Domande e risposte esame di Psicologia Cognitiva, Domande di esame di Psicologia Cognitiva. Università telematica internazionale UniNettuno
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Domande e risposte esame di Psicologia Cognitiva, Domande di esame di Psicologia Cognitiva. Università telematica internazionale UniNettuno

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Domande e risposte DETTAGLIATE per l'esame di Psicologia Cognitiva con integrazioni dal libro Sono presenti gli argomenti: -Catena psicofisica e indeterminazione dell'informazione ottica; -Teoria della detenzione del s...
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Catena psicofisica e indeterminazione dell'informazione ottica

La percezione consiste nella funzione psicologica che interpreta i dati sensoriali al fine di conferire a questi una configurazione dotata di significato. A livello di senso comune siamo convinti che ciò che noi percepiamo (definito dal termine tecnico di “percetti”) corrisponda esattamente alla realtà, tendendo quindi a far coincidere in maniera precisa il mondo fisico con il mondo percepito. In realtà questa corrispondenza non è mai così precisa. La presenza fisica degli oggetti costituisce le stimolazioni distali. Esse però in quanto inserite in un ambiente determinato (e quindi percepite in rapporto all'illuminazione, ad altri stimoli, al punto di vista...) hanno un loro “potenziale informativo” che mettono a disposizione del sistema visivo. Questo potenziale costituisce lo stimolo prossimale. Quanto di questa informazione disponibile viene effettivamente impiegato dai recettori retinici viene definito come stimolazione prossimale. Essa viene poi codificata e rielaborata e va a costituire i percetti – ciò che noi percepiamo effettivamente.

L'insieme di questi processi costituisce la cosiddetta catena psicofisica, che vincola l'osservatore al mondo esterno. In generale, data un'immagine non è possibile ricostruire in modo assolutamente certo lo stato di cose che l'ha determinata: l'osservatore, infatti, è in contatto con le immagini degli oggetti e non con gli oggetti stessi. Per capire in che senso l'informazione ottica è in parte indeterminata, possiamo fare un esempio: se noi abbiamo un prodotto come 6x4, il risultato è determinato in modo univoco poichè vi può essere solo 24 come soluzione. Tuttavia non avrà senso chiedersi l'opposto (ossia: 24=... x ... ) in quanto sarebbero possibili più soluzioni e non sapremmo quale scegliere. Ebbene, in molti casi, l'immagine ottica contiene proprieta' che risultano da più condizioni fisiche: per questo ricostruire il mondo fisico a partire dall'immagine è impossibile in assenza di vincoli o principi aggiuntivi. Nel '600 vennero fatti degli esperimenti che fecero riflettere molto sull'illusione dell'arte e sui limiti della percezione: vennero costruite stanzette in miniatura e si chiedeva di guardarle attraverso uno spioncino. Le persone non erano in grado di riconoscere se si trattava di mobili a grandezza naturale o in miniatura: l'armadio di una bambola, alto 10 cm, proietta alla distanza di 30 cm la stessa immagine che viene proiettata da un armadio di un metro alla distanza di 30 metri. I casi di indeterminazione ottica sono svariati:

· Figura/sfondo: Nella comune osservazione visiva gli spazi vuoti tra gli oggetti non vengono notati. Noi vediamo gli oggetti come entita' dotate di forma, mentre gli spazi intermedi ne sono privi, salvo nel momento in cui con un piccolo sforzo riusciamo a portare l'attenzione sui vuoti e a vederli come figure. Rubin studiò la sostanziale ambivalenza geometrica dei contorni tra regioni dell'immagine mediante le cosiddette figure reversibili. Le principali caratteristiche di queste figure possono essere così riassunte: la figura ha una forma, mentre lo sfondo è relativamente uniforme. Il contorno appartiene alla figura che delimita e non allo sfondo. La figura ha un’estensione definita mentre lo sfondo si estende indefinitamente. La figura è “più vicina”, in rilievo apparente sullo sfondo “più lontano”. Lo sfondo appare continuare dietro la figura. La figura attrae maggiormente l’attenzione e quindi si ricorda meglio. Il colore della figura è “di superficie” mentre quello dello sfondo è “filmico”. Rubin ha dimostrato che l’organizzarsi della situazione stimolante in “figura-sfondo” obbedisce a determinate condizioni in base alle quali è possibile prevedere quale zona del campo acquisirà il ruolo di “figura” rispetto ad altre. Le più importanti di tali condizioni, oltre a quelle sopra descritte, sono la grandezza relativa delle parti (per cui si tenderà a percepire come figura la zona più piccola) e il carattere concavo o convesso dei margini (per cui si tenderà a percepire come figura l’area con margini convessi piuttosto che quella con margini concavi). L’articolazione figura-sfondo emerge anche con figure ottenute con margini fisicamente inesistenti, come il noto “triangolo” di Kanizsa, in cui si percepisce un triangolo bianco (fisicamente non presente!) davanti a 3 cerchi neri su uno sfondo bianco. Il triangolo bianco appare più chiaro rispetto al bianco sullo sfondo, producendo “contorni anomali”, fisicamente inesistenti.

· Completamento amodale: Fenomeno percettivo per cui una figura, occlusa parzialmente da un'altra, viene percepita come se le parti occluse fossero effettivamente presenti e “stessero dietro” la figura occludente.

· Unificazione percettiva: All'inizio del '900 Wertheimer, Kohler e Koffka dimostrarono che gli elementi più semplici che possiamo considerare sono dei punti tutti uguali. Il fattore più importante coinvolto nella percezione dei punti è la prossimita': vengono unificati i punti più vicini. Pensiamo ad esempio alle costellazioni. Per elementi più complessi, come intrecci di due linee, il nostro sistema visivo preferisce la cosiddetta buona continuazione: cioè preferisce minimizzare i cambiamenti di direzione. Nel caso dell'intreccio delle due linee, così, solo con uno sforzo attentivo riusciremo a percepire la giustapposizione di due angoli.

Teoria della detezione del segnale

La teoria della detezione del segnale costituisce un passo importante nello studio della psicofisica perché ha permesso di introdurre l’elemento statistico in un campo di ricerca che era fortemente legato al fenomeno e poco al criterio soggettivo. Il soggetto in esame deve riconoscere un segnale, sia esso uditivo o visivo, da quello che viene chiamato rumore di fondo. Per esempio una prova potrebbe essere quella di vedere una macchia colorata (segnale) su uno sfondo di colore simile (rumore di fondo). Possono succedere 4 cose diverse:

1. il segnale realmente esiste e viene identificato; 2. il segnale realmente esiste ma non viene distinto dal rumore di fondo, e

quindi non viene identificato; 3. il segnale non esiste e il soggetto ne conferma l’assenza; 4. il segnale non esiste ma il soggetto ne riferisce la percezione (falso

allarme).

Si può creare dunque una matrice di questo tipo:

Segnale SI Risposta NO

Presente %Hit % Omissis

Assente %Falso allarme % Rifiuto corretto

Dal rapporto tra questi 4 casi, emergono 2 fattori importanti, da tenere in considerazione:

1. la sensibilità del sistema, ovvero la capacità di rilevare un segnale dal rumore di fondo;

2. il criterio soggettivo impiegato, che fa sì che vengano identificate due tipologie di individui: quelli più prudenti e quelli che azzardano una risposta, piuttosto che non darla. Viene così introdotto il concetto di bias di risposta, ovvero la propensione di un soggetto a rispondere “sì” anche in maniera inappropriata, ma solo perché è propenso.

La teoria della detezione del segnale dà per assunto che il rumore con cui l’osservatore si confronta sia in continua variazione, per motivi di ordine fisiologico e attentivo. La curva gaussiana, la più adatta a spiegare l'andamento della risposta ad un dato segnale, rappresenta queste variazioni nel tempo (curva del segnale). N sta per Noise, ovvero rumore di fondo (fig.1), mentre S+N indica il Segnale (Signal) + il rumore Noise (curva a destra nella fig.2). La distanza fra le medie delle due distribuzioni è l'indice rappresentativo della sensibilità dell’osservatore e viene misurata come deviazione standard. Se la distanza è uguale a 0, la sensibilità dell’osservatore è nulla, perché le due curve si sovrappongono e quindi il soggetto non è in grado di percepire la

macchia colorata dallo sfondo di colore simile. Le risposte dipendono non solo dalla sensibilità, ma anche dal criterio di risposta, che intersecando le gaussiane, delimita quattro zone corrispondenti ai quattro criteri di risposta.

