




















































Studia grazie alle numerose risorse presenti su Docsity
Guadagna punti aiutando altri studenti oppure acquistali con un piano Premium
Prepara i tuoi esami
Studia grazie alle numerose risorse presenti su Docsity
Prepara i tuoi esami con i documenti condivisi da studenti come te su Docsity
Trova i documenti specifici per gli esami della tua università
Preparati con lezioni e prove svolte basate sui programmi universitari!
Rispondi a reali domande d’esame e scopri la tua preparazione
Riassumi i tuoi documenti, fagli domande, convertili in quiz e mappe concettuali
Studia con prove svolte, tesine e consigli utili
Togliti ogni dubbio leggendo le risposte alle domande fatte da altri studenti come te
Esplora i documenti più scaricati per gli argomenti di studio più popolari
Ottieni i punti per scaricare
Guadagna punti aiutando altri studenti oppure acquistali con un piano Premium
tesi yemen: tra continuità e cambiamento
Tipologia: Tesi di laurea
1 / 60
Questa pagina non è visibile nell’anteprima
Non perderti parti importanti!





















































fondamentalismo islamista, e per problemi di tipo tribale, politico e religioso. La continua precarietà delle condizioni di sicurezza, il terrore dei sequestri e la presenza di Al Qaeda sono un disincentivo enorme per i viaggiatori, anche per quelli più incauti e temerari. L’elaborato si concentra in particolare sulle difficoltà socio- economiche del Paese, sulle cause che hanno portato a tale disagio e sugli sviluppi futuri. Al fine di fornire un quadro quanto più approfondito possibile della situazione si è scelto di suddividere il lavoro in tre macro-unità. Il primo capitolo è volto alla conoscenza dei fattori di instabilità che agitano lo Yemen, a partire dal movimento secessionista del sud insoddisfatto dell’operato del governo, fino ad arrivare alla ribellione degli irredentisti sciiti nel nord contro il regime sultanistico che si avvale di favoritismi per il mantenimento del potere personale. Quando lo scontento si è esteso a larghi strati della popolazione, centinaia di yemeniti sono scesi in piazza per chiedere a gran voce libertà e diritti, finché nel febbraio 2012, il Presidente Saleh ha ceduto il potere al suo ex-vice. Ma ben pochi sono stati i cambiamenti, perché Saleh è tuttora al riparo da processi per crimini internazionali e l’élite politica è sempre la stessa. Continuano dunque le marce di protesta nella capitale, i sit-in, e nel malumore generale gli scontri di piazza degenerano in vere e proprie rivolte. A tutto ciò si deve aggiungere che militari statunitensi e la CIA utilizzano droni per la cattura dei terroristi di al - Qaeda, sollevando problemi circa la legittimità e le conseguenze degli attacchi improvvisi. Molti estremisti islamici entrano in Yemen insieme agli sfollati somali che chiedono asilo per cause umanitarie, e l’immigrazione dall’Africa è un altro degli innumerevoli problemi che attanagliano il Paese. Infatti sempre più spesso le giovani africane in fuga dalla miseria vengono prese in ostaggio dai trafficanti, una volta raggiunto il suolo yemenita, per essere rivendute sul mercato degli organi. Dal punto di vista economico, la situazione non è tra le più rosee, aggravata anche dalla diminuzione delle risorse petrolifere e idriche. Circa metà della zona coltivabile, già estremamente ridotta di per sé, è destinata alla coltura del qat, pianta che causa euforia provocando forme di dipendenza, il cui acquisto va a detrimento di altre spese fondamentali, come quelle destinate a cibo e medicine. La disoccupazione dilagante costringe i lavoratori yemeniti, quasi sempre analfabeti, a cercare fortuna altrove, principalmente nel ricco Stato saudita. Le donne, invece, lavorano duramente tutta la giornata nelle campagne, ma molto di rado sono retribuite. Non riescono ad integrarsi nella società ed a raggiungere la realizzazione personale fuori dalle mura domestiche. E neanche al loro interno, dal momento che il Paese soffre di un’impostazione patriarcale, che si sviluppa
