Domande e Risposte Diritto pubblico, Domande di esame di Diritto Pubblico. Università degli Studi di Padova
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Domande e Risposte Diritto pubblico, Domande di esame di Diritto Pubblico. Università degli Studi di Padova

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Diritto Pubblico

1. I principi fondamentali della Costituzione La Costituzione italiana è un’insieme formale di leggi, frutto del dialogo di partiti opposti (cattolici, Comunisti e socialisti, liberali) ed elaborate dall’assemblea costituente nel dopoguerra, che hanno lo scopo di limitare il potere del “sovrano”. Essa è al vertice della scala gerarchica delle fonti giuridiche e si apre con un gruppo di 12 articoli in cui sono enunciati i principi fondamentali dell’ordinamento giuridico della Repubblica Italiana. I principi fondamentali non si esauriscono soltanto nei primi 12 articoli, ma a partire da questi si ottengono tutti gli altri. I principi enunciati nei primi articoli sono:

- Il principio democratico: la repubblica si basa sul consenso dei cittadini, a quali spetta la sovranità dello Stato, nei limiti dettati dalla Costituzione.

- Il principio personalista: ogni individuo viene riconosciuto in quanto tale ed è titolare di diritti inviolabili. - Il principio pluralista: esalta tutte quelle formazioni sociali che permettono uno sviluppo della personalità

umana. Comprende anche il pluralismo ideologico. - Il principio lavorista: il lavoro come mezzo di affermazione sociale e di progresso della società, non più in

base al reddito. - Il principio solidarista: secondo cui tutti i cittadini devono adempiere i doveri inderogabili tra cui il

pagamento delle imposte. - Il principio di eguaglianza: sia in senso formale che in senso sostanziale dei cittadini. - Il principio di unità e indivisibilità della Repubblica: il nostro ordinamento riconosce e promuove le

autonomie locali decentrando i poteri, tuttavia la Repubblica è una ed indivisibile. - Il principio di laicità: sancisce il riconoscimento del pluralismo religioso, secondo cui tutte le religioni sono

egualmente libere davanti alla legge. 2. Il principio democratico: La sovranità popolare: limiti e forme di esercizio L’articolo 1 della Costituzione stabilisce che il nostro paese è una Repubblica Democratica, ovvero una forma di governo, basata sul consenso dei cittadini, la cui sovranità spetta al popolo, nelle forme e nei limiti che la stessa Costituzione impone. Il popolo esercita la sovranità attraverso la democrazia rappresentativa e attraverso la democrazia diretta. Attraverso la democrazia rappresentativa ogni cittadino avente diritto di voto partecipa in terza persona alla vita politica, eleggendo i suoi rappresentanti al Parlamento e nelle altre assemblee, che avranno il compito esercitare la funzione politica. Nella democrazia diretta invece i cittadini partecipano in prima persona alle scelte politiche, votando i referendum, proponendo disegni di legge, costituendo partiti e sindacati. 3. Principio di separazione dei poteri: come nasce e in che cosa consiste Il principio di separazione dei poteri è quel principio fondamentale che caratterizza e differenzia uno Stato di diritto moderno, ovvero una democrazia, da uno stato assoluto; quel principio secondo il quale i vari poteri legislativi, esecutivi e giudiziari debbano essere affidati ai diversi organi che compongono lo Stato, indipendenti gli uni dagli altri e non influenzabili. Solo affidando diversi poteri a diversi organi è possibile garantire la certezza del diritto e prevenire gli abusi di potere, al fine di preservare la democrazia ed evitare i regimi autoritari. Colui che teorizzò questo principio nell’accezione moderna fu il filosofo francese Montesquieu, che contestava il sistema assolutistico francese del XVIII secolo, secondo il quale il re deteneva nelle sue mani il potere assoluto. L’idea di Montesquieu era quella di effettuare una separazione dei poteri, tra potere esecutivo e legislativo, per fare in modo che questi 2 poteri si condizionino e limitino a vicenda. Questa forma di governo teorizzata da Montesquieu, al momento in cui scriveva, trovava completa realizzazione pratica in Inghilterra nella Monarchia Costituzionale, sebbene già in evoluzione verso la monarchia parlamentare. In seguito alla rivoluzione francese del 1789 anche in Francia si afferma il principio di separazione dei poteri, anche se già nel 1793 verrà abolito. Il principio di separazione dei poteri rientrerà nelle costituzioni dei singoli stati dopo la seconda guerra mondiale.

Al giorno d’oggi in Italia non vi è proprio una separazione netta tra i poteri, in quanto l’esecutivo è legato da un rapporto di natura politica con il potere legislativo. Per questo motivo più che una separazione vi è un bilanciamento di poteri, ovvero vi è un sistema di pesi e contrappesi che serve a bilanciare i diversi poteri, per evitare la degenerazione della democrazia in un regime autoritario. In Italia la fine dello Stato Assoluto avviene nel 1848, quando nello Stato di Sardegna il re Carlo Alberto concede ai suoi sudditi una carta Costituzionale: lo Statuto Albertino. Le insurrezioni borghesi del 1848 avvengono proprio in nome di una Costituzione. Questa carta fondamentale non si può considerare come una vera e propria Costituzione perché, anche se si attiene a dei principi di uno stato di diritto, ovvero la separazione dei poteri, di fatto il re esercitava una posizione dominante. Formalmente al re spettava il potere esecutivo, al parlamento il potere legislativo e alla magistratura il potere giudiziario.

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4. I diritti inviolabili dell’uomo L’articolo 2 della Costituzione stabilisce che la Repubblica italiana riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, ovvero quella serie di libertà e valori fondamentali della persona umana, come ad esempio il diritto alla libertà, alla vita, all’assistenza, che gli appartengono in quanto uomo sin dalla nascita, indipendentemente dalla cittadinanza o meno, dallo status economico e sociale. I diritti inviolabili non riguardano solamente l’individuo preso singolarmente, ma anche le compagini sociali formate dall’uomo, alle quali viene riconosciuto un ruolo fondamentale nella crescita dell’individuo. Il concetto di inviolabilità dei diritti viene ribadito in ciascuno degli articoli che li riguarda. Sul nucleo principale dei diritti inviolabili vi è infatti una protezione Costituzionale particolare: essi non possono essere sovvertiti o modificati da leggi di revisione costituzionale, in quanto posti al sopra della Costituzione e oggetto di numerose convenzioni internazionali. Sulle libertà personali invece vi una riserva di legge assoluta, secondo la quale, solo il parlamento, con atti ben motivati, le può limitare attraverso una legge. In questo modo la Costituzione, ponendo dei limiti al potere esecutivo (a differenza di quanto è avvenuto per il fascismo), è in grado scongiurare il pericolo della soppressione delle libertà individuali e quindi della degenerazione della democrazia in un regime autoritario. 6. Il principio di uguaglianza in senso formale e in senso sostanziale Secondo questo principio fondamentale, espresso nell’articolo 3, la Costituzione italiana riconosce e garantisce a tutti gli uomini e donne (cittadini e stranieri compresi) pari dignità sociale ed uguaglianza formale di fronte alla legge, indipendentemente dalle condizioni sociali, economiche, delle convinzioni politiche o religiose. I giudici, attenendosi a questo principio, hanno pertanto il compito di giudicare con lo stesso criterio tutti gli individui, rimanendo quindi imparziali. Il principio di uguaglianza formale da una parte pone tutti gli uomini sullo stesso piano, dall’altra però non elimina di fatto le disparità sociali ed economiche tra gli uomini. Lo Stato non deve solamente limitarsi a garantire l’uguaglianza giuridica formale dei cittadini ma deve impegnarsi e fare in modo che tale uguaglianza diventi anche sostanziale, rimuovendo tutti quegli ostacoli che contribuiscono a generare le disparità degli individui. Lo Stato italiano oltre ad essere democratico è Sociale, nel senso che interviene direttamente per rimuovere o attenuare le disuguaglianze tra i cittadini, e per consentire l’accesso di tutti a determinate utilità sociali messe a disposizione della Comunità, come la salute, l’istruzione, la sicurezza e l’assistenza sociale. Il principio di uguaglianza formale trova specificazione in altre norme: l’uguaglianza morale e giuridica tra uomo e donna, parità di diritti tra uomo e donna. Una legge che introduca discriminazioni o qualsiasi forma di disuguaglianza si presume illegittima. Sarà la Corte Costituzionale a stabilirne la legittimità o meno utilizzando il principio di ragionevolezza delle leggi. L’articolo 3 rappresenta una delle norme-parametro più invocate dalla Corte Costituzionale per dichiarare illegittime le leggi formulate dal parlamento.

