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La semiotica, la scienza dei segni, attraverso la riflessione di Saussure e Peirce. Saussure introdusse la distinzione tra segno, oggetto e interpretante, mentre Peirce estese la semiotica a tutti i livelli di comunicazione, inclusi i segni indicali e la circolazione sociale dei segni. anche della pragmatica semiotica e il ruolo dei segni nella conoscenza e nella società.
Tipologia: Appunti
Caricato il 24/08/2020
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SEMIOTICA – prof.Braga Paolo La semiotica ha due fuochi d’interesse: il significato e la comunicazione, semiotica studia i fenomeni di senso. Come si dà un significato, come lo comprendiamo in presenza di un segno, un enunciato, un testo? questa cosa qui si chiama “significazione” e viene facile immaginarsela come un’asse verticale, come il significato emerge. Asse orizzontale: come lo mettiamo in circolo e lo condividiamo, cosa facciamo quando comunichiamo. La semiotica come disciplina ha un oggetto di elezione che sono gli artefatti, le costruzioni, i prodotti umani fatti per significare e comunicare, la semiotica si è affermata, istituzionalizzata come disciplina accademica negli anni ’60-’70 del 900, si è esercitata in primo luogo sui prodotti, segni frutto del lavoro umano per significare e comunicare. La semiotica contemporanea ha usato i risultati di questo suo applicarsi allo studio di come l’uomo usa queste cose per significare e comunicare allargando il discorso a sfere indipendenti dalla significazione artificiale. Per esempio: Io studio quali sono i meccanismi in atto perché una canzone produce significato, com’è che comprendo questo costrutto umano sono gli stessi meccanismi in atto per comprendere altre cose che mi circondano che non sono costrutti umani fatti per significare, quindi per comprendere la natura che mi circonda. I meccanismi di produzione di senso per cui quando mi imbatto in un cielo nuvoloso capisco che pioverà. La semiotica studia i testi, si allarga e può arrivare ad esprimere ragionamenti e riflessioni che hanno a che fare con la filosofia della conoscenza, una disciplina più astratta, meno di analisi di oggetti concreti. Tutto questo è già importante per il primo autore che affrontiamo (Peirce) che è sì uno dei padri della semiotica, ma fa anche filosofia della conoscenza. Collochiamo la semiotica rispetto anche ad un’altra disciplina che è filosofia del linguaggio, ma rispetto a quest’ultima che si interroga sul perché l’uomo comunica e cosa significa che usa il linguaggio naturale ha una vocazione più concreta ed operativa, ragiona a partire dalle cose che analizza, è più induttiva. Abbiamo una semiotica del cinema, della pubblicità, dell’immagine, del teatro, la semiotica si concentra su certe tipologie di testo e di lì lavora per trarne le regole di funzionamente del significato. Ci può essere anche una semiotica squisitamente applicata piuttosto sganciata dalle grandi questioni teoriche che mette tra parentesi la sua parentela con la filosofia del linguaggio e si concentra su analisi di testi per dare indicazioni pratiche, il caso più pratico è la semiotica della pubblicità che fa analisi sulle agenzie di pubblicità dove si fa l’analisi di uno spot per capire se può funzionare o no o perché non ha funzionato, si fa un’analisi della campagna di un competitor per capire quali sono le pieghe di quella comunicazione che spiegano il suo successo per fare lo stesso. Disciplina che resta un po’ ‘concettosa’, ed esoterica perché ha una sua terminologia specifica. Nel suo corso la semiotica contemporanea si è sviluppata lungo due linee, approcci di fondo:
disseminata in una serie numerosa di articoli scientifici che a lungo è stata organizzata in un’ampia raccolta prodotta secondo il criterio tematico e non cronologico. In questa raccolta “Collected Papers” si suddividono:
declinante, avrà qua e là progetti di ricerca, in parte farà il conferenziere, ma di fatto morirà triste e solo nel 1914 in Pennsylvania. I suoi scritti di semiotica per la maggior parte vengono scritti nell’ultima fase della sua esistenza. Molta della sua semiotica è stata prodotta dopo lo shock dovuto alla sua estromissione. Curiosamente è proprio attorno al 1885 che Peirce riflette su una categoria di segni che ha come sua prerogativa quella di un contatto diretto dell’oggetto con la realtà segni indicali. I segni che indicano la realtà perché si sono scontrati, quasi lo scontro con la durezza della vita lo avesse spinto ad allontanarsi dalle posizioni anti-intuizionistiche, un cambio di prospettiva. Peirce che verrà ripreso decenni dopo anche da Umberto Eco è il punto di riferimento per il filone pragmatica