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dal 1400 al 2000 commercio nel mondo, commercio prodotti, mercantilismo, protezionismo, mercantilismo, globalizzazione
Tipologia: Appunti
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Dal 400 ai giorni nostri. LA RIVOLUZIONE COMMERCIALE Il periodo che va dal X al XIV secolo, si registra in Europa una serie di mutamenti socioeconomici. Le attività commerciali crescono per volume d'affari e raggio d'azione sviluppandosi su tre piani. A livello locale, tra città e campagna, tra artigiani e contadini, si incrementano gli scambi dei prodotti dell'agricoltura e dell'artigianato locali. A livello interregionale, nelle fiere che periodicamente mettono in comunicazione aree distanti, si scambiano prodotti di maggior valore quali il grano, il sale, il vino, la lana, il legname da costruzione, le pellicce, in grado di coprire i costi del commercio a media distanza. A livello internazionale poi, si incrementano i rapporti con il Medio e l'Estremo Oriente, dove gli europei portano i metalli, i panni e le tele, il legname da costruzione e i prodotti agricoli europei e che poi scambiano con prodotti di lusso, come la seta, le pietre preziose e le spezie (utilizzate in cucina, nella farmacopea, in tintoria e in profumeria), ma anche zucchero, cotone o allume (usato nella tintura dei tessuti). Il commercio a media e a lunga distanza è appannaggio dei grandi mercanti perché richiede investimenti cospicui per armare le navi o predisporre le carovane di animali e uomini e organizzare il viaggio che, sia per terra sia per mare, deve affrontare grandi rischi e difficoltà (pirati, briganti, tasse e pedaggi di ogni genere, burrasche, cattivo stato delle strade...), ma è foriero anche di grandi guadagni. Se l'espansione economica riguarda, nei secoli considerati, tutta l'Europa, non tutte le sue regioni conoscono un eguale sviluppo commerciale. Le aree trainanti sono quelle dell'Italia e quella delle Fiandre, avvantaggiate entrambe dalle rispettive posizioni geografiche: la prima, ponte tra l'Europa, il Nord Africa e l'Oriente, è il perno del sistema commerciale dell'Europa meridionale; la seconda, crocevia tra Russia, Scandinavia, Mare del Nord, Mar Baltico, Inghilterra e Francia del Nord, è il perno di quello dell'Europa del Nord. I due sistemi commerciali sono collegati fra loro via terra, così che dall'Italia alla Fiandra e al Baltico si costituisce, dalla fine del XIII secolo, un'economia-mondo europea: le merci provenienti dal Mediterraneo, superate le Alpi, si scambiano con quelle provenienti dal Nord nei numerosi circuiti delle fiere, luoghi d’incontro dei mercanti di tutta Europa. Fra queste, fino a tutto il Duecento, primeggiano quelle della Champagne e delle Fiandre, circa a metà strada fra le due aree. il 400 Fino alla metà del ‘400, accanto allo sviluppo tessile, vi sono i traffici commerciali; si può parlare di capitalismo commerciale, consistente “nell’interporsi del mercante tra produttore e consumatore”. I mercanti sono dotati di cospicui mezzi finanziari e di credito oltre che di competenze merceologiche e tecniche, sia in campo commerciale sia in campo giuridico e contabile. Si vedono emergere due punti di riferimento per i traffici commerciali: il primo si identifica nelle città italiane del Mediterraneo (Repubbliche marinare: Venezia Genova Pisa e Amalfi…) specializzate nel commercio con l’Oriente (spezie, cereali); il secondo nei centri portuali del mar Baltico riuniti nella Lega anseatica. Per tutto il ‘400 i settori economici importanti riguardavano gli scambi commerciali e le produzioni tessili. I traffici marittimi riguardano anche merci ingombranti come il frumento, il sale ed il legname. Per altri beni ad alto valore unitario e di minore ingombro, le fiere internazionali sono per lungo tempo punto di incontro. La Fiera era un gigantesco mercato che di solito si svolgeva in una grande città o in un borgo conosciuto per essere un centro di smistamento commerciale ed economico ed essa non aveva nulla a che vedere con il mercato locale che si poteva trovare ovunque, per questo risultava così attraente da richiamare moltitudini di gente proveniente anche da nazioni vicine. Nel 1400, dopo la scoperta delle Americhe e l'importazione in Europa dei metalli preziosi dal nuovo continente, portarono alla ribalta per circa un secolo le fiere spagnole
specializzate nel commercio di monete e di cambi. Le fiere si può dire siano sorte con l'apparire stesso delle prime attività di scambio. Le fiere hanno esercitato anche una influenza capitale sull'origine, sullo sviluppo e sul regolamento dei modi di pagamento, del credito e conseguentemente del commercio del denaro. Gli italiani (in specie i Romani, i Toscani e i Lombardi) si distinsero piuttosto come frequentatori di quei grandi mercati e Verona, ad esempio, era punto di partenza di un considerevole trasporto di merci verso la Champagne. L’unica moneta che circola effettivamente, nell’Alto Medioevo, è il denaro d’argento. L’oro è usato come mezzo di pagamento, ma non sotto forma di moneta, bensì oggettistica (valutazione a peso). I secoli fino al XI sono caratterizzati dai “mezzi limite” di pagamento (definiti così da Frederic Mauro): l’autoconsumo che comprende lo scambio di beni ed è presente nelle campagne e nelle economie chiuse; il baratto, effettuato sui mercati regionali e internazionali; i consumi gratuiti, all’epoca assai più diffusi, anche per l’opera della chiesa (utilizzazione dell’acqua). Dalla metà del XIII secolo, la moneta penetra nella vita economica, come alcuni storici sostengono, la prima moneta d’oro importante è il Genovino. La formazione di un mercato monetario è stata tuttavia ritardata dalla insufficiente quantità di metalli preziosi monetabili in circolazione. Il ‘400 rappresenta un periodo di adattamento del sistema economico europeo. Protagonisti sono i mercanti-banchieri cioè soggetti economici non specializzati che aprono conti correnti e ricevono depositi. Venezia, Genova, Barcellona, ma specialmente la Toscana testimoniano un fiorire di attività in questo settore ed il progressivo perfezionarsi di strumenti creditizi e delle tecniche ad essi connesse. All’interno di “un’economia mondo” esiste un particolare gruppo di beni, le spezie, per il quale gli europei sono dipendenti dall’Asia. Questi commerci si attuano in due fasi: la prima vede i mercanti asiatici consegnare i loro prodotti sulle rive dell’Oceano indiano agli arabi che ne curano il trasporto fino al Mediterraneo. Veneziani e genovesi, e in misura minore provenzali e catalani, sono stati e continuano ad essere intermediari tra Oriente ed Occidente nel Mediterraneo. I traffici internazionali, dopo la depressione, caduta Costantinopoli e conquistato l’Egitto da parte dei Turchi, attraggono interessi e capitali. Al periodo corrisponde l’epoca delle grandi esplorazioni. Le conseguenze sono l’individuazione di rotte interamente marittime tra Europa e Asia e la colonizzazione di nuove terre occidentali. Il Mediterraneo perde la
