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Tesina di maturità sui Peanuts
Tipologia: Tesine di Maturità
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Classe III classico A
Perché le domande veramente serie sono solo quelle che possono essere formulate da un bambino. Solo le domande più ingenue sono veramente serie. Sono domande per le quali non esiste risposta. Una domanda per la quale non esiste risposta è una barriera oltre la quale non è possibile andare. In altri termini: sono proprio le domande per le quali non esiste risposta che segnano i limiti delle possibilità umane e tracciano i confini dell’esistenza umana. 1
Non sono mai stata una lettrice sfegatata delle avventure di Charlie Brown, Snoopy & co, quanto meno una grande appassionata di fumetti, ma credo che i Peanuts siano speciali. Fin da piccola ho iniziato a leggere per merito di mio padre qua e là qualche strip, senza impegno e senza particolare interesse, semplicemente simpatizzando per quel bambino dalla testa rotonda e i suoi amici; solo crescendo ho iniziato a notare quanto quei bambini in fondo mi assomigliassero, quanto avessimo in comune in pensieri e azioni (siamo un po’ tutti Charlie Brown), ed è allora che ho iniziato a voler loro bene, per
2 Liceo Classico Valsalice a. s. 2013- Esame di Stato
1 Milan Kundera, L’insostenibile leggerezza dell’essere, Adelphi Edizioni, Milano 1989, pp 153
non ha mai permesso a nessuno di avvicinarsi allo Snoopy Place n. 1, il suo studio a Santa Rosa, California, dove si trasferì dal natio Minnesota nel 1958. Egli ha sempre pensato, creato e realizzato ogni singola striscia della sua creatura, alla quale ha dedicato interamente la vita, lavorando al fumetto dal lunedì al venerdì, dalle 9 alle 17, senza quasi mai una vacanza. La trama delle avventure dei Peanuts si svolge in un luogo imprecisato e allo stesso tempo estremamente determinato: dalla biografia dell’autore, dal paesaggio campestre che egli ha delineato con netti contrasti stagionali, dalla conformazione suburbana delle infinite villette a schiera tipiche della provincia americana, si presuppone che lo sfondo della storia sia l’ordinata e verde periferie di una cittadina del Minnesota, Stato del Nord-est americano, al confine con il Canada. Schulz ci regala solo scorci, ritagli, pezzettini di sfondo appena accennati e forse proprio per questo così evocativi. Sta a noi lettori il completamento, e così partecipiamo alla creazione del fumetto, incentrato sulla relazione anche in questo senso extra-testuale. In quest’ambientazione bucolica e tranquilla, lontana dal fragore metropolitano, il tempo si dilata all’infinito e tutte le varie attività quotidiane e facilmente rintracciabili nell’esperienza comunque della vita di ognuno fanno da sfondo per le infinite dissertazioni dei protagonisti. La novità che più caratterizza i Peanuts rispetto alle altre tante baby-striscie appare da subito l’assenza completa di adulti, un’assenza che ben presto si rivela come presenza di “personaggi invisibili”, non solo adulti, ma anche bambini e animali, veri e propri protagonisti a latere, che Schulz inventa e porta avanti negli anni senza però mai disegnarli.
La tesi fin ora più avvalorata e citata su quale sia la peculiarità che distingue i Peanuts dal filone dei suoi consimili a fumetti, appartiene al semiologo Umberto Eco e risiede nella convinzione che Schulz abbia introdotto nel fumetto l’idea del bambino metafora. Questa teoria ha instaurato una sorta di tradizione italiana nella lettura dei Peanuts come un mondo in cui, pur attraverso il filtro di un tenero microcosmo infantile, vengono messi in scena le nevrosi assolutamente adulte dell’uomo contemporaneo.