7. La libertà religiosa e il principio di laicità dello stato Gli articoli 7 e 8 della Costituzione sanciscono la posizione di neutralità dello Stato nei confronti delle religioni, le quali sono tutte egualmente libere di fronte alla legge e hanno il diritto di organizzare la propria struttura interna secondo i propri statuti, purché questi non contrastino con l’ordinamento giuridico italiano. Anche se la Costituzione sancisce il principio di laicità dello stato, la Chiesa gode di particolari privilegi, in virtù dei Patti Lateranensi. I rapporti con le confessioni religiose sono regolati mediante accordi tra le parti, non unilaterali, ma bilaterali. La Costituzione non ammette discriminazioni fondate sulla diversità di fede religiosa. 8. Il principio di autonomia e di pluralismo territoriale Contrapponendosi all’ordinamento fascista, in cui vigeva un’organizzazione statale accentrata, senza alcun tipo di autonomia dal governo centrale, la Costituzione stabilisce il principio di autonomia e del pluralismo territoriale. Ovvero riconosce l’esistenza di centri di potere diversi dallo Stato, dotati di differenti gradi di autonomia, seppur limitata dal principio fondamentale di unità ed indivisibilità della Repubblica. Lo Stato italiano non è più inteso come concentrazione di potere, ma come una Comunità di cittadini, una Repubblica. La Costituzione, art. 114, riconosce e promuove le autonomie locali di Comuni, Provincie e Regioni per incentivare la partecipazione del cittadino alla vita politica locale e perché lo sviluppo di autonomie territoriali permette un decentramento di funzioni, un alleggerimento dei compiti spettanti allo Stato. La Costituzione (art. 117), in questo senso, conferisce alle Regioni la potestà legislativa, ovvero il potere di formulare le leggi, seppur con dei limiti: le leggi regionali possono riguardare solo quelle materie non espressamente riservate alla legislazione dello stato e devono in ogni caso essere conformi alla Costituzione, tenendo conto dei vincoli dell’ordinamento Comunitario. La ripartizione dei compiti tra Stato ed enti territoriali avviene secondo il principio di sussidiarietà. Oltre ad emanare leggi con valenza territoriale, le Regioni possono adottare propri statuti, quindi disciplinare la propria organizzazione interna, disporre del potere di emanare atti amministrativi, e la facoltà di applicare i tributi per il finanziamento delle attività.

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9. La posizione di supremazia della Costituzione nel sistema delle fonti La supremazia delle fonti costituzionali e della Costituzione sugli altri tipi di fonti giuridiche viene affermata attraverso il concetto della sua rigidità (art 138), e dedotta dagli articoli 117 e 134. Il 117 ci dice che tutte le fonti legislative devono rispettare ed essere conformi alla Costituzione, altrimenti la Corte Costituzionale, secondo l’articolo 134, le può dichiarare illegittime e annullare. Inoltre il 138 ci dice che le leggi costituzionali non vengono emanate seguendo lo stesso procedimento delle leggi ordinarie, ma seguendo uno speciale e lungo iter. Per questo motivo la nostra è una Costituzione rigida, cioè non modificabile attraverso leggi ordinarie o atti aventi forza di legge, perché è al di sopra di questi. Da questi articoli deduciamo che la Costituzione è al vertice della gerarchia delle fonti. 10. La rigidità della Costituzione. Il procedimento di approvazione delle leggi Costituzionale e di revisione Costituzionale. I limiti alla modifica della Costituzione L’articolo 138 della Costituzione afferma che la stessa Costituzione ha una natura rigida: cioè per modificare una legge Costituzionale non è possibile farlo come una normale legge ordinaria, come era possibile invece con lo Statuto Albertino, ma è necessario seguire un lungo e speciale procedimento di revisione Costituzionale, e non sempre è possibile farlo. La Costituzione stessa pone alcuni limiti espliciti o impliciti alle materie non sottoponibili a revisione costituzionale, poiché la sovversione o il mutamento di tali principi andrebbero contro i valori fondamentali dei padri costituenti. È il caso innanzitutto del nucleo dei diritti inviolabili dell’uomo, la forma repubblicana dello stato, del principio di eguaglianza, di solidarietà, della tutela del lavoro, dell’unità e indivisibilità della Repubblica. La modifica apportata alla Costituzione, o una legge Costituzionale deve essere approvata 2 volte da ciascuna Camera entro un periodo non minore di 3 mesi. Le camere deliberano con maggioranza assoluta nella seconda votazione. Le leggi stesse sono sottoposte a referendum popolare quando, entro tre mesi dalla loro pubblicazione, ne facciano domanda 1/5 dei membri di una camera o 500.000 elettori o 5 Consigli regionali. La legge sottoposta a referendum non è promulgata, se non è approvata dalla maggioranza dei voti validi. Non si da luogo a referendum se la legge, nella seconda votazione, è stata approvata in entrambe le camere con almeno i 2/3 di voti favorevoli. 11. La legittimità Costituzionale delle leggi e degli atti aventi forza di legge L’articolo 117,1 ci dice che tutte le fonti legislative (dello Stato e delle Regioni) e gli atti aventi forza di legge emanati dal governo, devono rispettare ed essere conformi alla Costituzione, e all’ordinamento Comunitario. Se così non fosse, la Corte Costituzionale, secondo gli articoli 134 e 136, ha il potere e il dovere di dichiarare le leggi illegittime e annullarle. La Corte Costituzionale è quindi un organo giurisdizionale di fondamentale importanza per la salvaguardia dell’intero sistema Costituzionale e della sua democraticità. Una norma di legge in contrasto con la Costituzione si dice costituzionalmente illegittima. La Corte Costituzionale, secondo l’articolo 134, ha il compito di giudicare la costituzionalità di una norma di legge e degli atti aventi forza di legge, dello Stato e delle Regioni, sui conflitti di attribuzione tra i poteri dello Stato. Se un processo è in corso e il giudice ordinario rimanda la questione di incostituzionalità di una legge alla Corte Costituzionale ecco che il processo viene immediatamente sospeso, in attesa che la Corte si esprima a riguardo. Se la legge viene dichiarata illegittima questa cessa immediatamente di aver efficacia. La Corte Costituzionale La Corte Costituzionale è un organo giurisdizionale di massima importanza in quanto ha il compito di vigilare e salvaguardare i principi e i fondamenti che reggono in piedi il nostro sistema costituzionale, in particolare garantisce il rispetto della Costituzione da parte di ogni potere dello stato. La Costituzione attraverso l’articolo 134 stabilisce le principali funzioni della Corte. Innanzitutto deve giudicare sulle controversie relative alla legittimità costituzionale delle leggi dello Stato e delle Regioni e degli atti aventi forza di legge del governo. Se la Corte ritiene una legge incostituzionale ha il dovere di dichiararla illegittima e di annullarla. Poi si pronuncia sui conflitti di attribuzione tra i poteri dello stato e sulle accuse mosse contro il Presidente della Repubblica. Un altro compito che spetta alla Corte è l’accertamento dell’ammissibilità del quesito referendario a norma dell’articolo 75, ovvero deve verificare se il quesito referendario risulta conforme alle prescrizioni costituzionali e sottoponibile al voto popolare.

