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Libri di Sennett in pdf
Tipologia: Appunti
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Richard Sennett
Le conseguenze del nuovo capitalismo sulla vita personale Routine, flessibilità-mobilità, rischio, fallimento, etica del lavoro: una serie di riflessioni ordinate tematicamente sulle conseguenze che i sistemi e i modi di produzione del neocapitalismo hanno sulla vita personale e quotidiana degli individui nelle società cosiddette avanzate.
Feltrinelli, Milano novembre 1999 Traduzione dall'inglese di Mirko Tavosanis Titolo dell'opera originale: "THE CORROSION OF CHARACTER The Personal Consequences of Work in the New Capitalism" (W. W. Norton & Company, New York-London) Copyright 1999, 1998 by Richard Sennett Copyright Giangiacomo Feltrinelli Editore Milano, Prima edizione in «Campi del sapere» novembre 1999 Prima edizione nell'«Universale Economica» - SAGGI marzo 2001
Prefazione.
Al giorno d'oggi, in America, si sta diffondendo l'uso dell'espressione «capitalismo flessibile» ["flexible capitalism"] per indicare un sistema che rappresenta qualcosa di più di una variazione su un vecchio modello. Tutta l'enfasi viene posta sulla flessibilità. Le rigidità burocratiche vengono messe sotto accusa, e lo stesso accade per i danni prodotti dalla cieca routine. Ai lavoratori viene chiesto di comportarsi con maggiore versatilità, di essere pronti a cambiamenti con breve preavviso, di correre continuamente qualche rischio, di affidarsi meno ai regolamenti e alle procedure formali. L'attenzione rivolta alla flessibilità sta cambiando il significato stesso del lavoro, e anche le parole per definirlo. L'etimologia del termine inglese "career" («carriera»), per esempio, rimanda a una «strada per carri»; e questa parola, applicata al lavoro, indicava in quale direzione un individuo doveva incanalare i propri sforzi in campo economico. Una direzione che era necessario seguire per tutta la vita. Ma oggi il capitalismo flessibile, con la sua pratica di spostare all'improvviso i lavoratori dipendenti da un tipo di incarico a un altro, ha cancellato i percorsi lineari tipici delle carriere. Nell'inglese del Trecento la parola "job" («lavoro») indicava un «blocco» o un «pezzo», qualcosa che poteva essere spostato da una parte o dall'altra. Oggi la flessibilità sta riportando in auge questo significato arcaico della parola "job", in quanto durante la propria vita le persone sono chiamate a svolgere «blocchi» o «pezzi» di lavoro (o di mansioni). E' del tutto naturale che la flessibilità generi ansietà: nessuno sa quali rischi valga la pena correre, o quali percorsi sia opportuno seguire. Nell'ultimo secolo sono state create molte perifrasi per aggirare le implicazioni negative dell'espressione «sistema capitalistico», e si è
quindi cominciato a parlare di «sistema della libera impresa» o di «iniziativa privata». Oggi, il termine «flessibilità» viene usato allo stesso modo per aggirare le connotazioni negative del concetto di capitalismo. Si sostiene quindi la tesi che, opponendosi alla rigidità della burocrazia e riservando maggior attenzione al rischio, la flessibilità consenta agli individui un maggior controllo sulla propria vita. Ma in effetti il nuovo regime sostituisce nuove forme di controllo alle vecchie, piuttosto che limitarsi ad abolire le regole del passato - e queste nuove forme di controllo sono spesso ancor più difficili da riconoscere. Il risvolto della flessibilità che genera più confusione è forse il suo impatto sul «carattere» ["character"] (1) dei singoli individui. Un tempo, nell'inglese parlato (e anche in quello scritto fin dall'antichità) non c'erano dubbi sul significato del termine «carattere»: si trattava del valore etico attribuito ai nostri desideri e alle nostre relazioni con gli altri. Orazio scrive che il carattere di un uomo dipende dai suoi legami con il mondo, e in questo senso la parola «carattere» ha un significato più ampio rispetto alla più moderna «personalità» ["personality"]. Quest'ultimo termine infatti descrive desideri e sentimenti che possono anche restare sempre all'interno dell'individuo, senza che nessun altro ne venga a