Domande Esame, Domande di esame di Geografia Economico Politica. Università degli Studi di Parma
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Degia9516 marzo 2016

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Domande Esame, Domande di esame di Geografia Economico Politica. Università degli Studi di Parma

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…DOMANDE ESAME… 1. Descrivi le caratteristiche della regione e individua le tipologie di classificazione. Regione, è l’insieme delle relazioni verticali e orizzontali che costituiscono l’organizzazione territoriale che

copre tutta la superficie terrestre, ma non nello stesso modo. La regione nel senso comune è la dimensione territoriale immediatamente inferiore alla nazione; fondamentale è il concetto di dimensione. La regione geografica prescinde da ogni riferimento dimensionale. Essa è una porzione geografica della superficie terrestre che presenta 3 requisiti:

1) È costituita da luoghi attigui

2) Tali luoghi hanno tutti qualche caratteristica comune

3) Si differenziano in base a tali caratteristiche rispetto a luoghi confinanti che, avendo caratteristiche diverse, costituiscono altre regioni.

La regione presenta 3 caratteristiche fondamentali:

1) Gerarchia, che comprende:

- Livello micro regionale: dimensione di uno o pochi comuni

- Livello mesoregionale: dimensioni comprensionali (provinciali, regionali)

- Livello macroregionale: considera interi paesi o aggregati di regioni istituzionali (regione alpina europa)

- Livello megaregionale: continentale o intercontinentale.

2) Tipologie tematiche (definisce l’area tematica di interesse):

- Regioni politico amministrative: definite dai confini istituzionalmente riconosciuti. Ciò che le caratterizza è l’omogeneità, soggetta all’autorità di uno stesso ente politico territoriale;

- Regione politica: corrisponde di regola allo stato dunque si analizza l’autorità politica, che è la caratteristica comune;

- Regione naturale: identificata dalle sue caratteristiche fisiche, prevalgono le relazioni verticali (oggettivamente esistente);

- Eco-regione: spazio di interazione tra l’ecosistema e le comunità umane (ecosistema). Ha confini più complicati da trovare, poiché si parla di ambiente. Es. foresta pluviale o il mare sono esempi di eco-regione.

- Regione storica: generalmente caratterizzata da fattori naturali comuni ai quali si sono sovrapposti fattori storici e culturali;

- Regione culturale: spazio omogeneo dal punto di vista etnico e culturale (fiandre, provenza).

3) Regione economica:

- Regioni formali: sono omogenee o uniformi, cioè costituita da un’omogeneità interna di uno o più attributi caratterizzanti;

- Regioni funzionali: sono individuate in base a relazioni orizzontali, l’ampiezza è individuata fin dove si estendono le relazioni orizzontali o fin dove hanno una certa intensità. Esse possono essere monocentriche (i flussi fanno capo ad un solo centro) oppure policentriche (ogni località è specializzata in funzioni particolari ed è connessa ad altre attraverso relazioni di complementarietà). Inoltre la regione è complessa quando una regione formale si collega ad una regione funzionale, mentre è programma quando corrisponde all’ambito territoriale entro cui si svolgono interventi programmati.

2. Delineare le caratteristiche del Fordismo. Il termine Fordismo fu coniato attorno agli anni trenta per descrivere il successo ottenuto nell'industria automobilistica a partire dal 1913 dall'industriale statunitense Henry Ford (1863 - 1947); ispiratosi alle teorie proposte dal connazionale Frederick Taylor (1856 - 1915), ebbe poi un considerevole seguito nel settore dell'industria manifatturiera, tanto da rivoluzionare notevolmente l'organizzazione della produzione a livello globale e diventare uno dei pilastri fondamentali dell'economia del XX secolo, con notevoli influenze sulla società. Con l'aggettivo fordista si usa indicare un regime di produzione ispirato al paradigma adottato da Ford, o una sua stretta evoluzione.

Caratteristiche:

I due capisaldi del fordismo erano il paradigma industriale tayloristico, accompagnato da una spinta automazione (riflesso della meccanizzazione) e la concessione di retribuzioni più elevate di quelle mediamente riconosciute dalla prassi delle relazioni industriali dell'epoca. Questo secondo aspetto non era però conseguenza di una qualche forma di filantropia, ma semmai era l'espressione di una lungimiranza socio- economica, poiché era la premessa della produzione di massa, ossia il volano dell'economia di consumo (una classe operaia povera non si può permettere neppure la più spartana utilitaria).Ma i due capisaldi erano connessi anche sul piano funzionale: la potente razionalizzazione del ciclo produttivo aveva come prerequisito un'intensa sottomissione delle maestranze alla disciplina organizzativa (quasi maniacale) del fordismo, che arrivava a calcolare con esattezza i minimi movimenti corporei del dipendente: questo regime alienante doveva trovare almeno una forma di riparazione nel salario più generoso, che saggiamente infatti veniva assegnato all'operaio Ford.

Fordismo negli Stati Uniti:

Negli Stati Uniti è una filosofia sociale che sostiene che ricchezze e profitto possono essere raggiunti con alti salari che permettono ai lavoratori di acquistare i beni che hanno prodotto. La parola fordismo fu coniata attorno agli anni trenta, ma già quindici anni prima il successo ottenuto nell'industria automobilistica da Ford era obiettivamente un fenomeno rimarchevole. Fordismo indica una serie di pratiche industriali associate alle innovazioni introdotte nella fabbricazione di automobili americane da Ford durate dall'ultimo decennio dell'Ottocento fino al secondo del Novecento. Questo processo consiste nel ridurre operazioni complesse a compiti più piccoli e semplici da svolgere, eseguibili anche da lavoratori inesperti. Ma l'innovazione più importante fu l'introduzione della catena di montaggio nel 1913, che ha fatto scendere il tempo per completare una macchina da venti ore a un'ora e mezza, ottenendo così una produzione di massa di oggetti omogenei (ad esempio, ogni Ford T era nera, ed originariamente le personalizzazioni del modello base erano pressoché inesistenti).

Questo comportò un aumento di produzione, con il calo dei costi di produzione media, per rendere il prodotto più accessibile al pubblico. Esso fu anche un grande investimento di capitali; la meccanizzazione permise l'efficienza, e fu un grande affare. Con 10 milioni di prodotti venduti, Ford fece una fortuna e i suoi operai diventarono i più pagati nel mondo. Dai promotori del fordismo, Detroit fu assunta come modello di impianto urbanistico ottimizzato per la produzione industriale. Il sistema di produzione fordista ha quattro elementi chiave:

- È caratterizzato da una particolare divisione del lavoro (la separazione dei diversi compiti tra diversi gruppi di lavoratori) in cui lavoratori non specializzati eseguono semplici operazioni ripetitive mentre tecnici

qualificati e personale di direzione ricoprono incarichi relativi alla ricerca, al design, al controllo della qualità, finanza, coordinamento e marketing.

- È un sistema dove la fabbricazione è altamente standardizzata.

- La produzione non è organizzata con il criterio di dislocare nella stessa zona macchine simili, ma le macchine sono disposte funzionalmente, ovvero nel corretto ordine di sequenza richiesto per la fabbricazione del prodotto.

- Le varie parti della catena di montaggio sono collegate insieme da un nastro trasportatore (la linea di assemblaggio) per facilitare un veloce ed efficiente svolgimento dei compiti.

