Docsity
Docsity

Prepara i tuoi esami
Prepara i tuoi esami

Studia grazie alle numerose risorse presenti su Docsity


Ottieni i punti per scaricare
Ottieni i punti per scaricare

Guadagna punti aiutando altri studenti oppure acquistali con un piano Premium


Guide e consigli
Guide e consigli


Slides su Machiavelli, Dispense di Lingua Italiana

Slides su Machiavelli, riguardo al corso di Letteratura italiana tenuto dal prof Severi

Tipologia: Dispense

2023/2024

Caricato il 28/01/2026

lorenzo-quarta-5
lorenzo-quarta-5 🇮🇹

8 documenti

1 / 42

Toggle sidebar

Questa pagina non è visibile nell’anteprima

Non perderti parti importanti!

bg1
Niccolò Machiavelli
(1469-1527)
De principatibus.
La reazione a una disfatta
È un professionista
della politica e un
cultore (nel tempo
libero) delle lettere
È il primo che insegna a
guardare la politica come
a un terreno dove si
contendono il campo
forze conflittuali, in cui è
assente ogni visione
religiosa
Ha uno sguardo amaro e
disilluso sull’uomo e sul
mondo, tipico di tutti i
caratteri appassionati
Anno spartiacque:
1512: ante e post res
perditas
pf3
pf4
pf5
pf8
pf9
pfa
pfd
pfe
pff
pf12
pf13
pf14
pf15
pf16
pf17
pf18
pf19
pf1a
pf1b
pf1c
pf1d
pf1e
pf1f
pf20
pf21
pf22
pf23
pf24
pf25
pf26
pf27
pf28
pf29
pf2a

Anteprima parziale del testo

Scarica Slides su Machiavelli e più Dispense in PDF di Lingua Italiana solo su Docsity!

Niccolò Machiavelli

De principatibus. La reazione a una disfatta

È un professionista

della politica e un

cultore (nel tempo

libero) delle lettere

È il primo che insegna a
guardare la politica come
a un terreno dove si
contendono il campo
forze conflittuali, in cui è
assente ogni visione
religiosa
Ha uno sguardo amaro e
disilluso sull’uomo e sul
mondo, tipico di tutti i
caratteri appassionati

Anno spartiacque: 1512 : ante e post res perditas

Ante

  • (^) 1499: inizio della guerra contro Pisa , persa nel 1494 ( Discorso sopra Pisa)
  • (^) 1499 (luglio): legazione a Caterina Sforza, contessa di Imola, per riconfermare la disponibilità del figlio Ottaviano Riario a combattere per i fiorentini
  • (^) 1500: in Francia come «mandatario» al seguito degli ambasciatori fiorentini per chiedere a Luigi XII di onorare i suoi impegni contro Pisa: De natura Gallorum; poi Ritratto di cose di Francia (1510-
  • (^) 1502 (giugno-luglio): assiste il vescovo di Volterra Francesco Soderini nell’ambasciata a Cesare Borgia , che aveva occupato Piombino
  • (^) tre volte ad Arezzo: Del modo di trattare i popoli della Valdichiana ribellati
  • (^) 1502 (ottobre): ( seconda legazione al Valentino, dal 6 ottobre 1502- 23 gennaio 1503): Il modo che tenne il Duca Valentino per ammazzar Vitellozzo, Oliverotto da Fermo, il signor Paolo e il Duca di Gravina Orsini in Senigaglia
  • (^) 1503 (marzo): Parole da dirle sopra la provvisione del denaio, fatto un po’ di proemio e di scusa (per Piero Soderini)

LA CARRIERA POLITICA

LA CARRIERA POLITICA

  • (^) 1509 (giugno): Pisa viene espugnata. Vittoria personale
  • (^) 1510: terza legazione francese
  • (^) 1511: quarta legazione francese, per convincere Luigi XII a non convocare il concilio a Pisa in funzione antipapale. Il concilio anti- Giulio II si sposta a Milano, ma le cose si mettono male per i francesi e dunque per Firenze dopo la costituzione della Lega Santa. Nel dicembre addirittura M. fa testamento
  • (^) 1512 (11 aprile): a Ravenna i francesi sono sconfitti dall’esercito ispano-papale. A Mantova i vincitori decidono di rimettere i Medici a capo di Firenze
  • (^) 1512 (29 agosto): saccheggio di Prato. Disfatta dell’Ordinanza. Due giorni dopo Pier Soderini fugge da Firenze. Cfr. giudizio politico sulla condotta del Soderini in Discorsi I 52, 6-10; III 3, 5-13; 9, 13-14; 30, 18-21.
  • (^) 1512 (9 novembre): M. sostituito da Niccolò Michelozzi, fedelissimo servitore di casa Medici, e condannato per un anno al confino entro il dominio di Firenze e al pagamento di una cauzione di 1000 fiorini d’oro

