DOMANDE E RISPOSTA ESAME STORIA DELLA FILOSOFIA I , Domande di esame di Storia Della Filosofia. Università degli Studi di Perugia
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DOMANDE E RISPOSTA ESAME STORIA DELLA FILOSOFIA I , Domande di esame di Storia Della Filosofia. Università degli Studi di Perugia

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DOMANDE E RISPOSTA STORIA DELLA FILOSOFIA I
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DOMANDE

DOMANDE E RISPOSTE

STORIA DELLA FILOSOFIA I

IL PROBLEMA DEGLI INIZI

1 LA GREGIA DEGLI INIZI

La filosofia sia come termine lessicale sia come conetto è considerata una creazione peculiare dei Greci, anche se non sono mancati tentativi volti a sostenere che la filosofia derivasse dall’oriente, ma tale tesi è stata smontata da alcune argomentazioni come ad esempio quella che ci dice che non ci sono riferimenti a scritti Orientali o che comunque, all’epoca, non vi erano greci in grado di tradurre un testo di lingua orientale.

Il clima in che si creo in quei tempi in Grecia favori lo sviluppo della filosofia;

L’arte intesa come poesia era alla base dell’educazione del popolo e i Greci presero spunto da Omero e Esiodo: In Omero troviamo alcune peculiarità tipe Greche essenziali per la nascita della filosofia come: armonia, proposizione, misura, ricerca delle cause, realtà nella sua interezza. In Esiodo troviamo la narrazione della nascita degli dei, la cosmogonia, ricerca del principio primo, concetto di limite, giusta misura.

Altra componente fondamentale è la religione che va distinta tra religione pubblica e religione dei misteri: Religione pubblica, vede gli dei come forze naturali personificate o uomini amplificati e idealizzati, quindi una religione Naturalistica. Religione dei misteri, ha proprie credenze e pratiche, tra cui fa spicco l’Orfismo, che prende il nome dal poeta tracio Orfeo, l’Orfismo contrappone l’anima al corpo, in quanto l’anima è vista come demone e il corpo come tomba dell’anima.

I greci ebbero un enorme vantaggio, rispetto agli altri popoli, dato dalla libertà politica di cui beneficiarono, le città divennero fiorenti centri commerciali e ciò portò a un aumento demografico, la filosofia nacque prima nelle colonie perché lontane dalla madre patria erano ancora meno controllate da quest’ultima, e infine l’uomo venne concepito come cittadino.

La questione dell’Inizio, o del cominciamento della filosofia, rinvia a una dimensione fondativa, rispetto alla quale segue la definizione degli Inizi, cioè la descrizione di quel periodo che abbiamo indicato come momento iniziale per la nascita della Filosofia Se questo problema dell’inizio-inizi è immediatamente risolto per le altre scienze, così non è per la Filosofia.

L'archè, rappresenta per gli antichi greci la forza primigenia che domina il mondo, da cui tutto proviene e a cui tutto tornerà. Si tratta di un concetto molto ampio che viene utilizzato dai primi filosofi sotto tre diverse prospettive.

2 IMMAGINI E DEFINIZINI DELLA FILOSOFIA (CON RIFERIMENTOA PLATONE E ARISTOTELE) due modelli alternativi?

Platone e Aristotele ci dicono che l’uomo ha iniziato a filosofare a causa della meraviglia, e che questa meraviglia sta alla radice della filosofia. Nella loro visione della filosofia abbiamo sia punti di contatto e sia aspetti che lo differenziano. Per entrambi infatti la realtà sovrasensibile è superiore a quella sensibile sia dal punto di vista dell’essere, ossia ontologicamente, ma anche dal punto di vista della conoscenza, ossia gnoseologicamente. Mentre però per Platone lo scopo della filosofia era arrivare a formare un governante esemplare che guidasse con rettitudine la polis, per Aristotele invece la filosofia ha come scopo la pura e semplice conoscenza, senza nessuna applicazione pratica nella vita della città. Platone inoltre nei suoi scritti si occupa di temi abbastanza limitati, in quanto concernenti appunto la politica, mentre Aristotele ha un carattere maggiormente enciclopedico e catalogatore, poiché egli si interessa di tutti gli ambiti del reale arrivando ad analizzare aspetti che in precedenza non erano mai stati trattati, come ad esempio il comportamento degli animali. Per quel che riguarda la tipologia degli scritti si può notate come Platone abbia scritto soltanto dei dialoghi, mentre Aristotele si sia cimentato anche nella stesura di saggi, mentre invece la differenza più sostanziale è ravvisabile nella natura del sovrasensibile per i due filosofi: mentre infatti per Platone il sovrasensibile era trascendente, ed esisteva un mondo di idee conoscibile solo attraverso la ragione, per Aristotele il sovrasensibile è immanente, ossia si colloca negli oggetti.

3 ARISTOTELE E I PRESOCRATICI

Il termine “archè” nacque originariamente con i filosofi Presocratici. Con tale termine si intende il principio, ciò da cui ha iniziato ogni relazione. Il problema del principio posto dai presocratici costituisce un problema radicale in quanto i presocratici ponevano come principio, elementi fisici pressoché insignificanti per l’uomo di oggi. Così Aristotele espone in una famosa pagina della sua Metafisica le sue considerazioni riconoscendo che le ricerche dei naturalisti riguardavano l’intero, le totalità delle realtà e che la grandezza di questi filosofi stava nel metodo razionale che introdussero per risolverlo. Egli tuttavia, sottolinea i limiti delle soluzioni proposte da questi pensatori rivelando come i principi ai quali essi miravano fossero materiali.