Questi bambini ci toccano da vicino perché in un certo senso sono dei mostri: sono le mostruose riduzioni infantili di tutte le nevrosi di un moderno cittadino della civiltà industriale. Essi ci toccano da vicino perché ci accorgiamo che se sono dei mostri è perché noi, gli adulti, li abbiamo resi tali. In essi ritroviamo tutto, Freud, la massificazione, la lotta frustrata per il successo, la ricerca di simpatia, la solitudine, la reazione proterva, l’acquiescenza passiva e la protesta nevrotica. E però tutti questi elementi non fioriscono, tali e quali noi li conosciamo, dalla
2 Liceo Classico Valsalice a. s. 2013- Esame di Stato
bocca di un gruppo di innocenti: sono pensati e ridetti attraverso il filtro dell’innocenza. I bambini di Schulz non sono lo strumento malizioso per contrabbandare i problemi di noi adulti; questi problemi vengono vissuti secondo i modi di una psicologia infantile, e proprio per questo ci appaiono toccanti e senza speranza, come se riconoscessimo all’improvviso che i nostri mali hanno inquinato tutto, alla radice. 2
Non condivide però l’interpretazione di Eco, Simona Bassano di Tufillo autrice del saggio “Piccola storia dei Peanuts”, la quale sostiene che il fatto che i protagonisti siano un gruppo di bambini non deve trarre in inganno, non sono i mostri che lo scrittore vorrebbe. Ciò che maggiormente avrebbe avvalorato l’ipotesi del “bambino metafora” sarebbe stata la singolare caratteristica di questo fumetto in cui gli adulti esistono solo di riflesso, senza mai apparire nelle vignette, disegnate con un’inquadratura che in ogni caso consentirebbe loro al massimo di entrare in scena solo dalla pancia in giù. Lo stesso Sparky infatti affermava:
Perché non ci sono adulti nei Peanuts? Beh, proprio non c’era spazio per loro: per entrare nelle vignette avrebbero dovuto accovacciarsi. Stiamo in mezzo ai bambini. Se aggiungessimo gli adulti, dovremmo zumare all’indietro e in alto e cambierebbe tutta la prospettiva. 3
A ben vedere però, non sono solo gli adulti ad essere tagliati fuori dal microcosmo, ma anche personaggi di altri bambini (la bambina dai capelli rossi tanto amata da Charlie Brown, ad esempio), o di animali (lo stupido gatto dei vicini che invece Snoopy odia). E’ fuori campo tutto ciò con cui i protagonisti convivono, si confrontano, si relazionano, ciò che desiderano, detestano, amano e odiano. Non si vedono i protagonisti “assenti” ma si sentono: la loro azione di rivela attraverso la reazione dei protagonisti. Shulz pone l’accento sull’effetto che questi rapporti hanno sul singolo, e sulla sua reazione ad essi, il suo rifletterli, viverli, sia attraverso l’adattamento che attraverso il contrasto, poiché di queste relazioni sociali ognuno è specchio, somma, risultato. In questo senso ogni lettore può immedesimarsi nei Peanuts, ma non perché essi facciano le veci di adulti contemporanei stressati, bensì per la relazione affettiva che con i personaggi instauriamo, oltre che per il conseguente processo di immedesimazione che scatta
2 U. Eco, Il mondo di Charlie Brown , in C. Schulz, Arriva Charlie Brown! , Baldini & Castoldi, Milano 2001 3 Charles Monroe Schulz, Il libro d’oro dei Peanuts Dalai Editore, Milano 2000, p. 169
gioie e i dolori della convivenza, basata sulla ricchezza delle differenze individuali, si palesa soprattutto attraverso il tema dei fiocchi di neve, onnipresente nelle avventure invernali dei Peanuts in un’interminabile serie di strisce nel corso degli anni. In esse, Charlie Brown e compagni si soffermano a osservare i fiocchi di neve che cadono, meditando sul fatto che scendono giu in tanti, diventano una massa compatta; eppure, di fiocchi di neve, non ne esistono due uguali. Da questa osservazione Schulz ha sviluppato infinite varianti comico-filosofiche sul tema: Lucy crede che si tratti di una “strana leggenda” inventata da Charlie Brown; Linus si pone il problema su come interloquire con la neve, se con i singoli fiocchi o con la collettività-neve; Snoopy definisce i fiocchi di neve “gli ultimi tenaci individualisti”. Si tratta evidentemente di un tema molto caro all’autore, che ne fa in qualche modo una filosofia di vita: quella di un “individualismo socievole”, non misantropo, che difende le differenze individuali, ma senza ombra di egoismo, in nome della varietà come fonte di vita, di crescita. E’ una vera e propria dichiarazione di poetica, postulata a chiare lettere nell’ambito di alcune specifiche strisce, ma che si può agevolmente rintracciare come sfondo di tutta la serie, ma che si può agevolmente rintracciare come sfondo di tutta la serie: ogni personaggio è unico, un po’ come un fiocco di neve, ma è il gruppo che fa la grandezza del fumetto. Paradossalmente, questo artista solitario e schivo, che ha lavorato ai Peanuts tutti i giorni della sua vita, senza vacanze, senza mai delegare a nessuno nemmeno il più piccolo particolare, come un artigiano meticoloso e gelosissimo dei suoi segreti, ci ha regalato un’opera corale, basata come nessun altra sulla socialità, sulla relazione, sul senso dell’individualismo come ricchezza della comunità. Oltre a possedere un suo ben delineato carattere, ogni bambino del mondo dei Peanuts esprime una sua e unica interpretazione del mondo. Ogni personaggio di questo mondo infinitesimale costituisce a sua volta un piccolissimo universo unico e a sé stante pur nell’interrazione quotidiana con gli altri. Più che a dialoghi, assistiamo a monologhi di mondi chiusi ognuno nella propria visione del reale e nelle proprie ossessioni, che altro non sono che interpretazioni del mondo.