Sebbene Stato poco popolato e povero, con un’economia prevalentemente di sussistenza e non autosufficiente per quanto riguarda le risorse alimentari, si assicura un vasto impero marittimo in Africa e America ma soprattutto in Asia, dove è padrone dell’Oceano Indiano, e riesce ad esportare sale, pesce, olio, vino, frutta, sughero e pellami. Questo grazie alle conoscenze accumulate nella progettazione di navi e nelle tecniche di navigazione. I portoghesi guidati dal principe Enrico il Navigatore, affrontarono il problema della navigazione in modo innovativo, quando iniziarono i grandi viaggi di esplorazione lungo la costa occidentale dell'Africa. Nel 1420 furono colonizzate le Isole Canarie e nel 1433 fu il turno delle isole Azzorre. In questo periodo fu studiato con cura il ''sistema dei Venti'' dell’Oceano Atlantico, e presto i marinai si convinsero che potevano tornare a casa sia che si muovessero verso Sud sia che navigassero verso Ovest. Infatti scoprirono che la direzione del vento dominante cambiava con la latitudine e con la stagione. Questi viaggi venivano intrapresi principalmente per aggirare l'impero islamico e raggiungere l'Oriente e in parte per soddisfare il desiderio di scoperte del principe Enrico. Dopo la morte di Enrico, l’attività di esplorazione rallenta per la mancanza del sostegno regio e per la concorrenza del traffico di avorio, oro e schiavi. Vasco de Gama È stato un esploratore portoghese, primo europeo a navigare direttamente fino in India. Nel 1497 Vasco de Gama ebbe l'incarico di guidare una spedizione per le Indie non navigando verso ovest come Colombo ma verso est circumnavigando l'Africa. Gli spagnoli si dedicarono al nuovo continente, i portoghesi cercavano le vie per le Indie. Dopo aver doppiato Capo di Buona Speranza (è l'estremità meridionale della
se essi non divennero mai delle colonie vere e proprie a causa dell'ostilità delle popolazioni locali.
Spagna: paese con condizioni economiche particolari ed inoltre con problemi per quanto concerne l’unificazione interna. L’agricoltura aveva ricevuto una cospicua eredità dai predecessori mussulmani ma i sovrani spagnoli sperperarono questo patrimonio. Nel 1483 Colombo chiede al Re di finanziare una spedizione. Solo nel 1492, Isabella di Castiglia, per celebrare la vittoria sui Mori di Granada, acconsente a finanziare la spedizione di Colombo. Egli, dopo aver fatto ritorno in Spagna, l’anno successivo torna con una spedizione molto più numerosa e attrezzata con cui inizia la colonizzazione. Il Trattato di Tordesillas Ferdinando e Isabella si rivolgono al Papa Alessandro VI affinché stabilisca una “linea di demarcazione” che confermi i diritti spagnoli sulle terre appena scoperte. Il 1494, nel Trattato, il Re del Portogallo convince gli Spagnoli a tracciare una nuova linea di demarcazione circa 210 miglia più a ovest di quella del ’93. Nel 1500, durante la prima grande spedizione commerciale portoghese successiva al ritorno di Vasco De Gama, Pedro De Cabral fa vela direttamente verso questa zona e rivendica il territorio su cui approda il Portogallo prima di proseguire per l’India. Ai mutamenti di prospettive economiche bisogna aggiungere le ricadute culturali, sociali e politiche che questi eventi produrranno successivamente.
Le esplorazioni geografiche provocarono mutamenti profondi nella struttura degli scambi internazionali, sia dal punto di vista della quantità che delle linee di traffico. I traffici si ritrovarono a privilegiare sempre più i trasporti per via marittima. Inevitabilmente la crescita dei commerci determinò nuovi centri di attrazione e nuovi collegamenti. Non per nulla il fenomeno dell’urbanizzazione si sviluppò principalmente nelle città poste sul mare o ad esso collegate, con fiumi o canali. Il bacino del Mediterraneo perde il suo ruolo centrale per il venir meno di una parte delle merci dell’Asia e dell’Africa che potevano ormai passare attraverso la rotta del capo di Buona Speranza. La politica degli Stati nazionali emergenti fu definita come politica mercantilistica, essi cercano di assumere il controllo delle attività economiche in termini di protezionismo, il che provocò
scontri anche violenti alla ricerca di una supremazia quasi globale. Per quasi tutto il ‘500 i commerci ed i traffici ufficiali con le Americhe furono monopolizzati dalla Spagna, con la sola eccezione del Portogallo con il Brasile. Dopo la circumnavigazione dell’Africa attuata dai portoghesi ed il viaggio di Magellano, le vecchie strade furono sostituite dalle vie attraverso gli Oceani. Lo zucchero e le materie tintorie furono sostituiti dai rifornimenti americani. La scoperta dell'America fa affluire in Spagna e Portogallo una grande quantità di metalli preziosi, oro e argento, prodotti alimentari fino ad allora sconosciuti come la cioccolata, il tabacco, il mais, il pomodoro, la patata, il chinino, le noccioline, ecc. La bilancia commerciale dell’Europa con l’Oriente si mantenne negativa, ma poté usufruire dell’argento americano per saldare i deficit. Le monete e i metalli preziosi nel ‘ invadono l’economia europea; non per nulla è in questo periodo che si ritrovano le enunciazioni delle cosiddette leggi monetarie. Le leggi mercantilistiche degli Stati determinarono interventi massicci negli affari monetari. Il periodo della seconda metà del ‘500 fu definito della cosiddetta rivoluzione dei prezzi. l'enorme e improvviso afflusso di oro e argento in Spagna provoca una rapida inflazione dei prezzi interni. I metalli preziosi sono utilizzati per acquistare merci, facendo crescere la domanda dei beni al di sopra dell'offerta, con conseguente inflazione dei prezzi. Il fenomeno però non pare aver interessato contemporaneamente tutta l’Europa, anche perché l’aumento della quantità di