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Storia greca appunti bearzot, Appunti di Storia

Appunti del libro Bearzot di storia greca

Tipologia: Appunti

2020/2021

Caricato il 16/02/2023

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1. LA FORMAZIONE DELLA CIVILTÀ GRECA
1. PREISTORIA E PROTOSTORIA
Durante il Paleolitico, tracce di occupazione umana si riscontrano in Grecia a partire dalla Tracia, dalla
Penisola Calcidica e dalla Tessaglia, per estendersi poi alla Beozia, all’Agrolide, all’Eubea e alle isole ioniche.
Con il VII millennio, inizia il processo di sedentarizzazione che conduce al Neolitico. Si formano comunità
stabili, la cui popolazione è dedita ad agricoltura e allevamento e compaiono la ceramica e gli strumenti in
pietra levigata.
Il Bacino dell’Egeo appare caratterizzato da intense relazioni. Le caratteristiche degli insediamenti neolitici e
della ceramica inducono a ipotizzare relazioni con il Vicino Oriente e l’area balcanica.
La transizione dal Neolitico all’Età del Bronzo corrisponde a un notevole ampliamento dei circuiti di
scambio. I centri più importanti si spostano dalle zone settentrionali che si riducono a un ruolo marginale, a
quelle meridionali, dove si svilupperanno le grandi civiltà dell’Età del Bronzo.
Nel corso di questa epoca, si assiste a un’ulteriore crescita delle relazioni e degli scambi, grazie soprattutto
alla scarsità della metallurgia in area egea.
Si formano così diverse aree regionali accumunate da elementi culturali di carattere “internazionale”.
2. LA CIVILTÀ MINOICA
Verso la fine del III millennio, l’Egeo si scinde in sue aree. Creta e le Cicladi sono caratterizzate
dall’espansione delle città, dall’adozione del sistema palaziale e dal mantenimento di un intenso livello di
scambi; nel Peloponneso e nella Grecia centrale e settentrionale si registra invece una significativa
regressione culturale.
L’isola di Creta svolge per tutta la prima metà del II millennio un ruolo di primo piano, sia durante il periodo
dei primi che dei secondi palazzi. Durante la seconda fase palaziale, i palazzi già esistenti vengono
ricostruite in forme più complesse. Tale fase è caratterizzata dall’egemonia di Cnosso, che impone sull’isola
una significativa unità culturale.
Nel 1450 fa la sua comparsa a Creta la “LINEARE B”, elaborata nella Grecia continentale e la sua presenza a
Creta sembrano testimoniare la conquista dell’isola da parte dei micenei.
3. LA CIVILTÀ MICENEA
Il passaggio al Bronzo medio (2000 ca) raca tracce di profondi sconvolgimenti, attribuiti all’arrivo di
popolazioni indoeuropee e a processi evolutivi di lunga durata, dovuti a tali infiltrazioni.
Tra il XVI e il XV secolo, comunità micenee si organizzano in vaste aree della Grecia centro-meridionale con
procedure amministrative di tipo palaziale.
Nel corso del XV secolo inizia l’espansione nell’Egeo. A Cipro, in Asia Minore e in Egitto essi sostituiscono la
presenza cretese.
Nel XIV-XIII secolo, la cultura micenea è al suo apogeo. Con la conquista di Creta (1380) i micenei
subentrano nella gestione delle rotte commerciali del mediterraneo orientale.
Il cuore del palazzo, il megaron, è la struttura di rappresentazione del signore, il wanax; una struttura
analoga è riservata al lawagetas, il capo militare.
4. L’ETÀ OSCURA
Nel corso del XIII secolo, i palazzi di Pilo, Micene, Tebe, Tirinto subiscono una prima distruzione. Dopo la
ricostruzione (1200) si ha però una seconda serie di distruzioni, che causano conseguenze molto gravi per il
sistema politico, sociale ed economico.
I palazzi e le fortificazioni decadono e scompaiono e, con la dine del XII secolo, lo spopolamento caratterizza
la maggior parte del continente greco e delle isole.
Nel corso dell’XI secolo si ha il passaggio a nuove forme di civiltà, testimoniato dal cambiamento degli usi
funerari, dall’introduzione dello stile geometrico nella ceramica e dal passaggio alla metallurgia del ferro.
La fine della civiltà micenea risulta essere l’esito di una serie di cause convergenti, che provocano una lenta
e inesorabile recessione. La crisi dell’economia palaziale fece della pastorizia la principale risorsa e
determinò la dispersione della popolazione.
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1. LA FORMAZIONE DELLA CIVILTÀ GRECA

1. PREISTORIA E PROTOSTORIA

Durante il Paleolitico, tracce di occupazione umana si riscontrano in Grecia a partire dalla Tracia, dalla Penisola Calcidica e dalla Tessaglia, per estendersi poi alla Beozia, all’Agrolide, all’Eubea e alle isole ioniche. Con il VII millennio, inizia il processo di sedentarizzazione che conduce al Neolitico. Si formano comunità stabili, la cui popolazione è dedita ad agricoltura e allevamento e compaiono la ceramica e gli strumenti in pietra levigata. Il Bacino dell’Egeo appare caratterizzato da intense relazioni. Le caratteristiche degli insediamenti neolitici e della ceramica inducono a ipotizzare relazioni con il Vicino Oriente e l’area balcanica. La transizione dal Neolitico all’Età del Bronzo corrisponde a un notevole ampliamento dei circuiti di scambio. I centri più importanti si spostano dalle zone settentrionali che si riducono a un ruolo marginale, a quelle meridionali, dove si svilupperanno le grandi civiltà dell’Età del Bronzo. Nel corso di questa epoca, si assiste a un’ulteriore crescita delle relazioni e degli scambi, grazie soprattutto alla scarsità della metallurgia in area egea. Si formano così diverse aree regionali accumunate da elementi culturali di carattere “internazionale”.

  1. LA CIVILTÀ MINOICA Verso la fine del III millennio, l’Egeo si scinde in sue aree. Creta e le Cicladi sono caratterizzate dall’espansione delle città, dall’adozione del sistema palaziale e dal mantenimento di un intenso livello di scambi; nel Peloponneso e nella Grecia centrale e settentrionale si registra invece una significativa regressione culturale. L’isola di Creta svolge per tutta la prima metà del II millennio un ruolo di primo piano, sia durante il periodo dei primi che dei secondi palazzi. Durante la seconda fase palaziale, i palazzi già esistenti vengono ricostruite in forme più complesse. Tale fase è caratterizzata dall’egemonia di Cnosso, che impone sull’isola una significativa unità culturale. Nel 1450 fa la sua comparsa a Creta la “LINEARE B”, elaborata nella Grecia continentale e la sua presenza a Creta sembrano testimoniare la conquista dell’isola da parte dei micenei.
  2. LA CIVILTÀ MICENEA Il passaggio al Bronzo medio (2000 ca) raca tracce di profondi sconvolgimenti, attribuiti all’arrivo di popolazioni indoeuropee e a processi evolutivi di lunga durata, dovuti a tali infiltrazioni. Tra il XVI e il XV secolo, comunità micenee si organizzano in vaste aree della Grecia centro-meridionale con procedure amministrative di tipo palaziale. Nel corso del XV secolo inizia l’espansione nell’Egeo. A Cipro, in Asia Minore e in Egitto essi sostituiscono la presenza cretese. Nel XIV-XIII secolo, la cultura micenea è al suo apogeo. Con la conquista di Creta (1380) i micenei subentrano nella gestione delle rotte commerciali del mediterraneo orientale. Il cuore del palazzo, il megaron , è la struttura di rappresentazione del signore, il wanax ; una struttura analoga è riservata al lawagetas , il capo militare.
  3. L’ETÀ OSCURA Nel corso del XIII secolo, i palazzi di Pilo, Micene, Tebe, Tirinto subiscono una prima distruzione. Dopo la ricostruzione (1200) si ha però una seconda serie di distruzioni, che causano conseguenze molto gravi per il sistema politico, sociale ed economico. I palazzi e le fortificazioni decadono e scompaiono e, con la dine del XII secolo, lo spopolamento caratterizza la maggior parte del continente greco e delle isole. Nel corso dell’XI secolo si ha il passaggio a nuove forme di civiltà, testimoniato dal cambiamento degli usi funerari, dall’introduzione dello stile geometrico nella ceramica e dal passaggio alla metallurgia del ferro. La fine della civiltà micenea risulta essere l’esito di una serie di cause convergenti, che provocano una lenta e inesorabile recessione. La crisi dell’economia palaziale fece della pastorizia la principale risorsa e determinò la dispersione della popolazione.

