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Risposte alle domande d'esame programma 2023-2024
Tipologia: Sintesi del corso
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Nel saggio James Joyce e il suo Ulysses, Ernst Robert Curtius individua nel “tema della nascita” un nodo strutturale dell’opera, punto nevralgico attorno al quale si intrecciano i grandi motivi joyciani: paternità, identità, polarità sessuale e principio femminile. La sua definizione del tema della nascita come “luogo geometrico” evidenzia il carattere centrifugo e allo stesso tempo centripeto della struttura di Ulysses: ogni aspetto dell’universo simbolico joyciano, dalla mitologia classica al modernismo urbano, ruota attorno all’idea di origine, di generazione e rigenerazione, sia sul piano biologico che su quello simbolico ed esistenziale. Nel Ulysses, la questione della nascita si esplica in almeno due grandi direttrici tematiche: il complesso padre- figlio, incarnato dal rapporto tra Leopold Bloom e Stephen Dedalus, e la tensione tra principio maschile e principio femminile, con l’emblematica presenza di Molly Bloom. Bloom, ebreo irlandese, rappresenta la figura del padre perduto e del padre potenziale, mentre Stephen, reduce dalla perdita del padre spirituale (Dedalus nel Portrait) e biologico (Simon Dedalus, figura evanescente e decaduta), cerca nel mondo adulto un punto fermo, un riferimento generativo, pur rifiutandolo razionalmente. La tensione tra questi due personaggi ruota attorno alla possibilità di una “nascita simbolica” che permetta a entrambi una forma di rigenerazione: per Bloom, l’occasione di ricoprire finalmente un ruolo paterno dopo la morte del figlioletto Rudy; per Stephen, la possibilità di trovare un padre non autoritario, ma comprensivo. Questo incontro – centrale nel capitolo “Eumeo” – diventa la metafora modernista dell’eredità culturale e della trasmissione della conoscenza, non più basata su autorità verticale, ma su scambio e riconoscimento reciproco. Parallelamente, Ulysses è anche un’opera che interroga le polarità sessuali e il loro intreccio: Curtius sottolinea la compresenza del principio maschile e femminile, che si incarnano, rispettivamente, in Bloom e in Molly, ma anche in Bloom stesso, il cui immaginario è costellato da una fluidità di genere inusuale per l’epoca. Nel celebre episodio “Circe”, ad esempio, Bloom si trasforma in una figura femminile, “Bella”, in una lunga sequenza onirica che mette in discussione il binarismo sessuale. Il desiderio, la maternità mancata, il travestitismo, il voyeurismo e la sottomissione si intrecciano in un’unica scena visionaria che scardina ogni identità fissa. Molly Bloom, infine, è la vera depositaria del principio generativo. Il suo monologo finale (“Penelope”), scritto senza punteggiatura, è un flusso di coscienza che simboleggia il ciclo vitale, il desiderio, la memoria, ma anche il potere femminile di dire “sì” alla vita. È in lei che si chiude e si riapre l’arco della narrazione: dal vagabondare maschile nella città alla stasi del corpo femminile nel letto coniugale, che diventa arcaica matrice del tempo e della parola.
Critici come Hugh Kenner e Richard Ellmann hanno evidenziato come Joyce non cerchi una risoluzione definitiva al complesso padre-figlio o alla polarità sessuale, ma piuttosto metta in scena una rete di relazioni aperte, in continua trasformazione. Il “tema della nascita” non è dunque solo biologico o generazionale, ma anche simbolico: è la possibilità per ogni individuo di rigenerarsi nell’incontro con l’altro, nell’accettazione del diverso, nella fusione dei contrari. In conclusione, Curtius coglie un aspetto essenziale di Ulysses: la nascita come crocevia di simboli, identità e forme narrative. L’opera non propone risposte, ma trasforma ogni domanda sul padre, sul sesso, sull’identità in un percorso iniziatico, in un parto linguistico e interiore che segna l’ingresso del romanzo nel Novecento.
La riflessione di T.S. Eliot sul metodo mitico usato da Joyce in Ulysses coglie uno degli elementi più rivoluzionari della letteratura modernista: l’uso del mito non come elemento decorativo, ma come strumento strutturale per ordinare la disgregazione dell’esperienza moderna. Eliot paragona l’intuizione di Joyce a una scoperta scientifica: come Einstein ha cambiato il paradigma della fisica, così Joyce ha trasformato il modo di concepire il romanzo. In Ulysses, Joyce struttura l’intera narrazione seguendo la trama dell’Odissea, ma ambientata nella Dublino del 1904 e vissuta da personaggi comuni. Ogni episodio corrisponde a una tappa del viaggio di Ulisse, ma il tono epico viene parodiato, frammentato, rivisitato. Ciò permette di creare un parallelismo continuo tra antichità e modernità, tra mito e realtà quotidiana, conferendo significato alla banalità. Come afferma Eliot, Ulysses diventa “a way of giving a shape and a significance to the immense panorama of futility and anarchy which is contemporary history”. Lo stesso intento si ritrova in The Waste Land, che adotta un montaggio lirico e frammentario, ma ancorato al mito del Graal e a una moltitudine di riferimenti religiosi e letterari. La poesia di Eliot, come il romanzo di Joyce, non si limita a rappresentare il caos della modernità: lo ordina attraverso una struttura mitica che funge da impalcatura archetipica. In entrambi i casi, il mito funziona come un “codice di sopravvivenza” culturale: nel mondo disgregato del primo dopoguerra, la tradizione classica offre un punto di riferimento che non è nostalgico ma rigenerativo. A livello strutturale, le due opere condividono:
Infine, il metodo mitico è anche un invito per i futuri scrittori: non imitare Joyce o Eliot nei contenuti, ma adottare un metodo formale, un principio ordinatore per affrontare la complessità della realtà. Come sottolinea Eliot, Joyce non è imitabile perché il suo gesto è fondativo, non ripetibile: è un modo per riorganizzare il pensiero narrativo e poetico nel XX secolo.