Domande diritto bancario Mia Callegari unito, Domande di esame di Diritto Bancario. Università di Torino
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Domande diritto bancario Mia Callegari unito, Domande di esame di Diritto Bancario. Università di Torino

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Domande diritto bancario molto frequenti (Mia Callegari) tutte spiegate nel dettaglio ed in maniera completa
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1 - IL CONTO CORRENTE DI CORRISPONDENZA Nel conto corrente di corrispondenza si condensano sia le attività negoziali di raccolta del risparmio, sia le operazioni di erogazione del credito, sia, ancora, le principali prestazioni di servizi. Da un lato la banca si obbliga a prestare a favore del cliente un servizio di cassa, provvedendo, su ordine del correntista e nel suo interesse, ad eseguire pagamenti e riscossioni. Per altro verso, l'esecuzione del servizio di cassa sottintende l'esistenza di fondi pertinenti al correntista, nel senso che costui deve godere di una disponibilità monetaria costituita presso la banca. Tale disponibilità può derivare dal fatto che il cliente ha eseguito un preventivo deposito di denaro, divenendo creditore della banca, o può nascere da un rapporto grazie al quale la stessa banca si è impegnata a finanziarlo, mettendo a sua disposizione i fondi necessari al funzionamento del meccanismo negoziale. Infine, il contratto è caratterizzato dalla presenza di un particolare regolamento contabile, in virtù del quale tutti i movimenti conseguenti alle singole prestazioni eseguite vengono obbligatoriamente annotati in un prospetto, con la progressiva formazione di un saldo a credito o a debito del cliente. Nel conto corrente dunque confluiscono e si combinano elementi propri di altri contratti. L'esecuzione da parte della banca degli incarichi impartiti dal cliente esprime una componente di gestione che i più riportano alla matrice del mandato. Al tempo stesso esiste un negozio costitutivo della provvista monetaria riconducibile al deposito bancario o all'apertura di credito. Infine, vi è l'accordo di regolamentazione di tutte le partite in dare e avere, come si verifica nel conto corrente ordinario definito e regolato dagli artt. 1823 ss. c.c. Sembra attendibile, quindi, l'opinione di chi sostiene che ci troviamo di fronte ad un contratto innominato misto, nel quale confluiscono elementi propri di più fattispecie tipiche, ridotte ad unità da una causa nuova e diversa. 2 CONTO CORRENTE COINTESTATO - COINTESTAZIONE E RAPPRESENTANZA Il rapporto di conto corrente può essere cointestato a due o più persone. Occorre distinguere a seconda che si tratti di cointestazione disgiunta o congiunta. Nel primo caso si esige una specifica previsione e i cointestatari si considerano creditori o debitori in solido del saldo. Ciò comporta che ciascuno di loro è legittimato ad impartire ordini a valere sull'intera provvista: la banca si libera eseguendo la prestazione a favore di uno qualsiasi dei contitolari. Questi, per contro, sono solidalmente responsabili per eventuali scoperti a prescindere dal fatto che derivino da atto o fatto di uno solo. Essendo però ogni cointestatario creditore o debitore in solido del saldo, egli ha anche il diritto di estinguere l'intero rapporto, obbligandosi a darne comunicazione agli altri. La modificazione o la revoca della facoltà disgiuntiva esigono, invece, conformi istruzioni scritte di tutti. Nel caso di legittimazione congiuntiva tutte le operazioni richiedono l'intervento e l'assenso di ognuno dei contestari. Si ammette soltanto che ciascuno dei cointestatari possa separatamente eseguire versamenti sul conto, poiché ciò aumenta l'entità della provvista e non presenta pericoli per gli altri aventi diritto. Anche in ipotesi di cointestazione congiuntiva, comunque, operano i principi della solidarietà passiva, per cui la banca è legittimata a chiedere a tutti ed a ciascuno l'intero saldo a debito. Inoltre, qualunque sia la cointestazione, la banca può avvalersi della compensazione fino alla concorrenza dell'intero credito risultante dal saldo del conto cointestato anche nei confronti di conti e rapporti pertinenti ad uno soltanto dei

cointestatari. Infine, sempre quale che sia la cointestazione, in mancanza di diverso accordo scritto, le comunicazioni, le notizie e gli invii degli estratti conto possono essere fatti ad uno soltanto dei cointestatari, con piena efficacia anche nei confronti degli altri. 3- Convenzione assegni In base a questo accordo, nei limiti della provvista, la banca si impegna ad eseguire gli assegni che ogni volta il cliente va emettendo. Gli assegni sono degli ordini di pagamento per i quali il cliente deve osservare i moduli della banca, e le regole di compilazione che sono date dalla banca. L’assegno deve essere sottoscritto ed emesso con indicazione del beneficiario, data, pagamento in lettere (max 2500 euro). Ci sono tre tipi di titoli di credito: al portatore, nominativi e all’ordine. Un diritto di credito viene trasferito con le regole della cessione del bene che incorpora un diritto creditizio. Il soggetto che può incassare qualsiasi titolo è definito: giratario, mentre chi lo emette è detto girante. I titoli al portatore, fanno sì che possa essere trasferito a chiunque, che diventata anche titolare del diritto incorporato. I titoli di credito nominativi invece hanno una legge di circolazione più complicata e il beneficiario può risultare dal libro dell’emittente. L’assegno bancario è un titolo di credito cosiddetto all’ordine. Per questo motivo l’assegno può circolare per girata. 4- REGOLAMENTO IN CONTO CORRENTE ED ESTRATTO CONTO In base alla clausola di conto corrente, tutti i movimenti originati dallo svolgimento del servizio di cassa devono essere annotati in un apposito prospetto, con costante determinazione di un saldo ricavato per differenza. Dal punto di vista giuridico parrebbe logico parlare di compensazione ma la giurisprudenza la pensa diversamente: i crediti e i debiti non derivano da autonomi rapporti giuridici, ma da un unico rapporto che nel corso del tempo dà vita a semplici variazioni quantitative di mero conguaglio contabile. Ad ogni modo, la clausola d'annotazione ha tendenzialmente una portata onnicomprensiva, ad eccezione dei casi di istruzioni contrarie o quando dalla natura dell'operazione emerga una diversa esigenza. L'annotazione in conto investe anche gli interessi maturati alle scadenze periodiche convenute, nonché le spese e le commissioni spettanti alla banca per i singoli servizi prestati e le ritenute fiscali. Ai fini contabili, il conto corrente bancario viene chiuso periodicamente con la liquidazione degli interessi e delle altre voci di spesa. In tale frangente è formato l'estratto conto che va inviato al cliente con lettera per la sua conoscenza e approvazione. L'estratto conto si intende approvato dal cliente ove quest'ultimo non faccia opposizione scritta nel termine di sessanta giorni dal ricevimento. Tuttavia, le contestazioni concernenti errori di scritturazione o di calcolo, oppure omissioni o duplicazioni di partite possono essere sollevate nel maggior termine di sei mesi dalla ricezione dell'estratto conto. Inoltre, se una determinata posta ha origine causale in un negozio nullo, il correntista e la stessa banca

conservano il diritto di esercitare l'azione di nullità indipendentemente dal fatto che quella posta sia o non sia stata contestata nel termine di sessanta giorni previsto. 5 - IL DEPOSITO BANCARIO Il deposito bancario è il contratto in forza del quale il cliente versa una somma di denaro alla banca, la quale ne acquista la proprietà e si obbliga a restituirla al depositante nella stessa specie monetaria entro il termine pattuito oppure a richiesta dello stesso, con l'osservanza del preavviso stabilito dalle parti o dagli usi. Attraverso il contratto di deposito la banca persegue anzitutto la funzione fondamentale di raccolta del risparmio fra il pubblico finalizzata all'erogazione del credito. Se si guarda alla posizione del cliente, invece, l'istituto ha duplice funzione: quella di custodire il denaro, sottraendolo ai rischi impliciti nel possesso diretto delle specie monetarie, e quella di mettere a frutto il patrimonio, grazie agli interessi pagati dalla banca. A queste finalità può aggiungersene una terza: assicurarsi lo svolgimento di un servizio di cassa da parte della banca. La complessità degli scopi sottesi è alla base delle difficoltà incontrate dalla dottrina e dalla giurisprudenza nel tentare di definire la natura giuridica del deposito bancario. Una prima corrente di pensiero vede nel deposito un contratto di mutuo: un soggetto consegna ad un altro una somma di denaro, che passa nella piena proprietà del secondo, il quale si obbliga a restituire la medesima somma e a corrispondere gli interessi. Tuttavia, nel deposito manca un elemento essenziale del contratto di mutuo: la previsione di un termine per la restituzione. Inoltre è così disconosciuto l'intento di custodia, parimenti importante. Altri autori, allora, riconducono l'istituto del deposito bancario a quello del deposito irregolare, cioè quello che ha ad oggetto una quantità di denaro o di altre cose fungibili, con facoltà per il depositario di servirsene ed obbligo di restituire altrettanto della stessa specie. Nel deposito bancario, tuttavia, il trasferimento della proprietà è effetto legale del contratto e non il portato di una specifica pattuizione fra le parti. Dunque, infine, vi sono autori che riconducono l'istituto ai contratti misti. In realtà tutti questi tentativi di ricostruzione sembrano trascurare il fatto che il deposito bancario costituisce una figura contrattuale tipica, completa e disciplinata specificamente dalla legge come uno strumento per la raccolta del risparmio fra il pubblico nell'ambito di un'attività imprenditoriale di massa. Venendo ad esaminare la disciplina, è principio comune a qualsiasi deposito quello della localizzazione del rapporto: salvo patto contrario, i versamenti ed i prelevamenti devono avvenire presso la sede della banca ove esso è stato costituito. Tuttavia, il principio appare nei fatti ampiamente superato, per la strutturazione delle sedi bancarie e soprattutto con l'introduzione dei sistemi di contabilizzazione elettronica e dei più moderni servizi on line. Un secondo tratto disciplinare comune a tutte le forme di deposito bancario è dato dall'obbligazione della banca, che è tenuta a restituire al cliente il tantundem eiusdem generis et qualitatis, accresciuto degli interessi pattuiti, che, alle scadenze pattuite, si capitalizzano e divengono fruttiferi di nuovi interessi. Guardando alle modalità di restituzione, i depositi bancari possono distinguersi in liberi e vincolati (o a termine). Nei depositi liberi il depositante può chiedere in qualsiasi momento la restituzione totale o parziale delle somme e, quale effetto di quest'illimitata possibilità, la banca corrisponde un tasso d'interesse modesto. Nei depositi vincolati, il ritiro parziale o totale delle somme non può essere effettuato prima della scadenza convenuta e, corrispondentemente, la banca riconosce un tasso di remunerazione più alto. In tale ultimo caso la finalità d'investimento assume maggiore rilievo.