esclusivamente su modelli maschili. I rapporti gerarchici sono istituzionalizzati già nella divisione degli spazi abitativi, con piani appositamente dedicati alle donne della famiglia e ai figli. Come ulteriore esempio, i matrimoni combinati sono la prassi, il futuro sposo offre una dote concordata che in caso di divorzio deve essere restituita insieme a tutti i regali. Con questo quadro generale poco rassicurante si conclude il primo capitolo della tesi, e ci si avvia alla lettura del secondo, che tratta degli snodi attraverso cui si è sviluppata la storia yemenita, nell’ottica di comprendere come si è arrivati alle criticità odierne. Ogni singolo aspetto della poliedrica realtà della nazione, che sia di tipo politico, economico, religioso, etico o sociale, può essere spiegato tramite un excursus storico che interessi le date più significative. Non mancano i riferimenti alle numerose colonizzazioni e all’influenza che i britannici (1839-1967) ed i sovietici (1967-1990) hanno lasciato nelle zone del sud. Non manca neanche un richiamo all’esperienza–o meglio, all’illusione?- del panarabismo, con cui si è confrontato lo Yemen del Nord, sotto la guida dell’imam Ahmad che voleva portare una regione estremamente in ritardo per infrastrutture e livelli di alfabetizzazione fuori dall’isolamento, guadagnandosi le simpatie di inglesi e sauditi. Vengono approfonditi i motivi che spiegano la nascita del movimento secessionista dei meridionali, soffermandosi in particolare sul periodo di instabilità per la delimitazione dei confini tra la Repubblica Araba dello Yemen del Nord, nata dopo la sconfitta dell’imam, e la Repubblica Democratica Popolare dello Yemen del sud. Continuando, l’arresto dei prestiti russi dovuto alla dissoluzione dell’Urss, la necessità di superare le strutture produttive obsolete e di migliorare la forza contrattuale nei confronti dei vicini sauditi hanno convinto i meridionali a optare per l’unificazione, avvenuta nel maggio 1990, che è apparsa subito però come un’annessione al nord. Di qui la guerra civile scoppiata nel 1994. I fattori religiosi, poi, rappresentano un altra grande problematica. Le élites governanti sunnite, sin dal passato, hanno discriminato quella cospicua minoranza di sciiti, supportata dall’Iran, che risiede nelle regioni settentrionali. Ecco allora che nel secondo capitolo un excursus sulla comunità sciita, in Yemen e nel mondo, è necessario al fine di avere a disposizione tutti gli strumenti per comprendere il fragile equilibrio in cui sciiti e sunniti vivono in molti Paesi arabi. Alla digressione sulle correnti religiose segue inevitabilmente quella sull’estremismo di matrice islamica: un intero paragrafo è dedicato al fondamentalismo armato, rispondendo a domande quali dove e perché nasce, come si sviluppa, quali obiettivi si prefigge...Il lavoro prosegue con l’intento di spiegare alcuni aspetti dell’Islam, tra i quali la difficoltà nel determinare l’esatta
dell’uso del qat, gli elevati livelli di disoccupazione, e la drastica riduzione del turismo dovuta all’instabilità della zona. L’intero paragrafo finale è riservato alle innovative soluzioni in merito alle problematiche sopra elencate, da mettere in pratica quanto prima.
