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SPAZI E POTERI, PARTE SECONDA, Sintesi del corso di Geografia Economico Politica

Sintesi capitoli 5 e 6, seconda parte di Spazi e poteri

Tipologia: Sintesi del corso

2019/2020

Caricato il 20/11/2020

cosimina-alessio
cosimina-alessio 🇮🇹

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SPAZI E POTERI, SECONDA PARTE
5.1 GEOGRAFIA DELLE POPOLAZIONI
Della popolazione vanno considerate con attenzione varie caratteristiche: in primo luogo,
la dimensione demografica (quantità assoluta); sotto il punto di vista qualitativo, invece: la
composizione della popolazione per età e genere, attività lavorativa, formazione scolastica
e professionale; la sua distribuzione nel territorio preso in considerazione; la composizione
per lingua, religione, cultura in generale ecc…
Tutti questi aspetti hanno o possono avere un immediato riscontro sul piano geografico-
politico ed economico. Bisogna focalizzarsi sul fatto che ogni fenomeno, stato, processo
produce effetti sugli altri fenomeni, stati, processi e insieme ne subisce gli effetti, in un
complesso di azioni e retroazioni in cui anche fenomeni di piccola entità incidono
sull’insieme del processo, contribuendo alla sua evoluzione.
Molto spesso si possono adottare delle scelte che non sono corrette, ad esempio la
capacità di carico (la capacità che un dato ambiente ha di «sostenere» un certo
quantitativo di abitanti) è data dal rapporto tra quantità di risorse e quantità di popolazione.
Se viene superata la capacità di carico, si genera una situazione di sovrappopolamento,
che implica un «impoverimento» medio della popolazione, una situazione di
sottoconsumo. Non è detto che la causa sia l’aumento della popolazione, quanto piuttosto
la diminuzione delle risorse mediamente disponibili per ciascun individuo, che può
dipendere da altri fenomeni: distribuzione sbilanciata delle risorse tra individui; errato
sistema di produzione; diffusione di malattie o parassiti che intaccano le risorse disponibili;
andamenti climatici sfavorevoli; politiche economiche o fiscali inadeguate ecc…
Tuttavia, lo stesso termine «sovrappopolamento» spinge ad accollare tutta la
responsabilità alla crescita del numero di individui, mentre in molti casi, si dovrebbe
parlare di sottoproduzione o sottoconsumo, disuguaglianza socio-economica.
Il concetto di sovrappopolamento è sempre ed esclusivamente relativo e si manifesta
quando cominciano a diminuire le risorse disponibili per ciascun singolo individuo. Non è
certo possibile misurare il sovrappopolamento mediante il concetto di densità di
popolamento o di popolazione. La densità (distribuzione media e teorica degli abitanti nel
territorio in cui vivono: abitanti/km²) di per sé non significa nulla e può essere utile solo per
confrontare la stessa popolazione nello stesso territorio in due momenti storici differenti.
All’inizio del Novecento l’Italia registrava una densità di 100 ab./km², in una fase di forte
incremento demografico; si pensava che il paese fosse sovrappopolato e che la massiccia
emigrazione di quel periodo fosse una conseguenza del sovrappopolamento.
Tutto dipende, quindi, dal rapporto tra risorse e popolazioni; molte questioni sono però
difficili da ‘centrare’ -> un esempio banale è fornito dal prodotto interno lordo (PIL),
utilizzato come misura della «ricchezza prodotta» in un determinato ambito territoriale, in
un certo periodo – e, nella forma «pro capite», come misura della ricchezza media (e
teorica) di ciascun abitante di quel determinato ambito territoriale. È una misura
perfettamente teorica, basata su stime accurate e complesse. Dopo decenni durante i
quali si utilizzava un certo modo di riportare i dati, ci si è resi conto che questo sistema
distorceva pesantemente i risultati; si è allora passati al PIL-PPA «a parità di potere
d’acquisto» che tiene conto del livello dei prezzi nei singoli Stati e quindi approssima
meglio la reale disponibilità media di ricchezza per ciascun individuo. Inoltre tra gli aspetti
che più incidono sulle «prestazioni» politiche ed economiche delle strutture socio-
territoriali (Stati, regioni, ecc.), vi è il capitale sociale, che rimanda a quella sorta di
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SPAZI E POTERI, SECONDA PARTE

