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Sulla necessità di un approccio interdisciplinare nella pedagogia, intesa come 'formazione discorsiva'. La pedagogia non è solo un insieme di idee e teorie, ma un aggregato letterario e scientifico disperso in molti campi. Massa propone il concetto di 'istituzioni di pedagogia e scienze dell’educazione' per descrivere il campo ampio e vasto di questa disciplina. la storia, la filosofia, la psicologia, la sociologia e la metodologia della pedagogia.
Tipologia: Appunti
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La pedagogia è una scienza umana il cui oggetto di riflessività è l’uomo. Ci interrogheremo sulla storia della pedagogia che vuole essere uno sguardo ampio sull’oggetto educazione. L’oggetto della pedagogia è l’educazione o l’uomo? “Siamo portati a credere che l’uomo si sia liberato da se stesso sa quando ha scoperto di non essere più ne al centro della creazione, ne al centro dello spazio e forse in cima o al termine della vita; ma se l’uomo non è più sovrano nel regno del mondo, se non regna più nel cuore del sapere le scienze umane sono dei pericolosi mediatori nello spazio del sapere” Foucault qui innova il modo di raccontare la storia delle scienze umane. Egli ci invita a diffidare da quello che dicono le scienze umane, in quanto guarda con sospetto i saperi, le idee. Una certa idea di progresso sta diminuendo, m mantiene tutta la sua capacità emancipatoria quando ci sentiamo migliori e più bravi rispetto ai nostri antenati; in campo educativo ancora crediamo di essere meglio rispetto a chi ci ha preceduto. UMANESIMO Gli umanisti sono una gloria nazionale, siamo nel 400, alle soglie del rinascimento, dove ci sono degli studiosi che innovano il modo di studiare i classici. L’umanista quindi è quello che si occupa delle humanae litterae, cioè degli studi classici romani e greci e vogliono andare all’origine del dettato dei classici. Nell’ottocento c’è chi riscopre la capacità degli umanisti del 400 di avvicinarsi ai classici e costruisce un ideale della classicità. Bisogna perciò ricostruire le linee guida che ci collegano al passato. La storia della pedagogia è la storia di un sapere minore, è un sapere che ha avuto momenti di gloria avvicinandosi alla filosofia, all’utopia e alla letteratura, ma oggi non gode di prestigio come altri saperi. Foucault nel suo testo dice che le scienze umane vivono una precarietà e una fragilità data dal legame con la filosofia dal quale si cerca di staccarsi; ma mentre cerchiamo questo distacco ci appigliamo ad altri campi, come la psicanalisi la sociologia ecc.. quindi assumiamo un carattere sempre secondo ma conserviamo una pretesa di universalità, per questo parleremo di pedagogia generale. Secondo Foucault però non è per colpa di questi motivi e per la densità del suo oggetto che la pedagogia è un sapere minore, ma perché il sapere pedagogico, insieme al sapere delle scienze umane, ha dato vita a una complessa collocazione epistemologica, cioè la posizione nel campo del sapere della pedagogia è complessa perché è legata ad altri sapere e ad altri passaggi e quindi è difficile capire a cosa si riferisca. L’epistemologia quindi è quel sapere che si occupa di come sono definiti, sfondati, limitati i saperi stessi e le discipline. La pedagogia non ha “ricevuto in eredità un certo campo già tracciato ma lasciato incolto”, e che avrebbe avuto “il compito di elaborare” grazie a “concetti finalmente scientifici e metodi positivi” (Foucault). Trovare un metodo generale e universale è alquanto pericoloso, per Foucault invece si traiettorie con il passato e fare quindi archeologia, come se noi dovessimo iniziare a scavare piuttosto che coltivare il terreno lasciato incolto. Foucault fa di questa profondità almeno due tagli, parla del medioevo, del passato che ci sta molto alle spalle, come un tempo in cui tra le parole e le cose c’era un legame di somiglianza e similitudine (es. se hai mal di testa mangia una noce perché è simile al cervello); e questo legame viene a rompersi quando nell’età classica, il 600, nasce la rappresentazione, Foucault analizzerà questo quadro in cui è raffigurata l’immagine del pittore mentre dipinge (rappresenta la rappresentazione). A seguito del successo della corrispondenza tra le parole e le cose e a seguito del successo della rappresentazione come un tableau (tavolo) dove si può collezionare le idee chiare e distinte e si può fare una rappresentazione della realtà, ma questo tavolo bidimensionale a un certo punto si infrange, e dai pezzi di questa rappresentazione che non funziona più nasce l’individuo, il soggetto che vive parla e lavora e che non c’è mai stato prima. La rappresentazione che va in frantumi per Foucault è una novità e la complessità della posizione della pedagogia nel campo del sapere dipende proprio da questo andare in frantumi, da questa
impossibilità di fare un discorso generale che tracci una rappresentazione del mondo una volta per tutti. Quindi non sappiamo qual è la terza soglia che ci distingue, cioè verso dove noi stiamo andando. La situazione per la pedagogia è che non possiamo più fare pedagogia nel modo del passato, cioè una filosofia pedagogica o una pedagogia filosofica e non possiamo più fare gli umanisti che progettavano uomini, non possiamo fare più coloro che come Rousseau sognano delle educazioni ideali, utopiche e perfette. Noi faremo pedagogia insieme agli psicologi, filosofi, antropologi, sociologi, agli esperti di economia, agli storici, faremo proprio pedagogia insieme a tanti altri saperi. Inizieremo a chiamare la pedagogia con un termine molto Foucaultiano “formazione discorsiva”, formazione proprio nel senso di formare, cioè agglutinamento di discorsi di ordine pedagogico, come dire emersione di positività e di un sapere. Questa formazione discorsiva sarà un’aggregato letterario di un sapere eterogeneo relativo all’esperienza comune o al buon senso, ma anche alle dottrine morali, politiche, filosofiche e religiose, laddove dottrina si tratta di definizione di idee che diventano discorsi, teorizzazioni. (R. Massa) Ma la pedagogia non è solo un aggregato di idee, dottrine, riferimenti morali e visioni del mondo, la pedagogia è molto più ampia da questo punto di vista cioè un aggregato letterario (non per forza filosofico) che poi diventerà scientifico, che è disperso in tanti campi, nel campo che ci accumuna, nelle esperienze di base (genitori nonni e antenati) ma anche nei riferimenti più dotti. Allora potremmo immaginarci che il nostro arcipelago pedagogico (questo insieme di isole delle quali una sola è ‘isola della pedagogia) abbia avuto un ieri, un’archeologia, un passato e una profondità, che c’era prima la pedagogia delle scienze umane, mentre oggi, cioè l’emersione dell’arcipelago pedagogico, il rischio è che la pedagogia diventi la tecnologia (cioè che si chiede al pedagogista come si fa a aumentare una certa cosa, e non solo tra cose ma anche tra esseri umani). Quindi la pedagogia prima era al posto delle scienze umane mentre ora sta diventando al servizio delle scienze umane. Questa è un rischio esistente, ma anche qualcosa da