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Sintesi del saggio di De Mauro
Tipologia: Sintesi del corso
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Forse il più grande linguista del 900. Morto nel 2017. Tra le sue opere anche l’edizione critica commentata del corso di linguistica generale di Saussurre. Nel 67 scopre dalle carte originarie del corso del 1916 che non è un’edizione di pugno di Saussurre ma un’edizione collezionata dai suoi allievi che nel 1916 pubblicano le lezioni di tre corsi, era dunque un’edizione non corretta dal punto di vista filologico, che non solo metteva insieme questi appunti di questi e di altri allievi in un modo che non rappresentava correttamente il pensiero saussuriano. Prima uno studioso, Baudel fa un’edizione critica delle carte manoscritte, poi De Mauro nel 67 ricostruisce la correttezza della sequenza del Corso di Linguistica Generale di Saussurre e la sua edizione diventa l’edizione standard mondiale basata sulle fonti manoscritte. Nel 2005 continua a lavorare sulle carte manoscritte, l’archivio degli scritti Saussuriani è a Ginevra, nel 2005 escono anche gli scritti inediti di Saussurre di linguistica generale sempre curati da De Mauro, che viene ricordato per questa sua opera di ricostruzione del pensiero autentico di Saussurre. Altro punto per cui De Mauro è un punto di riferimento importante è Storia Linguistica dell’Italia unita 1963, a cui segue Storia Linguistica dell’Italia repubblicana, non è una storia dell’italiano ma una storia linguistica del paese, dal 1861 al 1945, tutto ciò che accade dall’unità al 45 dal punto di vista linguistico. Quindi non solo l’evoluzione delle strutture linguistiche ma anche degli usi, comportamenti linguistici dei parlanti. Il Gradit, il più grande dizionario dell’italiano esistente, pubblicato in diversi anni; Minisemantica del 1982 e Lezioni di Linguistica Teorica del 2008, i lavori in cui De Mauro sviluppa più approfonditamente e chiaramente la sua teoria linguistica che ha al centro la semantica. Il saggio è composto da diverse parti. Una parte introduttiva in cui De Mauro fa una breve storia del nome semantica, l’invenzione del termine è relativamente recente, è 8ooesco, come spesso accade in linguistica ma ancor di più accade a chi si occupa di significato, stabilire come si deve chiamare la scienza che si occupa del significato non è semplice: ci sono problemi definitori della disciplina stessa; il secondo capitolo parla delle accezioni del termine semantica, sviluppate sia dal punto di vista storico che teorico. Poi De Mauro dà una sua definizione di semantica abbastanza ampia, molto saussuriana, va molto al di là dei confini lessicali e strettamente connessi al significato di tipo denotativo. Un argomento che de mauro solleva è quello della semantica come disciplina, come area di studi di tipo semiotico, che non si occupa solo di significato delle parole ma del significare, cioè di come i segni significano. Il problema che De Mauro si pone non è
“cosa significa questa parola o questa frase”, ma come le lingue producono il significato, una domanda più ampia. Prosegue affrontando questo problema in modo analitico, passo passo. Espande la sua teoria rendendosi conto che per capire come le lingue significano , come si costruisce il significato nelle lingue verbali, non basta guardare solo le lingue verbali, ma anche altri codici di comunicazione e occuparsi del problema del significare in tutti i tipi di codici usati dagli esseri umani. Questo è il punto centrale della teoria demauriana. Il problema della semantica ci porta molto al di là della semantica in senso stretto, ci porta a dover studiare e confrontarci con un ambito molto più ampio che potremmo definire “come è fatto il codice lingua e come sono fatti gli altri codici che usano gli esseri umani, in che modo il codice lingua si distingue dagli altri codici e permette alcune cose che gli altri codici non consentono?” INIZIO La semantica è un termine recente introdotto da Michel Breal alla fine dell’800. Fino a quel momento non ci si occupava