I DEPOSITI IN CONTO CORRENTE Si è visto, parlando del conto corrente di corrispondenza, che il negozio costitutivo della provvista può essere un deposito bancario eseguito dal correntista e si è rimarcato come in questo caso le finalità pratiche perseguite assumano connotazione particolare: gli intenti di custodia e d'investimento si arricchiscono della causa propria del conto corrente. In altre parole, la banca adempie la sua obbligazione restitutoria anche attraverso l'accettazione di ordini di pagamento a favore di terzi. La crescente importanza della prestazione di un servizio spiega, al contempo, la progressiva erosione della remunerazione riconosciuta alla clientela in questa forma contrattuale. Inoltre, in conformità agli scopi di tale particolare deposito, esso si configura a tempo indeterminato ed il saldo si considera sempre esigibile a vista da parte del cliente. I DEPOSITI A RISPARMIO I depositi a risparmio sono connotati dal fatto che, al momento della costituzione del rapporto, viene rilasciato al cliente un libretto (libretto di risparmio) che documenta l'esistenza del rapporto e che legittima l'intestatario o il possessore ad eseguire le successive operazioni di prelievo e di versamento. Tali operazioni devono essere annotate sul libretto, le cui risultanze, se debitamente firmate dall'impiegato “che appare addetto al servizio”, fanno piena prova dei rapporti fra la banca ed il cliente. Normalmente i versamenti ed i prelievi devono avere ad oggetto denaro contante, visto che l'accettazione di titoli di credito è sottoposta, per principio generale, alla clausola del salvo incasso. Tuttavia, non sono sconosciuti utilizzi impropri del libretto, con accreditamento di assegni. Non è da escludere poi che il cliente possa utilizzare le disponibilità esistenti sul libretto per ordinare alla banca operazioni di pagamento: tecnicamente però ciò si risolve in un prelievo di contante accompagnato da un separato incarico conferito alla banca e dala fornitura dei mezzi necessari all'esecuzione del mandato. Incompatibile con l'esistenza del libretto sembra invece la convenzione di assegno: si trasformerebbe il deposito a risparmio in un deposito in conto corrente. Anche gli interessi devono essere annotati sul libretto una volta decorso il periodo della loro maturazione. Ciò è fatto presentando il libretto allo sportello oppure in occasione della prima operazione successiva. Se tale richiesta manca, gli interessi si prescrivono nel termine di cinque anni dalla loro maturazione. Qual'è la sorte del debito della banca qualora il depositante non esegua per lungo tempo né versamenti né prelievi? Il credito restitutorio del cliente si prescrive nel termine di dieci anni. Nei depositi vincolati il dies a quo è costituito dalla scadenza mentre controverso è il dies a quo nei depositi liberi: secondo alcuni esso coinciderebbe con la data della costituzione o almeno con l'ultima operazione; secondo altri, invece, il termine decorrerebbe dalla chiusura del contratto per i libretti nominativi e dal rifiuto opposto dalla banca alla restituzione per i libretti al portatore. 6- 7- I libretti di risparmio si dividono in: libretti nominativie libretti al portatore.Quelli nominativi: sul libretto devono essere annotate le generalità della persona. Non è un titolo di credito. La mera esibizione del titolo non crea un obbligo di pagamento nei confronti di chi è rivolto. L’obbligo che nasce nei confronti della banca, è quello di accertare l’identità del cliente. Obbligo in maniera puntuale e precisa, tanto da poter disporre di inadempimento. Il libretto ricade nella successione del soggetto ossia, anche

gli eredi possono vantare il diritto di ristoro nella banca. Lo smarrimento del libretto comporta che l’intestatario di questo, debba denunciare alla banca lo smarrimento, e la banca deve esporre nei propri locali un avviso con il quale invita il detentore a consegnare il libretto nei successivi 90 giorni. Una volta decorso il termine, il libretto perde la sua efficacia e viene sostituito con un duplicato. Quelli al portatore: sono un titolo di credito a tutti gli effetti. Con il libretto a portatore vi è nascosto un numero (non un nome), senza valenza identificativa, la denuncia di smarrimento comporta una vera e propria procedura in tribunale. Nel ricorso, il giudice con un decreto di ammortamento dichiara inefficace quel libretto e viene rilasciato un altro dello stesso valore del primo. I libretti giacenti: sono libretti che non sono suscettibili di movimenti. Dovrebbe essere valido il termine di prescrizione decennale. Le dispute sono però, da quando calcolare il termine. La banca mantiene un obbligo sul libretto di deposito, quindi questo contratto non può mai considerarsi estinto solo per l’inerzia di una delle parti. 8- Il segreto bancario = La banca viene a conoscenza di numerosi dati e notizie che riguardano la sfera personale e patrimoniale della clientela. Si ritiene che rientri proprio nei dovere civilistici del contratto, il dovere di non rivelare a terzi tutte queste notizie. Questo dovere ha ad oggetto i dati a cui viene a conoscenza della banca per tutta la durata del rapporto contrattuale. Questo ambito è coperto quindi dal cosiddetto segreto bancario. Non esiste nel nostro ordinamento italiano, una legge sul segreto bancario, ma è un dovere di riservatezza piuttosto rigoroso nei confronti del cliente. In alcuni paesi, il segreto bancario è oggetto di tutela legislativa, come in Austria e in Svizzera. La fonte del segreto bancario per alcuni autori sta nel segreto professionale o nel segreto d’ufficio. Per alcuni il segreto bancario è una consuetudine mentre per altri il dovere di riservatezza sia in realtà espressione dei principi di correttezza e buana fede per ogni tipo di contratto. L’autorità garante della privacy nel 2011, ha varato nuove forme volte ad informare il garante rispetto agli accessi che vengono effettuati su conti correnti a terzi, per garantire una tutela della riservatezza del cliente. I limiti del segreto bancario = Il limite riguarda i rapporti inter-bancari. È stata creata nel ’62, ma applicata negli anni ’90, la centrale dei rischi, che è un centro di raccolta dei dati che le banche hanno relativi alla solvibilità del cliente. il sistema della centrale dei rischi permette alle banche di accedere ad una banca dati comune su tutti i clienti del mondo bancario sulla situazione patrimoniale e sull’affidabilità del cliente. Si può così anche sapere se il soggetto è regolare con i pagamenti. Il diritto alla riservatezza non deve essere sacrificato. L'obbligo di riservatezza riguarda i clienti della banca, inclusi coloro che abbiano semplicemente intrattenuto trattative contrattuali, e permane anche successivamente alla cessazione del rapporto. Come detto, il segreto bancario ha sempre subito molteplici deroghe ed eccezioni nel nome dell'interesse generale alla circolazione di notizie economiche. Così: l'obbligo di riservatezza viene meno nei rapporti interni fra istituzioni creditizie, nel senso che a livello interbacario sarebbe consentita la circolazione di notizie circa la situazione economica e l'affidabilità della clientela, nell'interesse di una sana e

prudente erogazione del credito; una rilevante limitazione del segreto deriva dall'obbligo di comunicare mensilmente alla Banca d'Italia, per ogni cliente, i crediti accordati ed i limiti dei relativi utilizzi superiori ad un certo ammontare. In tal modo la Banca d'Italia è posta in condizione di elaborare dati globali sui vari utenti e comunicare alle banche la complessiva esposizione di un certo soggetto e gli eventuali profili di criticità nell'adempimento degli obblighi restitutori; ulteriore limite deriva dalla normativa sull'antiriciclaggio che impone la precisa identificazione e verifica della clientela, anche in relazione ad operazioni occasionali superiori a determinati importi; prevede inoltre a carico delle banche l'obbligo di comunicare le violazioni di cui abbiano avuto notizia nonché di segnalare le “operazioni sospette” all'Unità di informazione finanziaria; il segreto bancario non può poi essere invocato di fronte a provvedimenti di sequestro o ispezione disposti dal giudice e neppure per opporsi ad una richiesta di informazioni scritte o ad un ordine di esibizione di atti e documenti emesso dall'autorità giudiziaria; il segreto bancario non può essere opposto a soggetti che si trovano in particolari rapporti con il cliente, ad esempio il rappresentante legale, l'erede o l'esecutore testamentario; il segreto non può essere invocato per legittimare l'astensione dalla testimonianza in un giudizio; il segreto non può essere opposto all'Amministrazione finanziaria dello Stato.

9 - IUS VARIANDI

E' denominato Ius Variandi il diritto della banca di variare unilateralmente le condizioni economiche del contratto.

Le banche hanno sempre cercato di mantenere tale privilegio inserendo delle apposite clausole nei contratti generali e facendone riferimento nelle NBU, trovando come giustificazione la necessità di mantenere l’equilibrio delle prestazioni nel corso del rapporto, dato il mutevole contesto economico.

