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SENECA, STOICISMO, OPERE, Appunti di Latino

le opere di seneca, il pensiero...

Tipologia: Appunti

2021/2022

Caricato il 26/06/2022

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anna-pia-ruocco-3 🇮🇹

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Lucio Anneo Seneca nacque a Cordoba (odierna Cordova) forse nel 4 a.C, da una ricca famiglia di rango equestre.
Ben presto venne condotto a Rima, dove ebbe modo di dedicarsi allo studio di retorica e filosofia e lui stesso, nelle
Epistole a Lucilio, ricorda alcuni dei suoi maestri , tra i quali Sozione, da cui apprese alcune austere abitudini, quali
quella di fare il bagno unicamente con l’acqua fredda o quella di non dormire su materassi morbidi. Nonostante
avesse iniziato a condurre con entusiasmo una vita perlopiù contemplativa, Seneca decise poi di intraprendere il
cursus honorum per non dispiacere il padre ,e poco dopo rivestì la questura.
Pur avendo delle grandi doti oratorie riconosciute, egli ebbe sempre dei rapporti difficili con gli imperatori: Caligola
progettò di farlo uccidere,ma ciò non avvenne perché venne convinto da una potente donna di corte che il filosofo
fosse già malato e che di lì a poco sarebbe morto. In seguito, Claudio ,istigato dalla moglie Messalina, accusò
Seneca di adulterio e lo condannò all’esilio in Corsica, da cui tornò solo nel 49 ,quando l’imperatore sposò
Agrippina. Tornato a Roma con ormai oltre 50 anni, Seneca dovette accettare l’incarico di precettore di Nerone, il
quale non era ancora diciottenne. Per tale motivo, durante i primi anni (come riportano anche molte fonti) , fu
Seneca a dirigere l’impero, affiancato da Agrippina ed Afranio Burro. Nel 59 Nerone si macchiò di matricidio, in
cui non sappiamo quanto fu coinvolto il filosofo ,che rimase tuttavia con l’imperatore anche dopo l’assassinio di
Agrippina. Nel 62 morì Afranio Burro e ,nello stesso anno, Seneca chiese di potersi ritirare a vita privata , così da
potersi dedicare solamente ai propri studi.In seguito al suo ritiro (che il filosofo chiama secessus), potè finalmente
dedicarsi a quella vita contemplativa a cui aveva aspirato sin da giovane e che aveva raccomandato nelle sue opere.
Tuttavia Seneca venne ugualmente considerato colpevole della congiura dei Pisoni , motivo per cui fu costretto ad
uccidersi; il filosofo, secondo le testimonianze di Tacito, affrontò la morte con coraggio e nobiltà d’animo,
ispirandosi alle "morti filosofiche" del passato, quali quella di Socrate.
I DIALOGI
I Dialogi sono dei testi di argomento filosofico di cui non possediamo la data di composizione. Si tratta di dieci
opere per un totale di dodici libri (nove delle opere sono racchiuse in un libro,mentre il De Ira è costituito dai
restanti tre libri). A differenza dei dialoghi platonici o ciceroniani che presentavano una discussione sostenuta da
due o più personaggi in una determinata ambientazione storica, quelli senecani vedono il dialogo portato avanti
dall’autore stesso e rivolto al dedicatario dell’opera. I dialoghi di Seneca, dunque, presentano un’impostazione
totalmente diversa, influenzata dalla tradizione cinico-stoica, dalla quale riprende il fatto di rivolgersi direttamente al
destinatario, con il quale si finge di intraprendere una conversazione, o la tendenza ad inserire domande o obiezioni
di un interlocutore ,che è in realtà portavoce di credenze e convinzioni popolari.
L’opera più antica è la Consolatio ad Marciam , ideata allo scopo di consolare Marcia, una donna dell’alta società
romana ,sofferente per la morte del figlio Metilio. L’opera rientra nella tradizione delle "consolazioni" filosofiche ,
che nella letteratura latina poteva essere rappresentata dalla Consolatio di Cicerone. Seneca si impegna nel
dimostrare che in realtà la morte deve essere intesa non come un male, ma come il passaggio ad una vita migliore;
l’opera termina poi con un elogio a Metilio e con la sua ipotesi che sia stato accolto nella sede del cielo riservata ai
beati (evidente è l’influenza del Somnium Scipionis). Nonostante l’opera presenti un carattere retorico per i temi
trattati,essa si contraddisinse per la brillante capacità dell’autore di saper rielaborare i luoghi comuni.