cui non bisogna sottrarsi; perché è vero che esiste un sapere pedagogico di ordine tecnologico ma ci sono modi e modi etici per affrontare queste verità. Come possiamo immaginare ciò che ci sta alle spalle? Massa ci dice che nella classicità questa formazione discorsiva che non si evolve nel tempo ma somiglia più a un tetto in ardesia (che ci sono delle fettine di pietra che si sovrappongono e mescolano, delle faglie). Potremmo allora pensare che nella classicità la pedagogia fosse un’appendice (cioè che ne veniva dopo, un punto di applicazione) dell’Etica e della politica. Nel grande medioevo la sensibilità pedagogica era legata alla missionarietà della buona novella, della novità del cristianesimo; perciò aveva un’inclinazione di ordine catechetico, quindi una serie di problemi riguardo la magistralità, quindi chi è il vero maestro, come parla un maestro e una serie di problemi sulla coerenza di chi è nella posizione di fare il maestro e con che coerenza lo fa rispetto al dettato, l buona novella e i vangeli. Sicuramente nella classicità (600) e con la novità del protestantesimo, della stampa, della diffusone delle scuole che la pedagogia diventa discorso sul metodo (es. comenio che voleva insegnare tutto a tutti con metodo) e l’ideale della panpaideia che serviva proprio a costruire questo discorso sulla macchina pedagogica. Poi oltre ad essere appendice, catechetica, metodologia, discorso sul metodo e utopia (nel 700 con Rousseau) c’è una stagione romantica interessante, dove si rimescolano le carte tra filosofia e pedagogia, dove però sarà la pedagogia a dettare leggi, e in una fase che inizia tra fine 800 e inizio 900 (montessori), si pone il problema se la pedagogia è una scienza o un insieme di scienze. La proposta che viene fatta dal corso a partire da massa e foucault è quella di pensare un dominio pedagogico, un campo molto ampio a cui potremo dare il titolo che nel 1980 massa diede al suo manuale “istituzioni di pedagogia e scienze dell’educazione” come per dire quello che è istituito, quello che resta, la storia della pedagogia. Perciò esiste un punto di vista della nostra isoletta al singolare ma in relazione anche a tanti saperi dell’arcipelago pedagogico:
Quindi secondo massa non c’è problema alla vita sociale, culturale, politica, economica, culturale, familiare e individuale che non chiami in causa l’organizzazione dei processi formativi, la trasmissione del sapere e l’acquisizione di stili di comportamento nel mondo contemporaneo. Ecco di cosa si occupa la pedagogia, di organizzare processi formativi, di trasmettere e testimoniare i desiderio del sapere e del far acquisire e testimoniare stili di comportamento, tutti questi problemi non possono che confrontarsi con quell’ambito ampio, rappresentato da questa espressione della pedagogia e scienze dell’educazione. È necessario sottolineare tre parole importanti; negli anni 7 andava di moda un grande dibattito tra chi sosteneva che l’educazione dovesse essere una difesa dei valori e chi al contrario sosteneva che l’educazione dovesse diventare istruzione e quindi laicizzata e strutturata e garantita al di la di un uso discrezionale di quei valori e quindi ci si dibatteva tra una destra e una sinistra, a favore dei valori o dei mezzi e delle tecniche della scienza. Quel dibattito ha trovato una composizione in Italia nella legge dell’autonomia delle scuole, le quali scuole (pubbliche o private) forniscano sempre una funzione pubblica e la fanno a partire dal corpo docente e dalle pratiche che questi insegnanti sanno mettere a disposizione oltre ciò che la scuola può dare. Le famiglie perciò possono scegliere in base all’offerta formativa delle scuole e ogni scuola è autonoma nel proporre ciò che sa fare, perciò quel dibattito trova compimento nella parola formazione, in questa parola ampia che fa da cappello e tiene insieme quel dibattito senza creare rotture. Educazione è una parola che vale tradotta oggi come apprendimento, cioè la modificazione stabile del comportamento, acquisizione di abitudini. Per la psicologia educazione significa apprendimento, per la sociologia significa socializzazione, cioè entrare in un gruppo e entrare in quel gruppo grande che è la cultura di dove si è nati e definire l’educazione in termini di istruzione significa sottolineare l’effetto privato e intenzionale rispetto obiettivi ritenuti strategici, tanto sul piano della personalità che della cultura, che delle professioni e della produzione. Invece parlare di istruzione (tradotto in inglese education = scuola/istruzione) mette in luce la centralità dell’acquisizione di conoscenze e abilità cognitive, che possono consentire il controllo razionale dei processi di formazione della vita e del mondo, quindi l’impegno dell’istruzione è a partire dal cognitivo, dalle abilità mentali. L’educazione ha dunque un aspetto individuale che chiama in causa le ricerche di tipo biologico e psicologico, ma ha anche un aspetto sociale e culturale che è stato studiato sia dalla sociologia che dall’antropologia. I due aspetti per cui la pedagogia è famosa, sono quelli rispetto agli ideali, ai fini, ai valori e ai modelli di formazione e dall’altra parte quelli più legati alla dimensione didattico operativa e quindi ai mezzi, agli strumenti, ai metodi e ai trucchetti del mestiere. Entrambi questi aspetti, ideale e operativo sino collegati e intrecciati nella storia delle dottrine pedagogiche e quindi della storia delle idee su come farla l’educazione. La grande scoperta del marxismo però è che queste idee nella testa di qualcuno dipendono dai rapporti materiali di vita sociali, economici, politici, di produzione e allora la storia delle idee pedagogiche è proprio una storia che scopre i suoi legami ancorati nelle pratiche e nelle istituzioni educative. Le idee sono ancorate a condizioni sociali e materiali e queste condizioni delineano l’orizzonte culturale che produce il discorso pedagogico, perciò non dobbiamo pensare a un modello intellettuale che sogna ciò che deve accadere, perché quello che già accade è ricco di discorsi e in questa prospettiva vogliamo fare pedagogia generale. Sarebbe un errore di percezione storica e culturale di tenere e identificare il momento speculativo, la filosofia con la pedagogia perché sono due pratiche diverse, ma sarebbe altrettanto grave confondere il discorso con la realtà, la pedagogia (il discorso) con l’educazione (la realtà). La pedagogia non è astratta, è legata alle pratiche concrete nelle istituzioni, nei luoghi materiali e locali, però è di un altro ordine che non si identifica con l’aspetto ideale e la dimensione filosofica; filosofia, pedagogia ed educazione non sono la stessa cosa, questa è la grande novità nel modo di pensare di Massa. Qual è allora l’oggetto della pedagogia? Abbiamo detto che sono i fenomeni educativi, i processi formativi e le azioni formative che formano un mondo in cui esiste un sapere solido, istituito ma resta qualcosa di residuale propriamente pedagogico che non si esaurisca ne nell’ideale ne nella sintesi applicativa, nel momento tecnico pratico, nell’auspicazione politica morale, valoriale piuttosto vecchiotto.
