


Studia grazie alle numerose risorse presenti su Docsity
Guadagna punti aiutando altri studenti oppure acquistali con un piano Premium
Prepara i tuoi esami
Studia grazie alle numerose risorse presenti su Docsity
Prepara i tuoi esami con i documenti condivisi da studenti come te su Docsity
Trova i documenti specifici per gli esami della tua università
Preparati con lezioni e prove svolte basate sui programmi universitari!
Rispondi a reali domande d’esame e scopri la tua preparazione
Riassumi i tuoi documenti, fagli domande, convertili in quiz e mappe concettuali
Studia con prove svolte, tesine e consigli utili
Togliti ogni dubbio leggendo le risposte alle domande fatte da altri studenti come te
Esplora i documenti più scaricati per gli argomenti di studio più popolari
Ottieni i punti per scaricare
Guadagna punti aiutando altri studenti oppure acquistali con un piano Premium
Sulla vita e le opere di sofocle, uno dei grandi tragici greci. Vengono analizzate le innovazioni apportate dalla tragedia di sofocle, come l'introduzione di un terzo attore e il cambiamento del coro. Inoltre, vengono esaminate alcune opere specifiche, come 'antigone' e 'edipo a colono'. Anche una riflessione sulla filosofia di sofocle e la sua battaglia contro il sofismo e la laicizzazione.
Tipologia: Appunti
1 / 4
Questa pagina non è visibile nell’anteprima
Non perderti parti importanti!



Sofocle nasce nel 596, e secondo la tradizione, che ha fatto coincidere un momento biografico con la battaglia di Salamina per ogni tragediografo, avrebbe in quell’occasione guidato i cori per i festeggiamenti. Egli vive nel corso di tutto il V secolo, e sarebbe morto nel 406, a novant’anni. La sua vita non è segnata da particolari eventi: ha abitato sempre ad Atene, e diventa il simbolo del cittadino modello, che ama profondamente la sua patria e lavora per essa: infatti fa parte dell’entourage di Pericle, ricoprendo anche la carica di stratego. Anche lui fu molto amato dal pubblico ateniese; sappiamo che debutta in teatro nel 468, e rimane attivo come drammaturgo fino alla vecchiaia: la sua ultima tragedia è l’Edipo a Colono, che viene rappresentata postuma, perché lui muore dopo averla scritta. Si racconta che il figlio volesse farlo interdire, ma Sofocle si presentò davanti ai giudici recitando un canto dell’Edipo a Colono, che è una lode di Atene. Aristofane nelle Rane immagina che Dioniso dovesse riportare in vita un grande poeta tragico, e la disputa è tra Eschilo ed Euripide: ciò ha fatto pensare che Sofocle fosse ancora in vita, e siccome la tragedia è del 405, dal momento che vi è una piccola aggiunta in cui si dice che mentre Eschilo sarà sulla terra il trono della poesia tragica nell’Ade lo terrà Sofocle, probabilmente Sofocle è morto quando Aristofane aveva già scritto la commedia, e il poeta ha fatto questa piccola aggiunta per rendergli omaggio. Anche per Sofocle abbiamo solo sette tragedie, delle circa 130 che ha composto, e ha avuto venti vittorie; i papiri ci hanno restituito frammenti abbastanza ampi di un dramma satiresco. Sofocle rinnova molto la tragedia: introduce un terzo attore, aumenta il coro da 12 a 15 elementi, con la possibilità di dividerlo in due semicori, con il corifeo, e ciò dà l’occasione di avere una nuova voce: il fatto che il numero sia dispari aumenta l’importanza del corifeo. Egli pratica la trilogia staccata, che serve a porre l’attenzione non su una storia per generazioni, ma su un singolo personaggio, dando il passato e il futuro come noti al pubblico: infatti l’attenzione di Sofocle non è sulla stirpe, ma sul singolo eroe, che spesso è staccato dalla comunità, a differenza di quanto accade in Eschilo, dove i protagonisti hanno la responsabilità per il gruppo in cui vivono. I personaggi di Sofocle invece sono soli e isolati, in particolare questa è la condizione di Filottete. Il personaggio è indagato nella sua interiorità, e diventa difficile il dialogo con il coro. Le innovazioni tecniche sono in dipendenza del pensiero dell’autore. Rispetto a Eschilo vi è un grande approfondimento psicologico dei personaggi, che vengono osservati nei loro cambiamenti e nella loro evoluzione. Sofocle vive e scrive nel pieno del V secolo, in cui le condizioni sono cambiate rispetto a quando vive Eschilo, e la battaglia contro il sofismo e la laicizzazione è molto più complessa.