1.1 GLI INTERVENTI OCCIDENTALI. Lo Yemen ha ora il meno invidiabile dei primati: quasi tutte le criticità del Medio Oriente trovano qui la loro massima espressione. Come accaduto a molti Stati arabi creati a tavolino dagli ex colonizzatori europei sulle ceneri dell’Impero ottomano, anche in Yemen la conflittualità etnica e a sfondo confessionale è una costante nella storia contemporanea. Ed in molti casi, il conflitto è stato ulteriormente radicalizzato dalle élite governative per legittimarsi. Le difficoltà arrivano non solo dal movimento dei secessionisti, che accusa il regime di emarginare la popolazione del sud e sfruttarne le già ridotte risorse economiche a proprio favore, ma anche dalla ribellione degli irredentisti sciiti del nord dell’imam Houthi, finanziati e sostenuti dall’Iran nella loro ostilità verso la religione musulmana sunnita^1 , e dal terrorismo di matrice islamica. L’area meridionale è conosciuta in prevalenza per il triste motivo di essere una roccaforte storica dell'internazionale jihadista. Dal gennaio 2009 l’espansione dell’AQAP, al-Qaida nella Penisola Arabica, con il suo braccio locale Ansar Al- Sharia operante soprattutto lungo le coste del golfo di Aden, è causa di notevoli preoccupazioni. I fondamentalisti armati si pongono come alternativa all’attuale assetto istituzionale, alla corruzione e all’inefficienza del governo centrale, offrendo servizi pubblici che nel poverissimo Yemen mancano perennemente. Si accattivano il favore della società civile, difendendola, come loro stessi sostengono, “da un Governo che uccide innocenti e distrugge raccolti e bestiame” aggiungendo di essere “parte integrante del viaggio intrapreso dalla popolazione yemenita verso la dignità e la libertà sotto la bandiera dell’Islam”^2. Hanno iniziato una lunga opera di denuncia contro le potenze occidentali, inglesi, francesi e americani in prima linea, che appoggiano tradizionalmente i regimi clientelari e autocratici, vestendoli in apparenza di un abito democratico, al solo scopo di assicurarsi ingenti flussi di petrolio. Lo Yemen, che non è un’eccezione rispetto agli altri Stati autocratici del Medioriente, ha da sempre sfruttato la minaccia talebana per assicurarsi gli aiuti esterni a lungo termine^3 , indispensabili in un Paese affetto da un’ampia gamma di atroci problemi, dalla povertà cronica a un tasso di disoccupazione ormai alle stelle, inferiore solo a quello della Striscia di Gaza. L’Esercito statunitense e la CIA hanno ormai iniziato a coordinare una campagna distinta ma collegata dove vengono
1 Maurizio Molinari, Così l'Iran sfrutta la Germania per spedire armi a Damasco, “La Stampa”, 2012 2 Ludovico Carlino, Al Qaeda, la Penisola Araba e la rivolta yemenita, “Osservatorioiraq.it”, 2011 3 Si veda www.nawaat.org/portail/tag/loi-antiterroriste
cui gli stessi operatori umanitari hanno paura e non vogliono assistere i feriti. Alla maniera dell’Arabia Saudita, Washington continua a gestire la questione yemenita come esclusivamente legata a dinamiche di sicurezza, e non ha mai fatto proprio l’obiettivo del benessere della popolazione^5 , nonostante l’UNICEF abbia lanciato più volte l’allarme che ogni anno mezzo milione di bambini rischiano la morte per malnutrizione. Tant’è vero che i venti milioni di dollari destinati allo sviluppo versati nelle casse yemenite dagli USA, e malauguratamente utilizzati per finanziare la macchina repressiva del regime, rappresentano ben poco se paragonati agli oltre ottanta milioni concessi sempre dagli americani, solo nel 2011, per gli aiuti bellici. È prevalsa dunque quella linea politica che preme sulla rinuncia alla democratizzazione in cambio della stabilità. Evidenti, in aggiunta, sono le vere intenzioni dei sauditi, il cui attivismo per la sicurezza del Paese non è dovuto a ragioni umanitarie, ma geo- strategiche e soprattutto economiche. In primo luogo, Yemen e Arabia Saudita condividono un confine di oltre un chilometro e mezzo, quindi la guerriglia difficilmente potrebbe non avere ripercussioni all’interno del più grande Stato della penisola araba. Uno Yemen più prospero significherebbe meno disoccupazione, e meno lavoratori che cercano di varcare il confine per raggiungere le ricche coste saudite. L’Arabia ha poi iniziato ad investire in Yemen, in particolare a causa delle ripetute crisi finanziarie delle piazze più importanti, come Dubai negli ultimi anni, e anche perché il governo locale offre vantaggiosi incentivi, uguagliando investitori nazionali e stranieri, che hanno possibilità di essere proprietari dei beni immobili.