5.1 GEOGRAFIA DELLE POPOLAZIONI

Della popolazione vanno considerate con attenzione varie caratteristiche: in primo luogo, la dimensione demografica (quantità assoluta); sotto il punto di vista qualitativo, invece: la composizione della popolazione per età e genere, attività lavorativa, formazione scolastica e professionale; la sua distribuzione nel territorio preso in considerazione; la composizione per lingua, religione, cultura in generale ecc… Tutti questi aspetti hanno o possono avere un immediato riscontro sul piano geografico- politico ed economico. Bisogna focalizzarsi sul fatto che ogni fenomeno, stato, processo produce effetti sugli altri fenomeni, stati, processi e insieme ne subisce gli effetti, in un complesso di azioni e retroazioni in cui anche fenomeni di piccola entità incidono sull’insieme del processo, contribuendo alla sua evoluzione. Molto spesso si possono adottare delle scelte che non sono corrette, ad esempio la capacità di carico (la capacità che un dato ambiente ha di «sostenere» un certo quantitativo di abitanti) è data dal rapporto tra quantità di risorse e quantità di popolazione. Se viene superata la capacità di carico, si genera una situazione di sovrappopolamento, che implica un «impoverimento» medio della popolazione, una situazione di sottoconsumo. Non è detto che la causa sia l’aumento della popolazione, quanto piuttosto la diminuzione delle risorse mediamente disponibili per ciascun individuo, che può dipendere da altri fenomeni: distribuzione sbilanciata delle risorse tra individui; errato sistema di produzione; diffusione di malattie o parassiti che intaccano le risorse disponibili; andamenti climatici sfavorevoli; politiche economiche o fiscali inadeguate ecc… Tuttavia, lo stesso termine «sovrappopolamento» spinge ad accollare tutta la responsabilità alla crescita del numero di individui, mentre in molti casi, si dovrebbe parlare di sottoproduzione o sottoconsumo, disuguaglianza socio-economica. Il concetto di sovrappopolamento è sempre ed esclusivamente relativo e si manifesta quando cominciano a diminuire le risorse disponibili per ciascun singolo individuo. Non è certo possibile misurare il sovrappopolamento mediante il concetto di densità di popolamento o di popolazione. La densità (distribuzione media e teorica degli abitanti nel territorio in cui vivono: abitanti/km²) di per sé non significa nulla e può essere utile solo per confrontare la stessa popolazione nello stesso territorio in due momenti storici differenti. All’inizio del Novecento l’Italia registrava una densità di 100 ab./km², in una fase di forte incremento demografico; si pensava che il paese fosse sovrappopolato e che la massiccia emigrazione di quel periodo fosse una conseguenza del sovrappopolamento. Tutto dipende, quindi, dal rapporto tra risorse e popolazioni; molte questioni sono però difficili da ‘centrare’ -> un esempio banale è fornito dal prodotto interno lordo (PIL), utilizzato come misura della «ricchezza prodotta» in un determinato ambito territoriale, in un certo periodo – e, nella forma «pro capite», come misura della ricchezza media (e teorica) di ciascun abitante di quel determinato ambito territoriale. È una misura perfettamente teorica, basata su stime accurate e complesse. Dopo decenni durante i quali si utilizzava un certo modo di riportare i dati, ci si è resi conto che questo sistema distorceva pesantemente i risultati; si è allora passati al PIL-PPA «a parità di potere d’acquisto» che tiene conto del livello dei prezzi nei singoli Stati e quindi approssima meglio la reale disponibilità media di ricchezza per ciascun individuo. Inoltre tra gli aspetti che più incidono sulle «prestazioni» politiche ed economiche delle strutture socio- territoriali (Stati, regioni, ecc.), vi è il capitale sociale, che rimanda a quella sorta di

