Domande aperte di economia politica I, Domande di esame di Microeconomia. Università degli Studi di Parma
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emanuela.polimeno18 maggio 2015

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Domande aperte di economia politica I, Domande di esame di Microeconomia. Università degli Studi di Parma

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La struttura proprietaria delle imprese italiane.

Tra le misure principali con cui vengono usualmente descritti gli assetti proprietari vi sono il grado di concentrazione della proprietà e l'identità dei principali azionisti o controllanti della società. Il principale azionista di un'impresa industriale è un'altra società intermedia rispetto al proprietario ultimo, che ne detiene una quota piuttosto elevata. La compagine azionaria è in media piuttosto chiusa e coinvolge pochi soggetti; questo risulta verificato anche nel caso delle grandi imprese. Se prendiamo in considerazione l'identità dei principali azionisti o dei controllanti delle società vediamo che nelle imprese manifatturiere non quotate, nel 2000, il controllante era rappresentato da una persona fisica nel 54% dei casi, più frequentemente nel caso delle piccole imprese; era costituito da un'altra imprese nel 27%, più frequentemente nel caso delle grandi. Per quanto riguarda le società industriali quotate, il principale azionista è rappresentato dallo Stato, seguito da altre società, da singoli investitori, persone fisiche e da soggetti esteri. Le imprese quotate italiane sono contraddistinte da un ruolo assai rilevante dello Stato e da uno scarso rilievo delle istituzioni finanziarie. La principale caratteristica è rappresentata dall'ampia diffusione di forme di controllo familiare o di coalizioni di soggetti, legati da interessi comuni o da patti di sindacato. Questo limita però le possibilità di crescita alle disponibilità finanziarie della famiglia in quanto è sostanzialmente chiuso agli apporti di soggetti esterni. È inoltre possibile che al momento della successione, le capacità dell'erede non siano comparabili con quelle del fondatore e nemmeno. Nelle società quotate il modello di controllo a carattere familiare si accompagna spesso all'utilizzo del gruppo.

Problemi della specializzazione produttiva dell’industria in Italia.

Oltre alla dimensione delle imprese, una seconda debolezza della struttura produttiva italiana è rappresentata dalla sua specializzazione. Si sostiene spesso che sia responsabile della perdita di quote di mercato e della minore crescita della produttività negli ultimi anni. Allora ci si chiede se le caratteristiche della specializzazione di un paese siano davvero importanti per la sua crescita e la sua competitività. Le risposte a questo interrogativo sono varie e mettono l'accento su elementi diversi che possiamo suddividere in tre gruppi. Il primo è rappresentato dalle teorie tradizionali, che fanno discendere il commercio tra paesi e quindi la specializzazione internazionale dai cosiddetti "vantaggi comparati". In ciascun paese vi saranno settori più produttivi e meno produttivi, vi sarà maggiore disponibilità di alcuni fattori di produzione rispetto ad altri. Ciò rende quel paese relativamente più avvantaggiato nel produrre i beni dei settori più produttivi o che fanno maggiore uso del fattore di produzione più abbondante. Non è importante quale specializzazione prevalga purchè il paese sia specializzato in alcuni settori e produzioni. Un secondo gruppo di teorie prende in considerazione innanzi tutto la presenza di economie di scala nella produzione, che rendono più efficienti le grandi dimensioni d'impresa; in secondo luogo, il fatto che i consumatori desiderano prodotti differenziati, sia per caratteristiche sia per qualità. A queste condizioni le imprese possono ottenere profitti positivi perché questo tipo di mercati non è perfettamente concorrenziale. La cosiddetta "nuova geografia economica", che rappresenta il terzo gruppo di teorie, spiega proprio l'agglomerazione geografica delle attività in base ad esternalità da un lato ed effetti di congestione dall'altro. Se i fattori di produzione sono "mobili", si spostano facilmente da un paese all'altro, e se i costi di trasporto, di scambio sono bassi, le imprese tenderanno a concentrarsi geograficamente, preferiranno cioè servire i mercati da un'unica localizzazione. Per quanto riguarda l'Italia, la specializzazione produttiva appare concentrata nei settori "tradizionali" (tessile, abbigliamento, maglieria, calzature,…) e nel settore meccanico (macchinari, macchine utensili, elettrodomestici) con una progressiva tendenza a favore di quest'ultimo. Al suo interno la specializzazione è prevalentemente nelle attività a contenuto tecnologico relativamente basso. Mentre è despecializzata nei beni intermedi, nel settore chimico e alimentare, nella produzione di autoveicoli e relativi motori, nell'elettronica di consumo e informatica, nei metalli non ferrosi, nei prodotti per la petrolchimica, nella carta. Il problema del controllo nell’industria italiana.