La Consolatio ad Helviam matrem è indirizzata alla madre dell’autore, sofferente per la condanna e per la
lontananza del figlio. Seneca tenta di dimostrare che , nonostante ciò che si pensa, l’esilio non è altro che un
mutamento di luogo che non può privare l’uomo del vero bene: la virtù. Per il resto,anche secondo la filosofia stoica,
l’uomo è un cittadino di tutto il mondo. In una seconda parte dell’opera, Seneca esorta la madre a seguire l’esempio
delle nobili donne che trovano aiuto nello studio, e a pensare che lui viva felice dedicandosi alla filosofia.
Quest’opera è considerata tra le migliori di Seneca non solo per il tono intimo adoperato, ma anche e soprattutto per
la grande dignità dimostrata dall’autore: egli vuole mostrarsi come un uomo che vive nella piena serenità della
filosofia che professa.
Vi è poi la Consolatio ad Polybium ,che è una consolatio mortis la cui argomentazione riprende luoghi comuni già
trattati: la morte da vedere non come un male, in quanto il defunto aut beauts aut nullus est. L’opera ,però, viene
influenzata dalla posizione della persona cui è diretta ,collaboratore diretto dell’imperatore di Claudio ,che aveva su
di lui un ascendente: lo scopo dell’opera, dunque, diventa quello di rivolgere una supplica all’imperatore, così da
poter fare ritorno a Roma.
I DIALOGHI-TRATTATI
Il De Ira (dedicato al fratello Novato, che dopo essere adottato, cambierà nome), che si compone di tre libri, è
l’opera attraverso cui il filosofo tenta di combattere l’ira, vista come la peggiore e più odiosa tra le passioni.
Contrapponendosi alla filosofia dei peripatetici, secondo cui vi sono delle circostanze che giustificano l’’ira, Seneca
la ritiene inutile e pericolosa in quanto offusca la ragione, difatti ha delle somiglianze con la follia. Il filosofo
afferma che come nel mare si agitano le onde, così le passioni si agitano nell'uomo; dunque l’ira, per essere placata,
deve essere sciolta proprio come verrebbe spezzata un’onda.Tra i vari esempi riportati da Seneca, vi è Caligola , sul
quale il filosofo riversa il suo odio presentandolo come una belva assetata di sangue.
Il De Brevitate Vitae ,dedicato all’amico Paolino, è un trattato in cui il filosofo afferma che no bisogna lamentarsi
sulla brevità del tempo, poiché "la vita, se sai farne buon uso, è lunga". A tal proposito, egli fa una distinzione tra i
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Lucio Anneo Seneca nacque a Cordoba (odierna Cordova) forse nel 4 a.C, da una ricca famiglia di rango equestre. Ben presto venne condotto a Rima, dove ebbe modo di dedicarsi allo studio di retorica e filosofia e lui stesso, nelle Epistole a Lucilio, ricorda alcuni dei suoi maestri , tra i quali Sozione, da cui apprese alcune austere abitudini, quali quella di fare il bagno unicamente con l’acqua fredda o quella di non dormire su materassi morbidi. Nonostante avesse iniziato a condurre con entusiasmo una vita perlopiù contemplativa, Seneca decise poi di intraprendere il cursus honorum per non dispiacere il padre ,e poco dopo rivestì la questura. Pur avendo delle grandi doti oratorie riconosciute, egli ebbe sempre dei rapporti difficili con gli imperatori: Caligola progettò di farlo uccidere,ma ciò non avvenne perché venne convinto da una potente donna di corte che il filosofo fosse già malato e che di lì a poco sarebbe morto. In seguito, Claudio ,istigato dalla moglie Messalina, accusò Seneca di adulterio e lo condannò all’esilio in Corsica, da cui tornò solo nel 49 ,quando l’imperatore sposò Agrippina. Tornato a Roma con ormai oltre 50 anni, Seneca dovette accettare l’incarico di precettore di Nerone, il quale non era ancora diciottenne. Per tale motivo, durante i primi anni (come riportano anche molte fonti) , fu Seneca a dirigere l’impero, affiancato da Agrippina ed Afranio Burro. Nel 59 Nerone si macchiò di matricidio, in cui non sappiamo quanto fu coinvolto il filosofo ,che rimase tuttavia con l’imperatore anche dopo l’assassinio di Agrippina. Nel 62 morì Afranio Burro e ,nello stesso anno, Seneca chiese di potersi ritirare a vita privata , così da potersi dedicare solamente ai propri studi.In seguito al suo ritiro (che il filosofo chiama secessus), potè finalmente dedicarsi a quella vita contemplativa a cui aveva aspirato sin da giovane e che aveva raccomandato nelle sue opere. Tuttavia Seneca venne ugualmente considerato colpevole