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La Semiotica: Saussure, Peirce e la Circolazione dei Segni - Prof. Braga, Appunti di Semiotica

La semiotica, la scienza dei segni, attraverso la riflessione di Saussure e Peirce. Saussure introdusse la distinzione tra segno, oggetto e interpretante, mentre Peirce estese la semiotica a tutti i livelli di comunicazione, inclusi i segni indicali e la circolazione sociale dei segni. anche della pragmatica semiotica e il ruolo dei segni nella conoscenza e nella società.

Tipologia: Appunti

2019/2020

Caricato il 24/08/2020

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SEMIOTICA – prof.Braga Paolo
La semiotica ha due fuochi d’interesse: il significato e la comunicazione,
semiotica studia i fenomeni di senso. Come si dà un significato, come lo
comprendiamo in presenza di un segno, un enunciato, un testo? questa cosa
qui si chiama “significazione” e viene facile immaginarsela come un’asse
verticale, come il significato emerge. Asse orizzontale: come lo mettiamo in
circolo e lo condividiamo, cosa facciamo quando comunichiamo. La semiotica
come disciplina ha un oggetto di elezione che sono gli artefatti, le costruzioni, i
prodotti umani fatti per significare e comunicare, la semiotica si è affermata,
istituzionalizzata come disciplina accademica negli anni ’60-’70 del 900, si è
esercitata in primo luogo sui prodotti, segni frutto del lavoro umano per
significare e comunicare. La semiotica contemporanea ha usato i risultati di
questo suo applicarsi allo studio di come l’uomo usa queste cose per significare
e comunicare allargando il discorso a sfere indipendenti dalla significazione
artificiale.
Per esempio: Io studio quali sono i meccanismi in atto perché una canzone
produce significato, com’è che comprendo questo costrutto umano sono gli
stessi meccanismi in atto per comprendere altre cose che mi circondano che
non sono costrutti umani fatti per significare, quindi per comprendere la natura
che mi circonda. I meccanismi di produzione di senso per cui quando mi
imbatto in un cielo nuvoloso capisco che pioverà. La semiotica studia i testi, si
allarga e può arrivare ad esprimere ragionamenti e riflessioni che hanno a che
fare con la filosofia della conoscenza, una disciplina più astratta, meno di
analisi di oggetti concreti. Tutto questo è già importante per il primo autore che
affrontiamo (Peirce) che è sì uno dei padri della semiotica, ma fa anche filosofia
della conoscenza.
Collochiamo la semiotica rispetto anche ad un’altra disciplina che è filosofia del
linguaggio, ma rispetto a quest’ultima che si interroga sul perché l’uomo
comunica e cosa significa che usa il linguaggio naturale ha una vocazione più
concreta ed operativa, ragiona a partire dalle cose che analizza, è più induttiva.
Abbiamo una semiotica del cinema, della pubblicità, dell’immagine, del teatro,
la semiotica si concentra su certe tipologie di testo e di lì lavora per trarne le
regole di funzionamente del significato. Ci può essere anche una semiotica
squisitamente applicata piuttosto sganciata dalle grandi questioni teoriche che
mette tra parentesi la sua parentela con la filosofia del linguaggio e si
concentra su analisi di testi per dare indicazioni pratiche, il caso più pratico è la
semiotica della pubblicità che fa analisi sulle agenzie di pubblicità dove si fa
l’analisi di uno spot per capire se può funzionare o no o perché non ha
funzionato, si fa un’analisi della campagna di un competitor per capire quali
sono le pieghe di quella comunicazione che spiegano il suo successo per fare lo
stesso. Disciplina che resta un po’ ‘concettosa’, ed esoterica perché ha una sua
terminologia specifica. Nel suo corso la semiotica contemporanea si è
sviluppata lungo due linee, approcci di fondo:
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SEMIOTICA – prof.Braga Paolo La semiotica ha due fuochi d’interesse: il significato e la comunicazione, semiotica studia i fenomeni di senso. Come si dà un significato, come lo comprendiamo in presenza di un segno, un enunciato, un testo? questa cosa qui si chiama “significazione” e viene facile immaginarsela come un’asse verticale, come il significato emerge. Asse orizzontale: come lo mettiamo in circolo e lo condividiamo, cosa facciamo quando comunichiamo. La semiotica come disciplina ha un oggetto di elezione che sono gli artefatti, le costruzioni, i prodotti umani fatti per significare e comunicare, la semiotica si è affermata, istituzionalizzata come disciplina accademica negli anni ’60-’70 del 900, si è esercitata in primo luogo sui prodotti, segni frutto del lavoro umano per significare e comunicare. La semiotica contemporanea ha usato i risultati di questo suo applicarsi allo studio di come l’uomo usa queste cose per significare e comunicare allargando il discorso a sfere indipendenti dalla significazione artificiale. Per esempio: Io studio quali sono i meccanismi in atto perché una canzone produce significato, com’è che comprendo questo costrutto umano sono gli stessi meccanismi in atto per comprendere altre cose che mi circondano che non sono costrutti umani fatti per significare, quindi per comprendere la natura che mi circonda. I meccanismi di produzione di senso per cui quando mi imbatto in un cielo nuvoloso capisco che pioverà. La semiotica studia i testi, si allarga e può arrivare ad esprimere ragionamenti e riflessioni che hanno a che fare con la filosofia della conoscenza, una disciplina più astratta, meno di analisi di oggetti concreti. Tutto questo è già importante per il primo autore che affrontiamo (Peirce) che è sì uno dei padri della semiotica, ma fa anche filosofia della conoscenza. Collochiamo la semiotica rispetto anche ad un’altra disciplina che è filosofia del linguaggio, ma rispetto a quest’ultima che si interroga sul perché l’uomo comunica e cosa significa che usa il linguaggio naturale ha una vocazione più concreta ed operativa, ragiona a partire dalle cose che analizza, è più induttiva. Abbiamo una semiotica del cinema, della pubblicità, dell’immagine, del teatro, la semiotica si concentra su certe tipologie di testo e di lì lavora per trarne le regole di funzionamente del significato. Ci può essere anche una semiotica squisitamente applicata piuttosto sganciata dalle grandi questioni teoriche che mette tra parentesi la sua parentela con la filosofia del linguaggio e si concentra su analisi di testi per dare indicazioni pratiche, il caso più pratico è la semiotica della pubblicità che fa analisi sulle agenzie di pubblicità dove si fa l’analisi di uno spot per capire se può funzionare o no o perché non ha funzionato, si fa un’analisi della campagna di un competitor per capire quali sono le pieghe di quella comunicazione che spiegano il suo successo per fare lo stesso. Disciplina che resta un po’ ‘concettosa’, ed esoterica perché ha una sua terminologia specifica. Nel suo corso la semiotica contemporanea si è sviluppata lungo due linee, approcci di fondo:

  • Paradigma strutturalista
  • Paradigma pragmatico L’autore che affrontiamo ( Peirce ) si colloca dalla parte della pragmatica, ne è il riferimento teorico d’apertura, il suo pensiero è quello su cui si radica la semiotica pragmatica contemporanea, ambito in cui hanno lavorato autori noti tra cui Umberto Eco negli anni successivi a Peirce, ma anche pensatori come Gianfranco Bettettini applicando la pragmatica al cinema. Il filone strutturalista su cosa si concentra? L’idea di sistema o struttura, come si struttura il sapere, le competenze di chi comunica perché questi possa comunicare. Il sistema di precondizioni culturali e di competenza linguistica che vengono attivate nel comunicare è l’oggetto del filone strutturalista che ha come riferimento d’apertura la riflessione di Ferdinand De Saussure. Quando si dice codice si dice “langue”. L’idea chiave dell’altro paradigma che ha come riferimento l’idea di azione, tutte quelle azioni implicate nel comprendere e nel comunicare come io li uso per comunicare, che azioni io metto in atto per usare i segni e costruirli, ma anche per comprenderli. Come si sono evoluti questi due filoni? In parallelo spostando insieme in avanti il fuoco del proprio interesse, su entrambi i fronti la semiotica si concentra prima nello studio del segno, l’oggetto di interesse è il segno, quali segni ci sono, come si organizzano tra loro, che azioni mentali i segni innescano, etc. poi ci si sposta a considerare i testi che sono oggetti più articolati, costrutti che assemblano in maniera organica una complessità di segni o enunciati. Lo strutturalismo semiotico inizia riprendendo Saussure, riflettendo sul segno come elemento elementare, base di un sistema in cui ciascun segno trova il suo posto e risulta definibile, come si organizza la langue per cui ciascun segno ha il suo posto logico e quindi può funzionare. Quest’idea la semiotica negli anni ’60-’70 appunto perché è scienza dei segni in generale la prende da Saussure e prova ad applicarla anche in altri ambiti interrogandosi se anche nel linguaggio cinematografico il sistema si può articolare in elementi semplici simile ai segni linguistici nel linguaggio verbale. E come si concentra sull’unità minima che è il segno. la semiotica pragmatica si concentra sul segno per mettere a fuoco quali azioni il segno innesca e quale azione suppone, cosa operativamente devo fare per attivare un segno. Secondo Peirce le azioni che abbiamo in testa sono segni del mondo, di ciò che sappiamo e che comprendiamo, segni della realtà, noi quando comunichiamo condividiamo queste idee  segni mentali che ci permettono di comprendere il mondo, quelle idee che abbiamo in testo che sono i segni sono mediatori di comprensione perché nel confronto tra idee diverse è nel tradurre un’idea in un’altra idea che io comprendo qualcosa (=azione dell’inferenza). La semiotica pragmatica si concentra con Peirce su questo nucleo. A partire da questa riflessione la semiotica pragmatica sposterà il proprio interessa dal segno al testo, però al testo la semiotica pragmatica non ci arriva subito, prima di comentarsi nello studio del testo la semiotica

disseminata in una serie numerosa di articoli scientifici che a lungo è stata organizzata in un’ampia raccolta prodotta secondo il criterio tematico e non cronologico. In questa raccolta “Collected Papers” si suddividono:

  • Gli scritti che trattano di filosofia della conoscenza
  • Scritti che trattano della costanza gravitazionale (perché era uno scienziato)
  • Scritti che trattano della semiotica Se si organizzano in questa maniera i suoi scritti quello che passa in secondo piano è il criterio cronologico che invece è importante per capire il suo pensiero in generale e la sua semiotica in generale, all’inizio della sua parabola intellettuale sono su certe questioni difformi da quelle che farà alla fine. Alla fine cambierà idea rispetto ad una questione centrale che è la questione del rapporto tra i segni e la realtà. Nasce nel ’39 a Cambridge (americana quindi nei pressi di Boston), figlio di un astronomo che gli trasmette l’amore per le scienze esatte e l’idea generale che con esse studiando il mondo si conosce Dio in quanto supremo geometra dell’universo, il padre Benjamin Peirce è di religione unitariana (un credo non trinitario). La prima moglie di Peirce sarà episcopariana e lo convertirà ad un credo trinitario, è un bambino prodigio iniziato agli studi filosofici in tenera età dal padre. Nel 1859 si diploma ad Harvard dove ha studiato filosofia e scienza, tre anni dopo si laurea in chimica  la sua semiotica ha in certi ambiti una vocazione classificatoria, classificazione dei segni. In qualche modo gli studi di chimica hanno incentivato su di lui questa formemantis che è propria di quel periodo (l’evoluzionismo, Darwin, tavola periodica di Mendelejv). Laureatosi in chimica esce in università e si occupa come scienziato per un’agenzia governativa americana, fa ricerche per il governo (attorno al 1861) fino a quando viene assunto ad Harvard dove insegna “Logica della scienza” (1865). Tra il 1868 ed il ’69 scrive degli articoli che sono importanti perché toccano una questione centrale che è quella del rapporto tra segni e realtà, sono i cosiddetti saggi anti-intuizionistici perché l’intuizione intesa come possibilità atta alla conoscenza diretta del mondo era un elemento fondante della filosofia di Cartesio. Fonda un club di libero confronto intellettuale tra i suoi membri che prende il nome di “metaphysical club”. Tra il ’77 ed il ’78 contribuisce in maniera decisiva alla nascita del pragmatismo, un suo articolo fondativo s’intitola “Come rendere chiare le nostre idee”. Tra il 1879 ed il 1884 passa ad insegnare alla John Hopkins university che è l’università di punta nella ricerca americana e sono gli anni più felici della sua vita e fa attività accademica ad altissimo livello. Fino a che nel 1885 viene estromesso dal mondo accademico americano, perde uscendo dall’università che conterà molto per la sua teoria dei segni e la sua teoria della verità e quella della conoscenza che è la frequentazione attiva della comunità scientifica. Se uno come lui che è convinto dell’importanza del confronto e della convalidazione dentro ad una comunità scientifica e ne vieni estromesso è una ferita personale e teorica. La sua esistenza diventa a questo punto

declinante, avrà qua e là progetti di ricerca, in parte farà il conferenziere, ma di fatto morirà triste e solo nel 1914 in Pennsylvania. I suoi scritti di semiotica per la maggior parte vengono scritti nell’ultima fase della sua esistenza. Molta della sua semiotica è stata prodotta dopo lo shock dovuto alla sua estromissione. Curiosamente è proprio attorno al 1885 che Peirce riflette su una categoria di segni che ha come sua prerogativa quella di un contatto diretto dell’oggetto con la realtà  segni indicali. I segni che indicano la realtà perché si sono scontrati, quasi lo scontro con la durezza della vita lo avesse spinto ad allontanarsi dalle posizioni anti-intuizionistiche, un cambio di prospettiva. Peirce che verrà ripreso decenni dopo anche da Umberto Eco è il punto di riferimento per il filone pragmatica della semiotica contemporanea, semiotica pragmatica. La sua semiotica è incardinata su una certa definizione su che cos’è il segno, il segno per Peirce è qualcosa che sta a qualcuno per qualcos’altro sotto qualche rispetto o capacità quel “qualcuno” è la persona che sta davanti al segno, “qualcos’altro” è l’oggetto del segno, il segno rimanda ad un oggetto. “sotto qualche rispetto o capacità” è l’ottica, prospettiva attraverso cui il segno può essere segno di qualcosa. Se io disegno una sagoma elementare alla lavagna di una pianta, quel segno è segno dell’oggetto pianta sotto la prospettiva della forma e non del colore. Segno è qualcosa che sta a qualcuno per qualcos’altro sotto qualche rispetto o capacità in modo tale da creare nella mente di quel qualcuno un segno ulteriore più complesso, sviluppato, articolato di quell’oggetto. Se io ho disegnato una pianta di tiglio alla lavagna quel sengo ha generato nella mente di chi lo guarda l’immagine più precisa che conosciamo di quella pianta, questo segno più sviluppato che si forma nella mente di chi si imbatte nel segno lo chiama “ interpretante ”, ecco che allora abbiamo in mano i tre elementi chiavi della relazione che ciascun segno mette in essere:

  1. Segno
  2. Oggetto
  3. Interpretante. Un segno è sempre parte di una relazione triadica: oggetto, segno, interpretante. Seconda definizione: “un segno è un qualcosa che è in rapporto con una seconda cosa, il suo oggetto, in rispetto ad una qualità in modo tale da portare una terza cosa, il suo interpretante, in relazione con lo stesso oggetto e questo in modo tale da portare una quarta cosa in relazione con quell’oggetto nello stesso modo ad infinituum” (relazione aperta a relazionarsi con una quinta, sesta cosa che sono tutti segni, ulteriori interpretanti, ulteriori idee che si innescano sulla prima idea generata dal segno nella tua testa e la arricchiscono

Con Peirce siamo ancora ai segni e non ai testi, come li classifica? Costruendo una matrice, una griglia di classificazione che nasce incrociando due terne di coordinate, tre coordinate verticali e 3 orizzontali. Per sintesi con sigle di Braga Fianco sinistro:

  • Primità
  • Secondità
  • Terzità Sono tre categorie dell’essere, secondo Peirce che è anche un filosofo, tutto ciò che si dà, si offre alla mente reale, solo pensato, sognato prescindendo dalla sua natura ontologica, è dell’ordine della primità, secondità o terzità  categorie faneiroscopiche (in greco ‘faneron’ significa ‘ciò che è presente alla mente’). Primità: categoria del puro dato qualitativo, per esempio la qualità del rosso non ancora incarnata in un oggetto in quanto qualità che si può trovare in questa cosa o in quell’altra, rientra nella categoria della primità. Possibile qualitativo significa possibile sensazione, è la categoria del puro “feeling”, ciò che è e si può sentire in quanto noi viviamo di sensazioni la categoria della primità è quella del fresco, dell’immediato, di ciò che ci è presente. Secondità: categoria dell’esistente , degli oggetti veri e propri in cui ci imbattiamo di cui i nostri sensi ci dicono qualcosa, in primo luogo che esistono. Categoria del reale, del dato, di ciò di cui i nostri i sensi si sono imbattuti restituendoci una conoscenza, è la categoria del passato seppure sia appena passato. Terzità: categoria della relazione, del collegamento. Siccome una legge ti dice che quando ci sono questi determinati elementi allora si hanno queste conseguenze, siccome una legge pone una relazione tra premesse e conseguenze, la legge si dà nella categoria della terzità. Categoria del significato perché si ha un significato quando lo si mette in relazione con un significante. Legge: “Tu puoi dire quello che succederà con buona approssimazione perché conosci le leggi del mondo”, categoria del tempo futuro. In alto: 3 colonne che incrociano queste 3 righe.
  • il segno
  • l’oggetto
  • l’interpretante

Segno Oggetto Interpretante Primità Qualisegno Icone Rema Secondità Sinsegno Indice Dicisegno Terzità Leginsegno Simbolo Argomento Segno I segni di distinguono in diverse tipologie a seconda di come li prendo:

  • a segni in sé: se considero il segno in sé io avrò dei segni che com’è per loro natura ricadono nella loro primità oppure secondità o terzità. Consideriamo il segno in sé e vediamo che tipi di segni si danno per come sono essi intrinsecamente. Se cade in primità è un “qualisegno”  qualità che è un segno, segno considerato in sé che è qualità, è una qualità che può funzionare come segno una volta incarnato in un oggetto in cui risiede, ma io lo sto prendendo ancora prima che questi vengano incarnati in un oggetto e per questo è un qualisegno. Secondità: sinsegno  preso una sola volta. Nel senso che quando dice che quel guardaglietto funzione come segno della squadra intende proprio quel guardaglietto posato su quel tavolo lì, quell’oggetto in particolare preso una singola volta. Il cartello stradale che si trova a questo incrocio qua è un sinsegno perché è un’esistente. Un colore incarnato in quell’oggetto e l’oggetto che lo incarna è un sinsegno. Terzità: legisegni, è un segno che consiste in una legge di relazione, è una convenzione. Quella legge che dice come è fatta la lettera “A” è un legisegno, è una legge che dice che tutte le volte che vedi incarnato quel prototipo allora hai un segno, distingue tra il “type” (prototipo, prodotto più in generale) ed il “token” (la sua replica, es. le singole “a” concrete che si trovano in un foglio. Siccome sono “a” concretamente esistenti, ciascuna di queste è un sinsegno). la legge che dice com’è fatta la lettera “a” è un legisegno, un type. Le singole “a” sul foglio invece sono “sinsegni”, quindi “token”.
  • in considerazione per il tipo di rapporto che intrattengono con l’oggetto. A seconda di come i segni funzionano come segni, ovvero che rimandano all’oggetto io ho segni che in quest’ottica ricadono nella primità, secondità e terzità.
    1. Primità: Ci sono segni che funzionano come segni che rimandano al loro oggetto, segni che relazionano all’oggetto in virtù di un’analogia qualitativa, una somiglianza. Se io disegno la mia racchetta da tennis su una lavagna, questo disegno rimanda all’oggetto perché quella forma assomiglia. C’è una configurazione visiva, un perimetro che nelle sue curve rimanda all’oggetto perché assomiglia alle curve dell’oggetto.

dimostrativi. Se dico “questo microfono” e non c’è un microfono, non funziona – quindi dipende dal contesto in cui è proferito. Elementi deittici funzionano e si attivano, risultano comprensibili in prossimità degli oggetti a cui si riferiscono in quanto toccati in compresenza sono segni indicali).

  • se io considero il tipo di interpretante che generano 20/10/ i segni si possono anche classificare in base al tipo di interpretante(=idea di altro segno) che generano nella mente dell’interprete, ci sono dei segni che generano l’idea di una possibilità qualitativa non ancora esistente. Per esempio: quella parte di frase “è rosso” è un predicato e Peirce lo chiama “rema” (segno che genera al ricevente l’idea di una possibilità qualitativa, un predicato è un costrutto linguistico che ci dice di una possibilità qualtiativa senza dirci che qualcosa con quella qualità esiste perché appunto è solo un predicato. Se dicessi “questo è rosso” l’idea che mi si genera in testa è di qualcosa di esistente, di interpretante che mi si forma in testa è riferito a qualcosa che esiste ed è rosso in una frase completa, questo tipo di segno viene chiamato “dicisegno”. Il rema è quel segno che genera al ricevente l’idea di una possibilità qualitativa, il predicaot di una frase è il segno di questo tipo perché considerato in se stesso non ancora riferito ad un oggetto che può avere una certa qualità. “L’argomento” è il tipo di segno che genera una legge, è un sillogismo classico. Ragionando sui segni, considerando le idee che abbiamo in testa del mondo e che ci permettono di comprenderlo dei segni, Peirce prova a spiegare il fenomeno della conoscenza, come noi conosciamo comprendendo il mondo che ci circonda, la realtà. Semosi illimitata: concezione che ha ed è una concezione problematica che genera contraddizioni e non riesce a spiegare la conoscenza. La semiosi illimitata è la riduzione del pensiero ad un’attività inferenziale (=che da idee genera altre idee, che fa collegamenti tra idee). Il pensiero è passare da un segno all’altro lungo un processo che è asintotico, ovvero illimitato, infinito. Quando noi pensiamo e capiamo qualcosa è sempre solo perché mettiamo in relazione l’idea che abbiamo di una certa cosa con un’altra idea di quella cosa lì e se ancora non abbiamo capito prendiamo un’altra idea e la mettiamo in relazione di quella, conoscere per Peirce è mediazione di idee. Il problema quindi è spiegare dove inizia il fenomeno della conoscenza, quando arrivi all’oggetto? Secondo Peirce non si arriva mai a conoscere l’oggetto, ma solo a idee dell’oggetto  Peirce nega l’intuizione perché questa è l’accesso conoscitivo diretto a ciò che sto conoscendo. Io intuisco questo microfono e non l’idea di questo microfono. Peirce ha un concetto dell’intuizione come ce l’hanno Kant e Cartesio: possibilità di conoscere perfettamente l’oggetto, Peirce dice che nella vita non si può mai dire di conoscere perfettamente qualcosa allora l’intuizione non si