12-13. Il giudizio di legittimità Costituzionale: l’accesso alla Corte Costituzionale in via incidentale e in via principale La prima funzione della Corte Costituzionale espressa nell’articolo 134, è quella di esercitare il controllo sulla legittimità Costituzionale delle leggi, ovvero il compito fondamentale di dichiarare illegittime le leggi non conformi alla Costituzione e annullarle. La legge Costituzionale 1/1984 disciplina i modi di accesso alla Corte per un giudizio sulla legittimità costituzionale di una legge. L’accesso in via incidentale avviene nel corso di un processo, quando su iniziativa di una delle due parti o del giudice ordinario (a quo) chiamato a risolvere la controversia, viene sollevata la questione di legittimità Costituzionale di una

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legge. Il giudice dapprima esamina la rilevanza della questione sollevata: essa non deve essere manifestamente infondata e deve riguardare il caso specifico. In seguito se la ritiene fondata sospende immediatamente il processo e invia gli atti alla Corte Costituzionale, affinché si esprima sulla legittimità della norma presunta illegittima. L’accesso in via principale alla Corte è consentito solamente nel caso in cui a sollevare la questione di illegittimità di una norma fosse lo Stato o una Regione, ovvero in un caso di conflitto di attribuzione di competenze. In questo caso il governo, qualora ritenga che una legge regionale ecceda la competenza regionale, può promuovere la questione di legittimità Costituzionale alla Corte Costituzionale. Allo stesso modo se la Regione ritiene che una legge o un atto avente valore di legge dello Stato leda la sfera di competenza regionale può sollevare la questione di legittimità Costituzionale dinnanzi alla Corte.

Sugli atti diversi dalla legge a ad essa non equiparabili, come i regolamenti dell’esecutivo e i provvedimenti amministrativi, il controllo è compiuto da ogni giudice, che è tenuto ad annullarli o disapplicarli qualora siano in contrasto con la legge, compresa quella Costituzionale. 14. Le sentenze della Corte Costituzionale Le decisioni della Corte Costituzionale, riguardo alla questione di illegittimità di una legge sollevata, possono essere di accoglimento o di rigetto. Se, dopo un esame approfondito del caso specifico, la Corte accoglie la questione significa che la legge non è conforme alla Costituzione, quindi illegittima. Essa verrà annullata dalla Corte e cesserà di esistere il giorno successivo alla pubblicazione della sentenza di accoglimento, con effetti retroattivi. Se la Corte respinge la questione significa che non la ritiene fondata, cioè non ritiene che la norma sia illegittima. In questo caso la legge non viene annullata, ma continua ad esistere. La sentenza in questo caso sarà di rigetto. Vi sono anche le sentenze manipolative, ovvero delle sentenze attraverso le quali la Corte Costituzionale manipola, cambia il contenuto della legge, senza eliminarla per renderla conforme alla Costituzione. Le sentenze manipolative possono essere: interpretative, additive o sostitutive. 16. Le fonti dell’ordinamento Nel nostro ordinamento abbiamo diversi tipi fonti giuridiche, organizzate e ordinate secondo un criterio gerarchico. Al vertice del nostro ordinamento troviamo le fonti costituzionali e la Costituzione, la cui supremazia sulle altre fonti viene affermata dall’articolo 117. Un gradino più in basso troviamo le fonti primarie, ovvero leggi ordinarie dello Stato e delle Regioni, e degli atti aventi forza di legge del governo. Queste leggi devono essere conformi alla Costituzione e non possono esserne in contrasto, pena l’annullamento da parte della Corte Costituzionale. Sotto alle leggi ordinarie troviamo le fonti normative secondarie, ovvero i regolamenti, degli atti normativi che hanno il compito di esplicare meglio il contenuto delle leggi. Alla base della piramide gerarchica delle fonti troviamo le consuetudini, ovvero quei comportamenti ritenuti obbligatori e seguiti da tutti. 15. L’ordinamento giuridico Un ordinamento giuridico è un insieme di regole giuridiche organizzate secondo criteri logici, che disciplinano i rapporti tra gli individui in una società, stabilendo diritti e doveri di ciascuno. Se abbiamo tante fonti diverse è evidente che non si può fare riferimento casualmente all’una o all’altra. È necessario un ordinamento giuridico, ovvero un insieme di fonti organizzate secondo criteri logici in modo che l’interprete possa già trovare la risposta all’interno di questo sistema. 17. I criteri per ordinare i rapporti tra le fonti: criterio gerarchico, cronologico e di competenza Vi sono tre criteri per ordinare le leggi, ovvero le fonti atto.

- Criterio cronologico, temporale: leggi ordinate secondo l’ordine cronologico. L’ultima legge approvata, riguardante una specifica materia, fa in modo che le precedenti, che riguardavano la stessa materia, vengano implicitamente o esplicitamente abrogate. Questo criterio però non è sufficiente ad ordinare le leggi, perché queste si differenziano a seconda che siano state formulate, dal parlamento, dal governo, a seconda che siano regolamenti o leggi regionali.

- Criterio gerarchico: porta ad assegnare una posizione di preminenza, ad una fonte rispetto ad un'altra. Per cui esistono diversi livelli di leggi, organizzati secondo una gerarchia piramidale: le norme giuridiche di grado superiore vincolano quelle di grado inferiore, e non possono essere in contrasto.

- Criterio di competenza: Si applica quando una materia deve necessariamente essere disciplinata da un particolare tipo di fonte. La fonte competente per materia prevale, con conseguente invalidità dell’altra fonte. È il caso dei regolamenti parlamentari e delle leggi regionali, che possono riguardare soltanto materie di loro competenza, altrimenti incostituzionali.

