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1 La vita Sappiamo poco della giovinezza di Lucio Anneo Seneca, nato a Cordova (in Spagna) da una famiglia di rango equestre, fra il 4 e l’I a.C. Il padre Seneca (per distinguerlo dal piu celebre figlio è d’uso indicarlo come Seneca Retore) lo condusse con sé, quando ancora era molto giovane, a Roma, dove poté frequentare Sozione il Giovane (filosofo neopitagorico), Attalo (stoico) e Papirio Fabiano (retore e filosofo), attraverso il quale venne in contatto con la scuola dei Sestii, che combinava uno stoicismo caratterizzato da un rigido ascetismo, con interessi neopitagorici per la natura e la scienza. Trasferitosi intorno al 26 in Egitto da uno zio per curare la salute cagionevole, intraprese la carriera oratoria e politica intorno al 31 d.C. e, nel giro di qualche anno, divenne senatore. I primi attriti con il potere risalgono al 39, quando rischiò la condanna a morte – apparentemente – per un capriccio dell’invidioso Caligola, in presenza del quale aveva brillantemente difeso una causa, ma più probabilmente perché era legato all’ambiente vicino a Germanico e ostile all’imperatore. Nel 41 Seneca fu vittima di una trama di palazzo e, accusato di adulterio con la sorella di Caligola, Giulia Livilla, fu esiliato in Corsica dal nuovo imperatore, Claudio. L’esilio – si trattò, in effetti, di una relegatio – durò dal 41 al 49. Il suo ritorno a Roma fu promosso da Agrippina, moglie di Claudio dopo la morte di Messalina: costei infatti preparava la successione al trono per il figlio Domizio (il futuro Nerone) e riteneva Seneca – ostile a Claudio per la relegazione subita – il consigliere ideale per lui. Pochi anni piu tardi Claudio morì per avvelenamento (54) e gli succedette appunto il sedicenne Nerone, affiancato da Seneca e dal prefetto del pretorio Afranio Burro. Ma la loro positiva influenza ebbe breve durata, e Nerone cominciò presto a rendersi protagonista di azioni terribili: fece uccidere il figlio di Claudio Britannico (55), e pochi anni dopo la stessa madre Agrippina (59), in seguito a forti contrasti. Seneca, peraltro, rimase al suo posto al fianco dell’imperatore fino al 62, quando, dopo la morte di Burro (forse avvelenato), si fecero sempre più forti i contrasti con lo stile di vita e la politica di Nerone e di Tigellino, nuovo prefetto del pretorio. Seneca chiese dunque all’imperatore di potersi ritirare dalla vita politica, e, nonostante il suo rifiuto, si appartò progressivamente nelle sue ville di campagna, dedicandosi agli studi. In questo periodo compose infatti alcune delle opere maggiori: le Naturales quaestiones, il De providentia e le Lettere a Lucilio. Nel 65 fu sventata una congiura senatoria ai danni di Nerone, guidata da Caio Calpurnio Pisone (detta appunto “congiura dei Pisoni”); Seneca non riuscì a sfuggire al sospetto di avervi preso parte e, condannato a morte da Nerone, non ebbe altra scelta che il suicidio. Morì con coraggio e dignità, tagliandosi le vene, imitato nel suo gesto dalla moglie Paolina.
Il filosofo che per lungo tempo è stato accusato di non vivere in accordo con i propri precetti, di avere accumulato ricchezze e praticato l’usura, di essersi compromesso con il potere e di avere avallato le uccisioni di Britannico e di Agrippina, con la sua teatrale morte socratica mette infine pace tra la sua vita e le sue opere. L’intensa e drammatica pagina tacitiana ( Annali 15, 62-64, trad. Arici) – cui peraltro si è ispirata la tradizione iconografica moderna, da Rubens a David – è per noi, assieme alla Storia romana di Cassio Dione (164-230 ca. d.C.) la fonte principale per la ricostruzione del suicidio di Seneca.
IL SUICIDIO SOCRATICO
62****. [1] Ille interritus poscit testamenti tabulas; ac denegante centurione conversus ad amicos, quando meritis eorum referre gratiam prohiberetur, quod unum iam et tamen pulcherrimum habeat, imaginem vitae suae relinquere testatur, cuius si memores essent, bonarum artium famam fructum constantis amicitiae laturos. [2] Simul lacrimas eorum modo sermone, modo intentior in modum coercentis ad firmitudinem revocat, rogitans ubi praecepta sapientiae, ubi tot per annos meditata ratio adversum imminentia? cui enim ignaram fuisse saevitiam Neronis? Neque aliud superesse post matrem fratremque interfectos quam ut educatoris praeceptorisque necem adiceret.
Origini spagnole
L’esilio in Corsica
La protezione di Agrippina
Consigliere di Nerone
Il ritiro a vita privata e il suicidio
DAL TESTO ALLA LETTERATURA
63****. [1] Ubi haec atque talia velut in commune disseruit, complectitur uxorem et paululum adversus praesentem fortitudinem mollitus rogat oratque temperaret dolori neu aeternum susciperet, sed in contemplatione vitae per virtutem actae desiderium mariti solaciis honestis toleraret. Illa contra sibi quoque destinatam mortem adseverat manumque percussoris exposcit. [2] Tum Seneca gloriae eius non adversus, simul amore, ne sibi unice dilectam ad iniurias relinqueret, «vitae» inquit «delenimenta monstraveram tibi, tu mortis decus mavis: non invidebo exemplo. sit huius tam fortis exitus constantia penes utrosque par, claritudinis plus in tuo fine». Post quae eodem ictu brachia ferro exolvunt. [3] Seneca, quoniam senile corpus et parco victu tenuatum lenta effugia sanguini praebebat, crurum quoque et poplitum venas abrumpit; saevisque cruciatibus defessus, ne dolore suo animum uxoris infringeret atque ipse visendo eius tormenta ad impatientiam delaberetur, suadet in aliud cubiculum abscedere. et novissimo quoque momento suppeditante eloquentia advoca- tis scriptoribus pleraque tradidit, quae in vulgus edita eius verbis invertere supersedeo. 64****. [1] At Nero nullo in Paulinam proprio odio, ac ne glisceret invidia crudelitatis,
62. [1] Quegli, imperturbabile, chiede che gli si portino le tavolette del testamento: e poiché il centurione gliele ricusa, voltosi agli amici dichiara che, essendogli negato il mezzo di ricompensare i loro meriti, lasciava loro in eredità l’unica cosa rimastagli, ch’era però la più bella: l’immagine della propria vita. Se non l’avessero dimenticata, avrebbero avuto, in premio di una così costante amicizia, la gloria di una esistenza immacolata. [2] Pone quindi freno alle loro lacrime, ora col ragionamento, ora in tono più severo, e quasi a forza li richiama alla fermezza, chiedendo loro dove mai se ne fossero andati gli insegnamenti della saggezza, dove la norma per tanti anni meditata contro le incombenti avversità. Chi di loro non conosceva la ferocia di Nerone? E dopo l’uccisione della madre e del fratello, non gli restava altro se non aggiungervi l’assassinio di colui che gli era stato educatore e maestro. 