può dare perché la conoscenza è sempre perfettibile, quello che si dà è uno schema mentale, idee che ho degli oggetti. Intuizione=possibilità di conoscere l’oggetto e il mondo per come esso è. La semiosi illimitata è illimitata in due direzioni:

  1. in direzione dell’interpretante, un’infinità del passaggio del segno in avanti (un segno genera un altro segno che genera un altro segno, etc.)
  2. in direzione dell’oggetto: noi l’oggetto non lo conosciamo mai, c’è sempre un segno prima del segno; un oggetto prima dell’oggetto; c’è sempre un’impressione prima dell’impressione. In direzione dell’oggetto, della realtà: come può Peirce dire che non c’è intuizione dell’oggetto, ma prima dell’impressione c’è sempre un’altra impressione? Peirce fa 3 riflessioni:
  1. per dire che una stufa è nera io devo avere in testa l’idea di nerezza e devo confrontare quella stufa con quest’idea per dire “sì, questa stufa è nera”. Io ho una rappresentazione che i sensi mi restituiscono di quella stufa, ho la rappresentazione della nerezza – confronto le due cose e vedo che collimano. Questo collimare è una rappresentazione che ho dell’idea, rappresentazione che i sensi mi restituiscono di questa stufa e della nerezza. Come faccio io a dire che questa rappresentazione che ho del collimare corrisponde a questi due oggetti? Devo guardarla da una certa distanza e le confronto, così via all’infinito. Se io della realtà ho solo rappresentazioni di fatto io non la conosco mai, qualsiasi cosa io mi imbatti per dire che è così non ci arriverei a dire che è così perché dovrei cominciare da un processo di confronto di idee che non finirebbe più, è una poria, una contraddizione interna.
  2. Secondo Peirce noi in quanto esseri umani non abbiamo un’autocoscienza intuitiva cioè non intuiamo chi siamo, il nostro io; sappiamo chi siamo, comprendiamo chi siamo solo attraverso una serie di confronti, collegamenti di idee e segni che sono esperienze di ciò che abbiamo conosciuto, vissuto e prospettive del mondo, ma noi del nostro “io” non abbiamo un’intuizione diretta. Questo è prova del fatto che si dà semiosi illimitata verso l’oggetto, però questa posizione non regge perché bisogna sempre avere qualcosa, qualcuno, un’idea di te a cui attaccare le esperienze che hai vissuto per distinguerle tra loro. Un conto è la sensazione di fatica che ho mentre tengo la lezione e un altro è il colore del banco nero davanti a me, sono due sensazioni una visiva e una riferita a quello che sento – una è mia, l’altro la vedo come non-mia. Devo avere quindi un’intuizione di me altrimenti non potrei fare questa distinzione  l’intuizione di te stessa è un primo evidente che non bisogna dimostrare, è un dato che si dà in partenza sulla quale si

nell’essere segno, non è altro che a differenza di qualsiasi altro segno che è sempre se stesso (il fumo prima di essere segno del fuoco è fumo). È totalmente nel suo essere “segno di qualcosa”, è una realtà attraverso cui tu conosci. Questa distinzione tra tutti gli altri segni è l’unica che può dar ragione al nostro modo di conoscere, se noi ci concentriamo sul come conosciamo le cose ci rendiamo conto che le conosciamo attraverso delle idee. Es. Se vedo passare un cane comprendo quella realtà che mi passa davanti attraverso l’idea che ho di cane. È vero che devo avere l’idea di cane per conoscere che cos’è quell’animale che mi passa davanti, ma nel momento in cui lo conosco e lo comprendo, lo comprendo subito come tale, in seconda battuta posso chiedermi come ho fatto a comprenderlo  perché ho quell’idea che mi permetto di conoscerlo che è l’idea di cane. Tomista: concetto come segno formale, segno puro opposto a tutti gli altri segni che sono invece strumentali. Il concetto è “medium quo” (attraverso cui) della conoscenza e non “medium quod” (che io conosco in primo luogo e poi...). Noi le idee in testa le dobbiamo avere, ci dev’essere nella nostra mente le idee altrimenti non potremmo ricordare le cose che sono assenti. Il concetto in quanto segno trasparente, realtà che si risolve nell’esser segno non ha equivalenti in natura. Se la conoscenza si dà e mette in conto concetti così intesi, concetti così intesi possono essere di natura immateriale. Lungo questa strada si spiega la conoscenza ammettendo che l’essere umano ha una natura anche spirituale, concezione materialistica dell’essere umano non permette di avere la nozione di concetto come segno trasparente e di spiegare la conoscenza nei termini appena spiegati. Riepilogo: contatto conoscitivo che devo avere con l’oggetto, è vero che le idee che mi faccio su quell’oggetto non sempre è perfetta, di solito la conoscenza è sempre perfettibile, d’altra parte un inizio della conoscenza ci dev’essere. È questa dell’inizio che Peirce non spiega bene perché considera le idee come oggetti del conoscere e non come segnia ttraverso cui conosciamo, manca a Peirce la nozione di “segno formale”, segno trasparente. Strada facendo Peirce nell’evoluzione del suo pensiero, riflettendo sulla scorta della nozione come segno indicale (segni indicali: segni che hanno un rapporto di contiguità, di tangenza con l’oggetto  l’orma nella neve per l’animale che l’ha lasciato). Peirce prova ad inquadrare i giudizi percettivi, cioè mi imbatto in un oggetto, i miei sensi (tatto, vista) mi danno un giudizio su com’è fatto e Peirce arriva a dire che è un incontro tra il soggetto che conosce e l’oggetto conosciuto. Quegli schemi che si formano a seguito del contatto sensoriale con l’oggetot hanno una corrispondenza con l’oggetto: esiste, mi ha modificato, ho alcune informazioni sull’oggetto, ma Peirce si ferma qui  ho sì delle informazioni che

