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Questa presentazione illustra come si è sviluppato il sistema europeo di trading di quote di emissioni di gas serra (EU ETS), il principale e più grande sistema di trading di quote di emissioni di gas serra in Europa. le teorie iniziali, l'obiettivo di ridurre le emissioni di gas serra dell'8%, i meccanismi flessibili (Joint Implementation e Clean Development Mechanism), la struttura del sistema e i controversi temi come la rilocalizzazione delle emissioni di carbonio.
Tipologia: Appunti
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INTRO Il Pianeta Terra ha sempre avuto a che fare, nel corso della sua lunga esistenza, con continue variazioni della sua temperatura superficiale. La ragione di queste alterazioni risiedeva in fenomeni del tutto naturali quali eruzioni vulcaniche, impatti di meteoriti, variazioni dell’attività solare ecc… A fronte di queste alterazioni termiche, la vita sul pianeta si è sempre comportata di conseguenza, in alcuni casi riuscendosi ad adattare, alle volte invece estinguendosi. A trasformare il naturale ciclo di alti e bassi che ha caratterizzato il Pianeta terra ci ha pensato l’uomo, attraverso le sue attività (dall’incontrollata crescita demografica, al consumo di combustibili fossili, dallo sfruttamento irrazionale del suolo, alla deforestazione). Infatti a partire dalla seconda metà del XIX secolo, le temperature medie globali hanno subito una robusta e costante accellerazione. Si tratta del fenomeno noto come riscaldamento globale, ossia il fenomeno di innalzamento della temperatura superficiale del pianeta, con riferimento alla terraferma e alle acque degli oceani. Il riscaldamento globale è un problema ormai noto al mondo intero. Il costante aumento dello scioglimento delle calotte polari e il conseguente innalzamento del livello dei mari stanno minacciando numerose aree costiere vulnerabili, sia in Europa che nel resto del mondo. L’acidificazione degli oceani sta avendo un forte impatto negativo sulla vita marina, con ripercussioni anche sui milioni di persone che popolano le aree costiere, a causa della minore protezione fornita dalle barriere coralline per via della loro degradazione. L’aumento della temperatura media globale sta provocando la migrazione di numerose specie animali e vegetali, la buona parte delle quali si troverà a superare la propria soglia limite di temperatura a causa dell’aumento delle temperature massime, andando incontro all’estinzione. L’aumento della frequenza e intensità dei fenomeni meteorologici estremi, con gravi conseguenze sulla salute umana e sull’economia mondiale, sono un’altra delle principali conseguenze del riscaldamento globale. Sulla destra troviamo vediamo una citazione di martin luther king pronunciata in occasione di un discorso sulla giustizia sociale circa 60 anni fa. In realtà ho trovato questa citazione all’interno di uno dei rapporti sullo sviluppo umano e mi piaceva l’idea di inserirla qui, poiché seppur quando prenunciata il contesto era diverso, tali parole hanno grande autorevolezza anche se paragonate al contesto nel quale stiamo vivendo noi oggi. All’inizio del xxi secolo, anche noi dobbiamo affrontare «l’urgenza» di una crisi che lega l’oggi al domani. Ci stiamo gradualmente avvicinando ai «punti di svolta», cioè eventi imprevedibili e non lineari che potrebbero aprire la porta a catastrofi ecologiche. Si tratta in altre parole di quelli che a lezione abbiamo chiamato valori soglia se non ricordo male.