della semiotica contemporanea, semiotica pragmatica. La sua semiotica è incardinata su una certa definizione su che cos’è il segno, il segno per Peirce è qualcosa che sta a qualcuno per qualcos’altro sotto qualche rispetto o capacità quel “qualcuno” è la persona che sta davanti al segno, “qualcos’altro” è l’oggetto del segno, il segno rimanda ad un oggetto. “sotto qualche rispetto o capacità” è l’ottica, prospettiva attraverso cui il segno può essere segno di qualcosa. Se io disegno una sagoma elementare alla lavagna di una pianta, quel segno è segno dell’oggetto pianta sotto la prospettiva della forma e non del colore. Segno è qualcosa che sta a qualcuno per qualcos’altro sotto qualche rispetto o capacità in modo tale da creare nella mente di quel qualcuno un segno ulteriore più complesso, sviluppato, articolato di quell’oggetto. Se io ho disegnato una pianta di tiglio alla lavagna quel sengo ha generato nella mente di chi lo guarda l’immagine più precisa che conosciamo di quella pianta, questo segno più sviluppato che si forma nella mente di chi si imbatte nel segno lo chiama “ interpretante ”, ecco che allora abbiamo in mano i tre elementi chiavi della relazione che ciascun segno mette in essere:
Con Peirce siamo ancora ai segni e non ai testi, come li classifica? Costruendo una matrice, una griglia di classificazione che nasce incrociando due terne di coordinate, tre coordinate verticali e 3 orizzontali. Per sintesi con sigle di Braga Fianco sinistro:
Segno Oggetto Interpretante Primità Qualisegno Icone Rema Secondità Sinsegno Indice Dicisegno Terzità Leginsegno Simbolo Argomento Segno I segni di distinguono in diverse tipologie a seconda di come li prendo:
dimostrativi. Se dico “questo microfono” e non c’è un microfono, non funziona – quindi dipende dal contesto in cui è proferito. Elementi deittici funzionano e si attivano, risultano comprensibili in prossimità degli oggetti a cui si riferiscono in quanto toccati in compresenza sono segni indicali).
può dare perché la conoscenza è sempre perfettibile, quello che si dà è uno schema mentale, idee che ho degli oggetti. Intuizione=possibilità di conoscere l’oggetto e il mondo per come esso è. La semiosi illimitata è illimitata in due direzioni:
nell’essere segno, non è altro che a differenza di qualsiasi altro segno che è sempre se stesso (il fumo prima di essere segno del fuoco è fumo). È totalmente nel suo essere “segno di qualcosa”, è una realtà attraverso cui tu conosci. Questa distinzione tra tutti gli altri segni è l’unica che può dar ragione al nostro modo di conoscere, se noi ci concentriamo sul come conosciamo le cose ci rendiamo conto che le conosciamo attraverso delle idee. Es. Se vedo passare un cane comprendo quella realtà che mi passa davanti attraverso l’idea che ho di cane. È vero che devo avere l’idea di cane per conoscere che cos’è quell’animale che mi passa davanti, ma nel momento in cui lo conosco e lo comprendo, lo comprendo subito come tale, in seconda battuta posso chiedermi come ho fatto a comprenderlo perché ho quell’idea che mi permetto di conoscerlo che è l’idea di cane. Tomista: concetto come segno formale, segno puro opposto a tutti gli altri segni che sono invece strumentali. Il concetto è “medium quo” (attraverso cui) della conoscenza e non “medium quod” (che io conosco in primo luogo e poi...). Noi le idee in testa le dobbiamo avere, ci dev’essere nella nostra mente le idee altrimenti non potremmo ricordare le cose che sono assenti. Il concetto in quanto segno trasparente, realtà che si risolve nell’esser segno non ha equivalenti in natura. Se la conoscenza si dà e mette in conto concetti così intesi, concetti così intesi possono essere di natura immateriale. Lungo questa strada si spiega la conoscenza ammettendo che l’essere umano ha una natura anche spirituale, concezione materialistica dell’essere umano non permette di avere la nozione di concetto come segno trasparente e di spiegare la conoscenza nei termini appena spiegati. Riepilogo: contatto conoscitivo che devo avere con l’oggetto, è vero che le idee che mi faccio su quell’oggetto non sempre è perfetta, di solito la conoscenza è sempre perfettibile, d’altra parte un inizio della conoscenza ci dev’essere. È questa dell’inizio che Peirce non spiega bene perché considera le idee come oggetti del conoscere e non come segnia ttraverso cui conosciamo, manca a Peirce la nozione di “segno formale”, segno trasparente. Strada facendo Peirce nell’evoluzione del suo pensiero, riflettendo sulla scorta della nozione come segno indicale (segni indicali: segni che hanno un rapporto di contiguità, di tangenza con l’oggetto l’orma nella neve per l’animale che l’ha lasciato). Peirce prova ad inquadrare i giudizi percettivi, cioè mi imbatto in un oggetto, i miei sensi (tatto, vista) mi danno un giudizio su com’è fatto e Peirce arriva a dire che è un incontro tra il soggetto che conosce e l’oggetto conosciuto. Quegli schemi che si formano a seguito del contatto sensoriale con l’oggetot hanno una corrispondenza con l’oggetto: esiste, mi ha modificato, ho alcune informazioni sull’oggetto, ma Peirce si ferma qui ho sì delle informazioni che