I prezzi calano, portando un incremento delle vendite a e dello sviluppo potenziale del mercato di massa. Molti commentatori ritengono che il fordismo sia stato caratteristico dell'industria occidentale dal 1945 fino agli anni settanta, e che sia stato collegato al sorgere dei maggiori paesi produttori d'auto. Il fordismo è associato, sul piano della dottrina logistica industriale, al particolare modello territoriale dell'attività economica, detto divisione spaziale del lavoro, in cui vi è una separazione spaziale tra il luogo di sviluppo del prodotto (centro di ricerca e sviluppo) e gli effettivi centri di montaggio standard di un prodotto. Il modello rimase dominante del mondo industrializzato fino agli anni sessanta e settanta, quando il conformismo dei consumatori fu intaccato dal crescente numero di disegnatori, pensatori, e consumatori stessi. E così si sono venuti a creare termini come postindustriale, post fordismo e mercato di nicchia. Il fordismo è stato parte, come componente tecnologica, del momento di efficienza che ha caratterizzato l'età del progresso americano. Dopo l'inizio della Grande depressione, la politica americana fu quella di tenere alti i salari nella speranza che il fordismo avrebbe risolto la crisi.

3. Quali sono le tre correnti che riguardano l’integrazione europea dopo la II Guerra Mondiale (federalista, unionista, funzionalista)

Alla fine della seconda guerra mondiale iniziano a formarsi delle correnti, che sostengono una certa idea di integrazione europea. Sono 3 correnti:

1) Federalisti: questa corrente aveva un esponente di spicco, Altiero Spinelli, che scrisse il famoso “Manifesto di Ventotene” in cui esprimeva la sua idea sulla federazione degli stati uniti d’europa. (Es. di stato federale: Stati Uniti, Svizzera e Germania). Lo stato federale prevede un governo centrale che definisce regole che valgono per gli stati, per cui ad es. lo stato di New York ha un livello di autonomia molto forte; questa autonomia è fiscale e finanziaria, hanno autonomia sulla giustizia (in alcuni stati c’è la pena di morte, in altri no). All’interno di ogni stato c’è un ulteriore ripartizione (equivalente delle nostre regioni) che a loro volta hanno altre competenze. I federalisti volevano adottare questo sistema per l’Europa; volevano togliere la sovranità a quegli stati che avevano fatto solo danni, per portarla in capo a un organismo più alto che avrebbe dovuto avere la funzione di Washington. Questa teoria da un lato era supportata dagli intellettuali, ma trovava grande resistenza.

2) Unionisti: a dispetto del termine, volevano lasciare tutto com’era e volevano fare accordi intergovernativi, adottando un metodo leggero per trovare accordi su singole questioni. Sono accordi che firmano solo coloro che sono d’accordo, hanno il difetto di non essere vincolanti, poiché se uno degli stati non rispetta l’accordo non succede niente. E’ un accordo di diplomazia, se si rompe l’accordo c’è una rottura diplomatica e non una sanzione; è una soluzione su un problema. E’ dunque una corrente molto pericolosa poiché la rottura di accordi diplomatici aveva causato le due guerre mondiali.

3) Funzionalisti: Gruppo di persone che vedevano la necessità di mettersi insieme ma si rendevano conto che andare a togliere la sovranità ad alcune nazioni che ne avevano fatto la loro bandiera era impossibile, quindi volevano spostare la sovranità dal livello nazionale al livello sovranazionale per settori (in particolare quello economico) e costruire un organismo sovranazionale solo per quel settore. Su quest’ultimo allora si può togliere la sovranità di alcuni paesi. Dunque la loro idea era quella di togliere gradualmente la sovranità nazionale ad alcuni paesi. Essa era una teoria dell’integrazione economica, figlia del funzionalismo.

4. PIL e PNL

Con l’acronimo PIL si intende PRODOTTO INTERNO LORDO. Esso è una grandezza che ha la funzione di definire quanta ricchezza viene prodotta in un paese, definisce il livello di sviluppo, questo perché il livello di ricchezza prodotta all’interno di un territorio dovrebbe teoricamente identificare anche il livello di

benessere ossia il tenore di vita delle persone che ci abitano. Lo sviluppo identifica la qualità della vita delle persone che abitano in un territorio. Il PIL è uno degli indicatori di questa qualità di vita, perché se non si produce ricchezza diventa complicato avere una qualità della vita alta.

Il PIL è il valore di mercato, quindi il prezzo, di tutti i beni e servizi finali prodotti in un dato paese in un orizzonte temporale definito. (Es. la farina quando viene venduta al supermercato e la si compra, questa entra nel calcolo del PIL; ciò perché la farina è il prodotto finale, arriva nelle mani del consumatore però, quando la farina viene acquistata dal fornaio che la utilizza per fare il pane che poi vende al consumatore, in questo caso non entra nel calcolo del PIL, diventa dunque la materia prima di un altro bene, e nel calcolo del PIL ci entra il pane.) Il Prodotto finale è l’insieme dei beni venduti ai consumatori finali e quei servizi che vengono erogati ai consumatori finali. Quando un bene è intermedio non entra nel calcolo del PIL. Il PIL ha una connotazione geografica fortissima, perché riguarda un territorio; sono tutti i beni e i servizi finali prodotti su un territorio indipendentemente dalla residenza di chi produce. Il PIL è un indicatore geografico perché individua un territorio e valuta quanta ricchezza è prodotta lì sopra. Il PIL va bene per quei paesi che hanno un livello di sviluppo abbastanza omogeneo, in cui la ricchezza è ben distribuita; quando la ricchezza non è ben distribuita questo indicatore (il PIL) non va più bene (es. in medio oriente il PIL non è basso, perché il petrolio estratto in quei paesi fa sì che il PIL sia decente, ma la qualità della vita è molto bassa, questo perché la ricchezza generata da quel prodotto non è ben distribuita; da un lato ricconi, da un lato poveri).

Il PIL PROCAPITE è il PIL complessivo del paese diviso per la popolazione ovvero indica quanta ricchezza ogni cittadino produce in quell’arco di tempo. E’ una media, (es. per il medio oriente non ha nessun significato il PIL procapite). Il valore del PIL è molto alto, all’interno dell’arco di tempo che può essere vario (annuale, trimestrale), di solito lo sentiamo nominare in %, questo significa ad es. 1° trimestre = 1000£; 2° semestre = 900£ in questo caso si dice che c’è stato un decremento del 10%, il PIL si è ridotto. Questa si chiama VARIAZIONE. La Polonia ha un PIL che cresce mediamente del 2/3% all’anno, tende ad aumentare. L’Italia perde 0,2/0,5 % di PIL all’anno. A prima vista sembrerebbe che la Polonia sia messa meglio dell’Italia, ma non è così poiché per capire chi vive meglio abbiamo bisogno del PIL procapite, che in Polonia è molto più basso del PIL procapite italiano, ciò significa che noi produciamo più ricchezza della Polonia, e che la nostra economia è più solida della Polonia.

PNL: sta per PRODOTTO NAZIONALE LORDO o reddito nazionale lordo, esso è uguale al PIL ovvero è un valore di mercato dei beni e servizi finali prodotti da italiani, cioè da residenti, indipendentemente da dove si trovino nel mondo. (Es. Barilla ha le sue fabbriche negli USA, ma i beni prodotti Barilla negli USA rientrano nel PIL italiano e non americano, perché le fabbriche sono italiane). In questo caso la residenza è un dato importante; di solito non c’è una grande differenza tra PNL e PIL. I paesi in cui c’è una grossa differenza tra i due sono quelli con un forte tasso di emigrazione, questi paesi hanno un valore di PIL molto più basso rispetto al PNL. Le rimesse sono redditi di emigranti prodotti in un paese che vengono mandati nel paese di residenza per sostenere la famiglia.

