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Welfare e Terzo Settore, Tesine universitarie di Economia

Il fenomeno del secondo welfare è emerso negli ultimi anni sollevando notevole interesse da parte dei media e degli addetti ai lavori. Questo fenomeno porta con sé nodi critici dei quali qui si intende affrontare quello specifico emergente dall’intreccio tra la diffusione ed espansione di forme di finanziamento privato dirette a sostenere il sistema di welfare italiano e l’ambito del terzo settore.

Tipologia: Tesine universitarie

2018/2019

Caricato il 27/12/2019

Viaggiareslow
Viaggiareslow 🇮🇹

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IL RAPPORTO
TRA WELFARE E TERZO SETTORE
Parte I
Sommario: 1. Premessa teorica 2. Il fenomeno del welfare privato 3. Luci ed ombre
4. Un’impresa sociale vive con il solo finanziamento privato? – 5. Conclusioni
1. Premessa teorica
In questo capitolo verranno affrontati alcuni nodi critici che stanno emergendo
dall’intreccio tra la diffusione ed espansione di forme di finanziamento privato dirette a
sostenere il sistema di welfare italiano e l’ambito del terzo settore. Più voci chiedono
quali potranno essere le possibili ricadute, positive o negative, in un futuro prossimo,
rispetto ai cambiamenti in atto.
È fondamentale saper cogliere il pensiero anche di coloro che sono partecipi del mondo
del terzo settore per «far luce su quelle realtà e scelte di fondo culturali e politiche da
cui dipende pressoché interamente il rapporto diretto che rende fra loro strettamente
interconnessi un tale ruolo del Terzo Settore e la sempre più necessaria, radicale svolta
nei modi di intendere (e praticare) il welfare. Reciprocamente, infatti, l’uno è condizione
dell’altra. E, nella prospettiva di un futuro che è già parte del nostro presente, entrambi
costituiscono l’architrave di un sistema di riforme, il cui fondamento e la cui base di
legittimazione non possono che essere, al tempo stesso, di natura (autenticamente)
politica e culturale»
1
.
Il legame tra terzo settore e area dei servizi in Italia è un fenomeno che è stato, ed è,
«decisivo […] nel processo di riforma del nostro sistema di welfare»
2
. A partire dagli
anni Settanta i soggetti del terzo settore (più recentemente le imprese sociali) sono stati
gradualmente inclusi nella rete pubblica dei servizi, fino ad assumere negli anni Ottanta
e Novanta, e sempre più fino a oggi, un ruolo significativo di produzione dei servizi socio-
sanitari-educativi tramite il processo di esternalizzazione da parte delle pubbliche
amministrazioni e/o di accreditamento di servizi stessi. Risulta oggi ridotta, al contrario,
la presenza di soggetti del terzo settore e imprese sociali che svolgono attività
direttamente a favore di privati, senza quindi l’intervento delle pubbliche
amministrazioni.
1
L. Ornaghi, Il terzo settore e la possibilità svolta dal welfare, in Atlantide, 2006, 3, pp. 113-125.
2
S. Zamagni, V. Zamagni, La cooperazione, Il Mulino, Bologna, 2008.
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IL RAPPORTO

TRA WELFARE E TERZO SETTORE

Parte I Sommario : 1. Premessa teorica – 2. Il fenomeno del welfare privato – 3. Luci ed ombre

  • 4. Un’impresa sociale vive con il solo finanziamento privato? – 5. Conclusioni 1. Premessa teorica In questo capitolo verranno affrontati alcuni nodi critici che stanno emergendo dall’intreccio tra la diffusione ed espansione di forme di finanziamento privato dirette a sostenere il sistema di welfare italiano e l’ambito del terzo settore. Più voci chiedono quali potranno essere le possibili ricadute, positive o negative, in un futuro prossimo, rispetto ai cambiamenti in atto. È fondamentale saper cogliere il pensiero anche di coloro che sono partecipi del mondo del terzo settore per «far luce su quelle realtà e scelte di fondo – culturali e politiche – da cui dipende pressoché interamente il rapporto diretto che rende fra loro strettamente interconnessi un tale ruolo del Terzo Settore e la sempre più necessaria, radicale svolta nei modi di intendere (e praticare) il welfare. Reciprocamente, infatti, l’uno è condizione dell’altra. E, nella prospettiva di un futuro che è già parte del nostro presente, entrambi costituiscono l’architrave di un sistema di riforme, il cui fondamento e la cui base di legittimazione non possono che essere, al tempo stesso, di natura (autenticamente) politica e culturale»^1. Il legame tra terzo settore e area dei servizi in Italia è un fenomeno che è stato, ed è, «decisivo […] nel processo di riforma del nostro sistema di welfare»^2. A partire dagli anni Settanta i soggetti del terzo settore (più recentemente le imprese sociali) sono stati gradualmente inclusi nella rete pubblica dei servizi, fino ad assumere negli anni Ottanta e Novanta, e sempre più fino a oggi, un ruolo significativo di produzione dei servizi socio- sanitari-educativi tramite il processo di esternalizzazione da parte delle pubbliche amministrazioni e/o di accreditamento di servizi stessi. Risulta oggi ridotta, al contrario, la presenza di soggetti del terzo settore e imprese sociali che svolgono attività direttamente a favore di privati, senza quindi l’intervento delle pubbliche amministrazioni. (^1) L. Ornaghi, Il terzo settore e la possibilità svolta dal welfare , in Atlantide, 2006, 3, pp. 113-125. (^2) S. Zamagni, V. Zamagni, La cooperazione , Il Mulino, Bologna, 2008.