In origine con il TUB del 1993 si prevedeva che tali clausole dovessero essere espressamente pattuite tra le parti e considerate vessatorie, quindi sottoposte a doppia firma, e potessero riguardare solo i tassi (sia a debito che ha credito) i prezzi e le altre condizioni economiche. Era previsto per la banca un onere di preventiva informazione del cliente sulle intervenute modifiche da inviarsi nell'ultimo domicilio della persona (per modifiche su singoli contratti) oppure pubblicata in Gazzetta ufficiale (quando interveniva su tutti i contratti). Il cliente aveva quindi il diritto di recesso alle precedenti condizioni da esercitarsi entro 15 gg. di tempo

Tutta questa disciplina fu già modificata già in occasione dell’entrata in vigore del codice di consumo prevedendo la necessità di un “giustificato motivo” qualora la controparte fosse un consumatore e poi, successivamente e in modo definitivo si è arrivati ad una definitiva modificazione dell’art. 118 TUB (Decreto Bersani):

 è prevista la facoltà di modificare le condizioni economiche dei contratti di durata solo in presenza di Giustificato Motivo, inteso (nell’interpretazione ABI) come

"accadimento sopravvenuto alle conclusioni del contratto sia in relazioni ai mutamenti delle condizioni soggettive del cliente o della Banca e sia in relazione a situazione oggettive”. Il giustificato motivo varia quindi da caso a caso.

 La comunicazione va sempre fatta a tutti i clienti singolarmente e deve essere chiara ed analitica.

 La variazione delle condizioni non può avvenire prima di 30 giorni (ex, 15) e al cliente è concesso un ulteriore termine di 30 giorni per recedere (quindi 60 in tutto).

 In caso di recesso per variazione delle condizioni il cliente non deve sopportare spese di chiusura (no switching costs).

In caso di mancato recesso, la variazione delle condizioni si ritiene tacitamente approvata dal cliente. In caso di mancato rispetto delle regole di cui sopra la variazione è inefficace.

10- Forma e contenuto contratti Fase precontratto = L’art. 116 si occupa di una prima esigenza della conclusione del contratto. Esso prevede che le banche e gli intermediari finanziari debbano rendere noti, in modo chiaro i tassi di interesse, i prezzi, le spese ed ogni altra condizione economica relativa alle operazioni e dai servizi offerti. Nelle operazioni di credito è previsto che sia da evidenziare al cliente un tasso complessivo che dovrebbe essere proprio il costo complessivo del credito (il TAEG, tasso effettivo globale che dovrebbe rendere l’effettivo costo complessivo di un credito) la previsione di elementi standard, ha una funzione importante in termini di compatibilità per il cliente. Queste tutele vogliono creare una tutela precontrattuale, che consente un confronto a più istituti di credito. A questo proposito viene esplicitato uno dei principi fondamentali dell’art. 116: l’assoluto divieto di rinvio agli usi. Le condizioni economiche devono essere conosciute prima del contratto. Il legislatore si è convinto che la tutela degli equilibri contrattuali passi attraverso la tutela della garanzia e attraverso la standardizzazione della stessa informazione. Si richiede alla banca la compilazione di documenti e fogli informativi in cui il contenuto è standardizzato. La banca può decidere sempre se concludere il contratto, può applicare condizioni migliorative e non può mai applicare condizioni peggiorative. Se la banca applica condizioni peggiorative c’è una sanzione amministrativa pecuniarie. È anche fonte di responsabilità precontrattuale che può condurre un risarcimento danni a carico della banca. Secondo altri, le clausole peggiorative sono efficaci con la conseguenza che devono essere sostituite da norme pubblicizzate. Formazione del contratto = L’art. 117 - 1° comma: obbligo di forma scritta ad sustantiam (per esistenza) del contratto. La forma è requisito essenziale del contratto solo se esplicitamente richiesto dalla legge. Se il contratto non è concluso in forma scritta, questo è nullo. Non è una forma di nullità assoluta. La nullità può essere fatta valere solo dal cliente (nullità da protezione). Il cliente la solleverà laddove si sente violato. La forma ha una funzione continua di conoscibilità e certezza del contenuto funzione di informazione della forma scritta.

È una garanzia del rispetto delle condizioni pubblicizzate della fase contrattuale: funzione di verifica della conformità. La forma scritta è importante anche a fini probatori; se non vi è forma scritta il contratto non viene ad esistere. Secondo l’art. 117 la banca è tenuta sempre a consegnare una copia del contratto al cliente. Non è prevista alcuna forma di sanzione nel caso in cui la banca non fornisca la copia. Questo inadempimento è di tale gravità tale da poter legittimare anche la risoluzione del contratto. Non sempre per il cliente chiedere la risoluzione del contratto è una via percorribile. Questa è una tutela teorica che va verificata. Il contenuto del contratto = Il legislatore si è fermato non solo sui requisiti di forma ma anche sul contenuto del contratto: all’art. 117 individua elementi che devono per forza essere pattuiti nell’ambito del contratto che riguardano proprio gli oneri economici che il cliente assume con il contratto. L’art. 117 prevede che in tutte le operazioni bancarie devono essere obbligatoriamente specificati i tassi di interesse con la periodicità della loro capitalizzazione ed ogni prezzo e condizione praticata. Non si può fare riferimento a condizioni generali che non emergono dal testo del contratto. La violazione di questa indicazione, quindi l’omessa individuazione degli oneri economici che il cliente deve andare a concludere, non comporta la nullità del contratto, come il requisito della forma scritta, ma comporta una nullità relativa. La conseguenza è un’invalidità parziale per cui il contratto continua ad avere effetti, ma si considera automaticamente integrato sulla base di alcune specifiche previsioni contenute nell’art. 117. Per quanto riguarda gli interessi l’art.117 fa riferimento al tasso nominale minimo dei buoni del tesoro. Il legislatore ci dà delle regole che spesso sono penalizzanti per le banche applicando tassi normalmente per la banca. Anche la pubblicità svolta dalla banca in fase precontrattuale garantisce la trasparenza e diventa importante nel caso di un contratto incompleto. Tra le clausole che sono considerate invalide, sono quelle che fanno rinvio agli usi: l’art. 117 comma 6, vieta il riferimento agli usi per l’individuazione dei tassi di interesse. La clausola interessi uso-piazza, che è una clausola di rinvio agli usi doveva essere ritenuta invalida per impossibilità di individuare con precisione l’ammontare di questi interessi. Davanti a contratti incompleti nell’individuazione di oneri economici il cliente può fare riferimento ad una integrazione del contratto pretendendo di pagare solo gli interessi legali ancorati ai tassi dei buoni del tesoro, previsti dalla legge. Se paga interessi superiori ha diritto a richiedere la restituzione delle somme per la parte cedente indicato dall’art. 117. Il legislatore quindi non fa decadere l’intero contratto ma lo integra con ciò che è più favorevole per il cliente. Nell’ottavo comma si precisa che a livello regolamentare è possibile prescrivere il contenuto di alcuni contratti specifici. Un tipo di questo, è il conto corrente semplice, che gli intermediari possono offrire ai consumatori. In questo contratto vengono offerte un pacchetto annuale di operazioni e servizi a fronte di un canone annuo onnicomprensivo. La creazione di questi progetti, nasce dalla volontà di creare strumenti facili di consultazione dove per il cliente è facile paragonare in maniera omogenea i costi richiesti dai diversi intermediari.

11 - CASSETTE DI SICUREZZA Il contratto di cassette di sicurezza non è oggetto di riserva a favore delle banche ma a queste resta principalmente ancorato, in quanto si tratta di prestazione che esse hanno sempre fornito nell'ottica di incrementare o fidelizzare la clientela ed in quanto l'attività richiede mezzi e strutture particolari. Il codice civile non fornisce una definizione del contratto, si limita a disciplinarne alcuni profili operativi. In linea di massima, si può dire che con il servizio delle cassette di sicurezza la banca, contro pagamento di un corrispettivo (canone), mette a disposizione del cliente uno spazio all'interno della propria struttura, in modo tale da consentire all'utente di custodirvi beni o valori. Solitamente questi spazi sono incorporati nei locali delle varie sedi bancarie e sono formati da armadi o casseforti con sportelli muniti di serratra che non possono essere aperti o chiusi, se non con l'uso di due diverse chiavi, una delle quali in possesso della banca e l'altra in possesso del cliente, cui viene consegnato anche un tesserino di riconoscimento, finalizzato a comprovare la titolarità del rapporto. Il contratto dunque assolve ad una funzione di conservazione e custodia di beni, ma si differenzia dal contratto di deposito perché è requisito essenziale di questo la consegna delle cose mobili al depositario. Nelle cassette di sicurezza, invece, è lo stesso utente a riporre i beni mobili nello spazio a lui assegnato, tanto che la banca ne ignora il contenuto. Altri hanno dunque ricondotto l'istituto alla locazione, dato che anche qui una delle parti si obbliga a far godere all'altra una cosa verso corrispettivo. Tuttavia, gli obblighi di custodia che gravano sulla banca eccedono quelli del locatore ed il cliente non acquisisce il pieno godimento del bene, giacché non ha la capacità di accedere alla cassetta senza la collaborazione della banca, che possiede una delle due chiavi necessarie. Il cliente con il contratto di cassette di sicurezza assume soltanto l'obbligo di pagare il canone pattuito. Inoltre, si impegna a non immettere nella cassetta oggetti che, per le loro caratteristiche, possano costituire un pericolo o possano arrecare danno o disturbo. Le NBU dispongono che la banca, se sospetta di un uso improprio della cassetta, può chiedere di verificarne il contenuto e, qualora l'utente non si presti o ricorra un caso di assoluta urgenza, può far provvedere, a spese del cliente stesso, l'apertura forzata della cassetta con l'assistenza di un notaio. La banca, per contro, assume diversi obblighi. Anzitutto, mettere a disposizione del cliente la cassetta. Poi prestare la collaborazione all'apertura della cassetta negli orari d'apertura al pubblico, sempre che colui che chiede l'accesso sia l'avente diritto o un suo delegato. Per la legittimazione è necessario mostrare il tesserino e la seconda chiave. Altro obbligo della banca attiene allo spazio messo a disposizione, che dev'essere idoneo a conseguire gli scopi di custodia qualificati come propri del contratto. Tale spazio, pertanto, dev'essere situato in locali che, tanto per l'ubicazione, quanto per le loro caratteristiche costruttive, siano idonei ad impedire la perdita o il danneggiamento delle cose introdotte nella cassetta. La cassetta dev'essere conservata dalla banca in buono stato di manutenzione, garantendo al cliente anche la segretezza e l'utilizzo esclusivo, libero da interferenze di terzi. Infine, la banca si impegna a custodire i locali con tutti i mezzi tecnici e le risorse umane rese necessarie e doverose in rapporto alla finalità di particolare sicurezza che connota il servizio. La banca risponde all'utente per l'idoneità e la custodia dei locali e per l'integrità della cassetta, salvo il caso fortuito. Una responsabilità così grave è giustificata dallo scopo concreto che il cliente persegue affidando ad un organismo specializzato ed organizzato la

