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Ungaretti , Saba e Montale, Appunti di Italiano

Appunti sulle poesie di: Ungaretti (poesia Veglia, Fratelli, I fiumi, San martino del carso, Soldati, In memoria, Il porto sepolto) Saba (Città vecchia, Amai, Mio padre è stato per me l'assassino) e Montale (Limoni, Non chiederci la parola, Meriggiare pallido e assorto, Spesso il male di vivere ho incontrato)

Tipologia: Appunti

2019/2020

Caricato il 25/09/2020

alemareso
alemareso 🇮🇹

4.6

(92)

40 documenti

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GIUSE UNGARETTI
VEGLIA
Il poeta descrive una notte trascorsa in trincea accanto a un compagno ucciso: la prossimità della morte suscita in lui, per
contrasto, un disperato amore per la vita.
All’origine del testo c’è una drammatica esperienza di vita, ma la lirica è molto lontana dall’essere una semplice
annotazione diaristica. Al contrario, dalla descrizione dell’esperienza personale si passa alla rivelazione di un messaggio
universale, valido per ogni uomo: è proprio quando si è più vicini alla morte che si percepisce maggiormente la
bellezza della vita.
La lirica è divisa in due parti: nella prima prevale il tono espressionistico, mentre nella seconda prevale un tono
melodrammatico. Questi due momenti sono sottolineati dalla struttura in due strofe:
la prima è più lunga ed è costituita da un’unica frase, piena di immagini intense e violente che evocano l’angoscia
della morte.
La seconda strofa è brevissima, ma esprime un fortissimo impulso vitale.
A separare le due strofe e i due momenti della lirica interviene un altro degli spazi bianchi tanto cari alla poesia di
Ungaretti.
L’esperienza di quella notte, della guerra, e della poesia che le rievoca è dunque per il poeta un viaggio dalla morte alla
vita, in cui l’iniziale disperazione lascia trapelare uno spiraglio di speranza. In questa poesia ci sono ben cinque participi
passati in soli sedici brevi versi. Essi servono a rappresentar ancora più chiaramente la dialettica vita/morte. Inoltre, i
participi servono a are alla lirica un ritmo cadenzato, sempre uguale.
FRATELLI
Attraverso un immaginario dialogo tra due soldati al fronte, il poeta esprime la fraterna solidarietà che lega tutti gli
uomini nella condizione di precarietà imposta dalla guerra.
La divisione in 5 strofe visualizza il procedere della situazione contingente a una riflessione universale, secondo una
struttura circolare:
la prima strofa è occupata da una domanda, che dà l’avvio alla meditazione sulla caducità della vita umana.
La seconda e la terza strofa visualizzano la precarietà dei legami che intercorrono tra gli uomini.
Nella quarta strofa la coscienza della fragilità umana spinge l’uomo, per ribellione, a rafforzare proprio i legami
umani.
I temi della lirica sono tre: la guerra, un’esperienza che induce gli uomini a riscoprire il sentimento della fratellanza.
Tuttavia, la riflessione del poeta si estende alla condizione umana della precarietà e del comune destino di morte.
I FIUMI
Isonzo, fiume del Carso
E’ la poesia dove sa in modo preciso che è un lucchese, e che è anche un uomo sorto ai limiti del deserto e lungo il Nilo. E
sa anche che se non ci fosse stata Parigi, non avrebbe avuto parola; e so anche che se non ci fosse stato l’Isonzo non avrei
avuto parola originale.
In un momento di tregua dai combattimenti il poeta ha fatto il bagno nel fiume Isonzo. La sera ripensando a quella
circostanza, ricorda tre fiumi, il Serchio, il Nilo e la Senna, legati ad altrettante esperienze di vita e determinanti nello
sviluppo del suo percorso esistenziale.
La poesia ha una struttura circolare, parte da una situazione presente e subito si collega a un episodio della mattina appena
trascorsa , quando il poeta ha fatto il bagno nell’Isonzo. Questo ricordo, così vicino e presente, porta Ungaretti a
ripercorrere le varie fasi della sua vita passata per poi tornare al momento contingente. Per l’io lirico, che si trova in
guerra ed è costretto ad affrontare tutti i giorni la vita di trincea a contatto con la morte e la distruzione, il bagno costituisce
un momento vivificatore. A partire dalla seconda strofa il poeta racconta dettagliatamente i vari gesti che ha compiuto: si è
immerso nell’acqua, ha camminato nel fiume poi è uscito a prendere il sole. La narrazione è però risolta in immagini, come
rivela l’insistente presenza di similitudini. l’immersione nell’acqua del fiume assume il valore di un rito di purificazione e
rinascita. Il bagno nell’Isonzo rappresenta un momento di perfetta armonia con la natura, un momento di felicità e di
pienezza che spinge il poeta a rievocare il proprio passato, alla ricerca di altri momenti simili, legati al contatto con
altri fiumi.
Nonostante la sua lunghezza, anche i Fiumi presenta molte delle innovazioni tipiche della poesia di Ungaretti: la scelta
del verso libero al posto di strutture strofiche chiuse, l’assenza di punteggiatura, versi spesso ridotti a una o più parole
e un uso insistito dell’enjambement, che produce un ritmo frammentario ma nello stesso tempo scorrevole.
SAN MARTINO DEL CARSO
La poesia prende prende spunto dalla visita di un paese situato in una zona devastata dai combattimenti; la distruzione
che vede intorno a sé induce il poeta a riflettere sulla fine delle persone a lui care, morte in guerra. San martino del
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GIUSE UNGARETTI