63. [1] Com’ebbe detto tali cose e altre simili, rivolto a tutti i presenti, abbracciò la moglie, e inteneritosi alquanto, in contrasto colla forza d’animo fino allora dimostrata, la pregò e scongiurò che moderasse la sua angoscia e non vi si abbandonasse per sempre, ma cercasse degno conforto al rimpianto del marito ricompensandone la vita virtuosamente trascorsa. Ma Paolina risponde che anche lei deve morire, e invoca la mano del carnefice. [2] Allora Seneca, non volendole precludere la gloria e spinto nel tempo stesso dall’amore a non lasciare esposta agli insulti la donna che unicamente amava, disse: «Io ti avevo additato le consolazioni della vita, ma tu preferisci il vanto della morte, né io metterò ostacolo a che tu dia un tale esempio. In questo così crudele trapasso sia pari tra noi la fermezza, ma di più chiara lode risplenda la fine tua». Dopo ciò, si tagliano d’un colpo le vene del braccio. [3] Seneca, poiché il suo corpo di vecchio, indebolito dal poco sostentamento, non consentiva il rapido defluire del sangue, si fa aprire anche le vene delle gambe e delle ginocchia; prostrato dalle atroci sofferenze, per non togliere coraggio alla moglie col proprio patire e per non perdersi d’animo egli stesso al vedere le sofferenze di lei, la persuase a ritirarsi in un’altra camera. E non venendogli meno l’eloquenza neppure in quell’estremo momento, chiamò a
anzi sembra voler indicare di avere compreso a pieno il rischio, inevitabile e necessario, della partecipazione del saggio alla vita politica, di cui la sua morte è coerente conseguenza. Il suicidio di Paolina (63) : è interessante confrontare innanzi tutto il suo racconto tacitiano – favorevole a Seneca – con quello di Cassio Dione ( Storia romana , LXII, 25,1-3, trad. Stroppa), evidentemente influenzato da fonti a lui avverse, in particolare per quanto riguarda il tentato suicidio di Paolina, non scelto spontaneamente, come indica Tacito, ma per suggerimento del marito: «Ci vorrebbe un lungo resoconto per parlare delle diverse persone che perirono [nella congiura pisoniana], ma sul caso di Seneca ci soffermeremo. Egli volle far morire anche sua moglie Paolina, sostenendo di averla indotta al disprezzo della morte e al desiderio di morire con lui. Così incise anche le vene di lei, ma egli, dopo una lunga agonia che venne resa più rapida dall’intervento dei soldati presenti, morì prima di Paolina, che, in questo modo, riuscì a sopravvivere. Seneca, tuttavia, non si svenò finché non ebbe apportato delle correzioni al libro che stava scrivendo e non ebbe affidato ad alcuni conoscenti le altre opere (che, una volta cadute nelle mani di Nerone, temeva andassero distrutte). Così morì Seneca, nonostante avesse abbandonato, avanzando la scusa della salute malferma, il suo connubio con l’imperatore e gli avesse donato il suo intero patrimonio, gesto che si giustificava in qualità di contributo per le spese edilizie che Nerone stava affrontando. Successivamente persero la vita anche i fratellli di Seneca». Tacito e Cassio Dione fanno qui riferimento dunque a un estremo scritto di Seneca, che non ci è giunto: anche qui si può pensare ad un parallelo con Socrate, le cui riflessioni in punto di morte sono raccolte nel Fedone , e Seneca stesso ricorda che de morte disputavit usque ad ipsam ( De providentia , 3,12). La morte di Seneca (64) : dopo avere narrato l’intervento di Nerone per impedire la morte di Paolina, che comunque non sopravvisse a lungo al marito, Tacito prosegue nella descrizione della faticosa morte del Cordovese. Non essendo sufficiente il taglio delle vene, delle braccia e delle gambe, Seneca ricorre alla cicuta, quo damnati publico Atheniensium iudicio exstinguerentur : è probabile che anche questo dettaglio non sia un’aggiunta letteraria, ma che Seneca abbia voluto proprio morire al modo di Socrate, se si tiene conto dell’insistenza su questo particolare nelle sue opere (la cicuta nel ricordato passo del De providentia è detto medicamentum immortalitatis , nell’ Epistola 13,14 cicuta magnum Socratem fecit ). E pure sul modello socratico egli liba l’acqua della vasca, già mescolato al suo sangue, a Giove Liberatore: Socrate avrebbe voluto offrire una libagione della cicuta agli dèi ( Fedone 117b-c), e non essendocene a sufficienza, si limita ad una preghiera, ma con le ultime parole raccomanda a Critone di offrire un gallo ad Asclepio. Se ne sarebbe ricordato anche lo stoico Trasea Peto che aggiunge ai canonici modelli di Soctate e Catone quello di Seneca (Tacito, Annales , 16,35 porrectis … utriusque brachii venis, postquam cruorem effudit … propius vocato quaestore «libamus» inquit «Iovi liberatori» ). Ma alla fine solo le esalazioni del Laconicum , il bagno a vapore lo uccidono soffocandolo. Quel Seneca che un tempo praedives e praepotens era stato oggetto di veementi critiche, esce infine in silenzio, e con estrema sobrietà ( sine ullo funeris sollemni crematur ).
2 Le opere in prosa Gli scritti in prosa di Seneca hanno per lo più carattere filosofico. Noi possediamo i trattati De clementia (3 libri), De beneficiis (7 libri), Naturales quaestiones (7 libri), la raccolta delle Epistulae morales ad Lucilium (20 libri), e i Dialogi. Con questo titolo si indica tradizionalmente il gruppo di dieci opere (12 libri in totale) comprendente i libri De providentia , De constantia sapientis , De ira ( libri), Consolatio ad Marciam , De vita beata , De otio , De tranquillitate animi , De brevitate vitae , Consolatio ad Polybium , Consolatio ad Helviam matrem , la cui datazione è spesso controversa. In realtà non si tratta di «dialoghi» veri e propri, dal momento che – a parte il caso del De tran- quillitate animi , dove Seneca immagina di conversare con l’amico Sereno – non si tratta di testi dia- logici, ma di trattazioni in cui l’autore si rivolge a quello che è, di volta in volta, il suo interlocutore, il destinatario primo, e il lettore, o un generico “tu”, interlocutore fittizio, tipico della tradizione colloquiale diatribico. Altre opere di carattere filosofico (ad esempio, De immatura morte, De superstitione ), naturalistico ( De terrae motu ) o etnografico ( De situ et sacris Aegyptiorum ) non ci sono conservate. Inoltre, nella
Le opere filosofiche
Gli scritti perduti e spuri
cosiddetta Anthologia Latina (costituita da varie raccolte di poesia, di cui la principale, contenuta nel Codice Parigino Salmasiano, dal nome dell’umanista Claude de Saumaise, risale all’età vandalica) sono esplicitamente ascritti a Seneca tre componimenti, sul tempo rapace, e sull’esilio, manel XVII secolo gli erano già attribuiti nove epigrammi, divenuti una settantina nella attuali raccolte, non sempre con motivi fondati: è oggi generalmente accettata la conclusione che «si può parlare fondatamente di Seneca soltanto per alcuni carmi, per altri conviene rassegnarsi ad un semplice vaglio di probabilità, e meglio per tutti si parlerà di ambiente degli Annei» (Tandoi). Nonostante non manchino voci di disaccordo – è da considerare un falso (del III-IV secolo) il carteggio epistolare fra Seneca e san Paolo.