della congiura dei Pisoni , motivo per cui fu costretto ad uccidersi; il filosofo, secondo le testimonianze di Tacito, affrontò la morte con coraggio e nobiltà d’animo, ispirandosi alle "morti filosofiche" del passato, quali quella di Socrate. I DIALOGI I Dialogi sono dei testi di argomento filosofico di cui non possediamo la data di composizione. Si tratta di dieci opere per un totale di dodici libri (nove delle opere sono racchiuse in un libro,mentre il De Ira è costituito dai restanti tre libri). A differenza dei dialoghi platonici o ciceroniani che presentavano una discussione sostenuta da due o più personaggi in una determinata ambientazione storica, quelli senecani vedono il dialogo portato avanti dall’autore stesso e rivolto al dedicatario dell’opera. I dialoghi di Seneca, dunque, presentano un’impostazione totalmente diversa, influenzata dalla tradizione cinico-stoica, dalla quale riprende il fatto di rivolgersi direttamente al destinatario, con il quale si finge di intraprendere una conversazione, o la tendenza ad inserire domande o obiezioni di un interlocutore ,che è in realtà portavoce di credenze e convinzioni popolari. L’opera più antica è la Consolatio ad Marciam , ideata allo scopo di consolare Marcia, una donna dell’alta società romana ,sofferente per la morte del figlio Metilio. L’opera rientra nella tradizione delle "consolazioni" filosofiche , che nella letteratura latina poteva essere rappresentata dalla Consolatio di Cicerone. Seneca si impegna nel dimostrare che in realtà la morte deve essere intesa non come un male, ma come il passaggio ad una vita migliore; l’opera termina poi con un elogio a Metilio e con la sua ipotesi che sia stato accolto nella sede del cielo riservata ai beati (evidente è l’influenza del Somnium Scipionis). Nonostante l’opera presenti un carattere retorico per i temi trattati,essa si contraddisinse per la brillante capacità dell’autore di saper rielaborare i luoghi comuni. La Consolatio ad Helviam matrem è indirizzata alla madre dell’autore, sofferente per la condanna e per la lontananza del figlio. Seneca tenta di dimostrare che , nonostante ciò che si pensa, l’esilio non è altro che un mutamento di luogo che non può privare l’uomo del vero bene: la virtù. Per il resto,anche secondo la filosofia stoica, l’uomo è un cittadino di tutto il mondo. In una seconda parte dell’opera, Seneca esorta la madre a seguire l’esempio delle nobili donne che trovano aiuto nello studio, e a pensare che lui viva felice dedicandosi alla filosofia. Quest’opera è considerata tra le migliori di Seneca non solo per il tono intimo adoperato, ma anche e soprattutto per la grande dignità dimostrata dall’autore: egli vuole mostrarsi come un uomo che vive nella piena serenità della filosofia che professa. Vi è poi la Consolatio ad Polybium ,che è una consolatio mortis la cui argomentazione riprende luoghi comuni già trattati: la morte da vedere non come un male, in quanto il defunto aut beauts aut nullus est. L’opera ,però, viene influenzata dalla posizione della persona cui è diretta ,collaboratore diretto dell’imperatore di Claudio ,che aveva su di lui un ascendente: lo scopo dell’opera, dunque, diventa quello di rivolgere una supplica all’imperatore, così da poter fare ritorno a Roma. I DIALOGHI-TRATTATI Il De Ira (dedicato al fratello Novato, che dopo essere adottato, cambierà nome), che si compone di tre libri, è l’opera attraverso cui il filosofo tenta di combattere l’ira, vista come la peggiore e più odiosa tra le passioni. Contrapponendosi alla filosofia dei peripatetici, secondo cui vi sono delle circostanze che giustificano l’’ira, Seneca la ritiene inutile e pericolosa in quanto offusca la ragione, difatti ha delle somiglianze con la follia. Il filosofo afferma che come nel mare si agitano le onde, così le passioni si agitano nell'uomo; dunque l’ira, per essere placata, deve essere sciolta proprio come verrebbe spezzata un’onda.Tra i vari esempi riportati da Seneca, vi è Caligola , sul quale il filosofo riversa il suo odio presentandolo come una belva assetata di sangue. Il De Brevitate Vitae ,dedicato all’amico Paolino, è un trattato in cui il filosofo afferma che no bisogna lamentarsi sulla brevità del tempo, poiché "la vita, se sai farne buon uso, è lunga". A tal proposito, egli fa una distinzione tra i