5. Cosa succede nel 1929?

La grande depressione, detta anche crisi del '29, grande crisi o crollo di Wall Street, fu una grave crisi economica e finanziaria che sconvolse l'economia mondiale alla fine degli anni venti, con forti ripercussioni durante i primi anni del decennio successivo. La depressione ebbe origine da contraddizioni simili a quelle che avevano portato alla crisi economica del 1873-1895: l'inizio si ebbe negli Stati Uniti con la crisi del New York Stock Exchange (la borsa di Wall Street) avvenuta il 24 ottobre del 1929 (giovedì nero), cui fece seguito il definitivo crollo (crash) della borsa valori del 29 ottobre (martedì nero)

dopo anni di boom azionario. La depressione ebbe effetti recessivi devastanti sia nei paesi industrializzati sia in quelli esportatori di materie prime con un calo generalizzato della domanda e della produzione. Il commercio internazionale diminuì considerevolmente e con esso i redditi dei lavoratori, il reddito fiscale, i prezzi e i profitti. Le maggiori città di tutto il mondo furono duramente colpite, in special modo quelle che basavano la loro economia sull'industria pesante. Il settore edilizio subì un brusco arresto in molti paesi. Le aree agricole e rurali soffrirono considerevolmente in conseguenza di un crollo dei prezzi fra il 40 e il 60%. Le zone minerarie e forestali furono tra le più colpite a causa della forte diminuzione della domanda e delle ridotte alternative d'impiego occupazionale.

La crisi degli USA

Dopo la Grande Guerra gli Stati Uniti conobbero un periodo di prosperità e progresso socio-economico trainato soprattutto dal settore automobilistico, che a sua volta fece da volano alla crescita trascinando con sé altri settori connessi e non, come l'industria metallurgica, della gomma, il settore petrolifero, dei trasporti ed edile. Sembrava quindi essersi innescato un circolo virtuoso: l'alta produttività permetteva di mantenere inalterati i salari e i prezzi dei prodotti sul mercato. Questo favoriva quindi gli investimenti che permettevano a loro volta di aumentare la produttività. Tuttavia agli investimenti e al continuo aumento della produttività, non corrispose una proporzionata crescita del potere d'acquisto. Nei primi anni dopo il primo conflitto mondiale, lo sviluppo era stato infatti sostenuto dai risparmi accumulati negli anni della guerra e dai bassi tassi d'interesse. Una seconda contraddizione interna all'economia statunitense era rappresentata dal sistema finanziario. Non furono infatti posti limiti alle attività speculative delle banche e della borsa valori, dovute alla volontà da parte degli acquirenti di detenere titoli, non tanto per ottenere dividendi e dunque profitti, quanto solo per aumentare il proprio capitale. In sostanza dunque si comperava per rivendere, senza preoccuparsi della qualità dei titoli e all'aumento di domanda dei titoli si accompagnò direttamente quella delle quotazioni. A tutto questo va aggiunta la responsabilità dei rappresentanti delle holding che detenevano portafogli che avevano quindi interesse che i corsi dei titoli si alzassero e per spingere i risparmiatori all'acquisto dei titoli effettuavano dichiarazioni troppo ottimistiche. L'aumento del valore delle azioni industriali, però, non corrispose a un effettivo aumento della produzione e della vendita di beni tanto che, dopo essere cresciuto artificiosamente per via della speculazione economica diffusasi a tutti i livelli in quegli anni, questo scese rapidamente e costrinse i possessori a una massiccia vendita, che provocò il noto crollo della borsa. La caduta della borsa colpì soprattutto quel ceto di media borghesia che nel corso degli anni venti, oltre ad aver investito i propri risparmi in borsa, aveva sostenuto la domanda di beni di consumo durevole. La loro uscita dal mercato indeboliva proprio le industrie produttrici di beni di consumo durevole (come quello dell'auto). Queste industrie cessarono di commissionare materiali a quelle operanti negli stessi settori dell'indotto, le quali dovettero ridurre il personale e i salari provocando una contrazione a valanga anche nei settori dei beni primari di consumo (come quello agricolo). La situazione era poi aggravata dalla stretta interconnessione che legava il settore industriale a quello bancario. Infatti, nel momento in cui la borsa crollò, si diffuse un'ondata di panico devastante tra i piccoli risparmiatori i quali si precipitarono nelle banche nel tentativo di salvare il proprio denaro. Il ritiro del denaro dal mercato provocò quindi una crisi di liquidità di ampie dimensioni e il fallimento di molte banche che trascinarono nella crisi le industrie nelle quali avevano investito. Molte di queste furono costrette a chiudere i battenti o a ridimensionarsi e i licenziamenti, operati dalle aziende in crisi, portarono a una elevata diminuzione delle domande di lavoro bloccando quasi completamente l'economia americana. Una volta innescata la crisi, a causa dell'aumento della disoccupazione e del parallelo calo dei consumi, questa assunse i connotati di una crisi di sovrapproduzione, cioè eccesso di offerta rispetto alla domanda con conseguente parallelo calo/ridimensionamento della produzione che di pari passo scese di quasi il 50% tra il 1929 e il 1932.

La crisi fuori dagli USA

La grande crisi si propagò rapidamente fuori dagli USA inizialmente verso tutti quei paesi che avevano stretti rapporti finanziari con gli Stati Uniti, a partire da quelli europei che si erano affidati all'aiuto economico degli americani dopo la Prima guerra mondiale, ovvero Gran Bretagna, Austria e Germania, dove il ritiro dei prestiti americani fece saltare il complesso e delicato sistema delle riparazioni di guerra, trascinando nella crisi anche Francia e Italia. In tutti questi paesi si assistette a un drastico calo della produzione seguito da diminuzione dei prezzi, crolli in borsa, fallimenti e chiusura di industrie e banche, aumento di disoccupati (12 milioni negli USA, 6 in Germania, 3 in Gran Bretagna), il tutto aggravato anche dall'introduzione di misure protezionistiche come freno al libero scambio nel sistema economico globale. Va notato che la crisi non colpì l'economia dell'URSS, la quale in quegli anni aveva inaugurato il suo primo piano quinquennale con l'obiettivo di creare una base industriale moderna. Restarono inoltre immuni dalla crisi anche il Giappone - che affrontò la crisi (inclusa la guerra) con misure inflazionistiche - e i Paesi scandinavi che, in quanto esportatori di particolari materie prime, non risentirono della riduzione della domanda dei loro prodotti. Nel 1931 la Gran Bretagna abbandonò il gold standard, imitata subito dai paesi scandinavi. Nel 1934 sterlina e dollaro vennero fortemente svalutati.

Le Cause

L'economista John Kenneth Galbraith ha individuato almeno cinque fattori di debolezza nell'economia americana responsabili dell'inizio della crisi:

- cattiva distribuzione del reddito;

- cattiva struttura o cattiva gestione delle aziende industriali e finanziarie;

- cattiva struttura del sistema bancario;

- eccesso di prestiti a carattere speculativo (Margin);

- errata scienza economica (perseguimento ossessivo del pareggio di bilancioe quindi assenza di intervento statale considerato un fattore penalizzante per l'economia).