Descrivere le funzioni delle vie visive nella percezione della visione

Innanzitutto in anatomia si definisce "via" un insieme di regioni cerebrali disposte in successione o connesse tra loro. Nei primati sono state identificate circa 30 diverse aree visive organizzate secondo due vie: quella visiva dorsale e quella visiva ventrale. Più di venti anni fa due neuroscienziati americani, Ungerleider e Mishkin, proposero che la via visiva dorsale (che va dal lobo occipitale al lobo parietale) fosse dedicata alla percezione della posizione degli oggetti nello spazio e quella visiva ventrale (dal lobo occipitale al lobo temporale) all'analisi degli attributi visivi dell'oggetto necessari per il suo riconoscimento (forma, dimensione, ecc..). Secondo questa ipotesi, le due vie visive svolgono ruoli indipendenti, ma complementari nella costruzione della nostra rappresentazione del mondo. Più di recente gli inglesi Goodale e Minler hanno fornito un'interpretazione differente che vede i due sistemi visivi analizzare i medesimi attributi visivi degli oggetti, ma per scopi differenti: la via visiva ventrale genera una rappresentazione visiva su cui è fondata l'esperienza consapevole del mondo visivo, mentre la via visiva dorsale analizza le informazioni visive allo scopo di guidare in modo inconsapevole le interazioni motorie con gli oggetti. Interessanti sono i casi dell'agnosia visiva e dell'atassia ottica. L'agnosia visiva è un disturbo neuropscologico prodotto dalla lesione della via visiva ventrale che rende il soggetto incapace di riconoscere i volti di familiari o amici o anche la forma, le dimensioni e l'orientamento di semplici figure geometriche. Nonostante ciò, queste persone riescono, ad esempio, a dirigere mano e dita su quegli stessi oggetti la cui forma e orientamento non vengono riconosciuti. Ciò ci dice che nel sistema nervoso di questi soggetti erano disponibili informazioni riguardanti con forma, dimensione e orientamento degli oggetti, cosa che sembra in contrasto con le teorie di Unglerleider e Mishkin, ma che avvalora quelle di Goodale e Milner. L'atassia ottica è, invece, un disturbo legato ad una lesione della via visiva

dorsale. I soggetti affetti da atassia riescono a descrivere normalmente l'identità e la posizione degli oggetti, ma non riescono a raggiungerli o almeno sulla base di informazioni visive. I casi di dissociazione consapevole e controllo visivo del movimento non sono limitati a condizioni cliniche, ma abbiamo anche esperimenti su persone normali.

Un'esempio è l'illusione di Titchener: i due cerchi centrali sembrano di dimensioni differenti, invece sono uguali. Tuttavia se si chiede di prenderli con mano, la presa non risulta influenzata dall'illusione percettiva. Si ipotizza che questo fenomeno avvenga a causa della costanza di grandezza: un oggetto che si allontana viene percepito della stessa grandezza nonostante i fatto che l'immagine che esso proietta sulla retina diventi progressivamente più piccola. Ciò che vediamo, o che pensiamo di vedere, non è uguale a ciò che guida i nostri movimenti.

Ragionamento deduttivo: modus ponens e tollens L'idea che il ragionamento comune coincida con la logica è molto antica, risalente gia' al periodo di Aristotele. In modo simile, fino a pochi decenni fa, la maggioranza degli psicologi partiva dal presupposto che il ragionamento comune fosse basato sull'applicazione di regole logiche. Un esempio ne è Piaget che sosteneva che lo sviluppo cognitivo si compie nell'adolescenza con l'acquisizione delle operazioni formali, cioè delle regole formali di inferenza. “Formali” perché il carattere di astrattezza di queste regole può essere messo in discussione attraverso alcuni importanti esperimenti di psicologia del ragionamento. Questa posizione, che viene definita teoria della logica mentale, è attualmente difesa solo da pochi psicologi. Il primo problema che riguarda la teoria della logica mentale è quello degli errori di ragionamento. Prendiamo un esempio: -Se nella mano c'è un asso, allora c'è un 2. -Nella mano non c'è un asso. Cosa ne consegue? Che nella mano c'è un 2. Un argomento di questo tipo è detto modus ponens: si tratta di un argomento logicamente valido, in cui se le premesse sono vere, è vera anche la conclusione. Se P, allora Q P Quindi Q Passiamo ad un altro esempio: -Se nella mano c'è un asso, allora c'è un 2. -Nella mano non c'è un 2. Cosa ne consegue? Secondo la meta' delle persone interrogate non è possibile stabilire se nella

mano c'è un asso oppure no. E' questo il caso del cosiddetto modus tollens: un argomento in cui, negando una proposizione, ne nego un'altra. Se P, allora Q Non-Q Quindi non-P

Ruolo dell'istruzione formale Una variante della logica mentale sostiene che non tutti gli schemi che si trovano nei manuali di logica corrispondono a schemi che nella realta' le persone applicano quando ragionano. Secondo alcuni, vi sarebbero degli schemi logici spontanei (come il modus ponens): una volta, infatti, che ad esempio un bambino acquisisce il significato dei termini "se" e "allora" sarà automaticamente in grado di rilevare il modus ponens. Gli altri schemi, invece, deriverebbero dall'applicazione di strategie acquisite con l'istruzione formale. Si tratterebbe, quindi, di una sorta di logica mentale naturale, che non è legata strettamente ai manuali standard della logica. Secondo gli autori che sostengono quest'ipotesi, il modus tollens è più complesso in quanto richiede un ragionamento per assurdo. -Se P, allora Q. -Non-Q. Supponiamo che la conclusione delle due premesse sia P. Dalla prima premessa e dalla supposizione possiamo ricavare Q applicando il modus ponens. La seconda premessa dice che non c'è Q. Applicando la regola della congiunzione possiamo concludere che c'è Q e non-Q, chè è ovviamente una contraddizione. Per questo si deve rifiutare la supposizione. Si sostiene quindi che, a meno che io non abbia acquisito, grazie a determinati studi, a ragionare per assurdo è difficile che io arrivi a ricavare un’inferenza valida di forma modus tollens.

Ruolo dei fattori pragmatici nel ragionamento (inferenze non valide)

1. Fallacia della negazione dell'antecedente. Es. Se mi falci il prato, ti darò 10 euro. Non mi hai falciato il prato. Tutti ne deriverebbero "Non ti darò 10 euro" L'enunciato sarebbe in forma: Se P, allora Q. Non-P. Da queste premesse, alcune persone tendono a trarre l'inferenza non-Q che non è corretta perchè si tratta di una inferenza non valida. La forma esatta sarebbe: Se P, allora Q. Non-Q. Quindi non-P.

2. Argomenti validi, ma conclusione errata. La logica ci dice che, se le premesse sono vere, sara' vera anche la conclusione. Questo è il principio di base del modus ponens e del modus

tollens. In realta' esistono, però, argomenti nei quali non è sempre vero che a partire da premesse vere si ricavano conclusioni vere. Es. Se Napoleone è stato assassinato, allora è morto. Napoleone non è stato assassinato. Napoleone non è morto. Questo ragionamento non è valido perchè porta a conclusioni fattualmente false.

Teoria dei modelli mentali La Teoria Dei Modelli Mentali è stata proposta dallo psicologo britannico Philip Johnson-Laird, secondo cui il ragionamento è un processo di natura semantica. Le inferenze deduttive sono tratte sulla base della costruzione e manipolazione di rappresentazioni (modelli) mentali delle possibilità descritte dalla premesse. Differenza sostanziale rispetto alla teoria della logica mentale è che il ragionamento deduttivo non è basato sull’applicazione non consapevole di regole analoghe a quelle della logica standard. Es. "Se nella mano c'è un asso, allora c'è un 2". Le persone tenderanno a costruirsi questi modelli: asso 2 ... ossia, la prima riga-modello rappresenta una mano con entrambe le carte, la seconda implicitamente le altre possibilita' ammesse dal condizionale: non-asso 2 non-asso non-2 Secondo la teoria dei modelli mentali, ragioni di economia cognitiva portano le persone a rappresentare in modo esplicito solo ciò che è vero e non ciò che è falso. Data la rappresentazione precedente: Asso 2 ... E dato l'enunciato "Nella mano c'è un asso", è facile ricavare la conclusione "Nella mano c'è un 2". Se diamo, invece, l'enunciato "Nella mano non c'è un 2" , non è altrettanto facile ricavare la conclusione valida "Nella mano non c'è un asso". Ne deriva che un problema modus ponens è più facile di un problema modus tollens poichè, mentre per risolvere il primo è sufficiente una rappresentazione incompleta del condizionale, per il secondo bisogna esplicitare tutte le possibilità in cui il condizionale è vero, comprese le possibilita' che rappresentano casi falsi. Insomma, secondo la teoria dei modelli mentali, le capacita' e gli errori di ragionamento delle persone non esperte di logica dipendono dal modo in cui vengono interpretate e rappresentate le premesse.