conoscenza. Il «carattere» indica soprattutto i tratti permanenti della nostra esperienza emotiva, e si esprime attraverso la fedeltà e l'impegno reciproco, o nel tentativo di raggiungere obiettivi a lungo termine, o nella pratica di ritardare la soddisfazione in vista di uno scopo futuro. Insomma, tra la moltitudine dei sentimenti in cui tutti noi ci troviamo costantemente immersi, siamo sempre impegnati nel tentativo di salvarne e rafforzarne qualcuno. Sono questi sentimenti confermati che plasmeranno il nostro carattere, definendo i tratti personali cui attribuiamo valore di fronte a noi stessi e in base ai quali ci sforziamo di essere valutati da parte degli altri. Ma com'è possibile perseguire obiettivi a lungo termine in un'economia che ruota attorno al breve periodo? Com'è possibile mantenere fedeltà e impegni reciproci all'interno di aziende che vengono continuamente fatte a pezzi e ristrutturate? In che modo possiamo decidere quale dei nostri tratti merita di essere conservato all'interno di una società impaziente, che si concentra
importanza per me. Sono ritornato a questi temi su insistenza di Garrick Utley, e Bennett Harrison, Christopher Jencks e Saskia Sassen mi hanno aiutato nel compito; "L'uomo flessibile" cerca in effetti di scandagliare alcune implicazioni individuali di ciò che loro hanno scoperto sull'economia moderna. Nei confronti del mio assistente Michael Laskawy ho un debito di cooperazione intellettuale e anche di pazienza nell'affrontare i diversi problemi pratici collegati alla ricerca e alla scrittura. Questo saggio ha la propria origine in una Darwin Lecture tenuta all'Università di Cambridge nel 1996. Il Center for Advanced Study in the Behavioral Science mi ha concesso il tempo necessario a scrivere il libro. Per finire, vorrei ringraziare anche Donald Lamm e Alane Mason, della W. W. Norton & Company, e Arnulf Conradi ed Elizabeth Ruge della Berlin Verlag, che mi hanno aiutato a dar forma al testo.
Poco tempo fa ho incontrato in un aeroporto un uomo che non vedevo da quindici anni. Lo chiamerò Rico: avevo intervistato suo padre un quarto di secolo fa, mentre stavo scrivendo un libro sui colletti blu in America, "The Hidden Injuries of Class". Suo padre, Enrico, a quei tempi lavorava come custode e aveva grandi speranze per il figlio, che stava appena entrando nell'adolescenza ed era un ragazzo sveglio e un bravo sportivo. Dieci anni più tardi, quando persi di vista suo padre, Rico aveva appena finito il college; rivedendolo in quella sala d'aspetto ebbi subito l'impressione che avesse realizzato i sogni paterni. Indossava un vestito che io non avrei potuto permettermi, portava un computer in una bella borsa di pelle, e al dito aveva un anello con stemma da sigillo. Quando ci eravamo incontrati per la prima volta, Enrico aveva alle spalle vent'anni passati a pulire bagni e a lavare pavimenti in un palazzo per uffici del centro città. L'aveva fatto senza lamentarsi, ma anche senza grandi discorsi sul Sogno americano. Il suo lavoro aveva uno scopo unico e a lunga scadenza: il bene della sua famiglia. Aveva impiegato quindici anni a mettere da parte i soldi necessari a comprarsi una casa in una zona suburbana vicina a Boston, tagliando i rapporti con il vecchio quartiere italiano, perché per i suoi figli era meglio vivere là. Poi sua moglie, Flavia, si era messa a lavorare come stiratrice in un impianto di pulitura a secco; quando incontrai Enrico nel 1970, insieme alla moglie stava mettendo da parte i soldi per pagare l'università ai due figli. La cosa che mi aveva più colpito in Enrico e nella sua