salvezza dei beni immessi nella cassetta di sicurezza. Si può pertanto affermare che il rischio di perdita o di danneggiamento grava sulla banca, poiché quest'ultima si libera dall'obbligazione risarcitoria solo provando che la perdita o danneggiamento sono stati cagionati dal caso fortuito. Tale è solo l'impedimento, non prevedibile e comunque non ovviabile con la pur massima diligenza, che comporta l'impossibilità della prestazione richiesta alla banca e che vale a ricollegare l'evento a fattori non solo del tutto estranei alla condotta attiva od omissiva di questa, ma anche di natura tale da non poter essere dalla stessa impediti. In definitiva, solo una violenza irresistibile o il sopravvenire di fatti naturali rovinosi vengono riconosciuti come casi fortuiti. Tali profili di responsabilità valgono per le obbligazioni di predisporre locali idonei, vigilare sull'integrità degli stessi e delle cassette che vi sono collocate. Nel caso, invece, di danni subiti dal cliente per aver la banca consentito l'accesso e l'apertura della cassetta a persone non legittimate, entrano in gioco gli ordinari criteri che governano l'adempimento del debitore, in particolare l'applicazione della diligenza professionale. La responsabilità della banca fa sorgere su di essa un dovere risarcitorio commisurato al valore dei beni, esclusi quelli di mera affezione. Il cliente dovrà tuttavia dimostrare l'esistenza e l'entità del danno, il che significa provare che nella cassetta erano stati effettivamente riposti i valori che si assumono perduti o danneggiati. Tale onere può essere assolto con ogni mezzo probatorio. È chiaro quindi che la banca potrebbe trovarsi di fronte a richieste risarcitorie enfatizzate o strumentali. Per questo le NBU hanno cercato di limitare in qualche modo l'entità massima dei danni risarcibili. Prima introdussero un limite massimo di risarcibilità ma la clausola fu dichiarata nulla in base all'art. 1229 c.c., che non consente la delimitazione convenzionale della responsabilità del debitore nei casi di dolo o colpa grave. Per gli stessi motivi fu poi dichiarata nulla la clausola per la quale il cliente si obbligava a non immettere nella cassetta beni che, nel loro complesso, eccedessero un determinato valore. Oggi la clausola è formulata nel senso che la dichiarazione del cliente circa il valore dei beni immessi nella cassetta è finalizzata a consentire alla banca un'idonea determinazione del canone e delle coperture assicurative. Così la banca resta responsabile per l'intero valore dei beni ma l'inesatta dichiarazione del cliente può divenire fonte di una sua responsabilità risarcitoria per non aver consentito alla banca di assicurarsi per una somma idonea a coprire l'intero danno che è stata chiamata a ristorare. Tale ultima clausola è stata ritenuta vessatoria nei contratti conclusi con un consumatore ma rimane valida se il contratto è concluso con soggetto diverso. Il contratto di cassette di sicurezza è normalmente stipulato con scadenza annua, ma la modulistica bancaria ne prevede il rinnovo tacito ove una delle parti non comunichi disdetta entro un termine convenzionalmente fissato. 12 - Servizio Bancomat = La banda magnetica consente l’identificazione del pin, ossia numero di identificazione grazie al quale si può accedere ai servizi. Il primo sistema risale agli anni ’60. La caratteristiche che lo ha reso diffuso è stata la rete interbancaria, ossia si può usare la carta indipendentemente dall’istituto principale. Lo sviluppo di questo sistema, permette di usare il bancomat per pagamenti diretti, servizi anagrafici e per il Pago bancomat, che consente di pagare solo presso alcuni esercenti. Dal punto di vista giuridico, è un servizio accessorio al conto corrente, e si vede nel fatto che l’utilizzo dipende dal saldo sul conto e su un importo massimo giornaliero. Il massimale è stabilito per evitare che le carte siano utilizzate oltre i limiti del saldo disponibile. I pagamenti vengono garantiti dai sistemi autorizzati, e le info vengono

aggiornate successivamente. Quindi la banca ha sempre il diritto di farsi restituire dalla banca del correntista, le somme pagate. La banca che ha rilasciato la carta, non appena vede che non vi è saldo sul conto, blocca la carta, che poi non è più utilizzabile. Un problema particolare si crea per la documentazione scritta delle operazioni, ossia se le annotazioni presso i singoli sportelli avesse valore di prova scritta. La maggior parte delle problematiche legate all’utilizzo del bancomat è legato alla responsabilità in caso di smarrimento, clonazione e sottrazione. L’utilizzo anomale del non titolare della carta, avviene solo se riesce a riconoscere il numero di identificazione. Il cliente deve denunciare tempestivamente la carta ai fini dei blocchi e deve conservare bene il pin. Vi è quindi un inadempimento del cliente, se ne fa un uso illecito. Se invece il cliente ha denunciato lo smarrimento e la banca non è intervenuta per bloccarla, significa che la banca non ha saputo proteggere il cliente. 13 - APERTURA DI CREDITO BANCARIO (Indeterminato) Con il contratto di apertura di credito la banca (accreditante) si obbliga a tenere a disposizione del cliente (accreditato) una somma di denaro per un dato periodo di tempo o a tempo indeterminato. L'accreditato acquisisce un corrispondente diritto di utilizzare in tutto o in parte i fondi messi a sua disposizione ed è tenuto a restituire le somme utilizzate e gli interessi maturati al momento della cessazione del rapporto. Il profilo qualificante della fattispecie è la creazione di una disponibilità monetaria ma l'apertura di credito si distingue da altri contratti creditizi, come il mutuo, per il fatto che là l'esigenza di liquidità è soddisfatta attraverso l'immediato trasferimento delle somme nella proprietà del mutuatario. Inoltre, a differenza del mutuo, che è contratto reale, l'apertura di credito si perfeziona con l'accordo delle parti ed è quindi contratto consensuale. Le somme restano di proprietà della banca: il cliente ha il diritto potestativo di utilizzarle, sicché il trasferimento del denaro integra un momento eventuale, che attiene alla fase esecutiva del contratto. Il patrimonio dell'accreditato si arrichisce comunque di un quid pluris apprezzabile come valore in sé e per sé considerato. Tale quid pluris è appunto la disponibilità di denaro presso la banca e si tratta di un valore aggiunto, di una particolare qualità del sovvenuto in quanto si presume si tratti di soggetto meritevole di credito ed in grado di produrre reddito. Poiché costituisce una delle principali forme di erogazione bancaria ed incide sul rischio d'impresa e sulla liquidità del sistema creditizio, infatti, l'apertura di credito è circondata dalla legge e dalla normativa di vigilanza da una serie di cautele finalizzate a limitare il rischio di concessioni prive di sufficienti aspettative di rientro. La conclusione del contratto è preceduta da una serie di adempimenti preliminari diretti ad accertare la meritevolezza del richiedente ed a dimensionarne l'entità dell'affidamento concedibile. Tali adempimenti sono definiti “istruttoria fidi” ed in essi l'affidato deve fornire una serie d'informazioni circa la sua situazione patrimoniale e la sua attività, informazioni che, previ gli opportuni riscontri, dovrebbero offrire alla banca gli elementi di giudizio per una consapevole e prudente decisione. Quanto alla stipulazione dell'apertura di credito, oltre ai requisiti comuni ad ogni contratto bancario (forma scritta ad substantiam, serie di requisiti minimi, ecc.), nel caso di aperture di credito in conto corrente a favore di soggetti definibili consumatori, l'art. 126 detta alcune prescrizioni aggiuntive: il contratto deve indicare, a pena di nullità, oltre al tasso annuo ed al dettaglio analitico degli oneri applicabili anche le condizioni che possono modificare tali dati in sede di esecuzione, il massimale e l'eventuale scadenza del credito, nonché le modalità di recesso dal contratto.