3 Le Consolazioni Anche se le prime Consolazioni giunte fino a noi sono appunto le tre di Seneca, all’epoca il genere della consolatio era già definito, collocato all’incrocio tra filosofia e retorica e subordinato a precise convenzioni tematiche e strutturali. Nonostante non siano certo le opere più originali di Seneca, esse tuttavia mostrano alcune delle tematiche-guida del pensiero senecano, come la meditazione intorno alla morte e alla natura dell’universo. La Consolatio ad Marciam si rivolge alla figlia dello storico Cremuzio Cordo, fiero oppositore del potere imperiale, addolorata per la morte del figlio. Venne composta intorno al 37, quando Caligola, appena salito al trono, volle richiamare gli esuli e consentì la pubblicazione dell’opera di Cremuzio Cordo (impedita dal precedente regime), di cui Seneca esalta la libertà di spirito e di espressione. Dal momento che il figlio di Marcia era scomparso tre anni prima, è verisimile credere che la motiva- zione profonda dell’opera di Seneca sia politica: salutare i tempi nuovi – di cui si parla all’inizio della Consolazione – e onorare la figura di Cremuzio Cordo, che campeggia al principio dell’opera e alla fine, dove, dalla sua sede fra i Beati, rivela al nipote i segreti del cosmo. Le altre due Consolazioni vennero composte da Seneca durante il periodo dell’esilio ed è percepibile l’intensa partecipazione emotiva di chi, pur proponendosi di consolare, si trova a sua volta nella situazione psicologicamente difficile dell’esiliato. Nella Consolatio ad Helviam matrem Seneca ricorda la dolcezza degli affetti lontani con un coinvolgimento autobiografico insolito negli antichi: gli incontri con la madre, in cui poteva trovare la serenità dell’infanzia, le tenerezze del nipotino Marco, l’amore quasi paterno per la nipote Novatilla e l’amore quasi filiale per la zia. Di fronte alla sventura dell’esilio egli si comporta da saggio stoico, convinto della necessità di bastare a se stesso, cercando di mantenere la propria serenità interiore (20, 1): «Ecco come devi pensarmi: lieto ed euforico come se le cose andassero bene. E vanno bene davvero, perche l’animo sciolto da ogni oc- cupazione si dedica alle proprie funzioni e ora indulge a studi piu lievi, ora, avido di verità, s’innalza a contemplare la natura sua e dell’universo». La Consolatio ad Polybium si rivolge invece a un potente e odiato liberto di Claudio: al quale era morto un fratello. È un testo profondamente diverso dal precedente: abbiamo qui un’implorazione di grazia rivolta all’imperatore per tramite del suo liberto. Si tratta certo di un episodio spiacevole, ma, in certo modo, obbligato, nella biografia di Seneca, che qui abbandona i panni del filosofo per vestire quelli del cortigiano, assicurando argomenti ai suoi detrattori.
4 Le altre opere appartenenti ai Dialogi Ad Anneo Sereno, uomo di corte e funzionario di stato, che abbandonò la filosofia epicurea per aderire – sull’esempio di Seneca – allo stoicismo, si rivolge il De constantia sapientis (50-55 d.C. circa). In quest’opera Seneca tratta della saldezza interiore ( constantia ) che appartiene al saggio ( sapiens ): le sue doti morali, la virtù, che nessuno può sottrargli, lo pongono al riparo da qualsiasi manifestazione di ostilità ( iniuria ) venga a lui rivolta. La proposta operativa di alternare impegno politico attivo all’ otium sulla base delle contingenze esterne è delineata nel dialogo (l’unico realmente tale dei Dialogi ) sulla «serenità dell’anima» ( De tranquillitate animi). In esso Seneca dà poi spazio a considerazioni sulla ricchezza come fonte di inquietudine per l’umanità, e a consigli per il conseguimento della tranquillitas (coltivare l’amicizia, essere tollerante), uno stato d’animo di placida, imperturbabile serenità che consegue dalla consape- volezza di aver intrapreso la via della virtù e di possedere la forza morale per procedere su di essa.
La “Consolatio ad Marciam”
La “Consolatio ad Helviam matrem”
La “Consolatio ad Polybium”
Il “De constantia sapientis”
“De tranquillitate animi”
se la salute glielo impedirà, come non metterebbe in mare una nave sconnessa, come non si arruolerebbe se invalido, così non intraprenderà un cammino che saprà essere impraticabile. Dunque anche colui per il quale tutto è ancora impregiudicato, prima che sperimenti alcuna tempesta, può rimanere al sicuro e darsi subito alla vita morale e vivere un ritiro assoluto, curando quelle virtù che possono essere messe in pratica anche da chi vive nella quiete più completa. È questo che si richiede all’uomo, di giovare agli uomini; se è possibile, a molti, se no a pochi, se no ai più vicini, se no a se stesso. Infatti quando si rende utile agli altri, svolge un servizio pubblico. Come chi peggiora se stesso nuoce non solo a sé ma anche a tutti quelli cui avrebbe potuto giovare se si fosse reso migliore, così chiunque tiene una buona condotta verso se stesso giova agli altri proprio perché prepara chi gioverà loro.
Le sententiae dei due capiscuola dello stoicismo (Zenone) e dell’epicureismo trovano qui una formu- lazione omogenea dal punto di vista lessicale e sintattico, in modo tale da evidenziarne nello stesso tempo la sostanziale equivalenza ( utraque ad otium diversa via mittit ): se gli Stoici, pur raccoman- dando l’impegno civile del sapiens, ammettono il ritiro nei casi di forza maggiore ( accedet ad rem publicam, nisi si quid impedierit ), gli Epicurei rifiutano la partecipazione alla vita politica, salvo tuttavia i casi in cui possa rendersi opportuna ( non accedet ad rem publicam sapiens, nisi si quid intervenerit ). La prima delle cause di rinuncia (gli impedimenta ) – introdotte dal si , in anafora ( si res publica... si occupata... si parum. .. si valetudo ) – è individuata nel degrado delle istituzioni dello stato, giunto a un punto tale da rendere vana e inefficace ogni azione politica (si res publica corruptior est quam ut adiuvari possit ): la scelta di corruptior, che indirettamente rimanda al linguaggio medico (al pari del successivo occupata est malis, ) rende bene l’idea di uno stato “malato”. L’osservazione è presentata come generale, ma nel frangente doveva risultare di inquietante attualità; una valenza autobiografica si può attribuire anche alla seconda delle cause elencate, il difetto di autorità o di forze ( si parum habebit auctoritatis aut virium ) , se è vero che il ruolo politico effettivo di Seneca andava facendosi via via più debole. La terza possibile causa di allontanamento dalla vita politica è indicata nella salute malferma ( si valetudo... impediet ) , spesso assunta dallo stesso Seneca a copertura del suo otium. Al sapiens privato di autorevolezza e buona salute sono così applicate le similitudini della navis quassa («nave sconnessa») e del soldato invalido ( quomodo nomen in militiam non daret debilis ). Poste tali premesse, la scelta di una vita appartata, dedita all’otium e all’esercizio della virtù (r. 12: bonae artes ) , è lecita anche prima di far prova sulla propria pelle dei rivolgimenti di fortuna ( tempestates ). Lo scopo ultimo di «giovare agli uomini» ( prodesse hominibus ) può essere raggiunto anche con il perfezionamento di sé (nella riflessione dell’ otium ), che si rivela potenzialmente benefico anche verso la comunità ( quisquis bene de se meretur hoc ipso aliis prodest quod illis profuturum parat ). Si noti la climax decrescente (rr. 14-15: multis... paucis... proximis... sibi ) che culmina in sibi , a marcare l’importanza dell’individualità nell’azione di ogni uomo.