domenica tornava per andare a messa, pranzare e prendersi un caffè facendo conversazione. Quelli che lo conoscevano da un tempo sufficiente per conoscere la storia lo rispettavano come un individuo speciale, dai suoi nuovi vicini otteneva invece un tipo più anonimo di rispetto facendo quel che facevano tutti gli altri, tenendo in ordine casa e giardino, vivendo senza incidenti. Lo spessore di questa sua particolare esperienza era dato dal fatto che Enrico era integrato in entrambi i modi di vita, a seconda della comunità in cui si trovava: due identità che nascevano dallo stesso impiego disciplinato del tempo. Se il mondo fosse un posto giusto e felice, chi riceve rispetto dovrebbe restituire in modo proporzionato la considerazione che gli è stata accordata. Questa era per esempio l'idea di Fichte, che nei "Fondamenti del diritto nazionale" parlava dell'«effetto reciproco» del riconoscimento. Ma la vita reale non procede in modo così generoso. A Enrico quindi non piacevano i neri, anche se aveva lavorato pacificamente per molti anni con portieri di pelle scura; non gli piacevano nemmeno gli immigrati non italiani, per esempio gli irlandesi, anche se suo padre riusciva a parlare inglese a malapena. Non poteva riconoscere lotte affini alle sua, e non aveva alleati di classe. Tuttavia, più di ogni altra cosa, non gli piacevano i borghesi. Lo trattavamo come se fosse stato invisibile, o, diceva, «come uno zero»; il risentimento del portiere era complicato dal timore che, a causa della sua scarsa scolarizzazione e del suo lavoro di basso profilo, noi avessimo un qualche diritto a comportarci così. Alla propria metodica resistenza, Enrico contrapponeva la fastidiosa autocommiserazione dei neri, la sleale intrusione degli immigrati e i privilegi ereditari della borghesia. Anche se gli sembrava di aver raggiunto un certo grado di rispetto sociale, Enrico non voleva affatto che il figlio ripercorresse la sua vita. Il sogno americano di mobilità dei figli verso l'alto rappresentava una spinta potente per il mio amico. «Non capisco una parola di quello che dice», si vantò con me parecchie volte, quando Rico faceva i compiti di matematica al ritorno da scuola. Ma mi è capitato di sentire molti altri genitori di ragazze e ragazzi come Rico pronunciare qualcosa del tipo «non capisco quel che dice» in tono più aspro, come se i figli li avessero traditi. Tutti noi violiamo in qualche modo il ruolo che ci era
stato assegnato nella storia della famiglia, ma la mobilità verso l'alto attribuisce caratteristiche particolari a questo passaggio. Rico e gli altri giovani in ascesa lungo la scala sociale a volte mostravano di vergognarsi per l'accento operaio e per la scarsa istruzione dei loro genitori, ma più spesso si sentivano soffocati dalla continua attenzione al centesimo e dall'idea che i conti con il tempo si dovessero fare a piccoli passi. Questi figli fortunati volevano muoversi con meno vincoli. Quel giorno, molti anni più tardi, grazie a quell'incontro in aeroporto ebbi la possibilità di vedere come erano andate le cose al figlio di Enrico. Devo ammettere che in quella sala d'aspetto non apprezzai molto quello che vidi. Il vestito costoso di Rico poteva anche essere solo una tenuta d'affari ma l'anello con stemma da sigillo - segno distintivo di nascita in una famiglia «di classe» - sembrava sia una bugia sia un tradimento verso suo padre. Tuttavia, il caso fece in modo che ci imbarcassimo tutti e due per un lungo volo. Non fu uno di quei tipici viaggi americani in cui un estraneo rovescia addosso al primo venuto tutta la sua anima e poi, quando l'aereo atterra, raccoglie i propri bagagli e sparisce per sempre. Occupai il sedile accanto a quello di Rico senza che lui me lo chiedesse e durante la prima ora del lungo volo da New York a Vienna riuscii a cavargli fuori le informazioni solo col contagocce. Rico, scoprii, aveva realizzato il sogno di promozione sociale che era stato di suo padre, ma aveva completamente rifiutato il suo modo di vivere. Rico disprezza i «servitori a tempo» e le altre persone al riparo della corazza burocratica; invece, crede che sia importante essere aperti al cambiamento e disposti a correre rischi. E le cose gli sono andate bene: mentre il reddito di Enrico si trovava nella fascia più bassa della scala salariale suo figlio è schizzato nel 5 per cento più alto. Eppure la sua storia non è del tutto positiva. Dopo essersi laureato come ingegnere elettrotecnico in un'università locale, Rico aveva frequentato una "business school" a New York. Là sposò una compagna di studi, una ragazza protestante di buona famiglia. La scuola aveva preparato la giovane coppia a muoversi e a cambiare lavoro di frequente, e così era stato. Dopo la laurea, in quattordici anni Rico aveva cambiato quattro lavori.