APERTURA DI CREDITO SEMPLICE ED IN CONTO CORRENTE Se non diversamente convenuto, il cliente può utilizzare il credito in più volte, secondo le forme d'uso (in reatà inesistenti), e può con successivi versamenti ripristinare la sua disponibilità. Sulla base di tale norma distinguiamo apertura di credito in conto corrente ed apertura di credito semplice. Nel primo caso, l'accreditato non solo può attingere in più riprese alla disponibilità concessagli dalla banca, ma può anche ripristinarla, in tutto o in parte, con versamenti successivi. Nella seconda ipotesi, invece, l'accreditato, pur essendo obbligato ad utilizzare l'intera disponibilità in un unico momento, non può successivamente ripristinarla, sicché i versamenti che egli fa alla banca, assumono funzione immediatamente satisfattoria del credito di questa. L'apertura di credito in conto corrente è considerata dalla legge la forma “normale”, poiché si realizza ogni volta in cui non è riscontrabile patto contrario. Di fatto, l'apertura di credito s'inserisce, quasi sempre, nel contratto di conto corrente di corrispondenza, integrando il negozio costitutivo della provvista, sicché l'utilizzazione della disponibilità si realizza in tutte le forme consentite da tale contratto. Ai sensi dell'art. 1843, 2° comma, gli utilizzi devono avvenire presso la sede della banca ove è stato stipulato il contratto. Tuttavia, la norma fa salvi i patti contrari, i quali solitamente consentono che talune operazioni siano eseguibili anche presso altre filiali della banca o presso banche corrispondenti. APERTURE DI CREDITO ALLO SCOPERTO E GARANTITE L'apertura di credito può essere stipulata dalla banca sulla fiducia, a seguito di una positiva valutazione delle capacità patrimoniali e della correttezza dell'affidato, tali da far ragionevolmente presumere un puntuale rientro al termine del contratto. Molto spesso, tuttavia, la banca subordina la concessione o il mantenimento del fido alla prestazione di adeguate garanzie personali o reali. Ove la garanzia sia richiesta e prestata la momento stesso della costituzione del rapporto creditizio, si tratta di garanzia per debiti futuri, dipendenti dall'utilizzazione della provvista. Pur non essendo determinata l'entità del credito garantito, è determinato e certo il rapporto giuridico dal quale il credito è destinato a sorgere e dunque la garanzia è pienamente valida. Se, invece, la garanzia è costituita quando il rapporto è già esistente, essa abbraccia tanto il debito in essere in quel momento quanto quello che verrà a crearsi per effetto delle future utilizzazioni. Quanto all'apertura di credito garantita, l'art. 1844 c.c. fissa due principi fondamentali. Il primo si collega alla regola dell'accessorietà delle garanzie, in forza del quale queste si estinguono allorché si estingue il debito garantito: qui invece la legge si preoccupa di affermare che le garanzie permangono nella loro interezza fino al termine del rapporto, anche quando il debito dell'accreditato, a seguito di versamenti ripristinatori, si riduca o si annulli. Ciò poiché il cliente conserva il diritto di disporre, attraverso nuovi prelievi, sino all'ammontare massimo dell'apertura di credito. Il secondo principio, presupponendo che la dazione della garanzia abbia rappresentato una condizione essenziale per la concessione del fido, consacra l'immutabilità del rapporto quantitativo tra garanzia e credito per tutta la durata del contratto. Dunque, se per qualsiasi ragione la garanzia diviene insufficiente, la banca può chiedere all'affidato la sua integrazione. Nel caso in cui l'affidato non voglia o non possa provvedere, la banca ha il diritto di ridurre proporzionalmente l'ammontare dell'apertura di credito o addirittura recedere dal contratto. Per quanto riguarda le specifiche garanzie, nulla di speciale è detto riguardo l'ipoteca, che quindi continua ad essere regolata dalle norme generali. Il pegno, invece, è disciplinato in

via contrattuale dagli schemi uniformi e assume quindi connotati particolari. Problemi erano posti dal pegno omnibus, cioè quello che estende automaticamente la garanzia pignoratizia ad altri e diversi affidamenti successivamente concessi o quello che sottopone automaticamente a pegno anche altri beni del cliente che siano a qualsiasi titolo pervenuti alla banca. La giurisprudenza maggioritaria ha ritenuto inesistente la prelazione su beni non partitamente e specificamente individuati nella scrittura costitutiva originaria o in una successiva scrittura integrativa di quella originaria. In termini differenti l'orientamento sul pegno rotativo, caratterizzato dalla sostituzione dei beni originariamente vincolati con altri di pari valore, ad esempio perché il finanziamento eccede la vita economica del bene vincolato (come i buoni del tesoro). La Cassazione si è orientata nel riconoscere la prelazione con effetti ex tunc, sempre che i nuovi beni, al momento della sostituzione, siano individuati in una scrittura di data certa e sempre che il loro valore non sia superiore a quello dei beni originari. Accanto alle tradizionali garanzie reali, assumono importanza centrale le garanzie personali: le banche utilizzano molto la fideiussione per l'apertura di credito a società perché diminuiscono i rischi derivanti dall'autonomia patrimoniale perfetta di alcuni tipi di società; la responsabilità illimitata dei soci, esclusa dal diritto societario, è recuperata tramite la prestazione di una garanzia fideiussoria. Anche la fideiussione ha assunto caratteri particolari in ambito bancario, tanto da far parlare di fideiussione bancaria o fideiussione omnibus. Attraverso di essa, il garante si obbliga non solo per le obbligazioni già in essere al momento della prestazione della garanzia, ma anche per tutte le obbligazioni future che sorgano, a qualsiasi titolo, fra la banca e il debitore principale, senza limiti d'importo e persino nel caso in cui la banca abbia deciso di finanziare un soggetto ormai insolvente. E se questo poteva essere giustificato al cospetto di garanzie prestate dai soci per le società da loro controllate o amministrate, sempre in grado di controllare l'andamento del rapporto creditizio con le loro società, non lo era nel caso in cui il fideiussore fosse un terzo rispetto al debitore principale, senza possibilità di conoscere e censurare lo sviluppo dei suoi futuri rapporti con la banca. Dottrina e giurisprudenza, inoltre, almeno in parte, sostenevano l'indeterminatezza ed indeterminabilità dell'oggetto del contratto. La cassazione, tuttavia, riteneva che l'oggetto fosse determinabile per relationem con riferimento alla normale operatività bancaria, con il limite generale derivante dall'osservanza del dovere di correttezza e buona fede nell'esecuzione dei contratti. Tali temperamenti non erano sufficienti e così la l. 154/1992 introduce il principio per cui la fideiussione per obbligazioni future è valida solo se prevede un limite massimo d'importo garantito ed introduce anche la previsione per cui non il fideiussore non può rinunciare preventivamente ad avvalersi della liberazione allorché la banca, senza specifica autorizzazione del garante, abbia concesso credito al debitore principale conoscendo, o dovendo conoscere, che le condizioni patrimoniali di questo sono divenute tali da rendere notevolmente più difficile il loro soddisfacimento. Entro questi più ragionevoli connotati, la fideiussione bancaria presenta comunque ancora caratteri peculiari. Fino a qualche anno fa le NBU stabilivano che il fideiussore restasse obbligato anche quando fosse stata dichiarata invalida, risolta o rescissa l'obbligazione principale. La giurisprudenza riteneva valida la clausola, seppure la fideiussione si trasformava in contratto autonomo di garanzia. Quest'interpretazione può reputarsi ragionevole dato che l'invalidità del negozio in base al quale la banca ha erogato una certa sovvenzione non elimina, ed anzi implica, il dovere del cliente di restituire quanto ricevuto. In base a tale rilievo, la clausola è poi stata riformulata specificando che la garanzia non investe l'obbligazione invalida ma il dovere di restituire le somme erogate. Secondo aspetto di autonomia dell'obbligazione di garanzia rispetto all'obbligazione

principale gioca sul piano delle eccezioni sollevabili dal fideiussore. In deroga all'art. 1945 c.c. che consente a costui di oppore al creditore garantito le medesime eccezioni sostanziali che avrebbe potuto opporgli il debitore principale, le NBU stabiliscono che il garante è tenuto a “pagare immediatamente alla banca, a semplice richiesta scritta, tutto quanto dovuto per capitale, interessi, spese, tasse ed ogni altro accessorio”. In ogni caso la pattuizione sembra incontrare un limite generale nel disposto dell'art. 1462, ai sensi del quale la rinuncia alla facoltà di opporre eccezioni al fine di evitare o ritardare la prestazione dovuta non ha effetto per le eccezioni di nullità, annullabilità e rescissione del contratto. Un ultimo aspetto che va segnalato è quello della durata. In linea di principio, la garanzia, se prestata a fronte di un rapporto a tempo indeterminato, non ha un termine di scadenza ed è destinata ad estinguersi solo con la cessazione dei contratti garantiti. Tuttavia, poiché l'ordinamento non consente l'assunzione di obbligazioni perpetue, al fideiussore è sempre consentito di recedere dal contratto, dandone comunicazione alla banca. In tal caso il garante resta comunque obbligato nei limiti del saldo esistente nel momento in cui il recesso è divenuto operativo. 14 - Recesso dal contratto = Tutte le vicende che riguardano la persona, possono giustificare il recesso. La disciplina del recesso è contenuta nell’art. 1845, in cui contiene una disciplina che sarebbe applicabile a tutti i rapporti tra banca e cliente. La norma prevede che salvo patto contrario, la banca può recedere anticipatamente dal contratto a tempo determinato purché in presenza di una giusta causa. In questo caso quando la banca comunica il recesso, il cliente da quel momento perde automaticamente il diritto di utilizzazione del credito. Dalla risoluzione del rapporto insorge il diritto della banca di pretendere il rientro della restituzione delle somme prelevate. Questo diritto, sorge a seguito di un cosiddetto preavviso di almeno 15 giorni. Giusta causa di recesso: si ritiene che giusta causa siano tutti quegli eventi che possano andare ad incidere sulla solvibilità del cliente sull’equilibrio contrattuale di tutti quegli eventi tali da mettere in dubbio il rientro finale della banca. Deve pero trattarsi di situazioni oggettive e verificabili. A seguito degli accordi di Basilea che introducono una serie di regole più rigide in tema di erogazione di credito e di garanzie ci si è trovati di fronte ad ipotesi in cui le banche hanno sostenuto che la giusta causa di recesso fossero le regole che imponevano i contratti di apertura di credito. Questa necessità della giusta causa si ha solo se il contratto è stipulato a tempo determinato. Nel caso in cui l’apertura di credito sia stipulata a tempo indeterminato, l’art 1845 prevede che entrambe le parti hanno diritto di recedere dal contratto con un preavviso che può essere stabilito secondo gli usi e viene indicato in 15 giorni. Il preavviso fa sì che il contratto scada alla scadenza del preavviso sicché in un contratto di apertura di credito a tempo determinato se comunico il recesso oggi e il termine di preavviso è di 15 giorni, tutte le facoltà del contratto rimangono attive fino allo scadere del 15 giorno. Nel contratto di apertura di credito a tempo indeterminato la banca ha il vantaggio di non dover giustificare in linea formale il proprio recesso. Questo termine di preavviso è stato oggetto di clausole che lo riducevano a termine irrisori e sono state ritenute invalide. La rottura brutale del credito: scioglimento unilaterale della banca, ma ogni situazione va esaminata caso per caso.

