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Appunti sulle poesie di: Ungaretti (poesia Veglia, Fratelli, I fiumi, San martino del carso, Soldati, In memoria, Il porto sepolto) Saba (Città vecchia, Amai, Mio padre è stato per me l'assassino) e Montale (Limoni, Non chiederci la parola, Meriggiare pallido e assorto, Spesso il male di vivere ho incontrato)
Tipologia: Appunti
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porto sepolto , questa poesia figura come isolata, all’inizio, come se fosse una sorta di dedica dell’intero libro e quindi, considerando che Il porto sepolto è in nucleo dell’intera poesia di Ungaretti, finisce per essere la sigla di tutta la sua opera poetica. Moammed Sceab è quell’Ungaretti che non ce l’ha fatta, quell’Ungaretti sommerso che sta di contro all’Ungaretti salvato , che canta, che sa sciogliere il canto del suo abbandono, a differenza di Moammed; tuttavia in quella Parigi, in quella bohème del 1912- 1913 (Sceab si suicida effettivamente nel 1913 ), Moammed vive le contraddizioni dello stesso Ungaretti: esule , emigrato , privo di identità , privo della propria lingua, incapace di identificarsi nel Paese in cui tenta con tutte le sue forze di innestarsi sino a cambiare nome, sino a parlare la lingua dell’altra nazione. La perdita della propria identità, l’incapacità di vivere nella tenda dei suoi, nella tenda del Corano, segna profondamente questa figura. La differenza di Ungaretti rispetto a Moammed è il canto : quello che segna il destino di Moammed Sceab è che questo suo abbondono, questa sua incapacità di vivere, questa sua estraneità dal mondo di origine, ma anche questa sua estraneità nel mondo in cui cerca di integrarsi, non trova una sigla di canto, non trova una nota di canto. Ungaretti è Sceab con in più la capacità di cantare e, sin dall’inizio del suo percorso poetico, identifica il proprio dovere poetico nel cantare chi non può più farlo , nel cantare chi non è rimasto in vita a sciogliere il canto del proprio abbandono. La poesia di Ungaretti è una poesia fortemente autobiografica. Tutta la sua opera sarà raccolta in Vita d’un uomo, ma già a cavallo tra gli anni ’30 e gli anni ’40 è scandita in vari volumi in cui, con il suo nuovo editore Mondadori, Ungaretti pubblica i suoi versi; già il titolo Vita d’un uomo allude a questa forte componente autobiografica; in fondo, nelle note conclusive della sua esistenza, Ungaretti diceva che “un poeta non deve far altro che scrivere una bella biografia”, dove “scrivere una bella biografia” significa vivere una bella vita , una vita piena di eventi e di esperienza (e non c’è dubbio che Ungaretti l’abbia vissuta), ma significa anche tradurla in un canto, in una formula, in una sigla poetica e musicale che la trasfiguri, che la riscatti , che la redimi; tutto ciò che Moammed non era stato capace di fare nell’ appassito vicolo in discesa di Rue des Carmes , luogo parigino in cui è ambientata la poesia. La poesia inaugura Il porto sepolto , cioè il primo libro di Ungaretti, il libro che si cala profondamente nella situazione. Un’al tra grande novità della poesia di Ungaretti è questo essere calata nei luoghi e nei tempi in cui l’esistenza si è sviluppata, a partire dall’indicazione iniziale, "Locvizza il 30 settembre 1916", che è il luogo dove Ungaretti effettivamente ha composto questo componimento. È un luogo
Ungaretti con la coppia di dimostrativi questa/quel : la poesia ( questa ) come elemento tangibile e vicino al poeta conserva quel nulla , che allude a qualcosa di distante e lontano. È evidente in questa scelta la lezione del Leopardi dell’ Infinito , in cui la fitta alternanza dei dimostrativi questo/quello indica allo stesso modo vicinanza/lontananza, finito/infinito.
