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sintesi dettagliata del risorgimento
Tipologia: Appunti
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I moti del 1820 – 21 Con la restaurazione delle monarchie assolute vennero annullati i principi affermati dalle rivoluzioni francese e americana. Ma l’idea di uno stato costituzionale, fondato cioè non sull’arbitrio del sovrano ma su una costituzione che garantisse la libertà e l’uguaglianza dei cittadini dinanzi alla legge, era ormai sentita come una concreta esigenza da molti intellettuali del ceto borghese. In grande maggioranza i borghesi furono infatti i liberali cioè coloro che si battevano per i diritti dell’uomo e la costituzione e nei paesi soggetti allo straniero, per l’indipendenza nazionale. Lo strumento di cui i liberali si servirono per lottare contro l’assolutismo e la repressione dei governi furono le società segrete. In Italia la società segreta più potente e diffusa fu la Carboneria. Fra il 1820 e il 1822 vari paesi d’Europa, cioè Spagna, Portogallo, regno di Napoli, Piemonte, furono teatro di moti insurrezionali che avevano come scopo l’ottenimento di una costituzione. Tranne che in Piemonte, dove la rivolta fu subito domata con l’aiuto degli Austriaci, altrove gli insorti riuscirono dapprima a ottenere la promulgazione di costituzioni liberali. Tuttavia di fronte al pericolo le potenze della Santa Alleanza (Austria, Russia e Prussia, poi Francia e Inghilterra) decisero nel corso di ripetuti convegni, a Troppau, Lubiana e Verona, di intervenire con la forza delle armi. La Francia, desiderosa di estendere la sua influenza sulla Spagna e sulle colonie spagnole, si incaricò di riportare l’ordine nella penisola iberica. All’Austria, che già era intervenuta in Piemonte e che aveva messo in atto nel Lombardo- veneto misure repressive di cui furono vittime patrioti come Pellico, Confalonieri e altri, fu affidato il compito di schiacciare il governo costituzionale di Napoli, indebolito dai moti separatisti siciliani, e di restituire il potere assoluto a Ferdinando I. Questionario:
nobile di idee progressiste, Luigi Filippo d’Orleans, il quale si affrettò a concedere una costituzione liberale. L’avvento al trono di Luigi Filippo suscitò fra i liberali di tutta Europa speranze, purtroppo eccessive che sfociarono in due episodi. Nel 1830 i Belgi si sollevarono contro l’unione con gli Olandesi, cui li aveva costretti il Congresso di Vienna. Francia e Gran Bretagna, che avevano interesse a indebolire il regno dei Paesi Bassi, appoggiarono i Belgi, bloccando un intervento repressivo della Santa Alleanza. Più sfortunati furono i Polacchi e i Modenesi. I primi sollevatisi a Varsavia contro la dominazione zarista, non ricevettero nessun aiuto e la loro rivolta venne soffocata dai Russi. I secondi insorsero nel 1831 confidando nell’aiuto di Luigi Filippo. La ribellione si estese subito ad altre città dell’Emilia, ma l’intervento francese non ci fu, e l’insurrezione fu, ancora una volta, domata dagli Austriaci. Le idee liberali, tanto dibattute in Europa in questo periodo, ebbero un riflesso pacifico e costruttivo in Gran Bretagna. Il partito della borghesia liberale (gli whig), andato al potere, introdusse importanti riforme, come quella elettorale, che più tardi sarebbero state un punto di riferimento per le democrazie del continente. Questionario
malgrado le proteste austriache, da Leopoldo II e da Carlo Alberto. Si creò così in molti stati italiani un clima di grande entusiasmo e di speranza. Nel 1848 Ferdinando II di Napoli, costretto dallo scoppio di una rivoluzione in Sicilia, concesse la Costituzione; seguirono il suo esempio Leopoldo II di Toscana, Carlo Alberto e Pio IX. Questionario