(oppure Recesso apertura di credito: ESTINZIONE DEL CONTRATTO) Oltre le cause previste dalla legge per i contratti in generale, l'apertura di credito si estingue anche per ragioni dipendenti dall'intuitus personae che caratterizza il rapporto. Si ritiene pertanto che la morte dell'accreditato ponga termine al contratto, così come la sua sopravvenuta incapacità. Ulteriori cause di cessazione del rapporto sono la scadenza del termine e il recesso. La prima è tipica dei contratti a tempo determinato; la seconda, se pur possibile anche per questi, costituisce la naturale causa di scioglimento dei contratti a tempo indeterminato. La banca, infatti, può recedere anticipatamente anche dal contratto a tempo determinato, purché in presenza di una giusta causa. La dichiarazione di recesso, giunta nella sfera giuridica del destinatario, sospende immediatamente il diritto di utilizzazione del credito mentre il pagamento del saldo potrà essere chiesto dalla banca trascorso un termine non inferiore a giorni quindici. Tuttavia, se il cliente è caduto in stato di insolvenza, abbia diminuito per fatto proprio le garanzie esistenti o non abbia prestato le garanzie promesse, la banca può esigere statim (all'istante) l'intera prestazione. Sono giusta causa sicuramente tutti i fatti d'inadempimento dell'affidato che assumano una qualche rilevanza nell'economia del rapporto. Sono giusta causa anche situazioni obiettive non ascrivibili a condotte imputabili al cliente, ma tali da porre ragionevolmente in forse il rientro finale della banca. Deve in ogni caso trattarsi di ragioni oggettivamente verificabili. Nel caso in cui l'apertura di credito sia stipulata a tempo indeterminato, entrambe le parti hanno il diritto di recedere dal contratto, salvo l'obbligo di preavviso, la cui durata è rimessa alle parti e agli usi, ed in mancanza di questi fissato dalla legge in quindici giorni. Sino alla scadenza del preavviso, il contratto è ancora operante. Ove il recesso della banca sia sorretto da giusta causa, tuttavia, l'utilizzo del cliente è immediatamente sospeso ed il preavviso funziona soltanto ai fini dell'esigibilità del saldo. Illustrata la disciplina legale del recesso, occorre analizzare il recesso nella contrattualistica bancaria. Anzitutto, il principio per cui il recesso dall'apertura di credito a tempo determinato dev'essere sorretto da giusta causa è ritenuto espressamente derogabile dall'autonomia privata e quindi la situazione è esattamente rovesciata: la banca può recedere dal contratto a tempo determinato anche in assenza di una giusta causa, vanificando la previsione di un termine finale alle reciproche obbligazioni. L'illogicità della soluzione è evidente ma de iure condito è difficile sostenere la nullità della pattuizione delle NBU. Difficilmente l'espressione “patto contrario” può essere interpretata a favore del solo cliente. Tuttavia, le stesse NBU introducono un'eccezione a tale principio qualora il contratto d'apertura di credito intercorra con un consumatore. Quanto agli effetti del recesso, le NBU stabiliscono che la revoca del fido sospende immediatamente l'utilizzo del credito. Tale regola si applica anche in assenza di giusta causa. Lo norme bancarie sanciscono inoltre che l'accreditato deve provvedere a restituire quanto dovuto per capitale, interessi, spese ed altri accessori entro un termine la cui durata è rimessa alla determinazione delle parti, ma comunque non inferiore ai quindici giorni. Per quanto concerne le aperture di credito a tempo indeterminato, la modulistica conferma che la banca può recedere ad nutum dal contratto, dando al cliente un preavviso, la cui durata è rimessa alle pattuizioni individuali. Tale preavviso, peraltro, serve soltanto ai fini dell'esigibilità del credito vantato dalla banca, avendo il recesso l'effetto di sospendere immediatamente l'utilizzo (anche quando non sussista giusta causa). Sulla base di queste norme nettamente sfavorevoli per i clienti si è spesso dubitato della loro legittimità. In giurisprudenza si è svillupato un orientamento che ritiene illegittima la cosiddetta revoca

“brutale” del fido, intendendo per tale il recesso che, in linea concreta, assuma connotati del tutto imprevisti ed arbitrari, in quanto contrastante con la ragionevole aspettativa di chi, in base all'assoluta normalità commerciale dei rapporti in atto, abbia considerato di poter disporre della provvista per un determinato periodo di tempo. Una tale revoca è idonea a fondare una responsabilità risarcitoria, se non addirittura l'inefficacia del recesso. Il principio ora esposto è stato recentemente applicato anche all'apertura di credito a tempo determinato ed anche per recessi in cui sia stata strumentalmente invocata l'esistenza di una giusta causa. La cessazione della disponibilità conseguente all'esercizio del recesso pone il problema della sorte degli atti d'utilizzazione posti in essere prima del ricevimento della comunicazione della banca ma non ancora eseguiti. In linea di principio si dovrebbe ritenere che essi vadono ugualmente eseguiti ma ciò porterebbe al rischio di una fraudolenta antedatazione dei documenti. Pertanto, la clausola pattizia stabilisce che “il cliente è tenuto a costituire senza dilazione i fondi necessari per il pagamento degli assegni tratti prima del ricevimento della comunicazione di recesso, dei quali non sia decorso il termine di presentazione”. 15- La fideiussione = Nella fideiussione c’è la “clausola omnibus”, che è una garanzia personale prevista dalla legge del ’92 disciplinata dall’art. 1936 e seguenti. Si caratterizza dalla presenza di due clausole: la garanzia a prima richiesta e senza eccezioni (responsabile dell’alterazione dell’originario tipo legale) e la clausola estensiva (estende la copertura fideiussoria a tutti i debiti che un determinato soggetto si troverà ad avere nei confronti della banca). Non è valida una fideiussione che non abbia un tetto massimo stabilito precedentemente. Normalmente la banca, per erogare nuovo credito al soggetto garantito, deve ricevere il consenso del garante. Fino al ’93, i contratti con la banche potevano anche essere verbali. Dal ’93 in poi, si è invece imposto il contratto di tipo scritto obbligatoriamente. 16 - Le garanzie =(PEGNO) La garanzia può essere personale o reale. Quella personale, come la fideiussione è quando un soggetto terzo si impegna col proprio patrimonio a garantire il cliente. Quella reale invece sono il pegno e l’ipoteca. Le aperture di credito vengono contratte per lungo periodo o a tempo indeterminato, soprattutto quando sono legate all’esercizio di un attività economica. Le garanzie diventano importanti perché il cliente avrà sempre la garanzia pattuita all’inizio. La garanzie offerte dal codice civile appaiono troppo rigide per le esigenze dei clienti della banca. La garanzia tradizionale ha un limite negativo anche per l’istituto bancario, perché è un contratto valido a patto che sia effettivamente individuato il suo ammontare, perché l’oggetto della garanzia deve essere individuato, al fine della validità del contratto. Con il tempo le banche hanno preso l’abitudine di inserire clausole particolari che vanno ad incidere sulla natura del contratto di garanzia. Con riferimento al pegno, una di queste clausole, è quella definita “OMNIBUS”. Queste clausole possono avere 2 obiettivi: il primo è quello di dire che la garanzia andrà a coprire

