Docsity
Docsity

Prepara i tuoi esami
Prepara i tuoi esami

Studia grazie alle numerose risorse presenti su Docsity


Ottieni i punti per scaricare
Ottieni i punti per scaricare

Guadagna punti aiutando altri studenti oppure acquistali con un piano Premium


Guide e consigli
Guide e consigli


Verga,Ungaretti,Montale, Schemi e mappe concettuali di Letteratura Italiana

Punti principali della poetica di Verga,Ungaretti e Montale

Tipologia: Schemi e mappe concettuali

2022/2023

Caricato il 22/06/2023

mdestasio
mdestasio 🇮🇹

4.5

(2)

14 documenti

1 / 8

Toggle sidebar

Questa pagina non è visibile nell’anteprima

Non perderti parti importanti!

bg1
VERGA A MILANO
Verga, prima di diventare molto famoso, trascorse circa 20 anni della sua vita a Milano. Milano, alla
fine dell’Ottocento (anni 70), era la città più europea d’Italia, in cui c’era la cultura con cui gli scrittori
potevano guadagnare grazie al mercato della cultura, che mancava nel resto d’Italia. Quando verga
arriva a Milano inizia a scrivere per raccontare tutto ciò che vede. In varie lettere racconta com’è
Milano: è troppo bella, ma ci sono troppe cose da fare, è talmente affascinante che per mettersi un
po’ a lavorare è necessario quasi impegnarsi. descrive questa “febbre del fare”, ovvero l’impressione
che si debba fare sempre qualcosa. Nell’aprile del 73 racconta tutto ciò a capuana. Mentre è a
Milano, oltre a occuparsi di scrivere i suoi romanzi, è anche molto attento alle mode: per essere
apprezzati era importante avere la possibilità di essere ben vestiti ecc. Egli studia tutte le mode, a cui
cerca di omologarsi, sia per lui che per le sorelle. In una lettera, spiega, alla mamma e alle sorelle,
come si vestono le ragazze a Milano e manda loro dei disegni di moda. Nelle lettere, che sono una da
Firenze e una da Milano, lui riflette su quanto sia importante il modo in cui ci si presenta per essere
presi sul serio. Nel maggio del 69, in una lettera, confessa alla madre di non aver accettato un invito
perché non considerava il suo vestiario adatto e dice di essersi sentito inadatto. A Milano il suo
essere uno scrittore siciliano viene percepito in maniera diversa: tutti cominciano ad aspettarsi molto
dai suoi romanzi; la sua percezione di sé stesso e quella che hanno gli altri di lui cambia. Uno dei suoi
primi successi è una novella del 74 intitolata Nedda, considerata la novella che rappresenta Verga
che diventa verista perché qui inserisce la Sicilia. Lui aggiorna la sua famiglia riguardo i progressi
nell’ambito della scrittura, per far capire loro quanto lui guadagnerà da questo. In quello stesso
periodo, lui pubblica Eros che è uno dei romanzi di maggior successo: i romanzi veristi ebbero molto
meno successo rispetto a quelli mondani.
EROS
Qui si parla dell’amore travagliato del protagonista Alberto Alberti, che non riesce ad imparare dalle
esperienze che la vita gli mette davanti. Nel primo capitolo i genitori si separano per un duello che il
padre fa. Lui trascorre la sua vita da solo in collegio, dove ha rapporti solo con la cugina Adele, con
cui si scrive. Quando esce dal collegio, a vent’anni, va a vivere a casa della cugina più giovane di lui,
di cui si innamora. Lui si propone per sposarla, ma le cose non vanno come previsto: quando
dovrebbero finalizzare l’accordo di matrimonio, lui perde la testa per un’amica di lei (una contessina)
di nome Velleda. Sciolgono il fidanzamento e lui parte per seguirla e convincerla a sposarlo. Dopo un
lungo corteggiamento, la convince, ma alla fine non si sposano perché a lei si propone un principe.
Lui si consola con una relazione con una donna più grande di lui già sposata, la contessa Armandi, ma
finirà male perché lui non sa gestire le relazioni. Dopo, ritrova la cugina e la implora di sposarlo e lei,
da donna innamorata, accetta la proposta e a quarant’anni di sposano. La sua vita sembra
concludersi in maniera abbastanza pacifica grazie a questo matrimonio in tarda età. Dopo poco le
loro nozze, ricompare Velleda: Adele pensa che lui la tradisca e quindi qualcosa tra i due si incrina.
Lui non la tradisce, ma comincia a viaggiare e si allontana da lei. La donna sta male mentre lui non è
a casa e Alberto fa giusto in tempo a tornare per vederla morire tra le sue braccia. Lui si accorge che
nella sua vita non ha concluso niente perché non è stato capace di far funzionare la sua relazione più
pura e quindi si suicida.
Anche nel raccontare una storia della trama abbastanza banale, Verga inserisce una serie di elementi
per far sì che capiamo qualcosa in più sulla caratterizzazione di questi personaggi:
·Velleda è molto bella, in un modo sensuale. Ha un nome elegante, è praticamente perfetta.
è descritta così per interessare gli uomini inesperti che si lasciano confondere da tutta
questa bellezza studiata. (descritta come una venere)
pf3
pf4
pf5
pf8