Le cause della recessione internazionale

Sul fronte internazionale una prima causa di fragilità del sistema economico internazionale è insita nell'eredità dei debiti di guerra. Alla fine del conflitto infatti Gran Bretagna, Francia e Italia si erano ritrovate debitrici con gli Stati Uniti per somme ingenti che costringevano tutte e tre a una politica di esportazioni molto aggressiva per procurarsi la valuta necessaria a pagare i debiti. Si era quindi fatta strada l'idea di adottare lo stesso espediente dell'indomani della guerra franco-prussiana, quando le riparazioni di guerra imposte alla Francia avevano permesso non solo di coprire il costo della guerra ma anche di consentire la ripresa economica. Perciò fu deciso di addebitare i costi bellici alla Germania. L'industria tedesca, pur avendo un grande potenziale, era uscita dalla guerra stremata. Da allora gli stessi paesi vincitori, soprattutto gli Stati Uniti, si erano resi conto della necessità di sostenere l'economia tedesca con ingenti finanziamenti. Questi finanziamenti avevano creato un curioso triangolo in cui la Germania usava gran parte di queste risorse per pagare i debiti a Gran Bretagna e Francia e queste a loro volta usavano i capitali per pagare i propri debiti. Dunque questo sistema sarebbe sopravvissuto fin quando gli USA fossero stati in grado di esportare capitali in Germania. Un secondo elemento di fragilità del sistema economico internazionale era costituito dall'assenza di un Paese guida credibile con la volontà e un'influenza tale da correggere eventuali crisi economiche globali. Dopo la Grande guerra il primato sarebbe dovuto passare in mano agli Stati Uniti, i quali, pur avendo un apparato industriale di gran lunga superiore a quello degli altri paesi, tuttavia non si impadronirono dello status internazionale che gli sarebbe spettato a causa di una politica isolazionista (status che rimase in mano alla Gran Bretagna). L'assenza di un'appropriata guida economico-finanziaria si rifletteva in modo drammatico sul sistema internazionale: nella conferenza di Genova del 1922 venne definito un sistema misto, noto come gold

exchange standard, che da una parte garantiva respiro all'economia britannica, dall'altro affidava alla sua finanza un ruolo di regolatore dell'economia internazionale che non era in grado di assumere.

Il sistema economico globale

Tuttavia la causa principale che portò il crollo finanziario a diventare unadepressioneeconomica di enormi dimensioni, ovvero quasi globale, fu la chiusura delle economie nazionali e coloniali tramite misure protezionistiche con forte freno al libero commercio. Così come nella Grande depressione del 1873-95 furono infatti i dazi doganali a deprimere l'economia: alcuni stati producevano beni in surplus che però altri stati non acquistavano poiché venivano resi troppo costosi dai dazi all'importazione imposti per favorire i produttori interni. Di conseguenza, quando in un paese produttore un dato bene raggiunge livelli di saturazione, il prezzo scendeva tanto che non era più conveniente produrre quel bene, a meno di trovare nuovi mercati che potessero assorbire parte delle merci. In definitiva, in assenza di nuovi mercati, la produzione si fermò, pur mantenendo un potenziale valore. Ad esempio nella crisi degli anni 1873-95 il grano era il bene ideale: negli Stati Uniti vi era una sovrapproduzione di grano dovuta all'ampiezza degli spazi coltivati estensivamente e alla bassa densità di popolazione. I progressi tecnologici consentivano di trasportare il grano su distanze sempre più ampie, cosicché gli USA iniziarono a esportare grano in Europa che lo acquistava a prezzo più basso rispetto a quello locale. Questo danneggiava i proprietari terrieri europei, i quali imposero ai governi i dazi per bloccare le importazioni dall'America. Ciò produsse le seguenti conseguenze:

- carenza di grano in Europa e quindi prezzi più alti;

- eccedenza di grano in USA con conseguente abbandono di terre coltivate e disoccupazione;

- mancato afflusso di beni dall'Europa all'America (coi quali veniva pagato il grano); tali beni potevano essere prodotti industriali o minerari o beni di lusso.

In definitiva:

- al popolo europeo veniva a mancare il nutrimento a basso prezzo;

- ai grandi coltivatori americani venivano a mancare quei beni "superflui" ma che erano l'incentivo alla produttività agricola;

- i coltivatori americani più piccoli e i dipendenti restarono senza lavoro;

- i beni "superflui" che restavano in Europa andavano alle classi agiate (anche agricole) locali, che li potevano acquistare a prezzo più basso rispetto al prezzo che avrebbero pagato gli americani;

- i produttori europei di questi beni superflui vedevano anch'essi ridotte le loro entrate, il che li portava in alcuni casi al fallimento o al licenziamento dei dipendenti.

Senza la Prima guerra mondiale la crisi del 1929 sarebbe arrivata molto prima. Se qualche anno prima lo scoppio delle ostilità (che rappresentò un grosso stimolo all'economia per la massiccia mobilitazione di risorse da parte dei governi) aveva scongiurato l'imminente crisi, nel 1929 le condizioni internazionali non erano tali da scatenare una guerra. Ma una volta iniziata la Grande depressione, la soluzione venne spasmodicamente ricercata, fino a raggiungerla, nella seconda guerra mondiale, che aprì i mercati coloniali a tutte le nazioni in vista della futura e auspicata indipendenza delle colonie. Soluzioni intermedie furono adottate durante gli anni Trenta. Gli USA diedero l'esempio concedendo l'indipendenza o l'autonomia alle loro colonie, l'Inghilterra fece lo stesso col Trattato di Westminster, ma furono tutte soluzioni effimere.

Conseguenze politiche ed economiche

Il fallimento dei tentativi iniziali di trovare soluzioni comuni sul piano internazionale alla crisi spinse da una parte tutti i paesi a introdurre misure protezionistiche e a creare "aree economiche chiuse" (maggiore esempio fu il sistema di "tariffe preferenziali" fra gli Stati del Commonwealth britannico deciso nel 1931); dall'altra i governi furono indotti a sperimentare su vastissima scala forme di partecipazione diretta dello Stato alla vita economica nazionale.

Effetti della Grande depressione negli Usa e nel Mondo:

- Fame diffusa, povertà e disoccupazione;

- Crisi economica a livello mondiale;

- Vittoria dei Democratici alle elezioni del 1932 negli USA con Franklin D. Roosevelt che fu poi rieletto nel 1936, nel 1940 e nel 1944.

Gli stati svolsero così funzioni imprenditoriali (ricorrendo alla spesa pubblica come elemento strutturale e centrale della dinamica economica nazionale) e previdenziali (con l'attivazione di misure legislative di sicurezza sociale). Questo tipo di interventi, ad esempio il New Deal in USA e la fondazione dell'IRI in Italia, furono sistemizzati e teorizzati successivamente da John Maynard Keynes, da cui la definizione politiche keynesiane. In Germania, che subì in particolare il contraccolpo più violento, la crisi provocò milioni di disoccupati che andarono poi a formare la base di consenso che portò il Partito nazionalsocialista al potere nel 1933. Nel complesso, nonostante un accenno di ripresa a partire dal 1933, la crisi non fu completamente superata fino allo scoppio della seconda guerra mondiale. Il Giappone si riprese continuando la sua politica di espansione imperialista occupando la Manciuria e instaurando lo stato fantoccio del Manciukuò nel 1931, per poi riprendere l'espansione in Cina occupando la città di Shanghai e altre province. Iniziò così la guerra sino-giapponese, che sarà uno dei fronti della seconda guerra mondiale.