«patrimonio» di capacità e competenze che ogni collettività più o meno condivide. La formazione del capitale sociale ha molto a che vedere con la storia di quella collettività e del suo territorio, assieme al capitale umano (le competenze e le inclinazioni dei singoli individui che formano la collettività). Esempi significativi della complessità di questi processi sono la formazione e la persistenza di minoranze, la cui essenza sta proprio nel condividere un capitale differente da quello delle popolazioni vicine. Il capitale sociale risulta dall’insieme delle qualità intrinseche a singoli individui e gruppi presenti in una data società; e soprattutto dalle relazioni che nella società sono in grado di attivare. Un primo dato per cogliere il funzionamento di una popolazione è la misura delle quantità e degli andamenti nel corso del tempo. 5.2 SOLDATI, PRODUTTORI, CONSUMATORI Per molto tempo, la dimensione demografica di una popolazione è stata considerata il dato essenziale per valutare la potenza di uno Stato. In effetti, fin dall’antichità si è cercato di tenere il conto dei propri abitanti, mediante censimenti o altre forme di conteggi. Si valuta, ad esempio, che una delle ragioni della «tenuta» della Francia rivoluzionaria e napoleonica fosse appunto nella numerosità della popolazione francese. L’impero romano, invece, subì un colpo irrimediabile con l’epidemia che tra il 165 e il 180 d.C. uccise circa un terzo della popolazione, provocando una crisi demografica prolungata. La quantità di abitanti, tuttavia, oggi ha rilevanza soprattutto dal punto di vista economico, in quanto rappresenta uno dei fondamenti essenziali della capacità di generare ricchezza. Si può dire che il PIL sia direttamente legato anche al numero di abitanti: molti abitanti, anche se producono poco, nel loro insieme producono una ricchezza complessiva. Ad esempio, il Bangladesh (169 milioni di abitanti) produce una quantità totale di ricchezza superiore a quella prodotta da paesi certamente più avanzati e ricchi come la Finlandia, il Portogallo o la Nuova Zelanda, che però hanno una popolazione molto meno numerosa. Diverso è il ragionamento sul valore del PIL medio pro capite: per quanto elevato sia il PIL totale, se gli abitanti sono davvero molto numerosi, il PIL pro capite sarà inevitabilmente basso. Molti Stati hanno adottato politiche demografiche popolazioniste, nataliste e immigratorie per accrescere la popolazione di uno Stato. 5.3 POLITICHE E POPOLAZIONI Un esempio di politica natalista è quella avviata dal regime fascista a metà degli anni ’20. Tra i primi a preoccuparsi della relazione tra aumento della popolazione e disponibilità di risorse, Malthus sostenne l’evidenza di un disallineamento tra i due fenomeni: l’aumento delle risorse procederebbe a un ritmo inferiore rispetto a quello della crescita demografica; di conseguenza la capacità di carico di una data regione sarebbe destinata a saturarsi, rendendo impossibile sfamare tutta la popolazione; di conseguenza, carestie ed epidemie provvederebbero naturalmente a ridurre il numero degli abitanti a una quantità compatibile con le risorse accessibili. La soluzione al problema, per Malthus, era evitare l’accrescimento incontrollato della popolazione. 5.4 TROPPI O TROPPO POCHI? Malthus e le sue teorie vennero ridicolizzate da Marx, il quale sostiene che l’impoverimento di una parte della popolazione non dipende dall’aumento complessivo della popolazione, né dalla conseguente scarsità delle risorse, ma da una distribuzione

5.6 LA TRANSIZIONE DEMOGRAFICA

Nelle popolazioni umane la tendenza ad avere molti figli è del tutto spontanea. Una coppia con molti figli, può nutrire la ragionevole aspettativa che almeno alcuni di essi sopravvivano fino all’età adulta, ciò significa avere un sostegno produttivo rilevante e qualcuno a cui lasciare la propria eredità. Oggigiorno in società ricche come la nostra, questo genere di problemi non è più percepibile: un individuo anziano che non può più lavorare, percepisce una pensione; agli infermi provvedono le organizzazioni socio- sanitarie. In passato questi compiti spettavano ai figli adulti. Avere molti figli, in un sistema economico basato sulla produzione agricola, garantiva alla famiglia la manodopera necessaria. Al contrario, avere molti figli in un sistema economico basato sul lavoro in fabbrica o in ufficio non è affatto un aiuto. Occorre parlare anche del cambiamento della condizione femminile avvenuto tra il XIX e il XX secolo: la popolazione femminile ha cominciato anche a essere impiegata sempre più largamente in attività lavorative extradomestiche e di conseguenza è aumentata l’età in cui una donna ha il primo figlio (32 in Italia). Per comprendere la dinamica demografica naturale si rivela molto utile il modello della transizione demografica: ascisse -> tempo in singoli anni, ordinate -> tassi di variazione della natalità, della mortalità e del saldo naturale (differenza tra i nati e i morti ogni 1. ab. per anno). Nella fase iniziale nati e morti sono numerosissimi, quasi si equivalgono, il saldo è basso. Nella fase successiva, tra ‘700-‘800, la mortalità comincia a scendere per effetto della modernizzazione. In linea generale, anno dopo anno la mortalità diminuisce, mentre il tasso di natalità aumenta, così come la popolazione. Con il nuovo ruolo della donna, si verifica una riduzione delle nascite, ma la popolazione continua a crescere grazie ad uno sfasamento temporale tra i due tassi. Al termine della «transizione», il tasso di natalità praticamente è sceso tanto da raggiungere il tasso di mortalità. 5.7 DINAMICHE SFASATE La transizione demografica sembra interessare tutta la popolazione umana. In Europa è iniziata dapprima nei paesi settentrionali e occidentali, poi in quelli meridionali e infine orientali. Ciò non è avvenuto nei paesi non avanzati (Africa, America Latina) -che avevano subito un assoggettamento dai paesi occidentali- per due fattori: 1) la riduzione della mortalità è cominciata di colpo e massicciamente tra le due guerre novecentesche, per effetto dell’arrivo improvviso e simultaneo degli avanzamenti igienico-sanitari e organizzativi; 2) la modernizzazione dei sistemi socio-economici. Quindi: mentre nei paesi avanzati l’impatto della transizione è stato graduale, in quelli non avanzati è stato invece più forte ed improvviso. CAPITOLO 6 6.1 UNA UMANITÀ MOBILE È essenziale considerare anche il movimento migratorio, il vero e proprio movimento degli esseri umani nello spazio terrestre. La storia dell’umanità è stata scritta da spostamenti di individui e gruppi da un luogo a un altro per varie ragioni. È difficile valutare questo fenomeno in età pre-contemporanea, ma si può dire che ogni 2/3 generazioni, un gruppo umano scegliesse di allontanarsi dalla sua sede per trovare altri territori sufficientemente produttivi. In passato, i gruppi organizzati erano poco numerosi e molto dispersi; il loro