Nacque così una società decentralizzata, caratterizzata dalla competizione tra capi rivali (“ basileis ”). La migrazione ionica contribuì alla nascita di un’identità ionica e alla nascita della Dodecapoli ionica, riunita intorno al santuario di Poseidone a Capo Micale; in seguito, Atene si appropriò della tradizione sulla migrazione ionica, attribuendone la guida ai figli del re attico Codio per accreditarsi come madrepatria e paladina degli ioni d’Asia.

  1. L’ALTO E MEDIO ARCAISMO  Alto arcaismo 1000-  Medio arcaismo 730- La Grecia alto-arcaica ha ancora una spiccata caratterizzazione regionale. Sono distinguibili zone diverse: una Grecia occidentale complessivamente arretrata, dove però, fin dal XI secolo, acquisisce grande importanza, nel Peloponneso, il santuario di Olimpia; una Grecia centrale, relativamente unitaria sul piano culturale; l’Attica, aperta ai contatti con l’Oriente. La caratterizzazione regionale si riflette anche nella lentezza con cui i greci si autodefiniscono e dalla formazione del loro nome. Omero, per designare i greci in generale usa “achei” o “danai”. La maggior parte delle notizie sulla Grecia di quest’epoca deriva dai poemi omerici. Secondo quanto dice l’autore, il potere del re venne progressivamente limitato dalla formazione do un’aristocrazia, divida in casate e fratrie. Un’accelerazione dei processi che conducono alla fine dell’età oscura si registra in Attica, Eubea, Agrolide e nella zona dell’Istmo, con la formazione delle prime poleis. Esse presentano la divisione tra acropoli e asty e il fattore religioso diventa primario nella definizione di identità cittadina. (Nel corso dell’VIII secolo si forma la triade altare/tempio/ temenos ). Ai diversi fattori evolutivi va infine accostata l’acquisizione della scrittura alfabetica, nata dall’adattamento al greco dell’alfabeto fenicio. La scrittura alfabetica non fu usata solo per scopi commerciali: essa trovò applicazione nell’uso privato, nella poesia e, infine, in ambito pubblico e culturale. 5.1 πόλεις e stati federali Il processo di formazione della polis si estende per un lungo arco cronologico e presuppone alcuni fattoti che segnalano il superamento delle caratteristiche dell’età oscura. Il fenomeno interessa l’intera Grecia e ha un carattere prettamente sociale. La natura della polis emerge dalle diverse valenze semantiche del termine. L’ “ideologia della polis ” comporta che il territorio e la popolazione siano sentiti come una cosa comune, che la popolazione debba partecipare alla gestione della città. La realtà cittadina si organizza intorno a un centro, essa può avere carattere fisico o istituzionale. Nel centro urbano, agorà, hanno sede le principali strutture culturali e funzionali. Sul piano economico, la città greca non prescinde mai dall’attività agricola, l proprietà terriera è una delle modalità di partecipazione alla comunità e la piccola proprietà è ampiamente diffusa. Quanto più ciascun cittadino si sente partecipe al comune destino e vi partecipa, tanto più richiede una condizione paritaria rispetto ai concittadini (isonomia). L’affermazione di questo principio contribuì alla “ riforma oplitica ” e viceversa. La città viene dunque paragonata a un organismo umano, di cui la politèia costituisce il principio caratterizzante. Tuttavia, la Grecia non è fatta solo di pòleis : fin dall’arcaismo è infatti presente anche lo stato federale, denominato ethnòs o koinon. Esso è caratterizzato dalla coesistenza si una cittadinanza federale e una locale. Nella formazione di queste entità. Fondamentale appare il ruolo del cult comune, che funge, ancora una volta, da fondamento identitario. Nel corso del IV secolo, gli stati federali acquisteranno un ruolo progressivamente maggiore. L’organizzazione federale si caratterizza per una maggiore apertura rispetto al modello cittadino.

5.2 Il Governo delle Aristocrazie Nel corso dell’VIII secolo vanno scomparendo le tracce delle antiche monarchie di basileis , sostituiti da aristocrazie caratterizzate da una forte tensione egalitaria e i quali privilegi si basano su genealogie risalenti all’età degli eroi. D tali discendenze l’aristocratico traeva quella virtù ( areté ) negata agli uomini di origine comune ed espressa anche nella bellezza e nella ricchezza. Quest’ultima era basata prevalentemente sul possesso delle terre, lavorate da personale dipendente libero o schiavo, sul possesso di beni e su clientele costituite da parenti e da compagni. Inoltre, gli aristocratici traevano la loro ricchezza anche dalla guerra e dalla pirateria. Il ruolo dell’aristocrazia nel commercio è attestato in Omero e confermato dalle notizie sull’attività mercantile di aristocratici come Coleo di Samo e Solone di Atene. La vita degli aristocratici è legata all’ oikos , un insieme di persone e beni che include la moglie, i figli, i servi, l’abitazione, il esoro familiare, le terre e il bestiame. Diritto dell’ oikos e diritto della polis finiscono dunque per convivere e integrarsi. Lo stile di vita aristocratico presenta aspetti caratteristici. Le attività principali sono la guerra e la politica, ma tra gli svaghi merita un riferimento particolare il simposio. Le relazioni fra casate aristocratiche vanno al di là delle comunità di origine e assumono carattere internazionale. I presupposti di tali relazioni vanno cercati nella necessità di evitare che lo straniero potesse essere oggetto del diritto di rappresaglia. La xenia costituì uno degli strumenti fondamentali con cui le grandi famiglie intesserono una rete di rapporti al di fuori della comunità di appartenenza. Un altro aspetto della dimensione “internazionale” dello stile di vita aristocratico è l’inserimento dei membri dell’aristocrazia nei circuiti agonali e propagandistici legati alle feste religiose panelleniche. Gli aristocratici di confrontavano, infatti, con i propri pari negli agoni atletici previsti nei Giochi Olimpici, Pitici, Istmici e Nemei. Sul piano militare, l’aristocrazia è legata al modello “omerico” del duello eroico e all’uso del cavallo. Con la riforma oplitica la funzione guerriera cessò di essere un privilegio aristocratico e si ampliò fino a comprendere anche i membri del demos. L’armamento dell’oplita era costituito da elmo, corazza, schinieri, scudo e lancia. Esso era accessibile anche agli strati meno ricchi della popolazione: furono così i membri della classe media a fornire il servizio di fanteria pesante oplitica, nuovo nucleo dell’esercito. In cambio, gli opliti richiesero e ottennero una corrispondente integrazione sociale e soprattutto politica: un fattore che contribuì sensibilmente al tramonto delle vecchie aristocrazie di cavalieri. Nella falange oplitica il soldato combatte a ranghi serrati, difendendo sé stesso e il proprio vicino; per assicurare questa difesa è fondamentale che il fante mantenga il proprio posto nello schieramento, il che implica il superamento dell’individualismo e una profonda integrazione del singolo nel gruppo. Dall’oplitismo nacquero così comunità di cittadini più ampie e coese, che si diedero governi timocratici più aperti e caratterizzati da una maggiore mobilità sociale. Gli antichi valori aristocratici si fusero così con i nuovi valori oplitici. Il superamento dei modelli sociali di tipo aristocratico e oplitico non impedì la sopravvivenza della relativa impostazione etica: così, anche all’interno di configurazioni sociali più tarde e complesse, il lavoro artigianale e commerciale, che sfugge all’ottica autarchica, continuò a essere vito come una forma di servitù, che ostacolava il libero svolgimento delle attività degne del cittadino. 5.3 Il movimento coloniale Il movimento coloniale dell’VIII e del VII secolo è forse il fenomeno più notevole dell’alto e medio arcaismo e conferma la grande importanza della mobilità umana e dell’interscambio culturale nel processo di formazione e di sviluppo della civiltà greca. Il movimento coloniale, alla cui testa si trovano l’Eubea e Corinto, si inquadra nella ridefinizione dei rapporti sociali, economici e politici dell’epoca. La tendenza a fondare nuove comunità non si limita alla grande ondata colonizzatrice dell’VIII e del VII secolo. Il mondo greco è interessato costantemente da fenomeni di spostamento e di migrazione. La colonizzazione procede su rotte già battute di Micenei e dalla navigazione precoloniale. nella fase più antica prevalgono le imprese legate a iniziative individuali; nel VII cresce invece l’incidenza dell’intervento statale. I coloni provengono soprattutto dalla zona dell’Istmo e dalle regioni settentrionali del Peloponneso, dall’Asia Minore, dell’Eubea; destinazioni privilegiate sono l’Italia meridionale e la Sicilia, l’Africa settentrionale, la Spagna e la Macedonia.

