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Si deve distinguere tra lavoratore flessibile , che vive molte dimensioni spazio-temporali nel proprio lavoro, acquisisce molte conoscenze e esperienze professionali; e lavoratore stabile , che ha un lavoro localizzato in una determinata dimensione spazio temporale.
Nel lavoro flessibile il lavoro diviene un fatto personale , al centro c’è la persona, il lavoro diviene uno strumento della sua evoluzione, è visto come stimolo per un cambiamento continuo. L’impostazione cognitivista delle scienze contemporanee infatti indica che la realtà non è una realtà sociale ma comunicazione di informazioni. Il lavoro perde così la sua sostanza e diviene immateriale.
Il lavoro immateriale caratterizza la nostra epoca, che è stata definita anche come “l’epoca della fine del lavoro”. Ma parlare di lavoro immateriale non fa che offuscare il fatto che nel mondo la maggior parte del lavoro è ancora lavoro materiale. Assistiamo così a due mancanze: la mancanza di una dimensione impersonale del lavoro e la mancanza di una dimensione materiale del lavoro.
Il lavoro ha sempre avuto come altro da sé il capitale. Il capitalista può comandare il lavoro in modo impersonale. È la capacità di decidere i flussi e l’erogazione del lavoro indipendentemente dalle persone.
Mentre il capitale è fatto e si nutre di soldi, il lavoro può essere pagato ma anche no, esiste al di là di esso: vi è una dissimetria tra capitale e lavoro.
Alcuni studiosi alla fine degli anni ’70 hanno teorizzato che il capitale è lavoro. Secondo questa teoria, anche se non hai niente, hai sempre te stesso, la tua forza lavoro su cui investire. Con questa teoria si fa breccia l’ empowerment. Assistiamo così a una fusione tra capitale e lavoro su cui si fonda la personalizzazione del lavoro. Ognuno diviene padrone di se stesso.
Inoltre i capitalisti non sono più legati ad un luogo specifico ma passano da incarichi vari, legandosi sempre di più all’alta finanza. Governanti e governati ci sono ancora, nonostante ciò che racconta l’economia per far accedere al credito chi non ne avrebbe le garanzie. Questo meccanismo è all’origine dell’odierna crisi economica.
Inoltre il lavoro è pagato sempre meno. Il capitale ha divorziato dal lavoro , ingigantendosi sempre di più. All’occuparsi del lavoro il capitale preferisce l’occupazione in scommesse su di esso (la Borsa). Si assiste così a uno spostamento del capitale dall’industria alla finanza.
Negli anni del welfare state (1945–75) il capitale ha investito sul lavoro. Se il lavoro era ben retribuito, esso creava il ceto medio , capace anche di comprare i beni prodotti e di garantire la pace sociale.
Tra gli stati c’era grande concorrenza, e questo alimentava prospettive di guerra. Il keynesismo serviva in quegli anni a aumentare la produzione in vista di un’altra guerra. Gli anni del welfare hanno comunque visto la prevalenza dell’uguaglianza e una certa centralità del lavoratore, specie nell’URSS.
Dopo il 1989, con la caduta del muro di Berlino e con la fine dell’URSS comincia l’epoca della globalizzazione. Il capitale ha cominciato a viaggiare.
Ma anche i risparmi dei piccoli risparmiatori hanno cominciato a viaggiare, mentre prima rimanevano all’interno dei paesi di appartenenza. Ma questo apparente momento di democraticizzazione – che sembrava positivo piuttosto di uno stato che usava i soldi dei risparmiatori per armarsi – è andato fuori controllo, e mandando allo sbaraglio i piccoli investitori si è messo in moto un meccanismo perverso. A garantire l’investimento infatti non è più lo stato: si è rotto il rapporto salari–rendite per cui, se il lavoro è pagato troppo poco ciò significa anche creare una svalutazione del denaro.
Adattamento testi di Chiara Cretella