Effetti del contenuto nel ragionamento.

Prendiamo in considerazione due versioni del celebre problema di selezione il cui ideatore fu lo psicologo Peter Wason. La questione a cui i soggetti dovevano rispondere era stabilire se una regola espressa da un condizionale di forma "Se P, allora Q" è vera o se comunque è stata rispettata. In entrambi i casi la riposta corretta è quella che indica i casi che possono presentare la combinazione P e non-Q. Di fatto, prese quattro carte che presentano una lettera da un lato e un numero dall'altro, se noi scopriamo una carta con una A (P) e con dietro un 5 (non-Q), possiamo concludere che la regola indicata nella versione A è falsa. Allo stesso modo, prese quattro buste (le prime due girate dalla parte del mittente, una chiusa e una aperta, le altre due dalla parte del destinatario, una con un francobollo da 50 e uno da 40 cent.), se noi scopriamo una busta chiusa (P) con un francobollo da 40 cent (non-Q), possiamo concludere che la regola indicata nella versione B non è stata rispettata. Ora, quasi tutti riescono a risolvere la versione B, pochissimi anche la A. Questo perchè le persone ragionano in modo differente due versioni analoghe dello stesso problema: il ragionamento, cioè, è determinato dal contenuto delle premesse. Questa scoperta, però, è difficile da spiegare con la teoria della logica mentale, per cui si è ricorso alla cosiddetta psicologia evoluzionista, che cerca di spiegare attivita' che sembrano proprie della specie umana, come il linguaggio e il ragionamento. Secondo alcuni è possibile spiegare il modo in cui le persone ragionano nel problema di selezione partendo dal presupposto che la specie umana abbia una capacita' innata di ragionare sui contratti sociali, ossia regole che stabiliscono scambi di benefici tra individui. Tuttavia durante gli scambi vi possono essere degli imbrogli (un individuo riceve il beneficio, ma non lo restituisce) che possono essere scoperti attraverso alcuni moduli presenti nella mente umana. Effettivamente, le versioni del problema di selezione che risultano più facili da risolvere sono proprio quelle in cui vige la regola di un contratto sociale. Ad esempio, nella versione B gli utenti si scambiano dei benefici: uno assicura il beneficio di spedire una busta chiusa, l'altro si assicura il beneficio di ricevere più soldi in francobolli. Ragionamento probabilistico (induttivo) ed euristiche Il ragionamento induttivo è quello in cui vengono tratte conclusioni generali a partire da premesse particolari, o in cui si passa da proposizioni particolari ad altre proposizioni particolari attraverso proposizioni generali. Numerose sono le attività di pensiero in cui sono implicate forme di ragionamento induttivo, come, per esempio, la formazione di concetti, le predizioni e le generalizzazioni fatte a partire da esempi. Un esempio di ragionamento induttivo è quello probabilistico. Secondo una teoria che tutt'ora domina nelle scienze economiche (teoria dell'azione razionale), l'attore razionale prende decisioni scegliendo le alternative che hanno la maggior probabilità di produrre miglior benefici. Alcune ricerche condotte da Kahneman (premio Nobel economia) e Tvesky hanno dimostrato che le persone non prendono sempre decisioni razionali e non valutano sempre correttamente le probabilità degli eventi relativi alle

scelte che devono compiere. Prendiamo due problemi che ci illustrano come le persone violano alcune regole del calcolo della probabilità. Problema delle parole: un gruppo di soggetti deve stimare la frequenza delle parole di sette lettere che terminano in -one, un altro gruppo la frequenza delle parole che hanno come penultima lettera la n. I partecipanti giudicano le parole in -one molto più frequenti delle parole in -n- violando così la regola della congiunzione, secondo cui la probabilità della congiunzione di due eventi non può essere superiore alla probabilità di uno di questi eventi. Problema di Linda: Linda ha 31 anni, non è sposata, è estroversa e brillante. Ha studiato filosofia. Quando era studentessa era molto attiva politicamente. Si chiedeva ai soggetti di mettere in ordine di probabilità i seguenti enunciati: 1. Linda fa la parrucchiera; 2. Linda fa la parrucchiera ed è un'attivista no-global. Il 90% dei partecipanti riteneva più probabile l'evento 2, ma l'essere parrucchiera comprende necessariamente l'essere attiviste no-global. Per cui la risposta esatta era la prima. Ma da cosa dipendono questi errori? Secondo Kahneman e Tversky, le stime probabilistiche sono spesso basate su procedure economiche, a volte efficaci, ma che non garantiscono la soluzione corretta. Si tratta di procedure che lo psicologo Simon (premio Nobel economia) ha definito euristiche. Le euristiche, definite anche “scorciatoie cognitive” o “strategie di comodo”, vengono applicate in modo veloce e spesso inconsapevole portando il decisore a commettere errori (bias o fallacie) che comportano conseguenze negative nel processo decisionale. Quali sono le euristiche alla base dei problemi che ho citato sopra? Nel problema delle parole i partecipanti hanno utilizzato la cosiddetta euristica della disponibilità che consiste nella ricerca di una stima soddisfacente delle probabilità al minimo dispendio di risorse. In un processo decisionale ogni persona sfrutta prima ciò che gli viene subito in mente (magari anche informazioni di cui ha soltanto sentito parlare) ed eventualmente in seconda istanza anche le altre informazioni. Nella rappresentazione delle informazioni, quelle facilmente ricordabili hanno sempre un peso maggiore rispetto alle altre e ciò avviene senza che la persona se ne renda conto. L'euristica della disponibilità deriva dall'esigenza della mente umana di prendere le decisioni in modo rapido, tenendo conto dell'esperienza passata propria (esperienza diretta) o altrui (esperienza indiretta), ma come per altre euristiche è ingannevole e talvolta fuorviante in un processo decisionale.

Nel problema di Linda la violazione della regola della congiunzione viene attribuita all'euristica della rappresentatività, che induce a basare la stima sul grado di tipicità di un evento rispetto alla categoria a cui appartiene. La descrizione di Linda contiene degli elementi (es. laureata in filosofia, politicamente impegnata) che fanno pensare più ad un'attivista no-global che ad una parrucchiera. Come l'euristica della disponibilità, anche l'euristica della rappresentatività è molto usata nella quotidianità dall'individuo per prendere decisioni in poco

tempo o anche per esprimere giudizi sulle persone. Questo però può indurre a errori sistematici. Il primo è la “fallacia della congiunzione” che si presenta quando si utilizza l'euristica della rappresentatività in modo errato producendo valutazioni distorte su eventi considerati congiunti, invece di valutarli attraverso la regola di congiunzione della teoria della probabilità. Un secondo errore è la “fallacia della probabilità di base”: gli individui danno giudizi su un determinato evento sulla base di informazioni che riguardano l'evento stesso e non considerano la probabilità di base che riguarda la categoria a cui fa riferimento l'evento posto a giudizio.

Ipotesi evoluzionista Negli ultimi anni è emersa una visione molto più pessimistica, secondo cui gli errori di giudizio non dipendono dall'applicazione di euristiche, ma dall'incapacità della mente umana di trattate le informazioni probabilistiche. Questa visione viene condivisa dagli evoluzionisti che sostengono che la selezione naturale non può aver prodotto dei meccanismi cognitivi per elaborare ciò che non si può osservare. Ad un ipotetico antenato è più facile attribuirgli una frase del tipo "Siamo andati a caccia venti volte e abbiamo catturato la preda quattro volte", piuttosto che "C'è il 20% di probabilita' di catturare una preda andando a caccia nella foresta". In altre parole, gli ominidi erano in grado solo di osservare gli eventi reali e di registrarne le frequenze. Secondo un'altra ipotesi derivata dalla teoria dei modelli mentali, le persone non esperte traggono inferenze probabilistiche come fanno con quelle deduttive, ossia in modo estensionale: non ragionano applicando regole, ma sulla base di rappresentazioni mentali di possibilità.