La prima tragedia tra quelle che ci sono rimaste è l’Aiace, che non è possibile datare, se non tramite poche deduzioni: infatti la visione data di Agamennone e Menelao è piuttosto negativa, motivo per il quale la stesura dell’opera è da considerarsi anteriore al 446, anno in cui venne stipulata la pace con Sparta e le città del Peloponneso; inoltre è presente un possibile riferimento a Temistocle, morto nel 460, e ciò fa pensare che sia posteriore a questa data. La tragedia presenta ancora elementi arcaici, ed è piuttosto rigida nella struttura, che è a dittico: nella prima parte il protagonista è sulla scena, nella seconda è morto. Questa struttura poi verrà abbandonata. Il mito di Aiace parte dalla contesa con Ulisse per le armi di Achille, che sarebbero dovute toccare al migliore dei Greci: Aiace era sicuramente il miglior guerriero, ma Ulisse era il più furbo, ed era riuscito a ottenere le armi; questa decisione era sentita da Aiace come una profonda ingiustizia, e concepisce un odio feroce verso Agamennone e Menelao; inoltre Atena, che gli è ostile (per varie motivazioni secondo il mito), gli acceca la mente, e in preda alla follia Aiace uccide un gregge di pecore, convinto che si tratti di loro. La punizione della dea è nel mandargli anche il rinsavimento, e in questo momento comincia la tragedia: Aiace si risveglia dalla follia, e in una scena grandiosa mostra la parabola dell’eroe, dalla grandezza e gloria all’umiliazione. Lo stesso Odisseo lo compiange, e nella sua sorte identifica il destino suo e di tutti. A quel punto Aiace decide di morire, che è l’unico modo per riabilitare il suo status di eroe, nonostante i tentativi di dissuaderlo da parte del coro, i marinai di Salamina, e Tecmessa, sua concubina, dalla quale ha avuto un figlio, e cerca di convincerlo con il pensiero del destino che avrebbe atteso lei e il figlio, senza più protezione. Aiace non cambia idea e si uccide fuori scena. Nella seconda parte si discute sulla sepoltura: gli Atridi si oppongono, visto che aveva mostrato tanto odio nei loro confronti; si battono invece a favore Ulisse e il fratello Teucro, che alla fine raggiungono il loro scopo. Questa tragedia recupera l’atmosfera in cui è ambientato il racconto, quindi la civiltà della vergogna; un altro grande tema è quello della sepoltura, caro ai poemi omerici. Il modo in cui vengono trattati i temi però è moderno: il protagonista già in questa tragedia è solo, non riesce a trovare una sintonia con il gruppo, quindi è molto presente l’approfondimento psicologico. Un altro tema che compare è l'incomprensibilità dell’agire degli dei, che viene vagamente giustificata. Sofocle non insiste sul motivo alla base dell’azione di Atena, perché il comportamento degli dei non ha bisogno di spiegazioni, ma va accettato, anche senza sapere le ragioni: Aiace sente di non aver meritato il destino di vergogna, lo sente ingiusto rispetto a quello che ha sempre dimostrato di essere. Gli spettatori sono solidali con Aiace, e lo è anche lo stesso Ulisse, che lo guarda con pietà, conoscendolo come grande eroe, paragonato alla condizione in cui versa ora. Soprattutto nel momento in cui all’inizio appare ridicolo provoca pietà, e non comicità.