molto di semantica. Anche la grammatica comparativa, la grammatica 800esca che studiava le leggi fonetiche dei fratelli Grimm, studiava fonetica fonologia e morfologia, il problema del significato era tenuto molto marginale, la semantica era marginale nell’interesse dei grammatici, anche perché non è di facile trattazione, tanti livelli di significazione si intrecciano anche in frasi semplici e banali. Comparandolo a lingue diverse tipologicamente e genealogicamente, il problema esplode. Non è un caso che la semantica fosse marginalizzata. Inoltre la grammatica tradizionale greco latina non aveva interesse per la semantica, più per morfologia e sintassi. La semantica emerge inaspettata quando si imparano le lingue straniere, ci si accorge che è molto più complicata del tradurre parole. Il fatto che fino al 1883 non ci fosse un termine dedicato allo studio delle significazioni, dei significati è rivelatore della sua natura di Cenerentola della riflessione linguistica. Semantica può voler dire due cose: può indicare i fenomeni semantici o lo studio dei fenomeni semantici. Analisi semantica di dati linguistici, studiamo fenomeni; oppure lo studio delle teorie semantiche, studiamo la disciplina. La storia si riferisce ai fatti concreti, oppure la conoscenza di quel che è avvenuto. La prima accezione che riguarda i fenomeni viene da DM definita accezione realistica; la seconda accezione, lo studio dei fenomeni: accezione epistemica.
Dobbiamo prendere in considerazione tutto ciò che è segno oppure (visto che la parola segno indica qualcosa di molto vasto, anche vago labile) dobbiamo prendere solo i segni dei linguaggi artificiali e logici? Oppure ancora, andando in cerca di maggiore definitezza cioè cercando di aggrapparci a qualcosa che sia più definito, più certo, più sicuro cercheremo di occuparci sia di linguaggi artificiali sia di lingue storiche e cercheremo all’interno delle lingue storiche (lingue verbali) di guardare solamente ai valori denotativi, che sono molto più circoscritti (valore descrittivo del nome). Allora dice De Mauro forse dobbiamo limitarci solo al valore descrittivo e lasciamo perdere tutto quello che è flou – vago, indeterminato, più difficile da imbrigliare in categorie fisse? Questa è la premessa, ma prima di tutto dobbiamo definire cos’è il significato e entro quali confini ci dobbiamo muovere. Certamente noi ci occuperemo di semantica nella sua accezione epistemica però pure avendo fatto questa scelta dobbiamo ancora fare delle distinzioni. Prima di entrare in medias res dobbiamo vedere come si sono comportati gli altri studiosi: in qualsiasi disciplina e teoria che aspiri ad essere scientifica la prima cosa è confrontarsi con gli altri scienziati. Infatti dice
Abbiamo dunque due accezioni: realistica e epistemica. In questo momento ci interessa quella epistemica – nella quale gli studi di semantica si sono precocemente sdoppiati: da un lato si sono occupati di semantica in senso epistemico gli studiosi delle lingue; dall’altro si sono occupati di semantica gli studiosi di logica e di matematica, molto interessati (lo sono ancora oggi) a cercare di definire con esattezza e precisione i termini da loro usati. Problema della sinonimia. Uno studioso di informatica non può permettersi l’incalcolabilità delle sinonimie: in un algoritmo, in un calcolo, in un’espressione aritmetica non si può avere un segno che vuol dire per esempio sia +2 che -2 (come prezzi pazzi e prezzi folli). I logici, i matematici sono molto interessati ai significati soprattutto perché delle lingue verbali non si può fare a meno; non si può comunicare solo attraverso i simboli matematici, ma ci vuole anche il linguaggio verbale. Io devo usare la lingua per esprimere un assioma, deve essere un linguaggio che non deve lasciare dubbi, che non sia soggetto a interpretabilità. Uno scienziato di scienze dure, anche quando usa il linguaggio storico naturale deve essere certo di non poter essere frainteso e quindi molti logici e matematici si sono occupati di semantica per cercare di imbrigliare il linguaggio storico naturale, per usare delle proposizioni definitorie che non permettessero una interpretabilità. Anche i dogmi delle fedi sono aperti a interpretabilità tanto è vero che sono nate le eresie. C’è un filone di linguisti che si sono occupati della semantica che De Mauro fa risalire a John Locke (600) che fu ripreso da Peirce che introduce il termine semiotica mentre Saussurre la chiamerà semiologia. Dal punto di vista etimologico semiotica e semiologia sono la stessa parola, derivano da semainon (greco) significare, come