Descrivere le affordance di Gibson

Come avviene il riconoscimento di oggetti del tutto nuovi? Tramite delle analogie, si potrebbe pensare. Tuttavia l'utilizzo di analogie presuppone che vi siano in memoria almeno alcune rappresentazioni di oggetti noti che, prima di essere noti, erano a loro volta ignoti. E questo produce un regresso all'infinito. Gibson, padre dell'approccio ecologico, è stato il primo a far notare che nella struttura dell'assetto ottico sono disponibili informazioni in grado di specificare direttamente ad un organismo quali azioni possono essere svolte su un determinato oggetto. Tali proprietà prendono il nome di affordance (dall'inglese, to afford: offrire, rendere disponibile). Ogni oggetto possiede le sue affordance, così come le superfici, gli eventi e i luoghi. Ad esempio una superficie piatta possiede l'affordance di camminare sopra ad essa, una superficie verticale dà l'affordance di ostacolare un movimento o di blocco di un movimento. L'aspetto esterno di una caraffa d'acqua - con manico laterale e beccuccio - permette all'utilizzatore di dedurne intuitivamente le funzionalità, anche senza averla mai vista prima. Le affordance specificherebbero che un oggetto, in relazione alla forma, alla dimensione e alle nostre possibilità motorie, può essere afferrato con la mano, essere usato per sedere o per camminarci sopra. Più alta è l'affordance, più sarà automatico ed intuitivo l'utilizzo di un dispositivo o di uno strumento. Ad esempio, l'aspetto di una maniglia dovrebbe

far intuire al meglio e automaticamente come la porta vada aperta: se tirata, spinta, o fatta scorrere. Al contrario, una porta che si apre automaticamente al passaggio ha una scarsa affordance, poiché il suo funzionamento è molto poco intuitivo. Il concetto gibsoniano di affordance ha avuto grande successo anche al di fuori della psicologia, soprattutto fra coloro che si occupano di progettazione: un esempio è l'interfaccia uomo-computer. E', infatti, plausibile pensare che una persona capisca più facilmente come spostare un file in una cartella, se l'icona che rappresenta quest'ultima è più grande di quella che rappresenta il file. La relazione di grandezza tende, di fatto, a creare un affordance che ci suggerisce che la cartella può contenere il file.

Metodi per lo studio del comportamento e dei processi cognitivi

· Psicofisica · Cronometria mentale

La Cronometria mentale nasco con gli studi dell'olandese Donders che per primo ipotizza la possibilità di misurare le operazioni mentali attraverso i tempi di reazione. Gli esperimenti di cui Donders si è servito sono i seguenti: veniva chiesto ai soggetti di premere un tasto non appena compariva un puntino sullo schermo di un computer. In altri casi il compito assegnato richiedeva anche di discriminare lo stimolo, ossia di riconoscerne uno tra tanti perchè, per esempio, caratterizzato da un particolare colore. Gli stimoli a cui non bisognava rispondere sono detti distrattori. Una terza variante dell'esperimento è questa: si hanno a disposizione due tasti, il primo si deve premere se compare un pallino verde, il secondo se compare il pallino rosso. Donders sosteneva di poter misurare la durata di un'operazione mentale facendo ricorso a misurazioni differenziali dei tempi necessari allo svolgimento di processi mentali di diversa complessità (metodo sottrattivo). Secondo questa ipotesi, processi mentali più complessi avrebbero dovuto produrre tempi di reazione più lunghi. Il metodo sottrattivo non è, però, accettato dalla moderna psicologia, poichè si basa sull'errato presupposto che togliere o aggiungere un'operazione mentale ad un compito non abbia conseguenze sullo svolgimento delle altre operazioni mentali che vengono messe in atto per risolverlo.

Effetto Stroop Un esempio ancora attuale del modo in cui si può utilizzare la cronometria mentale è l'esperimento dell'americano Stroop: i soggetti vedono una ventina nomi di colori scritti con un inchiostro colorato e devono denominare il colore dell'inchiostro ignorando la parola scritta. Il significato della parola può essere: - congruente (rosso); - incongruente ( verde);

-neutro (xxxx). Ne risultò che il tempo impiegato è maggiore per la condizione incongruente, minore per quella congruente, mentre per quella neutra il tempo impiegato si troverà più o meno a metà strada tra le altre due. E' molto probabile, inoltre, che nella condizione incongruente si facciano più errori e più pause che in quella congruente e neutra. Cosa suggeriscono questi risultati a proposito del funzionamento della mente? Ci rivelano che non siamo in grado di ignorare il significato di una parola scritta nemmeno se cerchiamo di farlo con tutte le nostre forze.

Paradigma di Sternberg L'esperimento di Stroop è basato sui tempi di reazione, ma certamente non misura la durata di una specifica operazione mentale. Ci fu un famoso studio da parte dello psicologo americano Sternberg per quel che riguarda la memoria a breve termine. Il suo esperimento era progettato per studiare i processi con cui avviene la ricerca di un elemento all'interno della memoria a breve termine, ossia quella memoria che si utilizza, per esempio, quando si deve tenere a mente un numero per pochi secondi. I partecipanti udivano una serie di numeri, seguita, dopo un breve intervallo, da un altro numero detto sonda. Si chiedeva di decidere se il numero sonda era stato udito anche all'interno della serie premendo uno dei due tasti (e No) il più rapidamente possibile. Sternberg osservò che i tempi di reazione aumentavano con l'aumentare del numero di elementi presenti nella serie, seguendo una funzione lineare. Inoltre i tempi di reazione per le risposte positive erano uguali a quelli per le risposte negative. Si poteva, quindi, affermare che viene eseguita un'operazione mentale di confronto con il numero sonda in modo seriale per ogni singolo elemento della serie. Inoltre i confronti vengono svolti in modo esaustivo, ossia dal primo all'ultimo elemento della serie, senza decidere ad ogni singolo passo se il confronto è positivo o negativo.

· Neuropsicologia La Neuropsicologia è la disciplina che studia le basi neurali delle funzioni mentali. Essa nasce nel XIX secolo con lo studio dei disturbi del linguaggio prodotti da una lesione cerebrale (come, ad esempio, l'afasia). Neurologi come Broca e Wernicke tentarono di stabilire una connessione tra lesioni di aree specifiche del cervello e disurbi afasici. Questo portò alla formulazione delle prime teorie di modelli anatomo- funzionali in cui il linguaggio veniva suddiviso in componenti separate che avevano correlati anatomici distinti. Negli anni '70 nasce una nuova branca della Neuropsicologia, detta Neuropsicologia cognitiva, il cui interesse principale è quello di studiare il comportamento di pazienti con disturbi neuropsicologici così da cercare di capire il funzionamento dei processi mentali normali. Il principale strumento di indagine è quello della dissociazione, ossia l'osservazione che un paziente mostra un danno selettivo ad una particolare componente del sistema cognitivo. Ad esempio, un paziente può perdere la capacita' di riconoscere le facce delle persone, pur mantenendo quella di riconoscere gli oggetti.

Dissociazioni di questo tipo dimostrano l'esistenza di un modulo, cioè di un sistema specifico che risponde solo a stimoli di una particolare classe (nel caso sopradescritto, le facce).

· Neuroimmagine funzionale La Neuroimmagine funzionale è la disciplina che studia le funzioni neurali nel cervello umano. E' basata sull'utilizzo di tecniche di scansione computerizzata e visualizzazione dell'attivita' cerebrale, tra cui la Tomografia ad emissione di positroni (PET) e la Risonanza magnetica funzionale (fMRI). Alla base del funzionamento di queste due tecniche, in modo molto semplificato, c'è l'assunto che quando un gruppo di neuroni aumenta la sua attivita' si verifica un maggior afflusso di sangue che trasporta ossigeno e glucosio ai tessuti cerebrali. Quindi diviene possibile stabilire quale zona del cervello si attiva quando l'individuo svolge un determinato compito.

· Simulazione I metodi di simulazione costituiscono un passo importante per avvicinare maggiormente la psicologia alle scienze esatte. Partiamo da una premessa: la mente è un meccanismo non osservabile perchè non può essere "aperta" per studiarne il funzionamento. Il metodo simulativo consiste nello sviluppare un modello tradotto in un programma per computer che riproduce in modo fedele il comportamento umano. Spesso una teoria verbale è il punto di partenza per sviluppare un modello computazionale, che diventa più preciso ed esplicito della teoria dalla quale deriva. La simulazione, quindi, permette di valutare quanto bene una teoria riesca a spiegare i dati sperimentali e di ottenere predizioni che potranno essere verificati attraverso nuovi esperimenti.