però sono grezze, nho delle informazioni solo su quell’oggetto lì senza poter generalizzare, universalizzare. Altro versante della semiosi limitata: ogni segno, ogni idea che noi riceviamo produce un interpretante, un segno ulteriore e io per comprenderlo devo metterlo in contatto con un altro segno, interpretante e la domanda diventa “dove ti fermi”, nel rispondere a questa domanda Peirce si fa padre di quella corrente americana che è il pragmatismo. Cos’è il “pragmaticismo” (come lo chiama Peirce, anche se poi si chiama pragmatismo)? Filosofia della conoscenza secondo la quale la conoscenza di un qualcosa, la concezione di un oggetto/ente consiste nella concezione dei suoi possibili effetti. Il principio su cui si basa: l’idea che la nozione di una cosa consiste nei possibili effetti che quella cosa può avere. Vedremo come questa concezione del significato è una concezione fortemente ispirata alle scienze sperimentali. È una concezione che vale benissimo per definire gli elementi chimici o i minerali, che cos’è il mercurio, a cosa equivale la concezione che abbiamo di quell’elemento che ha il mercurio. È quell’elemento che si dilata in una determinata maniera a questa temperatura che se lo inghiotti è letale, etc. è l’inisieme dei possibili effetti. Il significato è per il pragmatismo una legge di risposta, vale a dire il significato è quella legge che ti dice che a certe determinate percezioni che corrispondono all’oggetto di cui tu hai un’idea in certe circostanze corrispondono certe azioni, certe tendenze all’azione. Le tendenze all’azione che produce ad una certa nozione questa è la sua definizione, il significato dell’oggetto. Peirce fa quest’esempio: fa l’esempio del litio, elemento vitreo, traslucido, etc. abbiamo un elemento da definirsi, una serie di condizioni percettive- sperimentali e induce in te determinate implicazioni, questi suoi effetti dell’elemento e le implicazioni pratiche che su di te può avere è la definizione del litio. Secondo Peirce tutte le idee che abbiamo consistono in possibili implicazioni pratiche. Definisce l’oro come “tutte le operazioni che con questo metallo si possono svolgere”. “Durezza dei materiali: sino a che una pietra rimane dura ogni tentativo di scalfirla con una pressione da parte di un coltello fallirà”. È chiaro che Peirce per dire che il significato degli oggetti, le idee che abbiamo in testo sono insieme di possibili effetti ha in mente la pratica sperimentale, effetti misurabili e ripetibili. Effetti che hanno la caratteristica dell’intersoggettività, gli effetti che Peirce ha in testa sono quelli che possono essere misurati e intersoggettivamente riscontrabili. Questo modo di concepire i significati va bene solo per certe cose e non per tutte, tant’è che gli esempi che fa Peirce li fa per gli elementi chimici, ma diventa difficile definire in questi termini realtà
In tutto questo resta una domanda: cosa fa sì, qual è la garanzia, come mai io essere umano produco delle ipotesi che certe volte funzionano. Come può la mia mente formulare delle ipotesi che ci prendano? Se questo avviene vuol dire che io posso avere una conoscenza del mondo veritiera ed adeguata, vuole dire che il mondo è per me conoscitivamente accessibile attraverso gli esperimenti, l’altro dato: io sono un essere umano, faccio ipotesi razionali che trovano conferma in come funziona il mondo se l’universo-mondo fosse un coacervo di processi del tutto irrazionali e casuali come potrei io fare ipotesi razionali che poi funzionano? Allora vuol dire che c’è una trama razionale che regge l’universo e io essere umano ho capacità per poterla cogliere. Anche se Peirce dice che il tipo di ragionamento che fa progredire le scienze del mondo è quell’inferenza che ti porta ad ipotizzare una regola nuova che spiega dei fatti, l’abduzione è quel tipo di ragionamento la carta che tu hai in mano è la possibile regola. Ragionamento che usa il detective, è il tipo di ragionamento che tutti noi facciamo quando interpretiamo il sottotesto, l’implicito in un dialogo al cinema, formuliamo ipotesi su quello che il personaggio vuole dire con quelle parole. Esempio: tratto da “Life, animated” (2017), documentario su una famiglia che trova modo di confrontarsi con la condizione autistica