saggi,cioè coloro che mirano all’eutimia (serenità)e all’atarassia , e gli affaccendati , cioè coloro che ,essendo impegnati, distolgono l’attenzione dalla ricerca della verità e delle virtù. Il De Vita Beata ,dedicato a Gallione (cioè al fratello dopo aver cambiato nome), è diviso in due parti: nella prima Seneca teorizza quale sia la vera felicità ,vale a dire il Sommo Bene inteso come virtù e non ,come ritenevano gli epicurei, come voluptas. Nella seconda parte, invece, Seneca inserisce la difesa delle accuse che vengono mosse contro i filosofi, incolpati di non vivere secondo i precetti di cui sono cantori. Egli non nega il fatto che le accuse siano fondate, ma si difende dicendo di non essere ancora riuscito a raggiungere gli obiettivi che si è posto. Viene giustificato poi l’uso della ricchezza: l’importante non è non possedere ricchezze, ma non farsi possedere.Oltretutto,essa può essere messa al servizio della virtù. Il De tranquillitate animi è un trattato dedicato all’amico Sereno, affetto dal taedium vitae , cioè dalla noia dell’esistenza. Seneca introduce l’amico immaginando che gli chieda un consiglio: bisogna dedicarsi alla vita attiva o contemplativa? Seneca afferma che bisogna trovare un giusto equilibrio, ed indica ciò di cui si ha bisogno per raggiungere la tranquillità dell’animo: l’impegno per il bene comune, l’amicizia de buoni e la serena accettazione delle avversità e della morte. Nel De Otio ,ancora una volta dedicato a Sereno, Seneca affronta la dicotomia tra impegno e disimpegno. Nonostante nel De tranquillitate animi il filosofo predichi un equilibrio tra la vita attiva e contemplativa, quest’ultima è da preferire. Nel testo egli afferma che l’epicureo deve vivere il late biosas fino a quando non deve intervenire attivamente , al contrario lo stoico deve dedicarsi alla vita politica finché le circostanze lo consentono. Il De Providentia è un trattato dedicato a Lucilio in cui quest’ultimo chiede perché i buoni sono colpiti dai mali e se è vero che ,come afferma lo stoicismo, il mondo è retto da una provvidenza divina. Il filosofo afferma che , in realtà, non si tratta di mali quanto in realtà di prove poste all’uomo per far temprare il suo animo. Nel De constantia sapientis , dedicato ancora una volta a Sereno, il filosofo afferma che il saggio non può essere colpito da alcuna offesa poiché la propria superiorità morale lo rendono immune ad ogni attacco. I TEMI All’interno di questi trattati, Seneca non vuole offrire una filosofia astratta ai suoi lettori ,ma cerca di aiutarli ad adottare un ars vivendi che smascheri i falsi valori, i quali danno vita agli affectus, cioè delle affezioni (paure,desideri,speranze etc) dell’animo che ostacolano il raggiungimento di un equilibrio interiore e della felicità. La filosofia dunque viene vista come un mezzo attraverso il quale poter migliorare l’uomo; nei suoi dialoghi Seneca si rivolge ad un lettore affetto da qualsivoglia malattia dell’anima e tenta di aiutarlo tramite l’admonitio ("ammonizione"),che non consiste nell’imporre la propria teoria al "malato", ma nel persuaderlo a trasformarsi liberandosi dei propri errori. Gli errores di cui parla Seneca riguardano la qualità della vita dell’uomo, il quale percepisce la realtà come un qualcosa di irrazionale. L’uomo si sente in balìa della fortuna ed è angosciato dalla paura della morte, la quale non deve essere intesa se non altro che come una lex naturae. Il tempo che possiamo vivere appare breve solo a coloro che si lasciano sopraffare da inutili preoccupazioni, e la qualità della vita dipende dall’intensità e dalla consapevolezza con cui la si vive. Seneca esorta i lettori a trovare la propria realizzazione nella ricerca della virtù, mentre le carriera politica viene collocata negli indifferentia, cioè quegli elementi che non sono né un bene e né un male, e a cui bisogna dare la giusta importanza per non diventarne schiavo. Attraverso la meditatio ,cioè la riflessione su se stessi, è possibile intensificare i rapporti con il proprio io, che diventa oggetto di conoscenza ; raggiunta poi una padronanza di sé (autarkeia),è possibile aiutare gli altri nella propria analisi e ricerca morale. Seneca è consapevole di non essere un sapiens ma un adfectator sapientiae, cioè uno che, partendo dalla saggezza,tenta di contrastare le debolezze umane. I TRATTATI Simili ai Dialogi per forma e contenuti sono i trattati De Clementia, De beneficiis e Naturales questiones.