6) Trattato di Roma

Il Trattato di Roma contiene punti fondamentali, quali:

1. ZONA DI LIBERO SCAMBIO

2. UNIONE DOGANALE (dazio comune nei confronti degli stati esterni)

3. PAC (Politica Agricola Comune) ovvero soddisfare gli agricoltori grazie al prezzo di intervento. Questo era il prezzo minimo garantito per i prodotti agricoli stabilito dalla Comunità Europea. Il prezzo delle produzioni non poteva scendere al di sotto di questo. Bisognava orientare le imprese agricole verso una maggiore capacità produttiva.

4. FSE (Fondo Sociale Europeo) ha l’obiettivo di finanziare le Regioni migliorando l’occupazione e l’istruzione.

5. BEI (Banca Europea per l’Investimento), faceva prestiti per le ifrastrutture ma funzionerà solo al sud Italia (ES la Salerno-Reggio Calabria)

La FSE e la BEI nascono per creare un’unica area di libero scambio, in cui tutto si muove, come se gli Stati non esistessero).

Usualmente con Trattato di Roma si indica il solo trattato istitutivo della Comunità Economica Europea. Questo trattato è ancora la base legale di molte decisioni prese dall'Unione europea, pur avendo subito notevoli modifiche in seguito all'entrata in vigore, il 1º dicembre 2009, del Trattato di Lisbona che ha previsto, tra l'altro, di cambiarne il nome in Trattato sul Funzionamento dell'Unione Europea.

Questo trattato prevedeva:

- l'eliminazione dei dazi doganali tra gli Stati Membri;

- l'istituzione di una tariffa doganale esterna comune;

- l'introduzione di politiche comuni nel settore dell'agricoltura e dei trasporti;

- la creazione di un Fondo Sociale Europeo;

- l'istituzione della Banca europea degli investimenti;

- lo sviluppo della cooperazione tra gli Stati Membri.

Per raggiungere questi obiettivi il trattato pone alcune linee guida e definisce il quadro per l'attività legislativa delle istituzioni comunitarie, in particolare riguardo alla politica agricola comune (articoli 38-43), la politica dei trasporti (articoli 74-75) e una politica commerciale comune (articoli 110-113).

Il mercato comune basato su quattro libertà fondamentali: libera circolazione delle persone, dei servizi, delle merci e dei capitali, che avrebbe dovuto realizzarsi in un periodo di dodici anni, in tre fasi successive (articolo 8). Nel trattato di Roma del 25 marzo 1957, che decisero l’istituzione di:

CEE: Il nuovo organismo avrebbe dovuto promuovere, mediante la formazione del mercato comune e l’armonizzazione delle legislazioni economiche nazionali, una crescita stabile e duratura al continente. L’unione doganale avrebbe costituito la pre-condizione per l’integrazione economica generale a seguire. La prima fase sarebbe durata 12 anni e si sarebbe articolata in 3 tappe, al cui termine i Governi avrebbero fatto il punto della situazione per valutare la fattibilità del passaggio alla tappa o fase successiva. L’attuazione del trattato venne demandata alla Commissione, composta da 9 membri (due per i Paesi principali e uno per i più piccoli), ma sprovvista di potere deliberativo proprio, lasciato al Consiglio dei

ministri, organo intergovernativo depositario del potere d’indirizzo. Un’assemblea di 142 membri, nominati dai Parlamenti nazionali e la Corte di Giustizia completavano il primo sistema comunitario.

EURATOM: Appariva il campo di collaborazione più agevole e quello che trovava maggiori consensi anche negli Stati Uniti; Washington seguiva con crescente preoccupazione i miglioramenti della tecnologia sovietica e riteneva che lo sfruttamento dell’energia nucleare avrebbe potuto mantenere in costante crescita il mercato europeo dopo la fine del boom, legato al petrolio e al gas (come la crisi di Suez aveva sottolineato). Inoltre, gli Stati Uniti ritenevano di poter evitare un programma nucleare tedesco autonomo e mantenere legato il loro principale alleato al resto dell’Europa. Allo stesso modo, c’era il desiderio di mantenere intatto il proprio monopolio occidentale sull’arma atomica, dal momento che solo dopo Suez il Governo francese Mollet aveva approvato il programma atomico di difesa nazionale.

I due trattati, firmati a Roma il 25 marzo 1957, entrati in vigore il 1º gennaio 1958, istituirono e disciplinarono, rispettivamente:

- la Comunità economica europea (CEE)

- la Comunità europea dell'energia atomica (CEEA o Euratom)

I trattati furono sottoscritti dai rappresentanti dei sei paesi fondatori: Italia, Germania, Francia, Lussemburgo, Paesi Bassi e Belgio. La cerimonia si tenne solennemente in Campidoglio, nella sala degli Orazi e Curiazi del Palazzo dei Conservatori, la stessa dove il 29 ottobre 2004 i rappresentanti dei 25 Paesi membri dell'Unione europea hanno firmato la Costituzione per l'Europa.

7.CECA: COME NASCE E QUALI SONO LE MOTIVAZIONI

La Comunità europea del carbone e dell'acciaio (CECA) fu creata col Trattato di Parigi del 18 aprile 1951 su iniziativa dei politici francesi Jean Monnet e di Robert Schuman (il cosiddetto Piano Schuman o dichiarazione Schuman del 9 maggio 1950), con lo scopo di mettere in comune le produzioni di queste due materie prime in un'Europa di sei paesi: Belgio, Francia, Germania Occidentale, Italia, Lussemburgo e Paesi Bassi. La CECA fu l'istituzione che precorse la strada del Trattato di Roma, con il quale venne costituita la Comunità economica europea, divenuta Unione europea nel 1992.

STORIA

La proposta della sua creazione, annunciata da Schuman, allora Ministro degli Esteri francese, fu rapidamente accettata da tutti i paesi che ratificarono il trattato in meno di un anno. Entrò in vigore il 23 luglio 1952 e scadde cinquant'anni dopo, il 23 luglio 2002.

La scelta del settore carbo-siderurgico era giustificata da molti fattori: innanzitutto la posizione dei principali giacimenti delle risorse, situati in una zona di confine piuttosto ampia tra Francia e Germania, (bacino della Ruhr, Alsazia e Lorena) zona tra l'altro oggetto di numerosi e sanguinosi conflitti in passato e di lunga contesa. Inoltre l'oggetto dell'accordo era una risorsa fondamentale per la produzione di armamenti e materiale bellico, che impediva un riarmo segreto quindi a entrambe le nazioni coinvolte.

Oltre a Francia e Germania, sono interessati anche gli Stati del Benelux, anch'essi forti produttori di carbone ed acciaio, oltre che stati confinanti delle due nazioni principali e ovviamente interessati dalla risoluzione di conflitti franco-tedeschi.