Cruciale rispetto al processo di trasformazione è stata la tradizionale dipendenza economica delle imprese sociali dai finanziamenti pubblici legati appunto alla esternalizzazione dei servizi. La riduzione degli investimenti di risorse pubbliche negli ultimi anni ha però aperto nuove sfide che coinvolgono oggi, insieme al privato sociale, anche il pubblico e il privato. L’esplosione del fenomeno del badantato è un evento indicativo di come risorse finanziarie private possano essere allocate in conseguenza all’emergere di un bisogno non pienamente soddisfatto dal pubblico: in questo caso il bisogno di cura della non autosufficienza legato al tema della domiciliarità. Storicamente la società civile si è attivata nei momenti di grande mutamento delle condizioni economiche e sociali, di aumento del debito pubblico e carenza di copertura finanziaria del welfare. Una strategia ritenuta tanto alternativa quanto controversa è quella che si sta sviluppando intorno al c.d. secondo welfare attraverso azioni che si stanno diffondendo soprattutto nei settori della sanità, della previdenza, dei servizi e benefici a sostegno della famiglia. È opinione diffusa che il privato abbia maggiori potenzialità di muovere capitali rispetto al pubblico, e che questo nuovo modello di welfare possa rappresentare una delle soluzioni, ancora tutta da verificare, per sopperire a un welfare state manifestamente carente e inadeguato. La crisi economica ha probabilmente contribuito ad accelerare questo processo di allocazione di risorse private che in molti casi risulta tuttavia più orientato all’arginare i rischi e le conseguenze di un mercato del lavoro fortemente indebolito: misure di sostegno alle famiglie e ai lavoratori in difficoltà^3 , ma anche sviluppo del welfare aziendale^4 in cui il lavoratore è divenuto a tutti gli effetti stakeholder per il datore di lavoro. Si sta parlando altresì di sollecitazioni che provengono dalla riduzione del potere d’acquisto dei salari, questioni accompagnate da evidenti carenze di riforma negli ultimi vent’anni che hanno lasciato il panorama perlopiù invariato. Se le finalità del (primo) welfare erano rispondere a nuovi rischi sociali^5 non adeguatamente presi in carico nel welfare pubblico, si rende necessaria oggi la definizione dei confini e dei rapporti tra primo e secondo welfare. Con gli stessi autori si può indicare che «nel primo welfare dovrebbero rientrare i regimi di base previsti dalla legge e i regimi complementari obbligatori di protezione sociale che coprono i rischi fondamentali dell’esistenza, quali quelli connessi alla salute, alla vecchiaia, agli infortuni sul lavoro, alla disoccupazione, al pensionamento e alla disabilità: le prestazioni e i servizi considerati “essenziali” per una sopravvivenza decorosa e per un’adeguata integrazione nella comunità, nonché per garantire il godimento dei diritti fondamentali di cittadinanza»^6 , vale a dire un welfare finanziato con risorse pubbliche ed erogato da (^3) Il Fondo Famiglia Lavoro della Diocesi ambrosiana è nato come fondo a base filantropica, poggia sulla generosità, sulla sensibilità e su una finalità educativa a una vita più sobria in periodo di crisi economica ( www.chiesadimilano.it ). (^4) Il concetto di welfare aziendale trae origine dal paternalismo aziendale di fine Ottocento inizio Novecento, quando videro la luce le prime iniziative dei datori di lavoro a favore dei propri dipendenti: il villaggio operaio della Famiglia Crespi, le iniziative di Marzotto in Valdagno, il welfare aziendale della Olivetti ne sono un esempio. Oggi esso assume una connotazione assai più ampia comprendendo benefit relativi a diversi ambiti (mobilità, servizi di pubblica utilità, salute, previdenza, finanziamenti, prestiti, tempo libero e benessere, conciliazione vita-lavoro, …). (^5) Cfr. G. Esping-Andersen, D. Gallie, A. Hemerijck, J. Miles, Why We Need a New Welfare State , Oxford University Press, Oxford, 2002. Crf. Anche C. Saraceno, Tra vecchie nuovi rischi. Come le politiche reagiscono alla modifica del contratto sociale , in Rivista delle politiche sociali, n. 4 del 2010. (^6) M. Ferrera, F. Maino, Il secondo welfare in Italia , op. cit., p. 19.