Anteprima parziale del testo

Scarica Verga,Ungaretti,Montale e più Schemi e mappe concettuali in PDF di Letteratura Italiana solo su Docsity!

VERGA A MILANO

Verga, prima di diventare molto famoso, trascorse circa 20 anni della sua vita a Milano. Milano, alla fine dell’Ottocento (anni 70), era la città più europea d’Italia, in cui c’era la cultura con cui gli scrittori potevano guadagnare grazie al mercato della cultura, che mancava nel resto d’Italia. Quando verga arriva a Milano inizia a scrivere per raccontare tutto ciò che vede. In varie lettere racconta com’è Milano: è troppo bella, ma ci sono troppe cose da fare, è talmente affascinante che per mettersi un po’ a lavorare è necessario quasi impegnarsi. descrive questa “febbre del fare”, ovvero l’impressione che si debba fare sempre qualcosa. Nell’aprile del 73 racconta tutto ciò a capuana. Mentre è a Milano, oltre a occuparsi di scrivere i suoi romanzi, è anche molto attento alle mode: per essere apprezzati era importante avere la possibilità di essere ben vestiti ecc. Egli studia tutte le mode, a cui cerca di omologarsi, sia per lui che per le sorelle. In una lettera, spiega, alla mamma e alle sorelle, come si vestono le ragazze a Milano e manda loro dei disegni di moda. Nelle lettere, che sono una da Firenze e una da Milano, lui riflette su quanto sia importante il modo in cui ci si presenta per essere presi sul serio. Nel maggio del 69, in una lettera, confessa alla madre di non aver accettato un invito perché non considerava il suo vestiario adatto e dice di essersi sentito inadatto. A Milano il suo essere uno scrittore siciliano viene percepito in maniera diversa: tutti cominciano ad aspettarsi molto dai suoi romanzi; la sua percezione di sé stesso e quella che hanno gli altri di lui cambia. Uno dei suoi primi successi è una novella del 74 intitolata Nedda, considerata la novella che rappresenta Verga che diventa verista perché qui inserisce la Sicilia. Lui aggiorna la sua famiglia riguardo i progressi nell’ambito della scrittura, per far capire loro quanto lui guadagnerà da questo. In quello stesso periodo, lui pubblica Eros che è uno dei romanzi di maggior successo: i romanzi veristi ebbero molto meno successo rispetto a quelli mondani.

