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linguistica generale
Tipologia: Sintesi del corso
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Materia di studio della linguistica è l’attività verbale (il parlare ) degli essere umani. Utilizziamo le parole (il parlare) per produrre frasi, sia parlate che scritte, e utilizziamo le parole per capire frasi, sia parlate che scritte. Gli studiosi di una parte importante della linguistica, gli studiosi di didattica delle lingue o glottodidattica, la disciplina che si occupa di come si insegnano le lingue o si apprendono le lingue. Dunque parlare significa utilizzare parole sia in senso produttivo che ricettivo. Quando impariamo una lingua dobbiamo sviluppare quattro abilità verbali ( verbal skills ): parlare, ascoltare, scrivere, leggere. L’uso produttivo della parola attua il parlare e lo scrivere. L’uso ricettivo della parola attua l’ascoltare e il leggere. C’è un terzo uso importante: è quello che una persona fa quando pensa tra sé. Il pensiero operativo o procedurale si sviluppa mentre facciamo cose complesse,ma abituali. Quasi mai le nostre azioni passano per il pensare parole e frasi circa quello che dobbiamo fare. Guai se queste operazioni dovessero sempre passare attraverso il pensiero verbale , cioè attraverso la produzione interiore di parole e frasi. Dunque accanto agli usi produttivi e ricettivi delle parole c’è un uso interiore della parola o di discorso interiore o endofasia (da –endo
Gli usi linguistici dei singoli individui sono sempre diversi. Se ad es. ripetiamo due volte la stessa frase vedremo che lo faremo in due modi diversi , e se la stessa frase la ripetono due persone diverse vedremo che lo faranno in due modi diversi; se, poi, ci allontaniamo dal nostro ambiente o dalla nostra città, vedremo che gli usi linguistici saranno ancor più differenti man mano che la distanza aumenta, tuttavia, e in una certa misura, tali differenze non impediscono agli individui di capirsi. Diciamo dunque che nel parlare degli individui ci sono alcune differenze che non impediscono la reciproca comprensione (naturalmente se andiamo in un paese straniero le differenze linguistiche ci impediranno di parlare e di capirci con i parlanti del luogo).Quegli individui che, pur tra le differenze, riescono a capirsi tra di loro diremo che fanno parte della stessa comunità linguistica. Una comunità linguistica include certe persone e ne esclude altre, che, pure, faranno parte di altre comunità linguistiche. Gli individui di una comunità linguistica sono uniti da una reciproca comprensione o i ntercomprensione. Una comunità linguistica non sempre coincide con una entità politica. L’arabo ad es. è parlato in un elevato numero di entità politiche differenti; l’italiano è parlato in Italia e in una parte della Svizzera; l’inglese è lingua nazionale in Gran Bretagna, USA, Canada, Australia, India; il tedesco è la lingua della Germania, dell’Austria e di parte della Svizzera, il francese è lingua nazionale in Francia, in Belgio, in parte della Svizzera e del Canada. D’altra parte ci sono comunità linguistiche presenti in stati in cui la lingua nazionale è
un’altra; pensiamo agli arabo foni residenti in Italia, o agli italiani che vivono negli USA. L’intercomprensione avviene perché, nonostante le differenze individuali, le persone usano parole comuni e modi comuni di connettere le parole. Una lingua è dunque un repertorio di parole e costrutti propri di una determinata comunità linguistica. Chiamiamo parlanti o locutori gli appartenenti ad una comunità linguistica. Alcune lingue hanno maggiore prestigio di altre; alcune delle lingue meno prestigiose coesistono in una stessa comunità con lingue di maggior prestigio, esempio il siciliano coesiste con l’italiano, il bavarese con il tedescos, essi sono chiamate dialetti ; da un punto di vista linguistico non c’è alcuna differenza tra lingua e dialetto, le differenze sono storiche, politiche, sociali, culturali. Lingue diverse possono avere delle affinità che dipendono o da una comune origine( affinità genetiche ) o da contatti o prestiti ( affinità di contatto ). Quando in aree linguistiche diverse si presenta un tratto comune, la zona interessata dal fenomeno viene indicata su una carta geografica con una linea, chiamata isoglossa (dal greco iso-
A partire dal tardo Cinquecento i linguisti hanno cercato di costruire una grammatica generale cioè una grammatica che spiegasse quali caratteristiche sono presenti nelle grammatiche di tutte le lingue. In questi tentativi però la ricerca linguistica aveva come modello la grammatica del latino, la lingua più conosciuta e studiata in quel tempo;bisogna ricordare però che dal Due e Trecento in Europa si andavano affermando i volgari , cioè le lingue del popolo, distinte dal latino, utilizzato soltanto dalle persone colte (preti, monaci, medici, giuristi, notai etc.). Alcuni di questi volgari acquisirono particolare prestigio e contribuirono a creare unità politica e coscienza nazionale.