Nell’Argomento dell’Antigone ci viene comunicato che Sofocle fu nominato stratego nella guerra contro Samo grazie al successo che aveva avuto quest’opera: di conseguenza la stesura è collocata tra il 442 e il 441. Anche la sua struttura è a distico. L'opera narra la vicenda di Antigone, che decide di dare sepoltura al cadavere del fratello Polinice, pur contro la volontà del nuovo re di Tebe, Creonte, che l'ha vietata con un decreto. Polinice, infatti, è morto assediando la città di Tebe, comportandosi come un nemico: non gli devono quindi essere resi gli onori funebri. Scoperta, Antigone viene condannata dal re a vivere il resto dei suoi giorni imprigionata in una grotta. In seguito alle profezie dell'indovino Tiresia e alle suppliche del coro, Creonte decide infine di liberarla, ma è troppo tardi perché Antigone nel frattempo si è suicidata impiccandosi. Questo porta prima al suicidio del figlio di Creonte, Emone, promesso sposo di Antigone, e poi della moglie Euridice, lasciando Creonte solo a maledirsi per la propria intransigenza. Antigone nell’opera sostiene che la legge di Creonte sia ingiusta, perché gli dei vogliono che l’odio nei confronti dei defunti cessi nel momento della loro morte, e venga loro data una degna sepoltura. Creonte invece sostiene che l’interesse della città venga prima di tutto il resto, e quindi vadano puniti i suoi nemici. Hegel fa entrare questa tragedia nella sua teoria sul conflitto tra lo stato e la famiglia, e inoltre questa tragedia è famosa perché è diversa dalle altre tragedie di Sofocle: non vi è il distacco tra la colpa e la punizione, bensì è chiaro ai personaggi quello che stanno compiendo, e tocca una controversia tipica della sofistica, cioè l’obbedienza alle leggi: se la legge è ingiusta, è giusto disobbedire? Fino a che punto una legge è giusta? Ognuno dei due personaggi ha ragioni giuste e colpe: Antigone sostiene il fatto che una legge non può obbligare i cittadini ad essere empi, perché coloro a cui si deve rispondere sono gli dei, e
lasciare il fratello insepolto è gravissimo: tra i suoi argomenti porta anche il fatto che lei dovrà trascorrere molto più tempo con i morti che con i vivi, e di conseguenza desidera mantenere il legame familiare con i morti, ma allo stesso tempo si è ribellata alla legge. Creonte in qualità di capo deve ragionare con la logica della città, ma è troppo eccessivo in questa decisione, non sente ragioni, anche avvertito e da Tiresia e dal figlio. L’interpretazione di Hegel è il conflitto tra lo stato e la famiglia, ed è presenta un’antitesi tra i due, perché le loro leggi sono opposte: lo stato quindi deve inglobare la famiglia, effettuando una sintesi, e le ragioni della famiglia devono diventare quelle dello stato. Secondo lui Antigone è l’emblema della famiglia e Creonte dello stato, Nella visione romantica Creonte è un tiranno inflessibile e feroce, ma non è una giusta interpretazione della tragedia. Il discorso di Antigone può essere anche letto in un’altra ottica, pericolosa: rappresenta la mentalità femminile che rifiuta di sottostare alla polis, perché per lei al primo posto ci sono la famiglia e gli affetti, non lo stato. Inoltre le donne sono distaccate dalla polis, non sentendosi incluse in essa, e di conseguenza non possono fare propri i valori e i legami della città, ma mantengono un legame con la famiglia d’origine, nemmeno quella del marito. Il legame di Antigone con la sua famiglia viene anche prima della sua realizzazione come donna: Antigone rinuncia al ruolo di moglie e di madre, e prima di uscire di scena, nel suo lamento, dice che morirà senza essersi realizzata. Lei rappresente il legame con la famiglia che la donna non interrompe mai: un aneddoto che racconta Erodoto è significativo a tal proposito, in quanto secondo quanto riportato a una donna persiana venne chiesto di scegliere cho salvare tra i membri della famiglia, che avevano ordito una congiura. Lei decide di salvare il fratello, lasciando morire il marito e i figli: infatti potrà avere un nuovo marito e nuovi figli, ma non un altro fratello. D’altra parte tutto faceva in modo di provocare un senso di estraniazione nella donna. Inoltre Antigone è una figura che fa paura, perché si ribella alle leggi e rinuncia al suo ruolo, quindi è una donna virile. Questa caratteristica è resa evidente nel confronto con la sorella: la tragedia si apre con il dialogo tra le due donne, che rappresentano due modi di essere donna: Ismene rappresenta il modello, è colei che si sottomette e obbedisce. Questo espediente del personaggio parallelo e opposto serve a far risaltare il protagonista verrà usato anche in seguito da Sofocle.