Il perennemente depresso Charlie Brown, ad esempio, di scervella per capire cosa il mondo voglia esattamente da lui. Questi che, oltre ad essere autobiograficamente lo specchio dell’autore stesso, rappresenta il tipico uomo medio assillato dalle nevrosi causate dalla vita moderna. Inetto, per lo più, nelle cose che fa, tiranneggiato persino dal suo cane, Snoopy, è costantemente in bilico tra la nevrosi e il suicidio. Normodotato per natura, per questo sbeffeggiato da Lucy e dalle altre protagoniste femminili del suo mondo, rappresenta la “normalità” con la enne maiuscola, l’aurea mediocritas dell’uomo della strada. Tanto che nel lettore, alla prima sensazione di simpatia per le sfortunate avventure del protagonista, si sostituisce presto la consapevolezza che a
Charlie Brown le cose vadano male per colpa sua, per la sua genetica inettitudine. A farne “personaggio” l’eponimia ribadita continuamente (da eroe omerico al contrario, eroe del nulla), tanto che gli amici e persino la madre lo chiamano con il nome e il cognome, quasi a sottolineare la necessità di usare entrambi nel disperato tentativo di dare un qualche spessore alla persona, e il suo desiderio spasmodico di primeggiare, di essere visto come punto di riferimento in un microcosmo fatto di pianeti che non comunicano tra loro; mentre Schroeder lotta per affermare e diffondere la sua passione per la musica di Beethoven, che è per lui la vera chiave della felicità, eppure puntualmente e distrattamente confuso dagli altri con un giocatore di baseball o un cantante country. Il filosofico, profondo e coltissimo Linus, preso dal fuoco sacro della religione della Zucca, tenta (inutilmente) di fare proselitismo; la pragmatica Lucy, invece, crede di aver trovato la strada della felicità nel suo amore per Schroeder, l’unico con cui non è (quasi mai) scorbutica. Purtroppo per lei però, il suo amore è assolutamente e perentoriamente non corrisposto, e ogni mossa per conquistarlo, anche i goffi tentativi di interessamento a Beethoven per compiacere l’amato, non fa che peggiorare la situazione. Altri esempi dell’eterno scontro fra individuo e società sono rappresentati da Piperita Patty e da Sally Brown. Piperita, lentigginosa amica di Charlie Brown, combatte col sonno, così come con le odiate lezioni scolastiche, non riuscendo, in verità, ad avere ragione né dell’uno né delle altre, il che fa sì che lei abbia la sensazione di ritrovarsi sempre appena sveglia e un po’ intontita in tutte le situazioni importanti della sua vita. Sally, la sorellina di Charlie Brown, non capisce proprio perché debba studiare visto che sogna semplicemente di diventare moglie e madre per potersi uniformare e confondere nell’anonimato sociale; ma proprio in questo suo approccio alle regole del gioco adulto, compirà una magnifica destrutturazione critica della società e lo farà in una maniera spassosa e tutta sua. Spiragli di speranza fanno breccia in questi mondi chiusi e impenetrabili attraverso piccoli miracoli di comunicazione possibile. Proprio Sally, con i suoi personalissimi ragionamenti, ne è una delle principali protagoniste, producendosi in alcuni degli atti comunicativi più coraggiosi dell’intera opera: parlare ed interagire con un edificio, quello scolastico, per giunta (che, a suo modo, non resterà indifferente).