Riconoscimento degli oggetti Riconoscere un oggetto significa categorizzarlo: ogni oggetto viene inserito e ricercato in categorie, organizzate in maniera gerarchica, che contengono anche la descrizione del suo possibile utilizzo. Ma come facciamo a riconoscere un oggetto da diversi punti di vista? Modello a tre stadi di Marr Secondo Marr, il riconoscimento degli oggetti avviene in tre stadi differenti. Nel primo stadio, detto abbozzo primario, nell'elaborazione visiva avviene una rappresentazione dei contorni a diversi livelli. Successivamente nel secondo stadio, denominato abbozzo a due dimensioni e mezza (2D e 1/2), il riconoscimento continua con l'integrazione dei contorni con le informazioni fornite dalla stereopsi (percezione di profondità basata sull'informazione binoculare), dal movimento e dalle ombre. Il tutto termina col terzo stadio, quello del modello tridimensionale (3D) in cui viene completata, appunto, la descrizione della struttura tridimensionale dell'oggetto. Mentre nei primi due stadi l'oggetto viene valutato dall'osservatore dal suo punto di vista, nel terzo stadio l'oggetto viene ricostruito nello spazio in maniera tridimensionale, indipendentemente dalla posizione dell'osservatore.

Marr giungerà a questa ipotesi combinando l'ottica ecologica di Gibson con informazioni derivanti dalla neurofisiologia del sistema visivo, ovvero l'esistenza di reti neurali capaci di rilevare le relazioni tra l'orientamento dei contorni. Modello di Biedermann Il modello di Marr ha avuto grande influenza. Fra i molti sviluppi contemporanei, quello più autorevole si deve sicuramente all'americano Biedermann. Il suo modello inizia con la fare dell'estrazione dei contorni, che può essere considerata equivalente all'abbozzo primario di Marr, dove si costruisce una rappresentazione dei contorni. Segue la rilevazione delle pna (proprietà non accidentali), ossia proprietà geometriche della proiezione retinica corrispondente ad un oggetto tridimensionale. Possiamo spiegare questo concetto pensando, ad esempio, a quando i contorni sulla retina si incontrano formando una Y. Con altissima probabilità nel mondo vi saranno tre superfici che si incontrano formando uno spigolo. Biedermann ha introdotto anche il concetto di geone, che si riferisce a primitive volumetriche definite dall'insieme di un certo numero di pna. Ogni oggetto può essere riconosciuto utilizzanfola sua descrizione strutturale in termini di geoni. Questo costituisce una grossa differenza dal modello di Marr. Mentre, infatti, quest'ultimo ipotizzava descrizioni strutturali del tutto indipendenti dal punto di vista, le descrizioni a geoni sono solo parzialmente indipendendi da esso. Modello a template "Template" è un termine inglese che significa "sagoma", "stampo". Questa teoria sostiene che il riconoscimento degli oggetti avvenga grazie a delle "fotografie" (templates) che abbiamo all'interno di alcune unità neurali, situate nel lobo temporale. I templates che abbiamo acquisito contengono informazioni anche sulla posizione o punto di vista dell'oggetto. In alcuni esperimenti si è, infatti, dimostrato che il riconoscimento dello stesso oggetto avveniva più rapidamente se veniva mantenuto lo stesso punto di vista, mentre la prestazione diventava meno veloce se questo veniva modificato. Tuttavia ciò implica che, per il numero di oggetti che conosciamo ed i diversi punti di vista che essi possono assumere, dovremmo avere un numero enorme di templates all'interno del nostro cervello. Questa questione venne risolta dagli esperimenti dello psicologo americano Roger Shepard che ha introdotto il concetto di rotazione mentale, secondo cui le persone ricorrebbero ad un processo di rotazione mentale per riconoscere l'oggetto. Shepard dimostrò tale teoria evidenziando che i tempi di riconoscimento aumentavano costantemente e proporzionalmente alla rotazione mentale che si doveva effettuare per riportare l'oggetto al template conosciuto. Gli esperimenti venivano strutturati in questa maniera: al soggetto venivano presentate due diverse figure tridimensionali, egli doveva stabilire se si trattasse dello stesso oggetto ruotato oppure di due diversi oggetti. Tutto ciò venne ulteriorermente confermato dalle ricerche di Bulthoff, che notò che la rotazione mentale aveva un buon effetto se il punto di vista che assumeva l'oggetto era in qualche modo noto ai soggetti esperiti.

Infatti si raggiungevno buoni risultati di riconoscimento se si aveva un punto di vista modificato (ruotato) ma non eccessivamente. Al contrario se il punto di vista era totalmente differente da quello conosciuto, quindi con un punto di vista meno noto, i risultati di riconoscimento erano meno positivi.

Condizionamento classico e operante Cosa significa apprendere e cosa determina l'apprendimento? Vi sono due importanti teoria a questo proposito: il condizionamento classico e quello operante. Condizionamento classico La teoria comportamentista si fonda sul presupposto che si può studiare solo ciò che è direttamente osservabile, quindi la mente e i processi cognitivi non possono essere oggetto di indagini scientifiche in quanto non osservabili in modo diretto. I comportamentisti definiscono l'apprendimento come la comparsa di un comportamento nuovo che si mantiene poi nel tempo. In base a questa definizione comportamenti occasionali o temporanei dovute a particolari condizioni del soggetto (malessere, affaticamento, ecc..) non sono da considerarsi apprendimenti. Nemmeno un comportamento dovuto alla maturazione del sistema nervoso può essere considerato tale, in quanto un vero apprendimento si manifesta a seguito di uno stimolo. Stimolo e risposta devono presentarsi in tempi ravvicinati per un certo numero di volte. Interessanti da questo punto di vista sono gli esperimenti di Pavlov che aveva notato che i cani, oggetti dei suoi esperimenti, iniziavano a salivare ancor prima di ricevere il cibo. Incuriosito, Pavlov scelse uno stimolo (sonoro o luminoso) chiamato stimolo neutro per poi presentarlo assieme ad uno stimolo incondizionato (cibo). La salivazione dei cani era invece la risposta incondizionata. Pavlov scoprì che, dopo un certo numero di volte che presentava la suddetta situazione, i cani iniziavano a salivare già quando vedevano la luce o sentivano il suono. Lo stimolo neutro (la luce o il suono) era diventato uno stimolo condizionato e il riflesso di salivazione era diventato una risposta condizionata. Condizionamento operante Una seconda prospettiva riguardo l'apprendimento è il condizionamento operante. Lo psicologo americano Thorndike fu il primo a proporre la cosiddetta legge dell'effetto: lo stabilirsi e il rafforzarsi dei legami associativi tra stimolo e risposta deriva dagli effetti che seguono la risposta. Un esperimento classico di Thorndike consisteva nel collocare un gatto affamato in una gabbia dalla quale poteva uscire solo premendo una leva. L'animale inizialmente presentava una serie di comportamenti, tra i quali anche quello che casualmente permetteva l'apertura di una porta e l'accesso al cibo. Dopo la prima volta in cui era riuscito ad uscire, il gatto apriva la gabbia con sempre maggior frequenza e rapidità. Thorndike formulò due principi:

· L'apprendimento avviene per prove ed errori;

· Un comportamento viene appreso e si stabilizza solo se la risposta produce un certo effetto sull'ambiente e sull'individuo.

La versione comunque più completa del condizionamento operante si deve a Skinner che, però, era più interessato ai comportamenti messi in atto pur non essendo condizionati da alcuno stimolo. Un famoso esperimento di Skinner è il seguente: un ratto viene messo in una scatola con una leva. Il premere la leva darà come conseguenza un evento positivo (ricompensa) o un evento negativo (punizione). Ciò che si osserva di solito è che in una decina di minuti l'animale, tra i vari comportamenti che mette in atto, preme la leva e ottiene una razione di cibo. L'azione del premere la leva diventa sempre più frequente in quanto essa ha una conseguenza positiva (l'erogazione del cibo). I rinforzi Il principio chiave per spiegare questo fenomeno è il rinforzo, ossia la conseguenza positiva che produce un aumento nella frequenza del comportamento in questione. I rinforzi possono essere positivi o negativi. Spesso si confonde il concetto di rinforzo negativo con quello di punizione, che invece sono aspetti molto diversi: il rinforzo negativo è dovuto all'eliminazione di una situazione sgradevole (es. interrompendo la scossa elettrica), mentre la punizione è costituita dalla somministrazione di una situazione sgradevole al fine di diminuire la frequenza di un dato comportamento. I rinforzi, inoltre, si suddividono in primari o secondari. I rinforzi primari sono quelli che soddisfano i bisogni primari dell'individuo, quali la fame, la sete, il sonno, ecc. I rinforzi secondari sono, invece, quelli che, per esempio, prevedono il ricevere gettoni che, a loro volta, permettono l'erogazione del cibo. Vi sono anche:

· rinforzi continui, ad esempio, quando il cibo veniva erogato ogni volta che il ratto premeva la leva. Questi rinforzi permettono una grande rapidita' d'apprendimento, ma anche una rapida estinzione del comportamento appreso.