La pedagogia è questa ricaduta pratica dei nostri sogni? No, la pedagogia ha bisogno di un lavoro molto più minuzioso, aderente alla pratica reale. E la risposta è quella che massa proponeva facendo clinica della formazione; clinica sta per attenzione metodica, cioè categorizzare e trasformare in discorso le pratiche educative. La risposta può essere trovata perché esiste la possibilità di fare un discorso sulla struttura profonda e specifica dell’accadere educativo e dei suoi dispositivi, che sono le forme, le organizzazioni, gli assetti che l’accadere educativo può assumere e quindi la nuova scienza pedagogica, quella che massa sognava per il futuro, sarà una scienza che saprà dire questi assetti organizzativi e soprattutto questa prospettiva esclude una nostalgia per una scienza unitaria che sappia fare sintesi di fronte alla complessità, che sappia risolvere quella frantumazione della tavola della rappresentazione, che ha consentito la nascita dell’uomo che vive che parla e che lavora. La clinica della formazione vuole essere un lavoro che somiglia molto a quello dell’equipe per l’educatore professionale, che componga i discorsi legati a pratiche (non discorsi legati a fantasie), discorsi che accompagnano il gesto educativo e tutto questo è dedicato a questa generazione, testimone della nascita delle nuove facoltà delle scienze della formazione, e dell’educazione e a coloro che lavoreranno nei contesti che sempre più hanno consolidati nel tempo, dove lavora l’educatore professionale. IL DOMINIO PEDAGOGICO La pedagogia del generale non solo ha uno sguardo ampio sull’educazione, sulle persone in cambiamento, sulle persone che modificano la propria vita (bambini che crescono, adulti che cambiano lavoro, persone con problemi familiari, con la legge) qui l’educatore professionale lavora ed esercita la sua capacità di lavoro, ma non dobbiamo immaginarcelo solo, ma per la preziosità dell’intervento che offre, è legato ad un’equipe e a una mente transindividuale (cioè più persone che collaborano sulle stesse cose) nonostante a volte sul campo lavori solo. Spesso l’educatore professionale si troverà a lavorare a stretto contatto con altri professionisti, come il medico, lo psicologo, l’assistente sociale o altre figure di tipo infermieristico. Non ci sono però ricette o un libro/manuale che ci spiega come fare l’educatore, ma senza aver studiato o essersi interrogati in gruppo su come fare, non si riuscirà a fare niente, perciò si rischierebbe di essere degli esecutori e delle figure di manovalanza portano alla morte dell’educatore. Perciò fare pedagogia generale significa entrare in punta di piedi in questo complesso mondo, per capire di che ordine è la propria professionalità, per capire quali sono i saperi che alimentano questa professionalità e quali essa stessa produce. Il dominio pedagogico allora non è una cosa che si improvvisa. Abbiamo usato questa metafora dell’arcipelago pedagogico che viene da Riccardo massa, una metafora suggestiva che vede bene la complessità che dobbiamo affrontare, perché è come se ci mettessimo in viaggio tra un’isola e l’altra per creare uno stile che apparterrà alla nostra professionalità individuale, originale, una per una e dove andremo a realizzare quello che iniziamo a desiderare. Possiamo inoltre vedere la pedagogia come un’isola che si deve ancora costruire e fondare, ma dobbiamo anche pensare all’intero arcipelago di competenze che ci servono per fare questo lavoro sia a livello discorsivo come pedagogista che a livello pratico come l’educatore. Abbiamo anche parlato del manuale del 1990 “istituzioni di pedagogia e scienze dell’educazione” cioè noi ci occuperemo non solo di pedagogia ma anche del suo passato e di tutti i saperi che le stanno intorno. CHE COS’È EDUCAZIONE? Possiamo dire che la pedagogia è la teoria dell’educazione. Il libro “le tecniche e i corpi” scritto da massa, sogna una nuova scienza dell’educazione, una nuova pedagogia e introduce un concetto interessante che ha a che fare con la dimensione tecnica dell’educazione. Sicuramente una cosa tecnica è uno strumento, e sicuramente la pedagogia nella sua storia parla dei mezzi, degli strumenti e dei metodi, ma il livello di sofisticazione che aveva in mente massa riguardava più una tecnologia come le condizioni di possibilità di una serie di effetti, perciò non semplicemente un mezzo per costruire, ma la produzione e la generazione, una produzione più macchinica che produce effetti anche a lunga durata, perciò si pensa all’educazione come qualcosa di più complesso ma di tecnico, che ha a che fare con i corpi.
esempio se dico formazione del soldato, come deve essere?
più la tecnica, la pratica. Anche al liceo classico però si fanno delle cose altrettanto professionali, perché fare una traduzione dal greco con il vocabolario è un’operazione tecnica.