Diciamo neolatini o romanzi i volgari direttamente derivati dal latino: portoghese, catalano , castigliano, provenzale o occitano, francese, toscano che dal cinquecento fu detto Italiano, e gli altri due blocchi di dialetti italiani: i dialetti italo romanzi settentrionali sia galloitalici sia veneti, e i dialetti italo romanzi centromeridionali. Tutti questi idiomi volgari, insieme ad altre lingue nazionali più o meno diffuse, costituiscono l’insieme delle lingue romanze. Altri volgari sono germanici : il tedesco, l’inglese, il danese, lo svedese … Altri idiomi dell’Europa medievale e moderna sono slavi : il polacco, il bulgaro, il ceco, lo slovacco, sloveno. Il greco che con il latino era stata l’altra lingua dell’impero romano aveva resistito nelle regioni orientali dell’Europa e del mediterraneo, ma poi il suo dominio era stato ristretto dall’espansione dell’ arabo e da quella del turco. A poco a poco vennero utilizzati non solo nel parlato ma anche nello scritto, per scritture private e contabili, per documenti ufficiali, per opere letterarie, e sempre più a spese del latino. D’altra parte anche motivi religiosi danno un impulso alla diffusione dei volgari: la Riforma protestante chiede ai fedeli di leggere direttamente i testi sacri della Bibbia e in questo modo contribuisce alla diffusione del tedesco. Ben presto nacquero grammatiche e vocabolari delle nuove lingue. Per quanto riguarda l’Italia è da ricordare che all’inizio del Cinquecento Ambrogio Calepio pubblica un dizionario plurilingue, il Calepino, in cui alla parola latina si affiancano i vocaboli equivalenti (i traducenti) in italiano, francese, tedesco e altre lingue volgari ; nel 1612 nacque il Vocabolario degli Accademici della Crusca. I motivi religiosi che contribuirono alla nascita dei volgari spinsero i dotti anche in una direzione opposta, cioè a studiare le lingue ebraica
I. secondo l’ asse della sincronia (contemporaneità) per capire la funzione di un elemento linguistico in una determinata lingua (fonico, lessicale, grammaticale), in rapporto agli altri con cui coesiste,
II. secondo l’ asse della diacronia (successione nel tempo) per capire da cosa deriva e come può trasformarsi un elemento linguistico o come può trasformarsi una funzione grammaticale e singoli significati,
III. secondo l’ asse della pancronia (ricerca di leggi universali) per capire in che modo ogni fatto linguistico si collega alla natura universale del langage.
In qualunque lingua, parole e frasi, sono dei segni linguistici. Il segno linguistico è costituito da due elementi: il significante e il significato ; il significante indica le possibili realizzazioni foniche (o grafiche) di una lingua,il significato indica i riferimenti alle immagini mentali che abbiamo delle cose esterne. Chiamiamo inoltre enunciazioni (o paroles) le concrete e individuali realizzazioni di parole o frasi,chiamiamo invece espression i le realizzazioni di possibili parole o frasi fatte con la voce e percepite con l’udito ,quindi fonico –uditive , sia fatte con la scrittura e percepite con la vista,quindi grafico- visive ,chiamiamo infine contenuti o sensi , i particolari usi, le particolari realizzazioni di un significato e tra queste vi sono gli usi riferenziali delle parole o frasi che si riferiscono a cose o situazioni di fatto (i referenti).