una teoria generale dei segni che sia critica autocorreggibile, quindi che sia sistematica ed esplicita (secondo la definizione di teoria, un dei requisiti principali di teoria è essere esplicita in tutte le sue parti, non può essere un’intuizione, ma la teoria è qualcosa che esplicitamente spieghi dei fenomeni), dunque una teoria che deve prendere dal sapere scientifico, da filologia psicologia storia logica linguistica sociologia e teoria dei sistemi/informatica. DEFINIZIONE DI SEMANTICA Date tutte queste premesse, la semantica definita da De Mauro è “Lo studio delle relazioni tra gli insiemi di segni (quindi non menziona né parole né lingue storico naturali) grazie ai quali si comunica e i campi di contenuto sui quali si proiettano (cui vertono i segni, a cui questi segni -de mauro non dice “si riferiscono” perché non vuole fare riferimento ai referenti, ma si proiettano)” Il contenuto è una massa informe, tutto quello che vogliamo comunicare, una nebulosa, questa massa è informe finché questi segni non vi si proiettano sopra: sono i segni che danno forma al contenuto: infatti i segni sono la forma del contenuto, finché non ho un segno per esprimerlo il contenuto non è che non esista, ma è informe. Le scienze del linguaggio hanno avuto difficoltà a spiegare, a studiare i fenomeni semantici. Invece un aiuto dallo studio della semantica è arrivato dalle scienze dure, dai logici e dagli studiosi dei linguaggi formali.
DM dice: da un lato i linguisti hanno cercato di limitarsi allo studio del significato denotativo, quindi allo studio per esempio dei nomi nella loro funzione descrittiva, quella che per intenderci potremmo trovare nel dizionario, mentre i logici matematici si sono resi conto che formulare proposizioni logiche e proposizioni che non si prestassero a fraintendimenti, come diceva Wittgenstein (vissuto inizi 900) “è complicato”, non è schematizzabile perché le frasi delle lingue storico-naturali nel linguaggio ordinario (termine tecnico che qui da un lato vuol dire linguaggio di tutti i giorni, dall’altro linguaggio non formale) si prestano a molti possibili fraintendimenti. Antoine Arnauld e Claude Lancelot in “Grammaire générale et raisonnée”, dicevano che un nome, oltre alla significazione distinta, ne ha altre confuse che si possono chiamare connotazioni (gatto micio – differenza connotazione/ denotazione, di tipo affettivo, sociale). È chiaro che la semantica non è un settore della linguistica ma è un campo d’indagine molto più ampio perché non si limita solo allo studio del linguaggio verbale ma è inclusivo della significazione attraverso i segni che va al di là del linguaggio verbale e include altri codici di comunicazione. Naturalmente il linguaggio verbale ha un posto privilegiato nello studio del rapporto tra segni e contenuto, perché tutto si può tradurre in lingua. Quando De Mauro parla di semiotica intende codice di comunicazione “Una lingua è una semiotica – un codice di comunicazione - nella quale qualsiasi altra semiotica è traducibile” io posso prendere una proposizione di fisica matematica, di qualsiasi argomento e tradurla in parole. L’onniformatività semantica fa sì che tutto si può tradurre in lingua ma non è vero il contrario: tale traducibilità si basa sul fatto che le lingue, e le lingue soltanto, sono in grado di formalizzare qualunque materia. Da un lato il linguaggio verbale non è altro che uno dei possibili linguaggi che gli uomini usano, dall’altro è il più potente dei linguaggi, potente nel senso che può esprimere il massimo dei significati possibili.