Tutti questi significati stanno dentro e costruiscono delle attività come il dominio, il campo, sono il luogo dove noi ci alleneremo. Formazione perciò indica, come dice Massa, qualunque pratica consapevole, razionale, intenzionale, finalizzata, settoriale, organizzata e controllata rispetto all’apprendimento strutturato e permanente di conoscenze, abilità o atteggiamenti determinati. Immaginiamoci infine il mondo della vita e quello della formazione. Immaginiamo due piani istituendo una distinzione tra la vita così come scorrerà tutti i giorni secondo le sue routine e il mondo dove stanno dentro tutte le azioni formative. Immaginiamoci una linea del tempo e altre traiettorie, linee di fuga, genealogie e percorsi che si intrecciano con questa linea del tempo cronologica. Quando si verifica, tra la linea del tempo e l’altra linea di formazione che raccontano le avventure che ci capitano, un intreccio si forma come una bolla/pausa e noi vivremo un’avventura. Solitamente e tutti i giorni però noi confondiamo il piano del mondo della vita e il piano del mondo della formazione, diciamo che sono la stessa cosa, ma è vero che quando siamo a scuola non è la stessa cosa che andare a fare shopping. Quando inizieremo a pensare da pedagogisti però divideremo il piano della vita da quello della formazione e vedremo distinguendoli anche tutti li intrecci e gli incastri disponibili tra questi due piani. Noteremo il dispositivo che è ciò che ingrana tra la vita e la formazione. Quanto più sapremo distinguere e intrecciare questi due mondi tanto più potremo fare dei discorsi tra gli effetti formativi della vita e gli aspetti vitali della formazione. LA RICERCA EDUCATIVA Da dove vengono le verità pedagogiche? Quali sono le procedure di verifica o falsificazione? Esiste una tradizione di epistemologia che giudica scientifico solo ciò che può essere messo in discussione secondo determinati criteri che può essere falsificato, e forse i discorsi di pedagogia non possono essere falsificati e quindi non sufficientemente scientifici. Ci sono altri che costruiscono le verità scientifiche sulla base della statistica, delle probabilità e dai numeri e in genere chi si iscrive a questo corso di laurea ha del rifiuto verso il quantitativo, preferisce la ricerca qualitativa. Foucault ci insegna che questa verità si sedimenta nel tempo e si possono ricostruire i ceppi ai quali appartengono i vari discorsi sedicenti veri e così anche per la pedagogia, e a questo punto dovrebbe saltare tutta la nostra rappresentazione di un sapere di tipo storiografico che ripercorre le grandi menti del nostro occidente, dai greci ad oggi, come se fosse un processo evolutivo che va verso il meglio, mentre la ricerca educativa diventa un campo sterminato di buon senso, senso comune, alle dottrine, alla politica, religione; ci sono un sacco di discipline che sono di interesse pedagogico. Massa sostiene che l’espressione ricerca educativa sia un’espressione molto antica e ampia che può essere ricondotta a ricerca pedagogica (perché pedagogia è la casa comune di tutti quelli che si occupano di educazione); si può suggerire che la parola pedagogia abbia anche lei qualcosa di pesante con il passato, di tipo moralistico. La ricerca in pedagogia e sull’educazione è una ricerca che ha questo campo ampio e vasto che noi abbiamo chiamato arcipelago e quando si qualifica come una buona ricerca? Massa ne da tre criteri: Che ci sia della validità intersoggettiva, cioè che ci si capisca non solo tra professionisti, ma che quello che si viene a scoprire sia comunicabile e che ci sia un rigore metodologico (se usi un metodo devi poterlo comunicare e seguire e che sia rigoroso) e che si abbia a qualcosa da dire. La ricerca più che verificabile e falsificabile al modo anglosassone, quella che noi facciamo di tipo qualitativo è una ricerca che chiede una validazione, una validità intersoggettiva, un rigore altrettanto dimostrabile e documentabile e qualcosa da dire di nuovo. Perciò nelle società attuali la ricerca qualitativa appare riconosciuta, secondo massa qui la ricerca è un trionfo esplosivo della ricerca educativa che è priva di strutture, risorse, livelli qualitativi adeguati, in quanto sta vivendo una stagione di grande espansione e investimento di energie, ed
è anche la sua crisi, nel senso che massa dice che la pedagogia è in crisi nel proprio mondo perché nonostante tutto questo grandioso fervore, la sperimentazione nella pratica non corrisponde la stessa qualità nei discorsi che parlano di questa pratica. L’espressione ricerca educativa rinvia così ad un arcipelago vastissimo di oggetti, procedure, ramificazioni, interconnessioni disciplinari, presupposti teorici, schemi osservativi, campi applicativi, linguaggi, finalità, committenze, ipotesi esplicative, c’è un gran fermento e movimento, ma mancano quei tre criteri ai quali ci eravamo appellati all’inizio. La ricerca è vasta, ha contraddizioni e implicazioni ideologiche che vengono dal passato e dal presente, ma non trova ancora un criterio intrasoggettivo, perciò non sono tutti d’accordo, un rigore metodologico, per cui i metodi che si usano sono riconosciuti ed accettati (pluralismo metodologico) e la novità perciò viene dispersa nelle pratiche e non custodita nella documentazione. È però da testimoniare questa grande vitalità, storicamente si è data una certa configurazione nel sapere occidentale denominata pedagogia, cioè nella pedagogia questa etichetta l’abbiamo in un passato molto remoto e questa ricerca cosi multiforme e composita a cui abbiamo alluso trova in questa etichetta antica la sua archeologia però il presente, sottolinea massa, è troppo vario e disperso e questi discorsi che sono così tanti e vari, non trovano delle aggregazioni, non si agglutinano in modo da potersi chiamare di nuovo pedagogia o scienze dell’educazione. Il termine pedagogia risulta ancora presente nella cultura italiana e europea e indica il settore della ricerca educativa e soprattutto esiste una corporazione accademica di pedagogisti che difendono questo settore disciplinare, però anche all’interno dei pedagogisti accademici e dei professionisti la specificità di questo settore non è così compatta e soprattutto c’è una polemica trasversale contro una certa idea della pedagogia come sintesi normativa progettuale e applicativa. Potremmo chiamare il dominio, al posto di pedagogia, “del pedagogico” cioè il dominio del campo pedagogico, cioè il campo in cui si fa esperienza della ricerca educativa, e così il nucleo sorgivo risulta essere un po’ nascosto e latente e quindi massa dice che benché sfuggente e misconosciuta si deve proprio alla dimensione pedagogica se la ricerca delle varie scienze umane riesce ad essere sufficientemente produttiva sul terreno degli interventi formativi. Si deve perciò alla comunità dei pedagogisti, se continua ad essere fatta valere qualcosa come il pedagogico, i deve a tale orizzonte pedagogico se la ricerca educativa indica e fa vedere un campo di attività e risultanze dotato ti una sufficiente consistenza che non i diluisca e stemperi nella ricerca sociale e psicologica. L’identità della pedagogia permane epistemologicamente indeterminata, e quindi anche se la pedagogia permane così sfumata e latente può portarci ugualmente a conoscerla. La crisi della pedagogia tradizionale (moralismo pedagogico) è irreversibile, non possiamo più fare pedagogia come facevano gli antichi perché si è rotto quel legame tra filosofi e pedagogia morale ed è irreversibile, e quando si verifica la fine della filosofia in quanto metafisica, non è che dobbiamo smettere di cercare un discorso sensato, anzi ricomincia il discorso più vivo di prima. Quando la pedagogia si stacca dalla filosofia ha davanti un compito estremo di costruzione, ricongiungimento con il passato, di aderenza al presente, c’è tantissimo da fare e non c’entra niente il relativismo culturale, per cui ognuno la pensa come vuole. Invece davanti alla crisi della pedagogia tradizionale o è la totale dissoluzione (ognuno si fa la sua pedagogia) o viene superata da un trapasso storico ed epistemologico, un trapasso capace di riformulare il nucleo prescientifico dell’oggetto settoriale di una nuova scienza pedagogica (bisogna traghettare il passato nel presente). HEIDEGGER E UMANESIMO Lettera sull’umanismo, scritta da Heidegger in risposta al dibattito sull’umanesimo che Sartre e altri avevano animato a metà del 900, da cui si differenzia da una certa lettura sull’umanesimo. In un passaggio importante, Heidegger sostiene che dobbiamo prima imparare a esistere nell’assenza di etichette e nomi per dire che cos’è l’umanesimo. Il nostro sarebbe un tempo in cui i nomi dell’umanesimo e le varietà degli umanisti, lasciano il loro tempo, lasciano il passo e noi impariamo a stare in questa assenza di nomi e prima di parlare l’uomo deve innanzitutto lasciarsi reclamare dall’essere. Per Heidegger l’essere viene prima dell’uomo e l’uomo casomai è pastore dell’essere, visto come principio vivente, come senso verbale della parola essere, non come scatoletta che richiude l’essere in una definizione è per questo che ha la sua antipatia nelle etichette dei vari umanismi e il pericolo è quello di non avere la pazienza di stare senza nomi e di non aspettare questo reclamo dell’essere, di non ascoltare quello che l’essere ha da dire e di mettersi subito a parlare noi di cos’è l’umanesimo.
