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Valerio romitelli, Appunti di Sociologia

Libro che contiene piu' punti di vista

Tipologia: Appunti

2015/2016

Caricato il 08/11/2016

Ambra_sch
Ambra_sch 🇮🇹

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OMITELLI
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L LAVORATORE FLESSIBILE
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12/11/2008
Si deve distinguere tra lavoratore flessibile, che vive molte dimensioni spazio-temporali nel
proprio lavoro, acquisisce molte conoscenze e esperienze professionali; e lavoratore stabile, che ha
un lavoro localizzato in una determinata dimensione spazio temporale.
Nel lavoro flessibile il lavoro diviene un fatto personale, al centro c’è la persona, il lavoro diviene
uno strumento della sua evoluzione, è visto come stimolo per un cambiamento continuo.
L’impostazione cognitivista delle scienze contemporanee infatti indica che la realtà non è una
realtà sociale ma comunicazione di informazioni. Il lavoro perde così la sua sostanza e diviene
immateriale.
Il lavoro immateriale caratterizza la nostra epoca, che è stata definita anche come “l’epoca della fine
del lavoro”. Ma parlare di lavoro immateriale non fa che offuscare il fatto che nel mondo la maggior
parte del lavoro è ancora lavoro materiale.
Assistiamo così a due mancanze: la mancanza di una dimensione impersonale del lavoro e la
mancanza di una dimensione materiale del lavoro.
Il lavoro ha sempre avuto come altro da sé il capitale. Il capitalista può comandare il lavoro in modo
impersonale. È la capacidi decidere i flussi e l’erogazione del lavoro indipendentemente dalle
persone.
Mentre il capitale è fatto e si nutre di soldi, il lavoro può essere pagato ma anche no, esiste al di là
di esso: vi è una dissimetria tra capitale e lavoro.
Alcuni studiosi alla fine degli anni ’70 hanno teorizzato che il capitale è lavoro. Secondo questa
teoria, anche se non hai niente, hai sempre te stesso, la tua forza lavoro su cui investire. Con questa
teoria si fa breccia l’empowerment. Assistiamo così a una fusione tra capitale e lavoro su cui si
fonda la personalizzazione del lavoro. Ognuno diviene padrone di se stesso.
Inoltre i capitalisti non sono più legati ad un luogo specifico ma passano da incarichi vari, legandosi
sempre di più all’alta finanza. Governanti e governati ci sono ancora, nonostante ciò che racconta
l’economia per far accedere al credito chi non ne avrebbe le garanzie. Questo meccanismo è
all’origine dell’odierna crisi economica.
Inoltre il lavoro è pagato sempre meno. Il capitale ha divorziato dal lavoro, ingigantendosi sempre
di più. All’occuparsi del lavoro il capitale preferisce l’occupazione in scommesse su di esso (la
Borsa). Si assiste così a uno spostamento del capitale dall’industria alla finanza.
Negli anni del welfare state (1945–75) il capitale ha investito sul lavoro. Se il lavoro era ben
retribuito, esso creava il ceto medio, capace anche di comprare i beni prodotti e di garantire la pace
sociale.
Tra gli stati c’era grande concorrenza, e questo alimentava prospettive di guerra. Il keynesismo
serviva in quegli anni a aumentare la produzione in vista di un’altra guerra. Gli anni del welfare
hanno comunque visto la prevalenza dell’uguaglianza e una certa centralità del lavoratore, specie
nell’URSS.
Dopo il 1989, con la caduta del muro di Berlino e con la fine dell’URSS comincia l’epoca della
globalizzazione. Il capitale ha cominciato a viaggiare.
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VALERIO ROMITELLI, IL LAVORATORE FLESSIBILE, 12/11/

Si deve distinguere tra lavoratore flessibile , che vive molte dimensioni spazio-temporali nel proprio lavoro, acquisisce molte conoscenze e esperienze professionali; e lavoratore stabile , che ha un lavoro localizzato in una determinata dimensione spazio temporale.

Nel lavoro flessibile il lavoro diviene un fatto personale , al centro c’è la persona, il lavoro diviene uno strumento della sua evoluzione, è visto come stimolo per un cambiamento continuo. L’impostazione cognitivista delle scienze contemporanee infatti indica che la realtà non è una realtà sociale ma comunicazione di informazioni. Il lavoro perde così la sua sostanza e diviene immateriale.

Il lavoro immateriale caratterizza la nostra epoca, che è stata definita anche come “l’epoca della fine del lavoro”. Ma parlare di lavoro immateriale non fa che offuscare il fatto che nel mondo la maggior parte del lavoro è ancora lavoro materiale. Assistiamo così a due mancanze: la mancanza di una dimensione impersonale del lavoro e la mancanza di una dimensione materiale del lavoro.

Il lavoro ha sempre avuto come altro da sé il capitale. Il capitalista può comandare il lavoro in modo impersonale. È la capacità di decidere i flussi e l’erogazione del lavoro indipendentemente dalle persone.

Mentre il capitale è fatto e si nutre di soldi, il lavoro può essere pagato ma anche no, esiste al di là di esso: vi è una dissimetria tra capitale e lavoro.

Alcuni studiosi alla fine degli anni ’70 hanno teorizzato che il capitale è lavoro. Secondo questa teoria, anche se non hai niente, hai sempre te stesso, la tua forza lavoro su cui investire. Con questa teoria si fa breccia l’ empowerment. Assistiamo così a una fusione tra capitale e lavoro su cui si fonda la personalizzazione del lavoro. Ognuno diviene padrone di se stesso.

Inoltre i capitalisti non sono più legati ad un luogo specifico ma passano da incarichi vari, legandosi sempre di più all’alta finanza. Governanti e governati ci sono ancora, nonostante ciò che racconta l’economia per far accedere al credito chi non ne avrebbe le garanzie. Questo meccanismo è all’origine dell’odierna crisi economica.

Inoltre il lavoro è pagato sempre meno. Il capitale ha divorziato dal lavoro , ingigantendosi sempre di più. All’occuparsi del lavoro il capitale preferisce l’occupazione in scommesse su di esso (la Borsa). Si assiste così a uno spostamento del capitale dall’industria alla finanza.

Negli anni del welfare state (1945–75) il capitale ha investito sul lavoro. Se il lavoro era ben retribuito, esso creava il ceto medio , capace anche di comprare i beni prodotti e di garantire la pace sociale.

Tra gli stati c’era grande concorrenza, e questo alimentava prospettive di guerra. Il keynesismo serviva in quegli anni a aumentare la produzione in vista di un’altra guerra. Gli anni del welfare hanno comunque visto la prevalenza dell’uguaglianza e una certa centralità del lavoratore, specie nell’URSS.

Dopo il 1989, con la caduta del muro di Berlino e con la fine dell’URSS comincia l’epoca della globalizzazione. Il capitale ha cominciato a viaggiare.

Ma anche i risparmi dei piccoli risparmiatori hanno cominciato a viaggiare, mentre prima rimanevano all’interno dei paesi di appartenenza. Ma questo apparente momento di democraticizzazione – che sembrava positivo piuttosto di uno stato che usava i soldi dei risparmiatori per armarsi – è andato fuori controllo, e mandando allo sbaraglio i piccoli investitori si è messo in moto un meccanismo perverso. A garantire l’investimento infatti non è più lo stato: si è rotto il rapporto salari–rendite per cui, se il lavoro è pagato troppo poco ciò significa anche creare una svalutazione del denaro.

Adattamento testi di Chiara Cretella