Dalla convivenza complicata di queste molteplici visioni prende forza lo spirito comico delle strip, in cui ognuno dei protagonisti parla una lingua diversa, espressione di una personale visione del mondo. Eppure sono tutti nella stessa barca, come noialtri lettori: tutti alla ricerca della formula migliore per vivere nel modo giusto.
5. Vuoi agire? Parla Charlie Brown
2 Liceo Classico Valsalice a. s. 2013- Esame di Stato
presente nei due interlocutori da sempre, in quanto appartenenti a medesimo luogo e cultura. Ma quando la “comunicazione” riguarda contenuti che non prevedono tale “ritorno a terra”, diciamo contenuti astratti, chi potrà mai sapere se l’auto-comunicazione all’unisono è avvenuta? Proprio nessuno.
La creazione sembra nascere dall'imperfezione, sembra venir fuori da uno sforzo e dalla frustrazione, ed è così che secondo me è nato il linguaggio, è derivato da un forte... desiderio di trascendere il nostro isolamento per comunicare in qualche modo gli uni con gli altri, e probabilmente è stato facile, è stata una semplice questione di sopravvivenza, per dire 'acqua' abbiamo prodotto questo suono, 'c'è una tigre dietro di te' e abbiamo prodotto un altro suono... Ma quello che è davvero interessante, secondo me, è il fatto che noi usiamo lo stesso identico sistema di simboli per comunicare tutti i fenomeni astratti o intangibili che si verificano nella nostra vita. Come si esprime la frustrazione? Come si esprime la rabbia o l'amore? Quando dico la parola amore il suono viene fuori dalla mia bocca e colpisce l'orecchio dell'altra persona, viaggia attraverso un intricato percorso che porta al cervello attraverso i ricordi d'amore o di mancanza d'amore e l'altra persona registra quello che dico e dice di capire, ma io come faccio a saperlo? Perché le parole sono inerti, sono simboli, sono morte, capisci? E una grandissima parte di tutta la nostra esperienza è intangibile, gran parte di quello che percepiamo non può essere espressa con le parole. Eppure... quando noi comunichiamo l'uno con l'altro, e percepiamo di avere stabilito un contatto, e capiamo di essere stati capiti, secondo me proviamo una sensazione quasi di... comunione spirituale. Ed è forse una sensazione transitoria ma è ciò per cui viviamo. 4
Nel loro mondo di auto-comunicazione, i Peanuts agiscono linguisticamente gli uni sugli altri, con parole-azioni vagamente percepite
e sommariamente interpretate che provocano, di solito per fraintendimento, una vasta gamma di reazioni emotive, di sconcerto, felicità, perplessità. Con pochi segni di pennino a china, Schulz ha
immortalato, con chiarezza e benevolenza, la condizione umana contemporanea e la sua incomunicabilità, riuscendo a farci sorridere e meditare. Ma Schulz fa molto di più di tutto questo con i suoi Peanuts: ci
farà capire come far capitare il miracolo della comunicazione. E se ci riesce un gruppetto di bambini...
Analizzando il meccanismo umoristico del testo, vediamo che questo si basa su un’ulteriore tipologia di distanza, quella dal linguaggio dei
bambini “veri”. Quanto alla distanza di tipo linguistico, si possono rintracciare nelle strisce di Schulz tre ordini di distanza: primo fra questi
2 Liceo Classico Valsalice a. s. 2013- Esame di Stato
4 Richard Linklater, Waking Life, 2001
è l’esorbitante quantitativo di conoscenze specialistiche che i Peanuts
mostrano di possedere e che è fonte di comicità proprio in relazione all’inverosimiglianza. Nei Peanuts però, a differenza di fumetti come
Mafalda di Quino, non c’è mai un riferimento troppo esplicito alla realtà contingente socio-politica, ma piuttosto i temi pur puntualmente affrontati
dell’economia, della politica, del lavoro, delle discriminazioni sociali e così via con i suoi tempi immobili negli spazi immutabili, subiscono lo
stesso processo di isolamento dei protagonisti dei Peanuts dal flusso frenetico della vita contemporanea, diventando spunti di una riflessione atemporale sulla condizione umana. Forse anche in questo risiede il
motivo della longevità della striscia di Schulz e della sua attualità. Un secondo fattore di distanza linguistica dal mondo infantile reale è il
vocabolario che i Peanuts mostrano di dominare: oxfordiano, esente da
espressioni gergali, segno della decisiva volontà di porsi al di fuori delle contingenze, in una dimensione atemporale, se si escludono alcune concessioni a espressioni prodotte dalla cultura del tempo. Una di
queste è l’omaggio al “good ol’ boy”, neologismo del giornalista e scrittore Tom Wolfe che Schulz rielaborò, personalizzandolo con ironia in “buon vecchio Charlie Brown” incipit di tante tavole domenicali e usanza
linguistica reiterata dei bambini-Peanuts. Questa trovata, un po’ meno palese per noi che per gli anglofoni e per coloro che bazzicassero il new
journalism americano, rientrava nell’ambito della ricerca di una comicità
basata sul possesso di un vocabolario adulto da parte dei bamini (e dei cani, meglio ancora). Infine la terza distanza risiede nel distacco
ironico , spesso sarcastico, che tutti i personaggi palesano nei confronti
dell’ambiente circostante. Va da sé che una simile forma di distanza è assolutamente estranea alla sfera infantile, che vive in simbiosi con il
mondo, in completo coinvolgimento. I bambini non hanno ancora sperimentato la distanza critica, la prospettiva “esterna”. E fin quando si è completamente invischiati in qualcosa non è possibile operare un
distacco, né riderne.