metallo prezioso coincise in molti luoghi con i momenti in cui le attività economiche si trovavano in una fase espansiva. Le aree dominanti: Portogallo e Spagna Il trattato di Tordesillas gli consentì a Portogallo e Spagna di controllare i commerci e le linee di traffico per quasi tutto il ‘500, sino a quando l’intervento di altre potenze europee venne a modificare i rapporti. I portoghesi si applicarono ai commerci con Africa e Asia; ma dovevano difenderli, come fecero, con un grosso sforzo militare, reso tanto più oneroso per la distanza dalla madre patria. In Africa e Asia essi tesero a costituirsi delle basi di riferimento per le necessarie soste delle navi e per raccogliere e immagazzinare le merci che dovevano essere difese. Le spedizioni organizzate dal Portogallo duravano più di un anno, le navi partivano con carichi di minerali e metalli e monete; al ritorno avevano pepe e altre spezie. Con il progredire dei commerci, si ritrovavano in partenza anche oli, vini e tessuti e riportavano sete, profumi etc. Sin dall’inizio il commercio portoghese con l’Oriente richiamò l’interesse di mercanti e banchieri europei, tra i primi gli italiani che erano presenti nelle spedizioni con gruppi guidati da fiorentini e genovesi, seguiti ben presto dai tedeschi. I rapporti dei portoghesi col Brasile furono diversi: importante fu il suo legno ed il relativo sfruttamento agricolo. Si presentarono numerosi problemi perché i portoghesi non erano portatori di una cultura agricola, inoltre le popolazioni indigene non erano predisposte alle produzioni agrarie. Attraverso procedimenti complessi i risultati furono raggiunti con un sistema di concessione delle terre con il patto della messa a coltura e con la disponibilità di manodopera importata (schiavitù). Fu individuata la produzione più confacente al territorio nella canna da zucchero, seguita dal cotone. Ben diversa fu la complessa vicenda dell’espansione americana degli spagnoli, che si trovarono a realizzare un’opera di conquista e colonizzazione. L’aspetto che ha lasciato il segno è l’organizzazione dell’afflusso di metalli preziosi a Siviglia. Siviglia città di profonde tradizioni stava diventando un centro finanziario molto importante: era l’unico porto abilitato da cui potessero salpare navi per le colonie. I primi prodotti furono ottenuti soprattutto dalle Antille. Fu il momento in cui dalla Spagna furono inviate partite di semi di cereali, agrumi etc. Dalle Antille le pratiche della coltivazione e dell’allevamento si trasferirono nel Continente. Dopo la conquista militare gli spagnoli dovettero confrontarsi con la necessità di arrivare ad un’organizzazione strutturata dei nuovi domini, sull’esempio dei modelli spagnoli. Lo stato spagnolo decise di consentire solo ai veri spagnoli (i castigliani) di emigrare verso le terre americane. I primi europei arrivati avrebbero privilegiato la possibilità di acquisire domini fondiari. In parte si
primi passi verso il grande salto nelle Americhe. Lo zucchero di canna diventò rapidamente la merce maggiormente richiesta nei mercati internazionali, con l'inevitabile corollario della tratta degli schiavi. I portoghesi, acquisita ormai l'egemonia del traffico di canna da zucchero, spostarono in Brasile le proprie basi commerciali, reggendo fino al 1630, finché l'Inghilterra e la Francia non conquistarono le Indie Occidentali. Il '700 fu il secolo della Francia. Gli insediamenti delle Antille francesi, dal 1643, furono utilizzati per la coltivazione di canna da zucchero dopo il fallimento delle piantagioni di tabacco. Le raffinerie gestite dai mercanti di Rouen, Marsiglia e La Rochelle, lavoravano principalmente lo zucchero grezzo di Madeira o del Brasile, accrescendo i loro affari sia attraverso il commercio dello zucchero raffinato, sia ampliando le proprie piantagioni nel Nuovo Mondo. Con l'ascesa dell'illuminismo francese, lo zucchero diventò il principale componente della cucina europea e dell'economia internazionale. Il controllo del commercio dello zucchero fu un fattore significativo nella diplomazia economica francese diventando anche causa di conflitti, in particolare con l'Inghilterra. Il cotone Il cotone ha una storia antica, perché è una delle fibre più usate da oltre 7.000 anni a questa parte. Le prime testimonianze provengono dall' India e da alcune valli peruviane e messicane dove la coltura della pianta del cotone era resa possibile dai fattori climatici. Tra la fine del 1757 e la prima metà dell'ottocento la Gran Bretagna si impadronì dell'india pezzo per pezzo. L'India entrò a far parte dell'impero britannico nel 1800 quando la regina Vittoria fu proclamata imperatrice delle Indie. L'India rimase sotto il dominio inglese all'incirca due secoli. Con la EIC si iniziarono a muovere grandi capitali: comparve la forma della S.p.A. Il cotone è un materiale pregiatissimo che richiede molto lavoro; in particolare occorrevano 15 giorni di lavoro per produrlo. Prima del 150 il filo di cotone non era ancora così forte, in particolare il cotone veniva lavorato in India perché la manodopera era molto bassa. L’attività principale di questi paesi ruotava intorno ai tessuti, infatti possiamo vedere come dalla seta passiamo al cotone. ll dominio inglese dapprima fu un duro sfruttamento per quanto riguardava la fiorente manifattura indiana. L’ingresso della EIC nel commercio indiano introduce la rivoluzione industriale ma ciò fu disastroso per il commercio indiano perché con l’introduzione delle macchine si potevano ottenere tessuti a minor costo. Gli inglesi faceva coltivare il cotone in India, poi lo importava facendolo trasportare in Inghilterra per farlo lavorare con tecniche più avanzate: così i prodotti britannici avevano un costo più volte inferiore di quelli indiani, e talvolta addirittura gli Indiani compravano indumenti e tessuti che erano stati prodotti con lo stesso cotone coltivato in India. L’industria indiana venne meno. La compagnia che esportava i tessuti iniziò a tenere conto delle preferenze dei consumatori in materia di tessuti. La EIC affermò l’arbitrio del gusto, cioè ciò che faceva più tendenza doveva essere indossato oppure si potevano cucire indumenti da far indossare a persone con un titolo importante nella società ad esempio monarchia e nobili così da permettere la diffusione tra il pubblico. Tra il 1720-1740 la EIC importava dall'India circa 700mila tonnellate di bambagia, che diventarono circa 1300 milioni a fine secolo. Nei successivi 75 anni la domanda di cotone aumentò sempre di più. I capi di cotone
