica, aveva avuto il riscontro originario di non essere un’entità autonoma, ma di essere una proprietà di qualcosa o una relazione tra più entità. 05/03/ Le funzioni A partire da un saggio di Frege (1891), vediamo introdotto il concetto di funzione, cercando di chiarire il ruolo del pensiero concettuale. Nel caso dei concetti, Frege utilizza la nozione di funzione perché, nell’uso predicativo del concetto, Frege individua due proprietà delle funzioni: istituiscono relazioni in modo ordinato e sono relazioni tra elementi di un dominio ed elementi di un codominio che portano a determinare dei valori. Frege ha molto chiaro che i concetti non sono atomi sospesi nel vuoto, ma hanno delle valenze, sono fatti non per isolarsi, ma per comporsi ed integrarsi in strutture molecolari, come sono le nostre espressioni (aritmetiche, algebriche, linguistiche, ecc.). Dunque, è possibile vedere l’operatività delle operazioni di pensiero logiche che facciamo con quei concetti usati predicativamente, saturando i posti vuoti che essi lasciano e predispongono e attivano ( es. nascere e morire hanno un solo posto argomentale; i verbi transitivi saturano moltissimi posti perché sono bivalenti/diadici, quindi qualcuno mangia qualcosa, beve qualcos’altro; verbi trivalenti, perché qualcuno scrive una lettera a qualcun altro in una determinata lingua, il che costituisce un quarto argomento/aggiunto/avverbio). Ci sono moltissimi tipi di relazione, ma le funzioni prevedono solo due domini: gli elementi di A si chiamano argomenti della funzione, mentre gli argomenti di B valori della funzione. La funzione mappa ogni argomento su di un valore. L’insieme A è definito dominio della funzione, mentre l’insieme B codominio. L’insieme degli elementi del dominio che si legano in modo biunivoco agli elementi del codominio. Per ogni elemento di A troviamo nel codominio un solo elemento di B, istituendo le debite corrispondenze. Diciamo che A offre alla funzione i suoi argomenti, mentre l’approdo di questo percorso che dall’argomento presente nel dominio viene determinato dall’operazione di predicazione con quel concetto, porta a determinare i valori della funzione che sono gli elementi di B → la funzione è una relazione da argomento a valore. Quale sarà la natura degli argomento del codominio? Per Frege, nel momento in cui la predicazione è dotata di forza assertoria (strutturiamo enunciati dichiarativi, di cui ci si può chiedere se siano veri o falsi), i valori rappresentati nel codominio sono o il vero o il falso. Questo ci dà l’idea che noi cerchiamo gli insiemi di elementi che possiamo collocare o in un dominio o in un codominio, individuando la funzione adeguata a dar conto delle loro mutue relazioni. Poiché sono particolari relazioni, le funzioni possono mappare gli elementi di un insieme su elementi di quell’insieme. Cioè, esistono funzioni f: A=A. ad esempio, la funzione essere il doppio di è una funzione che mappa numeri su numeri. Le funzioni che mappano gli elementi di un insieme su se stessi si chiamano operazioni. Ma come si scrivono queste funzioni? Prima di tutto, più astratti vogliamo essere, più preferiremo simboli di variabili, cioè faremo capire che, per esempio, dato un concetto e il suo uso predicativo – ad esempio, un verbo