L’accresciuta importanza del fenomeno coloniale è sottolineata dallo scoppio di vere e proprie “guerre coloniali”. Un ruolo primario nell’iniziativa coloniale va riconosciuto ai Calcidesi d’Eubea e ai Corinzi. I Calcidesi, di stirpe ionica, cercarono in terra coloniale quel sostentamento impedito in patria dall’accentramento della proprietà terriera, ma anche sbocchi di mercato per i propri manufatti e materie prime, tra cui il ferro. I Corinzi, di stirpe dorica, maturarono fin dall’VIII secolo una vocazione marinara e commerciale, anche grazie alla posizione geografica, che consente il controllo dei golfi corinzio e saronico. Intorno al 770 Calcide fondò Pitecussa e poco dopo Cuma. In Sicilia, fondò Nasso, che a sua volta fondò Leontini, Catania e Zancle. Un anno dopo la fondazione di Nasso, Corinto fondò Siracusa. Megara fondò intorno al 727 Megara Iblea, che fondò la subcolonia di Selinunte. Al 688 risale la fondazione di Gela, che, nel 550 fondò a sua volta Agrigento. Calcidesi e Corinzi colonizzarono le coste della Tracia, ricche di oro, argento e legname. La spedizione destinata a fondare una colonia era guidata da un fondatore, l’“ecista”, di cui spesso la tradizione conserva il nome e che era oggetto di un culto eroico. Suo compito era portare alla nuova destinazione il fuoco sacro tratto dal focolare pubblico della città d’origine e distribuire la terra ai coloni, fondare i santuari, stabilire regole di convivenza e istituzioni nella nuova comunità. Le colonie di solito diventavano comunità del tutto indipendenti, mantenendo relazioni solo culturali con la madrepatria, che venivano alimentate attraverso la creazione di un patrimonio comune di leggende. La colonizzazione ebbe enormi conseguenze sulla storia della Grecia, in quanto diede uno straordinario impulso alla produzione artigianale, agli scambi commerciali e alla navigazione e accelerò la crisi delle aristocrazie terriere. La stessa diffusione della moneta, nata nel VII secolo, non può essere sganciata dai fenomeni collegati alla colonizzazione e influì sullo sviluppo degli scambi e sulla mobilità sociale. Il contatto con i greci produsse tra gli indigeni nuove forme di organizzazione sociale, politica e militare, da cui derivò una conflittualità che portò a fenomeni di decolonizzazione. Questo contatto diede anche luogo a esperienze di convivenza e reciproca influenza tra greci e barbari. la progressiva “barbarizzazione” delle colonie greche nel campo della lingua e dei costumi venne in genere efficacemente controbilanciata dall’ellenizzazione degli indigeni, producendo una koiné culturale caratterizzata da livelli di interscambio impensabili nella Grecia metropolitana. 5.4 La legislazione Sotto i regimi aristocratici, i detentori del potere giudiziario erano depositari della legge. L’amministrazione della giustizia era così sottratta a ogni controllo e diventava espressione del loro potere. La crisi delle aristocrazie fece emergere il bisogno di una codificazione delle leggi, capace di garantire una maggiore certezza del diritto anche ai non privilegiati. I più antichi interventi di carattere legislativo si registrano in area coloniale: abbiamo così i nomi di Zaleuco di Locri, di Cardona di Catania, di Diocle di Siracusa. Malgrado si sia tentato di ascrivere la codificazione delle leggi alle comunità, non pare prudente respingere integralmente le notizie sull’attività dei legislatori, uno dei quali, Solone, è figura certamente storica. Secondo la tradizione, l’attività di Zaleuco di Locri risalirebbe alla seconda metà del VII secolo e Cardona di Catania sarebbe stato suo discepolo. Egli avrebbe redatti m codice molto puntuale, che mitigava la prassi giudiziaria introducendo pene pecuniarie. Un ruolo particolare tra i legislatori della madrepatria ha lo spartano Licurgo, la cui figura è da ritenere leggendaria. Le sue leggi, secondo la tradizione ispirate da Apollo, sono di datazione incerta. La legislazione di Licurgo, detta rhetra , si occupava prevalentemente di definire i poteri dello stato spartano. Essa non venne mai messa per iscritto, ma rifluì nell’ Eunomia del peta Tirteo. Alla fine del VII secolo fu attivo ad Atene il legislatore Dracone. Oltre a una legislazione di cui di ricorda la articolare severità. Egli avrebbe redatto anche una costituzione i cui elementi sono molto incerti, perché attestati da una tradizione di propaganda oligarchica. Meglio nota è invece la legge draconiana sull’omicidio, conservata da un’iscrizione. La legge sottraeva spazio alla vendetta privata, lasciando alla

natura furono la Lega di Corinto, la Lega del Peloponneso e le due leghe navali costituite sotto la guida di Atene del V e nel IV secolo. Spesso, tuttavia, le leghe militari degenerarono in strutture egemoniche di carattere tirannico, in cui all’impostazione difensiva si sostituì la costrizione di seguire l’egemone in guerra in ogni caso. Il tentativo di superare la frammentazione politica del mondo greco continuò a scontrarsi con la volontà della singola polis di affermare sé stessa e la propria autonomia a scapito delle altre poleis. La stessa crisi della polis ha le sue radici nell’incapacità del sistema polis di superare i suoi limiti e le sue contraddizioni e quindi di garantire al mondo greco un’unità di intenti.