dell'India non bastavano più. I coloni inglesi cominciarono a coltivare il cotone nelle regioni calde delle Americhe e delle regioni occidentali dell’India, ma anche così non si è riuscito a rispondere alla domanda di cotone grezzo. Secondo Bayron l’industrializzazione dei paesi occidentali portò la deindustrializzazione di altri paesi. In questo modo l’Egitto si deindustrializza. Bayron dice: “l’Egitto alla fine degli anni 30 è un paese industrializzato; alla fine del 1830, l’Egitto si colloca ad un livello sopra l’Italia e la Russia; dal 41 tutto cambiò: ci fu il trattato commerciale anglo-turco portò all’importazione dei prodotti britannici. Commercio di tabacco e caffè Il tabacco originario dell’America, giunge in Europa nel XVI secolo ad opera degli spagnoli. Il tabacco veniva già fumato in pipe oppure ridotto in rudimentali sigarette costruite con tabacco rivestito di foglie di mais nei riti religiosi degli indiani d’America fin dal I secolo. Il merito della sua diffusione va a Jean Nicot de Villemain, un diplomatico francese che nel 1560 convinse il suo renante a introdurre la coltura in questa pianta in Francia. Solo nel XVIII sec. Tutta l’Europa iniziò a fumarlo. Del caffè fino al XIX secolo non si conoscevano la sua origine: si ipotizzò l’Europa, poi Persia e lo Yemen. Nel XV secolo la conoscenza della bevanda a base di caffe si estese fino in Damasco, al Cairo per arrivare fino ad Istanbul dove il suo consumo avveniva nei luoghi d’incontro dell’epoca. I primi a descrivere la pianta in Europa furono i tedeschi e gli italiani. Per i suoi rapporti commerciali con l’Oriente, Venezia fu la prima a far uso del caffe in Italia. Dal 1650 iniziò a essere importato e consumato in Inghilterra dove comparvero anche i primi caffè (coffeehouse, intesi come circoli e bar). Nel 700 ogni città d’Europa possedeva almeno un caffè. Le residenze mobiliari erano spesso dotate di appositi edifici destinati al consumo del caffè e della cioccolata in tazza, ispirate a quelle dei giardini reali di Sassonia, le prime. Il caffe iniziò ad essere coltivato in larga scala nelle colonie britanniche e in quelle olandesi. La compagna olandese delle Indie Orientali incominciò a coltivare il caffè già nell’ultimo decennio del XVII secolo. Nel 1720 un ufficiale della marina francese salpò alla volta dei Caraibi con 2 piantine di caffè di cui solo una sopravvisse arrivando alla colonia francese della Martinica. Da lì, nei decenni seguenti, le piante si diffusero rapidamente in tutto il centroamerica, Santo Domingo, Guadalupa, Giamaica, Cuba e Portorico. L’industria delle colonie dipendeva esclusivamente dalla pratica della schiavitù, abolita solo nel 1888. Tratta atlantica degli schiavi africani Nel XVI secolo, le grandi potenze europee (Spagna, Portogallo, Inghilterra e Paesi Bassi) iniziarono a creare insediamenti in America. Gran parte dei vantaggi economici erano legati alla creazione di piantagioni (soprattutto di cotone e di zucchero); con la penetrazione portoghese in Brasile, a questo si aggiunse la prospettiva di ricavare dalle colonie risorse minerarie. In entrambi i casi si richiedeva l'uso di grandi quantità di manodopera per il lavoro pesante. Inizialmente, gli europei tentarono di far lavorare come schiavi gli indigeni americani; questa soluzione tuttavia risultò insufficiente, soprattutto a causa dell'alta mortalità delle popolazioni native dovuta a malattie importate dai conquistatori europei (come il vaiolo) e alla loro conformazione fisica non adatta a quel genere di lavoro. Nello stesso periodo, gli europei entrarono in contatto con la pratica nordafricana di far schiavi i prigionieri di guerra. I re locali delle regioni nella zona dei moderni Senegal e Benin spesso barattavano questi schiavi con gli europei. Gli schiavi africani erano decisamente più adatti, dal punto di vista fisico, a sopportare il lavoro forzato, perciò i portoghesi e gli spagnoli se li procurarono per mandarli nelle colonie americane, dando inizio al più grande commercio di schiavi della storia, quello attraverso l'Oceano Atlantico. Le loro rotte costituirono il cosiddetto commercio triangolare, il cui elemento portante per circa quattro secoli fu la domanda europea di zucchero, cotone e altri prodotti di piantagione, e che collegava le economie di tre continenti attraverso un percorso che può essere schematicamente riassunto in tre tappe: 1. Le navi lasciavano i porti dell’Europa alla volta dell’Africa con beni e mercanzie utili all’acquisto degli schiavi (armi, polvere da sparo, tessuti, perle, rum); 2. Ultimato il carico di schiavi lungo le coste africane, le navi facevano rotta per il Brasile o i Caraibi, dove gli schiavi finivano a lavorare nelle
aggiunge un’affermata agricoltura molto evoluta. Nella seconda metà del ‘500 i Paesi Bassi iniziarono una lunga lotta per l’indipendenza dall’impero spagnolo; le cause furono i motivi religiosi e la difesa di antiche autonomie municipali. L’azione repressiva inasprì la lotta e portò, nel 1581, alla divisione dei Paesi Bassi. La regione meridionale rimase sotto il controllo spagnolo mentre la settentrionale dichiarò l’indipendenza nel luglio di quell’anno. Fu decisivo l’appoggio dell’Inghilterra e la superiorità in mare che segnò l’inizio del declino spagnolo. Dopo 40 anni di guerra, questa giovane nazione era la più sviluppata d’Europa; uno dei fattori che ne favorì il successo fu il grande esodo di protestanti dalle province meridionali. Amsterdam e l’intera Olanda divenne il centro propulsivo dello sviluppo, mentre ci fu la decadenza di Anversa determinata dal blocco del porto, imposto dagli olandesi. La flotta olandese era superiore a quella spagnola e francese e rivaleggiava alla pari con quella inglese. La cantieristica olandese era all’avanguardia e costruiva navi migliori a minor costo. Con questo vantaggio tecnologico e con avanzate conoscenze in campo finanziario e commerciale gli olandesi assunsero il controllo del commercio internazionale e Amsterdam divenne il centro della più ampia rete di commerci esistente. Il vero salto di qualità avvenne quando gli Olandesi si inserirono nei commerci con l’Oriente (compagnia olandese delle Indie orientali: VOC, fondata nel 1602), superando il predominio portoghese. Il successo olandese fu