Gli scienziati avvertono che, in mancanza di interventi urgenti, il riscaldamento globale rischia di superare di oltre 2°C i livelli preindustriali entro il 2060 e potrebbe persino spingersi fino a 5°C entro la fine del secolo. L'Unione intende contribuire ad accrescere l'ambizione globale e sta dando il buon esempio. L'UE ha fissato misure e traguardi ambiziosi per ridurre le sue emissioni di gas a effetto serra e ha definito a tal fine obiettivi in materia di emissioni per i principali settori della sua economia. Per realizzare questi obiettivi l'UE ha sviluppato, e poi riformato, il sistema di scambio di quote di emissione (EU ETS), che punta a ridurre le emissioni di gas a effetto serra, in particolare quelle delle industrie ad alta intensità energetica e delle centrali elettriche. Nei settori dell'edilizia, dei trasporti e dell'agricoltura sono stati fissati obiettivi nazionali di emissioni nel quadro del regolamento sulla condivisione degli sforzi. Il sistema di scambio di quote di carbonio conferma di essere una strategia politica vincente per la riduzione delle emissioni. Ad oggi, copre circa il 45% della produzione di gas serra in Europa. Questa presentazione si propone lo scopo di illustrare, partendo dalle prime teorie in materia, come si sia arrivati allo sviluppo del sistema europeo di Emission Trading, il primo ed ad oggi ancora il più grande sistema di trading di quote di emissione di gas serra, lo strumento scelto dall’Europa per arrivare a un’economia a basse emissioni di gas serra entro il
Di seguito una trattazione sulle motivazioni e gli obiettivi che hanno portato alla creazione di questo meccanismo seguiti da un’analisi dei passi principali delle prime due fasi e dei cambiamenti che hanno caratterizzato la terza fase che, iniziata nel 2013, finirà nel 2020 A concludere, un accenno degli strumenti e dei progetti che saranno i protagonisti del sistema nei prossimi decenni ( la cosidetta fase 4).
I costi complessivi connessi all’aumento della produzione sono pari all’area EbAQQ1, mentre i benefici aumentano di un’area pari EbEpQQ1. La perdita di benessere causata dall’inquinamento è pari all’area EbEpA. La quantità di equilibrio di mercato Q 1 è maggiore della quantità di equilibrio sociale Q* proprio perché non considera il costo sociale generato da quel livello di produzione; è quindi riducendo la produzione che è possibile aumentare il benessere sociale in quanto in presenza di esternalità il mercato tende a sovraprodurre 2 Ronald Coase individua la causa di questi fallimenti di mercato nella mancata definizione e assegnazione dei diritti di proprietà legati a queste esternalità negative. Il mercato è il luogo di scambio di diritti di proprietà di un qualunque bene; se nel mercato non si individua il detentore dei diritti di proprietà di un bene (ad esempio l’inquinamento) ecco che si genera un fallimento di mercato poiché esso non può funzionare correttamente. Coase intuisce che non è importante a chi siano affidati i diritti di proprietà, se a chi inquina o a chi subisce l’inquinamento: unica condizione necessaria al funzionamento del mercato è che ci sia una chiara assegnazione di questi diritti e che essi siano scambiabili nel mercato. Attraverso un meccanismo di contrattazione, nel mercato ci sarà uno scambio di questi diritti di proprietà che, sia nel caso in cui i diritti siano inizialmente affidati a chi inquina, sia a chi subisce l’inquinamento, porterà a un’allocazione ottima e socialmente efficiente tramite questo processo di scambio volontario tra agenti. L’inquinatore produce inquinamento poiché ne ricava un beneficio economico (beneficio connesso all’attività economica che produce l’inquinamento ad esempio un’acciaieria), e chi subisce l’inquinamento sopporta un danno che può assumere una quantificazione economica. Quindi, qualora la vittima dell’inquinamento fosse in possesso dei diritti di proprietà sulla risorsa inquinabile, l’inquinatore sarà disposto a pagare per ottenere dei diritti di proprietà in modo da beneficiare del vantaggio economico della sua produzione e la vittima dell’inquinamento sarà disposta a ricevere una compensazione economica, rinunciando ad una parte dei suoi diritti di proprietà sull’ambiente che intende preservare. Al contrario se i diritti di proprietà fossero interamente assegnati all’inquinatore, questi
sarà disposto a cederne una parte a chi subisce l’inquinamento a fronte di una compensazione economica, e costui sarà disposto a pagare pur di vedere ridotta la quantità d’inquinamento che li danneggia. In entrambi i casi si partirà da una situazione in cui il detentore dei diritti di proprietà massimizza la sua funzione di utilità traendo il massimo beneficio netto privato dal possesso dei diritti di proprietà; se li detiene l’inquinatore, egli massimizza la sua funzione di produzione inquinando fino al punto in cui ottiene il massimo profitto, cioè a quel livello in cui il beneficio marginale dell’inquinamento si annulla. Lo stesso vale per chi subisce l’inquinamento; se costui detiene tutti i diritti di proprietà, sceglierà un’allocazione iniziale in cui non si ha alcun inquinamento. Istituendo un mercato in cui sia permesso il libero scambio di questi diritti, i due agenti (qualunque sia inizialmente il detentore del diritto) saranno incentivati a scambiarli, raggiungendo lo stesso livello socialmente efficiente di sfruttamento della risorsa, aumentando l’efficienza sociale. Costoro, infatti, sceglieranno di scambiare i diritti di proprietà fintanto che, chi cede i diritti riceve una compensazione maggiore di quella che otterrebbe non cedendoli. 