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La vita e le opere di Antonio Terminio: uno studio bio-bibliografico, Dispense di Letteratura Italiana

Antonio Terminio, autore di versi volgari e latini del XVI secolo, è stato oggetto di studio da parte di importanti critici letterari come Croce e Quondam. Nato intorno al 1525, Terminio è noto per la sua presenza nelle Rime di diversi signori napoletani del 1556. La sua famiglia era originaria di Contursi, ma lui si trasferì a Napoli e successivamente a Genova. Tra le sue opere più importanti ci sono i Carmina del 1554, una raccolta di poesie latine, e il Discorso sulla miseria umana e sulla vera felicità col sommario della Vita di Gesù Cristo del 1559. Nonostante l'esistenza di alcuni equivoci sulla sua biografia e sulle sue opere, Terminio rimane una figura importante nella storia letteraria napoletana e italiana.

Tipologia: Dispense

2019/2020

Caricato il 23/07/2020

KEGI07
KEGI07 🇮🇹

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Preliminari bio-bibliografici
Antonio Terminio fu autore di versi volgari e latini e curò una raccolta di
stanze per Giolito. Quondam osserva che la presenza di Terminio era
forte (73 pezzi) nelle Rime di diversi signori napoletani (Giolito 1556).
Nacque a Contursi e morì a Genova.
Croce invece aveva ricostruito il profilo biografico e aveva detto che
Terminio era nato intorno al 1525 perché, essendo storico, aveva fatto
delle indagini all’anagrafe e aveva trovato dei censimenti degli anni 1533
e 1545 in cui trovava la denominazione “di Termine” per alcuni nuclei
familiari. Forse lui aveva latinizzato il suo cognome (Terminius>Terminio).
Nel censimento del 1545 si vedevano che c’erano due ragazzi di nome
entrambi Marcantonio di Termine: uno era 20enne e nato nel 1525,
l’altro 19enne nato nel 1526. Secondo Croce uno dei due era sicuro il
Terminio che cerchiamo. Resta però il problema del nome: questo autore
a volte viene chiamato Antonio e a volte Marc’Antonio. Croce usa solo la
forma Antonio perché la vede confermata dalle opere in cui era presente
e sul frontespizio dei carmi latini del 1554.
L’oscillazione della forma del nome diede origine all’equivoco
dell’esistenza di due letterati diversi: nel ‘600 Toppi lo registrò due volte
nella Biblioteca napoletana: per lui Antonio aveva scritto il Discorso sulla
miseria umana e l’Apologia di tre Seggi illustri di Napoli; Marco Antonio
aveva scritto le Rime che compaiono nell’edizione di Giolito 1556 e di
nuovo l’Apologia dei tre Seggi. In realtà è la stessa persona e lo scoprì
Tafuri. L’ultima volta che è stato usato Marcantonio è nell’opera di
Stefano Carrai che riporta un sonetto di Terminio sul sonno nella sua
antologia dedicata al Sonno. Marco di solito non figura mai:
probabilmente la M. che precede il nome e sta per “Messere” è stata
equivocata.
Croce aveva detto che la famiglia Terminio si era trasferita da Contursi a
Napoli. In realtà non è così. Terminio stesso in una lunga elegia latina,
dedicata a Matteo Montenero, parla della sua famiglia e dice che è
rimasta a Contursi, quindi non si è mai trasferita a Napoli. Solo Terminio
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Preliminari bio-bibliografici Antonio Terminio fu autore di versi volgari e latini e curò una raccolta di stanze per Giolito. Quondam osserva che la presenza di Terminio era forte (73 pezzi) nelle Rime di diversi signori napoletani (Giolito 1556). Nacque a Contursi e morì a Genova. Croce invece aveva ricostruito il profilo biografico e aveva detto che Terminio era nato intorno al 1525 perché, essendo storico, aveva fatto delle indagini all’anagrafe e aveva trovato dei censimenti degli anni 1533 e 1545 in cui trovava la denominazione “di Termine” per alcuni nuclei familiari. Forse lui aveva latinizzato il suo cognome (Terminius>Terminio). Nel censimento del 1545 si vedevano che c’erano due ragazzi di nome entrambi Marcantonio di Termine: uno era 20enne e nato nel 1525, l’altro 19enne nato nel 1526. Secondo Croce uno dei due era sicuro il Terminio che cerchiamo. Resta però il problema del nome: questo autore a volte viene chiamato Antonio e a volte Marc’Antonio. Croce usa solo la forma Antonio perché la vede confermata dalle opere in cui era presente e sul frontespizio dei carmi latini del 1554. L’oscillazione della forma del nome diede origine all’equivoco dell’esistenza di due letterati diversi: nel ‘600 Toppi lo registrò due volte nella Biblioteca napoletana: per lui Antonio aveva scritto il Discorso sulla miseria umana e l’Apologia di tre Seggi illustri di Napoli; Marco Antonio aveva scritto le Rime che compaiono nell’edizione di Giolito 1556 e di nuovo l’Apologia dei tre Seggi. In realtà è la stessa persona e lo scoprì Tafuri. L’ultima volta che è stato usato Marcantonio è nell’opera di Stefano Carrai che riporta un sonetto di Terminio sul sonno nella sua antologia dedicata al Sonno. Marco di solito non figura mai: probabilmente la M. che precede il nome e sta per “Messere” è stata equivocata. Croce aveva detto che la famiglia Terminio si era trasferita da Contursi a Napoli. In realtà non è così. Terminio stesso in una lunga elegia latina, dedicata a Matteo Montenero, parla della sua famiglia e dice che è rimasta a Contursi, quindi non si è mai trasferita a Napoli. Solo Terminio