Una delle peculiarità della struttura produttiva italiana è rappresentata dai suoi assetti proprietari, vale a dire da chi "possiede" le imprese e come le gestisce. In questo caso si parla di proprietà e di controllo di una società: sebbene i due concetti vengano usati spesso come sinonimi, essi non coincidono. "controllare" un'impresa significa decidere le strategie, assumere le decisioni rilevanti per la sua evoluzione. Nel campo dell'economia chi controlla l'impresa ha il potere di decidere che fare in tutte le situazioni non descritte nel "contratto" d'impresa. Nelle strutture d'impresa semplici, lo strumento attraverso cui si controlla l'impresa è la PROPRIETA'. Per controllare un'impresa non è necessario averne l'intera proprietà ma può bastare la maggioranza, a volte è sufficiente una piccola quota se gli altri proprietari accettano di affidarsi ad uno solo di essi. A volta chi controlla è un amministratore o un alto dirigente che non possiede alcuna quota della società, ma è delegato a questo compito. In conclusione, definiamo il "controllo" di un'impresa come il diritto di disporre del capitale di un'impresa, ossia di assumere le decisioni strategiche ad essa relative in tutti i modi non espressamente esclusi da leggi, regolamenti e contratti in essere. Nelle società per azioni i "proprietari" sono gli azionisti, che detengono quote della società; può essere uno di loro di solito quello con la quota maggiore. Nelle società di capitali c'è un amministratore che può coincidere con l'azionista principale, il controllante.

L’industria italiana: dal Dopoguerra agli anni Novanta:

- descrivi il “miracolo economico”; - spiega quali sono le “sfide perdute”.

Il decennio che seguì il 1950 segnò la definitiva affermazione dell'industria: crebbero il reddito nazionale e il contributo dell'industria alla formazione del prodotto lordo privato, si svilupparono particolarmente i comparti ad alta intensità di capitale e a più elevato contenuto tecnologico. Questa trasformazione comportò il trasferimento di grandi masse dalla campagna alla città e dal Mezzogiorno e dal Veneto verso le regioni del cosiddetto "triangolo industriale". Questa evoluzione così intensa è spiegata da diversi fattori tra cui l'esistenza di una vasta riserva di forza lavoro sotto-occupata, senza grandi pretese di aumenti salariali, che permise una rilevante accumulazione di profitti da reinvestire nelle imprese. In questa fase venne confermata l'esistenza e l'importanza dello Stato imprenditore e il suo ruolo crebbe con la costituzione di nuove finanziarie nell'ambito dell'Iri. L'avvento di un mercato di massa per i beni di consumo costituiva un'occasione importante per le imprese esistenti, ma al tempo stesso rappresentata una sfida per gli imprenditori. Se molte sfide della modernizzazione erano state raccolte con successo in vari settori (automobile, siderurgia, elettrodomestici) in altri (energia, elettronica, chimica avanzata) il salto verso una dimensione produttiva e tecnologica più avanzate non veniva compiuto. Nel campo dell'elettronica la strada intrapresa alla fine degli anni Cinquanta in modo innovativo richiedeva risorse che difficilmente la famiglia che controllava l'azienda avrebbe potuto fornire: alla base di questo fallimento è quindi possibile ritrovare alcuni dei limiti strutturali del capitalismo italiano. Nel campo della chimica, l'occasione di razionalizzare e modernizzare il settore in cui nessuna delle grandi imprese aveva raggiunto posizioni di predominio, venne perduta per incapacità imprenditoriale, e per gli intrecci tra potere politico e sistema economico pubblico e privato. Il 1963 segnò un punto d'arresto nello sviluppo, per cui la stagione del "miracolo economico" fu definitivamente alle spalle. Alle carenze imprenditoriali si sommarono turbolenze del quadro generale: spinte salariali, tensioni inflazionistiche, disordine monetario internazionale, crisi energetica. È in questo periodo che inizia il declino dell'impresa pubblica come strumento di sviluppo. Perché le dimensioni delle imprese italiane sono piccole: la spiegazione basata sullo sviluppo dei distretti industriali.

Tra i fattori di arretratezza del nostro sistema produttivo viene spesso indicata la distribuzione dimensionale delle imprese. Si dice che il sistema produttivo italiano manca di imprese di medie dimensioni, oppure che esistono vincoli alla crescita delle imprese che non consentono loro di raggiungere le dimensioni dovute. Verso la metà degli anni Settanta un gruppo di economisti italiano notò che in alcune regioni si era sviluppato un modello di crescita "alternativo" rispetto a quello previsto dalle principali teorie: il modelli dei "distretti industriali", agglomerazioni territoriali di piccole imprese manifatturiere indipendenti. Essi sono caratterizzati da una serie di elementi: la divisione del lavoro, per cui ciascuna impresa distrettuale si specializza in una fase di produzione; il fattore ambientale, rappresentato sia da una specifica componente culturale, sia da una infrastrutturale; l'elemento "rete", ovvero il sistema di interconnessioni che conferiscono al sistema un certo potere di mercato. I sistemi locali si basano su reti di comunicazione continue, sulla presenza di servizi come la banca locale, su livelli elevati di partecipazione alle istituzioni locali. Questi elementi assicurano solidità al sistema e nello stesso tempo capacità di adattamento e flessibilità dei fattori produttivi e forniscono alle imprese dei distretti un vantaggio competitivo rispetto alle imprese isolate. Le imprese distrettuali hanno sperimentato un'"età dell'oro" negli anni Settanta, legata in parte alle difficoltà della grande impresa, dovuta all'improvvisa apertura internazionale per molte piccole e medie imprese, con una domanda complessiva che si espandeva più rapidamente delle opportunità di crescita della singola impresa. Le peculiarità delle imprese distrettuali si sono tradotte in una redditività superiore, in un maggior grado di efficienza produttiva, nonché in una superiore capacità di esportazione. Grazie alle loro caratteristiche queste imprese hanno quindi sperimentato una competitività maggiore delle imprese di piccole dimensioni. In conclusione i distretti rappresentano una modalità di organizzazione della produzione importante e assai efficiente.

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