VEGLIA

Il poeta descrive una notte trascorsa in trincea accanto a un compagno ucciso: la prossimità della morte suscita in lui, per

contrasto, un disperato amore per la vita.

All’origine del testo c’è una drammatica esperienza di vita, ma la lirica è molto lontana dall’essere una semplice

annotazione diaristica. Al contrario, dalla descrizione dell’esperienza personale si passa alla rivelazione di un messaggio

universale, valido per ogni uomo: è proprio quando si è più vicini alla morte che si percepisce maggiormente la

bellezza della vita.

La lirica è divisa in due parti: nella prima prevale il tono espressionistico, mentre nella seconda prevale un tono

melodrammatico. Questi due momenti sono sottolineati dalla struttura in due strofe:

 la prima è più lunga ed è costituita da un’unica frase, piena di immagini intense e violente che evocano l’angoscia

della morte.

 La seconda strofa è brevissima, ma esprime un fortissimo impulso vitale.

A separare le due strofe e i due momenti della lirica interviene un altro degli spazi bianchi tanto cari alla poesia di

Ungaretti.

L’esperienza di quella notte, della guerra, e della poesia che le rievoca è dunque per il poeta un viaggio dalla morte alla

vita, in cui l’iniziale disperazione lascia trapelare uno spiraglio di speranza. In questa poesia ci sono ben cinque participi

passati in soli sedici brevi versi. Essi servono a rappresentar ancora più chiaramente la dialettica vita/morte. Inoltre, i

participi servono a are alla lirica un ritmo cadenzato, sempre uguale.

FRATELLI

Attraverso un immaginario dialogo tra due soldati al fronte, il poeta esprime la fraterna solidarietà che lega tutti gli

uomini nella condizione di precarietà imposta dalla guerra.

La divisione in 5 strofe visualizza il procedere della situazione contingente a una riflessione universale, secondo una

struttura circolare:

 la prima strofa è occupata da una domanda, che dà l’avvio alla meditazione sulla caducità della vita umana.

 La seconda e la terza strofa visualizzano la precarietà dei legami che intercorrono tra gli uomini.

 Nella quarta strofa la coscienza della fragilità umana spinge l’uomo, per ribellione, a rafforzare proprio i legami

umani.

I temi della lirica sono tre: la guerra, un’esperienza che induce gli uomini a riscoprire il sentimento della fratellanza.

Tuttavia, la riflessione del poeta si estende alla condizione umana della precarietà e del comune destino di morte.

I FIUMI

Isonzo, fiume del Carso

E’ la poesia dove sa in modo preciso che è un lucchese, e che è anche un uomo sorto ai limiti del deserto e lungo il Nilo. E

sa anche che se non ci fosse stata Parigi, non avrebbe avuto parola; e so anche che se non ci fosse stato l’Isonzo non avrei

avuto parola originale.

In un momento di tregua dai combattimenti il poeta ha fatto il bagno nel fiume Isonzo. La sera ripensando a quella

circostanza, ricorda tre fiumi, il Serchio, il Nilo e la Senna , legati ad altrettante esperienze di vita e determinanti nello

sviluppo del suo percorso esistenziale.