La situazione dell'Italia, invece, è meno ovvia. La nazione non primeggia nella produzione di quelle materie ed è assai distante dalla zona interessata dall'Accordo e confina soltanto con uno degli Stati membri (la Francia) ma in una regione completamente differente. Gli uomini politici del tempo, tuttavia, e fra essi Alcide De Gasperi, ritengono la futura CECA un ottimo sbocco per rinvigorire l'economia disastrosa italiana e reinserire l'Italia nelle situazioni politiche ed economiche internazionali, distaccandosi totalmente da altri stati, fra tutti il Regno Unito, che rifiutano in toto il progetto non ritenendolo conforme agli interessi e alle aspettative nazionali.

Il trattato instaurò un mercato comune del carbone e dell'acciaio, sopprimendo i diritti di dogana e le restrizioni quantitative che frenavano la libera circolazione di queste merci; soppresse nello stesso modo tutte le misure discriminatorie, aiuti o sovvenzioni che erano accordati dai vari stati alla propria produzione nazionale. Il principio di libera concorrenza permetteva il mantenimento dei più bassi prezzi possibili, pur garantendo agli stati il controllo sugli approvvigionamenti. Il mercato venne aperto il 18 febbraio 1953 per il carbone ed il 1º maggio dello stesso anno per l'acciaio. Tali scopi venivano perseguiti mediante il rinvio della politica specifica di ciascuno stato alla comunità nascente, con una parziale abdicazione della propria sovranità in questo limitato settore. Da tale specificità nasce la struttura della comunità come organismo sovranazionale, ovvero posto al di sopra dei singoli stati. Ciò diversifica la struttura della nuova comunità e di quelle che nasceranno di lì a poco nel 1957 (EURATOM e CEE): non precisamente comunità internazionali, ma comunità dotate di poteri propri e propria assemblea munita di poteri consultivi e di controllo politico, pur se nel settore particolare di ciascuna.

Dietro l'aspetto puramente economico si nascondeva quindi la volontà di riunire i vecchi nemici ancora scioccati dagli orrori della seconda guerra mondiale, controllando la produzione del carbone e dell'acciaio che sono le materie prime dell'industria bellica.

In tale occasione inoltre, tra gli stati membri, vennero firmati anche una serie di protocolli collaterali sui privilegi e le immunità della Comunità che si stava creando, sullo statuto della Corte di Giustizia e del Consiglio d'Europa, che gettarono le basi di quella che sarebbe divenuta l'attuale Unione europea.

ISTITUZIONI

La CECA era formata da quattro istituzioni:

1) Alta autorità

2) Consiglio speciale dei ministri

3) Assemblea comune

4) Corte di giustizia

L'Alta autorità era l'organo centrale composto da 9 membri, di cui un presidente e 8 membri ordinari (due per Italia, Repubblica Federale Tedesca e Francia, uno per gli altri stati membri). I membri erano nominati e scelti per la loro competenza professionale dagli stessi Stati e avevano facoltà e dovere di agire in piena indipendenza; un terzo dei membri veniva rinnovato ogni due anni. Il presidente veniva eletto dai membri dell'Alta autorità; il primo presidente fu Jean Monnet. L'organo aveva vari poteri deliberativi, potendo emanare non solo pareri, ma anche decisioni e raccomandazioni, che avevano effetti vincolanti, in toto le prime, di scopo le seconde.

Sede dell'Alta autorità della CECA a Città del Lussemburgo

Il Consiglio speciale dei ministri era composto da un rappresentante del Governo di ogni Stato e aveva una funzione consultiva rispetto all'Alta autorità. Nel caso in cui l'Alta autorità doveva deliberare su parere conforme del Consiglio, il parere di quest'ultimo era però vincolante.

L'Assemblea comune aveva funzioni consultive e riuniva rappresentanti parlamentari degli stati membri.

La Corte di giustizia esercitava controlli di legittimità sugli atti emanati dall'Autorità o sui comportamenti delle varie istituzioni.

Oltre alle quattro istituzioni menzionate, vi era un Comitato consultivo, che rappresentava la società civile. Fu la prima sede internazionale di rappresentanza della società civile. Il Comitato non venne

toccato dalla fusione delle istituzioni delle Comunità europee del 1967 e rimase un organo autonomo fino alla scadenza del Trattato di Parigi nel 2002.

La sede delle istituzioni della CECA fu piuttosto dibattuta tra gli stati membri: come compromesso le istituzioni furono collocate a Lussemburgo, tranne l'Assemblea che venne collocata a Strasburgo.

8. Prime organizzazioni sovranazionali 1994 (FMI, Banca Mondiale, WTO)

La conferenza di Bretton Woods (spesso genericamente identificata anche come accordi di Bretton Woods) si tenne dal 1º al 22 luglio 1944 nell'omonima località nei pressi di Carroll (New Hampshire), per stabilire le regole delle relazioni commerciali e finanziarie tra i principali paesi industrializzati del mondo. Essa consiste in una serie di accordi per definire un sistema di regole e procedure per controllare la politica monetaria internazionale. Furono il primo esempio nella storia del mondo di un ordine monetario totalmente concordato, pensato dagli Stati Uniti d'America per governare i rapporti monetari di stati nazionali indipendenti.

LA GRANDE DEPRESSIONE

Un elevato livello di intese tra le potenze sugli obiettivi e sugli strumenti di amministrazione economica internazionale facilitò le decisioni raggiunte dal congresso di Bretton Woods: il fondamento di quell'accordo era una fiducia comune in un sistema basato sul capitalismo. Questo sebbene alcuni paesi sviluppati abbiano preferito basarsi su principi differenti nell'economia nazionale, (in Francia, per esempio, si preferisce una pianificazione centralizzata ed interventi statali, mentre gli Stati Uniti

preferiscono un intervento statale limitato); ma tutti si sono basati sugli stessi principi per quanto riguarda le politiche che regolano i meccanismi del mercato e la tutela della proprietà privata dei mezzi di produzione.

Tuttavia la comunione di intenti superava di gran lunga le differenze politiche. Infatti tutti i governi che siglarono gli accordi di Bretton Woods concordarono sul fatto che la dura lezione del caos monetario del periodo tra le due guerre fosse sufficiente per placare gli animi e superare le divergenze.

Nella mente degli economisti era bene impressa la recente esperienza della Grande depressione, durante la quale i controlli sul tasso di cambio e le barriere commerciali avevano portato al disastro economico. Gli accordi di Bretton Woods diedero la speranza di superare la sconfitta completa degli anni '30, periodo in cui il controllo del mercato dei cambi aveva minato il sistema di pagamenti internazionali su cui era basato il commercio mondiale. In quel periodo, infatti, i governi avevano usato politiche di svalutazione per far crescere le esportazioni giocando sulla competitività del cambio, con lo scopo di ridurre il deficit della bilancia dei pagamenti, causando, però, come effetti collaterali la caduta a picco delle entrate nazionali, la riduzione della domanda, un enorme aumento della disoccupazione ed un declino complessivo del commercio mondiale.

Gli scambi si ridussero a ristretti blocchi di monete (di gruppi di nazioni che usano la stessa valuta, come ad esempio il blocco della sterlina inglese nell'impero britannico). Questi blocchi ritardarono la circolazione di capitali e le opportunità di investimenti stranieri. Tuttavia, questa strategia, tesa ad aumentare i redditi dei singoli paesi nel breve periodo, provocò disastri nel medio e lungo periodo.