In tutte le lingue i segni linguistici sono analizzabili, essi si articolano in una successione di sintagmi (combinazione di una o più elementi linguistici che costituisca un’entità sintattica) e morfi (unità minime dotate di significato e significante). Solo il significante dei segni,ovvero dei morfi ,conosce una seconda articolazione lineare, si mostra analizzabile in una successione di segmenti minimi alternati tra loro. Essi di per se non hanno significato, sono asemantici , ma concorrono ad individuare i significanti dei morfi, sintagmi e frasi, tali segmenti minimi sono chiamati fonemi.
La realizzazione concreta dei fonemi è chiamata fono o suono linguistico nel parlato , e lettere nello scritto. La fonologia segmentale studia i fonemi. Fenomeni che coinvolgono più segmenti ( sillabazione, accentazione, intonazione ) sono oggetto della Fonologia soprasegmentale. Il fonema non è il fono che noi udiamo o articoliamo. I foni sono tutti diversi tra loro dal punto di vista fisico. La fonetica li raggruppa in classi secondo la loro similarità articolatoria o uditiva e l’alfabeto fonetico internazionale API (association phonetique internationale) da conto di tali classi articolatorio – uditive. L’alfabeto fonetico ci permette di distinguere con i simboli letterari ben 75 consonanti e 25 vocali egressive. Inoltre, esso grazie i suoi segni diacritici, di ciascuna vocale o consonante, può specificare se è più o meno lunga, più aperta o chiusa. La trascrizione fonetica , è racchiusa da due parentesi quadre. L’immensa varietà dei foni dipende da diversità individuali, la diversa estrazione regionale o dialettale, tali variazioni sono chiamate varianti individuali o libere, ma vi sono pure le varianti obbligatorie. Un fono in genere non è realizzato isolatamente, ma è coarti colato in sequenza con foni che lo procedono o seguono. Nella realizzazione di qualunque fono distinguiamo una fase di impostazione o catastas i,in cui gli organi fonatori si preparano ad articolare il fono, una fase di tenuta , in cui il fono è articolato e una fase di risoluzione o metastas i , in cui gli organi abbandonano la fase della tenuta e si preparano per un’altra catastasi
del fono successivo. Data tale coarticolazione ogni fono risente dell’influenza dei foni vicino. Se proviamo a sostituire un fono concreto a un altro, se lo commutiamo con un altro, tale commutazione può avere due effetti. Se due foni commutandosi non danno mai luogo a due significanti diversi in una data lingua, diciamo che in quella lingua essi appartengono alla stessa classe dei foni, e rappresentano o realizzano lo stesso fonema. Se, invece, commutati l’uno con l’altro, danno luogo o possono dare luogo a due significanti diversi, quindi diciamo che in quella lingua appartengono due fonemi diversi. Per verificare ciò, dobbiamo reperire in essa una coppia minima e cioè due parole eguali in tutto il resto, ma diverse perché in una c’è il fono A e in una c’è il fono B. Dunque i fonemi sono classi di segmenti fonici (o foni) commutabili che, commutando, servono in una lingua a distinguere almeno una coppia minima di significanti.I foni che ne fanno parte sono dette allofoni. In italiano la diversa durata delle vocali non è rilevante al fine di distinguere classi diverse di fonemi vocalici. Chiamiamo tratti fono logicamente rilevanti o distintivi o pertinenti quelli che in una data lingua svolgono la funzione di differenziare una famiglia di suoni, un fonema dagli altri. Diremo quindi ,per esempio, che la durata breve o lunga delle vocali in italiano non è fono logicamente rilevante, non è un tratto pertinente mentre lo è per il latino ,l’inglese,il tedesco. I fonemi, nella loro materialità, sono studiati dalla fonetica che è una materia distinta dalla fonologia, che studia le caratteristiche fisiologiche e uditive dei foni. Nella loro materialità i tratti possono guardarsi da vari punti di vista. Anzitutto possono considerarsi come modalità con cui l’apparato di fonazione conforma l’aria che esce dai polmoni e produce così:
Si stima, che facendo una media tra i fonemi di ciascuna lingua, il numero di fonemi sia di circa 31. In italiano distinguiamo 7 fonemi vocalici, e 23 consonantici, l’italiano ha un numero medio di fonemi. I significanti delle parole italiane si distinguono tra loro perché ciascuno raggruppa questi fonemi in gruppi in cui la diversità, è garantita sia dalla diversità dei fonemi sia dal diverso disporsi dei fonemi stessi. Con un numero limitati di fonemi, sfruttando la loro diversità, le lingue possono differenziare un’enorme quantità di significanti.