consulenti, vorrebbe lavorare sulla base di contratti che stabiliscano con esattezza le sue mansioni. Ma questi contratti, dice Rico, sono in buona parte pura astrazione. Di solito un consulente deve fare un po' di questo e un po' di quello, a seconda dei mutamenti, dei capricci o delle intenzioni di chi lo paga; Rico quindi non ha un ruolo fisso che gli permetta di dire a qualcuno «io faccio questo, e sono responsabile di questo». Nel caso di Jeannette la perdita di controllo si manifesta in modo più sottile. Il piccolo gruppo di contabili da lei gestito si divide in individui che lavorano a casa propria, gente che di solito è in ufficio, e un'intera falange di impiegati di basso livello che vivono a duemila chilometri di distanza e che tengono i contatti via computer. Nell'azienda in cui lavora adesso, il comportamento dei contabili che lavorano da casa è disciplinato da regole ferree e dal controllo dei telefoni e della posta elettronica; per organizzare il lavoro di questi impiegati a distanza, Jeannette non può basarsi su giudizi presi con il materiale davanti e su rapporti diretti, ma deve servirsi di criteri scritti e formalizzati. Mai come in questo sistema di lavoro apparentemente flessibile le era capitato di sperimentare un grado minore di burocrazia; in effetti, le sue decisioni adesso contano meno rispetto ai giorni in cui controllava lavoratori raggruppati tutto il tempo, nel medesimo ufficio. Come dicevo, all'inizio non ero preparato a spargere molte lacrime per questa coppia che aveva realizzato il Sogno americano. Tuttavia, mentre ci servivano il pranzo e Rico cominciava a parlare in modo più personale, la mia simpatia crebbe. Saltò fuori la sua paura di perdere il controllo, che era qualcosa di molto più profondo della preoccupazione di perdere potere nel lavoro. Rico temeva che le azioni da intraprendere e il modo di comportarsi necessari per sopravvivere nell'economia moderna avessero spinto alla deriva la sua vita interiore e le sue emozioni. Mi disse tra l'altro che lui e Jeannette avevano fatto amicizia soprattutto con gente conosciuta al lavoro, e di aver perso molti di questi rapporti durante gli spostamenti degli ultimi dodici anni, «anche se restiamo in contatto via computer». Rico si rivolge insomma agli strumenti informatici di comunicazione per trovare quella sensazione di comunità di cui Enrico godeva soprattutto quando partecipava alle
riunioni dell'associazione dei portieri. Ma il figlio nota che i messaggi elettronici sono brevi e scritti di fretta. «E' come con i figli» dice, «se uno non c'è, le notizie gli arrivano solo dopo che tutto è già successo.» In ognuno dei quattro spostamenti di Rico, i nuovi vicini hanno accolto il suo arrivo come se chiudesse i capitoli precedenti della sua vita. Gli fanno domande sulla Silicon Valley o sul quartiere di uffici del Missouri, ma «non vedono altri posti» dice lui: non entra in gioco la loro immaginazione. E questa è una paura molto americana. Il classico suburbio americano una volta era una comunità di pendolari; tuttavia nell'ultima generazione è venuto alla luce un diverso tipo di suburbio, economicamente meno dipendente dal nucleo urbano ma che non è né una città né un villaggio. Oggi un posto si materializza al cenno della bacchetta magica di un imprenditore, fiorisce e comincia a decadere... tutto nel giro di una generazione. Comunità del genere non sono prive di socialità e di sentimenti di buon vicinato ma nessuno dei loro occupanti diventa testimone duraturo della vita di un'altra persona. Il fatto che le amicizie e le comunità locali siano transitorie è alla base della principale preoccupazione di Rico, quella per la sua famiglia. Come Enrico, Rico ritiene che il lavoro sia il suo modo per servire la famiglia; ma a differenza di quanto succedeva al padre, ha scoperto che le esigenze del lavoro sono in conflitto con quello che dovrebbe essere lo scopo di tutto. All'inizio credevo che stesse parlando del fin troppo familiare conflitto tra il tempo dedicato al lavoro e quello riservato alla famiglia. «Arriviamo a casa alle sette, prepariamo la cena, cerchiamo di trovare un'ora per guardare i compiti dei figli, e poi ci mettiamo a sistemare il nostro lavoro.» Quando la sua azienda di consulenze è sommersa di lavoro per mesi e mesi di fila, «è come se non sapessi chi sono i miei figli», dice Rico. Da questo punto di vista, lo preoccupa la frequente anarchia in cui precipita la famiglia e il fatto di trascurare i figli, che hanno bisogni impossibili da programmare e adattare alle esigenze del lavoro. A queste parole, cercai di rassicurarlo: mia moglie, il mio figliastro e io avevamo sopportato una vita sottoposta alle stesse pesanti pressioni ed eravamo sopravvissuti bene. «Non sei giusto con te stesso» gli dissi. «Il fatto che ti preoccupi così tanto significa che stai facendo tutto quello che puoi per la tua famiglia.» Anche se questo lo confortò un po', mi accorsi che avevo frainteso tutta la faccenda.