Bisogna ricordare inoltre che ognuno dei Peanuts, somma di distanze prospettiche, linguistiche, gnoseologiche, commenta l’ambiente esterno
in base ai principi che dominano la sua narrazione del mondo, personale ed ermeticamente chiusa, dando vita a un’infinita commedia degli equivoci, che all’occhio esterno del lettore appare in tutta la sua comicità
rivelatrice: rivelatrice anche in senso letterale, in quanto, attraverso il continuo spostamento di senso e di punto di vista, non lascia mai
dimenticare la presenza degli altri.
direzione che intendevo prendere, e credo che mi abbia portato a fare cose che nessun altro aveva mai tentato prima in una strip a fumetti. 5
▲ al linguaggio, attraverso formule espressive generalmente poste a commento finale della vicenda della strip, come God Grief! (Santo Cielo!), I can’t stand it! (Non lo sopporto!), o quelle onomatopeiche delle linguacce, che diventano spunto per l’evolversi di mille situazioni-tipo;
▲ al acune situazioni standard, che possono riguardare tanto l’osservazione di fenomeni naturali, come i fiocchi di neve, la caduta delle foglie, la forma delle nuvole, tanto questioni interne all’originale gruppetto di bambini, e quindi le variazioni sull’ora di cena di Snoopy; la Grande Zucca; i pietosi tentativi di Charlie Brown il suo aquilone, che puntualmente, in un intrico di fili inestricabile, finsce “mangiato” dall’albero cannibale; la bancarella di aiuto pscichiatrico di Lucy;
▲ altro momento chiave dell’uso della ripetizione riguarda il perseverare di alcuni personaggi di certe loro peculiarità: dall’ossessione di Schroeder per l’anniversario della nascita di Beethoven fino ad arrivare a quella figura semi-mitologica che è Pig-Pen, il bambino-sporcizia, che “porta su di sé la polvere di secoli di storia”.
Dopo il superomismo di Nietzsche, con la morte di Dio e la fine del senso trascendente, il vuoto di valori e la conseguente disgregazione sociale e artistica possono essere evitati se si evita la perdita consequenziale dei riti umani legati a questa dimensione. Nella restaurazione della ritualità risiede, forse, la via per l’attuazione dell’uomo sensibile feuerbachiano, per cui solo nella sensazione, solo nell’amore, l’essere singolo, cioè questa persona, questa cosa, ha valore assoluto. Attraverso la ripetizione affettuosa, una ripetizione formale e contemporaneamente sociale, di convivenza, Schulz ha ricondotto al mondo contemporaneo una prospettiva di ritualità che era stata spezzata dalla simultaneità
5 Charles Monroe Schulz, Il libro d’oro dei Peanuts Dalai Editore, Milano 2000, pp 12
elettrica del villaggio globale. I riti collettivi sono il fulcro della costituzione della personalità e della percezione del sé e degli altri.