· rinforzi parziali, più efficaci, quando non viene fornito sempre cibo ogni volta che si pigia la leva.

· rinforzi a intervalli fissi, ad esempio quando l'animale riceve cibo ogni tre minuti esatti.

· rinforzi a intervalli variabili, quando l'intervallo tra un'erogazione di cibo e l'altra varia.

· rinforzi a rapporto fisso, quando l'animale riceve cibo ogni tre volte che spinge la leva;

· rinforzi a rapporto variabile, ad esempio il cibo viene erogato la prima volta dopo tre volte che viene premuta la leva, poi dopo cinque, e così via.

Condizionamento operante e apprendimenti complessi: apprendimento verbale. Altri casi di condizionamento operante possono trovarsi con apprendimenti complessi, come quello verbale. Secondo Skinner il linguaggio è un insieme complesso di risposte operanti

create in un bambino dagli adulti. Ad esempio, come fa un bambino ad imparare a riconoscere una certa classe di oggetti? Se il bambino incontra per strada un gatto e lo chiama correttamente, i genitori rinforzeranno il suo comportamento verbale. Se, invece, il bambino vede un cane e lo chiama "gatto", i genitori lo correggono senza quindi rinforzare il suo comportamento verbale. Attraverso l'interazione con gli oggetti (stimoli discriminativi) e i rinforzi il bambino riuscira' a dare la giusta etichetta alle cose. Skinner cercò di applicare questo metodo anche a comportamenti verbali più complessi, come la produzione di frasi del tipo "Studio psicologia", "Cerco il portafoglio", e così via. Tuttavia questa proposta fu violentemente criticata dall'americano Chomsky che sosteneva che il linguaggio avesse delle caratteristiche che non possono essere spiegate con la teoria del comportamento operante. Una di queste caratteristiche è costituita dagli ipercorretismi, che riguardano, ad esempio, la coniugazione dei verbi irregolari al presente o al passato (dicete anzichè dite/ dicerono anzichè dissero). Vi è, inoltre, la possibilità di creare un numero infinito di frasi nuove e questo non è spiegabile con la teoria comportamentista. Dopo la critica di Chomsky, il modello comportamentista dello sviluppo del linguaggio è stato quasi completamente abbandonato, ma ha comunque la sua importanza a livello storico.

Spiegazioni meccanicistiche e cognitive dell'apprendimento Gli studi sul condizionamento classico e operante rappresentano i primi tentativi di capire le regole che governano l'apprendimento, ma che si limitano ad esaminare le relazioni tra ambiente e comportamento e non sui processi responsabili dell'apprendimento. Tali processi sono ancora oggetto di discussione. Da un lato vi sono le teorie meccanicistiche, dall'altro quelle cognitiviste. Secondo le teorie meccanicistiche, l'apprendimento tramite condizionamento dipende da una connessione diretta tra stimolo e risposta: a seguito di uno stimolo identificabile, vi è una risposta automatica che si manifesta come un riflesso (es. chiudere gli occhi di fronte ad una mano che ci potrebbe colpire). Le teorie cognitiviste, invece, presuppongono che il comportamento di chiusura degli occhi dipenda dalla rappresentazione mentale della relazione tra la mano e quello che può accadere quando la mano colpisce. Le teorie cognitiviste sembrano oggi prevalenti. Già nella prima metà del 900 Tolman, studioso del comportamento animale, aveva denunciato l'insufficienza del principio associativa sostenendo che l'animale apprende perchè si costruisce una rappresentazione mentale della situazione che, a sua volta, guidera' l'azione. Apprendimento per segnali La situazione sperimentale utilizzata da Tolman era la seguente: un ratto viene posto su una piattaforma di legno a forma di croce. L'animale viene fatto partire da un'estremita' P ed è libero di muoversi in tutte le direzioni. In una prima fase il ratto riceve i cibo nelle altre tre estremità, poi dopo un certo

numero di volte solo nell'estremita' A che si trova a destra di P. Il ratto, quindi, impara a percorrere il tragitto PA. La domanda che ci si pone ora è: la natura di questo apprendimento è puramente motoria? Per stabilirlo Tolman pose il ratto nell'estremità P1, dalla parte opposta di P. Se il ratto avesse girato a destra, la risposta alla domanda sarebbe stata positiva. Tuttavia il ratto andò direttamente verso il cibo e questo dimostrava che si era creato delle rappresentazioni mentali dell'intero percorso. Questa forma di apprendimento veniva chiamata da Tolman apprendimento per segnali. L'apprendimento per segnali può essere considerato anche come apprendimento di una conoscenza: ad esempio, l'animale impara che il cibo si trova in un certo luogo perchè quello è il posto in cui l'ha sempre trovato e mostra sorpresa quando questo non c'è. La sorpresa è segno della mancata corrispondenza tra quello che si attendeva di trovare e ciò che ha effettivamente trovato. Il fatto che l'apprendimento consista di rappresentazioni mentali è ulteriormente dimostrato da un altro fenomeno osservato da Tolman: un animale che percorre un labirinto senza nessuna ricompensa per numerose volte è poi in grado di scegliere la via più breve per raggiungere il cibo quando viene posto nel labirinto stesso. Questo processo è detto apprendimento latente.

Attenzione selettiva Possiamo definire l'attenzione come l'insieme dei diversi processi di selezione che il cervello mette in atto nei confronti degli stimoli che ci giungono dal mondo esterno attraverso gli organi di senso. Già alla fine dell'Ottocento William James osservò che l'essere umano deve elaborare una quantita' di informazioni sensoriali troppo elevata per essere, in ogni momento, consapevole di tutto. Effettivamente il fatto che una persona non riesca a seguire contemporaneamente il discorso di due interlocutori insieme è un esempio dei limiti del nostro sistema cognitivo.

Orientamento automatico e volontario dell'attenzione- paradigmi. Negli anni Sessanta e Settanta alcuni autori hanno cominciato a creare dei paradigmi sperimentali che mettono in evidenza la presenza di due livelli differenti di elaborazione dell’informazione: uno automatico e uno consapevole. -Paradigma della ricerca visiva. Ann Treisman mise a punto un esperimento dove i soggetti, tra varie lettere di colore diverso, dovevano focalizzare l'attenzione sull'unica lettera di colore blu. Se la lettera di colore blu è presente, egli deve premere subito un pulsante, mentre se non c'è ne deve premere un altro. Ne derivò che il tempo di reazione è abbastanza costante, sia che ci siano pochi o molti distrattori (lettere di colore diverso). Inoltre il tempo di reazione è un pochino più lento quando la lettera target non è presente: questo perchè i soggetti tendono sempre a cercare lo stimolo.

In un secondo esperimento i soggetti dovevano cercare la lettere h verde, quindi dovevano mettere assieme sia l'informazione del colore che della lettera. In questo caso la persona effettua una ricerca sequenziale analizzando ogni elemento uno ad uno. In questo caso i tempi di reazione in presenza o assenza del target avranno una più ampia differenza: se lo stimolo è presente, il soggetto gia' all'inizio o a meta' della sua ricerca identificherà il target e a quel punto interrompera' la sua ricerca. Se, invece, il target non c'è, il soggetto deve cercare fino alla fine impiegando più tempo a rispondere. Treisman arrivò alla conclusione che vi sono due tipi di ricerche: una molto rapida e parallela, che si utilizza quando dobbiamo trovare un singolo attributo di uno stimolo, e una sequenziale e più lenta, quando viene richiesta la ricerca di due elemente congiunti.