qualsiasi debito del cliente, il secondo è quello di diventare un pegno rotativo, ossia che viene utilizzata quando l’oggetto della garanzia sono titoli o azioni (strumenti finanziari), e la possibilità di effettuare un investimento come acquistare dei titoli e utilizzare questo investimento come garanzia per avere denaro, è molto appetibile. Ma poiché l’apertura di credito è destinata a durare per molto tempo, il vincolo non può essere molto incidente. Da qui l’invenzione del pegno rotativo, che ha ad oggetto depositi di titoli di credito e strumenti finanziari e permette al cliente di sostituire nel corso del rapporto questi titoli, con altri, purché venga mantenuto il valore complessivo della garanzia. Una situazione analoga si ha quando viene concessa in pegno, un’intera azienda, in cui il debitore non rimane vincolato e non può fare operazioni sull’azienda ma l’imprenditore può comunque andare a modificare secondo le esigenze e al tempo stesso ottenere la garanzia. Altra particolarità è l’utilizzo della clausola omnibus con riferimento alla fideiussione: l’utilizzo di questa clausola ha una serie di importanti conseguenze sulla stabilità ed equilibrio del contratto. Nella fideiussione, il garante tutela il debitore, quindi risponde di tutti i debiti del cliente della banca con tutto il proprio patrimonio, quindi pone il problema di totale indeterminatezza, perché mentre nel pegno, si ha uno o più beni che sono l’oggetto della mia garanzia e quindi anche a fronte del cambiare dell’esposizione del beneficiario dell’apertura di credito, si avranno sempre i beni che rispondo alla garanzia, nella fideiussione, ci si trova nella situazione in cui il patrimonio rimane immutato mentre il debito può variare in corso di rapporto e diventare indeterminato, con grandi conseguenze per il garante. La discussione giurisprudenziale indusse ad un intervento normativo con la legge 594 del ‘92 che ha previsto l’obbligatorietà di un tetto massimo alla garanzia, per dare determinabilità. Quindi nel momento in cui viene concluso il contratto di garanzia, il garante risponderà fino al tetto massimo. Vi è poi un obbligo della banca, di inviare delle comunicazione al soggetto titolare della garanzia per comunicare eventuali modifiche, su tutti gli eventi che vanno a toccare l’importo garantito. Una clausola tipica che è stata dichiarata invalida e per questo motivo è stata sostituita, prevede che il fideiussore in deroga all’art.1939, resta obbligato all’obbligazione principale. Un aspetto in connessione al quale si vedono i particolari collegamenti tra garanzia e apertura di credito è il profilo inerente la durata dei due contratti. Chi recede da un contratto di garanzia, risponde fino al giorno in cui si comunica il recesso, dell’ammontare della somma. 17 - IL PRINCIPIO DI TRASPARENZA Il valore della trasparenza, in ambito bancario, entra in gioco con riferimento ad un complesso di norme intese a garantire che gli istituti di credito forniscano un'informazione chiara ed esauriente sugli elementi essenziali del rapporto contrattuale e sulle sue eventuali variazioni. Da un lato tali normative tendono a colmare il gap informativo che potrebbe portare il cliente ad assumere obbligazioni di cui non era consapevole o non pienamente cosciente; questa finalità di protezione del contraente debole vengono meno per i rapporti con altre banche o soggetti equiparati. Da altro lato, le normative hanno l'ulteriore finalità di innescare meccanismi virtuosi nell'ottica concorrenziale, sul presupposto che la preventiva e adeguata conoscenza delle condizioni dei futuri rapporti possa indurre la clientela ad un confronto fra l'offerta delle singole banche. Vediamo le principali prescrizioni in materia di trasparenza. L'art. 116 comma 1 TUB prescrive che presso i locali di ogni banca siano pubblicizzati i

tassi d'interesse, i prezzi, le spese per le comunicazioni alla clientela ed ogni altra condizione economica relativa alle operazioni ed ai servizi offerti, ivi compresi gli interessi di mora e le valute (date di maturazione degli interessi) applicate, nonché il tasso effettivo globale medio (TAEG) per le operazioni di finanziamento comunque denominate, senza rinvio alcuno agli usi. Inoltre, per repressione dell'usura, le banche devono esporre nei loro locali un avviso contenente la classificazione delle operazioni creditizie ed i tassi “soglia” determinati dal Ministero del Tesoro. Strumenti tipici di informazione sono gli avvisi, i fogli informativi e i documenti di sintesi: tutti questi documenti vanno messi a disposizione del cliente, devono essere asportabili, datati, tempestivamente aggiornati e conservati per 5 anni. L'art. 117 ha introdotto per tutti i contratti bancari la forma scritta ad substantiam, sanzionando con la nullità la violazione della norma; nuliltà relativa in quanto può essere invocata solo dal cliente e non anche dalla banca. Una copia del contratto va sempre consegnata al cliente. L'obbligo formale, tuttavia, non ha portata assoluta: il secondo comma dello stesso articolo consente al CICR di stabilire che determinate operazioni, per comprovate ragioni tecniche, possano essere concluse anche in altra forma. Il CICR ha poi demandato alla Banca d'Italia l'individuazione delle relative fattispecie: operazioni e servizi effettuati in esecuzione di previsioni già contenute in contratti redatti per iscritto; operazioni e servizi prestati in via occasionale di valore non superiore a 5.000 €; l'emissione di moneta elettronica attraverso carte di pagamento non ricaricabili. Sempre nell'ottica di fornire alla clientela un'informazione esauriente su taluni aspetti ritenuti di particolare rilevanza, la legge stabilisce che in tutte le operazioni bancarie debbono essere obbligatoriamente specificati i tassi d'interesse, la periodicità della loro capitalizzazione, ed ogni prezzo o condizione praticata; se si tratta di contratti di credito, vanno specificati anche gli interessi di mora. Resta da chiarire se l'indicazione dei tassi, dei prezzi, ecc. esiga necessariamente che il contratto li determini direttamente e numericamente o se sia possibile anche un'indicazione per relationem. Si deve ritenere che non occorra un'indicazione diretta e numerica, essendo sufficiente il riferimento a parametri esterni al contratto e non influenzabili dalla banca, purché dotati di sufficiente oggettività, consentendo la determinazione del tasso attraverso un semplice calcolo aritmetico. Resta invece escluso qualsiasi rinvio agli usi. La violazione dei precetti sul contenuto minimo dei contratti bancari non comporta invalidità del contratto; è semplicemente prevista l'integrazione ex lege. L'ottica della trasparenza e della consapevolezza da parte della clientela investe anche il momento esecutivo del contratto allorché si tratti di un rapporto destinato a svolgersi nel tempo. Per tale motivo, la banca è tenuta a fornire una comunicazione “completa e chiara” circa lo svolgimento del rapporto almeno una volta l'anno e, in ogni caso, al termine del contratto (art. 119 TUB). Il contenuto e le modalità delle comunicazioni sono demandate ad una deliberazione del CICR, la quale prescrive la loro analicità: le comunicazioni devono comprendere una rendicontazione completa sullo svolgimento del rapporto ed una versione aggiornata del “documento di sintesi”. Per il contratto di conto corrente, è obbligatorio l'invio dell'estratto conto, dove sono registrate tutte le movimentazioni in dare e in avere intervenute nel periodo di riferimento, con segnalazione del saldo iniziale e finale. Al riguardo, l'art. 119 non sanziona direttamente il comportamento omissivo della banca ma è ius receptum che l'avente diritto possa ottenere la condanna ad adempiere e portarla ad effetto mediante esecuzione coattiva per consegna.

3. LIMITI IN TEMA DI VALUTE I dati da indicare espressamente nei contratti bancari non incidono sull'equilibrio del contratto, poiché la banca resta libera di applicare anche condizioni estremamente

sfavorevoli se esse siano già menzionate negli avvisi esposti e poi accettate dalla clientela in sede di negoziazione individuale. È invece limitativa della libertà contrattuale della banca la previsione dell'art. 120 in base al quale le banche devono concedere valuta nel giorno medesimo del versamento per le somme di denaro, gli assegni circolari e gli assegni bancari tratti sulla medesima succursale. La regola muove dalla constatazione che in questi casi le somme versate entrano immediatamente nella disponibilità della banca; sicché sarebbe del tutto ingiustificato dilazionare il momento in cui esse iniziano a produrre interessi a favore del cliente. L'ambito di applicazione della norma, tuttavia, è molto limitato in quanto non comprende i casi più frequenti di versamento d'assegni bancari tratti su altre banche o su altre succursali della stessa banca. 18 - . Sconto bancario = (debitore/terzo -> imprenditore/cliente -> banca) Lo sconto è un’anticipazione di un credito che l’imprenditore sta attendendo da terzi, ossia un credito che ha l’obiettivo primario di anticipare liquidita all’impresa. Con il contratto di sconto l’imprenditore si fa anticipare il credito verso terzi, documentando l’esistenza di credito verso terzi attraverso fatture. Il vantaggio per l’impresa è che può garantirsi liquidità sulla base aziendale. La banca ci guadagna perché sulle fatture scontate la banca trattiene una percentuale concordata col cliente in ragione del credito, che è proprio la commissione del costo bancario è che viene chiamato sconto. Lo sconto raduna in se due contratti: la banca anticipa un credito (contratto di finanziamento), che però avviene sulla base di una cessione sottostante, ossia l’imprenditore cede alla banca quel credito rappresentato dalla fattura e si applica il meccanismo tradizionale della cessione del credito. A seguito dell’anticipazione, la banca diventerà creditrice del terzo ceduto, in forza della cessione del credito sottostante. La cessione del credito può essere pro-soluto o pro-solvendo. La cessione pro-soluto è quando il cedente si libera del debito e pro-solvendo è quando il cedente rimane responsabile con il debitore del saldo. Nell’esempio bancario la cessione è sempre pro-solvendo. Se il terzo non paga si creano problemi di rapporti tra le parti. La banca in questo caso può decidere in quanto cessionaria, se agire nei confronti del terzo, o di non agire in via esecutiva e rivolgersi direttamente al soggetto. Attraverso questo meccanismo la banca si garantisce la solidarietà col soggetto. Quando si parla di contratto sconto, si parla di sconto di ogni fattura. Molto spesso però le imprese concludono contratti che sono definiti “castelletti di sconto”, ossia la banca sistema le fatture di un’impresa fino ad un determinato importo. Quindi sarà l’imprenditore a decidere quante fatture scontare. Questo rapporto diventa quindi sistematico garantendo una minima distribuzione di liquidità. Lo sconto ha anche un’utilità organizzativa: per molte imprese, la banca funge da segreteria amministrativa perché la banca farà presente delle fatture che devono i debitori al soggetto e garantisce il pagamento. Lo sconto va redatto in forma scritta e può essere effettuato a fronte di qualsiasi credito, quindi anche su un ordine tra un imprenditore e un terzo. Ma l’ipotesi più frequente e scambiare fatture, cambiali o assegni. Questi garantiscono una maggiore coercibilità del credito. La fattura per legge fa piena prova fra imprenditori ed è normale quando si ha una fattura non pagata, chiedere un decreto ingiuntivo e quindi intimare con forme giudiziarie un pagamento. Ciò ancora di più