Abbiamo parlato della pedagogia da un punto di vista particolare, il punto che ci distingue come studiosi, cioè l’insegnamento di Riccardo massa, fondatore del nostro dipartimento. Questo però è un insegnamento particolare, mentre se parliamo di definizione dobbiamo dire qualcosa di più generale, universale, dell’ordine che per massa l’educazione è un dispositivo, ma non tutti sono d’accordo con lui. C’è però un livello dove i pedagogisti discutono e convengono che l’educazione sia qualcosa di comune a tutti i pedagogisti. Questo esercizio ci aiuta a capire quanto sia complesso trovare una definizione di educazione.
e l’istruzione, che fa lo stesso a partire dai contenuti usando i codici di una materia.
c’è negatività?
sempre all’educazione come buona è difficile sentirsi educatore con dei fini che sono distanti rispetto alla cultura e alla morale della società di appartenenza, perciò il fine è sempre quello di essere corretti, ben inseriti nel gruppo e anche essere autonomi e responsabili (definizione limpida dell’educazione)
nei modi di agire e/o reagire; cambiamento nel idee personali di un individuo o gruppo di individui, persone, macchine o animali. Nella modernità non si dice più che l’educazione ha a che fare con la morale, ma diciamo che ha a che fare con il cambiamento in senso positivo, qui si afferma che chi può cambiare non sono solo le persone in carne ed ossa, ma anche le macchine e gli animali. Qui il cambiamento viene pensato come principio di apprendimento generalizzato, c’è l’evoluzione che riguarda tutto l’universo. Idea più ampia rispetto ad una definizione di educazione.
livello etico e sociale; l’educazione a un ruolo più importante con i più piccoli perché permette loro di raggiungere la maturità, e la maturità come finalità di cui si parlava nella prima definizione. (fa parte della nostra cultura pensare all’educazione prettamente per l’infanzia. Ma noi la chiamiamo pedagogia dell’infanzia)
educazione
dei nostri tempi dire che c’è educazione vissuta, implicando che non sono coinvolti solo i bambini) si parla anche di autoeducazione, quel movimento di cambiamento che posso apportare anche io a me stessa.
crescita come individui e componenti di una società e del mondo.
proprio la metafora della formazione ed oggi l’educatore è declinato molto come una figura di aiuto che supporta non imponendo il proprio pensiero ma mettendo di fronte a tutte le possibilità.
esperienze di vita e ai modelli comportamentali dell’individuo nella società. È vero che l’educazione è addestramento e adeguamento del soggetto alla società, però l’educazione non si ferma alla sincronicità, cioè mettere in sincrono le regole sociali con quelle individuali, essa chiede anche di farsene qualcosa di queste regole. l’educazione ha a che fare con lo stile più che conformare.
prendere consapevolezza, aiuta a diventare la versione migliore di se stessi, è provare a mostrare attraverso diverse abilità come meglio comportarsi. La mediazione migliore però potrebbe essere quella di testimoniare se stessi, esserci, più che diventare strumentali, perché se sono strumentale i fini li decidono altri, se invece arresto il flusso e testimonio me stesso e la mia professionalità allora non temerei più la l’educazione come strumento del potere.
quale convengono molti pedagogisti l’educazione come è possibilità da riscoprire, rimettere in movimento, che crea positività e un impatto duraturo che permetta di crescere nel senso cambiare muoversi e dilatare l’esperienza, è un tema piuttosto trasversale in pedagogia.
socialmente accettati. “Instradarle” rispetto alla metafora della strada è un termine abbastanza violento; metafora utilizzata sia da Locke che da Freud che parla di fiume della libido che va arginato, questo instradare però non si può fare imponendo il proprio pensiero ma mostrando ciò che viene di buono o male da una certa azione.
buono, che fa il bene dell’altro, se l’educazione oppure è negativa e cattiva, per esempio facendo riferimento ai cattivi maestri degli anni passati’ come ci possiamo immaginare il rapporto tra i valori o la morale e l’educazione? Implicitamente quanto potere di a scelta e autonomia diamo all’educatore? Secondo alcune definizioni l’educatore sembra un funzionario della società, che rimette in carreggiata gli educandi, o esistono valori propri dell’educazione? C’è sempre del potere nel gesto educativo, nonostante magari noi abbiamo paura di deformare l’educando, forse si potrebbe far vedere che si ha possibilità di scelta, che non è obbligatorio consumare e basta; costruire le condizione affinché ci possa essere una scelta, cioè rimettere all’altro il suo potere.