legato, oltre al commercio, anche al grande sviluppo manifatturiero e delle aree agricole. Oltre all’importante industria tessile, anche altre attività di trasformazione conobbero grande sviluppo, come lo zuccherificio e la cantieristica. Un grandioso sistema di dighe e idrovore allargò di parecchio la superficie coltivabile ed il risultato fu una produttività superiore alla media europea e la possibilità di utilizzare manodopera contadina anche in attività manifatturiere. Il ruolo olandese sarebbe stato ridimensionato solo dall’inizio della rivoluzione industriale. A causa della guerra con la Spagna, gli olandesi non poterono più contare sul sale portoghese per conservare il pesce del nord che trasportavano in tutta Europa, così non esitarono a gettarsi nelle avventure coloniali, soprattutto in Asia. Le navi portoghesi partivano da Lisbona praticamente vuote, con a bordo solo l’argento necessario per acquistare i prodotti, mentre le olandesi erano sempre cariche perché usavano come merce di scambi i manufatti e non solo i metalli preziosi. La VOC derivava dalla fusione di preesistenti compagnie che si erano impegnate nel commercio con l’Asia. Il colonialismo olandese esigeva prestazioni lavorative da parte degli indigeni e per fare questo si assicurava l’appoggio militare ai principi locali, ma non si impegnavano mai in campagne militari. La compagnia imponeva alle autorità locali le proprie ragioni di scambio ed il prezzo dei prodotti coloniali era estremamente favorevole per gli olandesi. Questo colonialismo riusciva a conciliare la massimizzazione dei profitti con un contenimento estremo dei costi di gestione. La compagnia olandese delle Indie occidentale nacque, invece, nel 1621 e si differenziò da quella orientale perché cercò di costruire colonie più radicate per eliminare la competizione spagnola e portoghese. La colonia comprendeva New York, allora chiamata Nuova Amsterdam, alcune isole nei Caraibi, nelle Antille. Il successo non durò a lungo a causa delle rivalità degli inglesi nel nord America. Nuova Amsterdam dovette essere ceduta agli inglesi che la ribattezzarono New York. Proprio a seguito di questa sconfitta l’Olanda ripristinò la sua vecchia strategia coloniale. La Francia Dal punto di vista strettamente economico, la Francia visse un leggero progresso, fino alla metà del XVII secolo. A partire dal 1660 la crescita si fece più sostenuta. La Francia dell’età moderna si contraddistingueva per una bassa densità demografica. La grande maggioranza della popolazione francese viveva nelle campagne con una percentuale di contadini nettamente superiore alla media dell’Europa Occidentale. Gli storici sono per lo più concordi nel riconoscere il ‘600 come un secolo di stagnazione o addirittura di leggero regresso, soprattutto della Francia. Fino al 1630 l’industria tessile fece segnare una costante, benché contenuta, crescita. Ma a partire dalla prima grave crisi demografica a livello continentale, queste manifatture entrarono in una profonda recessione, che durò almeno fino alla metà del secolo. A partire dal 1660 la tendenza si inverte. I contadini vennero impegnati soprattutto nella filatura e nella tessitura. Sotto l’influsso di
un forte sostegno statale e di una politica doganale estremamente protettiva, la Francia conobbe un vigoroso impulso nella produzione di oggetti di lusso. Lo sviluppo delle grandi manifatture aveva lo scopo di accrescere le capacità produttive ma anche di perseguire una più solida pace sociale. Durante il regno di Luigi XIV l’industria francese raggiunse i vertici mondiali nella produzione di beni di lusso. Il Regno di Francia fu l’ultimo ad impegnarsi nelle imprese transoceaniche. La compagnia francese delle Indie Orientali venne fondata nel 1604. Fu Richelieu a intuire per primo la grande importanza dello sviluppo coloniale, soprattutto in funzione anti-spagnola. Nel 1626 i francesi organizzarono alcuni insediamenti in Guyana e nelle Antille e in Canada dove nel 1641 venne fondata Montreal. In altre aree la colonizzazione ebbe maggior successo come in Africa. Colbert diede nuovo impulso alla colonizzazione perché sottopose le due compagnie principali, le orientali e le occidentali ad una radicale ristrutturazione. In Nord America venne ampliato il commercio di pellicce e questo provocò un peggioramento del conflitto con gli indigeni e venne fondata una nuova colonia, la Louisiana. Nel 1682 le navi della compagnia delle Indie orientali vennero affittate ad una società privata. Il colonialismo francese conobbe il suo apogeo nei 2 secoli successivi partendo proprio dalle basi gettate da Richelieu e Colbert in Africa e nell’estremo oriente nel corso del ‘600. L’Inghilterra Il 1600 è un secolo di forti conflitti e di nuovi assetti costituzionali, con nuove classi sociali al comando. Nel XVI secolo l’Inghilterra si trasformò da paese esportatore di materia prima a paese esportatore di prodotti finiti (tessuti di lana). Tali tessuti aprirono agli inglesi anche i mercati del nord Europa e del Mediterraneo. Tra i settori trainanti vi fu anche l’industria siderurgica, poco diffusa in passato, ma che ebbe uno sviluppo rapido. Il settore trainante dell’economia inglese fu il commercio. Alla fine del secolo la marina inglese era la migliore al mondo. Nel 1602 venne fondata la compagnia inglese delle Indie Orientali, l’unica in grado di competere con la VOC olandese in Asia e soprattutto in India. La Virginia Company era la compagnia che gestiva la colonizzazione nel nord America e che portò oltre oceano agricoltori e commercianti. Nell’America del Sud la penetrazione fu più difficoltosa, ma gli inglesi si assicurarono, comunque, nell’Atlantico i due commerci più lucrosi: schiavi e zucchero. Londra divenne, al pari di Amsterdam, una nazione colonizzatrice ed esperta nella riesportazione. Alla base dell’espansione vi era sicuramente il progresso agricolo, con grandi incrementi della superficie coltivabile e l’uso più massiccio di fertilizzanti. Un altro settore che conobbe un’evoluzione decisiva fu quello creditizio: l’aumento dei servizi e delle tecniche andò di pari passo con un continuo calo dei tassi d’interesse. IL MERCANTILISMO definizione dizionario Sistema di politica economica (detto anche sistema mercantile o mercantilista) tipico delle grandi monarchie assolute del Seicento e del Settecento, le quali miravano ad accrescere la ricchezza e quindi la coesione