2. LA GRECIA TARDO ARCAICA

1. I GRECI D’ASIA E DELLE ISOLE

Sulle coste e sulle isole dell’Asia Minore fiorivano nel VI secolo numerose prospere città, che avevano visto lo sviluppo della poesia epica e lirica e, a Mileto in particolare, di saperi come la filosofia, la storiografia e la geografia. L’area geografica era divisa, su base linguistica, in tre zone: l’Eolide, la Ionia e la Doride. Le città microasiatiche avevano subito, nella prima metà del VII secolo, l’attacco del re di Lidia Gige, capostipite della dinastia dei Mermnadi. All’inizio del VI secolo le città greche furono investite dall’attacco del re lido Aliatte e infine caddero sotto il dominio di Creso. L’interazione culturale tra Lidi e Greci raggiunse il massimo sviluppo e si creò una koinè culturale greco-lidia. Cadute le antiche monarchie, in molte città greche d’Asia Minore si affermarono governi tirannici: a Mitilene, sull’isola di Lesbo, alla monarchia dei Pentilidi seguirono le tirannidi di Melancro, di Marsilio e soprattutto di Pittaco, buon legislatore e governatore, tanto da essere annoverato tra i Sette Saggi; a Mileto, la monarchia dei Neleidi fu ugualmente sostituita da una tirannide, il cui principale esponente fu Trasibulo. Dopo la conquista della Lidia da parte del re persiano Ciro il Grande, della dinastia degli Achemenidi, le città greche dell’Asia Minore passarono sotto il controllo dei Persiani. I legami esistenti fra alcune città non bastarono a contrastare efficacemente la potenza persiana, anche perché autorevoli centri di culto apollineo, come il santuario di Apollo Didimeo e lo stesso santuario di Delfi, si schierarono a favore dei Persiani. Sul piano amministrativo esse furono inserite nelle satrapie della Ionia e furono costrette a versare un tributo e a fornire contingenti militari. Il sistema tirannico fu conservato dove già esisteva o introdotto dai Persiani. L’espansione achemenide in Egitto, in Tracia e sugli Stretti accentuò le difficoltà: le città microasiatiche svolgevano infatti un importante ruolo di mediazione commerciale e la conquista persiana le privò delle loro fonti di ricchezza. Il consolidamento dell’impero e la riforma amministrativa e fiscale di Dario I, accrebbero lo scontento che sfociò, nel 499 nella rivolta ionica. Analoga sorte subirono le città più vicine della cota asiatica: Lesbo, Chio, Samo e Rodi. Alcuni greci dell’Asia minore, di fronte all’occupazione persiana, cercarono condizioni di vita migliori altrove. Le isole Cicladi costituivano un ponte tra il continente greco e il Vicino Oriente. Nasso era l’isola più importante dell’arcipelago; intorno alla metà del IV secolo fu governata dal tiranno Ligdami, che instaurò un rapporto con Pisistrato di Atene e Policrate di Samo. Paro, intorno al 680 fondò Taso e, a partire da questo insediamento, ottenne il controllo della costa tracica e delle miniere d’oro del monte Pangeo. La piccola isola di Delo deve la sua importanza al fattore religioso; il grande santuario di Apollo fu oggetto, nel VI secolo, degli interessi dei tiranni Pisistrato e Policrate. Infine, a Creta, abitata da popolazioni doriche, si trovavano diverse città. L’isola aveva fama di avere ottime istituzioni e di essere il luogo d’origine della legislazione.

  1. LA GRECIA CENTRO-SETTENTRIONALE La Tessaglia era una grande pianura adatta alla coltivazione di cereali e all’allevamento e costituiva una delle zone della Grecia più ricche di risorse. I Tessali erano una popolazione dorica, stabilitasi in Tessaglia dopo avervi cacciato i Beoti, che erano a loro volta migrati nella Beozia storica. Nel VI secolo essa costituiva uno stato federale, ma la rivalità tra le dinastie al potere nelle diverse città ne costituiva un fattore di debolezza. Fu l’unità assicurata al koinόn dalla dinastia eraclide degli Alevadi di Larissa a consentire ai tessali di ridurre le popolazioni preesistenti sul territorio allo stato di servi e a controllare, attraverso i voti dei perieci l’Anfizionia dorico-pilaica. Una parte della tradizione attribuisce ai tessali un ruolo preponderante nella cosiddetta “prima guerra sacra”. Essa, che fu il primo atto storico dell’Anfizionia, durò dieci anni e si concluse nel 582/1 con l’istituzione dell’ agòn stephanites , il primo dei Giochi Pitici. La guerra fu condotta contro i focesi, accusati di sacrilegio in sede anfizionica dall’ateniese Solone e, secondo la tradizione, sarebbe stata risolta dai tessali guidati da Euriloco, ma altre fonti attribuiscono la chiusura del conflitto a un blocco navale messo in atto

Sulla costa settentrionale dell’Egeo, le città della penisola calcidica si uniranno nel V secolo in uno stato federale, la Lega calcidica, guidata dalla città di Olinto. (^1) La tagia era la magistratura suprema della federazione, aveva carattere militare e tendeva a diventare vitalizia.

  1. ATENE La nostra fonte principale sulla storia più antica di Atene è la Costituzione degli Ateniesi di Aristotele: la sua testimonianza è molto discussa soprattutto per il periodo più antico. Conclusasi l’epoca dei re, la monarchia sarebbe stata sostituita prima da “arconti” vitalizi, infine, nel 682/ iniziava la lista degli arconti annuali, scelti in base ai criteri della nascita e della ricchezza. Gli arconti erano nove: l’eponimo, che dava il nome all’anno; il re, che conservava le competenze religiose del sovrano; il polemarco, incaricato della guida dell’esercito; a questi si aggiunsero poi sei tesmoteti. Gli arconti, il cui consiglio entrava in carica il primo dell’anno, avevano poteri che si ridussero col tempo a una serie di competenze relative all’amministrazione della giustizia. uscendo di carica, gli arconti entravano nel consiglio dell’Areopago e vi restavano a vita: l’Areopago aveva competenze su delitti di sangue e in materia religiosa e un ampio e imprecisato ruolo di “custodi delle leggi”. Una delle prime vicende storicamente note per Atene è quella del tentativo del giovane Cilone di instaurare una tirannide. Fallito il tentativo di occupare l’acropoli, Cilone riuscì a fuggire, ma i suoi compagni cercarono rifugio presso l’altare di Atena, da dove furono allontanati con la promessa di aver salva la vita. Della loro uccisione vennero ritenuti responsabili gli Alcmeonidi, che vennero espulsi come sacrileghi. La cronologia dell’episodio è incerta. 3.1 Solone L’Attica soffriva per quella scarsità delle terre coltivabili che è stata individuata come una delle cause della colonizzazione. Alla fine del VII secolo, il quadro sociale appare fortemente influenzato da problemi legati alla questione agraria: i piccoli contadini erano costretti a chiedere in prestito cereali per la semina o per la sussistenza ai grandi proprietari aristocratici, che potevano disporre di eccedenze e le usavano per il commercio. Essi finivano così per indebitarsi con i grandi proprietari, diventandone clienti e versando loro una quota del raccolto; se non erano più in grado di farlo, cadevano in schiavitù, dato che i prestiti avvenivano su garanzia personale. Questo quadro fu il presupposto per la crescita di rivendicazioni economiche e sociali e per l’aspirazione a una maggiore uguaglianza. In Atene fu Solone a prendere in considerazione questi problemi, avviando un processo di integrazione sociale e politica che fu il presupposto della democrazia. Egli fu scelto come arbitro e arconte nel 594/3 e la sua storicità è indiscutibile; tuttavia, è difficile per noi ricostruire la sua attività che ci è nota per lo più da fonti del IV secolo. Solone annullò le ipoteche sulla terra, restituendole ai vecchi proprietari; a questo provvedimento si accostò la soppressione della schiavitù per debiti, con effetto retroattivo, ma non redistribuì mai la terra. In questa linea, egli presenta la sua opera come una mediazione fra le aspirazioni di uguaglianza sociale e politica del popolo e la volontà dei ricchi di mantenere i propri privilegi, nell’intento di realizzare un buon governo, in cui ciascuno avesse diritti e doveri a seconda del proprio ruolo e delle proprie capacità. Sul piano economico, è attestata una riforma dei pesi e delle misure, mirante da una parte a ridurre i debiti, dall’altra a favorire lo sviluppo di attività commerciali. Sul piano familiare ed etico, Solone avrebbe legiferato sul matrimonio, sulla parentela, su testamenti ed eredità, sui funerali e sul lusso, mirando a tutelare l’ oikos e a integrarlo nella polis. Questo complesso di leggi inglobava la legislazione di Dracone sull’omicidio e fu rivisto sistematicamente tra il 411 e il 399. Sul piano giudiziario, è attribuita a Solone l’istituzione del tribunale popolare dell’Eliea, cui avrebbero avuto accesso anche i teti. Egli avrebbe inoltre concesso al cittadino la possibilità di chiedere al tribunale il giudizio dei propri pari e avrebbe sancito il diritto di qualunque cittadino di intentare un’azione legale. Entrambe le riforme mostrano la volontà di coinvolgere il popolo nell’amministrazione della giustizia a tutela degli interessi comuni.

