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Il futuro si è manifestato tra noi. Dopo 70 anni di studi sull'intelligenza artificiale è arrivato chatgpt, il primo sistema davvero in grado di sfruttarla. Domande, aspettative e paure sul grande sogno dell'umanità nell'ultimo secolo.
Tipologia: Temi
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Sulla scena c'è un nuovo e ingombrante ospite: si chiama intelligenza artificiale. Per anni è stata solo materia di studio di matematici, ingegneri e scienziati; saltuariamente è diventata fonte di ispirazione per scrittori e registi visionari, e poi, pochi mesi fa, c'è piombata improvvisamente addosso, con tutto il suo carico di domande, aspettative e paure. Ma cos'è? È l'abilità di una macchina di esercitare capacità umane quali il ragionamento, l’apprendimento, la pianificazione e forse persino la creatività. Una novità accolta da entusiasti che sembrano non aspettare altro e da allarmati che prefiggono scenari apocalittici. Chi ha ragione? C'è chi paragona questa novità all'invenzione della stampa, della macchina a vapore o di internet. Tutto cambierà con questa rivoluzione: come si crea, si impara, si lavora e persino come si inganna il prossimo. Sicuramente l'intelligenza artificiale è uno dei grandi sogni dell'umanità nell'ultimo secolo. La trovo affascinante perché sta già cambiando la vita in tanti settori. Oggi se ne parla in termini allarmistici, ma ha avuto in primo piano un impatto importante con i vaccini. Abbiamo avuto i vaccini perché l'intelligenza artificiale ha accorciato di molto i tempi per trovare il farmaco giusto. Inoltre, l'intelligenza artificiale è nei nostri cellulari, nella nostra quotidianità e neanche ce ne rendiamo conto. Ad esempio, quando impostiamo un tragitto sulle mappe è un'intelligenza artificiale a trovare la strada migliore. Oppure le playlist consigliate da Spotify, o ancora i filtri con cui postiamo le foto sui social, cambiando la nostra immagine. Anche quando a casa dialoghiamo con Siri o Alexa. L'intelligenza artificiale è già nelle nostre vite. Un passo avanti c'è stato negli ultimi anni quando si è iniziato a pensare in che modo l'intelligenza artificiale potesse emulare il linguaggio umano; esso è il nostro sistema operativo, ci fa dialogare e ci mette in relazione con gli altri. Ci ha dato un grande vantaggio evoluzionistico e pensare che un computer potesse riprodurre il nostro linguaggio sembrava fantascienza. Ma adesso il futuro si è manifestato tra noi. Dopo 70 anni di studi sull'intelligenza artificiale è arrivato chatgpt, il primo sistema davvero in grado di sfruttarla. Si tratta di un software che riesce a soddisfare richieste di qualunque tipo: può scrivere una lettera di licenziamento, un saggio o un racconto sullo stile di Hemingway. Per la prima volta nella storia possiamo dialogare con qualcuno che sembra sapere tutto, come se fosse un essere umano. Come un risponditore automatico gli si può chiedere delle ricette con gli ingredienti che abbiamo nel frigo o chiedergli consigli sui regali da fare. Ma è vera intelligenza? È comparabile con quella umana? L'intelligenza artificiale rispetto all'intelligenza umana funziona sulla digitalizzazione dei dati. Tutto quello che abbiamo trasformato in digitale il computer lo può analizzare. Altro grande tema è: ma abbiamo autorizzato l'uso dei nostri dati per addestrare queste macchine? La risposta è sì. Lo abbiamo fatto quando abbiamo permesso che la nostra piattaforma di streaming ci consigliasse il film perfetto oppure quando abbiamo acconsentito che una app ci aiutasse a dormire meglio svegliandoci nella giusta fase del sonno. Noi abbiamo autorizzato l'uso dei nostri dati, che per queste macchine diventano conoscenza. Quello che fa l'intelligenza artificiale non è niente di diverso da quello che facevano i motori di ricerca, ovvero profilare gli utenti in base alle loro esperienze di navigazione. Prima, quando si pensava alla privacy, si pensava al diritto di essere lasciati soli, di