-Prime semantico. E’ presentata una parola che funziona da prime. Il soggetto non deve rispondere al prime, ma solo allo stimolo target. In questo caso vediamo due alternative: la parola canarino o la parola braccia. Il soggetto deve decidere se la parola target è o non è un animale. Potrebbe sembrare un compito molto semplice, tuttavia, la presentazione della parola prime prima della parola canarino può modificare la nostra capacità nel compiere questo compito. Per valutare se i soggetti riescono a selezionare una particolare elaborazione in funzione dell'associazione semantica è il SOA (Stimulus Onset Asincrony) che ci indica la distanza in millisecondi tra i primo e il secondo stimolo. Se alla parola canarino viene associata la parola uccello, avremo una facilitazione di circa 40 millisecondi e questo meccanismo identifica la capacità del sistema di migliorare la sua prestazione in funzione delle sue aspettative. -Paradigma di Posner (orientamento implicito) o del suggerimento spaziale. Possiamo selezionare informazioni anche in funzione della posizione spaziale degli stimoli. Il soggetto fissa un punto al centro dello schermo. Successivamente compare un segnale (stimolo endogeno) che anticipa la direzione in cui probabilmente comparira' uno stimolo. Se l'anticipazione si rivela esatta, egli deve premere un pulsante che sta per "prova valida", se l'anticipazione è errata, deve premerne un altro che sta per "prova invalida". Oltre allo stimolo endogeno, si può presentare uno stimolo esogeno (o automatico): in questo caso il target compare nello stesso punto in cui si è visto una specie di flash che attira l'attenzione indipendentemente dalla volontà del soggetto. Vi può anche essere il caso in cui non vi è uno stimolo che ci anticipa la direzione in cui guardare (prova neutrale). Ne deriva che i tempi di reazione sono più rapidi in presenza di uno stimolo valido che di uno stimolo neutro. In caso di un'anticipazione errata dello stimolo, vi sara' un rallentamento del tempo di reazione in quanto il soggetto focalizza l'attenzione in un punto in cui non compare lo stimolo. -Paradigma Shadowing (meccanismi selezione delle informazioni). Il soggetto ha delle cuffie e sene dei messaggi differenti, ma deve focalizzare la propria attenzione su un solo messaggio. Il risultato è che le parole pronunciatee all'interno del canale a cui non si deve prestare attenzione ci

sono totalmente ignote. Ma come avviene questa procedura che mette in evidenta l'inibizione di un canale a favore di un altro?

· Teoria del filtro (Broadbent). Secondo questa teoria, ci sarebbero molti canali d'ingresso e un filtro che permette il passaggio delle informazioni contenute in un solo canale. Queste informazioni verranno poi elaborate da un canale decisionale a capacita' limitata che può o prudurre delle risposte o immagazzinare le informazioni nella memoria a lungo termine. Il filtro selettivo, inoltre, è molto periferico: le informazioni che noi utilizziamo per cancellare i messaggi e i canali che non ci interessano sono molto precoci. Successivamente si è visto che, forse, questa formulazione è inesatta e che non tutto quello che passa dal canale attentivo viene tagliato completamente così come si pensava all'inizio.

Orientamento automatico e volontario dell'attenzione Nell'esperimento di Posner, l'attenzione è diretta in modo volontario: il soggetto, infatti, dirige l'attenzione nel punto indicato dalla freccia perchè informato che quello è il posto più probabile in cui potra' comparire il target. Usando questo tipo di paradigma è stato, inoltre, dimostrato che l'attenzione può essere diretta anche in modo automatico (o esogeno), cioè indipendentemente dala volontà del soggetto. Solitamente questo orientamento avviene in seguito alla comparsa improvvisa di un breve segnale luminoso in un certo punto. Alcuni esperimenti hanno confermato che un segnale luminoso periferico è in grado di produrre un orientamento automatico. Sono, inoltre, stati decisi tre criteri per distinguere un orientamento automatico: 1) Ha luogo anche se il soggetto sta svolgendo un'altra attivita' mentale; 2) Una volta iniziato non può essere interrotto; 3) Non dipende dalle aspettative: nel senso che non dipende dal fatto che sia o meno utile ai fini di un certo compito. In sostanza si comporterebbe come un riflesso, dirigendo la nostra attenzione su eventi che hanno luogo nel nostro campo visivo. Interazione fra fattori volontari e automatici Nella vita quotidiana capita spesso che alcuni elementi possano catturare la nostra attenzione in modo automatico mentre stiamo cercando volontariamente qualcos'altro. A questo punto fattori automatici e volontari competono per il controllo dell'attenzione. Alcuni studiosi hanno cercato di stabilire se sia possibile evitare di farsi distrarre dalla comparsa improvvisa di un elemento nel campo visivo quando si è impegnati nella ricerca di un target. Ne derivò che non era possibile, a meno che il soggetto non focalizzasse la propria attenzione in un punto preciso. Secondo la recente teoria della cattura contingente un orientamento puramente automatico non esiste: alcune ricerche dimostrano che un distrattore è in grado di catturare l'attenzione solo se è in qualche modo simile al target. Se, ad esempio, devo cercare un disco rosso in mezzo a dei dischi verdi, la presenza di un disco blu potrebbe catturare in modo involontario la mia attenzione. Viceversa, la presenza di un elemento di diversa forma, come un quadrato fra i dischi, no catturerebbe l'attenzione. L'attenzione basata sugli oggetti

In base a quanto detto sinora sembrerebbe assodato che l'attenzione si muova seguendo coordinate spaziali. In realta' esiste anche un'altra ipotesi, secondo la quale l'attenzione non si muove e non è distribuita nello spazio, ma è piuttosto basata sugli oggetti. Per dimostrare che l'attenzione può selezioneare gli oggetti a prescindere dallo spazio, sono stati condotti degli esperimenti in cui venivano presentate ai soggetti due figure di oggetti sovrapposti (quindi occupavano la stessa posizione spaziale). I soggetti dovevano riportare due caratteristiche di entrambi o di uno solo degli oggetti (se avevano linea continua o tratteggiata, se erano inclinati a destra o a sinistra, e così via). Ne derivò che la prestazione dei due soggetti era più accurata quando le caratteristiche riguardavano un solo oggetto. Questo è stato interpretato come prova del fatto che l'attenzione opera selezionando gli oggetti. In realta' questa ipotesi deriva gia' dalle leggi di raggruppamento percettivo della Gestalt: gia' prima dell'intervento dell'attenzione il campo visivo sarebbe gia' segmentato in unita' percettive (o oggetti) su cui opererebbe successivamente l'attenzione. Deficit percettivi indotti sperimentalmente Come i limiti o l'assenza dell'attenzione possono influenzare la percezione di stimoli ed eventi? Per rispondere a questa domanda sono stati utilizzati dei deficit percettivi indotti sperimentalmente: attraverso opportune manipolazioni si rende momentaneamente inefficace la selezione attentiva. Attentional blink: è un fenomeno che si presenta quando non si riesce a discriminare correttamente un evento perchè l'attenzione viene concentrata altrove. Per far emergere questo limite si utilizza il paradigma della presentazione seriale rapida: al soggetto vengono fatte vedere su uno schermo una serie di lettere, una di seguito all'altra per pochi secondi e nella stessa posizione spaziale. Egli viene informato della presenza di un target T2 che nel 50% dei casi è nella lettera x o nella lettera y e deve riconoscere T2 premendo un tasto alla fine della successione. In questo caso il 90% delle risposte è generalmente corretto. Nella sequenza, però, viene aggiunta una lettera T1 di colore diverso che compare sempre prima di T2. Il soggetto ora deve identificare prima T1 e poi T2. Ne deriva che le persone rispondono correttamente nel 50% dei casi quando T2 si trova subito dopo a T1, mentre la percentuale sale quando T1 e T2 sono distanti. Ciò può essere spiegato col fatto che se le due lettere sono vicine, l'attenzione non può focalizzarsi su entrambe, ma solo su una delle due. Cecita' al cambiamento: Il change blindness è un fenomeno si ha quando si è consapevolmente incapaci di notare cambiamenti nella scena quando questi hanno luogo insieme ad altri eventi visivi di disturbo. Per far emergere questo limite viene utilizzato il paradigma di flicker (=sfarfallio), tramite cui vengono presentate al soggetto due immagini uguali tranne per un particolare. Esse vengono mostrate in modo ciclico, ognuna per pochi millisecondi: prima immagine-blank-seconda immagine-blank. Il blank è un'immagine vuota. I risultati dimostrano che le persone sono incapaci di notare modifiche anche

evidenti in due immagini successive: questo perchè, se non vi è attenzione focalizzata sulle parti dell'immagine che cambiano, le persone rimangono come ciechi di fronte al cambiamento. Deficit derivanti da patologie Alcune distorsioni della percezione possono, però, essere ricondotte a lesioni cerebrali. Un esempio è costituito dalla sindrome di negligenza spaziale unilaterale, associata ad una lesione del lobo parietale destro del cervello, responsabile dell'orientamento dell'attenzione e degli occhi. I pazienti rimangono inconsapevoli riguardo gli stimoli presenti nel lato sinistro del loro campo visivo. E non solo degli stimoli: tutto ciò che si trova alla loro sinistra "non esiste". Questo comporta molti problemi nella loro vita quitidiana: ad esempio, possono ignorare persone che si avvicinano da sinistra o possono radersi o truccarsi solo a meta'. Delle volte possono arrivare a non riconoscere come il loro il braccio o la gamba controlesionali. E' bene sottolineare che non si tratta di un deficit sensoriale: i pazienti non sono ciechi, sono solo incapaci di rivolgere l'attenzione verso sinistra. E' stato dimostrato, inoltre, che questa sindrome (detta anche neglect), sebbene si osservi prevalentemente in modalità visiva, può riguardare anche altri sensi, come tatto e udito. Ad esempio, una persona affetta da neglect acustico può non riportare suoni o rumori provenienti dal lato opposto alla lesione, nonostante il suo apparato acustico funzioni perfettamente.