nei casi di cambiali e assegni perché sono titoli esecutivi e il decreto ingiuntivo è immediato e sulla base di questi titoli posso precettare il pagamento e procedere con il pagamento forzato. Quindi la banca sa che il debito verso il terzo sarà agevolmente pagabile. Lo sconto è comunque una forma di finanziamento, la banca pone in essere le caratteristiche della istruttoria fidi, volta ad accertare la solvibilità dell’imprenditore. La banca quindi valuta la natura dei crediti che l’imprenditore offre per lo sconto e valuterà la capienza dell’imprenditore che richiede lo sconto: si dice che quando l’imprenditore presenta dei crediti allo sconto si parla di bancabilità, perché i crediti sono facilmente recuperabili ed esigibili. Un’altra ragione per cui si preferisce lo sconto di cambiali e assegni è perché questi sono titoli di credito e si crea una divaricazione tra il rapporto sottostante e il credito incorporato nel titolo. Sicché di fronte alla richiesta di saldare una cambiale, l’emittente non può far valere eccezioni nascenti dal rapporto sottostante e che non risultino dal titolo (limitate perché vale il principio della letterabilità del credito, ossia il contenuto è ancorato a ciò che viene riportato sul titolo). Si dice che il contratto di sconto è concluso solo quando il debitore ceduto abbia integralmente pagato sia l’importo dello sconto, sia del debito, o quando l’imprenditore cedente abbia rimborsato i soldi prestati dalla banca. Se l’imprenditore paga direttamente, la cessione si risolve e rientra nella titolarità dei rapporti nei confronti del proprio debitore (banca). 19 - Capitalizzazione degli interessi = (anatocismo) Può essere considerata un fenomeno neutro, per cui gli intessi che maturano in un determinato lasso di tempo e vengono accreditato in conto, vengono accorpati al capitale. Vengono a costituite anch’essi parte di quella somma su cui decorrono gli interessi, perché si basa sugli interessi della banca sia a credito, sia a debito, del cliente. Questo non comporta uno squilibrio contrattuale. Lo squilibrio si crea invece, se vengono stabiliti periodi di capitalizzazioni differenti, come accadeva negli anni ’90. Era prevista una capitalizzazione annuale per gli interessi creditori, e una trimestrale per gli interessi a debito del cliente. Questo squilibrio era stato denunciato ma per lungo tempo la giurisprudenza aveva ritenuto che non ci fosse nelle clausole, una violazione di norme di legge. Divieto di anatocismo: secondo questa norma è possibile ammettere il diritto agli interessi sugli interessi, con un esplicito contratto tra le parti e sempre che si tratti di interessi di almeno 6 mesi. Per questo le clausole non erano a norma se erano a favore della banca, per gli interessi trimestrali. La corte di cassazione dichiara, con la sanzione di nullità, la nullità delle clausole di capitalizzazione trimestrale per contrarietà ad una norma imperativa di legge. Il legislatore nel 1999 con un decreto “salva interessi” ha stabilito che sarebbe stato delegato al CICR, il compito di stabilire modalità e criteri per la produzione degli interessi sugli interessi. In questo modo il legislatore ci dice: la produzione degli interessi sugli interessi è LEGITTIMA. Con questo si stabilisce la legittimità dell’anatocismo bancario. Ma ha un limite: la periodicità del conteggio degli interessi deve essere uguale tra gli interessi a debito e credito. Quindi le banche si sono adeguate stabilendo una periodicità semestrale uguale sia per i saldi debitori che per quelli creditori.

Il governo ha il diritto di stabilire la retroattività di norme e clausole. Questo comporta che secondo i giudici, per tutti i rapporti creati prima del 1999, il cliente ha diritto al ricalcolo degli interessi, senza la capitalizzazione. Questo può portare ad un credito nei confronti della banca, perché il cliente si può trovare ad aver versato somme non dovute in forza di clausole che si sono rivelate invalide. Laddove la clausola è nulla, la banca non può operare capitalizzazione, quindi ha livello di importi c’è una differenza notevole, rispetto al debito del cliente nei confronti della banca. Le contestazioni che si possono sviluppare nei confronti della banca si possono muovere anche molti anni dopo. Chiunque potrebbe, andare a sindacare sulla legittimità di rapporti conclusi anteriormente all’anno 2000. Dopo la conclusione del rapporto ha diritto a controllare il rapporto con la banca entro 10 anni dalla chiusura di questo rapporto. Le esigenze della tutela della clientela e dell’equilibrio contrattuale, sembra essere uno squilibrio. La banche ribadiscono un uso normativo. La quantità di sentenze in materia, denota che i problemi interpretativi non sono del tutto risolti. 19 - OPERAZIONI BANCARIE ED USURA Problemi nei rapporti con le banche sono stati posti anche dalla l. 108/1996 contro l'usura. L'art. 644 c.p. novellato recita che va punito chiunque “si fa dare o promettere, sotto qualsiasi forma, per sé o per altri, in corrispettivo di una prestazione di denaro o di altra utilità, interessi od altri vantaggi usurari”. Sono interessi usurari quelli che superano il “tasso soglia” determinato trimestralmente dal Ministro del tesoro. Anzitutto, la sanzione civile dettata dall'art. 1815 c.c. è espressamente dettata per il contratto di mutuo ma nulla è detto per altri e diversi contratti di finanziamento, per i quali esiste comunque la rilevazione ministeriale del tasso soglia. Alcuni sostengono l'applicazione dell'art. 1815 anche in questi casi ma la soluzione desta dubbi, presentando la sanzione in questione evidenti connotati di eccezionalità. Va quindi constatato che la clausola comportante la corresponsione di interessi usurari è nulla per contrasto con norme imperative di legge, sicché la situazione che si realizza è quella che si avrebbe nel caso di un contratto di finanziamento in cui nulla è stabilito in materia di interessi. Si deve così ritenere che, in via generale, andrebbe applicata la norma suppletiva che fa riferimento al tasso legale; nel caso specifico di finanziamenti bancari, tuttavia, appare più fondato ritenere che scattino le norme integrative speciali previste dal TUB per il caso di assenza o nullità delle pattuizioni in tema di interessi. Il problema che ha destato maggiori discussioni è però quello riguardante l'usurarietà sopravvenuta. Quali conseguenze si verificano allorché, stipulato un mutuo a tasso fisso, gli interessi, perfettamente legittimi al momento della conclusione del contratto divengano usurari nel corso del rapporto? A sciogliere i dubbi è giunta la norma d'interpretazione autentica del d. lgs. 34/2000, secondo il quale, nei mutui a tasso fisso, il giudizio sull'usurarietà del tasso va riferito al momento in cui esso è pattuito, indipendentemente dal momento in cui, poi, gli interessi saranno corrisposti.

20 - CARTA DI CREDITO In spregio al progressivo sviluppo del ruolo rivestito dalle carte di credito ed ai ripetuti tentativi della dottrina d'inquadrare tali mezzi di pagamento nell'ambito dei fenomeni creditizi, delineandone natura giuridica e tipologie, nel nostro ordinamento non si rinviene alcun intervento legislativo volto a disciplinare specificamente la materia. Attraverso l'utilizzo di una carta munita di banda magnetica o di un microchip è consentito al titolare di essa acquistare beni o servizi senza dover ricorrere all'uso di denaro contante. Ciò in quanto la somma corrisposta verrà addebitata direttamente sul conto corrente del solvens. Poiché, peraltro, tale addebito ha luogo solo trascorso un certo lasso di tempo (normalmente 30 giorni), il titolare della carta gode del vantaggio di differire il pagamento dei beni o servizi acquistati. Dal punto di vista dell'esercente convenzionato, invece, la carta di credito è vantaggiosa in quanto protegge dal rischio di un eventuale inadempimento, obbligando la banca. Discorso diverso vale per le carte prepagate, in cui la prestazione è già pagata e non vi è necessità di dilazionare il pagamento. Ad ogni modo, le carte di credito si distinguono in bancarie e non bancarie: le prime sono emesse da banche o società di servizi dalle prime incaricate e sono caratterizzate dall'esistenza di un limite di spesa mensile prefissato; le secondo sono emesse da società finanziarie o altre organizzazioni che se ne assumono in proprio la gestione ed il rischio, senza limiti di spesa predeterminati. La carta di credito non è giuridicamente qualificabile come titolo di credito bensì come mero documento di legittimazione o di riconoscimento. In realtà la semplice esibizione della carta non è sufficiente per ottenere la vendita di beni o servizi dall'esercente. Questo, in virtù della convenzione associativa, è obbligato a: verificare che la carta non sia scaduta; verificare che non risulti rubata e che la firma apposta dall'utilizzatore sulla nota di spesa corrisponda allo specimen esistente sul retro della carta; conservare gli scontrini per poter dimostrare la conclusione del contratto di scambio. Solo osservando queste prescrizioni con la diligenza richiesta ha il diritto di ottenere il pagamento della prestazione da parte dell'emittente. Riguardo la natura giuridica dell'istituto, tuttavia, permangono contrasti. Alcuni, ponendo l'accento sull'atto di utilizzazione della carta, seguito dalla sottoscrizione della nota di spesa, ritengono si tratti di delegazione passiva di pagamento; altri, sempre sottolineando la manifestazione di volontà del titolare, ritengono che l'emittente si accolli il debito futuro del titolare; altri ancora propendono per la concessione di credito a favore del titolare; infine, vi è chi sostiene che si tratti di un contratto a favore di terzo. La Cassazione sostiene, tuttavia, si tratti di contratto misto, caratterizzato dalla coesistenza di più rapporti convenzionali (rilascio, associazione, fornitura), distinti ma funzionali al raggiungimento di uno scopo comune. nei contratti bancari si richiamano altri documenti al di fuori di quello contrattuale? Parlare del contratto di sconto = contratto di sconto bancario ( scritto assieme) Pegno bancario = pegno omnibus?

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