però sono grezze, nho delle informazioni solo su quell’oggetto lì senza poter generalizzare, universalizzare. Altro versante della semiosi limitata: ogni segno, ogni idea che noi riceviamo produce un interpretante, un segno ulteriore e io per comprenderlo devo metterlo in contatto con un altro segno, interpretante e la domanda diventa “dove ti fermi”, nel rispondere a questa domanda Peirce si fa padre di quella corrente americana che è il pragmatismo. Cos’è il “pragmaticismo” (come lo chiama Peirce, anche se poi si chiama pragmatismo)? Filosofia della conoscenza secondo la quale la conoscenza di un qualcosa, la concezione di un oggetto/ente consiste nella concezione dei suoi possibili effetti. Il principio su cui si basa: l’idea che la nozione di una cosa consiste nei possibili effetti che quella cosa può avere. Vedremo come questa concezione del significato è una concezione fortemente ispirata alle scienze sperimentali. È una concezione che vale benissimo per definire gli elementi chimici o i minerali, che cos’è il mercurio, a cosa equivale la concezione che abbiamo di quell’elemento che ha il mercurio. È quell’elemento che si dilata in una determinata maniera a questa temperatura che se lo inghiotti è letale, etc. è l’inisieme dei possibili effetti. Il significato è per il pragmatismo una legge di risposta, vale a dire il significato è quella legge che ti dice che a certe determinate percezioni che corrispondono all’oggetto di cui tu hai un’idea in certe circostanze corrispondono certe azioni, certe tendenze all’azione. Le tendenze all’azione che produce ad una certa nozione  questa è la sua definizione, il significato dell’oggetto. Peirce fa quest’esempio: fa l’esempio del litio, elemento vitreo, traslucido, etc. abbiamo un elemento da definirsi, una serie di condizioni percettive- sperimentali e induce in te determinate implicazioni, questi suoi effetti dell’elemento e le implicazioni pratiche che su di te può avere è la definizione del litio. Secondo Peirce tutte le idee che abbiamo consistono in possibili implicazioni pratiche. Definisce l’oro come “tutte le operazioni che con questo metallo si possono svolgere”. “Durezza dei materiali: sino a che una pietra rimane dura ogni tentativo di scalfirla con una pressione da parte di un coltello fallirà”. È chiaro che Peirce per dire che il significato degli oggetti, le idee che abbiamo in testo sono insieme di possibili effetti ha in mente la pratica sperimentale, effetti misurabili e ripetibili. Effetti che hanno la caratteristica dell’intersoggettività, gli effetti che Peirce ha in testa sono quelli che possono essere misurati e intersoggettivamente riscontrabili. Questo modo di concepire i significati va bene solo per certe cose e non per tutte, tant’è che gli esempi che fa Peirce li fa per gli elementi chimici, ma diventa difficile definire in questi termini realtà