4 L’EXCURSUS FILOSOFICO DEL PRIMO LIBRO DELLA METAFISICA E IL SIGNIFICATO E VALORE PER LA STORIA DELLA FILOSOFIA

A (Alpha Maior) è il libro che apre la Metafisica di Aristotele. In esso tuttavia non sono introdotti i contorni essenziali di questa scienza onnicomprensiva, poiché lo stesso filosofo dimostra una certa cautela nell'elencare i requisiti che essa deve avere. Con la celebre affermazione secondo cui tutti gli uomini tendono per natura al sapere, Aristotele apre il Libro A parlando di sophia e prote philosophia, termini che indicano sia la nuova scienza come sapienza e filosofia prima, sia come filosofia dei predecessori e cioè antica saggezza dei filosofi precedenti. Tale excursus è molto importante per la storia della filosofia in quanto va ad indagare cosa avevano detto le dottrine filosofiche prima di lui, in particolare va a delineare un’immagine ben precisa del pensiero pre-socratico, identificato da caratteri naturalistici e materialistici.

5 RAPPORTO FILOSOFIA -STORIA DELLA FILOSOFIA

La filosofia è l'attitudine, la tendenza a porsi le domande fondamentali della vita, è il fatto stesso di porsi tali domande, spesso le stesse disarmanti domande che fanno i bambini. Infatti secondo Platone e Aristotele all'origine della filosofia vi è lo stupore, la meraviglia: stupore e meraviglia dell'uomo che si interroga sul mondo e sulla vita. La storia della filosofia è la storia di un pensiero che è capace di attuare costantemente un cominciamento è la storia di ogni inizio possibile.

6 RAPPORTO MITO E LOGOS= SIGNIFICATI DEI DUE TERMINI

Logos deriva dal greco e significa: raccontare, rappresenta il pensiero razionale, ovvero quel processo mentale che tramite la problematicità giunge a delle conclusioni reali. È spesso indicato come sinonimo di "mente" o "cervello". In questo caso ha un senso più strutturale ed ontologico. Molti filosofi indicavano il logos come il centro di tutta la razionalità dell'uomo ed anche il punto in cui risiede la memoria, dove risiedono i sentimenti ed anche l'anima. Sinonimo anche di "io interiore", ovvero quella parte più nascosta dell'uomo che può avere per alcuni filosofi anche un carattere formale.

Mito Nel pensiero filosofico il termine indica, già dall’antichità, il racconto fantastico che non prevede dimostrazione e in questo senso è opposto al logos, cui si attinge invece attraverso l’argomentazione razionale. È ciò che caratterizza tutta la cultura della Grecia arcaica, non va inteso come un insieme di invenzioni fantastiche o un non sapere contrapposto alla riflessione razionale della filosofia. il mito esprime in maniera diretta e in forma razionale l'oggetto della sua ricerca; è il corpus delle conoscenze fisse e senza possibilità di libere e autonome rielaborazioni; non contempla i momenti dell'analisi critica e della verifica.

A) IL PROBLEMA DELL’ UOMO E DELL’ANIMA ALLE ORIGINI DELLA FILOSOFIA

1 COSA E’ L’UOMO IN SOCRATE?

Socrate si concentrò sull’uomo come i sofisti, ma a loro differenza seppe arrivare fini infondo alla questione. L’uomo per Socrate è la sua anima, a causa proprio del fatto che è la sua anima a distinguerlo dal resto delle altre cose. Per anima Socrate intende la ragione e l’attività pensante, io consapevole, ovvero la conoscenza e la personalità intellettuale e morale. Se l’essenza dell’uomo è l’anima, curare sé stessi significa allora curare non il proprio corpo bensì la propria anima, e insegnare agli uomini la cura della propria anima è il compito supremo dell’educatore. Ancora per Socrate l’anima è ragione, capace di conoscere il bene, è il luogo privilegiato della ricerca della verità, che risulta come un costante interrogarsi sugli altri. Per Socrate non era fondamentale stabilire se l’anima sia o no immortale, la virtù ha il suo premio in sé medesima come il vizio ha il castigo in sé medesimo.

2 COSA E’ L’UOMO IN PLATONE?

In Platone abbiamo una concezione dualistica del rapporto tra anima e corpo, Platone ci dice che finché abbiamo un corpo siamo morti, perché siamo fondamentalmente la nostra anima e l’anima, finché è in un corpo, è come in una tomba, e quindi mortificata; il nostro morire è vivere, perché, morendo il corpo, l’anima viene liberata dal carcere. Il corpo è radice di ogni male, è fonte di insani amori, passioni, inimicizie, discordie, ignoranza e follia: ed è appunto tutto questo che mortifica l’anima. Nel Fedone ci dice che l’anima deve cercare di fuggire il più possibile dal corpo, e perciò il vero filosofo desidera la morte e la vera filosofia è “esercizio di morte”. La morte è un episodio che riguarda unicamente il corpo; essa non solo non danneggia l’anima ma le arreca grande beneficio; permettendole di vivere una vita più vera, una vita tutta raccolta in sé medesima. La morte del corpo dischiude la vera vita dell’anima. Il filosofo è colui che desidera la vera vita, ossia la morte del corpo, è la filosofia è esercizio di vera vita, della vita nella pura dimensione dello spirito. La “fuga del corpo” è il ritrovamento dello spirito. Nel Teeteto ci parla di fuggire dal mondo significa diventare virtuosi e cercare di assimilarci a Dio, si può fuggire dal corpo fuggendo dal male del corpo mediante virtù e conoscenza. Platone ribadisce il comandamento socratico, ma vi aggiunge una mistica colorita, precisando che “cura dell’anima” significa “purificazione dell’anima”. Questa purificazione, ben diversamente dalle cerimonie iniziatrici degli orfici, coincide con il processo di elevazione alla suprema conoscenza dell’intellegibile. Per Socrate era sufficiente comprendere che l’essenza dell’uomo è la sua anima, invece per Platone il problema dell’immortalità diventa essenziale. Sempre nel Fedone Platone ci dice che: l’anima umana è capace di conoscere le realtà immutabili ed eterne, ma per poter cogliere queste, essa deve avere, necessariamente, una natura a loro affine: altrimenti quelle rimarrebbero al di fuori della sua capacità di comprensione; dunque come quelle sono immutabili ed eterne, così anche l’anima deve essere immutabile ed eterna. Nel Timeo Platone precisa che le anime sono generate dal Demiurgo, con la stessa sostanza con cui è stata fatta l’anima del mondo; esse hanno dunque una nascita, ma, per preciso statuto divino, non sono soggette a morte, così come non è soggetto a morte tutto ciò che è direttamente prodotto dal Demiurgo. Con Platone in oltre possiamo parlare di tripartizione dell’anima, l’uomo non è fondamentalmente anima ma addirittura 3 anime o 3 distinte parti di una stessa anima:

- Anima razionale (logos) che è il desiderio di apprendere;

- Anima irascibile o impetuosa (thumus) che è l’impulso a compiere azioni coraggiose;

- Anima concupiscibile o appetitiva (epithumetikon) che è il desiderio di piacere.

Con questa dottrina Platone trasferisce all’intelletto dell’anima i conflitti che nel Fedone avevano luogo tra anima e corpo.

3 POSSIAMO PARLARE DI UNA BIPARTIZIONE O TRIPARTIZIONE DELL’ANIMA? ARGOMENTARE

Uno dei temi più difficili e affascinanti del pensiero di Platone è senza ombra di dubbio quello legato alla descrizione dell’anima e delle sue caratteristiche, di questo ce ne parla in diverse sue opere. L’anima è il principio vitale ed eterno che esiste in ogni creatura e come tale è soggetta, alla metempsicosi, la “trasmigrazione” da un corpo ad un altro corpo. Accanto a questa visione, Platone ne propone un’altra per specificare la complessità dell’anima umana, che viene addirittura “scomposta” in tre parti: un’anima razionale, una irascibile ed una concupiscibile. Ovviamente Platone non voleva sostenere la presenza, all’interno degli uomini, di tre diverse anime, ma sottolineare quelle che oggi definiremmo forze psichiche tra di loro in rapporto. Le tre diverse “funzioni” dell’anima vengano collocate in precisi organi del nostro corpo: l’anima razionale avrebbe sede nel cervello, quella irascibile nel cuore e quella concupiscibile, infine, nelle parti più basse del corpo. E’ bene da subito precisare che in ogni uomo albergano queste tre diverse anime le quali dovrebbero presiedere a funzioni specifichee ed uniche:

anima razionale: intelletto, pensiero razionale

anima irascibile: coraggio, impulsività

anima concupiscibile: appetiti “culinari” (stomaco,intestino) e sessuali (organi di riproduzione).

Platone precisa inoltre che la parte più “forte” tra le tre sarebbe quella concupiscibile, paragonata ad un “mostro dalle tante teste”, chiaro riferimento alla forza che i desideri materiali, spesso inconsci e molteplici, possono esercitare sulle restanti parti dell’anima. La sezione mediana dell’anima, quella irascibile, viene legata al leone, animale che più di tutti riecheggia potenza; l’anima irascibile è molto importante ma deve essere posta al servizio di quella razionale; se infatti venisse controllata dalla parte concupiscibile, la parte razionale non sarebbe più in grado di “governare” il corpo, portando ad un’esistenza caratterizzata da forti squilibri. Infine, l’anima razionale viene proprio legata alla figura specifica dell’uomo; l’essere umano, infatti, si distinguerebbe da tutte le altre creature per la sua razionalità, tematica che sarà ripresa poi in modo molto bello da Aristotele e che caratterizzerà un po’ tutto il pensiero metafisico occidentale. I rapporti tra le diverse parti dell’anima sono esemplificati al meglio dal mito dell’auriga e del carro alato, presente nel Fedro; l’auriga6 biga (anima razionale), che vuole guidare il carro in alto, verso il mondo delle Idee (verso la conoscenza), deve saper guidare bene i due

cavalli, quello bianco (anima irascibile) e quello nero (anima concupiscibile) che, senza una guida, andrebbero verso il basso. Va da sé che la forza dei cavalli sia più forte di quella dell’auriga, ma questi, se ben educato e buon conoscitore dei due cavalli, può portare ad un corretto andamento del carro (del corpo umano).

È sorprendente la grandissima modernità di tale impostazione di pensiero. Ai tempi di Platone non esisteva la ricerca psicologica intesa in senso moderno, come disciplina separata dalla filosofia. Platone era già giunto, senza nessuna pretesa di scientificità, a molte delle idee di Freud riguardo l’esistenza dell’inconscio e così via (Es, Io, Super-io…) Ma, del resto, la psicologia “studio dell’anima”, nasce in seno alla filosofia e solo dal XIX secolo se ne è distaccata.

Questa tripartizione dell’anima era anche finalizzata a una tripartizione sociale, nella Citta-stato ideale di Platone, ogni uomo dovrebbe poter svolgere il lavoro più idoneo alla propria indole, un’indole portabile alla luce solo da un forte sistema educativo gestito dallo Stato. Secondo l’idea di Platone ognuno di noi avrebbe una maggiore presenza di una delle tre caratteristiche dell’anima e, in base a tale “prevalenza”, appartenere ad una determinata classe sociale:

anima razionale: politici, ossia filosofi: possiedono la saggezza, se ben educati;

anima irascibile: guerrieri: possiedono il coraggio, se ben educati;

anima concupiscibile: artigiani, produttori: possiedono la temperanza, se ben educati.