contingente, anche se molti dei lavoratori a tempo sono impiegati all'interno delle nostre sedi. I «lavori» vengono sempre più sostituiti da «progetti» e «aree di lavoro»" (1). Inoltre, molti dei compiti che le grandi aziende un tempo eseguivano sempre al proprio interno adesso sono stati demandati a piccole aziende o a singoli individui con contratti a breve termine. Il settore della forza lavoro americana che può vantare la crescita più rapida, per esempio, è quello delle persone collegate alle agenzie di impiego a termine (2). «La gente ha fame [di cambiamento],» dice un esperto di management come James Champy, perché «il mercato sta per essere 'guidato dai consumatori' in un modo che non si era mai visto prima» (3). Secondo questa interpretazione, il mercato è troppo dinamico per permettere di fare le cose allo stesso modo un anno dopo l'altro, o per permettere di fare sempre la stessa cosa. L'economista Bennett Harrison crede che la causa di questa fame di cambiamento sia l'«impazienza dei capitali», il desiderio di avere profitti rapidi; per esempio, il tempo medio di conservazione degli stock azionari sulle borse inglesi e su quelle americane è calato del 60 per cento negli ultimi quindici anni. Il mercato crede che rapidi ritorni economici possano essere generati soprattutto grazie a rapidi cambiamenti aziendali. E' opportuno notare che anche la politica del «lungo termine» combattuta dal nuovo regime ha avuto una vita abbastanza breve, che ha coperto solo i decenni attorno alla metà del Ventesimo secolo. Il capitalismo ottocentesco barcollava infatti da una crisi all'altra, grazie all'instabilità dei mercati azionari e agli investimenti irrazionali, le feroci oscillazioni del ciclo economico davano quindi ben poca sicurezza alla gente. Ma al tempo della generazione di Enrico, dopo la Seconda guerra mondiale, questo disordine era stato posto in qualche modo sotto controllo nella maggior parte delle economie avanzate; la presenza combinata di grandi aziende, sindacati forti e garanzie introdotte dallo stato sociale aveva prodotto un'era di relativa stabilità. Questo periodo di circa trent'anni rappresenta il «passato stabile» che adesso viene messo in discussione da un nuovo regime. Il diffondersi del lavoro a breve termine, a contratto o occasionale, è stato accompagnato da un cambiamento nella struttura delle istituzioni moderne. Le grandi aziende hanno cercato di rimuovere
le eccessive stratificazioni burocratiche, trasformandosi in organizzazioni più «piatte» e flessibili. I manager adesso pensano a organizzazioni simili a reti, piuttosto che a piramidi. «Le disposizioni a rete sono più mobili» delle gerarchie piramidali dichiara il sociologo Walter Powell, «rispetto ai rapporti fissi delle gerarchie, è molto più facile scomporle o ridefinirle» (4). Questo significa che le promozioni e i licenziamenti tendono a non essere più basati su regole chiare e costanti, e che nemmeno le mansioni lavorative sono ben definite; la rete ridefinisce costantemente la propria struttura. Un dirigente dell'I.B.M. ha dichiarato a Powell che l'azienda flessibile «deve diventare un arcipelago di attività collegate» (5). Quella dell'arcipelago è un'immagine che descrive bene le comunicazioni in una rete, che si realizzano come viaggi tra isole, condotti però alla velocità della luce, grazie alla tecnologia moderna. E il computer è stato lo strumento che ha reso possibile l'eliminazione delle lente e congestionate comunicazioni tipiche delle tradizionali catene di comando. Non per nulla il settore della forza lavoro in crescita più rapida è quello che si occupa di computer e di servizi di elaborazione dati, ed è proprio questa l'area in cui lavorano Jeannette e Rico; il computer oggi è usato praticamente in ogni genere di lavoro, in molti modi, da gente di tutti i tipi (per un esame statistico, si vedano in appendice le tabelle 1 e 7). Per tutte queste ragioni il tempo lungo e narrativo sperimentato da Enrico, che scorre lungo canali ben precisi, è diventato un handicap. Quello che Rico cercava di spiegarmi - e forse di spiegare a se stesso - era che anche i cambiamenti materiali incarnati dal motto «basta col lungo termine» sono diventati un handicap per lui, ma nel campo del carattere personale, e soprattutto in relazione alla sua vita familiare. Prendiamo per esempio la dedizione e la lealtà. «Basta col lungo termine» è un principio che corrode la fiducia, la lealtà e la dedizione reciproca. Naturalmente, la fiducia può anche essere una faccenda solo formale, come quando ci si stringe le mani alla conclusione di un affare o ci si affida a un'altra persona per il rispetto delle regole di un gioco. Ma di solito la fiducia più profonda si produce in modo meno formale: quando ci viene assegnato un compito difficile o impossibile