e la potenza dello stato attraverso interventi nell’economia (politiche indirizzate ad aumentare la disponibilità di moneta entro lo stato, politiche di restrizioni alle importazioni e provvedimenti atti a stimolare le esportazioni, ecc.) basati sul principio che il commercio internazionale fosse da favorire soltanto fino a quando conduceva a un attivo della bilancia commerciale. Il termine, introdotto dai fisiocrati, fu poi ripreso e largamente diffuso dalle critiche che a tale concezione furono mosse dall’economista e filosofo ing. Adam Smith (1723-1790). Il mercantilismo Il mercantilismo aveva come obiettivo principale il raggiungimento dell’attivo nella bilancia commerciale. Era indispensabile aumentare la capacità produttiva del paese, incoraggiare le produzioni destinate all’esportazione e scoraggiare l’importazione di merci estere eccetto le materie prime, occupandosi poco dell’agricoltura. L’elemento centrale del mercantilismo era il seguente: per svilupparsi, un paese deve essere autosufficiente e dipendere il meno possibile dall’estero: deve produrre ricchezza all’interno, venderla all’estero e accumulare, in cambio, riserve di metalli preziosi. La politica economica mercantilistica si sviluppò contemporaneamente agli stati nazionali come Francia, Spagna, Portogallo e Inghilterra. Questi eliminarono le barriere commerciali interne ereditate dal Medioevo e incoraggiarono la nascita e lo sviluppo dell’industria, che rappresentava una fonte di entrate necessaria al mantenimento dei grandi eserciti e degli altri
colonie americane. L’Inghilterra ebbe solo la British East India Company (EIC compagnia britannica delle Indie orientali), sorta a Londra nel 1600, quando la regina Elisabetta I le accordò una patente reale che conferiva alla Compagnia il monopolio del commercio nell’oceano Indiano per 21 anni. Gli olandesi, grazie alla Compagnia commerciale delle Indie orientali (la celebre VOC, ovvero Vereenigde Oostindische Compagnie, fondata nel 1604), occuparono sulle rotte per l’Asia molte delle basi che erano state fondate, un secolo prima, dai portoghesi: acquisirono così una posizione dominante nei commerci da e per l’Estremo Oriente. In Olanda sorse anche (1621) una Compagnia delle Indie occidentale, che aveva il monopolio della tratta degli schiavi dall’Africa verso le Americhe. Ultimi giunsero i francesi. Nel 1635 nacque la Compagnia francese delle Indie occidentali, con il monopolio dei commerci da e per il Canada (il Québec era divenuto colonia francese nel 1611); essa però fu ben presto soppiantata dalla rivale Compagnia olandese delle Indie occidentali. Più tardi, nel 1664, su impulso del ministro Colbert, nacque la Compagnia francese delle Indieorientali. Anch’essa però subì la concorrenza inglese e olandese e dichiarò bancarotta all’inizio del Settecento. Lo sviluppo economico europeo nel XVIII secolo il 700 è definito come un periodo di cambiamenti che segnarono uno spartiacque fondamentale tra l’Europa medievale, moderna e contemporanea. Nel 700 si intensificarono gli scambi commerciali tra i diversi continenti del mondo, in particolare con quelle regioni dell’America, dell’Africa e dell’Asia colonizzate dalle potenze europee. Nel 1780 le potenze europee controllavano circa ¾ di tutto il commercio internazionale. La rivoluzione nei trasporti e nelle comunicazioni Alla fine del ‘700 la velocità di spostamento era vincolata dall’uso della forza animale o dalla navigazione. La ferrovia, la nave a vapore e il telegrafo aprirono una nuova era tanto nei trasporti via terra e via mare quanto nelle comunicazioni. I nuovi mezzi non furono un elemento decisivo per la rivoluzione industriale, ma ne determinarono una forte accelerazione e una continua estensione. Il trasporto divenne una parte rilevante dei mezzi di produzione, non più solo uno strumento mercantile e di scambio. Sui canali e sulla rete stradale si diressero fino agli anni Quaranta dell’800 i principali investimenti. In Inghilterra la manutenzione stradale passò dalle parrocchie, che si avvalevano di corvées, ai consorzi di pedaggio. In molte parti d’Europa solo le strade maggiori venivano tenute in buone condizioni, in primo luogo per il facile spostamento delle truppe. La Francia era il Paese europeo con la migliore rete di comunicazione. Il continuo spostamento di truppe impose la necessità di costruire routes impériales anche nel nord Italia, nel Belgio e in Germania. In Italia si dovette attendere l’unità per il potenziamento della rete viaria. Con l’avvento della ferrovia il trasporto a cavallo cadde in disuso sulle lunghe distanze, mentre per gli spostamenti brevi restò il mezzo principale fino al primo ‘900. Fiumi e acque interne costituivano da sempre la più comoda e meno onerosa via commerciale. Nel 1812 aveva fatto il suo esordio il primo vapore europeo, il Comet. In generale, i canali risentirono della crescente concorrenza della ferrovia. Essa fu l’innovazione con più successo del XIX secolo, grazie a una migliore organizzazione, rapidità e versatilità del servizio. La locomotiva (1825) fu la più importante invenzione nei trasporti dell’800. Da allora l’evoluzione tecnica seguì due direzioni: la ricerca di una velocità elevata e la ricerca del massimo di energia possibile in grado di consentire trasporti di massa. All’inizio del XX secolo, il 70% del chilometraggio mondiale apparteneva a compagnie capitalistiche, il restante 30% allo Stato. In Europa le linee secondarie ridussero considerevolmente la redditività degli investimenti favorendo all’inizio del secolo la statalizzazione delle ferrovie. Le ferrovie raggiunsero la massima densità nell’area nord – atlantica. Il sistema ferroviario rappresentò un nuovo settore ad alta tecnologia che attraeva potenziali investitori. In Inghilterra esso rappresentò un fattore essenziale nel sostenere l’industrializzazione già in atto. La costruzione delle reti ferroviarie assunse un forte ruolo di modernizzazione dando impulso all’industria metalmeccanica, attivando sistemi di finanziamento ad hoc e sistemi di gestione su larga