Gli sviluppi del 1848 in Italia Se la prima scintilla delle rivoluzioni avutesi in Europa nel 1848 era stata l’insurrezione di Palermo, gli avvenimenti di Parigi, Vienna, Praga e Budapest ebbero a loro volta profonde ripercussioni nella penisola italiana. Per prima si sollevò Venezia (17 marzo); poi Milano (18-22 marzo, le cosiddette Cinque Giornate) che costrinse Radetzky a ritirarsi verso le forze del quadrilatero. Contemporaneamente insorgevano altre città della Lombardia e del Veneto. In Piemonte Carlo Alberto, sollecitato dai moderati milanesi a intervenire, il 23 marzo dichiarò guerra all’Austria, giungendo a Milano quando ormai gli Austriaci l’avevano abbandonata. L’inseguimento di Radetzky procedette lentamente, anche perché Carlo Alberto, durante l’intero corso della guerra, si preoccupò di ottenere consensi fra i moderati, sollecitando l’annessione delle terre liberate dal Piemonte, anziché condurre con fermezza le operazioni. Nel frattempo a Napoli, Firenze e Roma le manifestazioni dei patrioti alla dichiarazione di guerra di Carlo Alberto indussero i sovrani a inviare truppe regolari in appoggio a quelle piemontesi. Ma l’atteggiamento di Carlo Alberto e la prospettiva di un ingrandimento del Piemonte dispiacquero ben presto ai sovrani, i quali tra la fine d’aprile e il maggio richiamarono le truppe. A combattere a fianco del Piemonte rimasero i volontari, assai malvisti da Carlo Alberto, e i regolari che disobbedirono agli ordini (fra cui Guglielmo Pepe). Dopo alcuni successi iniziali le truppe piemontesi posero l’assedio a Peschiera con l’intento di passare a Verona e stanare Radetzky. Questi, passato a Mantova, tentò di sorprendere alle spalle i piemontesi, ma fu sconfitto a Goito (30 maggio 1848). Lo stesso giorno Peschiera austriaca si arrendeva. Mentre i soldati acclamavano Carlo Alberto re d’Italia, Milano, Parma, Modena e poi Venezia votavano l’annessione al Piemonte. L’entusiasmo fu breve: nel giro di tre settimane Radetzky riconquistava tutte le città venete tranne Venezia e, battuto Carlo Alberto a Custoza (25 luglio), si apprestava ad attaccare Milano, quando si vide consegnare dal re la città tra l’indignazione dei Lombardi. Chiuse questa prima fase della prima guerra d’indipendenza l’armistizio Salasco (9 agosto). Venuta meno la fiducia nel re di Savoia, ai democratici non restava che puntare sull’entusiasmo e l’azione del popolo. Così mentre Venezia, che non aveva accettato l’armistizio, tornava repubblica e si batteva contro gli Austriaci, in Toscana e a Roma sorsero nel febbraio 1849 governi provvisori retti da democratici. In Piemonte le pressioni dei democratici indussero il re a riprendere la guerra, che tuttavia nel giro di tre giorni si concluse con la disfatta di Novara (23 marzo 1849), cui seguì l’abdicazione di Carlo Alberto e la firma dell’armistizio di Vignale tra il nuovo re Vittorio Emanuele II e Radetzky). In Toscana, fallito il tentativo democratico, Leopoldo II riprese la sua politica reazionaria. Restavano in armi Roma e Venezia. Verso Roma, in aiuto di Pio IX, rifugiatosi fin dal novembre del ’48 a Gaeta, mossero Ferdinando di Napoli, poi Austria, Spagna, Francia. I volontari accorsi da ogni parte a salvare il governo democratico, primo fra tutti Garibaldi, contesero a palmo a palmo la città agli invasori. Tutto fu inutile: il 1° luglio Roma si arrendeva. In agosto cadeva fiaccata dal colera e costretta alla fame, la gloriosa repubblica di Venezia.
Alfonso Lamarmora, che si distinsero nella battaglia di Cernaia. Dopo la resa di Sebastopoli, lo zar fu costretto a trattare la pace. Al Congresso di Parigi(1856), pur senza ottenere vantaggi territoriali, Cavour poté porre alle grandi potenze europee la questione italiana. Successivamente al convegno di Plombières del 1858 Cavour ottenne da Napoleone III un impegno all’appoggio da parte della Francia nel caso che l’Austria avesse attaccato il Piemonte; e a guerra vinta, la cessione a Vittorio Emanuele II del Lombardo-Veneto. In cambio il Piemonte avrebbe ceduto alla Francia la Savoia. Rimaneva in sospeso la questione di Nizza sulla quale Napoleone III aveva azzardato delle richieste. Questionario
Teano, consegnò al re. Il 17 marzo 1861 il primo Parlamento italiano proclamò a Torino la nascita del Regno d’Italia. All’unificazione nazionale mancavano però ancora Roma e Venezia. Questionario