A Solone è attribuita anche una riforma costituzionale, che costituisce forse l’adattamento di una situazione precedente e che comporta la divisone della cittadinanza in quattro classi di censo: I. Pentacosiomedimni: ricavato di almeno 500 medimni II. Hippeis: ricavato di almeno 300 medimni III. Zeugiti: ricavato di almeno 200 medimni IV. Teti: nullatenenti L’appartenenza a queste classi regolava l’accesso all’esercito e alla magistratura. Si è dubitato molto dell’istituzione di un consiglio ( boulé ) dei Quattrocento, attribuito anche a Dracone e forse risalente alla propaganda oligarchica del 411; è stato osservato, tuttavia, che tale consiglio corrisponde alle quattro tribù ioniche e potrebbe trovare la sua motivazione nella volontà di controbilanciare il potere dell’Areopago. Terminato il suo mandato, Solone depose la carica e lasciò la città, con un aperto rifiuto di dare un carattere tirannico alla propria autorità. Nel complesso, la sua opera può essere valutata come intesa a rafforzare i valori comunitari. Questo orientamento moderato non significa però immobilità, anzi creò una certa mobilità sociale. 3.2 Pisistrato Le riforme di Solone lasciarono aperti molti dei preesistenti conflitti. Aristotele riferisce di anni di anarchia e di arconti irregolari. In questa situazione, esponenti di grandi famiglie aristocratiche si posero come rappresentanti degli interessi di quanti facevano capo alle tre aree principali dell’Attica: i “pedei” guidati da Licurgo e di tendenza oligarchica, i “parali” guidati da Megacle e di orientamento moderato, i “diacri”, guidati da Pisistrato, che Aristotele definisce “fortemente democratico”. La contraddittorietà dei dati rende difficile la ricostruzione delle diverse fasi della carriera di Pisistrato. Una prima fase inizia con la presa del potere nel 560: Pisistrato, distintosi nella conquista di Salamina, riuscì a farsi concedere dal popolo una guardia del corpo di mazzieri e occupò l’areopago per sei anni. La seconda fase è costituita dall’esilio decennale (556-546), ma nel periodo compreso tra il 561 e il 556 vanno inserite diverse vicende, come il suo allontanamento da Atene dovuto all’alleanza tra Licurgo e Megacle, il ritrovato accordo con quest’ultimo e la definitiva rottura che gli causò l’esilio. Con il 546 e il rientro definitivo, attraverso un colpo di mano militare, ebbe inizio la terza fase della tirannide. Dopo aver sconfitto e disarmato gli ateniesi, Pisistrato restò al potere fino alla morte, avvenuta nel 528. Pisistrato agì con moderazione verso i nemici e lasciò invariato l’assetto costituzionale e legislativo lasciato da Solone. Si preoccupò soprattutto di favorire lo sviluppo della piccola proprietà agraria e di migliorare la situazione della popolazione delle campagne, imponendo una tassa sui prodotti agricoli, con il cui ricavato faceva prestiti ai contadini più poveri e introducendo i “giudici dei demi”. A lui si deve l’introduzione della dracma, che consentì di stabilire una maggiore equità nelle relazioni economico-sociali e di favorire lo sviluppo degli scambi; la sua politica di opere pubbliche favorì lo sviluppo delle attività artigianali. Da tutto ciò crebbe una popolazione rurale e cittadina meno dipendente dalle clientele aristocratiche, un demos più consapevole che costituirà l’interlocutore privilegiato del riformatore democratico Clistene. Alla morte di Pisistrato il potere passò ai figli, Ippia e Ipparco. Quest’ultimo fu assassinato nel 514 da Armodio e Aristogitone, poi passati alla storia come i liberatori di Atene dalla tirannide. In seguito all’episodio, la tirannide si inasprì; alla fine Ippia fu cacciato (511) e fuggì al Sigeo, da dove, con l’aiuto dei persiani, tentò di rientrare ad Atene. Cleomene I di Sparta, che aveva aiutato a cacciare Ippia, voleva certamente restaurare l’oligarchia ad Atene, ma Clistene diede alla storia costituzionale di Atene una svolta decisiva, istituendo la democrazia.