Tanto l’astrazione quanto la reiterazione provocano una forma di distanza (ironica) nella fruizione delle strisce di Schulz, in quanto entrambe contribuiscono all’isolamento rispetto alla realtà, al quotidiano, all’abitudine, alla norma. Questo è il funzionamento che il comico mette in atto, come si può dedurre dalla stessa definizione dello status comico : «è sempre di qualcos’altro che si ride, anche se questo qualcos’altro è dentro se stessi». 6
8. L’umorismo riflessivo dei Peanuts e la società
pirandelliana delle maschere
Almeno secondo le definizioni che ne diede Pirandello, più che di comico nel caso dei fumetti di Schulz si potrebbe parlare di umorismo, che nella visione pirandelliana è un termine opposto al comico, in cui la riflessione è assente. L’umorismo invece è esattamente “il sentimento del contrario” scaturito dalla riflessione.
Vedo una vecchia signora, coi capelli ritinti, tutti unti non si sa di qual orribile manteca, e poi tutta goffamente imbellettata e parata d'abiti giovanili. Mi metto a ridere. Avverto che quella vecchia signora è il contrario di ciò che una rispettabile signora dovrebbe essere. Posso così, a prima giunta e superficialmente, arrestarmi a questa espressione comica. Il comico è appunto un "avvertimento del contrario". Ma se ora interviene in me la riflessione, e mi suggerisce che quella vecchia signora non prova forse piacere a pararsi così come un pappagallo, ma che forse ne soffre e lo fa soltanto perché pietosamente, s'inganna che, parata così, nascondendo le rughe e le canizie, riesca a trattenere a sé l'amore del marito molto più giovane di lei, ecco che io non posso più riderne come prima, perché appunto la riflessione, lavorando in me, mi ha fatto andar oltre a quel primo avvertimento, o piuttosto, più addentro: da quel primo avvertimento del contrario mi ha fatto passare a questo sentimento del contrario. Ed è tutta qui la differenza tra il comico e l'umoristico. 7
Mentre il comico resta in superficie, l’umorismo porta il contrario alle sue ultime conseguenze, mettendoci in contatto con l’autenticità. Naturalmente si tratta di una reazione al relativismo psicologico imposta dalla società delle maschere: la nostra vita psichica, culturale e sociale è una mascherata che nasconde la realtà. E mentre il comico si limita a ridere della maschera, l’umorismo tende a disintegrarla, anche se solo per trovarne sotto un’altra, nascosta dalla precedente.
2 Liceo Classico Valsalice a. s. 2013- Esame di Stato
6 Giorgio Ferroni, Il comico nelle teorie contemporanee , Bulzoni, Roma 1974, pp. 16- 7 Luigi Pirandello, L’umorismo e altri saggi, a cura di E. Ghedetti, Giunti, Firenze 1994, p. 116
notiamo che in quelle pagine non c’è neanche l’ombra di una risata. I nostri protagonisti sono lì, con irreale serietà, malinconia e amarezza. E noi ridiamo. Ridiamo sulla loro sofferenza. Comico e tragico di fondono.
9. Una poetica dei cristalli: ponte fra l’animato e l’inanimato
In Schulz ritroviamo un panteismo che coinvolge tutto il creato: insetti, alberi, zucche, rametti, patatine e persino le scuole. Questo panteismo animistico va ben oltre l’oggettivazione Feuerbachiana dell’umano Per il filosofo Ludwig Feuerbach, l’uomo, a differenza degli animali, ha una coscienza di se stesso, riesce cioè a rappresentarsi, a sapersi. In Schulz questa capacità è intrinseca a tutto il creato, è un inno all’esistenza, animata o meno che sia. E per questo, come un cristallo, le cui proprietà della nascità e della crescita somigliano a quelle degli esseri biologici più elementari, la poetica di Schulz si pone come ponte tra il mondo minerale e la materia vivente, innestandosi nel filone della sensibilità estetica novecentesca sedotta dall’inorganico, dalla mescolanza tra la dimensione umana e quella delle cose-feticcio, per cui da una parte la sensibilità umana si reifica e dall’altra le cose sembrano dotate di una loro sensibilità. Questo suo senso di apertura nei confronti di ciò che è altro da sé, di comprensione, ha fatto convergere su Schulz l’attenzione del mondo cattolico. Ma la poetica di Sparky non corrisponde a una morale codificata: si rifà piuttosto a un’etica non antropocentrica, quasi un populismo