La fonologia segmentale studia i fonemi che coinvolgono una dimensione più ampia: sillabazione, accentazione,intonazione. La sillabazione è un principio linguistico universale. La sillaba è un aggregato di fonemi costituito da un vocoide V intorno a cui possono disporsi, prima e dopo, dei contoidi C. In tutte le lingue, la sillabazione crea delle regole di restrizione , ossia un vincolo alla combinabiltà dei fonemi, nel senso che,esso esclude le combinazioni di soli contoidi. Dalla sillabicità dipende anche in modo sostanziale la durata o quantità o tenuta dei fonemi. Diciamo sillabe aperte quelle che terminano per vocale, diciamo sillabe chiuse quelle che terminano in consonante. Lingue come italiano ,non conoscono opposizioni fonologiche tra vocali brevi e vocali lunghe nello stesso timbro. Tuttavia esistono foni vocalici brevi e lunghi per effetto della struttura sillabica e dell’accento. Le vocali in sillaba chiusa o finali di parola sono sempre brevi. Le vocali in sillaba aperta(non finale di parola) sono brevi se la sillaba è atona, non
a. La parola grafica , cioè ciascuno dei gruppi di lettere separate separati da spazi bianchi in una frase( es. perciò , può scriversi con due parole per e ciò ),
b. I tipi o forme di parole , come quando in una frase delle parole ritornano più volte, sono presenti cioè con due repliche o occorrenze ,
c. L’unità lessicale cui le repliche di un tipo e tipi diversi si riconducono secondo le regole di grammatica di una lingua, (es. topo e topi sono forme della stessa parola topo, così come vanno e andassero sono forme della parola o unità lessicale andare ), ogni unità lessicale è convenzionalmente indicata con una forma di citazione , quella con cui viene citata, ed è qui detta lemma : come forma di citazione in italiano, usiamo l’infinito per i verbi e il singolare maschile per le altre parti del discorso variabili,
d. la parola fonologica , cui , non sempre corrisponde una parola grafica e che è un gruppo di sillabe raccolte intorno ad una sillaba preminente accentata.