Cap. VI, 1-

DE

PRINCIPATIBUS

NOVIS QUI ARMIS

PROPRIIS ET

VIRTUTE

ACQUIRUNTUR

Fondarsi su virtù

o su fortuna

Non si maravigli alcuno se, nel parlare che io farò de' principati al tutto nuovi e di principe e di stato, io addurrò grandissimi esempli. Perché, camminando gli uomini sempre per le vie battute da altri e procedendo nelle azioni loro con le imitazioni, né si potendo le vie d'altri al tutto tenere né alla virtù di quegli che tu imiti aggiugnere, debbe uno uomo prudente entrare sempre per vie battute da uomini grandi, e quegli che sono stati eccellentissimi imitare: acciò che, se la sua virtù non vi arriva, almeno ne renda qualche odore; e fare come gli arcieri prudenti, a' quali parendo el luogo dove desegnano ferire troppo lontano, e conoscendo fino a quanto va la virtù del loro arco, pongono la mira assai più alta che il luogo destinato, non per aggiugnere con la loro freccia a tanta altezza, ma per potere con lo aiuto di sì alta mira pervenire a i disegno loro. Dico adunque che ne' principati tutti nuovi, dove sia uno nuovo principe, si truova a mantenergli più o meno difficultà secondo che più o meno è virtuoso colui che gli acquista. E perché questo evento, di diventare di privato principe, presuppone o virtù o fortuna , pare che l'una o l'altra di queste dua cose mitighino in parte molte difficultà; nondimanco , colui che è stato meno in su la fortuna si è mantenuto più. Genera ancora facilità essere el principe constretto, per non avere altri stati, venire personalmente ad abitarvi.

Cap. VI, 16- L’importan za delle armi Quelli e’ quali per vie virtuose, simili a costoro, diventano principi, acquistano el principato con difficultà ma con facilità lo tengono; e le difficoltà che gli hanno nello acquistare el principato nascono in parte da’ nuovi ordini e modi che sono forzati introdurre per fondare lo stato loro e la loro sicurtà. E debbesi considerare come e’ non è cosa più difficile a trattare, né più dubbia a riuscire, né più periculosa a maneggiare, che farsi capi a introdurre nuovi ordini. Perché lo introduttore ha per nemico tutti quegli che degli ordini vecchi fanno bene e ha tiepidi defensori tutti quelli che delli ordini nuovi farebbono bene (...) (…) E’ necessario pertanto, volendo discorrere bene questa parte, essaminare se questi innovatori stanno per loro medesimi o se dependano da altri: cioè se per condurre l’opera loro bisogna che preghino, o vero possono forzare. Nel primo caso sempre capitano male e non conducono cosa acuna: ma quando dependono da loro propri e possono forzare, allora è che rade volte periclitano; di qui nacque che tutti e’ profeti armati vinsono e e’ disarmati ruinorno. Perché, oltre alle cose dette, la natura de’ popoli è varia, e è facile persudere loro una cosa ma è difficile fermargli in quella persuasione: e però conviene essere ordinato in modo che, quando non credono più, si possa fare loro credere per forza.

Cap. VI, 22- i profeti disarmati (…) Moisè, Ciro, Teseo e Romulo non arebbono potuto fare osservare loro lungamente le loro constituzioni, se fussino stati disarmati; come ne' nostri tempi intervenne a fra Ieronimo Savonerola , il quale ruinò ne' sua ordini nuovi, come la moltitudine cominciò a non credergli, e lui non aveva modo a tenere fermi quelli che avevano creduto né a fare credere e' discredenti. Però questi tali hanno nel condursi grande difficultà, e tutti e' loro periculi sono fra via e conviene che con la virtù gli superino. Ma superati che gli hanno, e che cominciano a essere in venerazione, avendo spenti quegli che di sua qualità gli avevano invidia, rimangono potenti, sicuri, onorati e felici.