  1. La deduzione
  2. L’induzione
  3. L’abduzione Deduzione: tipo di ragionamento in cui si ha una regola, ti imbatti in un caso di questa regola, formuli come conclusione il risultato del fatto che ti sei imbattuto in un caso di questa regola. Peirce fa l’esempio del sacco di fagioli: io so che quel sacco di fagioli lì contiene solo fagioli bianchi, regola di cui sono a conoscenza – so dunque che se prendo una manciata di fagioli da quel sacco sono in presenza di un caso di quella regola e il risultato è che quei fagioli saranno bianchi. Non è una forma di ragonamento particolarmente creativa, è il classico sillogismo. L’induzione : io qui ho un caso che si ripete di una possibile regola, ho un caso ed un risultato siccome questa cosa qui si ripete arrivo alla conclusione che è la regola. Qui la regola non c’è in partenza, ma ci arrivo. Esempio: c’è lì un sacco, non so di che colore siano i fagioli al suo interno, tiro fuori una manciata e vedo che sono bianchi, ne tiro fuori un’altra manciata e vedo che sono sempre bianchi e poi si arriva alla regola generalizzando e dicendo che i fagioli in quel sacco sono bianchi. È un po’ più induttivo, ma la regola è sempre inscritta dentro nell’induzione. La scienza non progredisce tanto, si affina per induzione e deduzione, ma soprattutto per il terzo tipo di ragionamento che è quello su cui pone l’accento. L’abduzione : il ragionamento per ipotesi che innova tramite la formulazione di ipotesi esplicative, qui la regola come nell’induzione non c’è in partenza, la regola qui è il frutto della scommessa, dell’ipotesi per comprendere quel determinato dato. Io ho un sacco di fagioli di cui non conosco il colore, ho su quella scrivania una manciata di fagioli bianchi, ipotizzo che vengano da quel sacco e che i fagioli di quel sacco siano bianchi e poi vado a verificare. Interpreto quei fagioli come una possibile regola. Fa anche l’esempio dell’orbita ellittica dei pianeti scoperta da Keplero il quale riesce a vedere che il tal pianeta in tal momento in tal punto è lontano X, poi in un altro momento in una zona Z. Formula l’ipotesi di una regola che mi possa spiegare quel dato, è in fondo quel che si fa quando cerchiamo di decodificare segni, messaggi, testi di cui non conosciamo immediatamente il contenuto, se noi sappiamo che c’è una regola per cui al suono “mela” corrisponde tale significato quando dice mela voi capite cosa sto dicendo con un’inferenza che è una deduzione, ma uno che arriva in un paese di cui ignora la lingua e deve familiazzarsi con essa senza averla potuta studiare vedrà che una certa espressione verrà utilizzata, ne vedrà le reazioni e comincerà a fare ipotesi su cosa significa quell’espressione lì  lavora per abduzione. Quando uno scienziato cerca di arrivare ad una regola che spieghi un certo fenomeno sta facendo abduzione, quando un detective formula un’ipotesi per spiegare un determinato omicidio sta facendo abduzione.

In tutto questo resta una domanda: cosa fa sì, qual è la garanzia, come mai io essere umano produco delle ipotesi che certe volte funzionano. Come può la mia mente formulare delle ipotesi che ci prendano? Se questo avviene vuol dire che io posso avere una conoscenza del mondo veritiera ed adeguata, vuole dire che il mondo è per me conoscitivamente accessibile attraverso gli esperimenti, l’altro dato: io sono un essere umano, faccio ipotesi razionali che trovano conferma in come funziona il mondo se l’universo-mondo fosse un coacervo di processi del tutto irrazionali e casuali come potrei io fare ipotesi razionali che poi funzionano? Allora vuol dire che c’è una trama razionale che regge l’universo e io essere umano ho capacità per poterla cogliere. Anche se Peirce dice che il tipo di ragionamento che fa progredire le scienze del mondo è quell’inferenza che ti porta ad ipotizzare una regola nuova che spiega dei fatti, l’abduzione è quel tipo di ragionamento  la carta che tu hai in mano è la possibile regola. Ragionamento che usa il detective, è il tipo di ragionamento che tutti noi facciamo quando interpretiamo il sottotesto, l’implicito in un dialogo al cinema, formuliamo ipotesi su quello che il personaggio vuole dire con quelle parole. Esempio: tratto da “Life, animated” (2017), documentario su una famiglia che trova modo di confrontarsi con la condizione autistica che dai 3 anni in poi impedisce al loro figlio di comunicare con il resto del mondo. Il padre è un giornalista, due fratelli di cui uno è autistico e smette di comunicare col mondo, la sua psiche risulta impenetrabile ai genitori fino a quando il padre ha un’intuizione sulla scorta del fatto che sia prima che durante gli anni di questa condizione autistica al suo massimo, il bambino ha sempre consumato film della Disney. Ad un certo punto dopo il compleanno del fratello, triste perché gli amici se ne sono andati il bambino autistico (Owen) pronuncia una frase che shocka il padre che formula un’ipotesi: suo figlio interpreta il mondo secondo le categorie dei film Disney perché lo tranquillizzano, allora il padre per verificarlo comincia ad interagire col figlio con le battute di Aladdin. Regola: categorie del figlio sono dei film Disney che viene ipotizzata dal padre a partire da un dato poi funziona  modo in cui il padre fa abduzione. Il dato di esperienza: la frase di Owen. Momento dell’abduzione: il padre che capisce Induzioni: le prove successive che funzionano.

ROLAND BARTHES

Versante dello strutturalismo. (articolo di Maggi su Roland Barthes) Ambito più contemporaneo rispetto a Peirce, è francese, nasce nel 1915 e muore nell’80 ed è l’autentico protagonista dell’affermazione della semiotica come disciplina. È un autore che è molto importante, da citare sempre in bibliografia per quanto è importante. Considerato un maitre à pensée, sinistra europea in quest’area si è sempre mosso secondo categorie inizialmente marxiste e poi prendendone distanze