che dai 3 anni in poi impedisce al loro figlio di comunicare con il resto del mondo. Il padre è un giornalista, due fratelli di cui uno è autistico e smette di comunicare col mondo, la sua psiche risulta impenetrabile ai genitori fino a quando il padre ha un’intuizione sulla scorta del fatto che sia prima che durante gli anni di questa condizione autistica al suo massimo, il bambino ha sempre consumato film della Disney. Ad un certo punto dopo il compleanno del fratello, triste perché gli amici se ne sono andati il bambino autistico (Owen) pronuncia una frase che shocka il padre che formula un’ipotesi: suo figlio interpreta il mondo secondo le categorie dei film Disney perché lo tranquillizzano, allora il padre per verificarlo comincia ad interagire col figlio con le battute di Aladdin. Regola: categorie del figlio sono dei film Disney che viene ipotizzata dal padre a partire da un dato poi funziona modo in cui il padre fa abduzione. Il dato di esperienza: la frase di Owen. Momento dell’abduzione: il padre che capisce Induzioni: le prove successive che funzionano.
Versante dello strutturalismo. (articolo di Maggi su Roland Barthes) Ambito più contemporaneo rispetto a Peirce, è francese, nasce nel 1915 e muore nell’80 ed è l’autentico protagonista dell’affermazione della semiotica come disciplina. È un autore che è molto importante, da citare sempre in bibliografia per quanto è importante. Considerato un maitre à pensée, sinistra europea in quest’area si è sempre mosso secondo categorie inizialmente marxiste e poi prendendone distanze
come per Barthes almeno inizialmente la questione su cui per tanto ci siamo soffermati per Peirce, ovvero la questione del referente, questione del linguaggio e realtà. Barthes la vede problematica, non tanto sulle potenzialità veritative del linguaggio, ma sul linguaggio come filtro della realtà col linguaggio puoi mentire. langue: sistema di relazioni. Barthes riprende Saussure inizialmente, ma dall’altra c’è la sua conferma del significato=idee come qualcosa che tu ti formi e diventa un filtro tra te ed il mondo, segno non trasparente. Barthes dice che il realismo è sempre una costruzione, quando dici la realtà e la descrivi in realtà non rispecchi immediatamente la realtà, è un effetto della realtà, anche al cinema il realismo è sempre costruzione, per Barthes l’accento finisce su questo e non sta sul linguaggio come realtà per come sta. Secondo Barthes quali sono le opere? Il primo Barthes ha un climax, l’ambizione di creare una scienza semiotica dei segni basata su categorie strutturaliste che ti permettano di spiegare come segni di diversa natura significano alla stessa stregua di come tu puoi spiegare per una certa frase significa così e non cosà usando le categorie del linguaggio verbale, questo vertigine è “il sistema della moda”, testo del ’67 in cui Barthes prova a dire che come la linguistica analizza il linguaggio con dei meccanismi, utilizziamo gli stessi meccanismi per spiegare il linguaggio non verbale che è quello della moda. Opera corposa e sistematica anche se non nasce ufficialmente con questo obiettivo è un’opera di sintesi del primo Barthes, degli esperimenti e delle messe a fuoco. è un’opera in cui si vede il primo Barthes semiotico, è una raccolta di articoli che troviamo sotto il titolo di “Miti d’oggi” (Mythologie) (1957), il 1° Barthes mette a fuoco la semiotica come disciplina, è una serie di articoli di carattere divulgativo per tutti in cui Barthes si diverte ad analizzare non con il linguaggio tecnico, a volte con ironia, i testi della contemporaneità consumistica che lo circonda. Quindi abbiamo brevi saggi che analizzano copertine di riviste, la forma dei giocattoli, i costumi degli attori in un certo film in quanto tutti elementi che veicolano un significato. C’è già tutto qui in partenza, saggio di riferimento del ’64 “ Gli elementi di semiologia ”, in questi anni come testo c’è anche “L’introduzione all’analisi strutturale del racconto” sulla scia di Prope l’idea di struttura, funzione, sintagma all’analizi dei testi narrativi, cosa che verrà portata a massimo compimento da Greymas di cui era amico Barthes. Il culmine di questa fase è nel ’67 con “Il sistema della moda”, come io posso radiografare il modo in cui il linguaggio verbale si struttura, posso fare lo stesso per un linguaggio che non è quello verbale, ma è pur sempre organizzato in una trama di relazioni di elementi codificabile che è il linguaggio della moda. Il punto in cui Barthes si deve arrendere è che quest’impresa è troppo ambiziosa. Per il secondo Barthes che inizia negli anni ’70 tra le tante cose che ha scritto due saggi: “Dall’opera al testo” (1971) e “Il piacere del testo”(1973).