3 Quest’idea di creare un mercato di diritti sui beni ambientali, che portasse alla massimizzazione del beneficio sociale anche in presenza di esternalità, portò nel 1997 alla sottoscrizione da parte di più di 160 Paesi del Protocollo di Kyoto. Questo trattato internazionale in materia ambientale istituì l'obbligo per i Paesi industrializzati di ridurre le emissioni inquinanti di almeno il 5% negli anni dal 2008 al 2012, considerando come anno base il 1990. l'Unione Europea si prefissava l'obiettivo di ridurre le emissioni di sei gas serra dell'8% rispetto al 1990 nel periodo compreso tra il 2008 e il 2012, ripartendo essa stessa gli obiettivi agli Stati membri mantenendo presente l'obiettivo finale dell’8% di riduzione delle emissioni. Il Protocollo di Kyoto fu il primo trattato con carattere giuridicamente vincolante, grazie al quale le nazioni firmatarie si impegnavano a perseguire obiettivi di lotta al cambiamento climatico e protezione ambientale. Il trattato è entrato in vigore il 16 febbraio 2005 dopo la ratifica della Russia. Infatti l’entrata in vigore sarebbe avvenuta dopo novanta giorni dalla data in cui almeno 55 Parti della Convenzione (le cui emissioni totali di biossido di carbonio rappresentavano almeno il 55% delle emissioni totali al 1990) avrebbero depositato la ratifica. Per perseguire e rispettare il target di riduzione di emissioni del Protocollo sono stati delineati tre strumenti di mercato, i cosiddetti “meccanismi flessibili”.supplementari rispetto alle azioni domestiche, attraverso cui i Paesi del Protocollo possono attuare una parte di questi target realizzando progetti di abbattimento delle emissioni di gas
Il funzionamento di un progetto JI può essere riassunto in tre passi: inizialmente un’azienda realizza un progetto in un altro Paese che abbia come obiettivo la riduzione delle emissioni di gas serra; poi, la differenza tra le emissioni di gas serra emesso con la realizzazione del progetto e quella che sarebbe stata emessa senza quel progetto viene calcolata e convertita in crediti di emissione ERUs; infine, i crediti ERUs possono essere venduti o accantonati. I vantaggi per un’azienda che sceglie un progetto JI sono il miglioramento della redditività dell’investimento, potendo contare sul ricavo derivante dalla vendita dei crediti ERUs; la riduzione dei costi di adempimento di misure nazionali, potendo sfruttare a proprio vantaggio la differenza dei costi marginali di abbattimento; il miglioramento dell’immagine aziendale verso i clienti e l’esplorazione di nuovi mercati in Paesi emergenti. Un altro meccanismo flessibile è rappresentato dai meccanismi di sviluppo (Clean Development Mechanism, CDM), i quali prevedono che ogni Parte inclusa nell’Allegato I può realizzare progetti di sviluppo pulito in Paesi in via di sviluppo non facenti parte dello stesso Allegato, che producano benefici ambientali in termini di riduzione delle emissioni dei gas serra e di sviluppo economico e sociale dei Paesi ospiti. In questo modo gli ultimi ricavano la spinta allo sviluppo sostenibile, e l’occasione di disporre di tecnologie pulite, mentre i primi ottengono Certified Emission Reduction (CERs), riduzioni di emissioni certificate che possono essere vendute o accumulate in modo da essere utilizzate per rispettare gli obblighi del Protocollo. Grazie ai CDM, infatti, viene favorito l’abbattimento delle emissioni dove è più economico e conveniente farlo, riducendo i costi complessivi. I Paesi investitori ottengono CERs equivalenti alla differenza tra le emissioni che sarebbero state prodotte senza quel progetto e quelle effettivamente prodotte grazie al progetto CDM. Ogni CER è un credito equivalente ad una tonnellata di CO2. 5 L’ultimo meccanismo messo a disposizione dal Protocollo di Kyoto per soddisfare gli impegni dei Paesi sottoscrittori è lo scambio internazionale di diritti di emissione (International Emission Trading - IET). Grazie a questo meccanismo, i Paesi industrializzati, con obblighi di riduzione che diminuiscano le emissioni di gas serra in misura maggiore rispetto al loro target obiettivo, possono vendere il loro surplus, rappresentato da Assigned Amount Units (AAUs), ad altri Paesi di cui all’Allegato I. Un Paese che abbia superato il suo obiettivo, in accordo con il protocollo di Kyoto allora, può cedere tali “crediti” ad un altro che, al contrario, non sia stato in grado di rispettare i propri impegni di riduzione delle emissioni di gas serra. Con la Direttiva 2003/87/CE la Commissione Europea non ha atteso l'entrata in vigore ufficiale del Protocollo ed ha preventivamente istituito, a partire dal 1° gennaio 2005, un sistema che regola in modo simile all’International Emission Trading lo scambio di quote di emissioni tra le imprese situate nei Paesi membri, denominato Emissions Trading System (ETS).