andò a Napoli. Ci fa capire che aveva un fratello (Giuseppe) e due sorelle (Camilla e Deianira). Il padre tiene i figli radunati intorno al camino e racconta i poeti antichi. Poi si parla del figlio lontano. Lui dice che al momento della stampa dei Carmina (1554) aveva 25 anni: a questo punto la data di nascita non corrisponde a quella di Croce (1525), ma dovrebbe essere 1528/29. Oppure dobbiamo pensare che abbia scritto i versi intorno al 1550 e li abbia stampati dopo (a quel punto l’ipotesi di Croce sarebbe corretta). Non ci sono manoscritti di Terminio, dobbiamo ricostruire le testimonianze a stampa. Metodo Dionisotti: quando è la prima volta che lo trovo, quando è l’ultima volta che lo trovo. Il primo sonetto a stampa di Terminio è un encomio di Laura Terracina, che si legge in un Discorso sui canti dell’Orlando furioso per Laura Terracina (Venezia, Giolito, 1550, seconda edizione). Nella prima edizione del 1549 Terminio non c’è, quindi forse si è trasferito a Napoli tra il 1549-

  1. Laura Terracina è la poetessa napoletana più importante del 500, dopo Vittoria Colonna. Terminio dice che Laura è bella ma anche una brava poetessa. Terminio farebbe il suo esordio intorno ai 21-22 anni a Napoli. Ruscelli mette Terminio tra i gentilissimi e i virtuosissimi che ornano la città di Napoli. Non abbiamo altre fonti per trovare notizie su Terminio. Chioccarelli (nel 600) disse che Terminio era autore di un Discorso sulla miseria umana e sulla vera felicità col sommario della Vita di Gesù Cristo. Alcuni dicono che questo Discorso è privo di note tipografiche, altri come Chioccarelli dicono che è stampato nel 1559 a Genova. Dice che è stampato in appendice ad un’opera di versi spirituali di Ferrante Carafa, marchese di San Lucido. Terminio, che si era trasferito a Genova, può essere considerato il curatore di questa edizione perché gli premette due componimenti (un