EROS

Qui si parla dell’amore travagliato del protagonista Alberto Alberti, che non riesce ad imparare dalle esperienze che la vita gli mette davanti. Nel primo capitolo i genitori si separano per un duello che il padre fa. Lui trascorre la sua vita da solo in collegio, dove ha rapporti solo con la cugina Adele, con cui si scrive. Quando esce dal collegio, a vent’anni, va a vivere a casa della cugina più giovane di lui, di cui si innamora. Lui si propone per sposarla, ma le cose non vanno come previsto: quando dovrebbero finalizzare l’accordo di matrimonio, lui perde la testa per un’amica di lei (una contessina) di nome Velleda. Sciolgono il fidanzamento e lui parte per seguirla e convincerla a sposarlo. Dopo un lungo corteggiamento, la convince, ma alla fine non si sposano perché a lei si propone un principe. Lui si consola con una relazione con una donna più grande di lui già sposata, la contessa Armandi, ma finirà male perché lui non sa gestire le relazioni. Dopo, ritrova la cugina e la implora di sposarlo e lei, da donna innamorata, accetta la proposta e a quarant’anni di sposano. La sua vita sembra concludersi in maniera abbastanza pacifica grazie a questo matrimonio in tarda età. Dopo poco le loro nozze, ricompare Velleda: Adele pensa che lui la tradisca e quindi qualcosa tra i due si incrina. Lui non la tradisce, ma comincia a viaggiare e si allontana da lei. La donna sta male mentre lui non è a casa e Alberto fa giusto in tempo a tornare per vederla morire tra le sue braccia. Lui si accorge che nella sua vita non ha concluso niente perché non è stato capace di far funzionare la sua relazione più pura e quindi si suicida. Anche nel raccontare una storia della trama abbastanza banale, Verga inserisce una serie di elementi per far sì che capiamo qualcosa in più sulla caratterizzazione di questi personaggi: · Velleda è molto bella, in un modo sensuale. Ha un nome elegante, è praticamente perfetta. è descritta così per interessare gli uomini inesperti che si lasciano confondere da tutta questa bellezza studiata. (descritta come una venere)

· Adele è molto più pudica, tanto che Velleda sembrava sopraffarla. Adele è magrina e delicata. (descritta come Ebe, una divinità che non ha a che fare col fascino di venere). Per come sono scritti, i nomi delle due donne sono l’uno il contrario dell’altro. Nel momento in cui albergo arriva a casa di Adele, si innamora di lei, ma resta subito affascinato dalla bellezza di Velleda. Verga commenta dicendo che, se Alberto fosse stato un po’ più esperto delle donne, avrebbe capito che Adele, crescendo, sarebbe stata molto più bella. Adele è timida perché è innamorata di lui sin da piccola, ma lui nel frattempo è distratto da Velleda: Verga commenta dicendo che purtroppo Adele non può immaginare che guaio stia facendo presentando al cugino la sua amica. A fine giornata Alberto scrive una lettera al suo amico dove descrive Velleda: ogni volta che vede la cugina viene distratto dalla contessina, è come se entrambe insieme siano una sorta di donna perfetta. Nei capitoli successivi, mente lui riflette su questo amore verso la cugina, che sembra un amore perfetto, Velleda era sempre lì vicino: verga dice che lui si accorge di essere innamorato di Adele, ma questa donna sta sempre sullo sfondo ad attirare la sua attenzione tanto che lui si chiede perché ami Adele: l’amico gli dice che la deve amare perché lei lo ama. Alberto vede che non riesce a non fare confronti tra le due e sembra essere innamorato di entrambe. Lui si sente sopraffatto e vorrebbe solo piangere. La contessa Armandi gli fa notare che l’amore per la cugina è troppo impegnativo, mentre quello per Velleda è un amore breve: lui ha in mente un tipo di donna che realmente non esiste, ma è creazione della sua immaginazione. Queste donne sono descritte da Verga con molta attenzione: spiega la cura che loro mettono nel loro modo di vestirsi. Soprattutto in Velleda è tutto perfetto, lei sembra molto più costruita e studiata nelle sue apparizioni, come anche la contessa Armandi, che cerca di insegnargli in che modo si deve avere una relazione, anche se adultera. Lui non è in grado di gestire i sentimenti che queste donne gli provocano e verga è molto abile nello stare attento ai particolari per farci capire cosa confonde così tanto Alberto. La storia finirà male: lui risulta essere un uomo che fallisce perché si scontra con una realtà che non riesce a controllare. Se lui avesse semplicemente sposato Adele la sua vita sarebbe stata sicuramente più tranquilla.