sostenibile; altra posizione quella di Wittgenstein, sostiene che la semantica delle lingue sia solo nelle parole, noi ci formiamo significati che derivano dalle parole, non dipendano dal mondo, da idee innate, ma dalle parole, esclusivamente dalla nostra lingua, che noi per esempio in Italia abbiamo il significato no vax perché esiste il movimento, è la lingua che determina ciò che noi significhiamo. De Mauro ha una posizione più autenticamente saussuriana, una posizione intermedia, che consiste nel fatto che noi costruiamo i significati in un rapporto di relazione con il mondo, un rapporto reciproco tra referenti e proiezione di significati sui referenti. CIRCUITO DELLA PAROLE Se Homer dice “adesso a nanna”, Maggie deve operare un percorso dall’udito al cervello e la sequenza fonica deve essere trasformata in significanti. Maggie nel corso della giornata avrà sentito sequenze diverse e sequenze simili. Deve segmentare queste sequenze riconoscere i significanti, e può farlo attraverso i significati. Maggie deve districarsi tra diverse sequenze (deve cercare di capire se Homer ha detto adesso a nanna, o adesso a ninna, adesso a nina, adesso a nonna); ha un segnale fonico (nel parlato spontaneo abbiamo la coarticolazione quindi “adessannanna”), deve riuscire a isolarlo, accoppiarlo ad un senso che per Maggie potrebbe essere “ora devo dormire” e in questo caso abbiamo dei segnali, uno acustico, e un senso, ora devo dormire. il senso non è ancora il significato ma è il contenuto legato all’esperienza personale, visto dal punto di vista del parlante, che può variare. Per un genitore stremato può voler dire “finalmente adesso mi riposo”, il senso non è ancora il significato ma è il contenuto visto dal punto di vista del parlante. Tuttavia come utenti di un codice non possiamo limitarci al senso né al segnale perché sensi e segnali sono infinitamente variabili (pensiamo se l’avesse detto un parlante
con accento romagnolo: avremmo avuto adescioananna, fricativa palatale, e quindi un segnale acustico diverso). Come utenti di un codice dobbiamo astrarre dalla concretezza dei segnali e dei sensi e riportare sia il senso sia il segnale ad un livello astratto. Il livello astratto del contenuto si chiama significato. II segnale acustico viene riportato ad un significante. Come diceva Saussurre signto+signte sono il retto e il verso di uno stesso foglio, riconosco l’uno in base all’altro, significante è il trasportatore del significato, entrambi sono astratti, forme a cui riconduco la concretezza del senso e del segnale. Indipendentemente dal punto di vista del parlante, Maggie o sua mamma o suo papà condividono un significato astratto, per cui adesso a nanna o nanna vogliono dire nel loro codice di comunicazione la stessa cosa. L’insieme del significato e del significante costituiscono il segno. De Mauro spiega come questo procedimento possa avvenire anche in altri tipi di codice, non solo nella lingua. Ma avviene formando codici di tipo diverso. Qualsiasi codice di comunicazione deve basarsi su questo procedimento. I diversi codici di comunicazione però possono differire per alcune delle loro proprietà. Perché si possa avere un rapporto semiotico (quindi abbiamo che capito che semiotico vuol dire “significante”, che produce significati) e quindi un atto semiotico/ un atto significativo, non è possibile che l’emittente e il ricevente operino solo su entità particolari, sull’hic et nunc, quindi non è possibile usare solo sensi e segnali, non possiamo solo avere elementi immediati ma dobbiamo trasferire questa immediatezza su un piano astratto di codice. Ogni rapporto semiotico […] quindi di due sistemi di classi : una mediazione delle forme che sono il signto e il signte e l’insieme di due classi, le classi del signto e le classi di signti: anche il più semplice dei codici semiologici implica questa impostazione. Non è possibile fare altrimenti. Naturalmente l’unico vincolo che hanno i codici è che i segni (significati e significanti) siano identificabili. Quindi qualsiasi codice è basato sul principio x sta per y, adesso a nanna – ora devo andare a