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18. I caratteri dell’ordinamento Comunitario A differenza degli Stati Uniti d’America, l’Unione Europea non costituisce ancora uno Stato federale, poiché i singoli stati che la compongono sono titolari della sovranità interna e internazionale. Gli stati europei, tuttavia, attraverso una serie di trattati internazionali, hanno via via assegnato alle istituzioni Comunitarie una porzione di sovranità sempre più vasta (intere materie di competenza europea), seppur con degli aspri dissensi di alcuni stati, e hanno ratificato degli accordi (trattato di Lisbona) tali per cui ciascuno stato membro riconosce la supremazia dell’ordinamento Comunitario su quello interno (Art.117). Queste caratteristiche lasciano presagire che la formazione di uno stato federale europeo potrebbe essere il punto di arrivo, se il processo di integrazione proseguisse oltre una certa soglia. L’ordinamento che poggia sulle istituzioni comunitarie è un ordinamento giuridico autonomo e distinto, sia da quello internazionale che da quelli degli Stati membri con i quali si integra e per certi versi si impone. 19. Riconoscimento dell’ordinamento internazionale La Costituzione, attraverso articoli 10, 11 e 117, riconosce che l’ordinamento interno italiano è soggetto ai vincoli dell’ordinamento internazionale, che regola i rapporti tra i vari Stati, e dispone affinché via sia un adeguamento interno alle norme giuridiche Comunitarie. L’Italia, così come gli altri paesi membri dell’Unione Europea, attraverso la rettifica dei vari trattati internazionali, accetta inoltre di porre un limite alla propria sovranità, conferendo alle istituzioni europee una parte di questa, facendo in modo che la legislazione statale e regionale sia conforme alle norme internazionali. Qualora una legge statale o regionale fosse in conflitto con le norme internazionali, essa è direttamente inapplicabile, senza bisogno di alcuna dichiarazione di illegittimità della Corte Costituzionale. 20. Applicazione delle fonti Comunitarie nel nostro ordinamento Le fonti Comunitarie emanate dal Consiglio europeo sono i regolamenti e le direttive. I regolamenti sono delle disposizioni direttamente applicabili, che entrano automaticamente vigore in Italia, senza bisogno che una specifica legge li richiami e hanno prevalenza sulle leggi italiane. Le direttive Comunitarie invece sono delle norme, che impongono agli Stati membri il raggiungimento di determinati obbiettivi entro un periodo di tempo definito. Le direttive indicano l’obbiettivo da raggiungere, mentre i mezzi per realizzarlo sono di competenza degli organi dello stato. Agli stati che non rispettano le direttive possono essere applicate delle sanzioni da parte dell’Unione Europea. L’ordinamento italiano riconosce e rispetta le fonti Comunitarie e si impegna ad adeguare il proprio ordinamento interno con le norme giuridiche Comunitarie. Ogni anno, infatti, il Parlamento italiano emana una legge Comunitaria su proposta del Governo, che serve a garantire il costante adeguamento dell’ordinamento italiano con le normative Comunitarie. 21. Conflitto di attribuzione tra i poteri dello stato I conflitti di attribuzione, tra i poteri dello stato, sono quelle controversie che insorgono tra gli organi di poteri diversi, in seguito a delle violazioni di competenza durante l’esercizio delle rispettive funzioni e in seguito all’inadeguato esercizio di un potere altrui. L’articolo 134 della Costituzione stabilisce che l’organo giuridico preposto ad esaminare ed a risolvere il conflitto tra poteri diversi dello Stato sia la Corte Costituzionale. Essa ha il compito di esaminare se effettivamente il conflitto riguardi una competenza affidata dalla Costituzione e, se effettivamente così fosse, stabilisce a chi spetta l’attribuzione contestata ed eventualmente annulla l’atto contestato, garantendo a ciascuna delle parti l’autonomia rivendicata. Se il conflitto riguarda le rispettive competenze legislative dello Stato e delle Regioni, l’accesso alla Corte Costituzionale avviene in via principale, ovvero la questione di legittimità viene sollevata da una delle due parti. In questo caso la Corte dovrà stabilire se effettivamente la legge statale o regionale in questione è conforme alla Costituzione e se così non fosse avrà il dovere di annullarla totalmente o per la parte che eccede la sua competenza. 22. La forma di governo parlamentare e la forma di governo presidenziale Le forme di governo si riferiscono ad uno solo fra gli elementi costitutivi dello Stato: il potere sovrano, cioè i rapporti che legano il parlamento, il governo e il capo dello stato e le modalità con cui sono ripartiti e condivisi poteri e funzioni. Forma di governo parlamentare (Italia): è caratterizzata dai seguenti elementi:

- Un solo organo rappresentativo, il Parlamento, portavoce della volontà popolare, a cui viene affidato potere legislativo.

- Non vi è una netta separazione dei poteri, poiché il legislativo e l’esecutivo sono legati da un rapporto di fiducia.

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- Il potere esecutivo è detenuto dal governo, composto dal primo ministro e dai ministri, che deve avere la fiducia del parlamento. Il governo deve rendere conto al parlamento del suo operato.

- Il capo dello stato non ha funzioni proprie se non quella di garante della continuità democratica e l’osservanza della Costituzione. In caso di crisi del governo può sciogliere le camere del parlamento e indire nuove elezioni.

Forma di governo presidenziale (USA): è caratterizzata da: - Due organi rappresentativi eletti dal popolo: il Capo dello Stato e il parlamento. - Netta separazione dei poteri. Poiché il legislativo e l’esecutivo non sono legati da un rapporto di fiducia: i

ministri sono nominati dal Presidente che può revocarli e sostituirli in ogni momento. Il parlamento non può provocare la caduta del governo.

- Il potere esecutivo e di governo viene affidato al capo dello stato. Il potere legislativo viene affidato al Parlamento anche se il capo dello stato ha il diritto di veto.

Forma di governo semi-presidenziale (Francia): è caratterizzata da: - Due organi rappresentativi eletti dal popolo: L’assemblea nazionale e il capo dello stato. - Separazione dei poteri abbastanza marcata: i ministri non possono essere anche parlamentari, vi è un

rapporto di fiducia tra il parlamento e il governo. - Condivisione del potere esecutivo fra il Capo dello Stato e il Primo ministro.

23. Il rapporto di fiducia tra il Governo e il Parlamento. La questione di fiducia Il rapporto di fiducia è un rapporto di natura politica che, secondo l’articolo 94 della Costituzione, deve necessariamente intercorrere tra il governo ed il Parlamento (maggioranza parlamentare) e che caratterizza le democrazie parlamentari. Ciò concretamente consiste in un potere di controllo del Parlamento nei confronti del Governo, il quale per esercitare il potere esecutivo deve necessariamente godere del consenso del Parlamento. Se così non fosse, sarebbe costretto a dimettersi. Il governo entro 10 giorni dalla sua formazione, ma anche in qualsiasi altra occasione che ritiene importante, come ad esempio l’approvazione di un disegno legge, pone la questione di fiducia al Parlamento. Quest’ultimo, attraverso il voto, sostiene o si oppone al programma del governo presentato dal Presidente del Consiglio alle camere, concedendo o meno la fiducia. Se questa viene a mancare in una delle Camere si apre una crisi di governo. Non spetta solo al Governo porre la questione di fiducia, ma può farlo anche il Parlamento attraverso degli atti chiamati mozioni. I parlamentari, seppur con adeguate motivazioni, possono in ogni momento presentare al governo una mozione di fiducia o sfiducia, firmata da almeno un decimo dei componenti della Camera, attraverso la quale viene messo alla prova il rapporto di fiducia fra Parlamento e Governo. Se la mozione di sfiducia viene approvata, il Governo è costretto a dimettersi. 24. Il Parlamento. Il bicameralismo perfetto. Il funzionamento e l’organizzazione interna delle Camere. Lo status di parlamentare e le immunità parlamentari. È l’unico organo eletto direttamente dal popolo a livello nazionale e quindi espressione piena della sovranità popolare. Il Parlamento è dotato di potere legislativo: il suo compito principale è quello di approvare le leggi. Il parlamento è composto da due Camere:

1. Camera dei deputati (sede Montecitorio). 2. Senato della Repubblica (sede palazzo Madama).

Entrambe con gli stessi poteri e le stesse competenze (bicameralismo perfetto). Ogni Camera ha un suo Presidente che ne disciplina le attività secondo le disposizioni contenute nei regolamenti parlamentari, garantendone l’autonomia nei confronti dell’altra Camera e degli altri poteri dello Stato. L’autonomia delle camere è garantita dalle immunità parlamentari, volte ad assicurare la piena libertà del Parlamento nell’esercizio del suo mandato. I parlamentari non possono essere chiamati a rispondere delle opinione espresse e dei voti dati nell’esercizio delle loro funzioni. Le camere restano normalmente in carica 5 anni e questo periodo viene definito legislatura. La durata può essere più breve se il Presidente della Repubblica per motivi gradi decide di sciogliere le camere. Il parlamento è eletto a suffragio universale diretto. Universale perche tutti i cittadini possono partecipare, senza alcuna distinzione; diretta perché avviene senza alcuna mediazione. Tutti i cittadini che abbiano compiuto 18 anni si possono considerare elettori. Per votare i deputati servono 18 anni, per votare i senatori 25.