scala. L’affermazione della nave a vapore fu molto più graduale di quella della ferrovia. Dall’evoluzione delle golette prese forma il clipper a quattro alberi, massima espressione della tecnologia della vela, che attraversava l’atlantico in 12-14 giorni. Alcuni velieri cominciarono poi ad adottare le innovazioni introdotte sui piroscafi: scafo in ferro e piccole macchine a vapore per meccanizzare i servizi di bordo. Fino al 1850 i progressi del vapore furono più sensibili nella navigazione fluviale che in quella marittima. Fu attorno al 1860 che si verificarono progressi decisivi: ad esempio il ferro e l’acciaio sostituirono il legno nella costruzione egli scafi, comportando una riduzione delle spese di manutenzione e l’usura, l’elica eliminò definitivamente la ruota a pale e verso il 1880 sparì la velatura ausiliaria. Il vapore, inoltre, era un’innovazione labour saving, poiché consentiva di ridurre gli equipaggi, ma il costo della nave era il 50% in più rispetto ad una imbarcazione di legno. Dal 1860 – 65 i piroscafi ebbero il monopolio del traffico dei passeggeri e degli emigranti verso gli Stati Uniti e anche quello del trasporto delle merci pregiate. All’inizio del XX secolo acquisirono una definitiva supremazia. La predominanza inglese in materia di costruzione navale rimase un elemento chiave fino alla prima guerra mondiale. Le nuove imprese si specializzarono nella sola funzione di trasporto. Prima del XIX secolo non esisteva un servizio regolare di navigazione oceanica. Una delle opere fondamentali del XIX secolo fu l’apertura del canale di Suez che mise in comunicazione il Mediterraneo e il Mar Rosso. Si progettò anche il canale di Panama che venne ripreso e completato dagli Stati Uniti con finanziamenti governativi nel 1914. I mezzi di trasporto possono svolgere una funzione “passiva” (trasferimento spaziale di beni e persone) ed una “attiva” (promotori e moltiplicatori dello sviluppo). Le maggiori conseguenze furono i ribassi dei prezzi dei noli marittimi e la discesa costante delle tariffe ferroviarie. Le città poterono rifornirsi più facilmente di derrate alimentari, energia e beni di consumo. La geografia economica venne cambiata. In generale, le ferrovie facilitarono l’integrazione dei mercati nazionali ed internazionali e una più razionale allocazione di risorse economiche. La costruzione delle reti ferroviarie nazionali innescò una catena con altri settori del sistema economico. Tra le prime, la mobilitazione del credito per finanziare gli investimenti. La ferrovia giocò il ruolo di motore dello sviluppo economico. Importante innovazione fu il telegrafo ottico (sistema di trasmissione di segnali tra postazioni in contatto visivo) presentato durante la rivoluzione francese (1792) dal fisico Claude Chappe. Dal 1830 il suo uso si aprì anche alla comunicazione commerciale contribuendo alla propaganda dei “sistemi di rete”. La simbiosi telegrafo/ferrovia estese così i suoi effetti anche al mercato finanziario: la “railways mania" degli anni 1840 – 1850 ampliò l’attività della Borsa di Londra facendo sorgere una dozzina di borse in provincia che comunicavano grazie al telegrafo”. Anche nel telegrafo le risorse finanziarie vennero in certi casi dal pubblico per poi passare al privato (USA) o viceversa. Il passaggio di informazioni divenne ancora più rapido con l’avvento del telefono (Bell,
Paesi. Il panorama economico e politico dell'Europa fu modificato per il raggiungimento di livelli considerevoli di sviluppo industriale, che spinse i ceti imprenditoriali di diverse nazioni a chiedere protezione da una concorrenza sempre più elevata. Nel frattempo una crisi economica, a partire dal 1873, rese la competizione sui mercati nazionali ed internazionali più difficile; Altro fattore fu l'affermazione del nazionalismo e dell' imperialismo che modificò il clima delle relazioni internazionali. Le guerre austro-prussiane e franco-prussiane crearono una serie di tensioni politiche, che portarono verso la prima guerra mondiale. Le imprese coloniali portarono ad una serie di scontri diplomatici sula spartizione delle terre soprattutto in Africa. L'abbandono di posizioni liberiste da parte di importanti nazioni produssero effetti a catena e vere e proprie rincorse al protezionismo. Dagli anni Settanta la crisi dell'agricoltura per effetto della concorrenza dei grani americani e russi fu tra i principali fattori che indussero altri Paesi europei all'adozione del protezionismo creando le condizioni per una coalizione di interessi tra i proprietari fondiari, penalizzati dal ribasso dei prezzi agricoli, e gli industriali, colpiti dalla caduta dei consumi. Il protezionismo trovò la prima forte applicazione negli ultimi decenni dell'Ottocento nella Germania di Bismarck, seguita dall'Italia di Depretis e Crispi, paesi allora privi di impero coloniale e di uno sviluppato sistema industriale. Questa svolta provocò la reazione politica ed economica degli altri paesi avanzati, con l'apertura di vere e proprie "guerre commerciali", tra le quali molto grave per l'agricoltura italiana, soprattutto del Sud, fu la "guerra delle tariffe" che contrappose Francia e Italia tra il 1888 e il 1892, in seguito all'adozione italiana di tariffe protezionistiche. Prima del 1914 tutta l'Europa ritornò su posizioni più o meno protezioniste. Il gruppo libero-scambista si ridusse alle nazioni con il commercio più sviluppato dell'Europa nord-occidentale. Unificazione Grazie alla moneta la quantità di moneta presente in circolazione dipendeva dalle quantità degli scambi. Ma la moneta non può svilupparsi senza un territorio. La presenza delle monarchia permetteva attraverso le guerre l’estensione del territorio ma questo rappresenta anche un rovescio della medaglia rappresentato dal fatto che attraverso le guerre si consuma il denaro. Tutti i metalli in spagna erano utilizzati per le guerre, invece l’Inghilterra trovandosi in un periodo di massima espansione dovuta dalla rivoluzione industriale si trovava al centro dello sviluppo europeo. I paesi successivamente si unificarono comportando l’unificazione della moneta; la formazione di strade che uniscono i paesi europei; i mercati unici si svilupparono e le leggi a livello comunitario dovevano essere rispettate da tutti. la nascita dello stato nazionale (in Francia, Spagna, Inghilterra, Portogallo) era requisito fondamentale che era ancora sconosciuto all’Italia e alla Germania che erano frazionati in tanti stati autoritari. Ma in Italia la situazione era estremamente delicata in quanto avevano l’incorporazione di alcun comun della zona centro-settentrionale. Fino alla metà del 1500 in Italia occorre sempre più denaro per migliorare le navi, le infrastrutture, l’esercito. Nel 1800 assisteremo