1563 Terminio può considerarsi il curatore dell’opera Stanze di diversi autori, ci può far pensare che aveva rapporti con Giolito. Forse prestava la sua opera a beneficio di tipografie che avevano bisogno di letterati. La dedica a Camilla Imperiale è curata da Terminio che pubblica due serie di stanze di 30 e 20 ottave.1563 Secondo volume di Rime scelte da diversi eccellenti autori (Giolito) 132 componimenti in tutto. Dal 1563 non abbiamo notizie di Terminio fino al 1581: nel 1581 viene stampata l’Apologia L’esordio latino: i Carmina nell’edizione giolitina del 1554 Il suo esordio tipografico fu in latino. Nel 1554 stampò da Giolito i suoi Carmina, insieme ad altri poeti perlopiù meridionali, eccetto Francesco Maria Molza (per lui fu la prima apparizione a stampa, anche se si hanno dubbi sull’autenticità dei versi stampati a suo nome). Il libro dei Carmina è composto da un frontespizio, seguito da un foglio bianco, poi c’è la dedica di Lodovico Dolce a Matteo Montenero, poi ci sono 20 componimenti di Terminio, altri autori in mezzo e poi un’altra serie di 18 componimenti di Terminio. Sia la prima che la seconda sequenza di componimenti in latino è dedicata a Ferdinando Carafa. Questo è l’elemento che collega il primo blocco e il secondo blocco. Nella seconda serie compaiono due componimenti dedicati a Matteo Montenero.Matteo Montenero, dedicatario dell’opera, era un giovane genovese di ricca famiglia, allievo di Terminio. Dolce nella dedica dice che i versi sono stati inviati direttamente dall’autore a lui perché possano andare a Giolito. Tutti questi versi sono stati composti a Napoli: Croce aveva ragione a dire che si fosse trasferito a Genova dopo. I Montenero erano banchieri genovesi e Terminio entrò in contatto con altri genovesi residenti a Napoli, molti elogiati nelle poesie in volgare. Quando si trasferì a Genova si sposò.

I versi di Terminio aprono e chiudono la raccolta dei Carmina, nonostante gli altri poeti non siano a lui inferiori, ma occupano la parte maggiore. Si può immaginare che Montenero sia stato il finanziatore dell’opera e vuole rendere preminente il maestro. Questo nel 1554 e nel 1556. Si elogia Terminio e si dice che è il precettore di Montenero. Il nome di Terminio compare anche sul frontespizio. E’ anche il più giovane. Terminio dice che il nome della sua famiglia era dedicato al dio Termine, che proteggeva i confini. Si può dire che il libro è diviso in due parti: il primo pezzo di Terminio della prima parte si apre con Caracciolo, l’altra si apre con Montenero. Non era infrequente che i componimenti dello stesso autore venissero divisi in due punti diversi del libro (esempio dei 63 componimenti di Ferrante Carafa nell’antologia del 1552 distribuiti in due sillogi, una di 42 e una di 21 prima doppio dell’altra). Anche Terminio nell’antologia del 1556 pubblicherà i suoi pezzi distinti in due serie di 53 e 20 a distanza. La ripartizione non è casuale, ognuno dei due piccoli libri ha un proprio patronus.La donna di Terminio è Cupilla, un diminutivo, vezzeggiativo, potrebbe essere una fanciulla napoletana. E’ sorda al suo amore e gli era distante. Si sente come Tantalo che ha vicino la sua felicità ma non può beneficiarne. Cupilla sarà rievocata anche nei versi finali dell’elegia a Matteo Montenero come colei che soltanto ha il potere di rendere felice il poeta.Terminio riadatta la classicità latina al proprio vissuto, anche perché è giovane, non è imitazione ma il volersi adattare a dei modelli: vuole scrivere come gli autori classici, allo stesso modo di come i petrarchisti si erano basati su Petrarca però adattando il modello alla propria vita ed esperienza poetica. Dice che le sue elegie preferite sono l’elegia di Ovidio (di Sulmona) e di Orazio. E’ come se volesse attenersi all’aurea mediocritas di Orazio, la cui misura di felicità è nella giusta stima delle cose che si posseggono senza cedere alla tentazione delle ricchezze e del potere. Ha selezionato i modelli meno impegnativi dei classici latini (leviora). Aurea mediocritas: essere moderati, stare nel mezzo, è la