1.2 LA PRIMAVERA YEMENITA. L’agognata separazione del sud, la divergenza sciita, e l’integralismo wahabita si intrecciano alle minacce derivanti dalle dinamiche tribali ben consolidate e dai feudi personali, un sistema clientelare creato dal Presidente Saleh, che elargisce sovvenzioni in cambio di lealtà. Nei tanti villaggi ubicati in zone montagnose o desertiche, dove lo Stato non è in grado di portare i servizi pubblici basilari per la mancanza di strade agevolmente percorribili , la figura dello shaykh funge da punto di contatto tra la popolazione e un governo che fatica a dare una prospettiva di sviluppo alle aree più disagiate. La lotta fra le tribù che vede gli Hashad contro i Baqil, poi gli al-Qahtan e gli al-Obeida contro gli al-Damashqa, fedeli al presidente e presenti in tutti i ruoli-chiave della sicurezza, stanno logorando
5 Carlo Bertani, La democrazia della mezzaluna. È possibile conciliare Islam e democrazia senza seppellire tutto con bombe e missili?, www.disinformazione.it, 2011
il Paese trascinandolo in una guerra civile. Le varie fazioni impiegano bambini- soldato per il raggiungimento dei propri interessi nella guerriglia nazionale, perché i minori sono poco tutelati in Yemen. Lo dimostra anche l’accusa rivolta a diversi movimenti politici da parte di organizzazioni internazionali e ONG locali di avere strumentalizzato i ragazzi durante le numerose manifestazioni nei mesi che hanno preceduto la deposizione del Presidente, risalente al febbraio 2012. Parte dell’opposizione ha persino occupato le scuole, trasformandole in obiettivi militari ed in postazioni da cui aprire il fuoco. Ha cosi esposto la vita degli studenti a rischi elevatissimi, e non stupisce che è notevolmente cresciuto il tasso di abbandono scolastico, in prevalenza fra le ragazze, fenomeno reso ancora più drammatico dal fatto che il Paese si classifica all’ultimo posto per livello di istruzione nell’area mediorientale. Nell’ Arab League Index of Unrest dell’Economist, in una scala da 0 a 100 dove 100 è la massima instabilità, lo Yemen ha un punteggio di 86.6, seguito da Libia (71), Egitto (68), Siria (68) e Iraq (67). I ricchi Stati vicini allo Yemen hanno un punteggio di 52.5 (Arabia Saudita), o inferiore a 30 (Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Qatar). Interessante è notare la relazione tra tensioni sociali e percentuale di giovani al di sotto dei 25 anni: in Yemen i minori di 25 anni sono il 65,4% dei cittadini, e come si diceva, l’Unrest Index dell’Economist (2010) stima un punteggio di 86.6; in Arabia Saudita il 50,8% della popolazione ha meno di 25 anni e l’Unrest Index è di 52,5. Anche in base all’indice di rischio dei Paesi del Medio Oriente e del Maghreb, lo Yemen è nella regione lo Stato con la più alta instabilità. In una scala che va da un valore minimo di 1 (massimo rischio) ad un valore massimo di 10 (stabilità assoluta), la valutazione del Paese è di 3.2, contro il 6.9 del Qatar ed il 6.3 di Kuwait ed Emirati Arabi Uniti^6. Le manifestazioni di molti yemeniti che chiedono maggiore libertà, il rispetto dello stato di diritto e nuove misure contro la corruzione sono state represse con un uso sproporzionato della forza: dispiegamento dei carri armati a Ta'izz e bombardamento notturno della città, casi di punizione collettiva, grandi disagi inflitti volutamente alla popolazione civile come, ad esempio, la distruzione dei punti di accesso all'acqua, all'elettricità e al carburante. In molti casi, la polizia ha impedito che i dimostranti feriti fossero portati in ospedale o che i medici e le ambulanze potessero raggiungerli^7. Alcuni rapporti della missione delle Nazioni Unite in Yemen testimoniano di più di un caso in cui le forze di sicurezza
