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Tesina sul tema dell'hate speech.
Tipologia: Tesine universitarie
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INTRODUZIONE “Poche persone riescono ad essere felici senza odiare qualche altra persona, nazione o credo”. Questa amara costatazione è attribuita a un filosofo anticonformista divenuto nel 1950 Premio Nobel per la letteratura, Bertrand Russell (1872-1970) e risulta essere valida oggi più che mai.^1 È nel web, spazio pieno di incisività e interconnessione, che si ridefiniscono le relazioni sociali e l’odio riesce ad esprimere le sue maggiori potenzialità distruttive. É da tempo ormai che nella nostra quotidianità sentiamo parlare di HATE SPEECH, ma che cos’è? E soprattutto conosciamo realmente il significato della parola odio? Odio è una parola semplice, che indica un sentimento di forte e persistente avversione, per cui si desidera il male o la rovina altrui, o ancora più genericamente, un sentimento di profonda ostilità e antipatia. Eppure, la sua apparente ovvietà è ingannevole, dato che l’odio abbonda di significati ed è un mix psicologico che si sviluppa dal sovrapporsi di elementi cognitivi, affettivi, culturali e di gruppo, in rapporti difficili e conflittuali fra loro.^2 Secondo la Raccomandazione del Comitato dei Ministri del Consiglio D’Europa il “discorso d’odio” o meglio conosciuto come hate speech comprende: “tutte le forme di espressione che contribuiscono a propagandare, stimolare, promuovere o giustificare l’odio razziale, la xenofobia, l’antisemitismo, ovvero altre forme di odio basate sull’intolleranza, compresa quella che si esprime sotto forma di nazionalismo aggressivo e di etnocentrismo, di discriminazione e di ostilità nei confronti delle minoranze, dei migranti e delle persone di origine immigrata”.^3 L’obiettivo degli autori di hate speech è quello di incitare all’odio intenzionalmente quindi non si parla semplicemente di un insulto ma del tentativo di produrre un effetto, spesso negativo, sulla vittima del fenomeno, che sia una singola persona o un gruppo. L’offesa può riguardare diverse tematiche: dalla discriminazione razziale a quella di genere. MA QUALI SONO LE RESPONSABILITA’ DELL’HATE SPEECH? Nella diffusione dell’hate speech le responsabilità sono molteplici. Da un lato vi sono esponenti politici che spesso utilizzano strumentalmente i discorsi d’odio al fine di ottenere consenso popolare, dall’altro vi sono i social media che, in nome della libertà di espressione, aumentano il rischio di diffusione virale di contenuti falsi e distorti, demagogici e propagandistici. (^1) Tigor: rivista di scienze della comunicazione e di argomentazione giuridica - A. X (2018) n. 1 issn 2035-584x (^2) Tigor: rivista di scienze della comunicazione e di argomentazione giuridica - A. X (2018) n. 1 issn 2035-584x (^3) Tigor: rivista di scienze della comunicazione e di argomentazione giuridica - A. X (2018) n. 1 issn 2035-584x
Le legislazioni più all’avanguardia definiscono hate speech quell’insieme di comportamenti – verbali e non verbali – o atteggiamenti e gesti che incitano alla violenza o risultano discriminatori di un gruppo (o di un singolo appartenente a un gruppo) sulla base di principi etnico-razziali, politico- religiosi, di orientamento sessuale, ecc.