  • DE CLEMENTIA: si tratta di un trattato di filosofia politica in cui Seneca esalta la monarchia illuminata , che ebbe gran successo in età moderna. Rivolgendosi a Nerone appena divenuto imperatore, il filosofo lo elogia perché ,nonostante disponga di un potere illimitato, dimostra di possedere la più importante delle virtù per un sovrano: la clemenza. Essa appartiene ad un rex iustus che punisce malvolentieri solo quando è necessario e che gode della riconoscenza del popolo. Seneca ha consapevolezza del fatto che il principato sia in realtà una monarchia assoluta, motivo per cui mette al centro dell’opera non la giustizia, ma la clemenza, una qualità che sottintende un rapporto di subordinazione: il punto di riferimento che si ha non sono le leggi, ma la volontà del sovrano.Seneca dunque fa ritorno a quella tradizione secondo cui la monarchia, se gestita da un re saggio, è la miglior forma di governo. L’opera termina così con elogio diretto a Nerone, per il quale il filosofo aveva un modello ideale.
  • DE BENEFICIIS: è un trattato diviso in sette libri ,dedicato all’amico Ebuzio Liberale. Nell’opera Seneca spiega il corretto modo di fare e ricevere benefici,e vengono trattati i temi dell’aiuto reciproco, dei doveri del superiore verso gli inferiori e dell’ingratitudine.
  • LE NATURALES QUESTIONES: scritte durante gli anni del ritiro, le Naturales questiones sono un trattato di scienze naturali diviso in sette libri e dedicato a Lucilio. In modo particolare, l’opera senecana tratta argomenti meteorologici , quali lampi, fulmini o terremoti. Anche quest’opera ha uno scopo morale: il filosofo vuole liberare gli uomini dai timori,legati all’ignoranza, per i fenomeni naturali. Ciò rimanda ad un atteggiamento tipicamente

involontariamente ha ucciso il padre, Laio, e sposato la madre, Giocasta. FEDRA: La vicenda è quella dell'Ippolito di Euripide, ma con delle significanti variazioni, che fanno pensare che Seneca si sia attenuto a un'altra tragedia dello stesso Euripide antada ormai perduta. Fedra, moglie di Teseo, nutre una folle passione verso il figliastro, Ippolito e gli dichiara il suo amore. Respinta, per vendetta, accusa Ippolito di aver cercato di usarle violenza, ma, inseguito alla morte di Ippolito (ucciso da un mostro marino) confessa tutto e si uccide. LE FENICIE: L'opera si ispira al mito tebano, ma non è una tragedia completa, ci sono solo delle scene staccate. TIESTE: Atreo, tiranno fortemente adirato verso il fratello Tieste che ha sedotto la moglie, finge una riconciliazione e lo fa tornare alla reggia insieme ai suoi figli. A questo punto Atreo uccide per mano sua i nipoti, ne cuoce le carni e le imbandisce al fratello durante un banchetto. Solo dopo Atreo svelerà la provenienza di quella carne e, mentre il fratello Tieste resta inorridito, assapora la sua vendetta. LE TROIANE: Dopo la caduta di Troia, le donne troiane, prigioniere dei Greci, piangono la loro sorte infelice. Ecuba (vedova di Priamo) assiste al sacrificio della figlia, Polìssena, sulla tomba di Achille. Andromaca (vedova di Ettore) tenta invano di salvare il figlio Astranatte, che viene lanciato da una torre. I testi greci in cui troviamo narrate le stesse vicende sono le Troiane, l'Ecuba e l'Andromaca di Euripide. Le caratteristiche Molto discussa è la cronologia dei testi senecani, si ritiene però che questi, almeno in gran parte, siano stati scritti nel periodo in cui Seneca affiancava Nerone. Alfonso Traina, illustre studioso di Seneca, ha constatato che quasi in tutte le tragedie è presente la figura del tiranno, descritta in termini profondamente negativi. A questo punto le ipotesi sono due: o teatro di opposizione, o teatro di esortazione. Seneca però non è mai stato un contestatore politico, neanche durante l'esilio. Possiamo quindi optare per l'ipotesi che questo