Paradiast ole paradoss ale:

Ridefinizione

polemica di

concetti

attraverso un

paradosso

  • (^) Cap. XVI: il vero liberale

('generoso') è il non-liberale

  • (^) Cap. XVII: chi ama il suo

popolo deve farsi temere

  • (^) Cap. XVIII: la vera fedeltà è

il non mantenere la parola

data

Princi pe, XV, 1- 6 Resta ora a vedere quali debbino essere e' modi e governi di uno principe o co' sudditi o con li amici. E perché io so che molti di questo hanno scritto, dubito, scrivendone ancora io, non essere tenuto prosuntuoso, partendomi massime, nel disputare questa materia, da li ordini delli altri. Ma sendo l'intenzione mia stata scrivere cosa che sia utile a chi la intende, mi è parso più conveniente andare dreto alla verità effettuale della cosa che alla immaginazione di essa. E molti si sono immaginati republiche e principati che non si sono mai visti né conosciuti in vero essere. Perché gli è tanto discosto da come si vive a come si doverrebbe vivere, che colui che lascia quello che si fa, per quello che si doverrebbe fare, impara più presto la ruina che la perservazione sua: perché uno uomo che voglia fare in tutte le parte professione di buono, conviene che ruini in fra tanti che non sono buoni. Onde è necessario, volendosi uno principe mantenere, imparare a potere Thomas More, Libellus vere aureus, nec minus salutaris quam festivus de optimo rei publicae statu, deque nova insula Utopia, Lovanio, 1516

Principe,

XVI 1-

De

liberalitat

e et

parsimoni

a

Cominciandomi adunque alle prime soprascritte qualità, dico come e' sarebbe bene essere tenuto liberale. Nondimanco la liberalità, usata in modo che tu sia tenuto, ti offende: perché, se la si usa virtuosamente e come la si debbe usare, la non fia conosciuta e non ti cascherà la 'nfamia del suo contrario; e però, a volersi mantenere in fra li uomini el nome di liberale, è necessario non lasciare indreto alcuna qualità di suntuosità: talmente che sempre uno principe così fatto consumerà in simili opere tutte le sua facultà; e sarà necessitato alla fine, se si vorrà mantenere el nome del liberale, gravare e' populi estraordinariamente ed essere fiscale e fare tutte quelle cose che si possono fare per avere danari; il che comincerà a farlo odioso a' sudditi, o poco stimare da ciascuno divenendo povero. In modo che, con questa sua liberalità avendo offeso gli assai e premiato e' pochi, sente ogni primo disagio e periclita in qualunque primo periculo: il che conoscendo lui e volendosene ritrarre, incorre subito nella infamia del misero. Uno principe adunque, non potendo usare questa virtù del liberale, sanza suo danno, in modo che la sia conosciuta, debbe, s'egli è prudente, non si curare del nome del misero; perché col tempo sarà tenuto sempre più liberale veggendo che, con la sua parsimonia, le sua entrate gli bastano, può difendersi da chi gli fa guerra, può fare imprese sanza gravare e' populi. Talmente che viene a usare liberalità a tutti quelli a chi e' non toglie, che sono infiniti, e miseria a tutti coloro a chi e' non dà, che sono pochi.

Principe,

XVI 7-

De

liberalita

te et

parsimon

ia

Ne' nostri tempi noi non abbiamo veduto fare gran cose se non a quelli che sono tenuti miseri; li altri, essere spenti. Papa Iulio II, come si fu servito del nome del liberale per aggiugnere al papato, non pensò poi a mantenerselo, per poter fare guerra. El re di Francia presente ha fatto tante guerre sanza porre uno dazio estraordinario a' sua, solum perché alle superflue spese ha sumministrato la lunga parsimonia sua. El re di Spagna presente, se fussi tenuto liberale, non arebbe né fatto né vinte tante imprese. Pertanto uno principe debbe esistimare poco, — per non avere a rubare e' sudditi, per potere difendersi, per non diventare povero e contennendo, per non essere forzato di diventare rapace, — di incorrere nel nome del misero: perché questo è uno di quelli vizi che lo fanno regnare. E se alcuno dicessi: Cesare con la liberalità pervenne allo imperio, e molti altri, per essere stati ed essere tenuti liberali, sono venuti a gradi grandissimi; rispondo: o tu se' principe fatto o tu se' in via di acquistarlo. Nel primo caso questa liberalità è dannosa. Nel secondo, è bene necessario essere ed essere tenuto liberale; e Cesare era uno di quelli che voleva pervenire al principato di Roma: ma se, poi che vi fu pervenuto, fussi sopravvissuto e non si fussi temperato da quelle spese, arebbe destrutto quello imperio.