PRIMO BARTHES: crede nella semiotica, disciplina che gli permettere di criptare come il potere si insinua nelle forme di comunicazione per mettere la società a suo vantaggio. Barthes viene dallo strutturalismo (=il nesso tra significante e significato nei segni è arbitrario), secondo Barthes l’arbitrarietà non è tutto, non basta a spiegare il lavoro dei segni nella società che lo circonda, più che arbitrarietà c’è il mito, ci sono anche nessi non arbitrari, ciò che non è arbitrario è motivato, ci sono nessi motivati. Quindi non c’è una ragione, c’è arbitrarietà tra l’espressione mela ed il suo significato, è meno arbitrario il fatto che per esempio una certa merendina in un certo contesto chiamata in un certo modo significhi genuinità, purezza, rasserenamento dello spirito, etc. Parla di un sistema di nessi di significato che sono imposti dalla classe sociale dominante che per lui è la borghesia, sono significati che lui nella sua epoca e noi ora respiriamo. Rimaniamo vittima nell’illusione che i segni portino la realtà, ma in realtà portano significati secondi messi in circolo che si annidano su segni espliciti per volontà della borghesia. C’è da chiedersi se Barthes sta facendo un discorso storico o un discorso che non dipende dal periodo in cui lui lo sviluppa, questa cosa che lui dice e il linguaggio, i segni che ci circondano veicolano sempre significati secondi da chi ha il potere, vale solo per i suoi anni o vale sempre? all’inizio Barthes pensa che la questione sia storica e quindi è così adesso, ma non è sempre stato così, all’inizio pensa che l’inquinamento dela comunicazione sociale con significati secondi non percepiti nasca intorno alla metà del 1800 quando la borghesia si trova a confronto con le masse proletarie e o le governa con la forza(ma si trovano in minorità numerica), oppure le influenza attraverso la comunicazione l’ottica di Barthes è marxista. Strada facendo però arriva a dire che il linguaggio è sempre strumento di potere, intrinsicamente le strutture linguistiche non sono mai innocenti, questa è la posizione di arrivo con cui si chiude il primo Barthes e si apre il secondo. Connotazione: la parola “rosa” denota quel fiore e denotando quel fiore connota, veicola anche significati più indiretti (per esempio “amore”). Noi di solito usiamo questa nozione in termine tecnico, non ci dà nè fastidio né piacere, dipende da cosa connota un segno. La posizione di Barthes è che mette a fuoco la connotazione dei segni (significati culturalmente apposti su quelli diretti, codificati) e secondo lui c’è sempre un’intenzione di potere dietro. Barthes chiama questi significati secondi che si appoggiano ad un nesso di codificazione precedente come “mito”, c’è un trend di moda e di rappresentazione del giovane vestito alla moda che fa perno sull’idea di informale, casual, queste forme e la sottolineatura di questi significati connotano nel discorso pubblicitario in particolare autenticità, originalità, autoespressione, libertà da regole –l’emble di tutto questo sono i jeans con il cavallo basso. Marx dice che ci sono forme e segni che noi viviamo come naturali, spontanei che ci piacciono perché connotano i valori, significati di libertà, autenticità e autoespressione ed è congeniale a chi vuole venderti i