Trachinie significa donna di Traco, città in cui si svolge la vicenda, ed esse costituiscono il coro: questa è l’unica tragedia di Sofocle che prende il titolo dal coro e non dal protagonista. Essa non è databile in maniera precisa, quindi si è stabilita una cronologia relativa, evinta dalla complessità, dal trattamento della psicologia, dallo stile: secondo questa cronologia si colloca alla metà della sua produzione, quindi tra l’Antigone ed Edipo Re. Anche questa tragedia è a dittico; i protagonisti sono Deianira ed Ercole. L’opera inizia con un prologo di Deianira, in cui illustra la sua condizione come donna e moglie: deve rimanere a casa ad aspettare il ritorno del marito, in ansia per lui, anche per l’amore che prova nei suoi confronti. Dopodiché viene annunciato il ritorno di Ercole, con conseguente gioia della donna, che muta nel momento in cui capisce che il marito è accompagnato dalla sua concubina, Iole, di cui è innamorato. La moglie, pur essendo abituata alle infedeltà di Eracle, capisce che stavolta l’uomo è davvero innamorato, e decide di utilizzare il filtro d’amore che le era stato dato dal centauro Nesso, il quale, prima di morire, le aveva detto di bagnare una tunica nel suo sangue e utilizzarla con il marito per farlo innamorare di lei. Nesso però l’aveva ingannata, volendosi vendicare del suo assassino, e la camicia era avvelenata perché imbevuta del sangue di Nesso, contaminato dal veleno dell’idra. Quando Eracle indossa la camicia soffre atroci dolori e maledice Deianira che lo aveva mandato: la donna presa dalla disperazione di essere stata proprio lei la causa del marito quando invece voleva solo il suo amore, si uccide. L’ultima parte della tragedia riguarda Eracle, lacerato da terribili sofferenze, apprende come è andata la storia e capisce che il suo fato si stava compiendo: infatti gli oracoli avevano annunciato che al ritorno in patria avrebbe trovato riposo e che sarebbe stato ucciso da un morto. Eracle muore affidando al figlio Iole, raccomandando di sposarla da più grande. I caratteri dei protagonisti sono diversi: Deianira ha una costruzione psicologica straordinaria, dove l’immedesimazione da parte del poeta nella figura femminale è enorme, vive nell’ansia dell’attesa e nella continua angoscia; il passaggio dalla gioia alla delusione è molto ben caratterizzato. Eracle è caratterizzato in maniera arcaica: è un personaggio feroce e arcaico, molto incentrato su se stesso. L’aspetto più importante è il rapporto tra intenzione e azione, centrale nel pensiero di Sofocle: l’intenzione si traduce in un atto contrario rispetto a quello che si voleva compiere. Si perde la fiducia di interpretare il destino e scegliere la strada in modo da affrontare le conseguenze in maniera consapevole. Qui il dolore e la punizione arriva inaspettata, perché contraddice l’intento: da questo deriva un senso di ingiustizia. Inoltre è presente il tema dell’interpretazione dell’oracolo: il rapporto degli uomini con l’oracolo è simbolo di questa condizione, perché il nostro limite non ci permettere di capire l’oracolo così come ci porta a sbagliare e a mal interpretare la realtà. A volte l’oracolo sembra ingannevole ma in realtà dice la verità in maniera oggettiva: sono gli uomini che non riescono a vedere la verità. Questo è segno dell’incomunicabilità tra uomini e dei, e l’impossibilità per gli uomini di capire la divinità. Il dio non giudica in base all’intenzione, ma in base all’azione, perché determinate colpe devono essere perentoriamente punite, indifferentemente dall’intento. L’uomo pio non giudica gli dei ingiusti, ma si rende conto di non poter capire fino in fondo la loro volontà. Il limite della ragione è un tema assai caro a Sofocle, portato avanti anche da Socrate nella medesima battaglia culturale.