4. SPARTA E IL PELOPONNESO

La città di Sparta sorse tra il X e l’VIII secolo dall’unione di cinque villaggi; al 705 risale la fondazione di Taranto, colonia spartana. Il territorio della città si accrebbe enormemente con la conquista, in due guerre svoltesi nell’VIII e VII secolo, della fertilissima Messenia, con la quale annessione Sparta acquisì una base economica sicura. Il sistema costituzionale spartano, che la tradizione antica definisce kosmos , è del tutto peculiare all’interno dello stesso modello oligarchico, tanto che, nella riflessione costituzionale, quella spartana era considerata una costituzione mista. Essa si consolidò nel corso del VII secolo, mutando profondamente la fisionomia di una città che era apparsa aperta a contatti con l’esterno e culturalmente avanzata. 4.1 La costituzione di Sparta Su Licurgo, il legislatore cui si faceva risalire l’ordinamento spartano, siamo informati da una tradizione che non va oltre il V secolo, la sua opera viene datata fra l’XI e il VII secolo e la sua storicità resta incerta. Erodoto attribuisce all’opera di Licurgo il passaggio di Sparta da un pessimo governo all’ eunomia. In realtà, l’ordinamento spartano fu l’esito di un lungo processo che Tucidide riteneva concluso circa 400 anni prima della fine della guerra del Peloponneso. La rheta consisteva in una riforma costituzionale, che prevedeva da una parte la divisione della popolazione in tre tribù e cinque obai (divisioni territoriali), dell’altra l’istituzione degli organismi fondamentali: la diarchia, la gherousia cioè il consiglio degli anziani, e l’assemblea del popolo, i cui poteri sarebbero col tempo diminuiti. A capo dello stato spartano erano i due re, provenienti dalle famiglie degli Agiadi e degli Euripontidi, di discendenza Eraclide. I loro poteri erano soprattutto di carattere militare e religioso, ma anche giudiziario. La preoccupazione di evitare abusi da parte dei re portò a una progressiva diminuzione dei loro poteri, all’istituzione di cinque efori, e all’emanazione di una legge che impediva ai re due di andare in missione contemporaneamente. I re godevano di diversi privilegi in termini di razioni di cibo, bottini di guerra e proprietà; la successione dinastica spettava al primogenito maschio e, in caso di necessità, la reggenza andava al parente più anziano; tuttavia, le crisi dinastiche erano frequenti. I re facevano parte, insieme ad altri ventotto membri si età superiore ai sessant’anni e di origine aristocratica, della gherousia, un consiglio vitalizio incaricato di preparare le proposte da presentare all’assemblea; li eleggeva l’assemblea del popolo per acclamazione, con un sistema giudicato puerile da Aristotele. La gherousia aveva anche il potere di sciogliere l’assemblea, nel caso in cui l’andamento dei lavori fosse sfavorevole, giudicava le cause di omicidio, poteva comminare pene severe e, insieme agli efori, poteva giudicare i re. L’assemblea del popolo, l’apella, era composta dagli spartani e si riuniva una volta al mese. Nonostante il diritto di antegoria, sembra che il cittadino non avesse il diritto di discutere le proposte: le fonti, infatti, segnalano solo gli interventi degli efori nella discussione assembleare. L’apella decideva sulla pace, sulla guerra e sui trattati di alleanza, eleggeva i geronti e gli efori; non aveva però competenze di carattere giudiziario. Gli efori erano cinque e venivano eletti dall’apella fra tutti i cittadini, forse con lo stesso sistema usato per eleggere i geronti e la loro istituzione veniva attribuita ora a Licurgo, ora a Teopompo; la carica era annuale, ma gli ampi poteri che essa prevedeva inducono Aristotele a paragonarla a una tirannide. Il presidente del collegio, l’eponimo, aveva il compito di presiedere l’apella e la gherousia. Le funzioni di controllo degli efori si esercitavano sui re, sull’amministrazione del tesoro e sull’educazione dei giovani. L’importanza del loro ruolo è evidenziata dal fatto che, secondo le fonti, i re si preoccupavano di avere dalla loro parte la maggioranza degli efori e che il loro cambiamento poteva spesso portare a una svolta nella politica spartana. I cittadini, gli Spartani, venivano chiamati “Homoioi”, ovvero “Uguali”; lo stato di cittadinanza dipendeva dall’essere figli di cittadini, dall’avere compiuto l’età di trent’anni, dall’aver completato il ciclo educativo previsto e di partecipare attivamente alla quota per i pasti in comune. I proventi necessari provenivano dal kleros , il lotto di terra assegnato al cittadino e coltivato dagli iloti, così da permettergli di dedicarsi alla funzione che gli è propria, ovvero quella del guerriero. Poiché i lotti venivano trasmessi ai figli primogeniti,

gli eventuali figli cadetti, non potendo mantenere la cittadinanza, decadevano tra gli hypomeiones , gli inferiori. Questo regime strettamente egalitario della proprietà terriera è stato ritenuto la base della progressiva crisi demografica, militare e politica di Sparta. Sarebbe stata poi la possibilità di dividere la terra fra gli eredi a determinare un’eccessiva parcellazione della proprietà, la decadenza di molti spartani tra gli hypomeiones e, successivamente, la concentrazione della proprietà nelle mani di alcuni. Una parte consistente della popolazione residente in Laconia era costituita da perieci, uomini liberi ma privi di diritti politici, che vivevano in comunità. Essi erano contadini, artigiani e commercianti; poiché queste attività erano proibite agli spartani, la loro importanza economica era notevole. Significativo era anche il loro contributo militare, fornito servendo nell’esercito come opliti, in un contingente originariamente separato. Gli iloti, che coltivavano le terre degli Spartani consegnando loro parte del raccolto, erano di status non libero, discendenti da popolazioni assoggettate o cadute in schiavitù per diversi motivi. Essi potevano essere liberati, spesso per esigenze militari, diventando neodamodeis; dalle relazioni tra spartani e iloti nascevano i mothakes , che non godevano del diritto di cittadinanza, ma erano liberi ed erano ammessi all’ agoghé. L’ agoghé costituiva l’aspetto più particolare dell’ordinamento spartano: si trattava di un sistema educativo rigidamente controllato dallo stato e orientato per i maschi alla formazione di guerrieri dotati di andreia , per le femmine alla generazione di cittadini sani e forti. I bambini erano affidati alla famiglia fino ai sette anni, poi vivevano in comune, divisi in classi di età e sotto la guida dei paidonomos. La formazione che ricevevano era principalmente di carattere fisico, mentre dal punto di vista culturale venivano coltivati solo la musica e il canto corale. Una tappa della formazione era la krypteia , un rito di passaggio riservato a un gruppo ristretto di giovani, che dovevano allontanarsi dalla città per un anno, nascondendosi di giorno e cacciando gli iloti di notte. Il giovane veniva così educato al coraggio, alla sobrietà e alla vita comunitaria. La prevalenza assoluta e dei valori collettivi faceva sì che a nessuno fosse consentito di vivere come voleva. Il risultato di questo sistema sociale fu una comunità di cittadini uniti da un forte sentimento di reciproca uguaglianza e da una forte solidarietà, ma in cui l’individuo era completamente assorbito dalla collettività e chi si proponeva per emergere era visto come un pericolo. la militarizzazione della società costrinse Sparta a chiudersi a ogni influenza esterna. I contatti con l’esterno erano temuti al punto che venivano praticate periodiche espulsioni degli stranieri. Sparta, di conseguenza, divenne molto prudente nel prendere iniziative che la portassero a impegnarsi lontano dal Peloponneso, con conseguenze negative sulla sua politica panellenica e sul suo ruolo egemonico. 4.2 La lega del Peloponneso La “lega del Peloponneso” trova la sua origine nella volontà di sparta si assicurarsi il controllo del Peloponneso attraverso un sistema di alleanze che permettesse da un lato di mantenere il controllo della Messenia, dall’altro di evitare la coalizione degli stati più importanti della regione, a cominciare da Argo. Dopo la conquista della Messenia, Sparta mosse contro gli Arcadi, una popolazione che si riteneva autoctona e aveva antiche tradizioni federali, con l’obbiettivo di assoggettare l’intera regione. Nella prima metà del VI secolo gli Arcadi sconfissero gravemente gli Spartani, ma in seguito questi prevalsero e le città principali dell’Arcadia dovettero allearsi con Sparta. Nel corso del Vi secolo si unirono alla alleanza anche gli Elei, abitanti di un territorio assai fertile sul quale sorgeva il santuario di Olimpia. queste due alleanze ottennero a Sparta la garanzia del suo controllo sulla Messenia. L’adesione dell’Argolide, dell’isola di Egina e delle città istmiche di Corinto, Sicionee e Megara permise a Sparta di accerchiare e neutralizzare Argo. Corinto in particolare costituì un’acquisizione importante per Sparta, in quanto forniva alla Lega la flotta necessaria per una politica egemonica non necessariamente continentale. La tradizione attribuisce all’efore Chilone l’iniziativa di coordinare queste alleanze in una lega unitaria. La Lega del Peloponneso era un’alleanza militare di carattere originariamente difensivo costituita sulla base di alleanze bilaterali di carattere paritario; i membri della lega erano autonomi, ma accettavano il comando in guerra di Sparta, che a sua volta si impegnava a soccorrerli in caso di aggressione; obbiettivo della lega era la difesa della libertà. Ognuno dei membri disponeva di un voto nell’assemblea degli alleati, il sinedrio,

L’alleanza etrusco-cartaginese troverà un nuovo avversario nella Siracusa dei Dinomenidi.