di welfare che si accosta al “precedente”, a fronte di uno Stato dalla posizione sempre più arretrata rispetto a prestazioni obbligatorie e servizi essenziali. O ancora si spiegherebbe così l’investimento^12 da parte del privato che genera nell’immaginario comune l’idea di un welfare di tipo sostitutivo. Al contrario, almeno a livello teorico, i due modelli di welfare «non vanno visti come compartimenti stagni, ma come due sfere fra loro intrecciate, che sfumano l’una nell’altra a seconda delle politiche e delle aree di bisogno»^13 , laddove lo Stato non arretra ma può sperimentare nuove forme di collaborazione a sostegno della spesa sociale. Ma il terzo settore come si posiziona in tutto ciò? Come è percepito il cambiamento? Se e come si crede di coglierne le opportunità? Assunto il paradigma della necessità di innovare il welfare a fronte di sostanziali cambiamenti in atto nella società e nel mercato del lavoro, e riconosciuto il ruolo che il privato potrebbe agire nel promuovere, tramite le proprie risorse o nuove forme di risposta di utilità sociale, si fa spazio il pensiero su quale possa essere il ruolo del terzo settore, sollecitando alcune considerazioni relative a potenzialità e nodi critici di questa eventuale “triangolazione” (pubblico-privato-privato sociale). Come già detto non esiste una comune visione interpretativa del fenomeno da parte dei vari attori (stato, mercato, famiglia e privato sociale) e, parallelamente non esiste ancora alcuna azione comune di programmazione, di previsione, di coordinamento. Sembrerebbe anche che il problema non sia la quantità di risorse, ma semmai la loro distribuzione. Abbastanza nebuloso risulta anche il rapporto tra gli attori coinvolti e se esista concretamente un pensiero condiviso sulla sostenibilità sul lungo periodo. Non sono ancora chiare, tra l’altro, le interrelazioni che nel frattempo si sono generate a livello territoriale. Le leve principali e comuni relativamente agli investimenti di risorse (emerse da una disamina della – scarsa – letteratura e durante le interviste effettuate) paiono essere principalmente due: da una parte la sensibilità personale dei singoli (il responsabile risorse umane, il cittadino che decide di impegnarsi in prima persona) o di ristretti gruppi di interesse (la singola società o azienda), dall’altra parte emerge la necessità di sostenere in maggior misura un numero sempre più consistente di persone in difficoltà (nel caso delle aziende abbiamo rilevato più propensione ai benefit anziché aumenti salariali che, come sostengono i rappresentanti delle parti sociali, sembrano essere maggiormente graditi dai lavoratori). Come può quindi attuarsi il rapporto tra pubblico e privato e terzo settore nelle (possibili) forme di partnership? I sostenitori delle strategie che vedono il privato fare fronte a servizi di pubblica utilità sollecitano l’esigenza di un sistema di regolazione comune, che certamente occorre chiarire a fronte dei volumi monetari mossi, per esempio, dai fondi sanitari integrativi^14. (^12) Anche for profit a questo punto. (^13) M. Ferrera, F. Maino, Il secondo welfare in Italia , Op.cit., p. 19. (^14) I fondi sanitari integrativi legati alla contrattazione di primo e secondo livello rappresentano già un business molto consistente, il rischio è che vengano esposti all’utilitarismo di alcune (poche) società che lo gestiscono^14 for profit. Le prime categorie a muoversi in questa direzione sono state i metalmeccanici, i chimici, gli alimentaristi, primi a siglare contratti collettivi o accordi aziendali comprensivi, ad esempio, di fondi sanitari integrativi. Oggi l’estensione di questa porzione del welfare aziendale si sta espandendo. Emblematico il caso del Fondo Arcobaleno nato per il settore dei lavoratori del legno, delle costruzioni e