6 Il sistema di scambio di quote di emissioni dell'UE (EU ETS) è un sistema di "limitazione e scambio". Limita il volume totale delle emissioni di gas serra degli impianti e degli operatori aerei responsabili di circa il 50% delle emissioni di gas serra dell'UE. Il sistema consente lo scambio di quote di emissioni in modo che le emissioni totali degli impianti e degli operatori aerei rimangano entro il limite massimo e si possano adottare le misure a minor costo per ridurre le emissioni. L’Emission Trading System è un meccanismo più flessibile degli strumenti classici basati su un approccio regolatorio tipico degli strumenti command-and-control. Un vantaggio degli strumenti di mercato flessibili rispetto agli strumenti command-and-control è che prevedono un incentivo per le imprese in grado di raggiungere obiettivi di riduzione maggiori rispetto agli standard imposti (nel caso dell’ETS si ottiene un ricavo dalla quota di emissioni risparmiate che possono essere vendute). L’obiettivo di questi strumenti è di premiare le imprese virtuose ed incentivarle ad esserlo grazie alle opportunità economiche che queste potrebbero ricavare grazie al loro virtuosismo. È anche molto difficile determinare il "giusto prezzo" per ottenere la riduzione delle emissioni richiesta senza far pagare troppo o in eccesso le aziende. Il trading consente alle aziende del sistema di determinare quale sia l'opzione meno costosa per soddisfare un limite fisso. Il prezzo del carbonio viene quindi fissato dal mercato tramite il trading e dipende da molti fattori tra cui: La pressione esercitata dai vincoli di emissione,
raggiungere parte dei loro obiettivi di riduzione attraverso la conversione dei crediti ottenuti con progetti di abbattimento dell’inquinamento. Questa prima fase, prevedeva una struttura decentralizzata nell’organizzazione dell’allocazione del cap dell’ETS. Ciascuno Stato membro dovrebbe preparare e pubblicare, in un documento denominato PAN, il numero proposto di quote da assegnare ai propri impianti per la durata del periodo di scambio. Questi PAN sarebbero quindi valutati dalla Commissione, che approverebbe o modificherà il numero totale di quote da assegnare La prima fase non prevedeva inoltre obiettivi vincolanti e garantiva la distribuzione gratuita delle quote secondo il metodo di allocazione grandfathering. L'assegnazione gratuita delle quote per il 95% lasciò agli Stati la possibilità di utilizzare il restante 5% in un sistema di auctioning (asta). Con il metodo di allocazione del grandfathering i diritti vengono attribuiti gratuitamente alle imprese, in base alle tonnellate di emissioni medie annuali. Il sistema prevede che una volta in possesso delle quote di emissione, l’impresa stimi la quantità di emissioni reali che produrrà e provveda ad acquistare altre quote qualora quelle di cui è in possesso non fossero sufficienti (o venderle se ne avesse in eccesso) oppure, qualora lo trovasse più conveniente, provveda ad intervenire sui propri impianti in modo da abbattere il livello di emissioni di CO2 generato, con l’obiettivo di raggiungere così il limite delle quote già in suo possesso. Questa scelta delle imprese è determinata dall’economicità dell’acquisto delle quote necessarie piuttosto che dall’investimento di una riqualificazione energetica; la convenienza di adottare o meno una soluzione per l’abbattimento delle emissioni dipende dalla differenza tra il costo marginale di abbattimento per l’impresa e il prezzo di mercato della CO2. Dal punto di vista teorico, il prezzo di una tonnellata di CO2 è per l’impresa un aumento del costo marginale del proprio impianto in quanto, per ogni tonnellata emessa, l’impresa deve restituire un permesso, che, in assenza di emissione, avrebbe potuto vendere (rappresenta quindi un costo-opportunità). L’impresa cercherà quindi di traslare questo costo aggiuntivo sui prezzi finali dei propri beni e servizi generando un extraprofitto chiamato windfall. 