3. IL QUINTO SECOLO

1. LE GUERRE PERSIANE: UNO SCONTRO DI CIVILTÀ

Nel proemio delle Storie , Erodoto di Alicarnasso afferma di aver redatto la sua opera “affinché le azioni degli uomini non si dissolvano nel tempo”, egli si propone di scrivere per conservare la memoria dei fatti “grandi”, e fra questi il più significativo gli pare li scontro tra greci e persiani svoltosi nel rimo quarto del V secolo. Il conflitto fu sentito dai contemporanei come un vero e proprio “scontro di civiltà” durante il quale la Grecia aveva rischiato la dissoluzione della sua caratteristica più peculiare, la libertà politica: solo la disperata volontà di resistenza e l’insperata vittoria avevano allontanato il temibile “giorno della schiavitù”. Era stato l’amore per la libertà a rendere i greci capaci di affrontare con successo imprese apparentemente impossibili. Il racconto di Erodoto tradisce una forte consapevolezza identitaria: l’uomo greco, oltre che come cittadino della polis , vi appare come membro di una più ampia comunità, omogenea sul piano etnico, linguistico e culturale, in cui i contrasti interni lasciano spazio alla contrapposizione con un mondo “altro”, caratterizzato da una opposta visione dell’uomo e dello stato. La formazione dell’impero persiano si colloca nella seconda metà del VI secolo. Nel 550 Ciro il Grande, re dei Persiani, sconfisse il re dei Medi e conquistò la capitale del suo regno; nel 546 annesse la Lidia e, nel 539, entrò a Babilonia. Suo figlio Cambise portò a termine la conquista dell’Egitto. Alla sua morte, tuttavia, si ebbero tentativi di usurpazione e rivolte. L’assestamento definitivo dell’impero si ebbe con il re Dario I, e greci come Scilace, Carianda e Democede di Crotone ricevettero l’incarico di esplorarne i confini. La struttura era quella di un grande impero sovrannazionale, in cui il sovrano delegava la propria autorità a governanti locali, i satrapi. La tradizione attribuisce proprio a Dario la divisione dell’impero in 20 satrapie, ognuna delle quali assicurava un certo gettito fiscale, rifornimenti e contingenti militari. Dario assunse inoltre una serie di iniziative militari, tra cui la grande spedizione del 513 contro gli Sciti: attraversò l’Istro su un ponte di barche e giunse fino all’attuale Ucraina, ma fu costretto a ritirarsi perché gli sciti si rifiutavano di accettare la battaglia; fondamentale durante la spedizione, fu l’appoggio dei tiranni greci della Ionia, fra i quali Milziade di Atene e Istieo di Mileto. Quest’ultimo rifiutò la proposta degli scii di tagliare il ponte sull’Istro per impedire la ritirata di Dario, sostenendo che il potere dei tiranni ionici si basava sulla persia. La spedizione non fu affatto priva di risultati: nella Tracia, trasformata in satrapia, fu lasciato con un esercito Megabazo, il cui successore conquistò Calcedone, Bisanzio, Lemno e Imbro. Verso il 500 a.C., dunque, la Persia di Dario I controllava l’intero bacino orientale del Mediterraneo; città e popolo che si trovavano sotto il suo dominio godevano di una certa autonomia ed erano liberi di esprimere la propria identità culturale; tuttavia, l’esazione fiscale sottraeva loro risorse, il controllo territoriale inibiva le diverse forme di mobilità e di scambio che avevano caratterizzato il mondo egeo. 1.1 La Rivolta Ionica Dopo la caduta di Sardi, i persiani imposero agli ioni il versamento del tributo, mantennero o favorirono i governi tirannici, richiesero contingenti militari; con le riforme di Dario la pressione si accentuò e il crescente malcontento trovò espressione nella Rivolta ionica. I moderni hanno cercato di individuare cause più profonde, dal risveglio del sentimento greco alla preoccupazione di Mileto per la crisi degli scambi commerciai, dall’intolleranza per la cresciuta pressione fiscale al risentimento verso i tiranni filopersiani. La rivolta prese le mosse dall’iniziativa di Aristagora, genero e successore di Istieo, che era stato chiamato a Susa come consigliere di Dario; nel 500 egli propose al satrapo di Sardi una spedizione contro Nasso, per ricondurvi gli aristocratici che ne erano stati espulsi. Ma l’impresa fallì e Aristagora, temendo le conseguenze, depose la tirannide, stabilì l’ isonomia a Mileto e ne provocò la ribellione contro la Persia; seguì una reazione a catena che determinò l’abbattimento delle tirannidi e l’avvento della democrazia nel resto della Ionia. Nel 499 Aristagora si recò a Sparta, recando con sé una tavola di bronzo “su cui erano incisi i contorni di tutta la terra, il mare e i fiumi”. Egli fece appello alla vergogna e al dolore che avrebbe provocato ai greci il