isolarsi. Oggi viviamo in contesti iper-tecnologizzati dove i dati personali non possono non circolare. Il problema è che i confini dell'intelligenza artificiale non li conosciamo ancora. Non sappiamo se un giorno il computer dirà:” Perché devo ascoltare te, se sono più intelligente di te?”. Oppure, banalmente, prendiamo in esame il carattere delle risposte di Siri o Alexa: sono sempre molto gentili. Questo perché nel loro algoritmo di programmazione gli ingegneri hanno deciso di dare loro un carattere non aggressivo. Ma è questo il motivo per cui può diventare pericoloso, perché noi oggi gli abbiamo detto:” Sì buono!”, ma se qualcuno la stessa tecnologia la usa e gli dice:” Sì cattivo!” che succede? E siamo sicuri che ad un certo punto una macchina di questo tipo non sia in grado di dire:” Sai che c'è? Decido io se sono buono o cattivo”. È da fantascienza ma neanche tanto. Il suo è uno sviluppo troppo rapido e senza la supervisione di alcun organo di controllo. Un altro dei rischi fondamentali è la disinformazione. Il fatto che siano dei generatori automatici di contenuti credibili, umani e infiniti significa che noi potremmo essere travolti da informazioni sbagliate che invadono i social ed essere facilmente ingannati. Potremmo avere una discussione con qualcuno che pensiamo sia umano, ma invece è un BOT che ci sta rispondendo. Ad oggi non c'è la garanzia fondamentale di sapere se si sta interagendo con un essere umano oppure no. O ancora possiamo pensare alle immagini che sono circolate qualche mese fa: l'arresto di Trump, il funerale di Berlusconi o la foto del Papa con indosso un piumino da trapper. Erano talmente verosimili da ingannare tante persone. Ma quale è quindi il confine tra tecnicamente consentito, eticamente possibile e giuridicamente lecito? Immaginare una società totalmente tecnologica sovvertirebbe i valori su cui è stata fondata la società attuale. Ad oggi il legislatore cerca di inseguire un fenomeno estremamente veloce, molto più veloce del processo normativo; e la risposta che le norme giuridiche danno è che il responsabile è colui che ha indotto l'intelligenza artificiale a generare quel risultato. Non possiamo immaginare in questo momento storico una responsabilità diretta dell’agente artificiale. Ecco perché, per essere noi a guidare e gestire la strumentazione tecnologica, e non viceversa, serve etica e sapienza giuridica. Il terzo rischio sarà la mancanza dei posti di lavoro. L'intelligenza artificiale entra per la prima volta in un territorio in cui pensavamo di esserci solo noi esseri umani. Un conto è se la tecnologia ci porta via la fatica fisica, ma se si appropria anche della creatività cosa ci resta? Poi, è sicuro che il saldo dei posti di lavoro tra creati e distrutti sarà positivo come stato per la prima e la seconda rivoluzione industriale? Come è stato per l'avvento del web? Questo non lo sa nessuno. Il progresso fa sempre le sue vittime. I fautori del progresso (ingegneri e programmatori) spesso si disinteressano delle vittime. Si tratta di scienziati, i quali hanno come obiettivo quello di portare avanti la frontiera delle conoscenze delle attività umane. Dobbiamo già preoccuparci? Lavori come il giornalista, il designer, il doppiatore e tanti altri sono destinati a sparire per sempre? Forse, per il momento, ancora no. Perché se c'è una cosa che ci differenzia dalle macchine è l'empatia: caratteristica tipica degli esseri umani. È un dettaglio che fa differenza tra una lettera d'amore che fa innamorare e una lettera d'amore che annoia. E non perché l'intelligenza artificiale manchi di creatività, ma perché manca di umanità