sistema economico era estensivo e richiedeva spazi abbastanza vasti. Un leggero aumento della popolazione o un’annata cattiva o semplicemente la speranza di trovare di meglio altrove poteva spingere una comunità a spostarsi, ma non occorreva andare lontano. Lo sviluppo dei mezzi di trasporto permise un flusso migratorio elevato, soprattutto all’inizio dell’Ottocento con flussi di una certa consistenza e soprattutto a lunga distanza, in particolare verso le Americhe. Un fenomeno che caratterizzò tali migrazioni fu quello dell’inurbamento, dalle campagne alle città in tutti i paesi in corso di modernizzazione. Il fenomeno è tuttora in atto e ha ormai portato la popolazione urbana mondiale a superare quella rurale. Solitamente le città attirano soprattutto gli abitanti delle campagne più vicine, ma flussi migratori interni a più lungo raggio non sono stati rari: ricordiamo i circa 4 milioni di abitanti delle regioni del Mezzogiorno d’Italia che, tra la metà degli anni ‘50 e la fine degli anni ’ del Novecento, si trasferirono nelle aree industriali e urbane del Settentrione. 6.2. LE MIGRAZIONI ITALIANE Nel primo ‘800 lo sgretolamento dei sistemi socio-politici dell’ancien régime aveva modificato i meccanismi di promozione sociale e di riproduzione della classe dirigente, alterando l’affermazione di alcuni ceti, con i quali cominciarono i primi contingenti migratori, spinti da motivi di realizzazione individuale. A fronte dello sviluppo industriale, l’agricoltura si avviava a diventare un settore residuale. Nella prima metà del secolo, inoltre, la congiuntura climatica fu particolarmente negativa, provocando varie annate di carestia. In queste circostanze, il «fattore di spinta» alla migrazione fu certamente economico. A tutti questi fattori si sommava l’inizio della transizione demografica e quindi l’aumento progressivo della popolazione, che ebbe un impatto non positivo. Si verificò un’emigrazione di massa e sostanzialmente povera. All’inizio dell’Ottocento, la situazione è sostanzialmente la stessa, ma da allora comincia ad evolvere. Con l’Unità d’Italia ci fu una prima fase migratoria di consistenza rilevante, rivolta ai paesi europei (imprenditori, intellettuali, commercianti, artigiani). Dopo l’Unità, il quadro cambia progressivamente: molti vanno verso l’Argentina, gli Stati Uniti, il Brasile(contadini, braccianti e operai non specializzati). La vera emigrazione di massa è iniziata ed ha avuto il suo picco nei primi 15 anni del XX secolo: in media, almeno 200 mila espatri all’anno verso paesi europei, quasi 400 mila oltremare. 6.3 IL SENSO DELLE MIGRAZIONI Per quanto ne sappiamo, la specie umana è emersa come tale in Africa orientale, più o meno 200.000 anni fa. Sotto un punto di vista scientifico, parliamo di monogenismo (unica origine): da quell’unica regione dell’Africa orientale, i discendenti di una stessa specie hanno popolato tutto il resto del pianeta fino a realizzare l’attuale e temporaneo quadro di estrema varietà e ricchezza di soluzioni (non si è mai verificato che il popolamento della Terra si fermasse). Il più rilevante flusso migratorio di cui siamo a conoscenza è quello che portò circa 50 milioni di europei nelle Americhe tra i primi decenni dell’Ottocento e la metà del Novecento. Le migrazioni volontarie sono sempre dettate dall’intenzione di migliorare le condizioni di chi decide di migrare. «Migliorare», però, non solamente in senso strettamente