8 In assenza di dati affidabili sulle emissioni, i limiti di fase 1 sono stati fissati sulla base di stime. Di conseguenza, a livello europeo, il primo anno di attuazione della Direttiva ETS è stato caratterizzato da una generale sovrallocazione dei permessi. Dopo l’esordio nel gennaio del 2005 un po’ sotto i 10 euro per tonnellata, il prezzo è schizzato a 30 euro sei mesi dopo, risceso quasi subito a 20, ancora 30 all’inizio del 2006, tornato al punto di partenza a meno di 8 euro a metà dello stesso anno, ancora su per un po’, poi praticamente a zero tra il 2007 e il 2008 Una volatilità in parte dovuta a eventi esterni, e in parte a errori di costruzione e gestione del mercato stesso. Nella prima fase, in particolare, le allowances assegnate erano semplicemente troppe: le pressioni politiche degli Stati Membri per non imporre un “cap” troppo severo sulle attività produttive avevano avuto la meglio. In più, quelle autorizzazioni iniziali in eccesso non potevano nemmeno essere messe in banca e tenute da parte, perché si era deciso di ripartire da zero, con una nuova asta per la fase 2 nel 2008. Risultato: scarsissimi incentivi ad acquistare i crediti. “Anche la presenza contemporanea di altri strumenti, come gli incentivi alle energie rinnovabili, ha perturbato il mercato, perché rendeva superfluo per alcuni ricorrere alle allowances col risultato di deprimere il prezzo.
Un prezzo impazzito che cambia in continuazione spinge gli operatori a rimandare le decisioni di investimento: perché rinnovare oggi il mio impianto e accumulare crediti di emissioni da rivendere, se c’è la possibilità che tra un anno o due il prezzo delle allowances raddoppi, e con esso il valore di quell’investimento? Il prezzo troppo basso è invece di per sé un problema, perché azzera gli incentivi economici alle politiche green. FASE 2 La seconda fase dell’Emission Trading System venne concepita come una fase di rodaggio del sistema che iniziava ad essere più attuativa e vincolante della precedente in quanto coincideva con l’inizio del periodo di impegno del Protocollo di Kyoto in cui veniva chiesto all’EU e agli Stati membri di rispettare il target stabilito. La “Linking Directive” permetteva e riconosceva l’uso nell’EU ETS di un ammontare limitato dei crediti di emissioni ERU (generati da progetti JI) a partire dal 2008. Questa fase si è caratterizzata per un tentativo di dare una maggiore centralizzazione al sistema. Il 27 aprile 2012 la Commissione Europea ha annunciato l’apertura di un unico registro UE per lo scambio di emissioni; si è così attivata la migrazione di oltre 30. accounts ETS dai registri nazionali. Per quanto concerne l’allocazione delle quote, si è ridotta la proporzione dei permessi concessi gratuitamente agli Stati membri ad una percentuale del 90% (allocazione grandfathering come nella prima fase) ed il restante 10% è stato allocato mediante un sistema di aste (molti Stati membri hanno cominciato in questa fase a tenere delle aste). La Commissione, grazie ai dati a disposizione della prima fase, ha ridotto mediamente il cap delle emissioni nazionali per i settori inclusi nel sistema del 6,5% rispetto ai livelli del 2005 per far sì che tutti gli Stati membri potessero rispettare gli impegni assunti a Kyoto. Durante questo secondo periodo dell’ETS sono state coinvolte circa 11.500 installazioni in trenta Paesi diversi (27 Paesi UE, Islanda, Liechtenstein e Norvegia). Nel loro insieme questi impianti hanno emesso 1,9 miliardi di tonnellate di CO2 in media all’anno, che equivale a circa il 41% delle emissioni di gas serra dell’UE. 9 L’UE ETS è cresciuto molto rispetto alla prima fase. Tuttavia, la crisi economica del 2008 ha avuto un forte impatto sul sistema. Questa crisi economica ha scoraggiato sia le emissioni che la domanda di permessi, generando un crescente surplus di quote non utilizzate che hanno influenzato il prezzo del carbonio per tutto il quinquennio. Tra i motivi è evidente l’influenza avuta dal calo di output per i settori ad alta intensità energetica a causa della recessione (e quindi si resero necessari meno permessi per raggiungere il cap). Anche durante questo periodo, dunque, come nel precedente, si è generata un’eccedenza di permessi di emissione sul mercato, sebbene per motivi differenti, aggravata dal fatto che nelle prime due fasi dell’ETS la quasi totalità dei permessi è stata allocata gratuitamente anziché messa all’asta.