anche all’unificazione dell’Italia. Gli Stati iniziarono ad affermarsi attraverso le guerre condotte dall’esercito, ma essi avevano bisogno di denaro per poter mantenere tutto questo apparato, per questo lo stato attiva una politica finanziaria che sia in grado di finanziare tutte queste spese e evitare che altri stati li possono conquistare. L’Italia istituì delle fabbriche che non funzionarono perché producevano dei prodotti con prezzi troppo alti sul mercato; questa azione venne fortemente criticata dal liberismo. Nel 1800 lo sviluppo economico creava una contrapposizione fra gli stati, attraverso le guerre nazismo e comunismo alla fine si arrivò ad una soluzione. In particolare dopo questi eventi ricordiamo l’unificazione dell’Europa. Lo stato era ed è ancora oggi l’ente che ha il controllo del territorio ed il monopolio della violenza. Ad esempio mafia, camorra hanno la capacità di esercitare la violenza insieme allo Stato, infatti questo spiega perché ancora oggi molti paesi del sud sono arretrati. Imperialismo e Colonialismo A partire dalla seconda metà del XIX secolo le grandi potenze industriali iniziarono a lottare per la spartizione
economica e politica di gran parte del mondo. Esse avevano innanzitutto motivazioni d’ordine economico: favorivano l’esportazione di capitali, che per espandersi avevano bisogno di essere investiti anche in mercati stranieri e permettevano sbocchi alla crescente produzione industriale. L’imperialismo ebbe come carattere principale l’espansione coloniale per l’approvvigionamento di materie prime, per esportare capitali e per la creazione di nuovi mercati. Una seconda fase del colonialismo è quella iniziata nel 19° secolo, di cui furono protagoniste soprattutto Gran Bretagna e Francia, seguite da Belgio, Germania e Italia. La trasformazione fu, in primo luogo, di carattere amministrativo: la direzione politica delle colonie venne sottratta alle compagnie private e passò direttamente al governo. La Francia occupò Algeria, Tunisia, Marocco, Africa Equatoriale, Madagascar e Indocina. l’impero coloniale britannico in Africa comprende l’Egitto, poi il Sudan, la Rodesia, la Colonia del Capo, il Kenya e l’Uganda. La Germania ottenne L’Africa del Sud-Ovest, il Camerun e il Togo. Le colonie italiane in Eritrea, Somalia e Libia furono un insuccesso politico ed economico. L’unico paese che aveva uno stretto legame economico con le colonie era l’Inghilterra che commise, tuttavia, l’errore di concentrarsi sui prodotti tipici della prima rivoluzione industriale, creando un fenomeno di immobilità produttiva. Solo dopo la Seconda guerra mondiale prese avvio il cosiddetto processo di decolonizzazione: finì così la lunga storia del colonialismo, con la liberazione dei paesi sottomessi al controllo delle potenze europee e la conseguente nascita di molti nuovi Stati nazionali. Non scomparvero tuttavia ingerenze di vario genere (soprattutto di carattere economico) da parte dei paesi ex coloniali nei confronti di quelli del Terzo e Quarto Mondo. Le bilance dei pagamenti e il gold standard Con l’allargamento dei mercati, prese corpo una vera e proprio economia internazionale, che imponeva ad ogni Paese di prestare attenzione alla propria bilancia dei pagamenti. La bilancia dei pagamenti è per definizione in pareggio. Lo squilibrio si colloca a livello di bilancia delle partite correnti (che è la somma di bilancia commerciale, partite invisibili, rimesse, bilancia degli interessi e dei dividendi). Se il saldo è positivo si dovrà ricorrere ad esportazioni di capitali, se è negativo a riserve o prestiti. Sebbene la bilancia commerciale britannica fosse costantemente in deficit (gli emigrati trasferivano più di quanto facessero rientrare in patria), l’aumento continuo degli investimenti inglesi all’estero accrebbe il saldo delle partite correnti, delle entrate per dividendi e per interessi, fino a registrare una bilancia (totale) dei pagamenti positiva e permanente! Questo fu uno dei principali elementi di forza della sterlina, che divenne la moneta di riferimento in un sistema monetario internazionale definito gold standard, dove tutte le valute potevano essere convertite nel sistema aureo. Economia internazionale Nel 1914 la G.B. controllava ancora il 14% del commercio internazionale (lana, cacao, indaco, legno, grano, gomma etc.), ma era in forte decrescita, quasi raggiunto da Germania e Stati Uniti. La percentuale di investimento del surplus all’estero vede il dominio inglese col 43%. Stavano, però, prendendo piede gli Stati Uniti, sebbene il centro del Mondo fosse ancora l’Europa (l’80% delle esportazioni europee era comunque diretta all’interno del continente). Londra era il principale porto mondiale ed il principale mercato finanziario e borsistico (nacquero i brokers). Gli anni dal 1900 al 1914 erano quelli della Belle Époque e dell’Inghilterra eduardiana. L’economia mondiale risultava globalizzata e visse un periodo di grande prosperità.
l'età della globalizzazione in cui l'integrazione dei mercati si è compiuta. Ci sono tre fasi. La prima fase dura fino alla rivoluzione industriale e abbiamo l'integrazione dei mercati di singole merci; la seconda fase avviene tra il 1800 al 1980 ed è un'integrazione dei mercati di produzione industriale accentrata; la terza fase fino ai giorni nostri è un'integrazione dei mercati nella fase della produzione industriale decentrata. La rivoluzione della tecnologia dell'informazione e della comunicazione riguarda la trasmissione delle informazioni rete e diffusione della banda larga hanno cambiato il modo di produrre introducendo una frammentazione fra imprese e paesi in fasi o mansioni che
contribuito per circa il 50% alla crescitamondiale: ci riferiamo al Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica (BRICS). In particolare la Cina, che nel 1970 era l’ottavo Paese mondiale per prodotto interno lordo, nel 2014 ha superato gli Stati Uniti, diventando il primo Paese. Anche la sua quota di esportazioni è la più elevata a livello mondiale, dopo che nel 2009 ha superato Germania e Stati Uniti. La crisi sembra ora aver parzialmente ridimensionato tali Paesi, in particolare il Brasile e la Russia, quest’ultima in sofferenza economica anche per la caduta del prezzo delle materie prime energetiche e la svalutazione del rublo.
ambiti di sviluppo: • le relazioni con i Paesi aspiranti all’ammissione; • le relazioni con i Paesi poveri;