Alcune essenziali notizie biografiche risultano utilissime per comprendere appieno questa lirica, che possiede comunque una chiarezza essenziale. Bisogna dunque sapere che la madre del poeta fu abbandonata dal marito, Ugo Edoardo Poli, prima che il figlio nascesse; e la donna descrisse sempre al poeta il proprio padre in termini durissimi, definendolo spesso “assassino”, dato che non solo aveva distrutto la famiglia ma anche le speranze della sua giovinezza. Saba era dunque cresciuto portandosi dietro quell’immagine negativa del genitore, fino a quando, all’età di vent’anni, lo conobbe e lo scoprì straordinariamente simile a se stesso, non soltanto nei tratti fisici ma anche nella volubilità dell’animo, da cui aveva ereditato il “dono” della poesia. La struttura della poesia, semplice come gran parte della produzione di Saba, segue un procedimento simmetrico: alla figura paterna sono dedicate le due quartine, mentre nelle terzine è l’immagine materna a dominare. Ne emerge infine una contrapposizione fra due mentalità assai differenti, ma il recupero dell’immagine paterna non scalfisce la figura della madre: il poeta mostra infatti un senso di compassionevole amorevolezza verso questa donna oppressa dai “pesi” della vita ed incapace, per carattere e cultura, di comprendere la natura inquieta del compagno. “Anche l’ammonizione a non assomigliare al padre, pur nella sua severità, è dettata dall’amore, tanto che Saba, comprendendone la sostanza, conclude il sonetto senza formulare accuse: è stata la diversità dei temperamenti a determinare l’inevitabile distacco. Il tema Questo, è uno dei rari componimenti in cui il poeta Saba parla del padre. Qui egli “racconta” ai lettori (ma il tono è quello della confessione lirica) del padre, del suo difficile rapporto con la moglie, dell’odio di questa. Poi ce ne rivela il carattere e sottolinea le straordinarie affinità, non solamente fisiche, che lo legavano al padre. Quindi sottolinea la diversità di carattere fra i due genitori e l’impossibilità della loro convivenza, lo scontro di «due razze» che egli stesso avrebbe sentito, in seguito, in lotta dentro di sé. Intenzione comunicativa Saba descrive i sentimenti provati da lui stesso e da sua madre nei confronti del padre. Egli racconta di come abbia sempre avuto una pessima opinione del padre, l’«assassino», come lo chiamava sua madre, ma poi, dopo i vent’anni, scoprì che buona parte del carattere paterno era passata a lui. Struttura del testo Sonetto con rima incatenata: ABAB ABAB CDE CDE; la rigida struttura metrica provoca alcune pesantezze stilistiche come le aspre inversioni («e che il dono ch’io ho da lui l’ho avuto»;
«mia madre tutti sentiva della vita i pesi”;) e abbondanza di parole tronche (andò, più, sfuggì,…;). Analisi del testo Nel sonetto viene sottolineato il contrasto tra leggerezza paterna e pesantezza materna, attuando un rovesciamento del ruolo maschile con quello femminile: infatti per l’autore la madre ricopriva il ruolo dell’autorità inflessibile e della punizione (per solito attributo del padre) e il padre il ruolo della trasgressione, della fuga e del piacere. Mentre la madre sentiva tutti i pesi della vita, il padre è definito come un bambino, «dolce e astuto, gaio e leggero»; curioso e capace di stupirsi: tutto quanto si avvicina al «dono» della poesia proviene all’autore dal padre stesso. A causa del suo comportamento trasgressivo, dell’abbandono della famiglia, dei molti viaggi e delle tante donne avute, la moglie si riferiva al marito con l’appellativo di «assassino» e incitava l’autore a non diventare come il padre (in tal modo veniva delineato un modello pedagogico negativo). Infine «eran due razze in antica tenzone» spiega la conflittualità nel rapporto tra madre e padre, ulteriormente complicato dalla diversa appartenenza religiosa: la madre ebraica e il padre cristiano. E quella conflittualità il poeta la rivive in prima persona, tra le due anime che convivono dentro di sé. Nel primo enunciato, Saba descrive subito l’odio che provò per il padre, usando soprattutto l’aggettivo “assassino”. Inoltre spiega che il dono di scrivere poesie lo ha avuto dal padre stesso. Nel secondo enunciato, cioè nella seconda strofa, l’autore racconta in brevi parole come era il padre e cosa fece: aveva gli occhi di colore azzurrino, come i suoi, un “sorriso dolce e astuto” e andò vagabondando per il mondo incontrando più di una donna che lo ha amato e mantenuto. Nell’ultimo enunciato, cioè nella seconda terzina, il poeta riporta il continuo ammonimento della madre di non diventare mai come il padre; ma, annota l’autore, la cosa non andò così (vedi I enunciato). Negli ultimi due versi dice che più tardi sentì dentro di sé che erano due razze in un contrasto da sempre esistito: la madre era ebrea e il padre veneziano (più pessimista l’ebreo, più ottimista il veneziano).
della conoscenza, convinto che l’unica forma di impegno etico concesso nel presente consista nel rifiuto dei modelli mistificatori, sia sul piano esistenziale sia in ambito morale. Montale sceglie di testimoniare l’assenza di certezze attraverso forme dissonanti e disarmoniche. La lirica è infatti percorsa da una sonorità aspra e stridente, ottenuta attraverso assonanze, allitterazioni e una fitta trama di rime interne. La sintassi mantiene un andamento prosastico, in cui risalta la doppia negazione che apre la prima e la terza strofa. Non mancano immagini evocative, simbolo luminoso di una poesia salvifica ormai irrealizzabile.