^4 Nel suo uso più comune, l’espressione «hate speech» fa riferimento a tutti quei comportamenti – verbali soprattutto – violenti, minatori, poco rispettosi dell’altro e che creano un clima di ostilità e un ambiente più in generale poco favorevole alle minoranze, di qualsiasi tipo esse siano. In un eccesso forse di categorizzazione, gli esperti distinguono due forme principali di hate speech. In qualche caso la minaccia non si spinge oltre la dimensione solo verbale; può essere, in una sorta di retaggio primordiale, una risposta a pericoli che provengono dall’ambiente e comporta trasformazioni nella voce, nei gesti, nella postura. In altre occasioni, invece, le intenzioni di chi fa hate speech prescindono il solo livello verbale e le minacce si possono fare anche fisiche e corporee. Per capire bene la funzione del fenomeno dell’Hate speech è necessario ripercorrere tutta la sua evoluzione e soprattutto quali sono le caratteristiche e le criticità che lo differenziano dall’odio “offline”. Come sappiamo, il fenomeno dell’incitamento all’odio è sempre esistito tanto da considerare il diverso quasi come collante per l’unione sociale. Si pensi che il termine attuale Hate speech venne coniato negli anni ’20, periodo storico-sociale caratterizzato dalla superiorità razziale e dal trionfo politico di movimenti razzisti e nazionalisti ma ricordato anche come periodo durante il quale vennero diffuse le prime teorie antirazziste. Tradotto letteralmente hate significa odio e speech significa discorso ovvero “discorso d’odio/istigazione all’odio” e indica un tipo di comunicazione che si serve di parole, espressioni, o elementi non verbali ed hanno come fine ultimo quello di esprimere e diffondere odio e intolleranza. I primi studi in materia di hate speech online, invece, sono stati pubblicati negli Stati Uniti d’America nel 1999. Questi studi evidenziavano, soprattutto, la possibilità degli utenti di utilizzare internet al fine di far circolare discorsi d’odio e d’incitamento alla violenza. Inoltre, appariva già chiaro che il tradizionale approccio ad una giurisdizione “fisica” (intesa come limitata territorialmente) era destinato a decadere vista la natura virtuale e senza confini dei contenuti online. La possibilità di difendersi dall’ hate speech diveniva improvvisamente difficile se non impossibile.^5 Quando si usa questa espressione si fa riferimento in realtà per lo più all’Internet hate speech (o online hate speech). Anche se, nonostante questo, sembra chiaro, insomma, come l’hate speech sia un fenomeno più vecchio della Rete. La possibilità di cadere nel discorso dell’odio, del resto, è da sempre un rischio concreto quando ci si confronta con gli altri all’interno di uno spazio pubblico, mediatizzato o non, o di dibattito pubblico. Per diverse ragioni, comunque, gli ambienti digitali sembrerebbero più predisposti al proliferare di offese, toni esasperati e provocatori, atteggiamenti irrispettosi e discriminanti. Il primo, più (^4) Wikipedia (^5) Dirittodell’informatica.it
Da anni ormai, la popolazione mondiale vive una ONLIFE, ovvero una vita in rete e soprattutto negli ultimi decenni è aumentata l’attenzione per il problema dell’odio sui vari social media. L’odio online è sempre stato simile all’odio considerato “offline” tranne per una sostanziale differenza ovvero la facilità con il quale veniva e viene tutt’oggi divulgato; la prima vera e propria diffusione del fenomeno online, secondo alcuni studi, si ebbe nei primi anni del 2000. Ma è realmente una la differenza tra odio online e odio offline? Secondo alcuni studiosi, infatti, le differenze tra i due tipi di odio sono essenzialmente quattro:
ampi, in qualche caso di tutela costituzionale, come l’ordine pubblico, il comune senso del pudore, i diritti fondamentali dell’individuo. Quando si parla di odio online è quasi normale far riferimento anche al cyberbullismo ovvero una forma di bullismo condotto attraverso strumenti telematici come ad esempio internet. Si è notato però che quando si trattano questi temi e soprattutto quando si parla di voler porre fine all’hate speech o al bullismo, il bullo o l’hater viene visto quasi come un alieno rispetto a noi, come un essere astratto che vive in un’altra galassia e se è pur vero che pensare agli altri come haters o bulli ci dà sollievo, dobbiamo comunque cercare di “normalizzare l’odio” prendendocene cura come un qualcosa che ci appartiene.