Al fratello maggiore Lucio Anneo Novato è dedicato il De ira , in 3 libri. Il tema dell’ iniuria , che Seneca affronta anche nel De constantia sapientis appare qui all’interno di una visione più realistica della società umana, dilaniata dall’odio e dalla violenza: è l’ iniuria che genera l’ira, dando inizio, così, ad una lunga catena di offese e vendette. Seneca rivolge in modo particolare a quanti detengono il potere le sue esortazioni a non lasciarsi prendere dall’ira: il tiranno assume in quest’opera la fisionomia, pinttosto riconoscibile, dell’iracondo e crudele Caligola. Anche il De vita beata è dedicato al fratello, chiamato qui Gallione dal nome del padre adottivo (dopo il 52), il retore Lucio Giunio Gallione. Confrontandosi con l’epicureismo, Seneca affronta qui il problema di cosa sia la vera felicità e lo risolve indicando nella virtù – secondo la concezione stoica – e non nel piacere degli epicurei l’unico bene da perseguire al fine del raggiungimento della felicità. Essa per Seneca è armonia interiore, accordo dell’uomo con se stesso, con le cose del mondo e con il divino che le permea: l’uomo virtuoso e felice è artefice della propria vita e pronto ad accettarne le conseguenze. La seconda parte del dialogo in particolare è caratterizzata da un tono
ANALISI DEL TESTO
“De ira”
“De vita beata”
polemico con cui Seneca cerca di rispondere alle accuse di comportarsi in maniera diversa dai suoi scritti (17,1 Quare ergo tu fortius loqueris quam vivis? ; 18,1 Aliter … loqueris, aliter vivis , 20,1 Non praestant philosophi quae loquuntur ), di possedere ricchezze, di ricercare la fama, di lasciarsi toccare dal dolore per la perdita di amici e parenti, accuse che in effetti gli furono rivolte, a quanto ricorda Tacito ( Annali 13,42 e 14,52): egli risponde che in realtà egli è solo un proficiens sulla via della saggezza, non è un sapiens , né lo sarà. Né d’altra parte il saggio rifiuta le ricchezze: per il saggio «si devono disprezzare codeste cose, non al fine di non averle, ma al fine di averle senza farsene un’angoscia; non le scaccia via da sé, ma quando sono esse ad andarsene via le congeda senza alcun turbamento» ( ista debere contemni, non ne habeat, sed ne sollicitus habeat; non abigit illa a se, sed abeuntia securus prosequitur ); egli non ama la ricchezza, ma la preferisce; la riceve non nel suo animo, ma nella sua casa, servendose per ricavarne maggiore occasione per la propria virtù. Nel De providentia, dedicato a Lucilio, il discorso sulla provvidenza divina prende quasi subito forma di una riflessione sul dolore: perché le sventure toccano sempre agli uomini migliori? Le sofferenze possono essere considerate tali solo in apparenza, poiché servono ad accrescere le capacità spirituali dell’individuo: di conseguenza il fato divino – che determina le sventure per gli uomini – fa soffrire chi è valente, perché possa mettere alla prova la sua virtù. Nel De brevitate vitae (composto intorno al 49, e dedicato a Paolino, prefetto dell’annona), Seneca riflette sul rapporto dell’uomo con il tempo. L’esistenza umana – afferma – non è affatto breve, bensì siamo noi che la rendiamo tale, perché sprechiamo la maggior parse del tempo in attività inutili e viviamo nella costante aspettativa del futuro dimenticando il presente. Ma il saggio sa trarre il miglior frutto da ogni attimo della sua vita (14, 1; trad. Ramondetti): «I soli fra tutti ad avere il tempo a loro disposizione sono coloro che lo dedicano alla saggezza, i soli a vivere; perché non si limitano a conservare bene il tempo della loro vita: al loro aggiungono quello di ogni età; tutti gli anni che sono trascorsi prima di loro, sono un loro guadagno acquisito». Alla fine, prende corpo l’esortazione a Paolino a non insistere oltre il necessario nella propria carriera e a optare per una vita contemplativa (19, 1: recipe te ad... tranquilliora, tutiora, maiora ).
Già il primo capitolo dell’opera preannuncia il tema che sarà svolto in seguito. Gli uomini si lamentano che la vita è troppo breve: perfino uomini stimati universalmente per la loro sapienza sono caduti in questo equivoco. La colpa è soltanto nostra, perché sprechiamo malamente la maggior parte del tempo che la natura ci concede ( De brevitate vitae , 1-2,2: trad. Ramondetti).
UNA CONCEZIONE QUALITATIVA, NON QUANTITATIVA DEL TEMPO
1****. [1] Maior pars mortalium, Pauline, de naturae malignitate conqueritur, quod in exiguum aevi gignimur, quod haec tam velociter, tam rapide dati nobis temporis spatia decurrant, adeo ut exceptis admodum paucis ceteros in ipso vitae apparatu vita destituat. Nec huic publico, ut opinantur, malo turba tantum et inprudens vulgus ingemuit: clarorum quoque virorum hic adfectus querellas evocauit. [2] Inde illa maximi medicorum exclamatio est, «vitam brevem esse, longam artem»; inde Aristotelis cum rerum natura exigentis minime conveniens sapienti viro lis est: «aetatis illam animalibus tantum indulsisse ut quina aut dena saecula educerent, homini in tam multa ac magna genito tanto citeriorem terminum stare». [3] Non exiguum temporis habemus, sed multum perdidimus. Satis longa vita et in maximarum rerum consummationem large data est, si tota bene conlocaretur; sed ubi per luxum ac neglegentiam diffluit, ubi nulli bonae rei inpenditur, ultima demum necessitate cogente quam ire non intelleximus transisse sentimus. [4] Ita est: non accipimus breuem vitam sed facimus nec inopes eius sed prodigi sumus. Sicut amplae et regiae opes, ubi ad malum dominum peruenerunt, momento dissipantur, at quamvis modicae, si bono custodi traditae sunt, usu crescunt, ita aetas nostra bene disponenti multum patet. 2****. [1] Quid de rerum natura querimur? Illa se benigne gessit: vita, si uti scias, longa est. Alium insatiabilis tenet avaritia, alium in supervacuis laboribus operosa sedulitas; alius uino madet, alius inertia torpet; alium defetigat ex alienis iudiciis suspensa semper ambitio, alium mercandi praeceps cupiditas circa omnis terras, omnia maria spe lucri ducit;
“De providentia”
“De brevitate vitae”
DAL TESTO ALLA LETTERATURA
logorare in una volontaria schiavitù, da un ingrato ossequio tributato ai superiori; [2] molti sono tenuti occupati dal cercar di raggiungere la bellezza altrui o dall’aver cura della propria; moltissimi, senza punti fermi da cui lasciarsi guidare, sono sballottati in mezzo a (sempre) nuove decisioni da una volubilità ondeggiante e instabile e scontenta di sé; a certuni non piace nulla a cui dirigere la rotta, ma la morte li sorprende a marcire tra uno sbadiglio e l’altro, al punto che non ho dubbi sulla verità di ciò che è detto, in forma di sentenza solenne nel (verso del) più grande dei poeti: «piccola è la parte della vita nella quale viviamo». Effettivamente tutto lo spazio rimanente non è vita, ma tempo. Non danno tregua e incalzano da ogni parte, i vizi, e non permettono di rialzarsi né di levar su gli occhi a veder chiaramente il vero, ma tengono schiacciati già e conficcati nella brama Non è possibile mai, a quelle persone, ritornare a se stesse, se mai capita loro un momento, per caso di pace, come in alto mare, dove c’è agitazione anche dopo il vento, ondeggiano e non hanno mai stabile tregua dalle loro brame. [4] Pensi che io parli di questi qui, i cui mali sono indubitati? Guarda quegli altri, alla cui buona fortuna in massa si accorre: i loro beni li soffocano. Per quanti la ricchezza è un peso! A quanti spreme sangue l’eloquenza e (il darsi da fare) tutti giorni a mettere in mostra il (proprio) ingegno! Quanti sono smorti per i continui piaceri! A quanti non lascia un istante di libertà la folla di clienti che si serra loro addosso! Tutti costoro, insomma, passali in rassegna, dai più in basso ai più in alto: questo chiede assistenza legale, quest’altro fornisce la sua, quello è imputato, quell’altro è difensore, quell’altro ancora giudice, nessuno rivendica a sé il possesso di se stesso, ci si spende l’uno per l’altro. Chiedi di costoro i cui nomi s’imparano a memoria, vedrai che i loro segni di riconoscimento sono questi: il tale è al servizio del tal altro, questo di quell’altro: nessuno appartiene a se stesso. [5] È quindi quanto mai insensato lo sdegno di certuni: si lagnano che i loro superiori facciano i difficili, che non abbiano avuto tempo per loro quando volevano averne udienza! Ha il coraggio di lagnarsi dell’altrui alterigia, uno che non ha mai tempo, lui, per se stesso? Per lo meno quello, con un’espressione d’arroganza sul volto, è vero, ma s’è pur voltato una buona volta a guardare te, chiunque tu sia, quello ha abbassato le sue orecchie alle tue parole, quello ti ha ammesso al suo fianco: tu non ti sei mai degnato di guardar dentro te stesso, di ascoltare te stesso. Non c’è dunque motivo per cui tu ti faccia merito presso alcuno di codesti servizi, dal momento che, appunto, mentre li rendevi, non già volevi stare con un altro, bensì non potevi stare con te stesso.