scegliere autonomamente, ma anch’esso è un grande esercizio di potere, dipende da come riteniamo il potere, se una cosa cattiva o se lo penso come una cosa che può fare qualcosa, nell’ordine della possibilità di prima, e poi si può pensare anche come ne mio ne tuo, ma diffuso in quanto tutti abitiamo insieme un contesto, in cui prenderemo una posizione che sia attiva o passiva. Le definizioni che abbiamo trovato prima, sono definizioni che segnano il passo; è cambiato qualcosa nel mondo delle nuove generazioni, in quanto sono definizioni molto eleganti e definite e con spunti molto interessanti che fanno vedere la complessità della riflessione sull’educazione. La definizione proposta dalla professoressa è presa dal libro del 1987 “cambiare la scuola” scritto da Riccardo massa, nel quale si fa un ragionamento abbastanza complesso sull’etimologia della parola educazione. La parola educazione deriva sia dalla parola latina exducere = tirare fuori, ma anche da educare = dar da mangiare/allevare, e ciò è molto importante perché per poter exducere un comportamento non del tutto spontaneo tu prima devi dar da mangiare. Il livello basico dell’educazione è proprio quello che evoca la cura, dar da mangiare implica il preoccuparsi per, infatti devo prima educare per poter exducere. Massa suggerisce un terzo significato, ma ancora dal verbo duco, stavolta non ex ma seduco = verso se, come dire che l’educazione corrisponde a portare altrove, in un altro spazio, quello della possibilità dove fare delle cose e farlo perché qualcuno ti ammalia e ti seduce portandoti via. Questo gioco che si può fare sulle etimologie della parola educazione viene concluso parlando di socrate che dice che L’exducere si contrappone all’educare assumendolo in se, come per dire non puoi fare un gesto maieutica se prima non ti preoccupi di curare la persona che vuoi educare; Socrate in quanto oratore è molto più corruttore che maieutica (Socrate arrestato perché ritenuto corruttore dei giovani), e massa restituisce a socrate una capacità di aver corrotto i giovani, cioè non averli educati secondo regole tradizionali e ciò è evidente quando non è socrate che va incontro ai giovani ma è il contrario e secondo le regole della classicità, l’adulto è quello che faceva il primo passo invece socrate non va con i ragazzi, invertendo le regole della pederastia classica, cioè si fa oggetto di corteggiamento, non è lui che corteggia. Massa infatti dice che socrate diviene un buon educatore perché ha a che fare con questa corruzione e non tanto perché è un buon estrattore di anime come si credeva. Perciò portare l’altro nell’altrove e sedurlo per andare a fare un’esperienza che non si era mai fatta prima è proprio una competenza. Queste definizioni servono per mettere in evidenza che non c’è un significante, un significato o un’etichetta nella quale tutti possiamo convenire su cosa sia l’educazione e questo lo vivremo nell’equipe di lavoro, perché non troveremo la stessa idea di educazione in tutti i professionisti con i quali lavoreremo. Il concetto di dispositivo è un selettore di questa complessità, di apertura di un campo di esperienza, di linea che definisce una disposizione che produce effetti pedagogici, cioè una prospettiva in campo pedagogico. Per noi la pedagogia generale è questa formazione discorsiva, un insieme di enunciati e parole positive che si distinguono da altre parole di ordine sociologico, psicologico e antropologico e che dicono l’educazione e lo possono dire in maniera sempre più raffinata e formalizzabile, sempre più
riconduce direttamente alla scuola a cui appartiene, ma non si fa neanche un problema più ampio della cura del setting rispetto all’esperienza che fa accadere con il suo cliente. Gli educatori professionali non faremo che immaginare e realizzare la dimensione progettuale, metodologica ed esperienziale di ciò che faremo, ci sarà un lavoro di assidua attenzione a queste tre dimensioni. Com’è possibile che il nesso tra educazione e società non sia diretto, automatico e lineare, ma sia diretto, sempre da azioni di ordine pedagogico, e perché queste azioni poggiano e rinviano a materialità (termine determinante). L’educazione per noi fondamentalmente è una struttura impersonale, in variante ed elementare che fa parte della realtà e che produce effetti; e noi in quanto educatori professionali abitiamo questa struttura, cerchiamo di leggere questa struttura e di intervenire in essa. Materialità educativa significa l’ossatura e il marchingegno del cubo di Rubik. Esiste il senso lato dell’educazione, cioè l’educazione così come ne parlano la sociologia, l’antropologia e la psicologia ma abbiamo visto anche la giurisprudenza, la storia l’economia, le scienze umane e le scienze dell’educazione. Ma esistono anche altri sensi, l’educazione può apparire come qualcosa che ha a che fare con la vita, nominato da massa dispositivo esistenziale, dicendoci che quello che Heidegger ha scritto come filosofo illustra qualcosa che noi sappiamo fare come educatori. Ci sono poi altri nomi, c’è talcot parson che ritiene l’educazione come dispositivo funzionale che potremmo dire di incontro ultradimensionale. C’è anche il volto di dewey, per cui queste dimensioni che si incontrano facendo educazione non possono essere scisse tra di loro in quanto abitano un vincolo transazionale, da qui il termine dispositivo transazionale. E poi c’è anche il volto di Freud, perché per massa, in senso lato l’educazione è anche inconscia (dispositivo inconscio). Possiamo infine dire che l’educazione può essere detta da tanti intellettuali, può essere detta in senso esistenziale dai filosofi, in sensofunzionale dagli psicologi e sociologi, in senso transazionale dagli stessi pedagogisti e filosofi pragmatisti e in senso inconscio dagli psicanalisti, ma tutti questi dispositivi rimandano a dispositivo ideologico che è quello che ci fa credere che una buona progettazione educativa deve impegnare molto tempo a chiarire quali sono le finalità, i valori di riferimento e a modellizzare situazioni e individui che vogliamo costruire. Questo è un livello generalista in senso lato che possono fare anche altri professionisti, scendendo nel dettaglio invece per realizzare quelle cose abbiamo bisogno di una dimensione pedagogica nostra in senso stretto, dobbiamo immaginare creativamente possibilità. Ma ogni dispositivo progettuale che funzioni ha una propria dimensione metodologica legatissima a se stesso, non si tratta di inventare e basta ma anche realizzare ciò che si vuole realizzare. Per la dimensione pragmatica, parte più massiana di tutto il discorso, non dobbiamo dimenticare l’azione educativa che può essere progettata e descritta nelle sue parti metodologiche ma va realizzata e abitata, allora l’azione dell’educatore professionale somiglia tantissimo a quella dell’attore a teatro, che si mette in scena che organizza la messa in scena, la realizza e la valuta. Una volta che ci portiamo via tutte le scienze umane e sociali e ci portiamo via la dimensione tecnologica dell’intervento educativo in senso stretto i ordine pedagogico, sembrerebbe fatta, cioè che ci siamo noi tra società ed educazione, invece noi siamo attori e registi, ma non l’ultima parola dell’educazione, perché le cose che sapremo progettare, i metodi che sapremo inventare e le dimensioni esistenziali, pragmatiche ed esperienziali che sapremo aprire, loro riveleranno un dispositivo che può essere diverso da quello che noi abbiamo pensato. Un buon osservatorio di ordine pedagogico è quello di andare a vedere il legame che c’è tra alcuni elementi basici dell’esperienza, i tempi, gli spazi, i corpi, le posizioni dei corpi e la dimensione simbolica e rappresentativa delle regole, quando sapremo guardare a questo livello di profondità e ci sapremo ancorare ad essa, raggiungeremo la materialità che è proprio un vincolo materiale che lega questi elementi, arrivando a quello che massa chiama dispositivo strutturale. L’educazione quindi è un dispositivo, è un insieme complesso di punti di riferimento, di molteplici livelli che solitamente vengono studiati come separati ma qui li studiamo nella loro interazione. Abbiamo perciò una varietà plurima in cui nominiamo almeno 5 livelli in senso lato, tre in senso stretto, cioè esperienziale e di vita, quindi quell’opzione che si apre è sempre in un contesto spazio-temporale e quello che si fa non è sempre la realtà di tutti i giorni ma ha un quoziente simbolico finzionale. Da ultimo se scendiamo in profondità (ma genealogicamente e strutturalmente per prima) la dimensione strutturale.