uomini non potranno sentirli; c’è dunque un limite materiale delle scelte arbitrarie. Importante l’aggettivo arbitrario perché ciò che io sceglierò come pertinente è del tutto arbitrario. Es. è pertinente la lunghezza consonantica: la lunghezza della laterale L tale per cui io possa distinguere pala da palla. Questa distinzione non è pertinente in inglese per esempio, dove è invece pertinente la lunghezza vocalica, come lo era in latino. La scelta dei tratti pertinenti è del tutto arbitraria: perché in inglese è pertinente la lunghezza vocalica e in italiano quella consonantica? Per una serie di fenomeni diacronici del tutto arbitrari. Il primo limite all’arbitrarietà è di tipo materiale, che dipende da come sono fatti gli utenti le cui capacità percettive determinano quello che può essere scelto. Esiste poi un’arbitrarietà formale determinata dallo scopo che vogliono raggiungere gli utenti e dal numero delle entità che voglio distinguere, e quindi abbiamo una arbitrarietà materiale e una arbitrarietà formale; dati questi due tipi possiamo scegliere i tratti che vogliamo e possiamo essere liberi di fatto di scegliere le qualità che vogliamo. Nelle varie lingue non tutte le lingue scelgono gli stessi tratti pertinenti, per cui la distinzione tra i vari fonemi delle varie lingue non sono sempre fatte sulla base degli stessi tratti pertinenti, ed è questo il motivo per cui quando apprendiamo una lingua straniera non siamo in grado di distinguere dei fonemi gli uni dagli altri sia quando ascoltiamo sia quando li produciamo perché non ci sono nella nostra lingua materna.
SISTEMA Un codice, cioè un sistema, è costituito da 2 classi che sono definibili e identificabili sulla base di questi tratti pertinenti. Quindi devono essere distinguibili (quindi si tratta della classe dei significati e dei significanti) e devono essere in grado di distinguere l’insieme dei segni e devono potersi identificare raggrupparsi in modo tale che distinguano ciascuna entità del sistema, ciascun segno del sistema in un modo finito - una fricativa palatale si identifica in quanto tale, non può avere un numero infinito di elementi che la identificano – quindi per identificare un fonema, un monema, un morfema diamo una serie di tratti pertinenti di numero finito e che ci permettono di identificare questi elementi. Come sono fatti questi tratti pertinenti: possono identificare o un elemento che non è ulteriormente scomponibile, es il fonema, oppure un elemento che è ulteriormente scomponibili, es il morfema, che si può scomporre in fonemi. Quindi abbiamo anche segni come i monemi o i morfemi sono i segni più piccoli possibili che sono elementi di prima articolazione che si possono scomporre ulteriormente in elementi di seconda articolazione. Una volta chiarito come deve essere fatto un codice vediamo quali codici di comunicazione sono possibili e come si possono classificare: Classificazione dei codici - per de mauro esistono 4 criteri generali che ci permettono di classificare tutti i codici di comunicazione
Abbiamo anche un’altra possibilità: che sia distintiva l’iterazione, cioè la ripetizione e che quindi a diverso da aa che sia diverso da aaa. Certamente vero in aritmetica e anche nelle lingue relativamente alla durata e non necessariamente in tutte le lingue. Terza possibilità vera per i calcoli ma non è vera per le lingue cioè che il numero dei posti, dei raggruppamenti, sia infinito. Teoricamente potrebbe essere possibile avere una parola di 50 suoni ma di fatto non è concretamente esistente nelle lingue del mondo perché c’è un limite fisico nella realizzazione fonica dei suoni. Nei codici che hanno un numero infinito di segni abbiamo 3 possibilità, teoricamente tutte realizzate dalle lingue ma di fatto le prime due sono realizzate dalle lingue, la terza è veramente realizzata solo nei calcoli.