L’accusa e difesa (1): Il De brevitate vitae è, cme si è visto, un discorso protrettrico (da ptrotršpw, “spingo innanzi”), una esortazione a Paolino perché lasci gli incarichi pubblici e si dedichi a se stesso, scritto in modo analogo ad una causa iudicialis , ad un processo in cui compito del filosofo è confutare l’accusa: la brevità della vita, un’accusa mossa non solo dagli sciocchi, ma anche dai saggi, da Ippocrate ( vitam brevem esse, longam artem , che traduce l’aforisma Ð mn b…oj bracÝj, ¹ d tšcnh makr¾) ed Aristotele ( homini in tam multa ac magno genito tanto citeriorem terminum stare ). In altri dialoghi questa struttura retorico-argomentativa è assai più evidente, ed è possibile distinguere con una certa chiarezza un proemio , e una narratio , in cui sono posti i termini della questione, una propositio , in cui Seneca indica genericamente il modo in cui intende rispondere, una argumentatio articolata in una serie di prove, e una conclusio , che può assumere la forma di perorazione: nel de otio , ad esempio, ci troviamo di fronte ad una sorta di excusatio in cui il filosofo cordovese cerca di rispondere all’accusa di avere tradito la scuola stoica, proclamando – con gli epicurei – la necessità dell’ otium ; il de prouidentia è una causa in favore degli dèi, in risposta alla domanda di Lucilio, quaesisti a me Lucili, quid ita, si providentia mundus ageretur, multa viris mala acciderent , «mi hai chiesto, o Lucilio, per quali motivi, se la provvidenza manda avanti il mondo, molti mali capitino alle persone dabbene». Nel De brevitate , invece, la materia procede con un intrecciarsi e un ripetersi di temi, per cui cercare di delineare una rigida griglia argomentativa è
ANALISI DEL TESTO
praticamente impossibile: come nella sintassi, anche nel ragionamento Seneca adotta una sorta di tecnica dell’accumulo, per associazione di idee. Questo non vuole dire che non ci sia una logica, anzi, tutto è disposto in funzione dell’esortazione finale. Dopo la parola dell’accusa (1,1-2), alla difesa il compito di dimostrare dunque la bontà della natura, a partire dal principio stoico della vita secondo natura: «non è che abbiamo poco tempo: ne abbiamo perso molto» ( non exiguum temporis habemus, sed multum perdidimus ), afferma con una delle sue tipiche strutture dicoliche correttive in cui al parallelismo sintattico-strutturale risponde l’antitesi concettuale ( non / sed ; exiguum / multum ; habemus / perdidimus ), un concetto che viene ripreso dall’affermazione sinonimica non accipimus brevem vita, sed fecimus , a martellare l’idea. Il problema non è il tempo, ma l’uso che se ne fa: la vita sarebbe abbastanza lunga, si tota bene collocaretur , «se fosse tutta investita bene». Non è colpa quindi della natura, ma del suo custode, del suo amministratore, è un problema non di quantità, ma di qualità del tempo, espresso tramite una metafora, di ambito finanziario, ossessivamente ripetutta in tutto l’ultimo paragrafo ( bonae rei inpenditur ; inopes eius sed prodigi , regiae opes, dissipantur ). È questo un altro aspetto tipico della lingua senecana, il ricorso frequente a metafore concrete prese a prestito dal linguaggio economico (come qui), o anche da quello giuridico, religioso, medico, agricolo, per risolvere il problema – già lucreziano – della povertà della lingua filosofica latina ( Epistola 58,1 quanta verborum nobis paupertas, immo egestas … ). Le prove, gli ideali degli occupati (2,1-2) : il secondo capitolo riprende e rovescia l’accusa: «Perché ci lamentiamo della natura? Essa si è comportata con generosità: la vita, se solo tu sappia impiegarla, è lunga». Ecco dunque la necessità di illustrare una «fenomenologia della nostra vita e dei vari ideali di vita (b…oi) degli occupati (“affaccendati”; “alienati” si dirà dopo Seneca), antitetici all’unico vero b…oj (quello del sapiens )» (Dionigi). Segue perciò una galleria di ritratti presi prima dalla vita quoti- diana e nei capitoli seguenti anche dalla storia (Augusto, Cicerone, Livio Druso). L’anafora e il poliptoto scandiscono l’elenco degli alienati: dopo la sestupla ripetizione di alius , ( Alium ... alium … alius … alius … alium … alium … ), Seneca ricorre alla variazione quosdam … sunt quos … multos … plerosque ... quibusdam … , in cui l’ultimo membro riprende in poliptoto il primo, ma risulta particolarmente amplificato ( quibusdam nihil placet quo cursu derigant sed marcentis oscitantisque fata deprendunt ). Tutto gravita verso la paradossale conclusione Exigua pars est vitae qua vivimus. Ceterum quidem omne spatium non vita sed tempus est. Il tempo non sfruttato non è vita, è solo tempo. Appello all’interiorità (3-4) : continua qui (e pure in 3,2-3) l’elenco degli occupati, ma si aggiunge inoltre un appello martellante, al dedicatario, Paolino, ma soprattutto al destinatario-lettore, perché consideri il tempo, che spreca in favore degli altri, e se ne riappropri. Di qui il ricorso alla funzione conativa, agli imperativi: aspice, pererra, interroga (e nel capitolo 3 agedum, revoca, duc, adice, adice, repete memoria tecum ... ) : sono soprattutto verbi visivi, giacché come è stato osservato, il sapiente è contemplator admiratorque mundi , sia che lo sguardo si sprofondi dal cielo nell’abisso cosmico, a cercarvi in fondo la terra, sia che dalla terra si innalzi alla patria celeste, infatti la natura ci ha posto un capo elevato ( caput sublime ) su un collo flessibile per la contemplatio , per circumferre lo sguardo assieme al cosmo, come scrive Seneca nel de otio. Sono poi verbi del fare il conto, perché ciascuno deve essere buon banchiere della propria vita, e i verbi della riflessione intellettuale. Attorno a questi richiami al destinatario si condensano nuovamente le sentenze, con le loro insistite anafore: è la funzione poetica, l’abbellimento retorico, per Seneca mai disgiunto dalla funzione pratica, quella psicagogica-educativa. Si consideri ad esempio l’ulteriore struttura per esempi paralleli, segnata da anafora e poliptoto, nella rassegna di coloro che vivono occupati (2,4): all’elenco Quam multis ... Quam multorum … Quam multi ... Quam multis segue la conclusione con l’invito a considerare ( Omnis denique … pererra ) il caso particolare di accusati, avvocati e giudici espresso tramite un primo dicolon anaforico e allitterante ( hic advocat, hic adest ) e un sinonimico tricolon anaforico ( ille periclitatur, ille defendit, ille iudicat ). Nessuno rivendica il possesso di se stesso ( nemo se sibi vindicat ), tutti si affaticano per gli altri ( alius in alium consumitur :), in altre parole suus nemo est , la negazione dell’autopossesso, della padronanza di sé che è caratteristica del sapiens. Siamo all’interiorità, ed ecco l’accumulazione pronominale, che ne è la marca distintiva: Ille tamen te, quisquis es, insolenti quidem vultu sed aliquando respexit, ille aures suas ad tua verba
Anche in quest’opera il momento teorico e quello pratico sono fittamente intrecciati e il discorso sulle leggi “universali”, afferenti a un modello di comportamento umano, che regolano il dare e il ricevere, si accompagna a frequenti richiami alla vita contemporanea, ad aneddoti e giudizi sugli imperatori, sulla corte, sul costume dominante: possiamo così osservare, in tutta la sua drammaticità, la distanza che separa la società storica da quella ideale, e proprio questo conferisce all’intera opera un tono sconsolato e deluso. L’analisi, peraltro, viene a toccare la stessa persona di Seneca, che ha accolto i benefici di Claudio, non ha disdegnato l’usura, ha ricevuto da Nerone ricchezze e onori immensi, è rimasto al fianco del principe anche dopo che questi si era rivelato crudele e malvagio: Seneca non vuole cancellare i propri errori, ma viene anche qui ribadito che ci sono frangenti in cui non è possibile esercitare una scelta, sicché è giocoforza agire in un certo modo.