6 Mappa realizzata da Pietro Longo, Stability Index , Equilibri.net, Milano, 2011 7 Ufficio dell’Alto Commissario per i diritti umani: pubblicato il rapporto della missione in Yemen, Pace Diritti Umani. Centro interdipartimentale di ricerca e servizi sui diritti della persona e dei popoli, 2011
Assad in Siria, seppur con diverse sfumature. In un regime sultanistico, il leader ha come unico scopo il mantenimento del potere personale^11 attraverso favoritismi e avvalendosi delle ingenti ricchezze per rafforzare la lealtà dell’élite politica e militare che lo circonda. I sultanismi, anche quando permettono un formale ciclo elettorale, sono basati sulla massima discrezionalità del potere^12 : le decisioni sono arbitrarie, né limitate da norme né giustificate su base ideologica, e hanno spesso finalità particolaristiche o privatistiche. Lo Yemen è stato giudicato “Non Libero” in Freedom of the Press 2010 ed in Freedom in the World 2011, il sondaggio di Freedom House sui diritti politici e le libertà civili. Secondo il rapporto 2011 di Transparency International lo Yemen è anche il diciannovesimo Paese più corrotto al mondo. Per Democracy Index 2010 dell’ Economist Intelligence Unit è un regime autocratico: il codice penale persegue eventuali critiche al capo dello Stato e le pubblicazioni di materiale che potrebbe diffondere spirito di dissenso tra la popolazione. Anche se formalmente previsto manca di fatto il pluralismo politico: il Congresso generale del Popolo, con l’ex presidente Saleh come guida, è stato per decenni il partito dominante, per cui la democrazia resta solo sulla Carta. Nessun Paese a maggioranza islamica è stato incluso nella lista dei 28 Stati definiti full democracies (democrazie “piene” o “compiute”). Nella successiva categoria delle flawed democracies (democrazie “difettose” o “incrinate”) figurano Indonesia (65 a nel ranking globale), Bangladesh (75a^ ), Palestina (79 a^ ), Mali (80 a^ ), Malaysia (81 a^ ). Gli altri paesi islamici (a partire dalla Turchia, 88a^ ) sono stati invece inclusi nella categoria dei regimi ibridi, e, ancora più spesso, fra i regimi autoritari. Questa classifica mostra che l’introiezione dei valori liberali nel mondo musulmano è ancora in uno stadio embrionale. Esiste un presupposto economico alla mancanza di democrazia nel mondo arabo: gli aiuti occidentali e gli introiti derivanti dal petrolio rendono possibile la strategia politica chiave dei regimi mediorientali, che è quella di investire tantissimo sull’impiego pubblico senza imporre forti tasse. La presenza delle forze di polizia è massiccia, dal momento che c’è molto denaro con cui oliare un apparato di sicurezza cosi pervasivo e attivo, e questo genera tendenza all’apatia nei cittadini. Quando la rivoluzione globale nelle tecnologie energetiche raggiungerà la sua massima potenza, infrangendo il cartello del petrolio, l’eccezionalismo politico arabo sarà definitivamente condannato. Ma si dovrà ancora lavorare molto per
11 J. Linz, H.E. Chehabi, (a cura di), Sultanistic Regimes , Johns Hopkins University Press, Baltimore, 12 J. Linz e A. Stepan, Transizione e consolidamento democratico , Il Mulino, Bologna, 2000
giungere a democrazie compiute, caratterizzate da elezioni libere, competitive e trasparenti; da governi operanti in base al principio di responsabilità e rispettosi delle minoranze; e dalla concessione di pieni diritti civili, politici e sociali a tutta la cittadinanza, senza barriere di genere, censo, religione, etnia. Se, come è poi successo, lo scontento economico e politico si estende a larghi strati della popolazione ed il livello di corruzione diventa intollerabile^13 , la rivoluzione è imminente. L’apparente mutamento della realtà dello Yemen ha portato effettivamente a una rinascita democratica? È questa la domanda che silenziosamente si insinua nell’analisi del percorso conclusosi nella destituzione del leader e nell’auspicio di una progressiva democratizzazione^14. È finita la