I DUE PROGETTI

Le basi politiche degli accordi di Bretton Woods vanno cercate nella forte presenza dello stato nell'economia (banche e industria, sia in USA e URSS che in tutto il mondo industrializzato) e nella confluenza di circostanze chiave: le comuni esperienze negative degli stati nella grande depressione, la concentrazione di potere in un determinato numero di stati, la presenza di un potere dominante disposto ad assumere un ruolo di direzione/coordinamento ed in grado di svolgere tale ruolo. Mentre ancora non si era spento il secondo conflitto mondiale, si preparò la ricostruzione del sistema monetario e finanziario riunendo 730 delegati di 44 nazioni alleate per la conferenza monetaria e finanziaria delle Nazioni Unite e dopo un acceso dibattito, durato tre settimane, i delegati firmarono gli accordi di Bretton Woods. I progetti presentati furono quelli di Harry Dexter White, delegato USA e quello di John Maynard Keynes, delegato inglese.

Il progetto di Keynes prevedeva la costituzione di una stanza di compensazione all'interno della quale i paesi membri avrebbero partecipato con quote rapportate al volume del loro commercio internazionale, in base alla media dell'ultimo triennio. La compensazione tra debiti e crediti avveniva tramite una moneta denominata Bancor. Il piano White prevedeva un ente sovranazionale, nel quale i paesi avevano un peso rapportato alla quota del capitale sottoscritto; essi avrebbero potuto accedere ai prestiti in proporzione a tale quota, in un sistema dollaro-centrico. Gli accordi di Bretton Woods sono un compromesso tra i due piani, in cui ha avuto più peso il piano White.

Tali accordi prevedevano:

- la creazione del Fondo internazionale monetario, a cui fu affiancata la creazione della Banca internazionale per la ricostruzione e lo sviluppo. Il FMI aveva il compito di vigilare sulla stabilità monetaria con l'obiettivo di ricostituire un commercio internazionale aperto e multilaterale. Al suo interno ogni stato aveva un peso proporzionale alla quota del capitale del fondo sottoscritta.

- i diritti di prelievo permettevano di accedere a prestiti dal FMI, concessi agli stati in situazioni di disavanzo.

- che tutte le valute dovessero essere convertibili in dollari. Era un sistema dollaro-centrico, per cui i commerci internazionali avvenivano soprattutto in dollari; per esempio, i prezzi delle materie prime, come il petrolio, erano espresse in dollari.

- che le banche centrali dovessero mantenere un cambio stabile con il dollaro; in particolare, se il cambio saliva o scendeva di un punto percentuale rispetto agli accordi, le altre banche (non quella americana) dovevano riallinearlo con operazioni di mercato aperto.

- la svalutazione era ammessa solo in caso di approvazione del FMI e sotto la sua vigilanza, ma poteva essere votata solo in caso di problemi strutturali.

- negli accordi era presente la clausola di scarsità: se una valuta era scarsa, gli altri paesi potevano limitare unilateralmente le importazioni da quel paese per far ripartire le proprie.

In pratica il sistema progettato a Bretton Woods era un gold exchange standard, basato su rapporti di cambio fissi tra le valute, tutte agganciate al dollaro, il quale a sua volta era agganciato all'oro. Gli accordi di Bretton Woods favorirono un sistema liberista, il quale richiede, innanzitutto, un mercato con il minimo delle barriere.

CONSEGUENZE

Le caratteristiche principali di Bretton Woods erano due; la prima, l'obbligo per ogni paese di adottare una politica monetaria tesa a stabilizzare il tasso di cambio ad un valore fisso rispetto al dollaro, che veniva così eletto a valuta principale, consentendo solo delle lievi oscillazioni delle altre valute; la seconda, il compito di equilibrare gli squilibri causati dai pagamenti internazionali, assegnato al Fondo Monetario Internazionale (o FMI).

Il piano istituì sia il FMI che la Banca internazionale per la ricostruzione e lo sviluppo (detta anche Banca mondiale). Queste istituzioni sarebbero diventate operative solo quando un numero sufficiente di paesi avesse ratificato l'accordo. Ciò avvenne nel 1946. Nel 1947 fu poi firmato il GATT (General Agreement on Tariffs and Trade - Accordo generale sulle tariffe ed il commercio) che si affiancava all'FMI ed alla Banca mondiale con il compito di liberalizzare il commercio internazionale.

WTO:

L'Organizzazione mondiale del commercio (OMC), conosciuta anche col nome inglese di World Trade Organization (WTO), è un'organizzazione internazionale creata allo scopo di supervisionare numerosi accordi commerciali tra gli Stati membri.

FUNZIONI:

A norma dell'Articolo III dell'Accordo di Marrakech le funzioni dell'OMC sono le seguenti:

1. L'OMC favorisce l'attuazione, l'amministrazione e il funzionamento del presente accordo e degli accordi commerciali multilaterali, ne persegue gli obiettivi e funge da quadro per l'attuazione, l'amministrazione e il funzionamento degli accordi commerciali plurilaterali.

2. L'OMC fornisce un contesto nel cui ambito si possono svolgere negoziati tra i suoi membri per quanto riguarda le loro relazioni commerciali multilaterali nei settori contemplati dagli accordi riportati in allegato al presente accordo. L'OMC può inoltre fungere da ambito per ulteriori negoziati tra i suoi membri per quanto riguarda le loro relazioni commerciali multilaterali e da contesto per l'applicazione dei risultati di tali negoziati, secondo le modalità eventualmente decise da una Conferenza dei ministri.

3. L'OMC amministra l'intesa sulle norme e sulle procedure che disciplinano la risoluzione delle controversie..

Inoltre:

4. Al fine di rendere più coerente la determinazione delle politiche economiche a livello globale, l'OMC coopera, se del caso, con il Fondo Monetario Internazionale e con la Banca Mondiale e con le agenzie ad essa affiliate.

Le due funzioni principali dell'OMC possono, dunque, essere identificate nelle seguenti:

- quella di forum negoziale per la discussione sulla normativa del commercio internazionale (nuova ed esistente);

- quella di organismo per la risoluzione delle dispute internazionali sul commercio.