4 COSA E’ L’UOMO IN ARISTOTELE?

Nella Politica Aristotele definisce l’uomo ‘animale politico’, perché è in grado di costruire una società senza essere mosso da nessuna esigenza primaria, la stessa che lo porta a sfruttare l’altro; fa questo con grande naturalezza, visto che associarsi è una parte determinante della sua condizione. Crea, così, una collettività perché ne ha inconsapevolmente bisogno. Dicendo questo, il filosofo va contro la logica contrattualistica, secondo la quale gli uomini hanno scelto volontariamente, perché spinti dalle più svariate esigenze, di unirsi, di eleggere un sovrano che li comandi, e di soddisfare tutti quei bisogni che, senza lo sfruttamento del prossimo, non potrebbero essere soddisfatti. L’essere umano, invece, sente un bisogno incontrollabile di vivere a stretto contatto col suo simile, non può in nessun modo sorreggere l’opprimente idea di restare in balìa di sé stesso, senza nessuno che lo sostenga, lo conforti, lo induca alla conversazione, lo renda felice. L'individuo ha bisogno degli altri sia per le proprie necessità sia perché senza leggi ed educazione non può raggiungere la virtù. Perciò è necessario che ci sia lo Stato, che si ponga come fine, la felicità: lo Stato è il fine ultimo di tutte le forme di convivenza sociale. Aristotele accetta la schiavitù, giustificata dalla disuguaglianza naturale degli uomini: gli schiavi sono strumenti animati che col proprio lavoro permettono agli uomini liberi di dedicarsi ad altre attività tra cui la contemplazione della verità. Poiché il fine dello stato è morale, è evidente che a ciò a cui esso deve mirare è l’incremento dei beni dell’anima. La città perfetta, per Aristotele dev’essere a misura d’uomo: né troppo popolosa né troppo poco. Le qualità che i cittadini devo avere sono quelle tipiche dell’uomo Greco, la forza dei giovani guerrieri, e la saggezza degli anziani, così da sfruttare al meglio tutte le abilità di un uomo. Lo stato secondo Aristotele si articola sotto differenti forme, il potere sovrano può essere nelle mani di un uomo solo, di pochi uomini o della maggior parte degli uomini, le forme possibili di governo sono: la monarchia, l’aristocrazia e la politia che degenerano in tirannide, oligarchia e democrazia.

5 COSA E’ L’ANIMA IN ARISTOTELE?

Agli esseri animati Aristotele dedica una particolare attenzione, ne parla molto nella sua opera Sull’Anima. Gli esseri animati si differenziano da quelli inanimati perché posseggono un principio che dà loro la vita, e questo è l’anima. Per Aristotele l’anima è la forma del corpo e ci dice che solo una parte di essa è immortale e che quindi alla morte del corpo muore anche una parte dell’anima. L’anima è entelechia di un corpo. Poiché i fenomeni della vita suppongono determinate operazioni costanti nettamente differenziate, allora anche l’anima, che è principio di vita, deve avere delle capacità o funzioni o parti che presiedono a queste operazioni e le regolano. Poiché i fenomeni e le funzioni fondamentali della vita sono di carattere vegetativo, sensitivo-motorio e intellettivo; allora Aristotele introduce la distinzione di Anima vegetativa, sensitiva e intellettiva o razionale. Le piante posseggono solo l’anima vegetativa, gli animali la vegetativa e la sensitiva, e gli uomini la sensitiva, la vegetativa e la razionale. L’anima vegetativa è il principio più elementare della vita, ossia quello che governa e regola le attività biologiche, essa presiede alla riproduzione, che è lo scopo di ogni forma di vita nel tempo. L’anima sensitiva oltre alle funzioni dell’anima vegetativa possiede sensazioni, appetiti e movimento. In essa vengono passate in esame i 5 sensi, quando un senso coglie il sensibile proprio, la relativa sensazione è infallibile. Oltre i sensi proprio ci sono i sensibili comuni, che non sono percepiti da un senso in particolare ma da tutti. Dalla sensazione deriva la fantasia e la memoria e l’esperienza. L’appetito in fine nasce dalla sensazione, il movimento deriva dal desiderio che è messo in moto dall’oggetto desiderato, che viene colto tramite le sensazioni. L’anima intellettiva Aristotele la suddivide in due parti, l’intelletto passivo che serve per fissare le forme di tutte le cose e l’intelletto attivo o agente che è fondamentale per riconoscere nelle cose della realtà le forme immagazzinate dall’intelletto passivo. La differenza tra i due intelletti sta nel fatto che quello passivo agisce automaticamente, mentre quello attivo lavora in modo cosciente e resiste alla morte.

6 IN ARISTOTELE È CORRETTO PARLARE DI TRE PARTI DELL’ANIMA?

No, in Aristotele non è corretto parlare di tre parti dell’anima in quanto l’uomo presenta una solo anima, quella intellettiva, in grado di svolgere sia funzioni dell’anima nutritiva, sia sensitiva e sia intellettiva. Essa quindi ha tre tipi di funzioni pur restando sempre la stessa.

7 L’ANIMA IN UN AUTORE ANTICO E IN UNO MEDIEVALE (scegliere i due autori e argomentare)

In Platone come in Gregorio di Nissa troviamo una sorte di tripartizione dell’anima.

In Platone l’anima è il principio vitale ed eterno che esiste in ogni creatura e come tale è soggetta, alla metempsicosi, la “trasmigrazione” da un corpo ad un altro corpo. Platone scompone l’anima in tre parti: un’anima razionale rappresentata da intelletto, pensiero razionale; una irascibile rappresentata da coraggio

e impulsività ed una concupiscibile caratterizzata da appetiti “culinari” (stomaco,intestino) e sessuali (organi di riproduzione).

In Gregorio “corpo e anima”, resta tale anche alla morte in quanto l’anima non si separa dagli elementi che si trovano nel corpo. Questo perché l’anima è Intellegibile e Immutabile, né si restringe, né si disperde. L’anima è essenza generata, vivente, intelligente che trasmette agli organi sensoriali del corpo l’energia vitale, capace di partecipare agli oggetti sensibili finché la natura che riceve le percezioni continua ad esistere. L’anima è composta da 3 modi di potenza vitale: Naturale che permette agli esseri solo di accrescersi e nutrirsi, Sensazioni che aggiunge alla naturale le sensazioni e Razionale che si nutre, ha sensazioni, partecipa ed è governata dal voiç. L’uomo è la miscela di tutte queste forme di anima, dopo la resurrezione l’uomo avrà solo ò’anima razionale.