In ciascuna camera, una volta eletto il Presidente, si procede alla nomina dell’Ufficio di presidenza, il cui compito è quello di garantire l’osservanza del regolamento e coordinare i lavori parlamentari. I regolamenti parlamentari sono

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un complesso di norme che ciascuna camera adotta per la sua organizzazione interna, l’esercizio delle varie funzioni e i rapporti con gli altri organi. All’interno di ciascuna Camera sono presenti i gruppi parlamentari che rappresentano i diversi partiti. L’attività delle camere è organizzata dalla conferenze dei capigruppo che riunisce i presidenti dei gruppi parlamentari. Le Commissioni parlamentari sono degli organi interni del Parlamento, necessarie per la formazione delle leggi, in quanto provvedono alla stesura del testo, alla discussione, alla votazione e alle eventuali proposte di emendamento del disegno di legge. Esse devono rispecchiare nella loro composizione, la proporzione dei gruppi parlamentari.

- Commissioni parlamentari permanenti, per materia; - Commissioni bicamerali - Commissioni d’inchiesta.

Il parlamento in seduta comune è un organo collegiale preseduto dal Presidente della camera dei deputati che si riunisce nei soli casi previsti dalla Costituzione (Elezione del Presidente della Repubblica). 25. Il procedimento di formazione delle leggi ordinarie del Parlamento Il procedimento legislativo si svolge in diverse fasi. L’atto di iniziativa apre il procedimento legislativo e consiste nella presentazione alle camere di un progetto o disegno di legge redatto in articoli (un testo che contiene la formulazione articolata delle disposizioni che si intende approvare). L’iniziativa delle leggi può partire dal Governo, da qualsiasi parlamentare, da 50.000 elettori, dal Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro e dal Consiglio Regionale. Prima dell’approvazione di entrambe Camere, il Presidente della camera al quale viene presentato il progetto di legge, assegna quest’ultimo ad una delle Commissioni parlamentari competenti in materia, che prende il nome di Commissione referente, affinché questa possa verificarne il contenuto ed eventualmente effettuare delle modifiche. In seguito il disegno di legge, adeguato dalla Commissione, viene presentato alla camera e da qui inizia la discussione parlamentare. Terminata la discussione generale si procede alla votazione dei singoli articoli di cui è composto disegno di legge, i quali su richiesta possono essere eventualmente modificati. Se la votazione finale avrà esito positivo il disegno di legge sarà approvato dalla Camera in questione e autorizzato a passare nella Camera successiva. Se anche la seconda camera approva il disegno di legge, nel medesimo testo approvato dalla prima, il procedimento di approvazione termina. Successivamente legge sarà promulgata dal Presidente della Repubblica, e pubblicata nella Gazzetta ufficiale. Per l’entrata in vigore della legge è necessario il decorso di un determinato tempo, 15 giorni (vacatio legis), necessario affinché tutti i cittadini possano essere informati dell’entrata in vigore. Il Presidente della Repubblica può però disporre il rinvio della legge alle Camere, ma se questa verrà nuovamente approvata, dovrà essere promulgata. Si può giungere alla formazione di una legge ordinaria anche attraverso il procedimento per Commissione deliberante. In seguito all’atto di iniziativa legislativa, il Presidente della Camera a cui viene presentato il disegno di legge, può affidare quest’ultimo ad una Commissione parlamentare permanente, detta Commissione deliberante, che ha il compito non solo di adattare o modificare il disegno di legge, ma ha anche il compito di approvarlo. La possibilità di approvare le leggi mediante questo procedimento è però sottoposta limiti di materia imposti dalla Costituzione. Si parla di procedimento legislativo per Commissione redigente quando alla Commissione deliberante è affidato il compito di approvare i singoli articoli della legge, riservando al Parlamento il ruolo della votazione finale per l’approvazione. 26. Le riserve di legge: assolute e relative. La riserva di legge è quel meccanismo protettivo per il quale la Costituzione dispone che determinate materie, possano essere disciplinate solamente da un certo tipo di fonte normativa. Si definisce riserva di legge assoluta, se la disciplina di una determinata materia, ritenuta di fondamentale importanza, come ad esempio le libertà dell’uomo, è riservata solamente alla legge o ad atti aventi forza di legge, ad esclusione di qualsiasi altra fonte. Questo importante strumento serve per porre un netto limite all’azione del governo su materie delicate, le quali, a differenza del fascismo, non possono essere modificate da fonti normative secondarie, i regolamenti, scongiurando così il pericolo della soppressione delle libertà individuali e della degenerazione della democrazia in un regime autoritario. La riserva di legge relativa attribuisce un ruolo attivo anche alle fonti normative secondarie, permettendo che, una volta fissati dalla legge i principi essenziali della disciplina, i regolamenti possano integrare ed esplicare meglio l’intera materia. (art. 97)

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27. Le Commissioni parlamentari permanenti: attività di sede referente, deliberante e redigente Le Commissioni parlamentari sono degli organi interni del Parlamento, necessari per la formazione delle leggi, in quanto provvedono alla stesura del testo, alla discussione, alla votazione e alle eventuali proposte di emendamento del disegno di legge. Esse sono attualmente 14, sia per la Camera dei Deputati che per il Senato. Ciascuna Commissione permanente, competente in una determinata materia, deve rispecchiare nella sua composizione, la proporzione dei gruppi parlamentari. In sede referente la Commissione parlamentare non ha poteri decisionali, ma svolge una funzione istruttoria, ovvero verifica che il contenuto dei disegni di legge sia conforme alla Costituzione e propone eventualmente delle modifiche. In sede deliberante ha poteri molto ampi poiché non si limita ad esaminare ed eventualmente modificare il disegno di legge ma lo discute e lo approva direttamente con votazione finale. In sede redigente la Commissione ha il potere di approvare i singoli articoli del disegno di legge, riservando però alla Camera la votazione finale. 28. La promulgazione delle leggi da parte del Presidente della Repubblica Nel nostro sistema parlamentare, il Presidente della Repubblica è il capo dello Stato e rappresenta l’unità nazionale, lo Stato in un’unica persona. Esso costituisce un potere neutro, apolitico e imparziale sugli organi di indirizzo politico e svolge una funzione di tutela della Costituzione, in quanto vigila sull’osservanza dei suoi principi. Tra i poteri che la Costituzione gli attribuisce vi è la promulgazione delle leggi e l’emanazione dei decreti aventi valore di legge, ovvero i decreti-legge e i decreti legislativi, nonché i regolamenti. Il Presidente della Repubblica, tuttavia, si limita solamente ad emanare l’atto, senza poter incidere né sulla decisione di emanarlo né sul suo contenuto. Al massimo potrà rinviare la legge alle Camere per un’ulteriore ed ultima deliberazione. Se la legge viene approvata nuovamente, il Presidente sarà costretto a promulgarla. 29. Referendum: abrogativo, Costituzionale Il referendum è il più importante strumento di democrazia diretta che appartiene al popolo nell’esercizio della sua sovranità (art. 1), in concreto una consultazione popolare con cui viene richiesto agli elettori di decidere su una norma giuridica già emanata o da emanare. È uno strumento correttivo alle scelte del Parlamento su questioni particolarmente delicate e talvolta una garanzia Costituzionale. Nella Costituzione vengono individuati 2 tipi di referendum:

- Referendum abrogativo:disciplinato dall’articolo 75, è una consultazione popolare indetta dal Presidente della Repubblica, su richiesta di 500.000 elettori o da 5 consigli regionali, che consente di abrogare una legge o un atto avente forza di legge o solamente una parte di essa. Il referendum abrogativo non può riguardare le leggi costituzionali e i regolamenti, le leggi tributarie e di bilancio, di amnistia e di indulto e di autorizzazione a ratificare i trattati internazionali. Il quesito referendario deve essere esposto agli elettori con chiarezza e con un linguaggio comprensibile. La Corte Costituzionale e l’ufficio centrale per il referendum presso la Corte di Cassazione ha il compito di accertare l’ammissibilità del quesito referendario, ovvero di verificare se esso è conforme alla Costituzione. Affinché una legge venga abolita dal referendum è necessario il voto favorevole della maggioranza assoluta degli elettori (quorum).

- Referendum Costituzionale: disciplinato dall’articolo 138, è una consultazione popolare, indetta dal Presidente della Repubblica su richiesta di 500.000 elettori, 5 Consigli Regionali o 1/5 dei membri di una camera, entro 3 mesi dalla modifica di una legge Costituzionale da parte del parlamento. È un importante strumento in mano al popolo in quanto può bloccare un procedimento di revisione costituzionale. La legge di revisione Costituzionale viene approvata o bocciata dalla maggioranza dei voti validamente espressi, a prescindere dal numero complessivo. Non è necessario raggiungere il quorum della maggioranza degli aventi diritto al voto.

30. Il giudizio di ammissibilità del quesito referendario Il referendum abrogativo non può riguardare, oltre alle leggi costituzionali e i regolamenti, anche le leggi tributarie, di bilancio, di amnistia ed indulto, di autorizzazione alla ratifica dei trattati internazionali. Inoltre è necessario che il quesito referendario sia esposto agli elettori con: chiarezza, omogeneità, attraverso un linguaggio comprensibile e attraverso una formulazione che non lasci scampo ad interpretazioni, le parole devono essere collegate tra loro secondo un senso logico. La Corte Costituzionale, all'esito del (positivo) giudizio di legittimità solo formale, operato dall'Ufficio Centrale per il referendum presso la Corte di Cassazione, è chiamata a valutare se il quesito referendario proposto, per come è stato formulato, sia o meno conforme a Costituzione e, in caso negativo, a dichiarare inammissibile la proposta referendaria, bloccandone insindacabilmente il corso.

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31. Gli atti aventi forza di legge del Governo. Il concetto di forza di legge. Gli atti aventi forza di legge sono degli atti normativi che sono posti nella gerarchia delle fonti ad un livello pari a quello della legge ordinaria, anche se vengono formulati attraverso un procedimento diverso da quello legislativo. Gli atti aventi forza di legge del Governo sono i decreti-legge e i decreti legislativi. 32. Legge delega e decreto delegato Il decreto legislativo è un atto normativo avente forza di legge ordinaria, formulato dal governo su delega del Parlamento, stabilita attraverso una legge-delega. La delega ha tuttavia dei limiti altrimenti la funzione legislativa del Parlamento rischierebbe di risultare di fatto svuotata. Essa infatti è concessa per un periodo di tempo limitato e ben definito e deve riguardare degli oggetti, delle materie ben definite, su cui vi è un’urgente riforma da effettuare. Inoltre la delega non può riguardare determinate materie che richiedono necessariamente la legge del Parlamento (riserva di legge formale). Articolo 76. Il decreto legislativo viene emanato dal Presidente della Repubblica e direttamente pubblicato nella Gazzetta Ufficiale. Una volta che il decreto legge è emanato, viene meno la delega affidata dal Parlamento al Governo. Se il Governo non rispetta la legge di delegazione cioè i principi, i criteri contenuti nella legge, si ha il cosiddetto eccesso di delega, e se sottoposto al giudizio della Corte Costituzionale, questa ne dichiara la illegittimità nella parte che ecceda la delega. 33. Il decreto-legge. Limiti alla decretazione d’urgenza. La conversione in legge del decreto legge. Il decreto legge è un atto normativo avente forza di legge ordinaria ad efficacia immediata che il governo può emanare in casi straordinari di necessità e urgenza, senza la delega del Parlamento. La Costituzione tuttavia pone dei limiti a questi atti del governo. Un primo limite per l’emanazione di un decreto- legge è la necessità, l’urgenza dell’intervento immediato da parte del Governo a disciplinare una determinata materia. La valutazione di tale presupposto spetta al Presidente della Repubblica che è chiamato ad emanare l’atto, alla Corte Costituzionale e al Parlamento, in particolar modo alla Commissione Affari costituzionali, la quale se ritiene che non vi sia alcuna urgenza, può respingere il decreto-legge (perde immediatamente efficacia). Un secondo limite è costituito da un vincolo temporale: infatti il decreto-legge perde il suo valore dopo un periodo di 60 giorni, se non è stato convertito in legge dal Parlamento. Un ulteriore limite è fissato dalla legge 400 del 1988, la quale stabilisce le materie che il Governo può o non può regolare attraverso i decreti legge. Al governo è espressamente vietato disporre in materie costituzionali, che richiedono il procedimento di revisione Costituzionale. Il decreto-legge è deliberato dal Governo ed emanato con decreto dal Presidente della Repubblica e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale. Entra in vigore immediatamente. 34. I regolamenti del Governo: esecutivi, attuativi, indipendenti e autorizzati. La subordinazione dei regolamenti alla legge (principio di legalità) Sono degli atti normativi, delle disposizioni del governo gerarchicamente subordinate alla legge, che hanno la funzione di disciplinare nello specifico le materie, i cui principi fondamentali sono già stati delineati dalla legge. I regolamenti agiscono integrando o esplicando meglio il contenuto delle leggi, o in generale regolando tutte quelle materie non riservate e disciplinate dalla legge. I regolamenti del governo sono deliberati dal Consiglio dei Ministri, sono emanati con decreto dal Presidente della Repubblica, registrati presso la Corte dei Conti e pubblicati sulla gazzetta ufficiale. Il potere regolamentare del governo è disciplinato dalla legge 400/1988, che prevede 4 tipi di regolamenti:

- Regolamenti di esecuzione, contengono norme dirette a consentire o facilitare l’attuazione delle leggi e dei decreti legislativi (forniscono un’integrazione del contenuto, specificano meglio ciò che è già espresso dalla legge).

- Regolamenti attuativi, norme che, fissati i principi generali dalla legge, disciplinano nello specifico le materie di competenza del governo;

- Regolamenti indipendenti, che regolano le materie in cui manca la disciplina di leggi o di atti aventi forza di legge, sempre che non si tratti di materie comunque riservate alla legge.

- Regolamenti di organizzazione, possono disciplinare l’organizzazione ed il funzionamento delle amministrazioni pubbliche.