7 Le Questioni naturali Opera della vecchiaia – senex dice di sé nella “prefazione” – le Naturales quaestiones in 7 libri (ma il libro IV è a sua volta diviso in due parti dagli editori moderni) sono dedicate all’amico Lucilio. L’opera ha un contenuto naturalistico e carattere “scientifico”, ma l’interesse morale del filosofo Seneca, l’attenzione costante per l’uomo non sono assenti neppure in questo caso, tant’è che uno degli scopi dell’opera consiste nel liberare l’uomo dalle irrazionali paure riguardo ai fenomeni naturali, lungo una via gia tracciata da Lucrezio.
Catone – la trattazione comincia dai fuochi celesti e comprende l’arcobaleno, le meteore (libro I), tuoni, fulmini, lampi e ipotesi terrificanti sulla loro natura e origine (libro II); le acque terrestri (libro III), e le piene del Nilo, fenomeno sul quale da secoli si interrogavano gli antichi (libro IVa). Prosegue con le nubi e le precipitazioni (libro IVb), i venti e la loro identificazione (libro V) e con i terremoti, a partire dal caso concreto del sisma che colpì la Campania nel 62 (libro VI); alla fine, l’esame della natura e del moto delle comete (libro VII).
Seneca si propone l’obiettivo scientifico di fornire una visione complessiva delle conoscenze rag- giunte nel campo della meteorologia – nel senso antico del termine, ovvero dello studio dei fenomeni naturali che hanno luogo fra cielo e terra –, ponendo a confronto le opinioni di filosofi e studiosi piu o meno antichi, che Seneca trovava in gran parte già raccolte nelle sue fonti (Posidonio di Apamea [II-I secolo a.C.], Ario Didimo di Alessandria [I a.C.]). La definizione di trattato scientifico è comunque riduttiva: Seneca prende spunto dalla materia per considerazioni di carattere moralistico – sull’uso voluttuoso degli specchi o della neve (considerata una raffinatezza per la tavola), sulla cupidigia che guida gli uomini sotto terra alla ricerca di metalli preziosi, sul degrado morale che li tiene lontani dalla scienza e dalla filosofia –, e nelle sue riflessioni viene a toccare i punti più cari alla sua filosofia, come la natura di dio e dell’ uomo, la paura della morte, il destino dell’anima, il rap- porto fra vita attiva e vita contemplativa, l’essenza della libertà, il fine ultimo della vita.
Allontanatosi dal potere, di cui si era profondamente disgustato, Seneca, superata la sessantina, si dedica con fervore ansioso allo studio della natura: «O Lucilio» – scrive nella pefazione del terzo libro (1-2) – «non mi sfugge di che imponente opera io, ormai vecchio, getti le fondamenta, dal momento che mi sono proposto di abbracciare il mondo intero, di sviscerarne le cause e portarne alla luce i segreti, di rendere pubblici i risultati delle mie ricerche perché altri li possano conoscere: come trovare il tempo per tener dietro a tanti problemi, per raccogliere conoscenze così sparse, per penetrare realtà così arcane? Alle spalle incalza la vecchiaia e rinfaccia gli anni sprecati in futili occupazioni. Tanto più dobbiamo impegnarci a fondo e senza indugio per riparare con un’intensa attività i danni provocati da una vita impiegata malamente, si aggiunga la notte al giorno, si riducano drasticamente le occupazioni, ci si liberi dalla cura di un patrimonio che giace lontano dal padrone: l’animo badi tutto e solo a sé e, almeno ora che è vicina la fine, si volga indietro a contemplare se medesimo ( sibi totus animus vacet et ad contemplationem sui saltem in ipso fine respiciat )». Scopo della sua opera, dunque, non è solo quello scientifico di informare il lettore sulle conoscenze metereologiche, rimuovendo alcune false credenze “umane”, ma soprattutto quello morale, di
Disquisizioni teoriche ed esem- pi pratici
Il trattato scientifico
Seneca e la scienza
DAL TESTO ALLA LETTERATURA
liberare dalle paure e dalle superstizini sui fenomeni naturali e dalla paura della morte, innalzando l’uomo alla realtà divine ( Questioni Naturali, I, Prefazione , 3-11):
[3] Equidem tunc rerum naturae gratias ago cum illam non ab hac parte video qua publica est, sed cum secretiora eius intravi, cum disco quae universi materia sit, quis auctor aut custos, quid sit deus, totus in se tendat an et ad nos aliquando respiciat, faciat cotidie aliquid an semel fecerit, pars mundi sit an mundus, liceat illi hodieque decernere et ex lege fatorum aliquid derogare an maiestatis deminutio sit et confessio erroris mutanda fecisse (
[3] Pertanto rendo grazie alla natura quando ho la possibilità di contemplarla non da quella parte per la quale si mostra a tutti, ma quando sono entrato nei suoi recessi più reconditi, quando imparo a conoscere quale sia la sostanza dell’universo, chi ne sia l’autore o il custode, che cosa sia Dio, se sia rivolto tutto quanto in se stesso o talvolta guardi anche verso di noi, se continui ad agire un poco ogni giorno o abbia agito una volta per tutte, se sia
Ansia di contemplazione (1-6) : è un vero e proprio elogio del b…oj qewrhtikÒj, un desiderio ansioso di contemplazione che caratterizza la pagina iniziale dell’opera, che trova la sua radice nelle recenti vicende biografiche. Come ha scritto Marchesi, «Seneca ritorna allo studio delle cose naturali in un momento di sconforto e di esaltazione: quando, deluso sulla sorte della umana filosofia, di fronte alla viltà di una gente che aveva invano richiamato a decoro di libertà, di fronte alla ferocia di un principe che invano aveva educato a clemenza, sente il fastidio della vita terrena, della caligine e delle tenebre che lo circondano, e cerca la luce nella vastità della materia universale, nella natura enorme delle cose che gli disciuderanno la conoscenza di Dio. Oltre le cose umane smaniava di salire il filosofo della umanità». Topico invece l’elenco dei problemi filosofici da affrontare – problemi strettamente connessi ai principi della scienza –: quale sia la materia che ha dato origine all’universo, chi ne sia l’ artifex , il custos , che cosa sia Dio, se si occupi o meno delle cose umane, una volta che ha dato origine all’uni- verso (e qui viene presentata la teoria stoica in opposizione a quella epicurea), quale sia dunque la natura di questo dio che per la secondo la dottrina stoica è immanente nell'universo sensibile, ragione germinale del mondo e principio informatore della materia. Si confronti l’analoga serie di domande nel contemporaneo nel de otio , 5,5: «Il nostro pensiero si apre con forza un varco attraverso i baluardi del cielo (i caeli mumimenta allusivi ai moenia mundi di Lucrezio I, 73, che la ragione di Epicuro ha oltrepassato) e non si accontenta di sapere ciò che gli viene mostrato: “Cerco di penetrare
ANALISI DEL TESTO
In Seneca troviamo l’immagine delle formiche di derivazione platonica (nel Fedone , 109b, gli uomini che abitano il Mediterraneo sono paragonati a rane e formiche), ma soprattutto per la prima volta quella dell’aia, dell’ area , all’interno del paragone delle formiche, paradossalmente degradate ad esseri razionali ( Si quis formicis det intellectum hominis, nonne et illae unam aream in multas provincias divident? ) , ed intente a dividere l’aia in tante province. Boezio, eliminato il paragone con le formiche, parlerà della terra come angustissima area ( De consolatione philosophiae , II praef. 7; e qui il significato è di “spazio angusto”, non più di “aia”): a lungo si è pensato che proprio Boezio fosse stato per Dante il mediatore dell’immagine senecana (un’immagine che ricorre ancora in Paradiso , 27,85-86 e più mi fora discoverto il sito / di questa aiuola e in Monarchia , III, 16, 11 in areola ista mortalium ). Oggi la critica dantesca ritiene che l’Alighieri disponesse di un manoscritto delle Naturales quaestiones , forse anche antologico, e la derivazione acquista più consistenza se si considerano altri elementi comuni come il sorriso (io sorrisi del suo vil sembiante ∼ iuvat … divitum pavimenta ridere et tatam … terram ), lo sguardo dall’alto (rimira in giù, e vedi quanto mondo / sotto li piedi già esser ti fei ∼ superne despiciens ), la curiosità astronomica. Non è escluso che ne abbia tratto ispirazione anche la poesia cosmica di Pascoli, che definiva la terra un «atomo» nell’universo («E tu, Cielo, dall’alto dei mondi / sereni, infinito, immortale, / d’un pianto di stelle lo inondi / quest’atomo opaco del Male!»: Myricae , X Agosto , 21-24)