Attenzione e coscienza Abbiamo studiato come la percezione risulta compromessa quando sono raggiunti i limiti della selezione attentiva (attentional blink), quando l'attenzione non è focalizzata correttamente (change blindness) o quando manca totalmente una parte del campo visivo (neglect). A questo punto si ci può porre una domanda: è possibile che uno stimolo a cui non si presta attenzione venga comunque elaborato dal sistema cognitivo inconsapevolmente? Quella dei processi non consapevoli è un argomento alquanto complesso in quanto non è possibile basarsi sulla risposta diretta e consapevole del soggetto, ma si ci deve servire di prove indirette. Una tecnica indiretta molto usata è quella dell'ascolto dicotico che consiste nel far sentire al soggetto contemporaneamente due messaggi diversi, uno in un orecchio e uno nell'altro. Gli viene chiesto di ripetere il messaggio presentato, ad esempio, nell'orecchio destro. Quindi la persona di focalizza su questo, escludendo l'altro, tanto che alla fine non è nemmeno in grado di dire se si tratta di una voce maschile o femminile. Successivamente, però, si è dimostrato che, se nel messaggio che dovrebbe venire "escluso" di agginge il nome del soggetto, questi se ne rende immediatamente conto. Sono stati fatti anche esperimenti di condizionamento per produrre una risposta fisiologica ad una parola a cui era stata associata una piccola scarica elettrica. Quando questa parola veniva presentata all'orecchio a cui i soggetti non prestavano attenzione, essa evocava comunque un aumento di sudorazione. Un'altra tecnica indiretta è il mascheramento visivo, tramite cui si presenta uno stimolo target, che deve essere identificato, seguito da un altro stimolo

che lo nasconde. Se le risposte non vengono date a caso, si può ragionevolmente pensare che l'analisi del targeti sia da imputare a processi non consapevoli. Poi abbiamo anche il priming, che è un fenomeno di facilitazione prodotto da uno stimolo target su uno stimolo successivo. Ad esempio, le persone mettono meno tempo a decidere che la parola target cane appartiene alla categoria "animali" se il prime è la parola cavallo e non, poniamo, cavolo. Il risultato interessante è che, se il prime viene mascherato in modo da non essere riconosciuto in modo consapevole, l'effetto di priming si ottiene ugualmente.

Rapporto attenzione-coscienza. In che modo l'attenzione è legata ai processi consapevoli? Secondo alcuni la funzione dell'attenzione è quella di consentire ad alcune informazioni di raggiungere la consapevolezza. L'attenzione sarebbe, cioè, una sorta di canale privilegiato per l'accesso alla coscienza. In questo senso, il sistema di coscienza è stato definito come una sorta di processore centrale che opera sulle informazioni in ingresso. Si ricordi che, per quel che riguarda l'orientamento dell'attenzione, esistono processi automatici e volontari. Ad esempio, immaginiamo di dover andare da casa alla stazione: una volta presa consapevolmente la decisione, tutte le operazioni successive saranno dirette in modo automatico. Infatti possiamo percorrere la strada giusta anche mentre parliamo con qualcuno, senza bisogno di dover decidere volta per volta quale strada prendere perchè è un percorso che conosciamo. In questo esempio il ruolo del processore centrale sarebbe quello di sare inizio ai piani d'azione in modo volontario, anche se poi le singole operazioni possono essere svolte in modo automativo. Tuttavia il ruolo più importante della coscienza è quello di poter decidere di interrompere, se necessario, quei processi o quelle azioni innescate automaticamente. Infine, mentre per alcuni attenzione e coscienza coincidono, secondo altri un particolare stimolo può raggiungere la consapevolezza anche senza attenzione, come dimostrato con l'ascolto dicotico. Resta comunque vero che attenzione e coscienza sono intimamente legati e che molto spesso siamo consapevoli solo di ciò a cui prestiamo attenzione (si pensi, ad esempio al fenomeno della change blindness).

Attenzione selettiva INTRODUZIONE L’attenzione non fa riferimento a un concetto unitario ma piuttosto riguarda una varietà di fenomeni psicologici molto diversi fra loro. Le funzioni dell’attenzione sono molteplici e sembrano dipendere dall’attivazione di differenti aree anatomiche. Sono state individuate le seguenti componenti: attenzione selettiva, funzioni esecutive, attenzione sostenuta e vigilanza. Da un punto di vista anatomico sono stati individuati tre principali sistemi attentivi tra loro interagenti: · il sistema attentivo anteriore (corteccia prefrontale) responsabile dell’elaborazione focale conscia e del monitoraggio del comportamento;

· il sistema attentivo posteriore (corteccia parietale), responsabile per l’orientamento in risposta agli stimoli sensoriali, l’elaborazione dettagliata di oggetti e la focalizzazione della nostra attenzione su specifici punti dello spazio ambientale; · il sistema attentivo (emisfero destro) responsabile del mantenimento di uno stato di allerta e di vigilanza che agisce sui sistemi attentivi posteriore e anteriore e aumenta la velocità con cui un’informazione viene selezionata. Tra il 1880 e il 1920 l’attenzione è uno dei temi fondamentali di ricerca. In questo periodo prevalgono due scuole: lo strutturalismo che descrive i fenomeni di cui siamo consapevoli (i cosiddetti prodotti dell’attenzione) privilegiando come metodo d’indagine l’introspezione, e il funzionalismo il quale ritiene che l’attenzione sia un processo unitario, attivo, che può influenzare tutte le attività mentali. Con la diffusione poi del comportamentismo si spegnerà l’interesse per questo studio per quasi quaranta anni. La ricerca moderna su questo tema inizia negli anni ’50 e può essere suddivisa in tre fasi storiche: la prima fase (anni ’50 - ‘60) è centrata sullo studio delle abilità, delle prestazioni e dei limiti delle capacità umane; la seconda fase (anni ’70 – primi ‘80) è caratterizzata dall’analisi degli aspetti cognitivi; la terza fase (anni ’80 ad oggi) approfondisce la relazione tra processi attentivi e substrato neurale, fra mente e cervello. La maggior parte della ricerca moderna sull’attenzione si è sviluppata nell’ambito della psicologia sperimentale e l’approccio dell’elaborazione delle informazioni costituisce l’impostazione teorica ed empirica più adottata. Questo approccio utilizza la metodologia dei tempi di reazione: la quantità di tempo che intercorre tra l’emissione di uno stimolo e l’emissione di una risposta. L’assunto di base è che le operazioni mentali richiedono del tempo, per cui maggiore è il tempo che intercorre fra uno stimolo presentato e la sua risposta e maggiore sarà l’elaborazione richiesta.

L’Attenzione Selettiva (meccanismi eccitatori e inibitori) L’attenzione selettiva è la capacità di selezionare una o più fonti della stimolazione esterna o interna, alla presenza d’informazioni in competizione tra loro. La mente assegna continuamente delle priorità a una certa informazione rispetto a un’altra e questo processo di selezione ha importanti conseguenze sulla nostra esperienza cosciente e sul nostro comportamento. Molta ricerca sull’attenzione selettiva si è focalizzata sullo studio dei fattori che determinano l’efficienza della selezione e su quanto estensivamente sono elaborati gli stimoli ignorati. Negli anni ’50 e ’60, sono state proposte due importanti teorie: la teoria della selezione precoce e della selezione tardiva. Broadbent (1958) ha interpretato gli studi, effettuati con il paradigma dell’ascolto dicotico, come dimostrazione del fatto che gli stimoli cui non prestiamo attenzione non sono pienamente elaborati e che esiste un filtro selettivo che opera sulla base delle caratteristiche fisiche degli stimoli. I messaggi cui non si presta attenzione sono elaborati solo per caratteristiche elementari. La selezione avviene presto, prima della codifica semantica (selezione precoce). L’attenzione agisce, quindi, come un filtro che esclude dall’elaborazione gran parte delle informazioni provenienti dal mondo esterno. Solo gli oggetti selezionati ricevono ulteriore analisi, che producono rappresentazioni dell’informazione semantica, mentre, gli oggetti non

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