Che mestiere fa quindi il pedagogista, egli avrebbe sotto gli occhi il metodologico puro (la pedagogia per massa è metodologia) ma vedere il metodologico puro, pensiamo alla dimensione organizzativa, senza obiettivi (quindi togliendo il dispositivo ideologico) senza mete (togliendo ogni finalità ideologica) senza valori o modelli a cui indirizzarsi che non sia il metodologico, il suo istallarsi, alimentarsi e continuare a desistere del suo stesso potere. Il metodologico puro, vuol dire dalla nostra isola ricordandosi che è solo un’isola e non il luogo della verità, potremo vedere ciò che accade nelle altre isole dal punto di vista metodologico, astraendo, mettendo tra parentesi, non valorizzando gli obiettivi, le mete, i fini e i valori ma guardando al potere educativo che come una macchina installa, alimenta e continua a sostenere se stesso. Qui un altro elemento importante del discorso di massa è il tema del potere, cioè non semplicemente controllo e autorità ma anche desiderio e affetto, potere è una parola complessa. Che cos’è un dispositivo? Immaginiamo la nostra metafora del cubi di rubik, come un rompicapo che ci accompagnerà in tutto questo percorso. Dispositivo come metafora meccanica, giuridica e militare che restituisce consistenza e positività al sapere pedagogico nel senso che la pedagogia diventa teoria dei dispositivi educativi e questa positività e consistenza del sapere pedagogico funziona sia nel senso storico di un’archeologia di andare a recuperare tutti i dispositivi che nella grande storia della pedagogia sono depositati ma anche in senso tecnologico perché va a vedere tra i saperi delle scienze umane che cosa possiamo maneggiare noi in quanto educatori e pedagogisti (R. Massa). In italiano infatti parliamo di dispositivo in giurisprudenza come quella parte della sentenza che contiene la decisione, cioè che dispone ciò che si deve fare. Dal punto di vista tecnico il dispositivo è un pezzo di una macchina o il meccanismo stesso; ma la metafora del dispositivo fa pensare anche alla dimensione militare come l’insieme dei mezzi disposti per l’attacco e la difesa in battaglia. La parola dispositivo però viene utilizzata per la prima volta nel 1975 nel testo “sorvegliare e punire” e poi ripresa anche nel 77 e massa ci invitava a leggere questo testo perché è li che questa parola ha il suo importante successo. Una seconda definizione di dispositivo che ci aiuta a mentalizzare e immaginare questa prospettiva che è una ci dice che dispositivo è una totalità organizzata in atto, il che significa che noi (soprattutto quando questo noi è legato a un’esperienza concreto di partecipazione) quando siamo in sincrono tutti abitiamo un dispositivo dinamico e strutturale, cioè stiamo dentro le dinamiche della stessa materialità anche se ci sentiamo come in questo caso in modalità asincrona, quello che esce dal computer ha una sua materialità che informa le abitudini di chi ascolta, di chi guarda e di chi studia. È una totalità organizzata in atto, un dispositivo dinamico e strutturale, un reticolo specifico di pratiche e linguaggi: ecco questo può essere allora l’oggetto di una conoscenza pedagogica nelle sue dimensioni spazio-temporali, corporali e simbolici. I TESTI DELLA DISPENSA “Le tecniche e i corpi” è un libro che contiene tanti interventi di Massa e lo prendiamo in considerazione per analizzare il concetto di educazione in senso lato. Le scienze dell’educazione sanno dire solo in senso lato cos’è educazione, sanno fare solo un discorso generale sull’educazione. La prima cosa che si impone ad una analisi pluridisciplinare è il fatto che il processo educativo coinvolge tutti gli aspetti fondamentali dell’esperienza umana, perciò l’educazione è qualcosa che ci riguarda e rispetto alla nostra vita e quotidianità gli restituisce qualità. Essa ci permette di guadagnarci uno spazio tale da poter vedere che ne è della nostra vita, poter cambiare e abitarla in un modo non automatico, gli animali ad esempio vivono la vita dentro coordinate ben precise, mentre per noi umani non c’è niente di deciso.
ma sempre possibilità di trascenderle e andarci oltre, che fa assumere alla vita carattere di progetto e intenzionalità, qui progetto sta proprio per la nostra capacità di buttare in la, di non chiuderla dentro situazioni e abitudini già determinate, che vi spiega il mondo e costringe a scontrarsi con l’altruità, all’interno di un’anticipazione statica del futuro, che assegna alla vita carattere di cura che ne determina lo scacco e la deiezione (=perdizione e anche trasgressione) e sappiamo che la vita ci presenta anche angoscia e crudeltà, sapore di morte e assunzione del destino. Questi sono i toni dell’esistenza heideggeriana, infatti fu proprio Heidegger che parlò parlato di anticipazione della morte, del fatto di conquistarsi una prossimità con la finitudine che ci restituisce la gioia di vivere, la morte non come spada di damacle che spara via tutto, ma come la possibilità che fa fuori tutte le possibilità, cioè la vita, perciò se guardiamo dal punto di vista della finitezza ti dai da fare per goderti l’esistenza. Massa rileggerà poi il tutto da un punto di vista pedagogico, cioè ogni volta che ci troviamo in una condizione di fare dei bilanci sulla vita, la stiamo maneggiando da quell’osservatorio che ci vogliamo guadagnare. L’educazione allora colloca se stessa e le esistenze umane in un alternarsi di noie ed entusiasmi, di risentimento e di rivalsa, di quotidianità e di esperienze eccezionali, di senso e di linguaggio delle cose concrete, di scelte e di disperazioni di se stessi, perchè noi non siamo sempre uguali a se stessi, una volta che ci siamo scelti poi quella dopo non siamo più capaci di sceglierci allo stesso modo. Facendo dipendere da essa stessa in ultima stanza la qualità della vita, lo sguardo pedagogico legge la qualità della vita, altrimenti non ci sarebbe il lavoro degli educatori professionali, se non leggessimo che ci sono situazioni di povertà educativa non interverremmo per sanare, recuperare e riequilibrare quella povertà educativa. IL DISPOSITIVO FUNZIONALE: noi in genere siamo abituati a pensare che da una parte ci sia la natura e dall’altra ci sia la cultura, e ci interroghiamo su quando natura e cultura si incrociano, a che punto avviene il passaggio dalla natura alla cultura? Per un funzionalista non c’è la natura da una parte e la cultura dall’altra, ma c’è il passaggio, che tramite l’educazione come dispositivo comprensivo e dispositivo di interazione funzionale, avviene il passaggio tra questi due elementi che è un passaggio che traduce produce lo svolgimento di una storia, ma infondo è la storia di ognuno di noi, non sappiamo da dove veniamo, sappiamo che abbiamo avuto una famiglia e un’accoglienza culturale, e la nostra storia è possibile a valle di questa accoglienza. L’educazione come dispositivo funzionale si rende conto di tutti gli elementi che producono una storia, mette insieme un dispositivo che incrocia e compenetra più elementi. Da questo punto di vista possiamo fare anche riferimento anche a Dewey che aveva una concezione pragmatica