8 Le Lettere a Lucilio La raccolta delle Epistulae morales ad Lucilium è costituita da 124 lettere ordinate in 20 libri: composte durante il ritiro dalla vita pubblica (62-65), sono considerate il capolavoro artistico di Seneca e l’espressione più matura della sua riflessione filosofica. Lucilio, dedicatario anche delle Naturales quaestiones, era nato in Campania da una famiglia di umili origini, ma la sua laboriosità e il suo ingegno gli avevano consentito di raggiungere il rango equestre; i suoi interessi culturali – a quanto risulta dalla testimonianza senecana – dovevano spaziare dalla filosofia, alle scienze della natura, alla poesia. Non sappiamo con certezza se queste lettere siano state effettivamente inviate, ma è fuori di dubbio che Seneca nella loro stesura abbia considerato, accanto al destinatario reale, anche le generazioni future come destinatario ideale del suo insegnamento. La forma epistolare dava modo a Seneca di affrontare problematiche filosofiche di vario genere e di svilupparle nei modi e nell’estensione ritenuti più opportuni, senza i vincoli di una trattazione organica e sistematica imposti dalla forma del trattato filosofico. Il risultato è un’opera in cui si intrecciano spunti e temi diversi (spesso gia affrontati nei Dialogi e nei trattati) che compongono un insieme di riflessioni giustapposte – quali possono scaturire, ad esempio, da episodi della vita quoti- diana –, espresse in uno stile incisivo, caratterizzato da frasi brevi e incalzanti. Ora Seneca esprime il desiderio di fornire praecepta morali, norme pratiche di comportamento, consigli; ora invece affronta questioni dottrinali, introducendo anche analisi dettagliate. L’obiettivo è la crescita morale dell’uma- nità in generale, non soltanto di Lucilio: gli uomini devono essere condotti alla conoscenza di sé, al riconoscimento del fine ultimo della propria vita e della strada che conduce alla felicità.
9 Il messaggio filosofico delle Lettere a Lucilio La tematica che più frequentemente affiora, e che, in qualche modo, caratterizza l’intero epistolario è quella della vita ritirata; su questo aspetto delle Lettere ha senz’altro pesato l’esperienza personale dell’autore, che, dopo anni di intensa vita pubblica, aveva dovuto per necessità dedicarsi all’ otium nella sua casa di campagna. Tuttavia in quest’isolamento forzato Seneca intravede la possibilità di recuperare il tempo perduto, di prendersi cura della propria spiritualità, di coltivare la filosofia e far progressi lungo la via della saggezza. Il motto senecano recede in te ipsum («ritirati in te stesso») è un invito a pervenire, attraverso un’accurata introspezione, alla scoperta della coscienza: un’idea che, espressa con questa chiarezza, non ha veri riscontri nella filosofia precedente, greca o romana.
La vita del saggio è sempre in armonia con l’universo e con tutto ciò che avviene in esso, sia che partecipi attivamente alla politica sia che viva ritirato e che rifletta con se stesso sulle leggi che
Il capolavoro artistico
Precetti morali e questioni dottrinali
Elogio dell’”otium”
DAL TESTO ALLA LETTERATURA
nascosto e di allontanarsi dal cospetto degli uomini. Uno si è ritirato a Taranto, l’altro è rinchiuso in Napoli, un altro ancora per molti anni non ha oltrepassato la soglia della sua casa: raccoglie molta gente attorno a sé chi fa parlare della sua solitudine. [6] Quando ti sarai ritirato, non dovrai cercare che gli uomini si intrattengano sul tuo conto, ma di intrattenerti con te stesso. E di cosa parlerai? Gli uomini assai volentieri pronunciano giudizi sfavorevoli sugli altri: tu fa la stessa cosa a tuo riguardo e ti abituerai a dire e ad ascoltare la verità. Esamina poi con particolare attenzione i punti più deboli della tua anima.
Elogio del nascondimento (1-2) : Lucilio ha deciso di ritirarsi dalle attività e Seneca loda la sua scelta. Non c’è alcun momento in cui il saggio sia più presente al mondo di quello in cui si ritira dalle attività che lo distraggono e riflette con serenità sulle cose divine e umane. Con argomentazioni analoghe a quelle sviluppate più ampiamente nel de otio , Seneca vuole mostrare che il ritiro non è in contraddizione con la dottrina stoica: innanzi tutto perché anche se non ne seguisse i praecepta , ne segue comunque gli exepla ( Stoicorum etiam si non praecepto, at exemplo ∼ de otio 2,1 etiam si non praecepta illorum sequerer sed exempla ), ma anche perché essi hanno indicato delle eccezioni all’impegno politico del sapiens : non si dovrà impegnare in ogni stato, sempre, e senza alcun limite. E qui il rinvio ovvio è alla serie di impedimenti di natura esterna (come lo stato corrotto), o interna (la salute malferma) che si sono visti nel De otio (3, 2-5, esaminato sopra, p. ???). Così pure l’idea che il sapiens possa essere utile anche nel ritiro, anzi soprattutto nel ritiro, giovando non a uno stato ristretto, ma all’intero universo (la teoria delle due res publicae , una maior e una minor ), si ritrova sempre nel De otio , 4,1-2: «Abbracciamo con la mente due repubbliche, l’una grande e veramente pubblica, nella quale sono compresi gli dèi e gli uomini, nella quale non ci volgiamo a guardare verso questo o quel cantuccio, ma commisuriamo al sole i confini dello Stato di cui siamo cittadini; l’altra, alla quale ci ha assegnati la condizione della nascita: essa sarà degli Ateniesi o dei Cartaginesi o di qualche altra città che non riguardi tutti gli uomini, ma un gruppo preciso di essi. … A questa repubblica maggiore possiamo dedicare noi stessi anche vivendo ritirati, anzi, non so se addirittura meglio vivendo ritirati», e dedicandosi alla contemplazione. Si tratta tuttavia di un principio codificata nella Repubblica del maestro Zenone e comune nella scuola stoica: basti vedere come l’immagine del cantuccio, dell’angolo della repubblica minore sia contrapposto con l’universo nelle Diatribe di Epitteto (scrittore stoico del I-II sec. d.C.): «è chiaro che derivi da un principio superiore, che abbraccia non solo quell’angolo di terra, ma anche l’intera tua casa, e in una parola, il paese dove si è perpetuata fino a te la stirpe dei tuoi antenati, e di qui, se mai, ti chiami ateniese o corinzio» (I, 9, 4: trad. Laurenti). Nascondimento del ritiro (3-5) : riprendendo l’assunto iniziale, per cui non è sufficiente ritirarsi, ma bisogna tenere nascosta anche la solitudien, Seneca amonisce Lucilio che per essere tranquillo Lucilio farà bene a non dire a nessuno né dove si trova né che cosa fa: è preferibile che dica di essere ammalato o magari che faccia la figura del pigro. Gli animali, per non essere scoperti dai predatori, cancellano le orme intorno alla tana dove si sono nascosti: così dovrà fare anche Lucilio. La gente ignorante si compiace di divulgare i segreti: con tanta maggior cura l’amico di Seneca dovrà custodire il suo.