stagione del quarto regime autocratico ma non si può essere altrettanto certi che la ‘Primavera yemenita’ si sia già conclusa^15. Se è vero da una lato che, almeno in apparenza, sono state riformulate le regole del gioco, chi assicura che venga in effetti rispettata la volontà popolare? L’insofferenza nei confronti del governo non si è placata, giacché questo pilotato e pacifico passaggio di poteri è stato così morbido da passare inosservato ed è avvenuto nell’immobilismo più assoluto. Nulla è cambiato^16 dal momento in cui, sebbene si siano indette nuove elezioni per confermare Hadi, queste non sono state realmente garanzia di libertà. L’unico candidato era già vice presidente e primo ministro nel precedente governo, dalla personalità troppo debole per sfidare i centri di potere reali. Non si sono verificate modifiche legislative: la giustizia continua ad essere amministrata in tribunali ad hoc, l’élite politica è sempre la stessa, e alla famiglia di Saleh rimane ancora il controllo di diverse posizioni-chiave per la stabilità del Paese. Il figlio maggiore, Ahmad Ali Abdullah Saleh, predestinato a succedergli al potere, controlla la Guardia repubblicana e le forze speciali. Il nipote dell’ex Rais, Yahya Mohammed Abdullah Saleh, dirige le Forze di sicurezza centrali. Degli altri nipoti, Tareq Mohammed Abdullah Saleh è alla guida della Guardia personale del Capo di Stato, ed Ammar Mohammed Abdullah Saleh è vicedirettore della Polizia. Il fratellastro comanda l’ufficio del Comando supremo delle forze armate. Anche per quanto riguarda i settori dell’ economia, il clan dei
13 E. Bellin, The Robustness of Authoritarianism in the Middle East , “Comparative Politics”, n. 2, 2004, pp. 139-157. 14 Michael Larry Ross, Will Oil Drown the Arab Spring? Democracy and the Resource Curse , Foreign Affairs, Vol. 90, N. 2, 2011 15 Eleonora Ardemagni, L’anno cruciale dello Yemen, “AffarInternazionali”, 2013 16 Per il caso egiziano, si veda Jason Brownlee, Egypt’s Incomplete Revolution. The Challenge of Post-Mubarak Authoritarianism, in “Jadaliyya”, 5 luglio 2011, http://www.jadaliyya.com/pages/index/2059/egyptd-incomplete-revolution
margine di errore può essere addirittura di due anni. Un’oscillazione decisamente troppo ampia per decidere della vita di un essere umano. I giudici poi sono tutt’altro che clementi, lo dimostra il caso di Bashir Mohammed Ahmed Ali Al-Dihar, condannato a morte nonostante l’avvocato era riuscito a dimostrare la minore età del proprio assistito. La lettera di cui si parla è anche un’accusa alla corruzione dilagante nelle prigioni e alle condizioni drammatiche e disumane in cui vivono i detenuti, privati di finestre e letti nelle deplorevoli celle, e persino della possibilità di vedere i familiari. I prigionieri lanciano un appello, affinché il diritto dell’imputato a scegliere liberamente il proprio legale sia effettivamente rispettato, e venga messa al più presto fine all’eccessiva lunghezza ed inefficienza dei processi che troppo spesso obbligano ragazzi poi rilasciati perché innocenti a rimanere in cella per parecchi anni. Con l’intenzione di continuare la battaglia, nel marzo 2013 l’ONG Human Rights Watch ha chiesto di interrompere l’applicazione della pena di morte almeno per i minori all’epoca del reato. Nel rapporto“Look at Us with a Merciful Eye”^19 , sollecita la nuova amministrazione a rompere con il passato della giustizia arbitraria, ed a revocare l’ordine di esecuzione di tre adolescenti ricorsi in appello senza esito in tutte le istanze yemenite. Molti minori hanno subito maltrattamenti e minacce di stupro da parte delle forze dell’ordine, e sono stati obbligati a rilasciare false confessioni. Lo ha denunciato Hind al-Barti, intervistata dall’ONG, prima di essere fucilata da un plotone di esecuzione per un presunto omicidio commesso all’età di quindici anni.