Per evitare equivoci, la linguistica usa termini diversificati, cioè per l’unità lessicale, usa il termine lessema. In italiano e in molte altre lingue un lessema si presenta in forme diverse a seconda del co-testo (parole precedenti o seguenti). Assai più varie e importanti per il funzionamento della lingua sono le variazioni con funzione grammaticale. L’insieme di queste per ciascun lessema costituisce ciò che chiamiamo flessione del lessema : declinazione nel caso di articoli, sostantivi, aggettivi, e pronomi, coniugazione nel caso dei verbi. I lessemi si raccolgono e distinguono in diversi paradigmi di declinazione e coniugazione a seconda della serie di variazioni cui i lessemi stessi sono assoggettati. Mentre le variazioni di natura puramente fonologica possono investire lessemi d’ogni tipo, le variazioni con funzioni grammaticali in molte lingue investono solo alcuni gruppi di lessemi. Soltanto nelle lingue isolanti , come il cinese mandarino, i lessemi hanno tutti una forma fissa. Nelle lingue che diciamo flessive , come l’italiano, l’inglese, le preposizioni, le congiunzioni, gli avverbi sono parti invariabili del discorso, essi conoscono solo variazioni fonologiche( con il accanto a col..). Le altre parti del discorso, articoli,sostantivi, aggettivi e verbi presentano variazioni grammaticali. La linguistica moderna ha sviluppato classificazioni fondate su più sottili analisi della struttura e della funzione dei lessemi. Ha applicato un tipo di analisi già illustrato per i fonemi, ovvero la segmentazione della frase in unità segmentali commutabili , le quali però, a differenza dei fonemi, sono dotate di significato.
Es. LO STALLONE BIANCO DEL CAPITANO CORRE SUL PRATO VERDE, possiamo segmentare la frase in due grandi blocchi, (lo stallone bianco del capitano ) e ( corre sul prato verde), sono blocchi dotate ciascuna di una sua unità, sono due esempi che chiamiamo sintagma , i sintagmi sono gruppi di parole che si spostano insieme. A loro volta i due blocchi possono dividersi in unità più brevi, ciascuna delle quali è commutabile con altre. La segmentazione si spinge fino a raggiungere le unità minime dotate di significante e significato, dette morfemi o morfi. Ciascuna unità non è solo un individuato fonematico dotato di un significato , o per dir meglio, essa è tale in quanto, attraverso prove di commutazione, si rivela come il centro di una costellazione di rapporti sintagmatici (rapporto con gli altri morfi presenti nella frase) e di rappporti paradigmatici ( cioè rapporti con i r morfi commutabili con essa) che consentono sia di circoscrivere segmentalmente l’individuato fonematico significante sia di delimitarne il significato. La segmentazione , dunque mette in evidenza che ciascun segmento morfico, ciascun monema, è un nodo di collegamenti, con le altre parti presenti nel sintagma e nella frase e con altre parti, anche lontane della lingua. La frase nella visione tradizionale è una sommatoria di
parole allineate una dopo l’altra obbedendo al senso che ciascuna dovrebbe esprimere. Descrivere questo reticolo di relazioni sintagmatiche e pragmatiche che legano ogni morfo di ogni frase è compito della linguistica sincronica.
Con l’analisi in monemi o morfi la linguistica si è aperta la via verso una classificazione degli elementi lessicali più complessa e articolata, e verso una miglior comprensione del rapporto tra parole,frasi e grammatica. Una prima classificazione riprende la ripartizione tra parole piene e parole vuote della grammatica cinese, ovvero tra parole categorematiche (predicabili) e parole sincategorematiche ( prive di autonomia predicativa e utilizzabili solo in nesso con le prime). Si tratta della distinzioni tra morfi lessicali e morfi grammaticali. Abbiamo dunque a che fare con due categorie diverse: da un lato i morfi commutabili con molti altri di numero ampio e illimitato e con significati spesso sovrapposti, dall’altro lato morfi commutabili con pochi altri di numero assai piccolo. I primi sono detti monemi o morfi lessicali , e sono presentati nei lessici o vocabolari o dizionari di ciascuna lingua e studiati dalla lessicologia, i secondi sono detti monemi o morfi grammaticali , sono presentati nella grammatica delle varie lingue e studiati dalla morfologia e sintassi o morfosintassi. I morfi lessicali sono pieni di possibili riferimenti concreti e precisi alle cose e agli eventi del mondo. I morfi grammaticali sono più poveri di precisi riferimenti. In italiano i morfi grammaticali si presentano divisi in due categorie: morfi grammaticali legati , che si connettono immediatamente con un morfo lessicale o a un altro morfo grammaticale legato e tali sono desinenze, prefissi come –in , -de, suffissi come –mento, -zione… e morfi grammaticali relativamente liberi , come /un/, che possono sia connettersi immediatamente con un morfo lessicale sia esserne separati. Preposizioni (per, in, con…) alcuni pronomi peronali (io,egli).