L’Edipo re è quella definita da Aristotele come la regina di tutte le tragedia, la tragedia perfetta. La maniera in cui è condotta è straordinaria, ed è stata scritta probabilmente nel 430. La tragedia si svolge come un giallo, pieno di colpi di scena e momenti di suspance. A Tebe infuria la peste e Edipo (τυραννος) ha inviato un’ambasceria a Delfi per interrogare l’oracolo: l’assassinio di Laio vive ancora tra le mura della città. Edipo, che non è a conoscenza delle circostanze della morte di Laio, chiede delucidazioni e scopre come il precedente sovrano fosse stato attaccato da un gruppo di briganti sulla strada per Tebe. Edipo ordina che il responsabile venga trovato e bandito da Tebe e chiede a Tiresia, vecchio indovino cieco, di svelare l’identità del colpevole. Tiresia, tuttavia, si rifiuta, sostenendo che il suo vaticino potrebbe portare conseguenze ancora più funeste. Edipo, che è sicuro di sé e rabbioso, si scontra verbalmente con l’indovino con toni molto accesi e comincia a sospettare che Creonte voglia prendere il suo posto sul trono e abbia preso accordi con l’indovino per scacciarlo da Tebe, finché l’indovino non riferisce che proprio Edipo è l’assassino che si sta cercando, ma in maniera non chiara. Edipo non capisce quello che gli dice Tiresia, anzi lo fraintende e lo prende come un insulto. Edipo si confronta allora con Creonte, il quale sostiene si difende rivendicando di non avere nessun interesse a tradire il re. I due uomini vengono quindi raggiunti da Giocasta che, per placare Edipo, gli assicura che spesso gli indovini danno responsi sbagliati. A testimonianza di ciò riferisce che a Laio era stato predetto di morire per mano di suo figlio, mentre, come gli ha già spiegato Creonte, erano stati dei furfanti. Giocasta aggiunge però dei particolari sulla strada in cui si trovava Laio e Edipo, che riconosce quel punto come il luogo dove ha ucciso un uomo e ritrova nella profezia raccontata da Giocasta echi di quella che gli era stata fatta a Corinto,
vivesse da solo nella natura. Il conflitto per Neottolemo, già presente in Antigone, è su se obbedire ai compagni, che contano su di lui, oppure al valore morale. Mentre in Antigone è rappresentato da due figure agli antipodi, qui invece il conflitto è all’interno del personaggio stesso. In questa figura di Neottolemo che non si sente di tradire i suoi ideali è stata vista la speranza nei giovani, ancora non corrotti dall’interesse, che Sofocle ha. Questa si può definire come una tragedia a lieto fine perché deciso da un dio. Anche qui la colpa e la pena non trovano una corrispondenza, Filottete sente la sua condizione come ingiusta, e viene poi salvato continuando a non capire la ragione, che forse potrebbe risiedere nel fatto che egli accetta la sua condizione. Egli rappresenta l’eroe solo per eccellenza. Il contesto storico in cui viene scritto è quello degli ultimi anni di guerra, in cui molti errori sono già stati compiuti. Di Filottete è molto bella l’evoluzione da personaggio inasprito, che però in fondo necessita del contatto con gli altri uomini, ed è pronto ad affidarsi agli altri. Proprio questa sua fiducia crea lo scrupolo in Neottolemo.
Questa tragedia fu rappresentata postuma nel 401, però abbiamo notizia di una vittoria di Sofocle nel 405, motivo per cui si è pensato che fosse stata rappresentata anche in quella data. In qualsiasi caso è stata scritta in estrema vecchiaia, e infatti quest’opera è una riflessione ultima sulla morte. Il protagonista è Edipo, che ancora affascina Sofocle, e viene presentata la conclusione della sua vicenda. Questa probabilmente è un’invenzione di Sofocle, in quanto il mito non riporta niente del genere, che collega Edipo alla sua patria, Colono, un sobborgo di Atene. Infatti ci viene raccontato che Sofocle recitò davanti ai giudici il terzo stasimo della tragedia, che è una celebrazione dell’Attica e un’estrema dimostrazione di amore per la tua terra, per dimostrare di non dover essere interdetto. La tragedia ci presenta Edipo, vecchio e cieco, che vaga senza patria accompagnato dalle figlie (qui la storia di Antigone non è quella della tragedia omonima). La tragedia inizia con il suo arrivo a Colono; il coro, composto dai vecchi della città, quando conoscono la sua identità vorrebbero mandarlo via, perché è maledetto, ma il re Teseo decide di accoglierlo (celebrazione dell'ospitalità ateniese). Nel frattempo arriva prima Ismene ad annunciare la guerra tra Eteocle e Polinice, il cui vincitore sarà colui che avrà l’appoggio di Edipo. I figli cercheranno di procurarsi il suo appoggio: prima arriva