Cosa è stato fatto per arginare e combattere questo fenomeno? Per quanto sia complesso cercare di definire in maniera chiara quali siano i confini affinché si possa parlare di “incitamento all’odio”, nello specifico è interessante notare come questi «padroni della rete» (Rampini, 2016), intendano l’hate speech e come lo sanzionino nelle loro normative. Per Facebook sono vietati quei contenuti che si manifestano come attacchi, reali o percepiti, diretti a una persona o ad un gruppo a causa della razza, dell’etnia, della religione, dell’identità sessuale, dell’orientamento sessuale, della disabilità o di una malattia. Google/YouTube definisce come hate speech quei contenuti: il cui scopo principale consiste nell’incitare alla violenza o all’odio nei confronti di individui o gruppi sulla base di determinati attributi, ad esempio: razza o origine etnica, religione, disabilità/invalidità, sesso, età, condizione di veterano, orientamento/identità sessuale (Bortone, Cerquozzi, 2017, p. 821). Yahoo, invece, è una delle società più rigide nell’affrontare la diffusione di contenuti violenti. Per distinguerli da altri si basa su un algoritmo, creato grazie all’osservazione di argomenti ritenuti offensivi dalle persone; questo algoritmo non si ferma alla sola ricerca di parole chiave, ma calcola il significato delle frasi per l’individuazione di parole di odio. Yahoo, inoltre, scommette su una politica particolarmente sensibile al fenomeno poiché rende disponibile a terze parti la sua raccolta dati, in modo che altre aziende possano utilizzarla al fine di creare un loro algoritmo.^10 Da maggio 2016 esiste un codice europeo contro l'hate speech. Cos’è successo da allora? Quali sono i limiti dello strumento contro l’odio online? Grandi nomi come Facebook, Twitter, YouTube, Microsoft, hanno avuto l’esigenza di confrontarsi con un tema delicato quale quello del flaming, dell’incitamento all’odio razziale, religioso, politico, sessuale e di discriminazioni e abusi a cui ogni giorno sono esposti gli internauti: è così che nel maggio 2016 è nato il primo codice europeo contro l'hate speech. Codice che obbliga le aziende che offrono servizi online a prendere in carico entro 24 ore le segnalazioni di contenuti inappropriati ed eventualmente cancellarli. Da allora la Commissione europea formula un primo bilancio a dicembre 2016: le segnalazioni erano state circa seicento. La maggior parte riguardava Facebook (45%) e Twitter (27%) e solo il resto era riferibile ad altre compagnie come YouTube (21%) e simili. I contenuti segnalati avevano natura antisemita (nel 23,7% dei casi) o nazionalista (21%), erano riconducibili al fronte anti- islamico (20.2%) o, più in generale, erano espressione di odio razziale (11.7%). Circa il 30% di questi è stato rimosso e, forse un po’ a sorpresa, tra i contenuti cancellati la maggior parte proveniva non da persone comuni ma da utenti noti ( influencer , professionisti dell’informazione, ecc.). La soluzione proposta dalla Commissione europea si riflette in un tentativo di rendere il web e i suoi luoghi più frequentati, più civili e rispettosi delle diversità, pur con tutti i limiti che gli osservatori più critici (in Italia c'è Valigia Blu) non si sono fatti scappare. Il codice europeo contro l’hate speech infatti non ha una solida base giuridica: non esiste, in altre parole, un diritto dell’Unione Europea in materia. Che comportamenti possono essere considerati legali, on e offline, e quali no varia, così, in maniera consistente di paese in paese. Basti pensare che solo in alcuni Stati Membri l’incitazione alla violenza o l’apologia di nazi-fascismo, per esempio, sono considerate reato. (^10) Perfetti. Il fenomeno dell’hate speech nella cultura digitale. Encyclopaideia. Vol.24 n.56 (2020)
Il codice, insomma, delega ad aziende private funzioni che dovrebbero essere per definizione statali: Facebook e simili non potranno che valutare la legittimità dei contenuti a partire dalle proprie linee guida, l’unico standard di comunità che hanno a disposizione. Si tratta piuttosto di sottolineare l’arbitrarietà del giudizio: chiamato a valutare la legittimità o meno di un contenuto sarà un dipendente dei big dell’IT in questione che avrà, naturalmente, formazione, conoscenze, sensibilità personali. Ciò potrebbe portare a un quadro di incertezza e di applicazione parziale dello stesso codice contro l’hate speech, del resto confermato dal fatto che, secondo i risultati avuti fin qua, almeno due terzi delle segnalazioni si è concluso con un nulla di fatto. In Italia invece sono limiti come questi che dimostrano come l’hate speech e l’odio sui social si combattano prima di tutto con un approccio soft. Serve ricostruire, insomma, una cultura dell’accettazione dell’altro e delle sue opinioni e della responsabilità sulle proprie. Per farlo è necessaria la collaborazione di tutti, professionisti dell’informazione e non. Così, per esempio, è nato il Manifesto della comunicazione non ostile, un documento partecipato anche nella costruzione (cento esperti in materia hanno proposto i loro principi contro le “parole ostili” del web e tutti hanno avuto l’opportunità di votare online i più importanti fino alla costituzione del manifesto vero e proprio) e che sarà il primo esperimento italiano contro i toni esasperati della comunicazione 2.0.