esteso all’universo intero, in ogni sua forma di vita e non. Se il gruppetto di protagonisti è estremamente eterogeneo, tutti però possiedono una caratteristica in comune che Sparky non ha proprio potuto evitare di somministrare loro: ha infuso in ognuno la straordinaria capacità di percepire tutto il creato come dotato di una certa qual personalità. Per i Peanuts non esiste nulla al mondo, né animali né umani, né piante né sassi, rispetto a cui non sia necessario porsi in rapporto dialettico e interattivo. C’è un forte altruismo di fondo che anima tutta la serie, un innato senso di rispetto. Charlie Brown, ad esempio, arriva addirittura a simpatizzare con l’albero-cannibale che puntualmente gli mangia l’aquilone, al quale cede volontariamente l’oggetto del suo gioco, “perché è stato un inverno rigido e io ho il cuore tenero”. Il processo di immedesimazione è possibile proprio a partire dalla considerazione di fondo che tutto ciò che è l’altro da sé, a prescindere che sia umano o meno, essere vivente o meno, è comunque un’entità con cui rapportarsi, in una relazione dialettica e paritaria. Nel corso degli anni, questa poetica si è evoluta all’interno delle strisce. Nei primi Peanuts, Schulz aveva illustrato un mondo di bambini piuttosto spietati, in cui Charlie Brown si muoveva a fatica, incompreso nella sua passione per la ricerca della comunicazione profonda. Il tema della relazione con tutte le cose del creato si palesava una tantum, attraverso piccoli spot
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occasionali. Sovente Schulz è stato accusato di buonismo, eppure nel suo microcosmo non ha mai celato la negatività: le cattiverie (e quelle dell’infanzia sanno essere pure e amare, come il vero cioccolato), il dolore, le paure, la solitudine. Sono parte del tema rapporto individuo-mondo, e, soprattutto, sono parte consistente in quel mondo di reazioni dell’individuo all’ambiente su cui Schulz ha sempre posto l’accento. In questo universo di sistemi chiusi, la comunicazione non è la regola, anzi, il miracolo. Un miracolo che avviene grazie alla convivenza, all’affettività che si sviluppa nell’abitudine. La registrazione puntuale, da parte di Schulz, delle reazioni del singolo nel confronto del mondo tratteggia l’incomunicabilità e la rende evidente, palese, sotto gli occhi di tutti: ognuno dei protagonisti è chiuso nel proprio punto di vista come se fosse l’unico possibile. Comico e tragico si fondono. Per fortuna, con la stessa facilitò con cui ci mostra la difficoltà di comunicazione, Schulz trova anche la soluzione al problema: l’apertura del sé verso quell’inferno necessario che sono gli altri, con la stessa fiducia e sprezzo del pericolo che mostra Charlie Brown nei confronti del prossimo e della vita.
10. L’irruzione della storia: Snoopy e il Barone
Rosso
Una delle identità più frequenti che ogni tanto assume Snoopy è quella dell’asso della Prima guerra mondiale. Quando interpreta questo personaggio, Snoopy indossa un casco da pilota, occhialoni e una sciarpa rossa mentre la sua cuccia diventa un biplano da caccia: un Sopwith Camel, per la precisione. I suoi voli, però, sono sempre turbati da un nemico che non è mai mostrato nelle vignette, ma che viene molto spesso maledetto a gran voce da Snoopy: il pilota da caccia tedesco Manfred von Richthofen, meglio noto come il Barone Rosso. Charles Schultz partecipò di persona alle ultime fasi della Seconda guerra Mondiale, anche se non ebbe quasi mai occasione di partecipare a uno scontro – l’unica volta in cui si trovò ad usare la sua mitragliatrice, disse, si era dimenticato di caricarla: il che fu una fortuna, visto che il soldato tedesco a cui mirava si arrese immediatamente. Schultz era un appassionato di aviazione e fu sempre un sostenitore entusiasta dei viaggi spaziali, tanto che “Charlie Brown” venne scelto come nome per il modulo dell’Apollo 10 (che orbitò intorno alla Luna, ma non scese sulla superficie). L’aeroporto di Sonoma County, in California, vicino a Santa Rosa, prende il nome da Charles M. Schultz, che lavorò e visse