8 LA PERSONA: LA RIVOLUZIONE OPERATA DAL CRISTIANA E LA QUESTIONE ANTROPOLOGICA, AUTORI E INDIRIZZI

L’avvento del cristianesimo ha prodotto una riduzione di grande portata: il messaggio bibblico si apre con una rivelazione, rivela Simone Weil, che è un patto di Dio con l’uomo, Dio entra in contatto con noi e vede le cose che noi vediamo. La civiltà Greca subì profondi cambiamenti, si diffuse il monoteismo, nacque la dottrina del creazionismo, nella quale Dio creò liberamente e dal nulla il mondo, cambia la visione dell’uomo, qui visto come una creatura privilegiata di Dio. Inoltre mentre i Greci parlavano di colpa originale desumendo il concetto dei misteri orfici, credevano nella metempsicosi e della liberazione dei peccati tramite le virtù, il nuovo messaggio cristiano spiegava la natura della colpa originaria, crede nella resurrezione, nella fede. Nacque di conseguenza una nuova antropologia che vedeva l’uomo non più a due dimensioni (corpo-anima), ma bensì a tre dimensioni: corpo, anima e spirito, dove quest’ultimo è la nuova dimensione di fede.

9 IL NOUS IN MASSIMO IL CONFESSORE E L’ANIMA IN M.ECKHART

Massimo il confessore afferma la venuta simultanea all’esistenza dell’anima e del corpo e collega l’immagine divina nell’uomo al vouç, qualità che appartiene all’uomo e non è trascendente ed è descritto come immagine di Dio nell’uomo in quanto permette alla grazia di Dio di operare attraverso di lui ( non è lo spirito). L’anima in Eckhart è invece un luogo senza tempo, immagini, mediazione, dimora di Dio dove deve avvenire l’unione con Dio. Quest’ultimo è la parte più intima dello stesso IO, è l’essere dell’anima dove deve dominare il silenzio e la quiete, affinché dio possa parlare e generare il figlio. L’unione con Dio avviene quando l’uomo abbandona tutto, si fa vuoto.

10 L’ANIMA IN ECKHART: QUESTIONE ANTROPOLOGICA E PROSPETTIVA MISTCA

L’anima in Eckhart è vista come un qualcosa che deve svuotarsi da tutti i contenuti che derivano dall’io per diventare dimora di Dio. La mistica di Eckhart è la liberazione dell’uomo dalla finitezza, dal suo legame con le cose, dai suoi desideri e passioni. Il distacco conduce l’anima all’unione con la divinità, unione che avviene nel fondo dell’anima, e lascia che la parola di Dio influisca nella sua anima. L’uomo quindi non deve cercare conoscenza, devozione, pace, ma solo la volontà di Dio in quanto l’anima si abbandona a Dio e ritrova se stessa in Dio. L’uomo quindi deve di conseguenza distaccarsi da tutto ciò che è finito, materiale e terreno, deve annientare la propria creatività; in questo modo l’anima scopre di essere veramente una con Dio, anzi di essere essa stessa Dio.

11 IN COSA CONSISTE LA FELICITA’ DELL’UOMO? Considerare due autori, uno antico e uno tardo-antico o medievale.

La felicità è una condizione di soddisfazione, gioie che può variare in base ai desideri e al pensiero della persona in questione. Per esempio se consideriamo uno dei maggiori filosofi antichi, Aristotele, vediamo come egli insieme a Platone, identifica la felicità con la virtù: questa era la conseguenza di un atteggiamento razionale che portasse alla mediazione, che permettesse di distinguere “il giusto mezzo”, conducendo quindi una vita saggia e virtuosa e quindi inevitabilmente felice. Nella filosofia medievale con l’avvento del cristianesimo, la felicità assume le caratteristiche della beatitudine, considerata l’unica via felice tramite il misticismo. Al pensiero di Sant. Agostino per quanto riguarda la felicità si oppone Tommaso D’Aquino che cercherà, seguendo Aristotele, la soluzione in una via di mezzo pur consapevole che nessun bene terreno può assicurare per il corpo e per l’anima una felicità perfetta ma solo una felicità imperfetta.

12 IL PROBLEMA POLITICO ED ETICO in un autore antico e medievale (scegliere i due autori e argomentare sul tema)

L’etica ( dal greco “carattere”, “comportamento”) è un tema affrontato da diversi filosofi: Tommaso D’Aquino spiega il concetto di etica e di felicità come concetti sotto la legislazione di Dio, in quanto è il sommo bene che dà la felicità suprema. Per Tommaso D’Aquino tale felicità suprema non si riferisce ai beni immediati, ma a quelli superiori che in Aristotele sono le virtù dianoetiche. Lo scopo dell’etica aristotelica è la realizzazione di ciò che è il bene per il singolo individuo, ed è il bene supremo viene raggiunto con il conseguimento della eudaimonia ( la felicità) che si può conseguire quando questa è insufficiente. L’etica per Aristotele no è più scienza dell’essere ma scienza del divenire. Per quanto riguarda la politica, Tommaso condivide con Aristotele la tesi che sia costruttivo per la natura dell’uomo l’essere un animale politico, in quanto esso è il bene comune dato che ogni uomo è per natura parte della comunità e non può raggiungere il proprio bene se non come bene anche della comunità.