Principe XVII, 1- De crudelitate et pietate; et an sit melius amari quam timeri, vel e contra

Scendendo appresso alle altre qualità preallegate, dico che
ciascuno principe debbe desiderare di essere tenuto piatoso
e non crudele: nondimanco debbe avvertire di non usare
male questa pietà. Era tenuto Cesare Borgia crudele:
nondimanco quella sua crudeltà aveva racconcia la
Romagna, unitola, ridottola in pace e in fede. Il che se si
considera bene, si vedrà quello essere stato molto più
piatoso che il populo fiorentino, il quale, per fuggire il nome
di crudele, lasciò distruggere Pistoia. Debbe pertanto uno
principe non si curare della infamia del crudele per tenere e'
sudditi sua uniti e in fede: perché con pochissimi esempli
sarà più pietoso che quelli e' quali per troppa pietà lasciono
seguire e' disordini, di che ne nasca uccisioni o rapine;
perché queste sogliono offendere una universalità intera, e
quelle esecuzioni che vengono dal principe offendono uno
particulare. E in fra tutti e' principi al principe nuovo è
impossibile fuggire il nome di crudele, per essere gli stati
nuovi pieni di pericoli. (…)

Principe

XVII, 8-

De

crudelitate

et pietate;

et an sit

melius

amari quam

timeri, vel e

contra

Nasce da questo una disputa, s'e' gli è meglio essere amato che temuto o e converso. Rispondesi che si vorrebbe essere l'uno e l'altro; ma perché e' gli è difficile accozzarli insieme, è molto più sicuro essere temuto che amato , quando si abbi a mancare dell'uno de' dua. Perché degli uomini si può dire questo, generalmente, che sieno ingrati, volubili, simulatori e dissimulatori, fuggitori de' pericoli, cupidi del guadagno; e mentre fai loro bene e' sono tutti tua, offeronti el sangue, la roba, la vita, e' figliuoli, come di sopra dissi, quando el bisogno è discosto: ma quando ti si appressa, si rivoltono, e quello principe che si è tutto fondato in su le parole loro, trovandosi nudo di altre preparazioni, ruina.

  • Cfr. Cicerone, De officiis II
7, 23-24 «Di tutte queste
cose nessuna è più adatta
a difendere e mantenere
il potere che l’essere
amato, nessuna più
contraria che l’essere
temuto»
  • Cfr. Seneca, De ira II 11
«Il timore ricasca su
coloro che lo ispirano»,

inoltre ( De clementia, III

5) «Il principe deve di
necessità temere tanto
quanto vuole essere
temuto»

Principe XVII, 15- 18; 23 De crudelitate et pietate; et an sit melius amari quam timeri, vel e contra Ma quando el principe è con li eserciti e ha in governo moltitudine di soldati, allora al tutto è necessario non si curare del nome del crudele : perché sanza questo nome non si tenne mai esercito unito né disposto ad alcuna fazione. In tra le mirabili azioni di Annibale si connumera questa, che, avendo uno esercito grossissimo, misto di infinite generazioni di uomini, condotto a militare in terra aliena, non vi surgessi mai alcuna dissensione, né in fra loro, né contro al principe, così nella cattiva come nella sua buona fortuna. Il che non possé nascere da altro che da quella sua inumana crudeltà : la quale, insieme con infinite sua virtù, lo fece sempre nel conspetto de' sua soldati venerando e terribile. E sanza quella, a fare quello effetto, l'altre sua virtù non bastavano: e li scrittori, in questo, poco considerati da l'una parte ammirano questa sua azione, da l'altra dannano la principale cagione di essa. (…) Concludo adunque, tornando allo essere temuto e amato, che, amando li uomini a posta loro e temendo a posta del principe, debbe uno principe savio fondarsi in su quello che è suo, non in su quello ch'è di altri; debbe solamente ingegnarsi di fuggire l'odio, come è detto.

XVIII. Quomodo fides a principibus sit servanda, parr. 1- 6 Quanto sia laudabile in uno principe il mantenere la fede e vivere con integrità e non con iustizia, ciascuno lo intende; nondimanco si vede per esperienza ne' nostri tempi quelli principi avere fatto gran cose, che della fede hanno tenuto poco conto e che hanno saputo con l' astuzia aggirare e' cervelli delli uomini: e alla fine hanno superato quelli che si sono fondati in su la lealtà. Dovete adunque sapere come e' sono dua generazioni di combattere: l'uno, con le leggi; l'altro, con la forza. Quel primo è proprio dello uomo; quel secondo, delle bestie. Ma perché el primo molte volte non basta, conviene ricorrere al secondo : pertanto a uno principe è necessario sapere bene usare la bestia e lo uomo. Questa parte è suta insegnata alli principi copertamente da li antichi scrittori, e' quali scrivono come Achille e molti altri di quelli principi antichi furno dati a nutrire a Chirone centauro, che sotto la sua disciplina li custodissi. Il che non vuole dire altro, avere per precettore uno mezzo bestia e mezzo uomo, se non che bisogna a uno principe sapere usare l'una e l'altra natura: e l'una sanza l'altra non è durabile. Cicerone, De off. I, 11: Poiché ci sono due modi di contendere, uno mediante la discussione, l’altro mediante la forza fisica; ed essendo quello caratteristico dell’uomo, questo dei bruti, si