come per Barthes almeno inizialmente la questione su cui per tanto ci siamo soffermati per Peirce, ovvero la questione del referente, questione del linguaggio e realtà. Barthes la vede problematica, non tanto sulle potenzialità veritative del linguaggio, ma sul linguaggio come filtro della realtà  col linguaggio puoi mentire. langue: sistema di relazioni. Barthes riprende Saussure inizialmente, ma dall’altra c’è la sua conferma del significato=idee come qualcosa che tu ti formi e diventa un filtro tra te ed il mondo, segno non trasparente. Barthes dice che il realismo è sempre una costruzione, quando dici la realtà e la descrivi in realtà non rispecchi immediatamente la realtà, è un effetto della realtà, anche al cinema il realismo è sempre costruzione, per Barthes l’accento finisce su questo e non sta sul linguaggio come realtà per come sta. Secondo Barthes quali sono le opere? Il primo Barthes ha un climax, l’ambizione di creare una scienza semiotica dei segni basata su categorie strutturaliste che ti permettano di spiegare come segni di diversa natura significano alla stessa stregua di come tu puoi spiegare per una certa frase significa così e non cosà usando le categorie del linguaggio verbale, questo vertigine è “il sistema della moda”, testo del ’67 in cui Barthes prova a dire che come la linguistica analizza il linguaggio con dei meccanismi, utilizziamo gli stessi meccanismi per spiegare il linguaggio non verbale che è quello della moda. Opera corposa e sistematica anche se non nasce ufficialmente con questo obiettivo è un’opera di sintesi del primo Barthes, degli esperimenti e delle messe a fuoco. è un’opera in cui si vede il primo Barthes semiotico, è una raccolta di articoli che troviamo sotto il titolo di “Miti d’oggi” (Mythologie) (1957), il 1° Barthes mette a fuoco la semiotica come disciplina, è una serie di articoli di carattere divulgativo per tutti in cui Barthes si diverte ad analizzare non con il linguaggio tecnico, a volte con ironia, i testi della contemporaneità consumistica che lo circonda. Quindi abbiamo brevi saggi che analizzano copertine di riviste, la forma dei giocattoli, i costumi degli attori in un certo film in quanto tutti elementi che veicolano un significato. C’è già tutto qui in partenza, saggio di riferimento del ’64 “ Gli elementi di semiologia ”, in questi anni come testo c’è anche “L’introduzione all’analisi strutturale del racconto” sulla scia di Prope  l’idea di struttura, funzione, sintagma all’analizi dei testi narrativi, cosa che verrà portata a massimo compimento da Greymas di cui era amico Barthes. Il culmine di questa fase è nel ’67 con “Il sistema della moda”, come io posso radiografare il modo in cui il linguaggio verbale si struttura, posso fare lo stesso per un linguaggio che non è quello verbale, ma è pur sempre organizzato in una trama di relazioni di elementi codificabile che è il linguaggio della moda. Il punto in cui Barthes si deve arrendere è che quest’impresa è troppo ambiziosa. Per il secondo Barthes che inizia negli anni ’70 tra le tante cose che ha scritto due saggi: “Dall’opera al testo” (1971) e “Il piacere del testo”(1973).

PRIMO BARTHES: crede nella semiotica, disciplina che gli permettere di criptare come il potere si insinua nelle forme di comunicazione per mettere la società a suo vantaggio. Barthes viene dallo strutturalismo (=il nesso tra significante e significato nei segni è arbitrario), secondo Barthes l’arbitrarietà non è tutto, non basta a spiegare il lavoro dei segni nella società che lo circonda, più che arbitrarietà c’è il mito, ci sono anche nessi non arbitrari, ciò che non è arbitrario è motivato, ci sono nessi motivati. Quindi non c’è una ragione, c’è arbitrarietà tra l’espressione mela ed il suo significato, è meno arbitrario il fatto che per esempio una certa merendina in un certo contesto chiamata in un certo modo significhi genuinità, purezza, rasserenamento dello spirito, etc. Parla di un sistema di nessi di significato che sono imposti dalla classe sociale dominante che per lui è la borghesia, sono significati che lui nella sua epoca e noi ora respiriamo. Rimaniamo vittima nell’illusione che i segni portino la realtà, ma in realtà portano significati secondi messi in circolo che si annidano su segni espliciti per volontà della borghesia. C’è da chiedersi se Barthes sta facendo un discorso storico o un discorso che non dipende dal periodo in cui lui lo sviluppa, questa cosa che lui dice e il linguaggio, i segni che ci circondano veicolano sempre significati secondi da chi ha il potere, vale solo per i suoi anni o vale sempre? all’inizio Barthes pensa che la questione sia storica e quindi è così adesso, ma non è sempre stato così, all’inizio pensa che l’inquinamento dela comunicazione sociale con significati secondi non percepiti nasca intorno alla metà del 1800 quando la borghesia si trova a confronto con le masse proletarie e o le governa con la forza(ma si trovano in minorità numerica), oppure le influenza attraverso la comunicazione  l’ottica di Barthes è marxista. Strada facendo però arriva a dire che il linguaggio è sempre strumento di potere, intrinsicamente le strutture linguistiche non sono mai innocenti, questa è la posizione di arrivo con cui si chiude il primo Barthes e si apre il secondo. Connotazione: la parola “rosa” denota quel fiore e denotando quel fiore connota, veicola anche significati più indiretti (per esempio “amore”). Noi di solito usiamo questa nozione in termine tecnico, non ci dà nè fastidio né piacere, dipende da cosa connota un segno. La posizione di Barthes è che mette a fuoco la connotazione dei segni (significati culturalmente apposti su quelli diretti, codificati) e secondo lui c’è sempre un’intenzione di potere dietro. Barthes chiama questi significati secondi che si appoggiano ad un nesso di codificazione precedente come “mito”, c’è un trend di moda e di rappresentazione del giovane vestito alla moda che fa perno sull’idea di informale, casual, queste forme e la sottolineatura di questi significati connotano nel discorso pubblicitario in particolare autenticità, originalità, autoespressione, libertà da regole –l’emble di tutto questo sono i jeans con il cavallo basso. Marx dice che ci sono forme e segni che noi viviamo come naturali, spontanei che ci piacciono perché connotano i valori, significati di libertà, autenticità e autoespressione ed è congeniale a chi vuole venderti i