In italiano come in molte altre lingue, esistono morfi complessi : in italiano / 0 2C 80 25 B/, terza persona del presente indicativo del verbo essere, comprime in un unico morfo il valore lessicale del lessema essere e numerosi valori grammaticali (terza persona, singolare, indicativo, presente). Ci troviamo dinanzi a morfi a un tempo lessicali e grammaticali.
Un morfema è un’entità dotata di significato che si proietta sul piano del significante, in morfi, senza che vi sia necessariamente una corrispondenza biunivoca tra morfi e morfema. Un’altra importante categoria sono i morfi fungenti da formanti lessicali , e cioè prefissi, infissi e suffissi, che a partire da un lessema assunto come base, combinandosi con esso,danno luogo ad altri lessemi. Da –arm, arm-iere, arm-a. Alcune derivazioni specie in date fasi della storia di una lingua hanno un’altra produttività: in italiano da qualunque sostantivo è formabile un verbo con – izzare, almeno come parola occasionale. E ci sono regole di restrizione, per esempio con molti aggettivi è preclusa la la derivazione in –izzare, sicchè abbiamo abbellire, imbruttire, ma non abbellizzare. L’uso dei formanti lessicali non esaurisce i procedimenti della formazione delle parole. Ricordiamo la composizione, abbreviazione, trans categorizzazione, la polirematizzazione.
panca, si ha cassapanca,
▲ L’abbreviazione, opera su lessemi spesso composti, molto lunghi, da metropolitana si ha metro,
Abbiamo diversi vocabolari:
Noi non parliamo per lemmi, ma per lessemi calati in forme grammaticali appropriate alla frase, o meglio al segno linguistico, che costruiamo con un enunciato. Tutto ciò richiede delle precisazioni:
Certamente, è veritiero istituire un parallelismo tra il significante e le sue realizzazioni concrete da un lato e il significato e le sue realizzazioni concrete, i suoi sensi dall’altro lato. Questo parallelismo ha spinto la linguistica sulla via del tentare analisi del significato analoghe a quelle del significante. Alcuni hanno postulato unità semantiche segmentali e soprasegmentali, dette noemi. Altri hanno più direttamente cercato i tratti pertinenti semantici che differenziano il significato di una parola da quello di un’altra. Ma questi tentativi hanno concorso a fa intendere che il significato non ha la stessa organizzazione del significante e ha bisogno di analisi diverse di quelle della fonologia. Il significato di un segno regola i sensi, ma quest’ultimi non sono realizzazioni del significato, ma risultano da una interazione tra i locutori. Una stessa frase può avere diversi significati a seconda del contesto e della pragmatica , che è la strumentalità o finalità per cui una frase è realizzata.
Due nozioni chiave della semantica. Iniziamo con la sinonimia. Diciamo sinonimi , due segni,frasi, lessemi, che in determinate circostanze sono suscettibili di individuare uno stesso senso, ( Es. auto,vettura,macchina). Complementare alla sinonimia è la eteronimia o polisemia, le parole o le
frasi che emettono famiglie di sensi, ciascuna veicolabile da una frase o da un segno diverso previsto dalla lingua: ( es.