UNGARETTI

La poesia di Ungaretti viene da lui stesso descritta come “ poesia dagli innumerevoli contrasti ”, l’origine di tale condizione si riporta al suo nomadismo intellettuale , per cui si intende il suo vagare tra lingue e tradizioni assai diverse, in particolare quella francese e quella italiana (le culture di appartenenza), ma anche quella araba e soprattutto un’apertura culturale, che accoglie sollecitazioni provenienti dalle più lontane realtà e l’intensa attività di traduzione. Questa condizione è strettamente legata al fatto che egli nasce ad Alessandria d’Egitto nel 1888, ma la sua famiglia era di origini toscane (di Lucca) e si trovava lì per l’impiego del padre di Ungaretti nella costruzione del Canale di Suez. La tradizione letteraria francese ebbe un ruolo in primo piano nella formazione poetica ungarettiana, tra cui l’influenza della poetica di Mallarmé, che si rivela nel valore fonosimbolico associato ai vocaboli. Tali riflessioni erano riscontrabili anche nel linguaggio pascoliano, che tuttavia risulta essere insufficiente rispetto all’esigenza ultima di Ungaretti, cioè quella di creare una poesia intesa come esplorazione dell’abisso , per cogliere il segreto dell’essere. In questo senso la parola viene descritta come strumento di conoscenza , tuttavia provvisorio, in quanto la condizione dell’uomo resta quella di nomade in esilio. Infatti, questa ricerca di un approdo definitivo (non tanto inteso come luogo, ma come condizione) spinge il poeta ad un eterno viaggio,

innocente, recupera i valori primigeni, esprimendo il mistero tanto ricercato. Altra caratteristica di questa raccolta è la presentazione come un diario di guerra , poiché per ogni testo sono indicati data e luogo di scrittura, ciò non ha una sola giustificazione biografica. Infatti, secondo Ungaretti ciò significa che solo nella concretezza della storia, la poesia può ritrovare il senso dell’esistenza. Altri temi della raccolta sono quelli dell’esilio e del viaggio , che non sono tratti tipici della sola esistenza del poeta, ma tratti riconducibile all’esistenza comune.

I fiumi

Mi tengo a quest’albero mutilato Abbandonato in questa dolina Che ha il languore Di un circo Prima o dopo lo spettacolo E guardo Il passaggio quieto Delle nuvole sulla luna Stamani mi sono disteso In un’urna d’acqua E come una reliquia Ho riposato L’Isonzo scorrendo Mi levigava Come un suo sasso Ho tirato su Le mie quattro ossa E me ne sono andato Come un acrobata Sull’acqua Mi sono accoccolato Vicino ai miei panni Sudici di guerra E come un beduino Mi sono chinato a ricevere Il sole Questo è l’Isonzo