dell’amorevolezza nella relazione educativa, elemento che deve far sentire il giovane accolto e stimato; in ultimo il fattore dell’autenticità poiché la comunicazione, pur muovendosi tra due dimensioni diverse, quella della trasparenza e quella dell’opacità (Contini, 1984), deve comunque porsi come una comunicazione in grado di “creare comunità”. Una maturità così intesa, dunque, si pone come il risultato di un’azione formativa in grado di spingere il giovane verso il riconoscimento e la scelta di sé nell’ambito di un progetto esistenziale di cui deve sentire di fare parte come agente attivo di un cambiamento possibile.^13 La volontà di portare avanti un’educazione alle emozioni potrebbe, così, rappresentare l’affermarsi di una nuova coscienza pedagogica in grado di spingere gli educatori a realizzare modelli di educabilità non sovrapponibili a quelli vissuti da loro in prima persona, in un altro tempo ma nuovi, adatti alle sollecitazioni culturali dell’oggi (Fabbri, 2008).^14 Gli ambienti digitali, essendo diventati luoghi di incontro dove si creano relazioni e si realizzano vere e proprie comunità, necessitano di solide strategie educative che insegnino a comprendere e analizzare criticamente quali siano le loro regole di funzionamento, proprio per questo si è parlato anche di un PIANO DI EDUCAZIONE ALLA SOSTENIBILITA’ (didattica e formazione dei docenti, informazione e comunicazione) e di un Curriculum di Educazione Civica Digitale del 2018 cioè un documento che focalizza l’attenzione sulla funzione educativa della scuola. Il Piano nazionale, infatti, si propone di scommettere sui giovani per trasmettere una vera e propria cultura della cittadinanza che alimenti percorsi formativi di autonomia e responsabilità e che punti verso orientamenti di pensiero in grado di lavorare sulle trasformazioni sociali.^15 Facendo riferimento ai progetti educativi utilizzati al fine di contrastare l’hate speech, possiamo prendere in esempio il digital storytelling. Questa è una strategia educativa basata sulla creazione di artefatti multimediali creati con mezzi digitali, in altre parole è una strategia educativa basata sul racconto di storie attraverso i media. Nasce negli Stati Uniti e si consolida in Europa nel 2003 grazie alla BBC che per la prima volta organizzò a Cardiff una conferenza sul digital storytelling; oggi abbiamo, in Europa, 3 aree in cui si sviluppa questa metodologia: un’area didattica, che costruendo risorse digitali basate su storie, progetta anche parti di curricoli, un’area sociale e comunitaria, dove si assiste all’aumento di siti definiti “banche della memoria” cioè veri e propri contenitori di storie di vita organizzati per categorie che vanno dall’immigrazione, al lavoro, alla salute, all’educazione, infine un’area organizzativa che abbraccia l’ambito formativo soprattutto all’interno di aziende che utilizzano lo storytelling come strumento di comunicazione aziendale.^16 Il digital storytelling è una strategia in grado di potenziare e stimolare le abilità creative, comunicative e tecnologiche dei più giovani facendoli diventare autori, registi e produttori della loro storia. E’ considerata anche una strategia educativa di tipo pedagogico in quanto spinge educatori e ragazzi a lavorare con i prodotti mediali dalla prospettiva affettivo-emozionale. Per declinare il digital storytelling in azioni concrete che mirino agli obiettivi fini qui analizzati, è di fondamentale importanza la supervisione degli insegnanti che devono vedere nella consegna dei problemi da parte degli studenti, connotazioni quanto più possibili reali al fine di inserire ogni problema in un racconto con struttura e finalità chiare. Approcci interessanti sono quello di Jason Ohler (2008) e di Roger Schank (2013) che pongono l’accento sull’uso educativo delle digital storytales evidenziando il ruolo fondamentale svolto dalla narrazione. Grazie alla narrazione degli (^13) Perfetti. Il fenomeno dell’hate speech nella cultura digitale. Encyclopaideia. Vol.24 n.56 (2020) (^14) Perfetti. Il fenomeno dell’hate speech nella cultura digitale. Encyclopaideia. Vol.24 n.56 (2020) (^15) Perfetti. Il fenomeno dell’hate speech nella cultura digitale. Encyclopaideia. Vol.24 n.56 (2020) (^16) Perfetti. Il fenomeno dell’hate speech nella cultura digitale. Encyclopaideia. Vol.24 n.56 (2020)