della filosofia, infatti era convinto che tra il soggetto e il mondo, tra l’uomo e la natura, ci fosse un vincolo continuo, un commercio inesausto e di nuovo non si poteva staccare l’uomo dalla natura, ma il nostro stare al mondo accade in un vincolo di transazione, in un vincolo continuo tra soggetto e oggetto, tra uomo e mondo, bambino e conoscenza, è quello che fa dire a Dewey che il bambino è come un piccolo scienziato che incuriosito dal mondo trova le soluzioni ai problemi che si fa, proprio perché è legato da un vincolo transattivo con il mondo. IL DISPOSITIVO TRANSAZIONONALE: da questo punto di vista, ciò che istituisce le relazioni che abbiamo menzionato, impedisce anche di considerare separatamente gli elementi al di fuori della relazione stessa e quindi qui potremmo parlare di educazione secondo una strutturazione sincronica e diacronica, nel senso che l’educazione accade sia processualmente, diacronicamente, lungo la freccia del tempo, sia grazie ai tagli sincronici, che battono dei tempi logici e su loro stessi (pensiamo a degli incastri che possono avvenire a volte tra la vita e il mondo). Se il piano della formazione diventa troppo naturalizzato, troppo ovvio non accade più niente, perciò sarà la volta in ci accadrà qualcosa di straordinario a scuola, in cui ci ricorderemo che esiste una vitalità della formazione. Massa in Italia è conosciuto proprio per aver introdotto lo studio psicanalitico nel campo pedagogico, visto come un investimento di sguardo pedagogico sulla psicanalisi. In ambito pedagogico la scoperta dell’educazione come dispositivo inconscio, corrisponde all’essere attenti all’esperienza dell’educare, al desiderio che l’educatore e l’educando portano con se, all’essere educato e all’educarsi, quando l’educazione diventa qualcosa di autonomo. L’educazione è animata sempre da una dimensione generativa, da pulsioni lipidiche positive, ma anche da pulsioni distruttive che si vogliono tenere un po’ a bada, come pulsioni aggressive, ma
c’è anche una dimensione conflittuale, ansiogena, c’è una difficoltà ad esempio ad entrare in formazione, perché si tratta di abbandonare parti di se andando incontro all’ignoto, e c’è una dimensione terapeutico-riparatoria per cui c’è una dimensione di cura che attaglia attraverso la formazione, oltre una dimensione propriamente deduttiva che si cerca di portare in un altrove, che però anima fantasmi negativi e positivi da entrambe le parti e quindi come dice Freud si cercherà una dimensione transferale. Per noi ora è molto importante prendere queste tre dimensioni e metterle a fianco della dimensione ideologica, che è quella che più distingue il discorso pedagogico, infondo la pedagogia nella passato non è altro fatta che di discorsi animati da coscienza (termine tecnico del marxismo) vuol dire che imbroglio, c’è la malafede, il desiderio di inculcare determinate idee funzionali a rapporti di produzione e di potere. Dire che la pedagogia è prodotto di falsa coscienza però è come dire che noi siamo tutti pronti per essere venduti al potere, oltre che di produzione spirituale. Massa mette tutto insieme, sia la falsa coscienza che la produzione spirituale e dice che riposa nel dispositivo ideologico la dimensione valoriale e etica dell’educazione, quindi anche la deontologia professionale riposa qua e questo dispositivo si occupa di capire da dove vengono i modelli che le azioni educative vogliono o di fatto veicolano. Ci sono tre campi, attraverso i quali la dimensione valoriale si nutre che sono la fondazione religiosa che ha bisogno del suo rispetto, la legittimazione estetica e la legittimazione politica, cioè fondamentalmente educhiamo perché è giusto, è buono e bello. SENSO STRETTO: DIMENSIONE PROGETTUALE, METODOLOGICA E PRAGMATICA Se la dimensione esistenziale, funzionale, transazionale e inconscia stanno alla dimensione ideologica, questi tre, progetto, metodo ed esperienza sono le nostre parole chiave. Dispositivo progettuale: è in gioco una dimensione finalizzata, se si educa si vuole far acquisire abitudini, nozioni, capacità, competenze e atteggiamenti ma non solo obiettivi e contenuti, ma bisogna anche sapere quali sono, bisogna fare una lista e anche una lista della dimensione procedurale, organizzativa, normativa, realizzati a e la valutazione; cioè un progetto, non dice solo dove si vuole arrivare, dice come ci vuole arrivare, grazie a quali strumenti e come vuole documentare e valutare il suo traguardo stesso. Ecco allora che l’educazione come dispositivo progettuale vuole modificare, controllare e vuole darsi degli obiettivi e dei contenuti, in rapporto a condizioni e strumenti determinati con un impegno di programmazione e apprestamento di un curriculum. Allora progettazione è la dimensione della possibilità, di apertura reale di campi dove fare esperienza, è dire anche cosa si fa in questi campi, programmare ciò che accade aprendo un curriculum cioè una lista di cose, ma è lista di strumenti, di strumenti di valutazione e documentazione, di metodi ed è piuttosto importante questo momento di apertura di possibilità e di progetto. In campo metodologico invece, ciò che ci preoccupa non sarà più fare le liste, ma vedere come le cose che abbiamo messo nella lista stanno insieme, strutturano dialetticamente un campo cioè non ci interessano più le singole finalità e le singole procedure ma che cosa orchestrano complessivamente le cose che abbiamo deciso di usare, quale esperienza apro. Il dispositivo pragmatico può essere spiegato attraverso un’affermazione di massa: l’educazione proviene dalla vita e ritorna ad essa, ma dopo essersene distaccata come per reduplicarla dentro un ambito di esperienza distinta dalla vita immediata e non per questo meno vitale, tale cioè da fondare in essa le proprie radici nel contempo in cui tende pertanto a distanziarsene. Se accade la formazione allora qualcosa si stacca dalla vita abita come sospeso per un pò fuori dalla vita e poi ritorna alla vita e questa possibilità di stare fuori per un pò è una possibilità finta e finzionale, perché siamo fuori facendo formazione ma non riusciremo mai a uscire dalla vita perché la vita è già sempre fuori, ma questa possibilità noi la chiamiamo dimensione finzionale. Ma come si fa ad aprire e chiudere la finzionalità, come creiamo questa qualità dell’esperienza, cioè guardare fuori dalla vita e poi rientrarvi, come si fa tecnicamente a fare esperienza dell’esperienza? Questo sarà il nostro lavoro. Pag 23. Dove si parla di educazione come regione intermedia e mediativa; quando abbiamo parlato di società ed educazione e abbiamo parlato di rapporto biunivoco e di possibilità di intervenire come un cuneo pedagogicamente in questo rapporto che troppo spesso pesato come automatico, noi potremmo dilatare lo spazio che c’è tra l’educazione e la vita, tra il mondo della formazione e della vita, e vedere l’educazione come una regione intermedia che fa da ponte anche mediativa, sulla quale anche stare e allora questa linearità che è sempre a mezza strada tra richieste cognitive e bisogni affettivi, tra cose reali e immaginario, tra modalità di sostituzione