Il conflitto fra Atene ed Egina continuò in forma di guerra aperta; Atene ricevette aiuto dai Corinzi, mentre Egina fu soccorsa dagli Argivi. Alla fine, Atene venne gravemente ferita a causa dell’inadeguatezza della sua flotta. Ma in questo decennio appaiono molto più significative le novità interne che caratterizzano la storia ateniese. Prima di tutto si ebbe, nel 488, la prima applicazione dell’ostracismo, contro ipparco di Carmo. Nel 487 fu inoltre introdotto il sorteggio per la designazione degli arconti, che comportò una diminuzione dell’importanza della magistratura a vantaggio della strategia. Nel 483 Temistocle propose, con la “legge navale” di costruire una flotta; nonostante il parere contrario di Aristide, l’assemblea si lasciò convincere e avviò la costruzione di 200 navi. Aristide fu ostracizzato lo stesso anno. La svolta navale fu radicale per Atene sia sul versante interno che su quello esterno. Quanto al resto della Grecia, a Sparta il re Cleomene, entrato in conflitto con il collega Demarato, riuscì a farlo sostituire con Loetichida, contestandone la legittimità; Demarato andò esule in Persia. Lo stesso Cleomene, una volta scoperte le sue trame, dovette però andare in esilio; richiamato per timore, morì nel 491 e gli successe il fratello Leonida. In Tessaglia, le ambizioni egemoniche degli Alevadi di Larissa ebbero termine per le sconfitte inflittegli dai focesi intorno al 485: con esse cessò la dominazione tessalica sulla Grecia centrale. La corte persiana divenne un asilo per i greci delusi dalle vicende di cui erano stati protagonisti nella madrepatria. 1.4 La Seconda Guerra Persiana Dario morì nel 486. Il figlio Serse progettò una grande spedizione di conquista, dispiegando enormi forze militari per terra e per mare. L’imponenza dei mezzi dispiegati e il carattere quasi “sacrilego” dei lavori per il ponte sull’Ellesponto e il taglio dell’istmo di Acte, furono all’origine delle accuse di hybris che colpirono Serse dopo la sconfitta. Come Dario, anche Serse chiese, attraverso l’invio di ambasciatori, la sottomissione dei greci prima di iniziare la spedizione e la ottenne dai macedoni e da gran parte della Grecia settentrionale e centrale. Si diceva infatti che la spedizione persiana fosse rivolta contro Atene. Persino Delfi si mostrò ostile a ogni resistenza, diffondendo oracoli che sconsigliavano di opporsi ai persiani. Nel 480, l’esercito passò l’Ellesponto: le forze che muovevano contro i greci erano imponenti e dovevano comprendere qualche centinaio di migliaia di uomini. Nell’autunno del 481 i greci “che pensavano le cose migliori per la Grecia” si riunirono all’Istmo di Corinto. La lega degli Hellenes comprendeva 31 membri, soprattutto città, fra cui Atene, Sparta e Corinto; il comando venne affidato a Sparta, il cui prestigio come prostates della Grecia era indiscusso. I greci dell’istmo giurarono di imporre una decima da pagare a tutti coloro che si erano arresi ai persiani senza esservi costretti, di deporre le ostilità reciproche, di mandare esploratori in Asia e di inviare ambasciatori ad Argo, Siracusa, Cocira e a Creta “per vedere se la stirpe greca si sarebbe unita, se tutti di comune accordo avrebbero agito nello stesso modo. Ma argo restò neutrale, giustificandosi con le conseguenze demografiche e militari del disastro di Sepia; Gelone rifiutò di intervenire, perché impegnato a contrastare un gravissimo attacco cartaginese in Sicilia; i cretesi mantennero la neutralità per consiglio di Delfi, i coricesi equipaggiarono 60 navi, ma evitarono di farle partire. In Grecia si determinò così una frattura fra quanti erano determinati a resistere e quanti erano invece disposti ad accettare il proprio inserimento in un impero sovrannazionale. Nella primavera del 480 i tessali inviarono a Corinto ambasciatori, dichiarandosi in disaccordo con le scelte filopersiane. Una spedizione inviata a Tempe, rese evidente che la posizione non poteva essere controllata e che i tessali erano inaffidabili. Una volta rinunciato a difendere la Tessaglia, i greci si trovarono in disaccordo sulla prima linea di difesa: i Peloponnesiaci intendevano attestarsi sull’istmo di Corinto, Atene e gli eubei insistettero invece per tentare una difesa alle Termopili. Nell’agosto del 480 vi furono inviati 4000 opliti, di cui 300 spartani, guidati dal re Leonida; a loro si unirono le forze dei focesi, dei locresi opunzi e dei beoti. Né Sparta né gli altri Peloponnesiaci, impegnati in feste religiose, inviarono i rinforzi necessari. Intanto, la flotta greca, forte di 324 navi, si attestava al capo Artemisio.

All’avvicinarsi delle forze preponderanti dei persiani, il grosso dei greci fu fatto ritirare; Leonida trattenne solo i 300 spartani, i 700 tespiesi e il contingente dei tebani. Leonida fu accerchiato dai persiani. Le navi greche riuscirono invece a contrastare efficacemente la flotta persiana all’Artemisio, infliggendole molte perdite e ritirandosi a Salamina. L’esercito persiano del passo delle Termopili dilagò nella Grecia centrale, devastò la Focide e invase l’Attica, che venne saccheggiata; l’acropoli fu data alle fiamme, ma la popolazione ateniese era già stata evacuata. La decisione di Temistocle e degli ateniesi di combattere sul mare è ritenuta da Erodoto decisiva pet la salvezza dei greci: se non fosse stato per gli ateniesi, nessuno si sarebbe opposto al Re per mare, che, una volta diventatone il padrone, avrebbe sconfitto anche gli spartani e la Grecia sarebbe caduta in suo possesso. Dopo l’alternativa tra le Termopili e l’istmo per fissare la linea di difesa, un nuovo conflitto si determinò tra i greci a proposito del luogo in cui attaccar battaglia navale con i persiani. Euribiade, il comandante spartano, intendeva combattere all’Istmo; Temistocle chiese e ottenne invece di combattere a Salamina. Alla fine del settembre 480 la flotta greca, comandata da Euribiade, costrinse quella persiana, composta di Fenici e ionici a dar battaglia nello stretto braccio di mare tra Salamina e l’Attica; nello scontro, cui assistette lo stesso Serse, i persiani non poterono far valere la loro superiorità numerica e le loro navi vennero in gran parte distrutte. La battaglia ci viene descritta sia da Erodoto che da Eschilo; entrambi ricordano uno stratagemma con cui Temistocle, facendo annunciare al Re la fuga dei greci, avrebbe indotto i persiani a bloccare il canale di Minoa. Essenziale fu il contributo dei Corinzi; a Temistocle va il merito di aver optato per il confronto navale e di aver scelto opportunamente il luogo dello scontro. Tuttavia, Serse riteneva evidentemente di poter ancora vincere in un confronto militare per terra, se, tornando a Sardi lasciò Mardonio in Tessaglia. Nel 479 egli invase l’Attica, che venne nuovamente evacuata; gli Spartani si concentrarono sull’Istmo con 10.000 uomini, sotto il comando di Pausania. Mardonio si ritirò in Beozia e si accampò a Platea. Qui in agosto 11.000 soldati greci si scontrarono con 300.000 persiani. La morte di Mardonio decise la vittoria dei greci che, energicamente guidati da Pausania, travolsero gli avversari. l’accampamento persiano cadde in mano ai greci e sul campo di battaglia venne eretto un altare a Zeus Eleutherios, il territorio di Platea fu dichiarato sacro e inviolabile; Tebe fu punita con l’uccisione dei filopersiani e lo scioglimento della lega beotica. Nel frattempo, a Capo Micale, la flotta greca guidata dal re spartano Leotichida e dall’ateniese Santippo ebbe la meglio su quella persiana: le fortificazioni persiane vennero attaccate e le navi, tirate in secco, furono date alle fiamme. Alla sconfitta persiana seguì la ribellione dei greci della Ionia e delle isole, che si unirono alla lega degli Hellenes. Nella primavera del 478 gli ateniesi presero Sesto, ultima base persiana in Europa. Dalle guerre persiane l’identità greca uscì fortemente consolidata, sulla base di un modello “oppositivo” di carattere culturale: i greci si erano accorti di essere profondamente diversi dai persiani e rivendicavano ora, con la vittoria, la loro superiorità. Con tutto ciò non sarebbe corretto interpretare le guerre persiane in chiave nazionalistica: durante tutto il conflitto i greci mostrarono profonde divisioni fra loro, divisioni che riemersero drammaticamente all’indomani della vittoria. 1.5 I greci e i barbari in occidente Nello stesso giorno della vittoria di Salamina, i tiranni sicelioti Gelone di Siracusa e Terone di Agrigento sconfissero a Imera un formidabile esercito di 300.000 cartaginesi. Gelone, per giustificare il mancato intervento nella guerra persiana, celebrò la vittoria ad Imera come un contributo alla salvezza non solo della Sicilia, ma di tutta la Grecia. Una tradizione ben attestata parla infatti di un accordo tra persiani e cartaginesi grazie al quale la contemporaneità degli attacchi alla Grecia e alla Sicilia non fosse casuale. Gelone, divenuto tiranno di Gela al posto dei figli di Ippocrate, nei sei anni in cui fu al potere dovette affrontare la perdita di Zancle e rinunciare al controllo sullo Stretto; inoltre, i mercenari di Ippocrate risedenti a Camarina si ribellarono e lo costrinsero a una guerra che durò cinque anni e si concluse con la distruzione della città. Nel 485 Gelone si impadronì di Siracusa, lasciando Gela al fratello Ierone. Siracusa venne fortificata e nel corpo cittadino vennero inseriti migliaia di mercenari.