1.4 TURISMO ED EMIGRAZIONE. Viste le dinamiche potenzialmente destabilizzanti, il problema della sicurezza è tra le prime minacce e tra le principali emergenze nazionali. Ciò che salta subito agli occhi di uno straniero in Yemen è la privazione dell’ assoluta libertà di movimento di cui si gode in Europa, data troppe volte per scontata. La polizia è sempre presente, presidiando le zone di incontro e riunione delle grandi città, nonché le principali arterie stradali e le vie che collegano i Governatorati dell’interno. Rischiosa è la navigazione nel Golfo di Aden e lungo la frontiera con l’Eritrea per la pirateria; le strutture governative o gli obiettivi occidentali sono oggetto di attentati da parte dell’estremismo violento di al Qaeda. Non è raro che i viaggiatori siano rapiti da elementi tribali, fatto che ha bloccato oggi quasi completamente il turismo in Yemen, come riportano i dati ufficiali. La rapina
19 Luca Pistone, Yemen: pena di morte per i minori, l’appello di una ONG, “Atlas”, 2013
del 1988 durante la quale furono uccisi quattro turisti ha avuto vasta eco e risonanza a livello internazionale perché il governo yemenita ha cercato di far cadere la responsabilità sui guerriglieri del sud malgrado gli organizzatori fossero di cittadinanza inglese o algerina. L’opinione pubblica è stata turbata anche a seguito dell’attentato del 2002, quando un uomo addestrato da Al-Qaeda ha fatto irruzione in un ospedale cristiano della cittadina meridionale di Jibla, uccidendo tre medici e ferendone un quarto, dopo avere loro rivolto l’accusa di fare proselitismo cattolico in terra islamica. Il turismo stenta ad affermarsi a causa delle condizioni di grave insicurezza ed il governo non riesce a sfruttare le enormi potenzialità paesaggistiche, il patrimonio architettonico delle città ed il fascino degli ambienti desertici. Solo sei località sono aree tutelate, in una regione dove potrebbero essere almeno trentasei i luoghi che soddisfano tutti i requisisti ambientali per essere classificati come naturalmente protetti. Un tipo di turismo che rimane tristemente diffuso è quello sessuale, che vede coinvolte giovani yemenite di famiglie povere in matrimoni lampo con visitatori degli stati del Golfo. L’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) lancia anche l’allarme della compravendita e delle violenze subite da migliaia di immigrate africane, che per scappare dalla povertà incappano nel fenomeno della tratta di esseri umani sempre più diffuso in queste aree del pianeta. Nel corso del viaggio vengono spesso stuprate, soffocate per il sovraffollamento, gettate in mare dagli stessi contrabbandieri o prese in ostaggio dai trafficanti una volta raggiunto il suolo yemenita. Secondo il rapporto “Desperate Choices”, condotto dal Danish Refugee Council e dal Regional Mixed Migration Secretariat , le reti criminali si estendono attraverso l’Etiopia, lo Yemen, Gibuti e l’Arabia Saudita. Sulla carta lo Yemen, meta di centinaia di profughi africani, sembra possedere una politica piuttosto aperta nei confronti dell’immigrazione, ma una volta per le strade l’accoglienza è ben diversa. Alawi, leader di un’organizzazione anti- discriminazione, incolpa di questo odio la situazione economica e politica attuale. Senza contare poi il dramma dei centinaia di profughi schiavi nel Sinai, che cercano di fuggire da Paesi dove sono in corso gravi persecuzioni o imperversa la guerra, passando per Israele e affidandosi ad organizzazioni per nulla raccomandabili, nella disperazione e nella mancanza di prospettive^20. Sono venduti ogni giorno sul mercato degli organi per i trapianti clandestini e per rifornire gli arsenali di gruppi fondamentalisti islamici o di movimenti jihadisti, di formazioni autonomiste beduine
20 Emilio Drudi, La scomparsa dei diritti umani, “EveryOne, 2013
probabilmente si riferisce anche ad un'ampia forza di riservisti visto che l'esercito di per sé ammonta a circa 66.000 effettivi^23. Dati come la bassissima percentuale di urbanizzazione (30% nel 2008), lo scarso tasso di alfabetizzazione e di scolarizzazione (fermi, rispettivamente, al 61% e al 73%) sono sintomatici delle croniche difficoltà che lo Yemen deve affrontare in ambito sociale. La rapida crescita demografica finisce per complicare ulteriormente la questione: il tasso di incremento della popolazione è stato stimato al 2.7% nel 2010 e l’indice di fecondità è di 4. figli per donna in età fertile. Il Paese ha uno dei tassi di registrazione delle nascite più bassi al mondo: su una popolazione di oltre 24 milioni di persone, il governo riesce a tenere il conteggio del 22% dei nuovi nati, percentuale che scende al 5% per le zone rurali e povere, secondo i dati Unicef. La mortalità infantile (56.7%) rimane molto alta seppure in calo negli ultimi venti anni. L’obiettivo, considerato utopico persino dai più ottimisti, è quello di ridurre la crescita demografica al 2.2% entro il 2015. Anche se la maggior parte della popolazione lavora nel settore primario, la bilancia commerciale agricola resta fortemente deficitaria: appena l’8% del territorio è coltivabile e per i 2/3 consiste in parcelle inferiori ad un ettaro. Poco meno della metà del terreno adatto alla coltivazione è destinato alla coltura della Catha edulis, che assorbe il 30% delle risorse d’acqua del paese, per cui il qat costituisce un problema non solo di tipo sociale, ma anche economico. Il 72% degli uomini ed il 33% delle donne circa ne fa uso, e la popolazione yemenita destina in genere il 10% dei propri magri bilanci famigliari al suo acquisto, a detrimento di altre spese fondamentali, come quelle destinate ai medicinali e alla propria sicurezza alimentare. Inoltre incide negativamente sui livelli di produttività della forza lavoro, se si pensa che mediamente il 25% delle ore utilizzabili per lavorare viene dedicato a masticare qat. Il governo yemenita elargisce circa 700 milioni di dollari l’anno per l'acquisto del gasolio necessario a far funzionare le pompe che estraggono dai pozzi l'acqua per coltivarlo^24. La pianta contiene un alcaloide dall’azione stimolante, che provoca euforia e perdita di appetito, oltre a creare dipendenza: è il modo migliore per sottomettere in modo consenziente una popolazione.