ufficiali (all’epoca, agosto 1914, gli aerei non erano ancora armati) e quando terminarono le munizioni tornarono ad avvicinare i due aerei, si salutarono e tornarono entrambi alle loro linee. Altre volte i piloti lanciavano corone funebri per onorare un avversario appena abbattuto, mentre colpire un aereo costretto all’atterraggio era considerato un gesto inqualificabile. Più o meno da entrambi i lati del fronte i piloti erano chiamati i “cavalieri dell’aria” e spesso i duelli aerei causavano pause nei combattimenti a terra, perché tutti i soldati alzavano lo sguardo per osservare le evoluzioni degli aeroplani. Lo spirito cavalleresco imponeva, oltre al rispetto dell’avversario, anche una giusta celebrazione delle proprio vittorie. Il Barone Rosso, ad esempio faceva, fondere delle piccole coppe d’argento da un orafo berlinese per ogni vittoria. Sulla coppa faceva incidere la data dell’abbattimento e il tipo di aereo abbattuto. Un giorno, dopo che diverse vittorie non gli furono attribuite dal comando visto che non c’erano testimoni a confermarle, atterrò con il suo aereo sul campo dove era precipitato l’aereo abbattuto, ne staccò l’elica e la portò al comando per dimostrare la sua vittoria. Nel gennaio del 1917, Richthofen era ormai noto come il Barone Rosso. Il suo primo aereo completamente rosso fu un Albatross DIII, mentre non volò molto sul triplano Fokker che in genere viene associato alla sua immagine: soltanto 12 dei suoi 80 abbattimenti confermati furono fatti con il triplano – le tre ali gli permettevano di acquistare quota molto rapidamente, ma aveva diversi difetti di fabbrica, non era molto veloce ed era meno maneggevole di altri aerei. Nel corso del 1917, a 24 anni, Barone Rosso divenne il comandante del suo squadrone, il Jasta 11, composto da un trentina di piloti tra cui i migliori assi dell’aviazione tedesca. In poco tempo divennero famosi tra gli alleati come il Flying Circus: in parte perché tutti gli aerei avevano adottato una colorazione brillante simile a quella di Richthofen e in parte per l’abilità e la spericolatezza delle manovre che compivano – i campioni di acrobazie erano Werner Voss e Lothar Richthofen, il fratello di Manfred, mentre lo stesso Barone Rosso era un pilota piuttosto prudente, noto soprattutto per la precisione con la quale sparava. Il 21 aprile 1918 Richthofen aveva oramai ottenuto 80 vittorie confermate e circa altre 40 non confermate. Quel giorno si era
staccato dal gruppo principale della sua squadriglia per inseguire, volando molto basso sul terreno, l’aereo di una giovane recluta canadese. Durante l’inseguimento i due sorvolarono le linee alleate. Circa in quel momento, dall’alto, l’aereo di Ricthofen venne attaccato da un altro pilota, il canadese Arthur Brown. Richthofen evitò l’attacco con una virata e tornò a inseguire il primo aereo per circa due minuti. Ma nel frattempo era stato colpito. L’esercito inglese attribuì la vittoria a Brown, ma studi successivi hanno dimostrato che quasi certamente il colpo che lo uccise era partito da terra. In quegli ultimi istanti di vita, il Barone Rosso riuscì a concludere un atterraggio controllato subito dietro le linee alleate. Gli inglesi che lo raggiunsero dissero successivamente che lo trovarono ancora vivo. Un medico riferì che le sue ultime parole furono: «Kaputt». Una settimana dopo avrebbe compiuto 26 anni. Il 22 aprile i membri dello squadrone che aveva rivendicato l’abbattimento tennero un solenne funerale e gli ufficiali fecero da guardia d’onore alla sua bara. Sulla tomba posero una placca su cui era incisa la scritta To Our Gallant and Worthy Foe, “al nostro valoroso e degno avversario”.
12. Bibliografia e sitografia
▲ Simona Bassano di Tufillo, Piccola storia dei Peanuts, Donzelli Virgola, Roma 2010 ▲ David Michaelis, Schulz e i Peanuts, a cura di Marco Pellitteri, Tunuè, Latina 2013 ▲ U. Eco, Il mondo di Charlie Brown , in C. Schulz, Arriva Charlie Brown! , Baldini & Castoldi, Milano 2001 ▲ Giorgio Ferroni, Il comico nelle teorie contemporanee , Bulzoni, Roma 1974, pp. 16- ▲ Luciano Nanni, Contro la teoria standard della comunicazione: non solo Leibniz..., in Il silezio di Ermes cit, pp. 183- ▲ Luigi Pirandello, L’umorismo e altri saggi, a cura di E. Ghedetti, Giunti, Firenze 1994, p. 116
2 Liceo Classico Valsalice a. s. 2013- Esame di Stato