Il filosofo Seneca dà importanza alla conscientia, da intendere come consapevolezza del bene e del male connaturata in ciascun individuo e giudice di ogni azione o pensiero. Chi commette cattive azioni, dunque, anche se sfugge alla legge, non può in alcun modo sfuggire alla propria coscienza, che gli infligge la grande pena del rimorso e della paura (97, 15-16): «Dissentiamo pure da Epicuro quando egli dice che nulla per natura è giusto e che i delitti si devono evitare perché non si può evitare il timore: ma ammettiamo con lui che le cattive azioni sono torturate dalla coscienza ( conscientia ) e che questa è sottoposta ai più gravi tormenti, perché un’incessante inquietudine la opprime e la molesta e non può fidarsi di quelli che le garantiscono la sicurezza. Infatti, o Epicuro, proprio questa è la prova evidente che noi per natura rifuggiamo dal delitto: nessuno si sottrae al timore, anche quando è lontano da lui ogni pericolo. La fortuna rende molti esenti dalla pena, nessuno dal timore. E per qual ragione, se non perché è in noi profondamente radicata l’avversione verso ciò che la natura ha condannato? Pertanto anche quelli che stanno nascosti non hanno mai la
ANALISI DEL TESTO
Il ruolo della coscienza
certezza di stare nascosti, perché la coscienza li rimprovera e li denuncia ad essi stessi ( coargunt illos conscientia et ipsos sibi ostendit ). Inoltre è proprio dei colpevoli vivere in continua trepidazione». Nel suo ripiegamento in se stesso, nella profonda analisi cui sottopone la propria personalità, egli scopre l’elemento divino che risiede nell’animo dell’uomo, una presenza divina che lo stoico Seneca descrive con toni destinati a esercitare una certa suggestione sui suoi lettori cristiani (41, 1-2): «Non dobbiamo innalzare le mani al cielo né pregare il guardiano del tempio, che ci permetta di avvicinarci all’orecchio della statua del dio, quasi che così potessimo più facilmente essere ascoltati: la divinità ti sta vicino, è con te, è dentro di te. Eccoti la mia opinione, o Lucilio: in noi dimora uno spirito divino, che osserva e spia i nostri vizi e le nostre virtù: esso si comporta con noi, come noi ci siamo comportati con lui. In verità, nessun uomo è virtuoso se privo di un dio ( bonus vero vir sine deo nemo est ) : forse che qualcuno può essere superiore ai capricci della fortuna senza essere aintato da lui? Egli dà consigli nobili ed elevati» Nelle profondita dell’animo, quindi, Seneca scopre un Dio vicino agli uomini, che presenta i tratti di un buon padre – «Tutto ciò che doveva riuscirci utile, Dio nostro padre ( deus et parens noster ) ce l’ha posto davanti agli occhi» (110, 10) – e che si prende cura dell’uomo (95, 47): «Si suole insegnare come devono essere venerati gli dèi... Vietiamo il saluto mattutino e il mettersi a sedere alle porte dei templi: l’ambizione umana si commuove a questi atti d’omaggio; venera Dio chi lo conosce ( deum colit qui novit ) Vietiamo che si portino a Giove pannolini e striglie e che si regga lo specchio a Giunone: la divinità non abbisogna di servitori ( ministros ). E perché mai? Essa ha cura degli uomini ( humano generi ministrat ) , dappertutto interviene e tutto sorregge». Anche il messaggio del filosofo circa il trattamento da riservare agli schiavi mostra una sensibilita che puo ricordare da vicino la dottrina cristiana della fratellanza universale (47, 11-12): «Comportati con gli inferiori, come vorresti che i superiori si comportassero con te. Ogniqualvolta ti verrà in mente quanto grande sia il potere che tu hai sul tuo schiavo, ti venga pure in mente che altrettanto è il potere del tuo padrone su di te. “Ma io” tu dici “non ho alcun padrone”. Sei ancora in giovane età: forse ne avrai». Il sentimento di humanitas del filosofo Seneca è pronto a concedere allo schiavo tutta la dignità di uomo che l’etica comune gli nega, mostrando come la distanza che lo separa dal padrone sia solo l’esito di una situazione contingente (47, 1): « “Sono schiavi”. Sì, ma anche uomini. “Sono schiavi”. Sì, ma anche compagni di abitazione. “Sono schiavi”. Sì, ma anche umili amici. “Sono schiavi”. Sì, ma anche compagni di schiavitù, se rifleterai che gli uni e gli altri sono soggetti ai capricci della fortuna». Le similarità con il cristianesimo sono tuttavia spesso generiche e poco sostanziali, come ha ben osservato Marchesi: «tra la filosofia di Seneca e la religione di San Paolo è un abisso: per Seneca l’uomo redime se stesso con l’opera della ragione, per S. Paolo si lascia redimere da Dio nell’abbandono della fede; nel cristianesimo Dio è il salvatore degli uomini; nella dottrina di Seneca l’uomo è il salvatore di se stesso; là il miracolo scende dal cielo verso la umanità, qua sale dall’anima umana verso il cielo; da una parte Dio si congiunge in atto di suprema bontà con le sue creature assumendo la carne peccatrice per liberarla dal peccato: dall’altra parte l’uomo nel supremo godimento del massimo bene riporta la vittoria spirituale sulla propria carne e giunge fino a Dio; e lo supera: perché il saggio conosce la sofferenza e Dio la ignora. Seneca crede nella virtù umana, per Paolo le virtù umane sono tutte follie …»
«Ogni re discende da schiavi ed ogni schiavo da re»: Il senso della uguaglianza fra gli uomini e quindi tra liberi e schiavi si fonda nell’origine comune di tutti gli uomini, dal principio divino: tutti gli uomini partecipano, pur in gradi diversi alla ragione, al logos: sulla base di questo principio, allo stesso modo non si dovrà fare distinzione di nobiltà, l’unica nobiltà che esiste è quella dell’animo, provata nell’esercizio della virtù ( Epistola 44,1-7: trad. Boella).
LA VERA NOBILITÀ Seneca Lucilio suo salutem [1] Iterum tu mihi te pusillum facis et dicis malignius tecum egisse naturam prius, deinde fortunam, cum possis eximere te vulgo et ad felicitatem hominum maximam emergere. Si
L’uomo e Dio
Nobili e schiavi
DAL TESTO ALLA LETTERATURA