I singoli ministri dispongono di poteri regolamentari solo quando leggi particolari li prevedono e possono essere esercitati solamente nelle materie di competenza del ministro e non possono dettare norme contrarie a quelle dei regolamenti emanati dal governo.

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35. L’autonomia regionale e degli altri enti pubblici territoriali L’autonomia delle istituzioni territoriali viene riconosciuta e promossa dall’articolo 5 della Costituzione, e ad esse viene attribuito, secondo il principio di sussidiarietà, il decentramento delle funzioni amministrative, per alleggerire il carico dei compiti riservati allo Stato. Le istituzioni territoriali previste della Costituzione sono le Regioni, le Province e i Comuni. Ciascuna di queste può adottare propri statuti, quindi può disciplinare la propria organizzazione interna, disporre del potere di emanare atti amministrativi, di leggi che hanno valenza territoriale. 36. Regioni a Statuto speciale e a Statuto ordinario Le Regioni sono degli enti pubblici, rappresentativi di una collettività stanziata in un determinato territorio, la cui autonomia viene riconosciuta e promossa dall’articolo 5 della Costituzione. La Repubblica è suddivisa in 20 Regioni distinte in due diverse categorie: quelle a Statuto ordinario e quelle a Statuto speciale. Le Regioni a Statuto ordinario sono 15, e ciascuna di queste ha dei propri statuti, poteri e funzioni secondo i principi fissati dalla Costituzione. Le Regioni a Statuto speciale sono 5: il Friuli-Venezia-Giulia, la Sardegna, la Sicilia, la Valle d’Aosta e il Trentino Alto- Adige. Queste Regioni, a differenza di quelle a Statuto ordinario, dispongono di forme e condizioni particolari di autonomia, secondo i rispettivi statuti speciali adottati con legge Costituzionale, dal momento che si tratta di Regioni insulari o Regioni di confine, con particolari radici etniche o storiche. Le Regioni godono di autonomia:

- Normativa: hanno la potestà legislativa. - Statutaria: attraverso lo Statuto disciplinano la forma di governo e l’organizzazione interna (Le modalità di elezione

del Presidente I principi fondamentali di organizzazione e funzionamento della Regione. L’esercizio del diritto di iniziativa e del referendum su leggi e provvedimenti amministrativi della Regione).

- Amministrativa: emanano atti amministrativi. - Finanziaria: hanno la facoltà di stabilire e applicare i tributi per il finanziamento delle loro attività.

37. Gli organi delle Regioni e i loro rapporti Le Regioni sono costituite da 3 organi fondamentali, in modo da rappresentare gli interessi delle rispettive Comunità.

1. Il Consiglio Regionale: è l’organo rappresentativo, composto dai consiglieri eletti a suffragio universale, la cui composizione rispecchia gli orientamenti politici della Comunità regionale. Esso esercita la potestà legislativa regionale stabilita dall’articolo 117 della Costituzione. Può fare proposte di legge alle Camere e richiedere il referendum abrogativo e quelle Costituzionale.

2. Il Presidente della Giunta: eletto a suffragio universale, è colui che rappresenta la Regione nel suo complesso. Esso è il vertice dell’amministrazione regionale, ed ha il compito di dirigere l’attività del governo regionale e allo stesso tempo di promulgare le leggi ed emanare i regolamenti regionali. A lui spetta anche il Compito di nominare i membri della Giunta regionale. È il Presidente della Giunta regionale e della Regione.

3. La Giunta Regionale: è l’organo esecutivo delle Regioni, con funzioni di indirizzo politico, può presentare al Consiglio regionale dei disegni di legge. Esercita inoltre funzioni amministrative generali. La Giunta rappresenta nelle Regioni ciò che il governo è per lo Stato.

Il procedimento legislativo regionale Il procedimento legislativo regionale è molto simile a quello statale. La funzione legislativa spetta al Consiglio Regionale che approverà la legge con una sola deliberazione a maggioranza. In seguito la legge viene promulgata dal Presidente della Giunta e pubblicata nel Bollettino Ufficiale della Regione. La norma entrerà in vigore al compimento del quindicesimo giorno. Una legge regionale può essere dichiarata illegittima dalla Corte Costituzionale ed essere quindi abolita. Gli Statuti regionali sono approvati e modificati dal Consiglio regionale con legge approvata maggioranza assoluta dei suoi componenti con due deliberazioni successive ad intervallo non minore di due mesi. In seguito all’approvazione lo Statuto viene pubblicato nel bollettino ufficiale e, se non verrà posta la questione della legittimità Costituzionale e quindi indetto un referendum Costituzionale verrà promulgato dal Presidente della Regione ed entrerà in vigore. 38. La potestà legislativa delle Regioni a Statuto ordinario. La distribuzione della potestà legislativa tra Stato e Regioni. I conflitti di attribuzione tra lo Stato e le Regioni e viceversa. La Costituzione stabilisce che il potere legislativo non spetta solo al Parlamento ma anche alle Regioni, secondo quanto stabilito nell’articolo 117. Le leggi regionali sono delle vere e proprie leggi ordinarie, approvate dal Consiglio Regionale e promulgate dal Presidente della Giunta regionale. Tuttavia il potere legislativo regionale è limitato: può