Polinice, che viene scacciato, e poi Creonte a nome di Eteocle, che ha lo stesso destino. Edipo ormai è distaccato dalle cose terrene e dal potere. Creonte rapisce le figlie per cercare di convincerlo, ma Teseo le salva. A un certo punto Edipo si sente chiamare dalla voce degli dei: va incontro a questa voce nel bosco insieme a Teseo, che sarà l’unico a tornare indietro. Edipo muore serenamente nel bosco, dove verrà sepolto: Teseo viene a sapere che la terra in cui egli sarà sepolto sarà benedetta. Questa tragedia è una riflessione sulla morte, vista come serenità e pace, come riposo alla fine della vita. Addirittura a un certo punto viene descritta come migliore condizione il non nascere, e, se si nasce, bisogna desiderare di tornare il prima possibile da dove si è venuti, perché la vita è un susseguirsi di sofferenze. La morte è un approdo dove trovare quella pace che nella vita non si ha. La particolarità è percepire che in Edipo si identifica, scrivendo, lo stesso Sofocle, ormai anziano, che spera di morire in maniera tranquilla. Ha voluto che fosse la sua patria a dare e ricevere gloria da Edipo. Naturalmente la riflessione principale è quella sul destino di Edipo, lasciato in sospeso nell’Edipo re, che ha un suo senso anche senza conoscere la tragedia successiva. Edipo qui passa dall’essere maledetto a benedetto, a cui gli dei donano la cosa migliore che possano dare, una bella morte. Egli diviene fonte di benedizione, dopo aver portato dentro di sé i mali peggiori che possano essere concepiti. Gli dei ci distruggono e ci salvano senza una spiegazione, ma il merito di Edipo è aver accettato il suo destino e averlo vissuto fino in fondo, senza pretendere di capire. Infatti dopo aver scoperto la verità, ha capito il suo limite, che la sua ragione lo ha ingannato perché non poteva andare oltre. Non c’è più l’arroganza della ragione, ma l’accettazione del limite. Questo discorso è lo stesso di Socrate: la vera saggezza è conoscere se stessi, e quindi il proprio limite. Qui sta tutto il senso dell’opera di Sofocle, della sua battaglia condotta contro le tendenze razionalistiche che portano a sopravvalutare la nostra capacità di dominare gli avvenimenti. Questo principio aveva provocato la ybris degli Ateniesi: lo shock della guerra del Peloponneso, intrapresa come una guerra lampo, che era stata segnata da una progressiva crisi di Atene, è così forte da non riuscire a essere spiegato. Tucidide scrive la sua opera per questo motivo, perché vuole capire come è successo. Egli cerca di razionalizzare la vicenda, mentre per Sofocle la ragione sta nell’incomprensibile, nella divinità, e non si può capire per il nostro limite. L’arroganza porta ad accecarsi, a perdere il senso delle cose (ate). La ragione è il nostro unico strumento, non possiamo fare a meno di utilizzarla: non bisogna demolire tutto quello che è umano, l’uomo ha una sua dignità umana, che è la ragione, ma allo stesso tempo è dignitosa solo se la sappiamo usare per capire il nostro limite. Nella nostra capacità di vedere che non possiamo andare più avanti sta la tragicità della nostra condizione: gli dei per questo in Sofocle diventano incomprensibili, ma non sono loro ad essersi allontanati, è il nostro limite a non permetterci di comprenderli. Il dramma è cercare di interpretare come possiamo le loro parole, in base alle nostre possibilità. La differenza con Eschilo sta in questo: Eschilo ci dice che noi possiamo vedere il male e comprenderlo, anche se alla fine possiamo trovarci costretti a compierlo, e questo è più accettabile. Sofocle ha un’involuzione rispetto alla fiducia di Eschilo, perché vive in un periodo in cui alcuni eccessi stanno maturando. Eschilo ha cominciato a vedere solo la grandezza di Atene, non la sua crisi, e per questo Sofocle irrigidisce le sue posizioni. Non è uno sminuire l’uomo totalmente, perché esiste una via di redenzione, ovvero capire fin dove si ci può spingere. Edipo è grande perché cerca la verità fino in fondo. La condizione che ne sussegue è drammatica, ma questo ha a che fare con la tragicità dell’esistenza. Il suo stile è molto più chiaro e limpido: in Eschilo con la ragione possiamo comprendere il male, e la sua lingue è difficile perché vuole arrivare agli abissi della coscienza e della divinità, mentre Sofocle ha una lingue chiara perché è il riflesso della nostra ragione, e allora noi parliamo come possiamo, dato che ormai gli dei sono incomprensibili, e non si prova più a penetrarli e farli capire. La limpidità del nostro modo di esprimerci si ferma di fronte agli dei, che sono difficilmente in scena.