C) IL PROBLEMA DELL’ ESSERE 1 DEFINIZIONE DI METAFISICA IN ARISTOTELE

Il termine metafisica non è Aristotelico ma venne attribuito da allievi, e indicava la ricerca delle cause prime, opere che venivano dopo la fisica. Il termine indica la parte della filosofia che indaga le strutture profonde e ultime del reale. Per indicarla Aristotele usava l’espressione “filosofia prima” e ne da quattro definizioni: studia le cause e i principi primi, studia l’essere in quanto essere, studia la sostanza, studia Dio e la sostanza immobile. La metafisica è dunque lo studio dell’essere: non ha forma unica ma molteplicità di aspetti, tra questi l’essere come accidente, come categoria, come vero, come atto e potenza.

2 QUANDO NASCE LA METAFISICA? ARGOMENTARE RIFERENDOSI AD ALMENO 2 PENSATORI GRECI.

È complicato risalire a quando la metafisica sia nata in quanto significherebbe porre la questione degli inizi. Ogni pensatore ha un proprio punto di vista su quando dia nata tale scienza: per Hegel, è Parmenide il primo dei metafisici perché per primo pone la questione dell’essere, ma in realtà in esso l’universo e l’essere sono ancora considerati nella prospettiva dei filosofi della Physis, quindi in una prospettiva naturalistica. Per Nietzsche e Anassimandro in quanto è il primo filosofo secondo cui gli elementi fisici derivano da un principio metafisico che è infinito ed indefinito, ossia l’apeiron. Per gli interpreti del pensiero platonico invece, il primo dei metafisici sarebbe Platone in quanto fu il primo a dimostrare che la realtà è intellegibile, soprasensibile e trascendente, il primo a parlare di qualcosa che vada oltre il mondo reale, il primo a parlare delle idee da cui provengono tutte le cose del mondo, qualcosa che vado altre la Physis, la natura, il mondo reale.

3 COSA SI INTENDE PER SOSTANZA? Argomentare spiegando il valore del termine in Platone, Aristotele e Plotino.

Analizzando Platone troviamo la necessità di ricercare la sostanza in un ente che sia necessario, assoluto e universale identificandosi così nell’idea. L’idea massima è l’idea del bene, elemento delle realtà intellegibile. Aristotele invece intende la sostanza con due significati, logico e ontologico: dal punto di vista logico sostanza è la prima categoria, cui tutti gli accidenti si riferiscono mentre da quello ontologico è sinolo di materia e forma. Nel motore immobile Aristotele individua colui che è pura forma e puro atto, identificandola in un ente che è altro rispetto agli enti sensibili. L’ultimo filoso dell’ente antico di questo percorso è Plotino, che identifica la sostanza nelle tre ipotesi, l’uno come primo concetto, l’intelletto e poi l’anima, identificando con la sfera del non essere tutto ciò che non appartiene a questo. Il termine in Plotino quindi assume il senso specifico di “sostanza” che procede da un’altra sostanza verso cui converte e nei confronti della quale risulta inferiore, capace di governare a sua volta.

4 COSA SI INTENDE PER DIALETTICA? Significato del termine in almeno due autori spiegati a lezione

Il termine Dialettica è di origine greca e significa sia “raccolgo, unifico” sia “distinguo, divido”. Termine ricco di significati, indica generalmente la discussione di tesi contrapposte. Per Platone la dialettica significa sia unificazione (distinzione dell’elemento dei principi universali) che divisione (distinzione del particolare) e

viene dunque identificata con la filosofia stessa. Con Aristotele viene considerata in senso logico, consiste nell’uso del sillogismo che si fonda su premesse non certe ma solo probabili. È infatti tipico porre ipotesi e seguire le conseguenze lasciando momentaneamente sospeso il problema e la sua veridicità.

5 IL PROBLEMA DELL’ESSERE NELLA FILOSOFIA GRACA E CRISTIANA: motivi e significati di una svolta ontologica (considerando due autori uno antico e uno tardo antico o medievale)

L’ontologia è una delle branche fondamentali della filosofia ed è lo studio dell’essere in quanto tale. Padre dell’ontologia è solidamente considerato Parmenide in quanto per primo si pose il problema dell’essere nella sua totalità: l’essere è considerato costitutivo dell’universo e inoltre l’essere è e di conseguenza non può non essere. Esso, ontologicamente perfetto è ingenerato, eterno, finito, uno, immutabile, immobile ed omogeno. Nel corso della filosofia medievale però, l’ontologia è stata studiata in relazione alla teologia cristiana scatenando così una rivelazione ontologica (Dio si rivela quale l’essere è). In Dionigi l’Areopagita infatti Dio viene considerato l’essere stesso, la causa di tutto e con la sua teologia apofatica dirà che Dio si può designare negando di lui ogni attributo in quanto superiore a tutti, sopraessente.

DIONIGI L’AREOPAGITA E LE DUE VIE.

Dionigi l’Areopagita è un filosofo convertitosi al cristianesimo. Egli delineo due vie per avvicinarsi a Dio: una via positiva che intende attribuire a Dio le perfezioni che si trovano nelle creature, cioè le perfezioni componibili con la mente spiritale di Dio, è una via negativa, che Dionigi preferisce che consiste nel negare le cose di Dio che non gli appartengono e procede negando le qualità giungendo all’oscurità sovraessenziale, questo perché per il filosofo è molto meglio dire ciò che Dio non è, piuttosto che quello che è in quanto qualsiasi nome che si possa riferire a Dio è fondamentalmente inadeguato.