La poesia ha una struttura circolare, parte da una situazione presente e subito si collega a un episodio della mattina appena

trascorsa , quando il poeta ha fatto il bagno nell’Isonzo. Questo ricordo, così vicino e presente, porta Ungaretti a

ripercorrere le varie fasi della sua vita passata per poi tornare al momento contingente. Per l’io lirico, che si trova in

guerra ed è costretto ad affrontare tutti i giorni la vita di trincea a contatto con la morte e la distruzione, il bagno costituisce

un momento vivificatore. A partire dalla seconda strofa il poeta racconta dettagliatamente i vari gesti che ha compiuto: si è

immerso nell’acqua, ha camminato nel fiume poi è uscito a prendere il sole. La narrazione è però risolta in immagini, come

rivela l’insistente presenza di similitudini. l’immersione nell’acqua del fiume assume il valore di un rito di purificazione e

rinascita. Il bagno nell’Isonzo rappresenta un momento di perfetta armonia con la natura, un momento di felicità e di

pienezza che spinge il poeta a rievocare il proprio passato, alla ricerca di altri momenti simili, legati al contatto con

altri fiumi.

Nonostante la sua lunghezza , anche i Fiumi presenta molte delle innovazioni tipiche della poesia di Ungaretti: la scelta

del verso libero al posto di strutture strofiche chiuse, l’assenza di punteggiatura, versi spesso ridotti a una o più parole

e un uso insistito dell’enjambement, che produce un ritmo frammentario ma nello stesso tempo scorrevole.

SAN MARTINO DEL CARSO

La poesia prende prende spunto dalla visita di un paese situato in una zona devastata dai combattimenti; la distruzione

che vede intorno a sé induce il poeta a riflettere sulla fine delle persone a lui care, morte in guerra. San martino del

carso è una lirica strettamente legata ai luoghi e al contesto della guerra e caratterizzata da immagini crude e forti

antitesi.

l’ andamento della lirica è simmetrico: quattro strofe, di cui le prime due evocano immagini di devastazioni causate dalla

guerra; mentre le ultime rappresentano lo spazio mentale dell’io lirico, che è invece fitto di ricordi e pieno di dolore.

La poesia è costruita attorno all’analogia cuore-paese e riprende il tema della corrispondenza tra paesaggio esteriore ed

interiore, pur all’interno di una realtà caratterizzata dalla negatività e dall’assenza. Non si può dire che San Martino del

Carso sia la poesia di annientamento delle cose, degli uomini e dell’animo.

Nel testo spiccano una serie di corrispondenze sintattiche e anafore che collegano tra loro le prime due strofe e le ultime

due. Il linguaggio è scarno ed essenziale, ma particolarmente suggestivo.

SOLDATI

La poesia si basa sull’analogia tra la precarietà dei soldati e le foglie che in autunno sono destinate a cadere dall’albero. Si

tratta di una similitudine classica, usata per indicare la precarietà dell’esistenza. La condizione di attesa espressa dal testo

può quindi essere letta in vari modi: come riferimento alla condizione dei soldati in trincea, in attesa dell’attacco o della

morte; come condizione degli uomini in attesa della fine ormai imminente della guerra.

I quattro versi della lirica accumulano, con un ritmo martellante, una serie di notazioni sulla condizione dei soldati e umana

in generale. Il tema principale è quello della precarietà dell’esistenza. Dalla situazione contingente dei soldati si passa

subito al piano universale, sottolineato dall’uso, di un verbo impersonale. La lirica esprime dunque in modo evidente la

poetica del primo Ungaretti, che parte dall’esperienza della guerra per esplorare il senso di solitudine, incertezza e fragilità

tipico dell’uomo moderno.

I brevi versi, privati di qualunque accessorio stilistico e lessicale, risaltano sul bianco della pagina, quasi a ribadire

l’importanza del messaggio universale della lirica. l’unico verbo è molto significativo e , introduce un’ambiguità

interpretativa del significato del messaggio. Ungaretti raggiunge l’essenzialità espressiva anche tramite la frantumazione

della metrica tradizionale. I quattro versi costituiscono in realtà due settenari.