E qui meglio Mi sono riconosciuto Una docile fibra Dell’universo La versificazione molto breve , un lessico molto espressionista , la sintassi ridottissima : sono questi i tratti stilistici che ci permettono di comprendere come all’inizio del’900 il futurismo abbia avuto una certa influenza, in particolare sulla poesia Ungarettiana. Questa poesia è particolarmente legata alla sua esperienza biografica, se solo si pensa al fatto che è attraverso i fiumi dei paesi dov’egli ha vissuto, che Ungaretti ritraccia la sua vita, attraverso una metrica molto particolare , caratterizzata da versi parisillabi e imparisillabi allo stesso tempo, non vi è una struttura rimica coerente, nonostante ci siano alcune rime che tornano, per esempio la rima in “ato”, ma secondo l’interpretazione dell’autore questa scelta è molto più vicina alla realizzazione di un’assonanza che di una vera e propria rima. È sera e il poeta si tiene stretto ad un albero mutilato, umanizzato per mezzo di una personificazione , come se l’autore fosse appoggiato a quest’albero, che lo accompagna e sostiene in questo vissuto di guerra, proprio come un suo pari, un soldato: volendo mettere in evidenza che la stessa natura subisce i segni della guerra, proprio perché è nelle intenzioni dell’autore mostrarci la sua esperienza di guerra come un’esperienza collettiva, cioè l’esperienza dell’ io soldato viene narrata per mezzo dell’ io poetico. Al piano temporale del presente passa a quello del passato , va indietro con la mente e ricorda ciò che è avvenuto la mattina: si è immerso nelle acque dell’Isonzo (fiume del Friuli, presso Gorizia), lo paragona ad un’urna (un recipiente di vetro che contiene reliquie o ceneri) per via di quelle acque cristalline che lo circondano, l’acqua rappresenta la vita e Ungaretti si riposa abbandonandosi in queste acque, quasi come un morto (similitudine). Quindi dal racconto di un’esperienza molto vicina alla morte , per mezzo di un lessico ritualistico e religioso, egli si fa partecipe di un rito come quello del battesimo , come se queste acque lo stessero purificando per pulirsi dalle bruttezze della guerra. Dopo questa purificazione, egli riparte, si alza ed esce dall’acqua come un’acrobata, come se l’acqua gli avesse conferito così tanta forza da essere paragonato a Cristo, che per l’appunto cammina sulle acque. Nella strofa successiva la guerra entra a gamba tesa, la narrazione della guerra, in maniera cruda e pratica : si è rannicchiato vicino ai suoi panni sporchi di guerra, poi si paragona ad un beduino egiziano chinato per ricevere il sole. Chiarisce che si trova nell’Isonzo e qui si sente una docile parte dell’universo (panismo), egli soffre quando non è in armonia, quell’armonia spezzata dalla guerra. Le acque del fiume lo pervadono e gli regalano felicità, conferendogli la possibilità di ricordare gli altri fiumi della sua vita, qui scatta un altro piano temporale: rivive i momenti di tutta la sua vita. L’Isonzo da singolo fiume friulano diventa i suoi fiumi: Il Serchio dove hanno attinto per lungo tempo i suoi antenati, sua madre e suo padre si trova a Lucca e rappresenta le sue origini; Il Nilo che lo ha visto crescere, dove ha vissuto gli anni della sua giovinezza, di spensieratezza nei deserti dell’Egitto; La Senna dove nelle sue torbide acque ha studiato e si è conosciuto come poeta. Nell’ottica in cui tutti i fiumi fanno parte di un sistema chiuso, quello delle acque del globo, l’Isonzo metaforicamente contiene tutte le sue esperienze di vita, le sue terre.

di salute e questo lo porta a trovarsi spesso solo e lontano dalla vita borghese, ma allo stesso tempo lo rende molto attento al dolore che caratterizza la condizione umana. È quindi già da ragazzino molto sensibile e tendente all’introspezione. Dopo la Prima Guerra Mondiale, Montale comincia ad avvicinarsi al mondo intellettuale ligure: conosce Camillo Sbarbaro e pubblica la sua prima raccolta poetica sotto il titolo Ossi di Seppia (siamo nel 1925), opera che avrà un grande successo, e firma poi il Manifesto degli intellettuali antifascisti dichiarandosi quindi contrario alla dittatura. In questi anni comincia a conoscere e apprezzare anche la scrittura di un altro importante autore italiano che non tutti tenevano in considerazione, cioè Italo Svevo che proprio Eugenio Montale aiutò a far conoscere agli intellettuali e agli editori del suo tempo. Dal 1927 Montale si trasferisce a Firenze e qui passa degli anni molto impegnati e vivaci, collaborando con importanti riviste del tempo. Una nuova importante stagione per Montale comincia quando, trasferitosi a Milano, inizia a collaborare con il Corriere della Sera. Per questo giornale scrive reportage di viaggio, critiche letterarie e ovviamente vati tipi di articoli molto importanti. Contemporaneamente pubblica altre poesie e la sua opera è tanto amata che nel 1975 gli viene assegnato il Premio Nobel per la Letteratura. Muore nel 1981 a Milano.