1.6 LE SFIDE ECONOMICHE. Tra le principali sfide economiche che lo Yemen deve affrontare emergono la progressiva diminuzione delle risorse petrolifere e idriche. Negli ultimi mesi, gli attacchi ai gasdotti e oleodotti, attribuiti ai membri
23 Forze armate nel mondo dal secondo dopoguerra al XXI secolo/Yemen, “Wikibooks” 24 John Vidal, Yemen threatens to chew itself to death over thirst for narcotic qat plant, “The Guardian”, 2010
dell’AQAP, si sono susseguiti a intervalli ridotti, quasi regolari. La produzione del greggio, che ha da sempre rappresentato il 70% degli introiti governativi, appare in netto declino e si stima che proprio il suo esaurimento, nel giro di poco tempo, potrebbe portare il Paese verso una grave situazione deficitaria. Da circa 440. barili di petrolio estratti giornalmente nel 2001, che rappresentano il picco massimo raggiunto dallo Yemen, si è passati a 290.000 barili nel 2009, con una ulteriore decrescita nel 2010, secondo le stime fornite dalla Energy Information Administration^25.^ Quantità modestissima se si pensa che l’Arabia Saudita al giorno ne produce circa 10 milioni e una città come Roma in un solo mese ne consuma mediamente 46 milioni. Il problema dell’acqua potabile, dovuto al basso tasso di precipitazioni, è poi illustrato da poche semplici cifre: il consumo medio annuo è di 3,4 miliardi di metri cubi ma le fonti idriche rinnovabili raggiungono solo 2,5 miliari di metri cubi; il 43% della popolazione urbana si vede negato l’accesso all’acqua potabile, e nelle zone rurali questa percentuale sale al 53%. Con più dei ¾ della popolazione totale che non utilizza i servizi igienico-sanitari, lo Yemen si colloca al primo posto tra i Paesi del Medio Oriente e tra i primi dieci al mondo per la mancanza di risorse idriche. Sana’a, la principale città yemenita, rischia di diventare la prima capitale al mondo a rimanere senz'acqua entro un periodo che varia tra il 2015 e il 2025 a seconda delle stime, e la situazione è ancora più allarmante nelle zone rurali, in cui quotidianamente si devono coprire lunghe distanze con le taniche prima di potersene rifornire. L'abbassamento del livello dell'acqua sta costringendo a scavare pozzi in strati sempre più profondi del sottosuolo, dove essa risulta spesso insalubre in quanto contaminata da una sempre maggiore presenza di minerali. La quasi totalità delle perforazioni dei pozzi avviene illegalmente, senza alcuna licenza. A dire il vero, se solo una minoranza dei coltivatori è a conoscenza del fatto che la National Water Resources Authority dello Yemen è responsabile per la concessione delle licenze per scavare i pozzi, coloro che ne sono informati spesso trovano più vantaggioso rischiare di pagare un'eventuale multa piuttosto che chiedere l’autorizzazione. Un’altra sfida è la riduzione della disoccupazione, attualmente calcolata intorno al 40%, di poco inferiore alla percentuale registrata nell’Africa subsahariana. Preoccupano le decisioni dell’Arabia Saudita di respingere in patria i lavoratori yemeniti, tradizionalmente con un deficit di istruzione maggiore rispetto a
25 Country Analysis Briefs: Yemen , Energy Information Administration, aggiornamento del marzo 2010