altri, infatti, il giovane può apprendere qualcosa ma solo se questo ascolto avviene nel momento in cui è pronto psicologicamente a comparare le storie narrate dagli altri con la propria storia; questa forma di interazione che assegna allo studente un ruolo centrale nella realizzazione della conoscenza, gli permette di esplorare la dimensione della collaborazione nel percorso di costruzione e di condivisione delle esperienze. L’attività cooperativa di organizzazione dello storyboard innesta dibattiti e momenti di confronto tra i giovani coinvolti, permettendo loro anche di partecipare all’elaborazione della storia pur con stili di apprendimento diversi (Standley, 2004).^17 Con questo tipo di strategia si può notare come l’apprendimento di abilità emotive risulta essere un percorso intenzionale, di cooperazione e soprattutto molto dinamico in quanto i giovani sono coinvolti attivamente sia nella condivisone con l’altro, nell’empatia ma anche nella creazione della storia digitale che sono spesso racconti di vita quotidiana e che quindi risultano fare molta leva sulla sfera empatica poiché riguardano tutti. Un atteggiamento responsabile da parte di chi si occupa di educazione dovrebbe essere quello di progettare interventi educativi in grado di promuovere pensieri e comportamenti che includano anche la dimensione della fragilità, dinamica fondamentale che anima l’empatia, come caratteristica fondamentale della condizione umana. Insegnare la fragilità ai giovani, aiutarli nello sviluppare o potenziare le competenze empatiche vuole dire muoversi all’insegna di un nuovo umanesimo pedagogico, un umanesimo che potremmo definire “trasparente” in grado, cioè, di promuovere momenti di condivisione tra i giovani affinché possano lavorare insieme e con passione comprendendo l’importanza della condivisione e della collaborazione.^18 In conclusione e rispondendo al quesito posto ad inizio capitolo possiamo affermare che l’istruzione e l’educazione hanno contribuito e contribuiscono tutt’ora all’eliminazione o meglio alla contrastazione dell’hate speech aiutando i giovani a realizzare i loro progetti di vita attraverso la responsabilità all’insegna dell’innovazione, della crescita emotiva e della coesione sociale e formando adulti solidali nella logica del rispetto e dell’accoglienza. “Ai processi di disumanizzazione si risponde educando alla comune umanità”.^19 (^17) Perfetti. Il fenomeno dell’hate speech nella cultura digitale. Encyclopaideia. Vol.24 n.56 (2020) (^18) Perfetti. Il fenomeno dell’hate speech nella cultura digitale. Encyclopaideia. Vol.24 n.56 (2020) (^19) Pasta S. (2018), Razzismi 2.0. Analisi socio-educativa dell’odio online. Editore: Morcelliana. P.
BIBLIOGRAFIA Pasta S. (2018), Razzismi 2.0. Analisi socio-educativa dell’odio online. Editore: Morcelliana Perfetti S. (2020) Il fenomeno dell’hate speech nella cultura digitale. Encyclopaideia. Vol.24 n. Milena Santerini (a cura di) Il nemico innocente-The innocent enemy. Guerini e Associati. (2019)
SITOGRAFIA https://www.openstarts.units.it/bitstream/10077/21514/1/04_tigor_1_2018_Cerquozzi.pdf http://www.dirittodellinformatica.it/ict/web/lhate-speech-e-la-violenza-verbale-online.html https://it.wikipedia.org/wiki/Cyberbullismo