La poetica di Montale

Al centro della produzione di Montale, è come in Ungaretti, la condizione umana nella sua precarietà e fragilità , schiacciata dal disagio esistenziale e dal mal di vivere. Tali teorie sono in parte ispirate al senso di esclusione che il poeta vive in prima persona, ma d’altra parte alla luce di Leopardi, Montale leggerà Schopenhauer. Tuttavia, il pessimismo di Schopenhauer viene superato con l’avvicinamento del poeta al filosofo francese autore della dottrina del contingentismo. Secondo questa dottrina l’uomo riconosce le leggi di necessità e causalità che governano il mondo, ma a differenza di quanto affermato dai positivisti e dagli storicisti, la salvezza sta proprio nella rottura di questa necessità, per cui tutta la vita e la produzione di Montale sono volti alla ricerca di compensare questa disarmonia vissuta dall’intellettuale nel ‘900. Per quanto riguarda il linguaggio di Montale, Eugenio Montale sviluppa quella che viene chiamata dagli studiosi “ la poetica dell’oggetto ”. Questo è un sistema di scrivere che il nostro poeta riprende dal poeta e scrittore inglese Thomas S. Eliot che aveva teorizzato la poetica del “correlativo oggettivo”. Si tratta di avvicinare oggetti e figure che fra loro hanno delle analogie e che, letti uno accanto all’altro suscitano direttamente un’emozione senza bisogno di aggiungere altro. Usare uno stratagemma del genere fa in modo che il linguaggio poetico risulti molto diretto e schietto eppure tanto carico di significati, allusivo ed evocativo.

Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale

Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale E ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino. Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio. Il mio dura tuttora, né più mi occorrono Le coincidenze, le prenotazioni, le trappole, gli scorni di chi crede che la realtà sia quella che si vede. Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio

Non già perché con quattr'occhi forse si vede di più. Con te le ho scese perché sapevo che di noi due Le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate, erano le tue Tale componimento fa parte di una raccolta di Satura e viene scritta nel 1967, nonostante verrà pubblicata in Satura nel 1971. La sezione di cui fa parte è Xenia, che dal greco significa doni, i doni che si fanno agli ospiti, in realtà si tratta del dono di un’occasione di scrittura in onore della moglie morte. Per questi componimenti, l’autore usa un atteggiamento molto scettico nei confronti della sua contemporaneità e paradossalmente fa i conti con il presente, nella lingua, una lingua quotidiana. Il 20 ottobre 1963 muore Drusilla Tanzi , moglie di Eugenio Montale, in seguito a complicazioni derivanti da una caduta e dalla conseguente rottura del femore. Il poema inizia con quella che può essere considerata la più celebre iperbole della storia della letteratura italiana “Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale”. Il tema iniziale della poesia è l’assenza di Mosca (il nomignolo che egli le attribuiva per gli occhiali molto spessi che portava, a causa della sua miopia) e il senso di smarrimento provato dal poeta. Il “vuoto ad ogni gradino” percepito da Montale è un classico esempio della sua applicazione del correlativo oggettivo, cioè quando qualcosa di molto piccolo della vita quotidiana, viene caricato di un significato molto più grande. A lei egli affidava anzitutto il disbrigo delle incombenze pratiche durante i viaggi fatti insieme, come badare alle «coincidenze», preoccuparsi delle «prenotazioni». Un viaggio inteso anche come metafora dell’esistenza e della discesa nel regno dei morti da parte della moglie. La seconda strofa chiarisce quale sia il vero senso di smarrimento del poeta. Mosca aveva infatti una conoscenza profonda delle cose, che non si arrestava alla superficie della realtà che si vede. La sua miopia era solo apparente; lo sguardo di Mosca era difatti anche più penetrante di quello del poeta, perché ella sapeva cogliere nella realtà e nelle persone ben più di quanto era in grado di fare il poeta. Questo atto quotidiano dello scendere le scale è richiamato attraverso un lessico colloquiale che rimanda alla sfera intima della coppia. Questo atto, oltre a rievocare la vita quotidiana, vuole paragonare la donna amata ad un angelo, nella sua discesa sulla terra.