sia teatro di esortazione. Del resto lo stesso Seneca giustificava i suoi versi con lo scopo pedagogico. Dunque le tragedie furono composte per mettere dinnanzi agli occhi di Nerone gli effetti del potere dispotico. Un altro problema molto dibattuto è se le tragedie siano state scritte per essere rappresentate in teatro o per essere lette nelle sale di recitazione. Sappiamo che in età imperiale l'uso dei testi tragici era prevalentemente di lettura in occasione delle recitationes, organizzate in case private per gruppi più o meno ristretti di invitati. Che le tragedie di Seneca siano state composte per la lettura possiamo dedurlo da alcune caratteristiche che vanno in contrasto con quelle del teatro. Inoltre non è assolutamente credibile che gli imperatori permettessero la rappresentazione pubblica di tragedie che rappresentavano i sovrani come odiosi e scellerati tiranni. Al centro di tutte le tragedie troviamo la rappresentazione dello scatenarsi di sfrenate passioni e delle conseguenze catastrofiche che ne derivano. Il significato pedagocico e morale si individua nell'intenzione di proporre esempi paradigmatici dello scontro nell'animo umano di impulsi positivi e negativi. Da un lato vi è la ragione rappresentata dai personaggi secondari che cercano di distogliere i protagonisti dai loro insani propositi, dall'altro abbiamo il furor (l'impulso irrazionale, la passione), presentato, in accordo con la dottrina stoica, come manifestazionee di pazzia, in quanto sconvolge e travolge l'animo umano. In questa lotta tra furor e ragione, lo spazio dedicato al furor è preponderante rispetto a quello dato alla ragione, sembra infatti che l'interesse verso la psicologia delle passioni faccia dimenticare al filosofo le esigenze morali e quindi l'intento pedagogico delle sue opere. Un'altra caratteristica delle tragedie senecane è l'accentuazione degli aspetti più cupi, dei particolari più atroci macabri e raccapriccianti. Quest'accentuazione serve proprio ad esprimere quel valore di esemplarità negativa che i personaggi delle sue tragedie rivestono agli occhi del filosofo. Altra caratteristica importante di queste tragedie è l'interesse della parola a discapito dell'azione. Il poeta si interessa poco all'articolazione organica della trama, dando più importanza a elementi privi di funzionalità drammatica, come la stesura di lunghissime parti dedicate all'insegnamento morale. Questo perchè Seneca non si serve di questi miti come parti essenziali del meccanismo drammatico, ma come spunti per poter poi dibattere una serie di argomenti morali e politici. Infatti i personaggi stessi diventano portatori di un tema, affidatogli dall'autore in base agli spunti offerti dalla tradizione mitico-letteraria. LO STILE Il tono è magniloquente e declamatorio, che costituisce un ostacolo per il lettore moderno, infastidito dalla ripetitività, dalla sorabbondanza delle apostrofi, delle esclamative e delle interrogative retoriche. Nonostante l'esuberanza espressiva, nelle tragedie più riuscite, lo scavo negli abissi dell'animo umano è profondo e potente, raggiungendo così culmini di intensa emozione e commozione. Inoltre la capacità di Seneca di condensare il pensiero in formule incisive (sententiae) produce ottimi risultati. Lo stile è concettoso e concentrato. Ci sono poi battute ad effetto la cui brevità garantisce al testo un'estrema efficacia ed energia. La concisione e la pregnanza di Seneca riescono a condensare in pochissime parole un'intera situazione drammatica. L'APOKOLOKYNTOSIS Quest'opera occupa un posto a sè nella produzione senecana, è infatti un'operetta appartenente al genere della satira menippea ed è l'unico esemplare di questo genere che possiamo leggere per intero. L'iniziatore di questo genere letterario è Menippo di Gadara, da cui prende il nome. Questa satira era caratterizzata