temporale precedente al Toro e successivo a Pesci. Il significato del segno è determinato anche dalla sua serialità, dalla posizione nella serie. Sono anch’essi non articolati, la serialità si basa sulla finitezza. CODICI A SEGNI ARTICOLATI DI NUMERO FINITO - alfabeto morse. Articolato perché i segni sono formati da punti e linee che riproducendo le lettere dell’alfabeto il numero è finito. Quindi è articolato perché scomponibile ma il numero di segni non è infinito. Altro es., le carte da gioco. Quelle da poker/ canasta si basano su tre principi - i semi, colori, numeri. Sono articolate (perché si combinano e usano tre criteri pertinenti: il colore, il numero; Regina di cuori, 2 di quadri, 9 di fiori…) però sono di numero finito (52 carte) pur essendo articolati. Altro gioco articolato e a numero finito sono gli scacchi. Segni articolati ma di numero finito. CODICI A SEGNO ARTICOLATO DI NUMERO INFINITO La numerazione araba, 10 segni: numeri da 0 a 9 che si possono combinare, la disposizione è pertinente per cui 13 è diverso da 31, è consentita la ripetizione per cui possiamo avere 111, e soprattutto possiamo avere un numero infinito di posizioni e di conseguenza un numero infinito di segni. Questo vale anche per la numerazione romana. Ogni segno è scomponibile in elementi più piccoli e sono infiniti. Abbiamo, tra questi codici a numero di segno infinito, codici che consentono la sinonimia. I calcoli - 4+1 è sinonimo di 5. Ma un altro codice che consente la sinonimia è la notazione musicale. Ha numero di segni infinito con sinonimia calcolabile. Semibreve ha valore di 4/4 e ogni minima vale metà della semibreve, due minime valgono una semibreve, due crome valgono una semiminima, ecc. Possiamo avere una combinazione teoricamente infinita. Anche la notazione musicale permette un numero infinito di segni e permette la sinonimia, ci sono segni che permettono di rappresentare porzioni di tempo più piccole che sommate sono sinonime dei segni che indicano porzioni di tempo più lunghe. Questi sono codici a segni di numero infinito che permettono la sinonimia. Prima di arrivare alle lingue De Mauro si sofferma sulle differenze tra lingue e calcoli. La prima differenza che va notata è sul fatto che c’è un’oscillazione individuale e collettiva del vocabolario, cioè ciò che distingue gli utenti dei calcoli e delle lingue è il fatto che non c’è una conoscenza identica del codice. Un parlante di una lingua può conoscere un numero di vocaboli infinitamente maggiore/ minore rispetto a un altro utente, cosa che non può accadere in un calcolo: per conoscere l’aritmetica devo conoscere tutti i segni dell’aritmetica, non posso conoscere i numeri fino a 5, mentre
Proprietà fondanti del codice lingua secondo De Mauro (cap7 dal parlato alla grammatica) Arrivati a un certo punto nell’evoluzione della specie è lecito supporre, dice De Mauro, che c’è stato il bisogno di creare nuovi sensi, nuovi segni che esprimessero dei significati nuovi e quindi questo abbia spinto la specie a forzare i limiti della determinatezza di un codice: quello che accade nei calcoli, ossia il fatto che i significati siano stabiliti una volta per tutte, può andare bene se la sfera dei significati che bisogna esprimere (il campo semantico) è limitato, ma se un codice come le lingue devono poter esprimere tutti i significati necessari alla specie, a una comunità o a tutte le comunità del pianeta, i codici devono essere fatti in modo tale da poter essere forzati, poter avere dei segni che siano indeterminati, in cui l’indeterminatezza sia la condizione primaria. Qui indeterminatezza viene usato da De Mauro come sinonimo di vaghezza vuol dire la possibilità di una parola, di un segno, di estendere il suo significato fino ad abbracciare sensi nuovi e imprevedibili senza mutare il codice (poli, gate) che quindi avviene non solo per i lessemi lessicali ma anche per i lessemi grammaticali, lo abbiamo visto con tipo. Tipo è una parola che vuol dire impronta in greco che nelle lingue che lo hanno preso dal greco (non solo le romanze, anche il russo, lo svedese) finisce col voler