IN MEMORIA Moammed Sceab è la controfigura, il doppio di Ungaretti. Nelle prime edizioni de Il

porto sepolto , questa poesia figura come isolata, all’inizio, come se fosse una sorta di dedica dell’intero libro e quindi, considerando che Il porto sepolto è in nucleo dell’intera poesia di Ungaretti, finisce per essere la sigla di tutta la sua opera poetica. Moammed Sceab è quell’Ungaretti che non ce l’ha fatta, quell’Ungaretti sommerso che sta di contro all’Ungaretti salvato , che canta, che sa sciogliere il canto del suo abbandono, a differenza di Moammed; tuttavia in quella Parigi, in quella bohème del 1912- 1913 (Sceab si suicida effettivamente nel 1913 ), Moammed vive le contraddizioni dello stesso Ungaretti: esule , emigrato , privo di identità , privo della propria lingua, incapace di identificarsi nel Paese in cui tenta con tutte le sue forze di innestarsi sino a cambiare nome, sino a parlare la lingua dell’altra nazione. La perdita della propria identità, l’incapacità di vivere nella tenda dei suoi, nella tenda del Corano, segna profondamente questa figura. La differenza di Ungaretti rispetto a Moammed è il canto : quello che segna il destino di Moammed Sceab è che questo suo abbondono, questa sua incapacità di vivere, questa sua estraneità dal mondo di origine, ma anche questa sua estraneità nel mondo in cui cerca di integrarsi, non trova una sigla di canto, non trova una nota di canto. Ungaretti è Sceab con in più la capacità di cantare e, sin dall’inizio del suo percorso poetico, identifica il proprio dovere poetico nel cantare chi non può più farlo , nel cantare chi non è rimasto in vita a sciogliere il canto del proprio abbandono. La poesia di Ungaretti è una poesia fortemente autobiografica. Tutta la sua opera sarà raccolta in Vita d’un uomo, ma già a cavallo tra gli anni ’30 e gli anni ’40 è scandita in vari volumi in cui, con il suo nuovo editore Mondadori, Ungaretti pubblica i suoi versi; già il titolo Vita d’un uomo allude a questa forte componente autobiografica; in fondo, nelle note conclusive della sua esistenza, Ungaretti diceva che “un poeta non deve far altro che scrivere una bella biografia”, dove “scrivere una bella biografia” significa vivere una bella vita , una vita piena di eventi e di esperienza (e non c’è dubbio che Ungaretti l’abbia vissuta), ma significa anche tradurla in un canto, in una formula, in una sigla poetica e musicale che la trasfiguri, che la riscatti , che la redimi; tutto ciò che Moammed non era stato capace di fare nell’ appassito vicolo in discesa di Rue des Carmes , luogo parigino in cui è ambientata la poesia. La poesia inaugura Il porto sepolto , cioè il primo libro di Ungaretti, il libro che si cala profondamente nella situazione. Un’al tra grande novità della poesia di Ungaretti è questo essere calata nei luoghi e nei tempi in cui l’esistenza si è sviluppata, a partire dall’indicazione iniziale, "Locvizza il 30 settembre 1916", che è il luogo dove Ungaretti effettivamente ha composto questo componimento. È un luogo

Ungaretti con la coppia di dimostrativi questa/quel : la poesia ( questa ) come elemento tangibile e vicino al poeta conserva quel nulla , che allude a qualcosa di distante e lontano. È evidente in questa scelta la lezione del Leopardi dell’ Infinito , in cui la fitta alternanza dei dimostrativi questo/quello indica allo stesso modo vicinanza/lontananza, finito/infinito.

COMMIATO

UMBERTO SABA

CITTA’ VECCHIA

Attraversando i vicoli di Trieste, il poeta si confronta con un’umanità semplice e dolente, raffigurata con

affettuosa partecipazione. Saba descrive i luoghi, nomina le diverse figure che incontra, fa emergere dai suoi

versi una realtà fitta di cose ed esseri umani in cui si manifestano le pulsioni e le sofferenze più profonde ed

elementari che accomunano tutte le creature. Da questo contatto egli esce come purificato, più vicino a quel nodo

quasi religioso di vitalità e dolore in cui consiste il senso ultimo e religioso della vita.