D) IL PROBLEMA DELLA CONOSCENZA: 1 IL MITO DELLA CAVERNA IN PLATONE E IL PROBLEMA DELLA CONOSCENZA

Platone definisce la conoscenza un’anamnesi, cioè una forma di ricordo, un riemergere di ciò che esiste da sempre nell’interiorità della nostra anima, ciò è possibile in quanto abbiamo nell’anima un’intuizione originaria del vero. Solo ciò che è essere è perfettamente conoscibile mentre il non-essere è inconoscibile, ma la realtà intermedia fra essere e non-essere (il sensibile) viene conosciuta da una conoscenza fra scienza e ignoranza di prendere il nome di “doxe” (opinione) che nel mito della caverna è rappresentata dalle statue, che il prigioniero vede quando esce dalla caverna in cui è chiuso. Il mito narra la storia di prigionieri che vivono in una caverna costretti a non potersi muovere e a guardare solo il fondo della caverna stessa. Fuori dalla caverna vi è un muro ad altezza d’uomo e che dietro di questo si muovono degli uomini che portavano sulle spalle delle statue. In alto splende il sole e la voce degli uomini e le loro ombre entrano nella caverna: i prigionieri sono spinti a credere che quelle voci fossero quelle delle ombre. Liberatosi, un prigioniero vede delle statue muoversi al di sopra del muro e capirebbe che queste sono più reali rispetto alle ombre nella caverna. Ma oltrepassando il muro egli vedrebbe le cose stesse, la realtà e guardando il sole capirebbe che è causa di tutte le altre cose visibili: la visione delle ombre simboleggiano l’immaginazione, la visione delle statue la credenza e il passaggio delle statue al sole la dialettica, l’intera conoscenza del reale. Nel mito della caverna gli uomini incatenati rappresentano la condizione comune di coloro che scambiano le ombre per la realtà di concetti universali.

2 CHE VALORE HA LA DOXA IN PLATONE? E IN AGOSTINO?

In Platone la doxa è una realtà intermedia tra essere e non essere, una conoscenza intermedia fra scienza e ignoranza che non può mai avere in sé la garanzia della propria correttezza e resta sempre labile. Nell’ età Medievale la fede, considerata da Platone una forma di opinione, assume il valore di somma verità: il mondo sensibile viene rivalutato dal pensiero cristiano come creazione di Dio che opera sempre per il bene e quindi anche l’opinione fenomenica assume un valore positivo in questa manifestazione di Dio. Per Agostino, la fede è una pre-conoscenza (conoscenze apprese per altre vie che possono essere confermate, smentite, modificate) rispetto alla ragione ma quest’ultima deve vegliare la verità di fede. La conoscenza viene a verificarsi con “l’illuminismo”.

3 COSA SI INTENDE PER ANTIPOTETICO IN PLATONE E IN ARISTOTELE

C’è un passo famoso nella Repubblica in cui Platone dice che la dialettica per giungere a definire l’idea di Bene non deve basarsi su ipotesi, come fa invece la matematica, ma deve distruggere le ipotesi. Il che

significa metterle in discussione, confutarle e solo dopo essere passate attraverso tutte le confutazioni la dialettica giunge ed individuare il principio Antipotetico, cioè quell’ipotesi che, unica è riuscita a resistere a tutte le confutazioni, e tale principio l’idea del bene. Opponendosi a Platone che auspicava per la dialettica la capacità di dedurre l’intera realtà da un unico principio antipotetico, Aristotele concede a ciascuna scienza particolare premesse proprie e indipendenti da quelle delle altre scienze.

4 IL PROBLEMA DELLA CONOSCENZA IN DUE AUTORI, uno antico e uno tardo antico o Medievale (scegliere i due autori e argomentare sul tema)

Per S. Tommaso la conoscenza ebbe inizio dai sensi. Operando sulla conoscenza sensibile la mente umana può giungere ad una conoscenza superiore. Questa operazione si compie attraverso l’intelletto possibile. L’intelletto possibile è come una tabula rasa nella quale nulla è scritto ma che possiede della potenza all’atto se non per opere di un ente, occorre una virtù intellettiva capace di rendere in atto gli intellegibili è questo è appunto l’intelletto attivo. S. Tommaso ammette che l’universale esista innanzitutto in Dio (ante rem), poi entro le stesse cose particolari (in re) e nella mente umana (poste rem). L’universalità si fonda sul corrispondente universale in re e su quello ante rem che sta in Dio. In ogni ordine di conoscenza l’essere è la base del conoscere non il conoscere la base dell’essere.

5 COSA È L’IDEA IN PLATONE E IN AGOSTINO

Per Platone le idee sono il fondamento ontologica della realtà, costituiscono cioè il motivo che fa essere il mondo, sono le forme con cui il demiurgo lo ha plasmato; esse sino inoltre il presupposto della conoscenza. Le idee sono un modello di riferimento per una vita giusta e saggia: nel mondo sensibile queste qualità sussistono solo come predicati o attributi delle singole realtà, nel mondo iperuranio le idee costituiscono il vero in sé, il buono in sé, il bello in sé. Anche Agostino riprese la concezione neoplatonica delle idee sottolineando che si adattavano perfettamente alla dottrina cristiana. Da un lato egli affermò che Dio aveva creato il mondo dal nulla, dall’altro però prima di creare il mondo le idee esistevano già nella sua mente: le idee Platoniche erano in Dio e potè conciliare la creazione cristiana con cui le idee eterne. Le idee in Agostino mantengono la loro duplice caratteristica di “causa essendi” e “causa cognoscendi”, ovvero le cause per cui il mondo risulta fatto così e grazie a cui possiamo conoscerla.

6 IL PROBLEMA DEGLI UNIVERSALI: quando nasce il problema e in che secolo diventa centrale nel dibattito filosofico. Illustrare il tema, indicando diverse soluzioni e riferendosi ad un autore in particolare.