dire “modello”. La parola tipografia si riferisce a impronta. Oggi in italiano e in molte altre lingue è diventata preposizione (non fare tipo lui), segnale discorsivo ecc. Noi possiamo quindi cambiare il significato delle parole, espanderlo, aggiungere o togliere significati, da lessicale farlo diventare grammaticale e viceversa, per esempio quando diciamo “pro e contro” sono due preposizioni latine da noi utilizzate come dei nomi, vantaggi e svantaggi. Questa è ciò che De Mauro chiama indeterminatezza /indefinitezza o vaghezza. Questo permette alle lingue di acquisire sempre nuovi significati e di abbandonarne altri, e succede senza che i parlanti debbano negoziare il codice. Questa indeterminatezza o vaghezza avviene anche sul piano del significante, non solo significati: cambiamo i significanti senza rendercene conto. Es. la fricativa alveolare intervocalica è in italiano standard sorda, casa. Però per una serie di motivi sociolinguistici la realizzazione sonora è settentrionale ed ha acquisito prestigio. Molti parlanti la usano senza per questo essere percepita come una realizzazione regionale, cosa che invece sarebbe accaduta solo 50 anni fa. Cambiamo quindi anche la percezione di ciò che è regionale e non, prestigioso e non, anche sul piano del significante le cose cambiano. Continuamente noi modifichiamo i segni di una lingua:
perché accade questo? Se un matematico cambiasse il segno + e lo realizzasse con un’altra forma, lì sì che ci sarebbe bisogno di un congresso di matematici che lo stabilisce, perché nessuno capirebbe più nulla. Come mai questo non avviene nella lingua: esiste una cooperazione tra i parlanti tale che, di fronte a un elemento nuovo tanto sul piano del significato quanto sul piano del significante, la reazione del parlante non è non comprendere e manifestarlo, la lingua è un sistema adattativo: i parlanti hanno un atteggiamento cooperativo, sanno fin dai primi momenti della propria vita che il codice può prevedere realizzazioni foniche diverse, pronunce diverse, e quindi si abituano, sanno che come utenti del codice si devono adattare. Ci sono enormi varietà: le voci delle persone con cui entrano in contatto, i significati evolvono in rapporto all’età dell’utente (nanna associato a sensi diversi ma il significato rimane lo stesso). Preliminare al funzionamento del codice un accordo e una cooperazione tra parlanti. Viceversa per l’aritmetica e per i calcoli essendo codici non adattativi ma formali non c’è questo presupposto, anzi il presupposto è esattamente il contrario: che il codice non si discosti da ciò che è stato formalmente deciso. Non è esclusa l’invenzione di un nuovo segno, un matematico può inventato, ma questo deve essere deciso, stipulato, introdotto nella comunità degli utenti e spiegato e accettato. Questo accade anche per la comunità di linguisti. Nella nostra comunità prendiamo delle abitudini linguistiche, anche nelle comunità più ristrette, dove le abitudini entrano a far parte del nostro lessico privato. Noi siamo aperti alla possibilità di accogliere nuovi sensi, nuove espressioni per indicare un insieme di concetti, ma non saremmo disposti a stravolgere la terminologia formale che è stata stipulata. Utilizziamo contemporaneamente linguaggi formali quando necessario, ma il linguaggio quotidiano è un linguaggio che è pronto ad allargarsi e restringersi per fare spazio ai cambiamenti. Dice De Mauto, possiamo estendere i confini di ogni monema (altro termine per dire morfema) e abbracciare sensi nuovi e imprevedibili, e anche significanti, perché abbiamo bisogno come specie di affrontare elementi imprevedibili: non possiamo sapere ciò di cui avremo bisogno domani. La lingua per essere semioticamente onnipotente (per poter esprimere tutti i significati possibili necessari alla specie finché questa esisterà) non può essere rigida come un calcolo ma deve prevedere flessibilità che De Mauro chiama indeterminatezza o vaghezza. La vaghezza è chiaramente una condizione segnica non soltanto semantica. Dove essa è presente investe del pari dignificante e significato. Il segno, più