di ciascun settore. In questo modo, gli impianti altamente efficienti dovrebbero ricevere tutte o quasi tutte le quote di cui hanno bisogno per rispettare gli obblighi dell'EU ETS. Gli impianti inefficienti devono compiere uno sforzo maggiore per coprire le proprie emissioni con quote, riducendo le emissioni o acquistando più quote. Tuttavia, se un benchmark di prodotto non è possibile, vengono utilizzati parametri di riferimento basati sulla produzione di calore o sul consumo di carburante. Laddove non è disponibile alcun parametro di riferimento del prodotto, il calore non è misurabile e le emissioni non derivano dalla combustione del carburante, verrà utilizzato un approccio relativo alle emissioni di processo basato sulle emissioni storiche. Nell'EU ETS l'assegnazione gratuita viene effettuata su base ex ante. Ciò significa che la definizione dei parametri di riferimento delle prestazioni dei gas serra e l'assegnazione complessiva delle quote vengono effettuate prima dell'inizio del periodo di scambio, piuttosto che alla fine. Ciò fornisce una maggiore certezza che l'assegnazione gratuita non sarà manipolata a causa di altri fattori esterni e consente alle aziende di monitorare meglio le proprie prestazioni e potenziali responsabilità. 11 Il benchmark applicabile dipende dal prodotto realizzato. ) Come abbiamo visto in precendenza, laddove non sia possibile né un parametro di riferimento per prodotto, calore o carburante, verrà utilizzato un approccio per le emissioni di processo basato sulle emissioni storiche. CSCF è Il fattore per garantire che l'allocazione totale rimanga al di sotto dell'importo massimo stabilito dalla direttiva per i generatori non elettrici, LRF è il fattore per garantire che l'allocazione totale rimanga al di sotto dell'importo massimo stabilito dalla direttiva per i generatori di elettricità. Per qualsiasi assegnazione ai generatori di elettricità (cioè per la produzione di calore) il fattore di riduzione lineare (LRF) viene applicato all'assegnazione totale. L'LRF riduce l'allocazione totale annualmente dell'1,74% rispetto all'assegnazione per il 2013.
HAL : Il livello di attività storica indica la produzione storica per anno corrispondente al benchmark applicabile CLEF: Fattore di esposizione alla rilocalizzazione delle emissioni di carbonio (CLEF) Fattore costante al 100% o decrescente, a seconda dello stato di rilocalizzazione delle emissioni di carbonio. All'inizio dell'attuale periodo di scambio, i settori interessati hanno ricevuto l'80% delle loro quote gratuitamente. Questa percentuale diminuirà gradualmente ogni anno fino al 30% nel
investimenti al di fuori dell'UE. La rilocalizzazione delle emissioni di carbonio potrebbe quindi minare l'integrità ambientale e il beneficio dell'azione per ridurre le emissioni intraprese in Europa. Come accennato in precedenza, i settori ritenuti esposti a un rischio significativo di rilocalizzazione delle emissioni di carbonio, come determinato dalle norme della direttiva EU ETS, sono ampiamente esentati dall'eliminazione graduale dell'assegnazione gratuita. I settori esposti alla rilocalizzazione delle emissioni di carbonio riceveranno il 100% delle loro quote, fino a un benchmark specifico, gratuitamente, mentre i settori non esposti vedranno la loro assegnazione gratuita ridotta all'80% nel 2013, scendendo al 30% entro il 2020. I fattori di correzione vengono successivamente applicati alle quote gratuite calcolate per garantire che l'assegnazione gratuita annuale rimanga entro l'importo riservato all'assegnazione gratuita La Commissione ha elaborato una valutazione quantitativa per determinare quali settori sono esposti a un rischio significativo di rilocalizzazione delle emissioni di carbonio e quindi riceveranno il 100% delle quote gratuite calcolate. Un settore è considerato esposto a un rischio significativo di rilocalizzazione delle emissioni di carbonio" se: la somma dei costi aggiuntivi