9. DIFFERENZA TRA DEFICIT E DEBITO PUBBLICO

La differenza tra Deficit e Debito lo si può capire meglio anche considerando le uscite e le entrate di uno Stato. Questi due elementi sono soggetti a diverse variabili, fra le quali occupa un ruolo essenziale l’evasione fiscale, che può essere considerata una delle cause principali della diminuzione delle entrate. Il problema si verifica quando non c’è un equilibrio fondamentale tra entrate e uscite. Partiamo dal deficit di bilancio, conosciuto anche come disavanzo statale. In termini tecnici si definisce deficit pubblico una eccedenza delle uscite sulle entrate in un determinato periodo di tempo (di regola l’anno solare o fiscale). In poche parole si tratta del totale della spesa sostenuta dallo Stato ma non coperta dalle entrate, il che comporta un disequilibrio dei conti statali perché, in quel dato periodo, le uscite superano le entrate. Le cause del deficit sono due, di natura opposta: un aumento delle uscite o una diminuzione delle entrate. Si ha un aumento delle uscite quando il governo decide di aumentare la spesa pubblica nel breve periodo per ottenere nel lungo periodo il rilancio di consumi e investimenti. Non solo, perché le uscite aumentano anche quando il governo decide di abbassare la pressione fiscale, misura che di norma riduce di riflesso il Prodotto interno lordo, perché porta a una diminuzione delle entrate (la cui causa principale resta sempre e comunque l’evasione fiscale). Quando non c’è equilibrio tra entrate e uscite si rischia un disavanzo che, per le regole dell’Unione Europea, non può superare il 3% nel rapporto deficit/Pil, pena l’avvio della procedura di controllo per deficit eccessivo (che l’Italia ha provato per lungo tempo sulla sua pelle). Una buona politica economica permetterebbe al paese di turno di riuscire ad andare in pari, almeno, con quelle che sono le spese poiché ci sarebbe un giusto equilibrio tra la spesa pubblica certa, dovuta a pensioni, sussidi, acquisti e le altre voci di bilancio, e le imposte incassate dallo Stato, dirette ed indirette. A questo andrebbero poi ad aggiungersi le spese improvvise come in caso di guerre o catastrofi, dall’incapacità del governo di turno di mantenere un basso profilo per i costi della politica o da incentivazioni della politica economica in sostegno alla domanda di acquisto. Ma una buona struttura riuscirebbe in una pianificazione immediata anche per queste situazioni limite, partendo con una emissione di titoli statali volta a rifinanziare le proprie casse. E qui entra in scena il debito pubblico: questo infatti rappresenta la totalità dei debiti che lo Stato ha nei confronti di altri soggetti, pubblici o privati, che hanno, ad esempio, sottoscritto i titoli statali in quel momento emessi proprio per coprire il deficit. La parte più difficile della situazione è che tale debito deve essere costantemente monitorato per evitare che aumenti e che si ricada nel rischio insolvenza, come è stato per l’Argentina anni fa. Un buon rapporto tra debito e Pil di uno Stato rappresenta poi il tanto noto, ormai, pareggio di bilancio, quando cioè il rapporto tra debito e Pil è costante e permette di studiare casistiche di imposizione fiscale che permettano di annullare col tempo la totalità del debito. Una sorta di utopia quasi impossibile da raggiungere, soprattutto in un’Europa flagellata dalla crisi economica.

10. SCHEMA DELL’INTEGRAZIONE ECONOMICA

Integrazione economica è un termine usato per descrivere come alcuni aspetti di economie diverse sono integrati. Le basi di questa teoria furono descritte dall' economista ungherese Béla Balassa negli anni '60. Al crescere

dell'integrazione economica, le barriere al commercio tra i mercati diminuiscono. Attualmente l'economia maggiormente integrata, in nazioni indipendenti, è l'Unione europea e la sua zona euro. Il grado di integrazione economica può essere categorizzato in sei stadi:

- Area di commercio preferenziale

- Area di libero scambio

- Unione doganale

- Mercato comune

- Unione economica e monetaria

- Integrazione economica completa

Inoltre, l'integrazione economica tende a precedere l'integrazione politica. Infatti Balassa sosteneva che i mercati comuni sovranazionali, con i loro movimenti liberi di fattori economici attraverso i confini nazionali, generassero naturalmente una richiesta di integrazione ulteriore, non solo economica (attraverso le unioni monetarie), ma anche politica, cossichè le comunità economiche evolvono col tempo in maniera naturale in unioni politiche.

11 TEORIA DEI VANTAGGI COMPARATI

La teoria dei vantaggi comparati (o modello ricardiano) è stata concepita a partire dai concetti essenziali dall'economista inglese David Ricardo e si inserisce nel contesto delle teorie riguardanti il commercio internazionale. L'assunto su cui si basa è che un paese tenderà a specializzarsi nella produzione del bene su cui ha un vantaggio comparato (cioè la cui produzione ha un costo opportunità, in termini di altri beni, minore che negli altri paesi). Un esempio fatto durante le lezioni è:

-Un agricoltore impiega 60 min per 1kg di carne e 15 min per 1 kg di patate;

-un’allevatore impiega 20 min per 1 kg di carne e 10 min per 1 kg di patate;

Bisogna scegliere che combinazione produttiva fare:

-In 8 h l’agricoltore produce 8 kg di carne e 32 kg di patate

-In 8 h l’allevatore produce 24 kg di carne e 48 di patate

Questo tipo di commercio dà vantaggio ad entrambe le parti; si dice dunque che un soggetto ha un VANTAGGIO ASSOLUTO nella produzione di un bene quando utilizza meno fattori produttivi per arrivare a produrre un’unità di quel bene. Chi impiega meno fattori produttivi nella produzione di un mene ha un vantaggio assoluto nei confronti degli altri. Nel nostro caso è l’allevatore ad avere un vantaggio assoluto, sia per la produzione di carne, sia per la produzione di patate, anch’egli però avendo un vantaggio assoluto, ci guadagna dal commercio aperto. Il VANTAGGIO COMPARATO, si basa invece sul costo-opportunità che si identifica con ciò a cui si deve rinunciare per ottenere un’unità di quel bene. Quando i due sistemi scelgono di specializzarsi della produzione di beni che godono di un vantaggio comparato, l’economia cresce.

12. TRATTATO DI MASTRICHT

ll Trattato di Maastricht, o Trattato dell'unione europea, è un trattato che è stato firmato il 7 febbraio 1992 a Maastricht nei Paesi Bassi, sulle rive della Mosa, dai dodici paesi membri dell'allora Comunità Europea, oggi Unione europea, che fissa le regole politiche e i parametri economici necessari per l'ingresso dei vari Stati aderenti nella suddetta Unione. È entrato in vigore il 1º novembre 1993. Nel 1992 vengono individuati 3 pilastri:

1. PILASTRO COMINITARIO in cui tutto il vecchio iter legislativo sta in esso stesso e vengono definite le competenze:

• COMPETENZA ESCLUSIVA (Gli stati nazionali non possono fare normative) in cui vi è una politica monetaria, ovvero BCE (esclusiva competenza europea);

• POLITICA DOGANALE, ovvero rapporti commerciali tra Europa e il resto del mondo (prodotti da far entrare in Europa, ad esempio la salute pubblica è affare dell’Europa);

La COMPETENZA ESCLUSIVA è suddivisa in due parti:

1. POLITICHE SETTORIALI, che riguardano un settore preciso, ad esempio i trasporti.

2. POLITICHE ORIZZONTALI, ovvero regole che tutti i settori devono rispettare poiché vanno a coinvolgere tutti gli altri settori.

• COMPETENZA CONCORRENTE, si basa su due principi:

1. PRINCIPIO DI SUSSIDIARIETA’, tema che nasce in Europa e viene definito all’interno della chiesa, che può essere a sua volta ORIZZONTALE (non enunciato) e che interessa la sfera politica e privata, e VERTICALE in cui l’Unione Europea deve intervenire tenendo presente che le decisioni devono essere prese a livello di governo, più vicino possibile al cittadino.

2. PRINCIO DI PROPORZIONALITA’, in cui l’azione dell’unione non deve andare oltre il necessario per raggiungere gli obiettivi posti dal trattato. Deve dunque essere una proporzione tra gli obiettivi e gli strumenti. Dunque viene definito il modello di Governance, vi è un Unione Monetaria in cui l’inghilterra sta fuori insieme alla Danimarca e Svezia e l’Inghilterra apre la strada all’OPOUT (possibilità di un paese di non aderire ad una parte del trattato), vi è una politica sociale detta WELFARE-STATE.

2. PILASTRO INTERGOVERNATIVO: GAI (giustizia e affari interni), legato agli accordi di Shengen

3. PILASTRO INTERGOVERNATIVO: PESC, in cui l’iniziativa spetta al consiglio europeo.

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