Si dovrebbe forse ripensare all’attuale modalità di gestione verticale di alcuni fondi nazionali di categoria. Una modalità territoriale in raccordo con il sistema pubblico (forse nel ruolo di garante) potrebbe vedere coinvolto anche il non profit. Le mutue sanitarie^15 non sono casi isolati di iniziative sorte nell’ambito del non profit. Sono forme consolidate di cooperazione sociale (la Mutua di Besnate esiste da circa settanta anni) centrate sulla solidarietà interna, con prerogative che le potrebbero portare ad una possibile connessione (ed integrazione) con le politiche pubbliche (a fronte di una lettura del bisogno del territorio potrebbero contemplare specifiche e forti attenzioni per esempio al tema della non autosufficienza). In una logica in cui il secondo welfare è orientato principalmente al privato con iniziative in grado di rispondere a bisogni specifici di alcuni gruppi o categorie di persone, è chiaro che emerge il tema cruciale dell’ universalità riproponendo, comprensibilmente, anche la questione di insider e outsider. Questo tema alimenta tra i più l’idea della disuguaglianza, della disparità di trattamento determinata dal territorio di appartenenza piuttosto che dell’azienda in cui si è impiegati. Chiaramente anche il modello del c.d. primo welfare non è esente da disuguaglianze, ma proprio nella prospettiva di una governance nuova e diversa in cui primo e secondo welfare possono sperimentare nuove forme di collaborazione a sostegno della spesa sociale, si potrebbero forse contenere questi eventuali effetti di esclusione sociale. Per la maggior parte le azioni riferibili al welfare privato (proprio per le caratteristiche sopra individuate) riguardano, infatti, porzioni di popolazione già legate al mercato del lavoro e quindi in un certo senso “già tutelate”. Il welfare contrattato o aziendale (legato alla contrattazione di primo livello o alla contrattazione decentrata) tendono a lasciare scoperte quelle fasce di lavoratori non rientranti nelle categorie di lavoro c.d. standard. Resta quindi aperta la questione dei lavoratori che partecipano al mercato del lavoro in forma flessibile, per lo più donne e giovani al primo impiego, notoriamente fasce deboli del mercato. Un’altra peculiarità del welfare privato è, come già detto, l’assenza di universalità. Probabilmente gli sviluppi futuri e gli studi sul tema confermeranno se questa è, di fatto, una caratteristica da assumere come propria del secondo welfare. Oggi le evidenze ci mostrano che certamente la persona viene posta al centro, ma i soggetti che fanno da “motore” esplicano il proprio agire in forma circoscritta (come si accennava, la singola azienda per esempio). Una ulteriore questione, dai contorni squisitamente sociologici, emersa nel corso delle interviste è quella che evidenzia il posizionamento degli attori in una ottica di comunità o società. La nota dicotomia ci fa intravedere in modo più o meno palese, più o meno dichiarato, l’urgenza di dare una svolta ad alcuni meccanismi che la razionalità della modernità ha offuscato, come il sentimento di appartenenza, la mutualità, la reciprocità. Temi cari soprattutto al terzo settore appunto. Ce lo ricorda per esempio il Fondo Famiglia Lavoro della Diocesi ambrosiana, che può in un certo modo rientrare tra le azioni del welfare privato. Basato sulla generosità, sulla sensibilità e su una finalità educativa a una vita più sobria e più “prossima” in periodo di crisi economica che ha frantumato la quotidianità di molte famiglie, questo fondo ha sollecitato una visione più orientata alla comunità che alla società, certamente non legata alla stretta logica di dei materiali da costruzione del Veneto al quale ha aderito recentemente un’impresa del settore metalmeccanico lombarda. (^15) Si veda www.mutuasanitariabesnate.it per la Mutua Sanitaria di Besnate e www.mutuanuovasanita.it per il territorio di Reggio Emilia.

prprio ambiente familiare di persone affette da patologie gravi come ad esempio demenza, garantendo con i propri servizi garantisce la domiciliarità di alcuni interventi, riducendo o evitando in alcuni casi l’ospedalizzazione^21. La natura cooperativa dell’azione imprenditoriale Gulliver, coerentemente con quanto sancito dalla legge costitutiva delle Cooperative Sociali n. 381 del 1991 e con la tradizione del Movimento cooperativo, è indirizzata a sviluppare il principio di solidarietà inteso come mutualità tra i soci e come scambio solidale con la comunità e l’ambiente sociale circostante. (^21) www.cooparcobaleno2.it.