AMAI

Si tratta di una esplicita dichiarazione di poetica, in cui l’autore ribadisce i caratteri della propria poesia, che usa

un lessico quotidiano e apparentemente banale per cogliere la verità profonda che giace nel cuore dell’uomo. La

poesia di Saba è rimasta ancorata ai propri ideali nel corso degli anni, rappresentando un punto fermo nella vita

del poeta e una sorta di ponte tra il passato e il presente. Questa continuità temporale è messa in luce dalla

struttura della poesia, ancora una volta attraverso l’anafora del verbo amare. Ognuna delle tre strofe di questa

dichiarazione di poetica affronta un diverso aspetto del rapporto poeta-poesia e poeta-pubblico, diversità che è

sottolineata anche dalle scelte stilistiche compiute in ogni strofa. l’apostrofe al lettore nell’ultima strofa evidenzia

come il poeta si senta legato al destinatario della sua poesia da una sentimento di comprensione. Le scelte

contenutistiche e lessicali della lirica ribadiscono il concetto di poesia onesta che Saba aveva elaborato già a

partire dal 1911. Suoi capisaldi sono il radicamento nella realtà, l’attenzione a situazioni quotidiane e personaggi

comuni e l’utilizzo di un linguaggio semplice, che si avvale di parole comuni e per questo universali,

comprensibili da parte di tutti.

MIO PADRE E’ STATO PER ME L’ASSASSINO

Alcune essenziali notizie biografiche risultano utilissime per comprendere appieno questa lirica, che possiede comunque una chiarezza essenziale. Bisogna dunque sapere che la madre del poeta fu abbandonata dal marito, Ugo Edoardo Poli, prima che il figlio nascesse; e la donna descrisse sempre al poeta il proprio padre in termini durissimi, definendolo spesso “assassino”, dato che non solo aveva distrutto la famiglia ma anche le speranze della sua giovinezza. Saba era dunque cresciuto portandosi dietro quell’immagine negativa del genitore, fino a quando, all’età di vent’anni, lo conobbe e lo scoprì straordinariamente simile a se stesso, non soltanto nei tratti fisici ma anche nella volubilità dell’animo, da cui aveva ereditato il “dono” della poesia. La struttura della poesia, semplice come gran parte della produzione di Saba, segue un procedimento simmetrico: alla figura paterna sono dedicate le due quartine, mentre nelle terzine è l’immagine materna a dominare. Ne emerge infine una contrapposizione fra due mentalità assai differenti, ma il recupero dell’immagine paterna non scalfisce la figura della madre: il poeta mostra infatti un senso di compassionevole amorevolezza verso questa donna oppressa dai “pesi” della vita ed incapace, per carattere e cultura, di comprendere la natura inquieta del compagno. “Anche l’ammonizione a non assomigliare al padre, pur nella sua severità, è dettata dall’amore, tanto che Saba, comprendendone la sostanza, conclude il sonetto senza formulare accuse: è stata la diversità dei temperamenti a determinare l’inevitabile distacco. Il tema Questo, è uno dei rari componimenti in cui il poeta Saba parla del padre. Qui egli “racconta” ai lettori (ma il tono è quello della confessione lirica) del padre, del suo difficile rapporto con la moglie, dell’odio di questa. Poi ce ne rivela il carattere e sottolinea le straordinarie affinità, non solamente fisiche, che lo legavano al padre. Quindi sottolinea la diversità di carattere fra i due genitori e l’impossibilità della loro convivenza, lo scontro di «due razze» che egli stesso avrebbe sentito, in seguito, in lotta dentro di sé. Intenzione comunicativa Saba descrive i sentimenti provati da lui stesso e da sua madre nei confronti del padre. Egli racconta di come abbia sempre avuto una pessima opinione del padre, l’«assassino», come lo chiamava sua madre, ma poi, dopo i vent’anni, scoprì che buona parte del carattere paterno era passata a lui. Struttura del testo Sonetto con rima incatenata: ABAB ABAB CDE CDE; la rigida struttura metrica provoca alcune pesantezze stilistiche come le aspre inversioni («e che il dono ch’io ho da lui l’ho avuto»;