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riguardare solo quelle materie non espressamente riservate alla legislazione dello Stato e deve rispettare la Costituzione e i vincoli derivanti dall’ordinamento Comunitario e dagli obblighi internazionali. Tra lo Stato e le Regioni vi è quindi una suddivisione di compiti, secondo il principio di sussidiarietà: allo Stato spetta determinare i principi fondamentali, alle Regioni spetta il compito di disciplinare direttamente la materia. Le leggi regionali hanno lo scopo di rimuovere gli ostacoli di ordine sociale, culturale ed economico che impediscono la sostanziale parità dei cittadini e ha il compito di ratificare le intese con le altre Regioni per l’esercizio migliore delle proprie funzioni. Alle Regioni viene riconosciuto il potere di stringere accordi ed intese con altri Stati, seppur nelle materie indicate dalla Costituzione. La Regione ha inoltre il potere di stabilire la propria forma di governo e la propria organizzazione. Tale disciplina è stabilita mediante atti legislativi soggetti ad una particolare procedura di approvazione: gli Statuti. La Corte Costituzionale, secondo l’articolo 134, è chiamata a risolvere le controversie relative ai conflitti di attribuzione tra Stato e Regioni, ovvero in tutte quelle controversie in cui lo Stato o una Regione rivendichi a sé una precisa competenza/funzione. 39. I poteri della Pubblica Amministrazione. Il principio di legalità La Pubblica Amministrazione è tutto quell’insieme di enti, organi e apparati ai quali è affidato lo svolgimento della funzione amministrativa, ovvero tutte quelle azioni che hanno per scopo il soddisfacimento concreto degli interessi della collettività, utilizzando al meglio e non sprecando le risorse pubbliche. Gli organi e apparati ai quali è affidato lo svolgimento della funzione amministrativa sono in primo luogo quelli dello Stato, ma anche tutte quelle organizzazioni collegate con lo Stato, come gli enti territoriali e gli enti pubblici. Anche la Pubblica Amministrazione deve operare nel rispetto della legge, e se inadempiente dovrà rispondere del proprio operato di fronte ad un giudice amministrativo (TAR e Consiglio di Stato). Ogni decisione presa dalla Pubblica Amministrazione deve rispettare il principio di legalità, secondo cui qualunque atto predisposto da qualsiasi autorità deve essere previsto da una legge ed essere conforme ad essa. 40. La legittimità degli atti amministrativi. I vizi degli atti amministrativi. Atti e provvedimenti amministrativi. La Pubblica Amministrazione dispone di un grande potere nei confronti dei cittadini, poiché con degli atti amministrativi è in grado di produrre effetti giuridici sfavorevoli nei confronti del destinatario. Così ad esempio la PA è in grado di espropriare i beni immobili necessari per le opere di pubblica autorità, può demolire un edificio abusivo. È necessario quindi che gli atti amministrativi siano ben motivati ed emanati nel rispetto del principio di legalità, ovvero che siano autorizzati da una legge e conformi ad essa. Tuttavia non esiste sempre una legge in virtù della quale la PA possa agire. Quindi alla PA viene conferita la discrezionalità amministrativa, ovvero una facoltà di scelta in vista del miglior conseguimento dell’interesse pubblico. I provvedimenti amministrativi sono degli atti sempre unilaterali, con i quali le autorità amministrative prendono le decisioni necessarie per il conseguimento dei fini pubblici. L’autorità amministrativa ha la facoltà di portare il provvedimento direttamente ad esecuzione, se necessario coattivamente. Se un provvedimento amministrativo presenta un vizio di forma, non rispetta il principio di legalità, viola una norma giuridica o è in contrasto con i principi di imparzialità e di parità di trattamento, è annullabile dall’autorità giudiziaria amministrativa presso la quale è esposto il ricorso. 41. La tutela dei diritti e degli interessi legittimi. Il giudice amministrativo ha il compito di tutelare gli interessi legittimi dei cittadini, ovvero deve verificare la conformità degli atti della Pubblica Amministrazione alla legge. Egli può annullare o modificare un atto amministrativo illegittimo e condannare la Pubblica Amministrazione ad un risarcimento danni. Il giudice ordinario non può modificare o annullare le leggi ma ha solamente il compito di applicarle per tutelare i diritti soggettivi dei cittadini. Al massimo se ritiene una legge costituzionalmente illegittima potrà sollevare la questione in via incidentale alla Corte Costituzionale. 42. La funzione giurisdizionale. Magistratura ordinaria e magistrature speciali. La giustizia amministrativa: TAR e Consiglio di Stato. La magistratura è il corpo dei giudici, ovvero l’insieme di tutti gli organi della giustizia civile, penale e amministrativa che nel loro complesso costituiscono il potere giudiziario, autonomo e indipendente (principio di separazione dei poteri) rispetto agli altri poteri. La magistratura ha il compito di esercitare la funzione giurisdizionale, ovvero dare concreta e uniforme applicazione al diritto, ove questo non sia rispettato.

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A differenza del Parlamento, che ha il compito di formulare le leggi, e del Governo, che ha il compito di dare concreta esecuzione alle leggi, la Magistratura deve accertare il diritto e applicare le sanzioni per risolvere le controversie tra più soggetti, nel caso in cui una norma sia violata. La magistratura non rappresenta interessi particolari e non è soggetta ad un controllo politico dell’esecutivo, sulla base della separazione dei poteri. Ai tempi dello Statuto Albertino, i giudici erano nominati dal re. La magistratura ordinaria ha giurisdizione di carattere generale ed è costituita da un corpo di magistrati che si distinguono tra loro soltanto per diversità di funzioni. Le magistrature speciali, costituiti da magistrati speciali, differiscono da quella ordinaria per la giurisdizione limitata a determinati settori. Le magistrature speciali ammesse dalla nostra Costituzione sono i TAR, il Consiglio di Stato, la Corte dei Conti e i tribunali militari. La Corte dei Conti L’articolo 100 della Costituzione stabilisce che la Corte dei Conti, attraverso determinati accertamenti, ha una funzione di controllo preventivo sulla legittimità della gestione finanziaria dell’intera Pubblica Amministrazione (vigila sulla sana gestione finanziaria degli enti statali e regionali) e ha l’obbligo di riferire al Parlamento sul risultato dei riscontri eseguiti. Il controllo di legittimità esercitato è finalizzato alla verifica del rispetto delle norme giuridiche, attraverso cui la Pubblica Amministrazione ha operato, e alla verifica dell’efficienza e l’efficacia dell’azione amministrativa (giurisdizione nelle materie di contabilità pubblica). La giustizia amministrativa spetta a due organi: il Tar e il Consiglio di Stato. I TAR sono i tribunali amministrativi regionali che esercitano la giurisdizione amministrativa in primo grado. L’articolo 100 della Costituzione stabilisce che il Consiglio di Stato è l’organo di consulenza giuridico-amministrativa e di tutela della giustizia. Il Consiglio di Stato a seguito dell’istituzione dei TAR è divenuto organo giurisdizionale di secondo grado: esso ha il compito di tutelare, nei confronti della Pubblica Amministrazione, gli interessi legittimi, e in alcune materie i diritti soggettivi dei cittadini. 43. Autonomia e indipendenza della magistratura ordinaria La magistratura ordinaria ha giurisdizione di carattere generale ed è costituita da un corpo di magistrati che si distinguono tra loro soltanto per diversità di funzioni. L’articolo 104 della Costituzione stabilisce che la magistratura è un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere. I giudici di conseguenza sono soggetti soltanto di fronte alla legge e devono essere imparziali. La Costituzione, inoltre, affinché venga garantita l’indipendenza della magistratura, dispone che l’assunzione dei magistrati avvenga per pubblico concorso e istituisce il CSM, un organo atto a verificare l’imparzialità e le capacità dei magistrati, in grado di gratificarli o se necessario di sanzionarli per il loro cattivo operato. 44. Il Consiglio superiore della Magistratura È l’organo di autogoverno della magistratura ordinaria, di natura Costituzionale, massima espressione dell’autonomia della magistratura rispetto agli altri poteri dello Stato. Esso ha il compito di garantire l’autonomia e l’indipendenza della magistratura dagli altri poteri, in particolare dall’esecutivo, ovvero dal Governo. Esso è presieduto dal Presidente della Repubblica ed è composto da 27 membri, 8 nominati dal parlamento in seduta comune e 16 eletti dai magistrati, 3 membri di diritto. Il CSM sovrintende a tutti i provvedimenti relativi alla carriera ed allo status giuridico dei magistrati: le assunzioni, le assegnazioni, effettua delle valutazioni di professionalità circa la laboriosità, diligenza e indipendenza dei magistrati, se questi sono meritevoli li promuove, altrimenti può infliggere delle sanzioni disciplinari a quelli poco meritevoli. Il CSM inoltre provvede ai trasferimenti e alle assegnazioni delle sedi vacanti ai magistrati, nomina e revoca i magistrati onorari. Spettano al Ministro della giustizia l’organizzazione e il funzionamento dei servizi relativi alla giustizia, come ad esempio concordare con il CSM la nomina dei dirigenti degli uffici giudiziari. 45. Il Principio del giusto processo e gli altri principi costituzionali relativi alla funzione giurisdizionale. La Costituzione tutela e permette a tutti coloro che ritengono che un loro diritto soggettivo o interesse legittimo sia stato violato da un altro individuo, di agire in giudizio rivolgendosi all’autorità giudiziaria ed affrontare il processo. Inoltre stabilisce che la funzione giurisdizionale debba essere svolta dal magistrato secondo il rispetto del principio del giusto processo, ovvero garantendo l’imparzialità del giudizio, il contraddittorio fra parti e la parità delle parti. Un ulteriore elemento essenziale del giusto processo è la sua ragionevole durata, secondo il quale, il processo deve svolgersi e concludersi nel più breve tempo possibile.

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