Nella filosofia medievale il problema degli universali è uno dei temi più dibattuti. Questo dibattito pone il problema del rapporto fra pensiero, linguaggio e realtà: essi si chiedevano se gli universali (es. gli uomini in generale) esistono solo come concetti della mente o se esistono anche nelle realtà (es. i singoli individui). Si crearono così due soluzioni distinte: quella realistica (afferma l’esistenza degli universali nella realtà) e quella nominalistica (che li ritiene esistenti solo nell’intelletto umano per cui ciò che è realmente esistente è solo singolare). I maggiori esponenti del realismo moderno furono Boenzio e Tommaso d’Aquino, mentre per quanto riguarda il nominalismo moderato vi è la figura di Abelardo, secondo il quale gli universali sono dei segni mentali, dei sermonues (discorsi, parole) con significato. L’universale è un nome che designa l’immagine confusa e astratta del pensiero da una pluralità di individui di natura simile. Ockham arriverà ad indentificare l’universale con il nostro stesso atto di intendere la realtà.

7 IL PROBLEMA DELLA CONOSCENZA IN TOMMASO D’AQUINO.

Vedere risposta 4

E) LE ORIGINI DELL’UOMO E DELL’UNIVERSO 1 EMANAZIONE E CREAZIONE: neoplatonismo, cristianesimo e filosofia araba (argomentare sul tema con riferimento a due autori)

Il neoplatonismo nacque in un particolare momento storico, in cui l’uomo spinto da una profonda crisi interiore, avvertiva la caducità della realtà sensibile: questa nuova concezione nacque con Plotino il quale riprese alcuni concetti da Platone, come l’iperuranio, la definizione di filosofia come eros e dialettica, il concetto di idea, conciliò le idee platoniche anche con la filosofia di Aristotele, in quanto egli notava come da un semplice sostrato scaturisce il molteplice costituendo la dottrina delle tre ipotesi costituite dall’uomo, l’intelletto e l’anima. Il neoplatonismo si impose come corrente dominante ottenendo una posizione di egemonia anche tra i cristiani. Il cristianesimo nasce a sua volta dall’attesa della liberazione nazionale e religiosa, delle profezie contenute nell’antico testamento. I cristiani introdussero molteplici elementi: le sacre scritture, il monoteismo, il creazionismo, la trinità, la parola di Cristo. Nel Medioevo gli orali invece

mantennero viva la tradizione filosofica di Aristotele: si trattava di un aristotelismo mescolato con motivi cristiani e neoplatonici, un sincretismo di culture favorito dell’espansione. Tra le figure più importanti dell’ambito islamico ci fu Avicenna che, influenzato da Plotino, sostenne che il mondo non è creato nel tempo, ma originato per emanazione dell’uomo. Per il filosofo i singoli uomini pur essendo partecipi, possiedono solo un intelletto potenziale.

2 CREAZIONE E TEMPO IN AGOSTINO

Uno dei problemi più importanti per gli antichi era spiegare come e perché dall’ Uno (Dio) sono derivati molti; Agostino ne diede risposta affermando che in quanto essere Dio è fondamento e creatore di tutto, esso stesso è l’essere eterno (dottrina del creazionismo che annuncia la creazione delle cose del nulla “ex nihilo”). Prima della creazione non c’era tempo: non c’era un prima e non ha senso domandarsi Dio cosa facesse allora. In Dio nulla è passato e nulla è futuro perché il suo essere è immutabile. Per Agostino dunque il tempo non è nulla di permanente in quanto implica il passato, presente e futuro perché il suo essere è immutabile. Per Agostino dunque il tempo non è nulla di pienamente in quanto implica il passato, il presente e il futuro, ma il passato non è più, e il futuro non è ancora ed il presente è visto come un tendere continuamente al non-essere. Nonostante il tempo sia così sfuggevole, questo può essere misurato tramite l’anima in quanto ricordiamo il passato e siamo in attesa del futuro e in questa dura l’attenzione per le cose presenti: il tempo quindi trova nell’anima la sua realtà.

3 IL PROBLEMA DEL TEMPO IN AGOSTINO

(riprende dalla risposta precedente)

Prima della creazione non c’era tempo: non c’era un prima e non ha senso domandarsi Dio cosa facesse allora. In Dio nulla è passato e nulla è futuro perché il suo essere è immutabile. Per Agostino dunque il tempo non è nulla di permanente in quanto implica il passato, presente e futuro perché il suo essere è immutabile. Per Agostino dunque il tempo non è nulla di pienamente in quanto implica il passato, il presente e il futuro, ma il passato non è più, e il futuro non è ancora ed il presente è visto come un tendere continuamente al non-essere. Nonostante il tempo sia così sfuggevole, questo può essere misurato tramite l’anima in quanto ricordiamo il passato e siamo in attesa del futuro e in questa dura l’attenzione per le cose presenti: il tempo quindi trova nell’anima la sua realtà.

4 L’IDEA DI CREAZIONE DA DIONIGI L’AREOPAGITA A SCOTO ERIUGENA:

Dionigi l’Areopagita espone la dottrina della creazione con una ambiguità in quanto egli combina la teoria neoplatonica dell’emanazione (emanazione di Dio nell’universo delle cose), con la dottrina cristiana della creazione: la creazione è un’azione spontanea di Dio e della sua bontà ma come emanazione è un effetto naturale e necessario. Egli afferma che Dio è la causa trascendente di tutte le cose, dicendo che ha creato il mondo tramite le idee esemplari e la fine di tutte le cose, principio in quanto causa e fine in quanto meta finale: vi è quindi un uscire da Dio e un tornare a Dio, processo di moltiplicazione e ritorno. Dionigi fu l’autore greco che più di tutti influenzò Scoto Eriugena e infatti l’idea di creazione di Dionigi divenne anche l’idea fondamentale di Scoto. Per il filosofo la conoscenza di Dio comincia con la via positiva e termina con quella negativa e le riassume in quattro fasi: natura che è creata e crea (Dio increato e creato di tutte le cose), natura che è creata e crea (idee, forme che esprimono le volontà di Dio, chiamate predestinazioni), Natura che è creatura e non crea ( il mondo creato nello spazio e nel tempo che a sua volta non produce manifestazione di Dio) e Natura che non è creata e non crea (ritorno a Dio).

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