«mia madre tutti sentiva della vita i pesi”;) e abbondanza di parole tronche (andò, più, sfuggì,…;). Analisi del testo Nel sonetto viene sottolineato il contrasto tra leggerezza paterna e pesantezza materna, attuando un rovesciamento del ruolo maschile con quello femminile: infatti per l’autore la madre ricopriva il ruolo dell’autorità inflessibile e della punizione (per solito attributo del padre) e il padre il ruolo della trasgressione, della fuga e del piacere. Mentre la madre sentiva tutti i pesi della vita, il padre è definito come un bambino, «dolce e astuto, gaio e leggero»; curioso e capace di stupirsi: tutto quanto si avvicina al «dono» della poesia proviene all’autore dal padre stesso. A causa del suo comportamento trasgressivo, dell’abbandono della famiglia, dei molti viaggi e delle tante donne avute, la moglie si riferiva al marito con l’appellativo di «assassino» e incitava l’autore a non diventare come il padre (in tal modo veniva delineato un modello pedagogico negativo). Infine «eran due razze in antica tenzone» spiega la conflittualità nel rapporto tra madre e padre, ulteriormente complicato dalla diversa appartenenza religiosa: la madre ebraica e il padre cristiano. E quella conflittualità il poeta la rivive in prima persona, tra le due anime che convivono dentro di sé. Nel primo enunciato, Saba descrive subito l’odio che provò per il padre, usando soprattutto l’aggettivo “assassino”. Inoltre spiega che il dono di scrivere poesie lo ha avuto dal padre stesso. Nel secondo enunciato, cioè nella seconda strofa, l’autore racconta in brevi parole come era il padre e cosa fece: aveva gli occhi di colore azzurrino, come i suoi, un “sorriso dolce e astuto” e andò vagabondando per il mondo incontrando più di una donna che lo ha amato e mantenuto. Nell’ultimo enunciato, cioè nella seconda terzina, il poeta riporta il continuo ammonimento della madre di non diventare mai come il padre; ma, annota l’autore, la cosa non andò così (vedi I enunciato). Negli ultimi due versi dice che più tardi sentì dentro di sé che erano due razze in un contrasto da sempre esistito: la madre era ebrea e il padre veneziano (più pessimista l’ebreo, più ottimista il veneziano).

della conoscenza, convinto che l’unica forma di impegno etico concesso nel presente consista nel rifiuto dei modelli mistificatori, sia sul piano esistenziale sia in ambito morale. Montale sceglie di testimoniare l’assenza di certezze attraverso forme dissonanti e disarmoniche. La lirica è infatti percorsa da una sonorità aspra e stridente, ottenuta attraverso assonanze, allitterazioni e una fitta trama di rime interne. La sintassi mantiene un andamento prosastico, in cui risalta la doppia negazione che apre la prima e la terza strofa. Non mancano immagini evocative, simbolo luminoso di una poesia salvifica ormai irrealizzabile.

MERIGGIARE PALLIDO E ASSORTO

Il paesaggio ligure, colto nell’accecante solarità del mezzogiorno, diventa correlativo oggettivo del male di

vivere, una condizione di disarmonia e impossibile desiderio di comunione con la natura. In un assorto torpore,

egli percepisce i segnali dissonanti di una vitalità intensa ma dolorosa. l’aridità desolata del paesaggio porta il

poeta a concludere con amarezza e stupore che l’esistenza di ogni creatura si consuma nella gabbia opprimente di

una realtà di sofferenza, animata dalla vana ricerca di un significato ultimo che resta irraggiungibile.

Le prime tre strofe hanno carattere descrittivo: il poeta apre la lirica presentando la situazione poi si sofferma su

una serie di particolari del paesaggio circostante, colti dapprima attraverso l’udito poi con la vista.

Nella strofa finale si attua in modo più scoperto il paesaggio dalla descrizione alla riflessione: viene chiarito il

tema della poesia, cioè la condizione di oppressione che caratterizza la vita umana. Tutto il paesaggio diviene un

unico emblema del male di vivere che culmina nell’immagine-simbolo della strofa finale: vivere equivale a un

dolente vagare, prigionieri di uno spazio chiuso e soffocante, separati dal senso vero dell’esistere da una muraglia

invalicabile. Anche le scelte linguistiche e foniche mirano a evocare una condizione di aridità e fatica

esistenziale. Le parole-rime sono particolarmente dure e difficili. La musicalità volutamente sgradevole che

percorre il testo è accentuata dall’insistenza sulle consonanti gutturali. Montale offre al lettore qualche storta

sillaba e secca come un ramo, in una poesia che sembra fornire un’ideale colonna sonora all’esistenza dolente di

ogni creatura.

SPESSO IL MALE DI VIVERE HO INCONTRATO

Il tema di questa poesia è il male di vivere: il dolore che il poeta ha incontrato nella sua vita.

I due poli della poesia sono "male" e "bene", attorno ad essi sono costruite le due strofe.

Nella prima ruota tutto intorno al "male" difatti ci sono tre frasi che fanno capire questo: il ruscello ostacolato dal

suo corso; la foglia che si incartoccia e il cavallo stramazzato.

Nell'altra quartina, invece, ruota tutto intorno al "bene", parla dell'Indifferenza che è un prodigio e l'unico "bene"

di cui si ha esperienza