diretti e indiretti indotti dall'attuazione della Direttiva EU ETS porterebbe ad un aumento del costo di produzione di almeno il 5%; e l'intensità degli scambi extra UE, definita come il rapporto tra il totale del valore delle esportazioni verso i paesi extra UE + il valore delle importazioni da paesi extra UE e la dimensione totale del mercato europeo è superiore al 10%. È stata progettata una valutazione qualitativa per i settori che erano vicini alla soglia, ma non ritenuti ammissibili alla rilocalizzazione delle emissioni di carbonio dalla valutazione quantitativa. Nell'ambito di tale analisi qualitativa, i settori possono presentare alla Commissione argomentazioni relative a fattori non inclusi nella valutazione quantitativa, per dimostrare che il settore è esposto alla rilocalizzazione delle emissioni di carbonio. Essi devono indicare: La misura in cui è possibile per gli impianti del settore ridurre le proprie emissioni di gas serra o il consumo di elettricità attraverso investimenti aggiuntivi Le caratteristiche di mercato attuali e previste del settore, come la concentrazione del mercato, l'omogeneità del prodotto, la posizione competitiva rispetto ai produttori non UE e il potere contrattuale del settore nella catena del valore Margini di profitto del settore come indicatore della capacità di assorbire costi e decisioni di investimento o di delocalizzazione di lungo periodo. CONCLUSIONE Quando a fine maggio il prezzo da pagare per mandare in atmosfera una tonnellata di anidride carbonica si è assestato sopra i 20 euro per la prima volta dall’inizio della pandemia si è parlato di un “test di resilienza” superato. In altre parole, di uno scampato pericolo. Il mercato delle emissioni poteva essere una vittima illustre del Covid-19. La pandemia ha avuto l’effetto di un tornado su diversi mercati, dal petrolio ai mercati azionari, per lo più deprimendo i prezzi. I prezzi bassi sono un
problema per qualunque mercato, ma quello delle autorizzazioni ad emettere gas serra è un po’particolare. Un prezzo troppo basso fa svanire la sua stessa ragion d’essere, cioè rendere costose le emissioni e incentivare gli investimenti in tecnologie green. “Invece è andata abbastanza bene”. “All’inizio della pandemia il prezzo era intorno ai 25 euro (per ogni permesso, cioè autorizzazione a emettere una tonnellata di CO2, ndr), poi è sceso intorno ai 15 e ora si è stabilizzato attorno ai 20. Rispetto ad altri mercati la volatilità è stata contenuta, soprattutto se si fa il paragone con la crisi del 2009, quando il prezzo calò di fatto a zero e rimase lì per molti anni. Ha funzionato il meccanismo di stabilità introdotto lo scorso anno dalla Commissione Europea ma soprattutto la convinzione generale che l’Unione voglia andare avanti con riduzioni importanti delle emissioni ha rassicurato il mercato. In questa presentazione sono state analizzate le iniziative europee per limitare il cambiamento climatico e mantenere il surriscaldamento globale entro i due gradi centigradi rispetto alle temperature pre-industriali. Analizzare quali sono stati i passi storici, gli errori e i successi della nostra storia alla lotta contro gli effetti negativi dell’inquinamento risulta importante perché a questi obiettivi non c’è un punto di arrivo, ma solo traguardi intermedi e possiamo solo cercare di studiare quale sia il metodo migliore per ottenerli e per raggiungerli in fretta. Per fare questo è stato necessario partire dalle idee di R. H. Coase che ha fornito i primi strumenti economici per la riduzione dell’inquinamento nell’ambiente, A 15 anni dalla sua nascita, l’EU ETS può esser considerato uno strumento di successo, come affermato da un recentissimo articolo pubblicato su
è certo che molto va ancora fatto, e a molte domande ancora non c’è risposta, ma le istituzioni si stanno muovendo verso il senso giusto per ottenere il calo dell’85- 90% delle emissioni nel 2050 rispetto ai livelli del 1990.