La cellula prima che consente ai segni e alle frasi la loro sinonimicità ed eterononimicità è la plasticità del significato di ciascun morfo e la sua estendibilità , in rapporto all’uso che ne fa il suo locutore in determinate situazioni enunciative. La polisemia è la presenza di più famiglie di sensi attribuiti a un morfo, chiameremo accezione ciascuna famiglia di sensi. Diciamo dunque che per descrivere le diverse accezioni di un morfo la semantica lessicale o lessicologia ne evidenzia i diversi sinonimi e le spiega offrendone equivalenti sinonimici. Due rami della linguistica si occupano sistematicamente del confronto di significati dei morfi e lessemi di lingue diverse: la linguistica contrastativa e la traduttologia. Gli studi traduttologici hanno messo a confronto le difficoltà e le possibilità di trovare traducenti, cioè espressioni equivalenti a partire dai testi di un source language, d’una lingua di partenza , nei testi di un target language, lingua d’arrivo. Queste analisi hanno aiutato a scoprire accezioni diverse d’un lessema attraverso la diversità dei traducenti di una lingua d’arrivo. (es. un italiano si rende conto che
Una seconda lingua ci aiuta ad descrivere significati di una prima, in casi del genere diciamo che la seconda lingua è adoperata come metalingua che descrive la prima, che in tali casi è lingua oggetto. Ogni lingua è la migliore metalingua di se stessa. Si dice metalingua riflessiva quella che funge da metalingua di se stessa, se e quando un morfo è adoperato per designare se stesso, diciamo che è adoperato in una funzione metalinguistica riflessiva.
Si ha un ordinamento gerarchico quando tutte le accezioni si rivelano varianti di una accezione fondamentale comune( es, in
versante del contenuto, ben al contrario, identificare il significato di un significante è esso meno strumentale.
Un atto di parole non è solo un atto locutorio , la messa in parole di un senso cui ci si vuole riferire, ma è spesso un atto illocutorio , cioè produce un enunciato che ha una particolare forma pragmatica, capace di impegnare a certe azioni chi lo pronuncia o di invitare, o di minacciare,ecc.. L’atto linguistico si figura così come atto perlocutorio , che attraverso le parole e frasi di cui si serve produce effetti sugli interlocutori e ne modifica convinzioni e comportamenti. La contestualizzazione dell’enunciato aiuta il locutore, sia il produttore, sia il ricettore a ridurre i margini di fluidità fonica e semantica di ogni enunciato.. ma opera potentemente a questo fine anche la cotestualizzazione. Noi non parliamo per enunciati staccati,ma per enunciati collegati insieme in discorso o testo. Possiamo definire il testo come una entità transferica che connette gli enunciati. La linguistica testuale studia le condizioni di coerenza degli enunciati che costituiscono un testo e tale coerenza riopera su ciascuno degli enunciati limitandone e indirizzandone la realizzazione fonica e il senso.
Ciascuna lingua vive nel suo particolare spazio sociale, culturale, storico. Gli elementi e aspetti di una lingua sono considerati in un sistema chiuso, che funziona per consentire di generare le infinite frasi di una lingua. Differenze tra parlanti vengono azzerati e l’analisi idiosincronica si riferisce a un parlante ideale. Di ciascun parlante reale ogni lingua è utilizzata in modi che variano attraverso lo spazio geografico e demografico in cui la lingua è in uso. Distinguiamo diversi tipi di variazione. La variazione diatopica consiste nelle variazioni fonologiche, lessicali, sintattico-grammaticali carrellate alla diversa area geografica di appartenenza dei parlanti. Il lessico italiano, soprattutto il lessico della quotidianità è ricco di geosinonimi , a parole come cavolo e broccolo corrispondono vegetali diversi. Altra importante forma di variabilità è quella diastratica : i diversi strati sociali di persone usano la stessa lingua in diversi modi. Le variazioni di afasiche sono correlate ai diversi tipi di discorso e di testo producibili con una lingua: una conversazione tra amici, e una conferenza, un trattato scientifico, una lettera commerciale, si riferiscono ad uno stesso argomento, ma con parti del vocabolario assai diversi. Le variazioni diamesiche sono invece quelle dipendenti dalla diversità del mezzo di cui si serve: qui si collocano le grandi differenze tra uso parlato e uso scritto di una lingua. Infine, sfruttando le diverse variazioni, una stessa persona può usar la stessa lingua secondo modalità diverse, che vanno dall’uso più privato,familiare, informale, all’uso più impersonale, pubblico, formale. Diversi rami della linguistica studiano tali variazioni, ovvero la geografia linguistica , la sociolinguistica li mette in relazione alla stratificazione sociale degli utenti, la storia linguistica osserva il suo cambiamento linguistico.