dalla mescolanza, a livello formale, di versi e prosa e, a livello contenutistico, di serio e di scherzoso. Fu introdotta a Roma da Varrone Reatino, che la utilizzava per svolgere temi di argomento morale. Quello di Seneca è invece un ironico pamphlet scritto in occasione della morte di Claudio. Seneca dovette scrivere l'elogio funebre ufficiale per la morte dell imperatore, pronunciato da Nerone. Nell'apokolotynkosis Seneca dà libero sfogo al suo odio e al suo disprezzo verso colui che lo aveva perseguitato e condannato all'esilio. Il titolo latino che compare in alcuni codici è "Ludus de morte Claudii", dove ludus ha il significato di gioco/scherzo letterario. Molto discusso è invece il titolo greco e diverse sono le ipotesi. -Kolokynte in greco significa "zucca", il termine è stato inteso come "inzuccatura", cioè "trasformazione in zucca", espressione che va in opposizione con il termine apotheosis "trasformazione in dio". Tuttvia Claudio nell'opera non subisce nessuna trasformazione. -Altri hanno supposto che il senso sia "deificazione di una zucca" e quindi "divinizzazione di quello zuccone di Claudio". -Altri ancora hanno pensato a un'espressione idiomatica corrispondente alla nostra "infinocchiatura", nel senso di "fregatura". Le ipotesi sono ancora molte, nessuna delle quali dimostrabile. All'inizio dell'opera Seneca promette di riportare fedelmente gli avvenimenti in seguito alla morte di Claudio. Il racconto comincia con le Parche che finalmente recidono il filo della vita di Claudio, mentre Apolllo intona un canto di gioia per la venuta del felice regno di Nerone. Nel frattempo claudio si reca in cielo e si presenta a Giove il quale non lo riconosce e non riesce a capire cosa dica perchè parla una lingua incomprensibile. Affida a Ercole l'incarico di capire chi sia. Il dio, impaurito dall'aspetto di questo grottesco personaggio, si prepara alla sua tredicesima fatica. Dopo una lacuna del testo, troviamo gli dei a concilio per discutere la proposta di divinizzazione di Claudio. Si alza così a parlare il divo Augusto, il quale accusa il nipote di aver assassinato numerosi membri della sua famiglia, chiedendo quindi una severa punizione. Claudio viene quindi portato negli Inferi, passando per la Via Sacra (assista al suo funerale e capisce di essere morto, vede Roma in festa mentre viene recitato un ironico canto funebre in suo onore). Negli Inferi gli si presenta la schiera delle sue vittime e viene condannato a giocare eternamente a dadi con un bussolotto forato, tramite un processo sommario (come quelli che era solito fare lui). Compare Caligola che lo reclama come suo schiavo e infine viene consegnato al liberto Menandro perchè gli faccia da aiutante. L'opera è notevole sia per l'estro vivace sia per la perfetta padronanza con cui l'autore si muove tra diversi livelli linguistici e stilistici, passando dal colloquiale "basso" alla parodia dello stile alto e solenne dell'epica o passando dal tono leggero e umoristico a un sarcasmo più feroce. GLI EPIGRAMMI All'interno di una raccolta di poesia dell'età imperiale tarda compaiono una trentina di epigrammi (in distici elegiaci) sotto il nome di Seneca. Questi epigrammi sono di dubbia autenticità, è infatti quasi impossibile stabilire se risalgano effettivamente a Seneca, se siano esercitazioni scolastiche o veri e propri falsi. La grande fama di Seneca contribuì infatti al sorgere di opere attribuite falamente a lui. Questi comprendono canti encomiastici (campagna di Claudio in Britannia), elogi (Catone Uticense e Pompeo), poesie d'amore (influenzate da Ovidio) e componimenti d'occasione in cui sono presenti amici e parenti. In due epigrammi Seneca descrive lo squallido e inospitale paesaggio della Corsica e in altri due il poeta si lamenta esplicitamente del suo esilio.