I pidgin , sono nati dall’impasto tra lingue indigene e lingue importate dai colonizzatori soprattutto europei e usati come lingue della comunicazione commerciale. Le lingue creole , che possiamo definire come antichi pidgin,consolidatosi all’uso fino a diventare lingue materne, lingue native usate in ogni occasione.
Le quasi settemila lingue del mondo hanno caratteristiche comuni che ci permettono appunto di identificarle come lingue. Di tali caratteristiche rendono conto due linee diverse di ricerca generale.
Dal punto di vista della linguistica generativa di Noam Chomsky , affermiamo che tutte le lingue o le grammatiche di tutte le lingue pur nella loro varietà rispondano a un numero ristretto di principi generali. I principi generali sarebbero innati e costituirebbero la natura profonda e universale del linguaggio umano. Un secondo punto di vista è quello della semiotica ,che propose la denominazione di semiologia. Nel quadro generale di una teoria dei segni e della semiosi (uso di segnali), i segni linguistici (parole,frasi) presentano caratteristiche semiotiche generalissime, comuni a ogni semiotica:sono segni che si producono e intendono all’interno di un codice (una lingua), sono bifacciali ( hanno un significante e un significato), sono legi-segni , segni il cui uso dipende da una legalità, da una concordanza, tra i componenti di una comunità umana. Altre caratteristiche si trovano in altre famiglie di codici. Ad esempio la doppia articolazione , cioè la decomponibilità dei segni in morfi e del significante dei morfi in unità minime, i fonemi, sicchè i segni linguistici sono articolati due volte, una prima articolazione in morfi e una seconda in fonemi.
L’impetuoso sviluppo sulla comunicazione di altre specie animali, zoosemiotica , offre nuovi dati per valutare la semiosi umana, essa appare come una plurisemiotica , capace di controllare dal gesto alle simbolizzazioni logico matematiche una quantità eterogenea di semiotiche tra le quali campeggia il linguaggio. E lo sviluppo dello neuroscienze permette di capire la eccezionale complessità delle operazioni che gli esseri umani compiono quando producono o capiscono una frase.
Appendici
Il quadro delle lingue indoeuropee presenti in Europa può essere così riassunto: Le parlate del gruppo celtico sopravvissute alla dominazione romana e al latino sono:l’irlandese in Irlanda; il gallese, il gaelico e lo scozzese in Gran Bretagna; il bretone in Bretagna (Francia del nord).I volgari germanici sono: il tedesco, l’inglese, il nederlandese (olandese), il danese, lo svedese, il norvegese, l’islandese. I volgari neolatini o lingue romanze, cioè le lingue derivate dal latino parlato, sono (da ovest verso est e da nord a sud): il portoghese, il gallego, il castigliano (detto spagnolo),il catalano, il francese, il provenzale o occitanico, i dialetti italo romanzi settentrionali (galloitalici e veneti), il ladino, il friulano, il sardo, il toscano (che dal Cinquecento fu detto italiano), i dialetti italo romanzi centromeridionali, il rumeno,L’albanese parlato in Albania e in alcune colonie in Italia, derivato dall’illirico, oggi estinto. Il greco, documentato dal XVI secolo a. C., nella sua variante classica diffuso in Grecia, Asia occidentale, Italia meridionale; poi nella variante detta koiné diffuso in Asia e nell’Africa settentrionale e nel Medioevo diffuso in parte dell’Europa orientale. Dalla fine del Quattrocento il greco sopravvive solo in Grecia e in Italia meridionale
Il gruppo delle lingue baltiche rappresentate da lituano, lettone e antico prussiano (ora estinto). Altri idiomi dell’Europa medioevale e moderna sono slavi suddivisi in tre sottogruppi: