Riassunto del Don Chisciotte di Miguel de Cervantes, Esami di Letteratura Spagnola. Università degli Studi di Napoli Federico II
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Riassunto del Don Chisciotte di Miguel de Cervantes, Esami di Letteratura Spagnola. Università degli Studi di Napoli Federico II

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Riassunto dettagliato, capitolo per capitolo, del Don Chisciotte di Miguel de Cervantes
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DON CHISCIOTTE

PROLOGO

La prima parte del romanzo è preceduta da un prologo tra l'arguto e il serio, nel quale l'autore si scusa per lo stile semplice e per la narrazione esile e "priva di citazioni",adducendo questa povertà alle sue origini e al fatto che sempre le opere sono il riflesso di chi le scrive.

L'autore infatti afferma che avrebbe lasciato sepolto nelle carte della Mancia il suo Chisciotte se un amico non lo avesse convinto che in realtà si trattava dello specchio di tutta la cavalleria errante e che meritava di esser diffuso e letto.

CAPITOLO 1: Della condizione e delle operazioni del rinomato Idalgo Don Chisciotte della Mancia

Il primo capitolo tratta delle condizioni, dell'indole e delle abitudini del nobiluomo Don Alonso Quijana, che viveva in luogo impreciso della Mancia. Con lui vivevamo una governante, una nipote di 20 anni e un domestico. Don Chisciotte era un uomo sulla cinquantina, corporatura vigorosa, secco col viso asciutto, appassionato della caccia; ma soprattutto era un appassionato lettore di romanzi cavallereschi: passava gran parte del suo tempo leggendo romanzi cavallereschi. Tale passione si trasformò in una vera ossessione, e così dal troppo leggere gli si prosciugò il cervello e perdette il giudizio. Decise così di imitare le gesta dei personaggi che tanto amava, facendosi cavaliere errante,e cominciando col costruirsi armi di cartone; decise di andare in giro per il mondo con la missione di sconfiggere i prepotenti, di aiutare i bisognosi, di rinnovare le gesta dei cavalieri erranti, per acquistare onore e fama eterna. Sistemò così alcune vecchie armi, ribattezzò il suo malconcio ronzino in Ronzinante ( cioé "primo fra tutti i ronzini del mondo"), si battezzò Don Chisciotte della Mancia per onorare la sua patria e porre in evidenza il suo lignaggio, e per ultimo si scelse una dama a cui dedicare le sue imprese: Aldonza Lorenzo, una contadina del Toboso da lui ribattezzata Dulcinea del Toboso.

CAPITOLO 2: Della prima partita che fece l'ingegnoso Don Chisciotte dalla sua terra

Fatti tutti i preparativi e preoccupato per i danni che poteva procurare al mondo tardando a partire, si mise in viaggio senza esser visto da nessuno. Ma non appena si vide in aperta campagna lo assalì un terribile pensiero: cioè che non era stato armato cavaliere e quindi, secondo le leggi della cavalleria, non poteva prendere le armi contro alcun cavaliere, e inoltre quand'anche fosse stato cavaliere, avrebbe dovuto come novizio portare armi bianche (cioè senza insegna sullo scudo) finché non la guadagnasse col suo valore. Decise così di farsi armare cavaliere dal primo che capitava, imitando molti personaggi dei libri che aveva letto. E così proseguì il suo viaggio, guidato dal suo cavallo ( in ciò consiste, secondo lui, la fatalità delle sue avventure). Viaggiò tutto il dì parlando e imitando le espressioni che aveva letto nei suoi libri, senza che gli succedesse nulla di degno. Alla sera, ormai stanco e affamato, vide una locanda che scambiò per un castello; davanti alla locanda c'erano due donne di "vita libera" che lui scambiò per due dame squisite. Il locandiere, che a lui sembrò un castellano, lo invitò ad entrare. Lì Don Chisciotte iniziò ad elogiare le due dame, le quali ridevano per il suo modo di parlare, e lì cenò e si sentì come in un castello famoso.

CAPITOLO 3: Del gentil modo con cui Don Chisciotte fu armato cavaliere

In questo capitolo Don Chisciotte si presenta come un cavaliere,ma perchè il nome sia valido chiede al padrone di casa di nominarlo tale,esponendo anche le ragioni di questa nomina. L'oste accettò questa nomina pensando che Don Chisciotte fosse pazzo e infatti,essendo una volpe vecchia,aveva già capito che ci avrebbe potuto guadagnare denaro.Affinchè questa nomina fosse valida il cavaliere avrebbe dovuto deporre le armi nella cappella,ma siccome lì una cappella non c'era perchè,in base alle parole dell'oste,era stata distrutta per essere ricostruita,doveva vegliarle nel giardino tutto il giorno affinchè non se le rubassero. Sempre poi riferendosi alle abitudini che deve avere un buon cavaliere l'oste gli consigliò di portare sempre con sè denari,unguenti,biancherie e il folle Don Chisciotte promise subito di fare quanto gli era stato ordinato. Il furfante corse poi subito ad avvisare quanti si ritrovavano nell albergo della pazzia dell'ospite e della veglia che faceva alle armi. Durante la notte Don Chisciotte si trovò faccia a faccia con due uomini che cercarono di rubargli le armi,ma quando egli affermò che a causa di questo agguati anche il padrone del castello era vile e codardo,i due si fermarono e arrivò infine l'oste che mise la pace. Solo allora l'oste gli ordinò di inginocchiarsi per dare inizio all'investitura,ed essa si svolse secondo la prassi coi tocchi di spada sulle spalle. Alzatosi pose senza indugio la sella a ronzinante e se ne andò alla sua buon'ora.

CAPITOLO 4: Di ciò che accadde al nostro cavaliere quando uscì dall'osteria

All'alba Don Chisciotte era uscito dall'osteria ma gli tornarono in mente le parole dell'oste e decise di fare sosta al villaggio per procurarsi tutte le cose che servivano ad un buon cavaliere,compreso uno scudiere. Volgendo le redini guidò Ronzinante dove voleva e giunto nel bosco vide una cavalla legata ad una quercia e un ragazzo di 15 anni nudo legato ad un albero mentre un contadino lo percuoteva. Don Quijote ordinò così al contadino di fermarsi a meno che non volesse affrontarsi con lui, e così egli si fermò. Poi Don Chisciotte chiese al signore il motivo per cui stava colpendo il povero bambino, ed egli rispose che il ragazzo aveva perso una pecora; il bambino a sua volta sosteneva di essere stato nove mesi senza stipendio. Don Quijote fece giurare l'uomo che avrebbe pagato il bambino e lo lasciò libero,e se ne andò in sella al suo ronzino. Appena Don Chisciotte fu lontano l'uomo riprese a frustare il ragazzo e liberatolo,quasi a deriderlo,gli disse di andare in giro per il mondo a cercare il suo giustiziere. Don Chisciotte intanto camminando si ritrovò ad un incrocio,sostò un attimo come a riflettere a mo dei veri cavalieri e poi lasciò andare il cavallo dove volesse. Si trovò in mezzo a dei mercanti e in preda alla follia cominciò a parlare della sua amata Dulcinea,ordinando a chiunque passasse di lì di onorare la superiorità di lei. I mercanti compresero subito che Don Chisciotte era folle e si presero gioco di lui chiedendogli di vedere questa donna di incoffessata bellezza. Il nostro Don però,da cavaliere qual era,affermò che il merito stava proprio nel lodarne la bellezza senza averla mai vista. I mercanti insistettero e allora Chisciotte,in preda all'eroismo,abbassò la lancia per colpire uno di loro,ma il caso volle che in quella stessa lancia inciampasse lo stesso Ronzinante e che Chisciotte rotolasse in mezzo alla campagna. Uno dei mercanti avvicinatosi a lui cominciò a percuoterlo con la lancia finchè,convinto dai compagni,si fermò e si persuase a continuare il cammino.

CAPITOLO 5: Ancora della disgrazia avvenuta al nostro cavaliere

Don Quijote disgraziato cominciò a ricordare uno dei libri che leggeva,e gli balzò alla mente quello di Baldovino e del marchese di Mantova,quando Carlotto lo abbandonò ferito sopra una montagna e gli parve che questo calzasse a puntino allo stato in cui si trovava e cominciò a recitarlo ad alta voce. Fortunatamente per Don Chisciotte passo là fuori un contadino che lo riconobbe come Chisciana e lo aiutò a sollevarsi. Gli chiese che male avesse ma Don Chisciotte farneticando continuava coi versi di tanti libri che aveva letto. Si misero così in viaggio e arrivarono alla casa di Don Chisciotte ma in un momento in cui nessuno poteva vederli,si misero ad origliare i discorsi della serva che parlava col curato e col barbiere della sparizione del suo signore e dei libri di cavalleria che gli avevano procurato la follia. Il contadino allora convintosi della malattia dell'uomo urlando ordinò ai presenti di fare largo al signor Baldovino e al signor marchese di Mantova,affermando che quest'ultimo si era ferito in battaglia. E lo stesso DOn Chisciotte a quanti gli domandavano cosa fosse accaduto dichiarava di esser caduto da cavallo affrontando dieci giganti. Allora le domande furono rivolte al contandino che svelò ai presenti le stranezze che aveva viste e udite.

CAPITOLO 6: Del bello e grande scrutinio che fecero il curato e il barbiere alla libreria del nostro ingegnoso idalgo

Mentre Don Chisciotte dormiva il prete e il barbiere chiesero alla nipote di Don Chisciotte le chiavi della biblioteca,dove si trovavano i libri fonte di tutti i mali. Dopo aver letto di alcuni i titoli (Quattro libri d'Amadigi di Gaula,le Prodezze di Splandiano,Il Cavaliere della Croce,lo Specchio della Cavalleria,i Dieci libri della Fortuna di Amore,la Galatea di Cervantes...) il prete e il barbiere decisero di bruciarli tutti in un fascio. Il barbiere ne teneva però uno aperto: Le lagrime d'Angelica. Il curato vedendolo affermò che se quello proprio fosse stato dato alle fiamme lo avrebbe pianto dato che era frutto di uno degli autori più originali,eccellente nelle traduzioni delle favole di Ovidio (si trattava di Pietro Aretino).

CAPITOLO 7: Del secondo viaggio del nostro buon cavaliere Don Chisciotte della Mancia

Intanto Don Chisciotte cominciò a lamentarsi e per accorrere da lui il curato e il barbiere interruppero il sopralluogo in biblioteca. Quando si recarono da Don Chisciotte lo trovarono già fuori dal letto che vaneggiava e parlava di cavalieri,battaglie,nemici,tant'è che i due lo presero e lo riportarono a letto perchè si calmasse,ma pensarono anche di trasferirlo in un'altra stanza e di murare quella dei libri affinchè non trovandoli più al suo risveglio,tolta la causa cessassero anche gli effetti. Nel caso in cui Don Chisciotte avesse ricordato la sua biblioteca e chiesto dei suoi libri, i suoi amici gli avrebbero detto che era stato lì un mago che aveva fatto sparire tutto mentre lui dormiva. Così fecero in effetti.

Dopo due giorni si levò Don Chisciotte e la prima cosa fu di andare a vedere i suoi libri,ma non trovò più nemmeno la camera. La serva aveva già pronte le risposte e affermò che il colpevole di tutto era un certo savio Mugnatone,nel quale Chisciotte si convinse di riconoscere un certo Frestone che appunto gli era nemico.

Fatto sta che per i 15 giorni che seguirono Don Chisciotte se ne stette a casa tranquillo,e convinse un villano suo vicino a fargli da scudiero: si trattava di Sancio Panza. Questi per il compenso promesso (un'isola secondo la consuetudine di antichi cavalieri) accettò e decise di

portare con s'è un asino,essendo poco avvezzo a camminare a piedi. Inizialmente Chisciotte perlustrò gli angoli della sua memoria per vedere se mai ci fosse stato cavaliere errante con al seguito uno scudiero su un asino,ma non gli sovvenne alcun esempio; tuttavia decise di concederglielo.

Più volte lo scudiero ricordava al cavaliere errante la promessa fatta e Chisciotte rispondeva che se la fortuna fosse stata dalla loro parte egli avrebbe avuto molto più di ciò che era stato pattuito.

CAPITOLO 8: Del fortunato compimento che diede il valoroso Don Chisciotte alla spaventevole e non mai immaginata avventura dei mulini da vento con altri successi degni di gloriosa memoria

Ed ecco che i due si imbatterono in 30-40 mulini a vento,che si trovavano in quella campagna; e Don Chisciotte appena li vide avvisò Sancio che la fortuna stava effettivamente dalla loro parte e che quelli all'orizzonte erano smisurati giganti. Sancio cercò di convincerlo della realtà,e cioè del fatto che fossero mulini ma Chisciotte incurante degli avvisi del suo scudiero,diede due colpi al suo Ronzinante e appena vide che il vento fece muovere le loro pale credette che stessero agitando le braccia. Si raccomandò di cuore alla sua Dulcinea,affinchè lo assistesse in quello scontro e posta la lancia in alto,galoppando come poteva,si scontrò col primo mulino e la lancia finì in una pala. Sancio si affrettò a soccorrerlo e quando lo raggiunse lo trovò che nemmeno riusciva a muoversi; tuttavia continuava a farneticare,a credere che fosse stato Frestone a cambiare i giganti in mulini e con l'aiuto dello scudiero montò nuovamente in sella.

Proseguendo si avviarono a Porto Lapice,dove Chisciotte diceva che non sarebbero mancate avventure,alludendo alla battaglia di Diego Perez di Vargas contro i Mori e col proposito di imitarlo nell'impresa: come lui infatti avrebbe voluto staccare da una quercia un ramo e tentare con esso ogni sorta di prodezze. Passarono così la notte in mezzo agli alberi,da uno dei quali Don Chisciotte strappò un ramo secco al quale appiccò il ferro di quella che si era spezzata nella lotta contro i mulini. Non dormì un momento solo avendo sempre in mente Dulcinea,mentre Sancio dopo aver mangiato e bevuto consumò la notte intera in un solo sonno. Al mattino ripresero la strada e videro in lontananza due frati benedettini a cavallo di due dromedari (in realtà erano due mule) seguiti da un cocchio nel quale viaggiava una signora diretta a Siviglia.

In realtà Chisciotte,per la seconda volta incurante degli avvisi del suo scudiero,si convinse che si trattava di incantatori e decise di impedir loro il cammino. I frati tirarono le briglia alle mule,ma Don Chisciotte si avvicinò furioso ad uno dei due frati abbassando per poco la lancia. L'altro vedendo il fratello in pericolo battè furiosamente la mula e fuggì per la campagna. Sancio vedendo il frate a terra si affrettò a spogliarlo di beni e vestiti,ma i servitori dei frati accorsero e percossero di botte il povero scudiero,scappando via con i due benedettini.

Intanto Don Chisciotte stava adulando la signora del cocchio,ma uno scudiero tra quelli che seguitavano al cocchio,vedendo che egli impediva al carro di proseguire decise di sfidarlo a duello e i due si affrontarono a battaglia come due arrabbiati nemici. Tutti intorno impauriti attendevano l'esito dei colpi che i due si scambiavano,e le signora con le ancelle facevano mille preghiere ai Santi affinchè Dio le liberasse da ogni male. Ma il male vero fu che il primo autore

lasciò la storia a questo punto,scusandosi col dire che intorno alle imprese di Don Chisciotte non trovò scritto null'altro.

(Espediente letterario del manoscritto: uno dei primi a usare questo espediente fu proprio Cervantes nel Don Chisciotte,per giocare molto con il concetto aristotelico di verosimiglianza. Lo scopo era quello di creare un paradosso per cui l'autore giura di scrivere la verità ma il manoscritto essendo di un moro, (falso per antonomasia),non può che riportare notizie false.)

Il secondo autore di quest'opera però non volle credere che la storia si chiudesse così e che vi fossero nella Mancia ingegni tanto da poco da non conservare altre notizie su un cavaliere così valoroso e pertanto non disperò di trovare il finale a questa piacevole storia.

CAPITOLO 9: Come finisse la maravigliosa battaglia del Prode Biscaino col valoroso mancego

Avevamo lasciato i due uomini nell'atto di scagliarsi colpi e lì la storia si era conclusa. Ma ciò produsse nell'autore un gran dispiacere al punto che sembrava impossibile che nessuno dei savi di cui si circondano i cavalieri erranti avesse narrato la fine dell'impresa. Ed ecco che l'autore ci spiega come venne a conoscenza della storia che raccontava.

Si trovava un giorno a Toledo e lì capitò un giovanotto a vendere carte vecchie ad un mercante di seta; egli per istinto prese una di quelle carte e vide che erano scritte in arabo. Non sapendo leggerle fece attenzione se per quelle strade passasse qualche Moro,e la sorte volle che gli si presentasse davanti. Il giovane leggendone un pezzo si mise a ridere per le frasi che si leggevano su Dulcinea. All'udir questo nome il nostro autore capì che si trattava della storia di Don Chisciotte e pregò il Moro di continuare a tradurre il libro: si trattava della Storia di Don Chisciotte della Mancia,scritta da Cid Hamet Ben-Hengeli,storico arabo.

Al prezzo di 50 libbre di uve passe e di due staia di grano ottenne la traduzione completa del libro e proprio nel primo mazzo di scartoffie trovò la storia della battaglia di Don Chisciotte con l'uomo del cocchio e in attitudine a tener la spada in aria. Vicino a lui stavano Sancio e Ronzinante.

Inalberate le spade quei valorosi combattenti sembravano minacciassero il cielo,la terra e i mari (così continua la storia lasciata in sospeso); la peggio la ebbe inizialmente Don Chisciotte che cadde a terra e vi rimase malconcio. Rialzatosi prese a dare colpi al Biscaino (l'uomo del cocchio) finchè non cominciò a uscir sangue dal naso e dalla bocca,tanto che questi non proferì più parola,per quant'era la furia che aveva ormai accecato Don Chisciotte. Intanto le signore impaurite e sconsolate senza domandare nulla sulla Dulcinea che il cavaliere nominava,gli promisero che lo scudiero avrebbe eseguito i suoi piani.

CAPITOLO 10: Dei graziosi ragionamenti che passarono tra Don Chisciotte e il suo scudiero Sancio Panza

Intanto Sancio si era alzato da terra,anch'egli malconcio e guardando con preoccupazione alla battaglia pregava che Dio gli desse la vittoria. Vedendo poi terminata la zuffa a loro favore,e che il suo padrone tornava in sella a Ronzinante accorse a tenergli le staffe e riprese con lui il

cammino.

Mentre camminavano Sancio notò che Don Chisciotte perdeva sangue da un orecchio e lo pregava di medicarsi,ma egli rispose che tutto questo parlare non sarebbe servito se egli avesse avuto con s'è un'ampolla del balsamo di Fierabrasse.

Sancio così affermò che avrebbe rinuciato al governo dell'isola pur di conoscere dal suo signore la ricetta di questo unguento. Don Chisciotte aveva però fretta di medicarsi e Sancio trasse dalla bisaccia filo e unguento per farlo. Quando però Chisciotte si accorse che il suo elmetto era rotto stette per perdere il cervello e posta la mano alla spada,innalzati gli occhi al cielo fece giuramento a Dio di non riposarsi mai fino al giorno in cui avrebbe vendicato il danno del suo elmo.

Sancio gli fece rivedere la promessa affermando che l'avventura di sarebbe detta degnamente conclusa quanto Don Chisciotte sarebbe riuscito a presentarsi al cospetto di Dulcinea,anche senza vendetta alcuna. Così il suo padrone rinunciò ai propositi di vendetta,serbando però nel cuore il desiderio di strappare a forza ad un altro un elmetto simile al suo.

Sancio continuava nel proposito di farlo desistere da simili giuramenti,affermando che non avrebbero trovato sulla loro strada uomini armati,ma viste le resistenze del suo signore cambiò discorso con la scusa del cibo.

Discussero ancora su quale fosse il cibo degno di un cavaliere (per Sancio non lo erano di certo cipolle e pane,per Chisciotte un vero cavaliere non mangia mai in un mese e quando mangiano prende tutto quello che gli viene offerto) e ben presto si lasciarono sopraffare dal desiderio di trovare alloggio per quella notte. Trovandosi prossimi ad una capanna di caprai,pensarono di passare lì la notte.

CAPITOLO 11: Di quello che avvenne a Don Chisciotte con alcuni caprai

Furono accolti benevolmente e mentre legava alla meglio Ronzinante e l'asino Sancio sentì l'odore di pezzi di capra che bollivano. Ben presto i padroni di casa allestirono una rustica mensa e invitarono entrambi gli stranieri,ma Sancio se ne stette in piedi per servire il suo signore. Allora Don Chisciotte per dare segno della sua cavalleria invitò Sancio a sedersi,e a bere e mangiare dal suo bicchiere e nel suo piatto.

Riempitosi la pancia Don Chisciotte prese delle ghiande in mano e fece un lungo sproloquio sull'età dell'oro ai caprai,i quali,attoniti e meravigliati lo stettero ad ascoltare. Perchè l'ospite andasse via contento dell'ospitalità i caprai lo pregarono di stare ad ascoltare il canto di un loro compagno,giovane e innamorato,un certo Antonio. Egli infatti giunse poco dopo e cominciò il suo canto.

Finita l'esecuzione Don Chisciotte si ricordò della medicazione all'orecchio e pregò Sancio di rimediare,ma uno dei caprai,vedendo la ferita,gli disse di non darsene pensiero perchè aveva lui un rimedio che gliel'avrebbe immediatamente guarita. Prese infatti alcune foglie di ramerino ,le masticò, vi mischò un po' di sale e gliel'applicò all'orecchio.

CAPITOLO 12: Del racconto che fece un capraio a quelli che conversavano con Don Chisciotte

Facendo questi discorsi giunse un altro garzone,di quelli che si occupano di portare provvigioni dal villaggio e raccontò ai caprai della morte del pastore Grisostomo per l'amore che provava per Marcella,e del suo desiderio di essere seppellito in campagna ai piedi del monte dov'era situata la montagna del Sughero,perchè lì aveva visto la ragazza per la prima volta. Ambrogio,amico suo e pastore come lui,era incaricato di vigilare che tutto avvenisse secondo i dettami del suo defunto compagno.

Il ragazzo giunto dal villaggio si chiamava Pietro,e Don Chisciotte lo pregò di dargli quante più notizie possibili sul giovane defunto; egli rispose che altro non sapeva,se non che era figlio di un idalgo assai ricco e che aveva studiato a Salamanca la scienza delle stelle. Dopo era tornato e si era vestito da pastore insieme all'amico Ambrogio,ed era divenuto conosciuto anche per la bravura nello scrivere canzoni,per meglio dire laudi da cantare la notte di Natale.

Il capraio intervenne raccontando a Don Chisciotte che nelle loro terre ci fu un uomo assai più ricco del padre di Grisostomo,e si chimava Guglielmo,il quale aveva una figlia la cui madre morì nel darla alla luce. Il dolore per la perdita della moglie fece morire anche Gulgielmo,lasciando la bambina,Marcella orfana ma ricchissima sotto la custodia di uno zio sacerdote. La ragazza crebbe appartata,per quanto era bella,ma la fama della sua bellezza si diffuse egualmente in luoghi vicini e lontani. Così lo zio si convinse a presentarle molti pretendenti,ma la ragazza non ne voleva sapere. Anzi,di nascosto da tutti,prese le sembianze di una pastorella e cominciò ad allontanarsi dal contengo e dall'onesta appresi da fanciulla e a mietere vittime tra i numerosi pastori che incrociavano il suo sguardo tra i boschi;tant'è che su ogni albero di quelle selve si poteva leggere inciso il suo nome. Ecco perchè tutti credettero al fatto che Grisostomo fosse morto realmente d'amore per lei.

Sancio intanto,desideroso di veder terminati tali discorsi,incitò il suo signore a ritirarsi nella capanna di Pietro e così fu. In realtà però Don Chisciotte spese gran parte della notte a pensare alla su Dulcinea,stuzzicato dalla storia di Marcella. Sancio intanto dormì senza pene di alcun tipo.

CAPITOLO 13: In cui si finisce il racconto delle vicende di Marcella con altri avvenimenti

Ma appena fu giorno i caprai svegliarono Don Chisciotte dicendogli che era il momento di andare al funerale di Grisostomo;egli così si alzò e ordinò a Sancio di sellare Ronzinante. Non avevano camminato molto quando incrociarono sei pastori vestiti con pellicce nere e con in testa una ghirlanda di cipresso e oleandro. Ognuno di essi aveva in mano un bastone ed erano seguiti da due gentiluomini a cavallo e tre servitori a piedi. Proseguirono tutti insieme alla volta del sopraccitato funerale e si intrattennero con discorsi sulla cavalleria,sull'ordine della Tavola rotonda e sulle vicende di Lancillotto. I pastori chiesero a Don Chisciotte come mai andasse armato da cavaliere errante in quelle terre,e uditi i suoi discorsi e le sue risposte (che facevano come sempre riferimento a Dulcinea),tutti si convinsero della sua pazzia,e cominciarono a fomentarlo e a dare eccitamento alle sue affermazioni.

Viaggiavano dunque intrattenendosi in queste conversazioni quando videro scendere dalla montagna circa venti pastori,tutti vestiti con pellicce di lana nera,e coronati di ghirlande,e sei di questi avevano la barba ricoperta di fiori e rami. Uno dei caprai capì che quelli trasportavano il corpo del defunto,allora si affrettarono a raggiungerli e arrivarono proprio quando avevano appena deposto la bara. Don Chisciotte cominciò ad esaminarla e vide giacere in essa un cadavere ricoperto di ghirlande,in abito da pastore,di circa 30 anni con libri e carte tutte intorno. Tutti intorno serbavano un rigoroso silenzio,finchè uno di quelli che avevano portato il defunto disse ad un altro (l'altro era l'amico Ambrogio) di esaminare bene se fosse proprio quello il sito prescelto da Grisostomo per la sua sepoltura.

Vivaldo allora (uno dei pastori) sentendo che Ambrogio voleva dare alle fiamme le carte,così come l'amico defunto gli aveva lasciato detto,gli chiese di risparmiarle al fuoco,in modo che da quelle altri come loro avrebbero potuto conoscere l'amore di Grisostomo e la crudeltà di Marcella. Ambrogio acconsentì,ma solo per una di esse: si trattava del 'Lamento di un disperato',l'ultimo scritto del povero infelice che fu letto ad alta voce al momento della sepoltura.

CAPITOLO 14: Dove si recita la disperata canzone dell'infelice pastore,con altri inaspettati avvenimenti. Canzone di Grisostomo

Il 14° capitolo comincia proprio coi versi della poesia di Grisostomo recitati da Vivaldo,che trasmettono ai presenti il dolore,il senso profondo di smarrimento e perdita di identità procurati da quell'amore non ricambiato (tanti i riferimenti nel testo alle tenebre e all'inferno). A tutti piacque la poesia tranne a colui che la leggeva,il quale aveva di Marcella notizie diverse da quelle che di lei si leggevano nel testo del defunto. Si sapeva della giovane che era bella e onesta,invece Grisostomo faceva ricadere su di lui sospetti,gelosie,inganni; allora Ambrogio,che era l'unico forse realmente a conoscenza dei fatti,affermò che quel testo era stato scritto quando Marcella si era allontanata da Grisostomo per vedere se la distanza avrebbe alleviato il suo tormento,e proprio la distanza era la causa dei vaneggiamenti e dubbi di quell'amante in balia di se stesso. Vivaldo cessò di parlare alle spiegazioni di Ambrogio,ma proprio quando stava per leggere un altro dei fogli risparmiati alle fiamme,apparve dalla montagna una figura incantevole: si trattava proprio di Marcella. Ambrogio appena la riconobbe le chiese se fosse venuta per verificare se in sua presenza avrebbero sgorgato sangue le ferite del povero amante infelice,o semplicemente per godere della riuscita delle sue detestabili imprese.

La ragazza rispose che nessuno dei fini elencanti l'aveva mossa,se non la volontà di far conoscere a tutti quanto ingiustamente fosse incolpata della morte del povero Grisostomo; infatti ella se avesse voluto acconsentire all'amore di tutti coloro che glielo avevano dichiarato non avrebbe potuto tener fede a nessuno di essi: l'amore è infatti di per sé libero ed è tale solo se nasce volontariamente,senza forzature. Marcella viveva infatti in montagna,in solitudine; che colpa aveva se Grisostomo si era fatto illusioni senza che lei gli desse nessuna speranza?

Appena Marcella ebbe finito di parlare,Don Chisciotte,pensando che fosse il momento di mostrare la sua cavalleria nel difendere una donzella,la tranquillizzò sul fatto che da quel momento nessuno più l'avrebbe considerata la causa della morte del ragazzo. Fu così possibile

completare la sepoltura e tutti dopo andarono via. Don Chisciotte si separò dai compagni,non volendo proseguire con loro verso Siviglia.

CAPITOLO 15: Si narra la disgraziata avventura di Don Chisciotte con certi imbestialiti ianguesi

Lo storico Ben-Hengeli lasciò scritto che quando Don Chisciotte si divise dai suoi ospiti,si internò con Sancio nel sentiero dove avevano visto entrare Marcella,e dopo averla cercata dappertutto per due ore senza trovarla,si riposarono in un prato con accanto un ruscello. Lo scudiere non ebbe cura di mettere le briglie a Ronzinante,e il demonio volle che quello si inoltrasse in un pascolo di tutte cavalle che lo assalirono a calci e morsi e che richiamarono l'attenzione dei loro padroni,che lo cacciarono via a bastonate. Don Chisciotte e Sancio che video malmenare Ronzinante lo raggiunsero frettolosamente e cominciarono ad attaccar briga con quegli uomini,che essendo in numero superiore (mentre loro erano solo in due) ebbero facilmente la meglio.

Don Chisciotte si convinse che l'esito negativo della battaglia fosse da ascrivere al fatto che egli non doveva cominciare a combattere con uomini che non erano cavalieri,e così chiese a Sancio di vendicare lui il torto subito qualora quegli uomini si fossero presentati nuovamente sul loro cammino. A Sancio non piacque per niente il discorso del suo signore e insieme i due decisero di sollevare Ronzinante (benchè non ne avesse diritto dato che era la stata la causa della loro sventura) e di proseguire l'uno a cavallo dell'asino e l'altro,lo scudiero,a piedi. La sorte volle che scoprirono di lì a poco un'osteria che Don Chisciotte scambiò per un castello.

CAPITOLO 16: Di quello che accadde all'ingegnoso idalgo Don Chisciotte nell'osteria che egli volea pure che fosse castello

La moglie dell'oste e la figlia curarono Don Chisciotte che era ferito e aiutate da una ragazza che lavorava in osteria (dal brutto aspetto) sistemarono il malato su un letto arrangiato per l'occasione. Posto sul letto le donne iniziarono a curarlo con degli unguenti. Anche Sancio, pur non essendo caduto riportava gli stessi lividi del suo padrone e Maritorna (la donna che lavorava in osteria) si occupò anche di lui. Le donne ascoltavano con ammirazione i discorsi di Sancio: vedevano in quei due uomini qualcosa di diverso. Sancio si mise nel letto accanto a Don Chisciotte,ma c'era lì un terzo letto,quello del vetturale che quella notte sarebbe dovuto fuggire con Maritorna: i due si volevano sposare, ma il padrone di lei era contrario alle nozze. I tre si misero a letto, il vetturale aveva già controllato per la seconda volta i suoi animali e aspettava l'arrivo della sua amata, mentre in tutta l'osteria regnava il profondo silenzio. Don Chisciotte ad occhi aperti sognava avventure straordinarie con la bella figlia della padrona dell'osteria che immaginava come la principessa in un castello, che quella notte sarebbe scesa da lui. Proprio in quel momento entrò Maritorna per cercare il vetturale e Don Chisciotte ancora assorto nei suoi pensieri allargò le mani verso ladonnae la fece accomodare sul suo letto, pensando fosse la principessa dei suoi sogni. Ella cercava di divincolarsi e il vetturale quando vide la scena, preso dalla gelosia aggredì Don Chisciotte. Ma il letto di Don Chisciotte non riuscì a sopportare il peso dei due uomini e si ruppe con un grande botto. Il padrone scese di corsa, e appena Maritorna lo vide si nascose nel letto di Sancio. Sancio sentendo qualcosa che

non andava cominciò a tirare a lei dei morsi e lei fece altrettanto con lui: i due iniziarono ad azzuffarsi e il vetturale e il padrone presero parte alla lotta: il primo per difendere la sua bella,il secondo per difendere Sancio e castigare la donna. Il vetturale bastonava Sancio, Sancio la serva, la serva lui, l'oste la serva, senza fermarsi nemmeno per un momento. Alla fine si spense il lume dell'oste e tutti iniziarono a percuotersi a casaccio. Don Chisciotte che era nel suo letto immobile iniziò a parlare, nessuno rispose e credendosi morto urlò che in quell'osteria era morto un uomo. A quel punto tutti gli uomini si fermarono. L'oste tornò nella sua camera, il vetturale sotto le su coperte, la serva nel suo giaciglio, e solo Don Chisciotte e Sancio rimasero al loro posto poiché erano gli unici che non potevano muoversi.

CAPITOLO 17: Seguitano gli innumerevoli travagli che il valoroso Don Chisciotte col suo buono scudiere Sancio Panza sofferse nell'osteria,da lui per suo danno creduta castello

Don Chisciotte si era un po' ripreso e cominciò subito a chiamare il suo scudiero e a chiedergli se dormisse; Sancio ovviamente,afflitto come lui dai dolori,non era riuscito a prendere sonno. Il suo signore lo tranquillzzò dicendogli che immediatamente avrebbe composto quel balsamo,capace di alleviare tutti i loro dolori.

Intanto giunse nell'osteria il bargello (capo militare) per riconoscere colui che credeva morto,ma Sancio,vedendolo con una cuffia in testa chiese a Don Chisciotte se si trattasse dell'incantatore,ma egli rispose di no perchè se tale fosse stato non si sarebbe lasciato vedere. Il bargello si avvicinò così al loro letto e chiese a Don Chisciotte come stesse,ma egli lo rimproverò chiedendogli più rispetto,quello dovuto ad un cavaliere come lui. Il bargello,offeso dalle parole di un uomo di siffatto aspetto,scagliò con violenza su di lui la lampada che portava in mano e andò via sdegnoso. Sancio allora ripetè la sua convizione,e cioè che quello fosse il Moro,riuscendo stavolta a convincere il suo signore. In tutta risposta Don Chisciotte gli disse di non preoccuparsi di questo,ma piuttosto di chiamare il castellano di quella fortezza perchè gli portasse gli ingredienti necessari a comporre quel balsamo guaritore.

Sancio così uscì dalla stanza e si imbattè proprio nel bargello,ma non avendolo riconosciuto chiese a lui l'occorrente per guarire l'amico picchiato da un Moro incantatore. Il bargello sentendo Sancio parlare così lo credette folle,ma chiese all'oste di dare al giovane quanto chiedeva. Lo scudiero lo portò al suo signore,che mischiò gli ingredienti e in gran fretta bevve la pozione. Subito cominciò a rivoltarsi lo stomaco e rigettare tutto quanto avesse in corpo,finchè finiti i malori,si sentì alleggerito e rigenerato. Sancio così pensò bene di utilizzare anch'egli la medesima pozione,ma non riuscì immediatamente a cacciar fuori tutto ciò che aveva nella pancia e quando dopo ore ed ore ci riuscì,non si sentì per niente meglio,anzi solo ancor più spossato. Don Chisciotte a quel punto pensò che il balsamo avesse un effetto benefico solo sui cavalieri e decise di andar via dal castello,ringraziando il castellano per i servigi ricevuti. In realtà all'oste non servivano a nulla i ringraziamenti,e chiese del denaro per l'ospitalità che aveva dato ai due forestieri. Sancio a quel punto si risentì dell'oltraggio al suo padrone e affermò che non avrebbero pagato nulla per tener fede ai privilegi che sa sempre si concedevano ai cavalieri erranti come lui. A quel punto alcuni uomini che passavano di lì,ascoltando le parole dello scudiero,lo presero così com'era,lo avvolsero in una coperta e lo portarono prima nell'osteria,poi nel giardino (più adatto al tipo di burla che avevano pensato

per lui) e cominciarono a farlo rimbalzare dall'alto in basso.

Finita la pena che gli avevano inflitto per il troppo parlare,Sancio fu rimesso a cavallo dell'asino e Maritorna,che aveva compassione di lui,gli offrì un bicchier d'acqua. Da lontano si levò la voce di Don Chisciotte a cavallo che intimava a Sancio di non bere quell'acqua avvelenata ma di affidarsi piuttosto a due gocce del suo balsamo. Nell'udir queste parole Sancio rispose: “Si è forse dimenticata vossignoria ch'io non sono cavaliere? “ ,e subito bevve un sorso; ma accortosi che era acqua chiese a Maritorna del vino e ottenutolo lo mandò giù tutto d'un sorso. Così uscì dall'osteria contento di aver vinto la battaglia e di essere riuscito ad andar via senza pagar nulla,ignaro però di aver dimenticato dentro le sue bisacce,per le quali l'oste ritenne saldato il conto.

CAPITOLO 18: Dove raccontasi i discorsi che passarono tra Sancio Panza e Don Chisciotte con altre avventure degne di essere ricordate

Sancio raggiunse il padrone,ma così debole che a stento riusciva a far andare l'asino e quando Don Chisciotte lo vide tanto malridotto si scusò per non essere riuscito a soccorrerlo,ma attribuì tutto al fatto che quel castello fosse incantato e che entrambi erano stati vittima di un incantesimo.

Continuarono intrattenendosi in questi discorsi quando da lontano si vide un enorme polverone; Don Chisciotte era convinto che in mezzo a quella polvere si trovassero i suoi nemici e convinse di ciò anche Sancio,ma in realtà erano solo due branchi di pecore e montoni che si muovevano insieme. Salirono insieme su una collina e da lì con la sua fervida immaginazione Don Chisciotte cominciò a vedere eserciti,cavalieri,di cui pronunciò molti e molti nomi al punto che Sancio,tra l'attonito e lo sconvolto non aprì mai bocca. Resosi però conto che di tutto ciò che il suo signore nominava non c'era niente,si trattenne dall'attaccare e Don Chisciotte,chiedendosi di farsi da parte se gli mancava il coraggio,spronò Ronzinante e con la lancia in resta, discese dalla collina come un fulmine. Sancio gli urlava di tornare indietro,ma Don Chisciotte nemmeno un attimo pensò di rinunciare al suo proposito: si tuffò in mezzo al gregge di pecore gridando nomi di cavalieri mentre dall'alto Sancio osservava le follie del suo signore,strappandosi la barba e maledicendo il giorno che glielo aveva fatto incontrare. Ma vedendolo a terra gli andò incontro per aiutarlo,e Don Chisciotte vendendolo affermò che anche quella sua visione era stata frutta delle magie dell'incantatore che facilmente gli lasciava vedere ciò che lui voleva. A questo punto Don Chisciotte chiese a Sancio di chinarsi per vedere se nella battaglia avesse perso dei denti di bocca,ma il caso avverso volle che appena lo scudiero si piegò il balsamo tornò a far visita nella stomaco del suo signore che immediatamente rigurgitò nuovamente tutto. Sancio così,ancora imprecando,corse all'asino per utilizzare le sue bisacce e lì si rese conto di averle perse. Finito il momento di malore di Don Chisciotte,Sancio si calò nuovamente e dette la triste notizia al suo signore: non gli erano rimasti che due denti inferiori e nessuno di quelli superiori. Forte fu il dolore che Don Chisciotte provò,tanto che avrebbe desiderato più perdere un braccio che nessuno dei suoi denti,dal momento che una bocca senza denti è come un mulino senza macina.

Ripresero poi la via alla ricerca di un nuovo alloggio,ma molto adagio e con discorsi che

cercassero di alleviare i dolori di Don Chisciotte.

CAPITOLO 19: Dei prudenti discorsi che tenne Sancio col suo padrone. Dell'avventura di un corpo morto con altri famosi successi

Sancio camminando afferma che la vera causa di tutte quelle disavventure era il fatto che Don Chisciotte non aveva tenuto fede al giuramento che aveva fatto di non mangiare mai a tavola apparecchiata,nè di trattenersi mai con la regina; e Don Chisciotte in effetti gli da ragione,scaricando in parte su di lui la colpa di non avergli mai ricordato di quel giuramento.

(Qui Cervantes commette un errore,perchè mai prima in nessun punto aveva fatto cenno a questo giuramento).

Continuarono così a viaggiare nella notte e all'improvviso videro avvicinarsi nelle tenebre uno sciame di lumi che sembravano stelle che si muovevano. Sancio cominciò a tremare e a Don Chisciotte si drizzarono i capelli sulla testa,quando si intravidero venti uomini vestiti con un sacco e con delle torce in mano,seguiti da una lettiga vestita a lutto,trainata da altri sei a cavallo,vestiti di nero fino ai piedi. Tale fu lo spavento che Sanciò non riuscì più nemmeno a trattenere il fiatone,mentre in Don Chisciotte si infiammò l'immaginazione. Credette che la lettiga fosse in realtà una bara e che dentro giacesse il corpo di un compagno cavaliere defunto,che a lui spettava vendicare. Senza aspettar oltre mise in resta la lancia e puntò contro uno degli incamiciati che al colpo subìto subito cadde da cavallo. Nel vedere uno dei suoi compagni a terra un altro incamiciato si avvicinò per aiutarlo,ma Don Chisciotte nuovamente prese la lancia e si avventò contro quell'altro. Gli uomini con le torce erano persone non avvezze alle zuffe e tentarono di scappare; tuttavia inciamparono nei loro lunghi abiti e dovettero sottostare alle botte di Don Chisciotte che credettero non più un uomo ma un demonio.

Sancio nel vedere l'ardimento del suo padrone se ne stava a guardare strabiliato,e Don Chisciotte vendendo a terra una delle torce di quelli che erano fuggiti illuminare una figura si avvicinò a vedere. Scorse un uomo e gli domandò chi fosse e questi gli spiegò la vera storia,sua e dei suoi compagni,e cioè che era un baccelliere incaricato insieme agli altri di giungere a Segovia per dare sepoltura ad un cavaliere morto per una febbre fulminante. Don Chisciotte si sentì liberato dal peso di doverne vendicare la morte,e chiamò Sancio affinchè liberasse la gamba del baccelliere dalla mula che glieva schiacciava,dal momento che per tutto il discorso il baccelliere stesso,che aveva nome di Alfonso Lopez,non aveva chiesto altro.

Sancio però era impegnato a far razzia dei beni che un'altra mula,lasciata sola,portava e solo dopo alcuni minuti accorse a vedere di cosa abbisognasse il suo signore. Liberato il baccelliere lo raccomandò di andare per il mondo a diffondere il nome di Don Chisciotte della Mancia,meglio conosciuto come il Cavaliere dalla Trista Figura. Il baccelliere se ne andò per la sua strada e solo allora Don Chisciotte chiese al suo scudiero il perchè di quell'appellativo; questi subito rispose che da quando lo aveva conosciuto egli era diventato la più triste figura che avesse mai visto,vuoi per la fatica o per la mancanza dei denti. Ma Don Chisciotte non volle credere alle sue parole e attribuì l'appellativo alla volontà dell'autore delle sue imprese,volontà così grande da imprimere in bocca a Sancio quel nome. Infatti accadde che di tutti i cavalieri

che lo avevano preceduto uno si chiamava quello dell'Ardente Spada, l'altro quello dell'Unicornio,un altro il Cavaliere del Grifo, l'altro quel della Morte, e con questi nomi ed insegne erano conosciuti in tutto il mondo.

E così fiero del suo nuovo appellativo,pensò di far dipingere nel suo scudo appunto la sua triste figura; ma Sancio gli disse che non ce n'era un effettivo bisogno perchè chiunque lo avesse visto avrebbe capito che quel nome gli calzava a pennello.

Un po' dispiaciuto per aver arrecato danno a dei sacerdoti,Don Chisciotte dette ascolto alle parole del suo scudiero e mise fine ad ogni suo proposito. Si sedettero i due nell'erba e lì mangiarono a pranzo e cena,ma accadde che non ci fossero né vino né acqua da bere e perciò avvenne quello che si leggerà nel seguente capitolo.

CAPITOLO 20: Della giammai veduta ed intesa avventura che non fu terminata con tanto poco pericolo da famoso cavaliere del mondo,con quanto poco fu superata dal valoroso Don Chisciotte della Mancia

Sancio pensò che per l'erba che cresceva lì,vicino doveva esserci per forza un torrente e suggerì al suo signore di incamminarsi a cercarlo. A Don Chisciotte piacque molto l'idea del suo scudiero,e così fecero dopo aver sellato Ronzinante,quando giunsero nel buio pesto della notte in un luogo,lontano di appena 200 passi,in cui si sentiva il rumore dell'acqua. Nemmeno il tempo di rallegrasi che a quel rumore si accompagnò uno di botte,che avrebbe messo paura a qualunque cuore che non fosse quello del folle Don Chisciotte.

Don Chisciotte però, animato dall'intrepido cuore, salì sopra Ronzinante, e imbracciò la lancia urlando contro il nemico,e scaturendo il pianto di Sancio ormai stanco di vedere il suo signore imbattersi in continui pericoli.

Allora Don Chisciotte gli suggerì di mettersi a raccontare una storia per alleviare la paura,e così fece: raccontò infatti (ripetendo continuamente le stesse parole al punto di suscitare una certa stizza nel suo signore che lo ammonì di alleggerire il discorso) che in un paese dell'Estremadura viveva un capraio,Lope Ruiz,innamorato di una pastorella,Torralva,figlia di un ricco pastore,un po' rozza e mascolina al punto che le spuntavano dei peli sul viso. Accadde che Lope sentendosi rifiutato da Torralva andò via dal suo paese per non vederla più e lei,appena lui fu partito,cominciò a volergli bene più che mai.

“Questo è naturale istinto nelle donne, disse don Chisciotte, sprezzar chi le ama, e amar chi le odia”.

Sancio proseguì con la storia raccontando che Torralva decise di inseguire Lope nel suo cammino portando con se un pezzo di specchio, un mezzo pettine, e un vasetto di creme per il viso; ma questi si fermò a causa di un fiume che interrompeva la strada. Accadde poi che passasse di lì un pescatore con una piccola barchetta,che ad una ad una cominciò a trasportare all'altra sponde le capre...

Dopo averne contate alcune Sancio chiese a Don Chisciotte quante ne fossero passate,ma il signore non lo ricordava. A questo punto lo scudiero si interruppe perchè anche lui,come Don

Chisciotte,non era stato attento alla storia quando gliel'avevano raccontata e non aveva mai saputo come fosse andata a finire.

Così Don Chisciotte tornò a spronare Ronzinante,ma in quel momento Sancio cominciò a sentire la necessità di andar di corpo,senza però potersi allontanare dal suo signore per la paura. Allora cercò ogni rimedio per le sue necessità,e quando Don Chisciotte udì i suoi strepitii,finse che si trattasse delle ennesime disavventure all'orizzonte. Detto ciò si era liberato ma ormai i vapori puzzolenti erano già giunti all'olfatto di Don Chisciotte che tappandosi con le dita le narici disse al suo scudiere: “Parmi, Sancio, che tu abbia gran paura.”

In simili ragionamento passò la notte e Sancio allo spuntar dell'alba levò le briglie a Ronzinante che vedendosi sciolto,seppur di natura non furioso,cominciò a scalciare un po' attirando l'attenzione di Don Chisciotte che lo credette come un presagio di nuove avventure. Così si levò anch'egli e si preparò all'impresa,ma Sancio riprese a piangere per l'adrenalinica follia del suo signore; quell'affezione commosse anche il suo padrone, ma non abbastanza da fargli mostrare debolezza alcuna; anzi dissimulando alla meglio cominciò a camminare verso il luogo da cui gli parve che partisse il rumore dell'acqua e dei colpi.

Ronzinante si spaventò al rumore dell'acqua e dei colpi,ma Don Chisciotte lo tranquillizzò con carezze finchè,con Sancio al seguito,giunsero nel luogo dove capirono che altro non era che strepitio delle maglie di alcuni macchinari. Sancio di fronte a questa scoperta trattenne a stento la risata e si guadagnò una stigliata d'orecchie dal suo signore che,pur ammettendo che c'era da ridere,non voleva in alcun modo che questa storia si diffondesse tra coloro che sono soliti interpretare i racconti come vogliono. A queste parole Sancio tornò in sé e promise al suo signore che da quel momento avrebbe prestato attenzione solo alle cose che sarebbero servite ad accrescere l'onore del suo signore.

CAPITOLO 21: Raccontasi la somma ventura e il ricco conquisto dell'elmo di Mambrino con altri successi del nostro invincibile cavaliere

Cominciò d'improvviso a piovere e Sancio avrebbe voluto riposarsi,ma Don Chisciotte volle seguitare nel cammino perchè gli parve di scorgere all'orizzonte l'elmo di Mambrino. Lo scudiero prontamente avvisò il suo signore di valutare bene ciò che andava affermando,per via dell'episodio sopraccitato; Don Chisciotte allora arrabbiato gli rispose che per nessun motivo doveva più ricordarlo,e Sancio impaurito zittì,convinto però che ciò che vedeva il suo signore altro non era se non un uomo che cavalcava un asino e che portava sul capo qualche cosa che riluceva. Infatti avendo cominciato a piovere e non volendo egli bagnarsi il cappello,si pose in testa il bacino,che essendo appena lavato brillava,ma a Don Chisciotte parve di riconoscere in quella lucentezza un elmo. Si avvicinò a lui con la lancia in mano e lo fece cadere dall'asino;l'uomo terrorizzato scappò via a gambe levate lasciando a terra il rilucente oggetto. Don Chisciotte subito se lo mise in testa cercando la visiera,ma non avendola trovata pensò che colui per il quale era stata fabbricata avesse la testa grossa. Sancio allora stette per scoppiare a

ridere e per evitare una nuova collera del suo padrone finse che l'idea di una siffatta testa aveva scaturito in lui il riso.

Finiti tali discorsi i due salirono a cavallo, e fedeli all'usanza dei cavalieri erranti, senza prefiggersi un determinato cammino, si misero in viaggio all'arbitrio di Ronzinante. Si trovarono quindi senza volerlo sulla strada maestra, per la quale si avviarono all'avventura. Camminando cominciarono a fantasticare sul loro futuro e Sancio immaginò che Don Chisciotte,divenuto famoso in tutto il mondo per le sue imprese,avrebbe sposato la figlia del re,alla cui morte avrebbe ereditato tutte le ricchezze del regno e avrebbe lasciato che Sancio si sposasse con la serva più bella.

Se il re dal canto suo non avesse acconsentito a questi piani, Don Chisciotte allora avrebbe portato via con la forza la fanciulla,perchè come recita un detto “non domandare per grazia ciò che puoi ottenere per forza”.

Don Chisciotte ormai calatosi alla perfezione nei loro vaneggiamenti suggerì a Sancio di radersi più spesso la barba,ed egli rispose che se fosse divenuto conte avrebbe portato con sé al seguito un barbiere. Don Chisciotte allora si impegnò a realizzare tutto quanto era stato detto e alzando gli occhi al cielo vide quanto si dirà dopo.

CAPITOLO 22: Don Chisciotte libera molti disgraziati che erano loro malgrado condotti dove non avrebbero voluto andare

Don Chisciotte vide infatti venire di fronte a sé dodici uomini legati mani e piedi con catene di ferro,accompagnati da due uomini a cavallo,con schioppo e ruota,e due a piedi,con aste e spade. Sancio gli riferì che doveva necessariamente trattarsi di galeotti e Don Chisciotte,da cavaliere qual era,volle avvicinarsi loro per conoscere le cause della loro detenzione e liberare,ove necessario,i miserabili che subivano ingiustizie.

Si accostò al branco dei galeotti, e domandò al primo per quale peccato era condotto a quella maniera; ed egli gli rispose che andava a quel modo per essere innamorato,che aveva 24 anni e era nativo di Pietrarchita.

Fece don Chisciotte al secondo la stessa domanda; ma quegli non rispose a parole, essendo assai afflitto e malinconico. Rispose il primo per lui, e disse che era stato condannato per la sua professione di cantore.

Passò al terzo cui fece come gli altri la sua domanda; il quale subitamente e con molta disinvoltura rispose che doveva farsi dieci anni di galera perché non ebbe dieci ducati al mio comando. “Te ne darò venti ben volentieri, disse don Chisciotte, per liberarti da questa disgrazia”.

Passò don Chisciotte al quarto, ch'era uomo di venerabile aspetto, con barba bianca che gli scendeva fino alla cintura,il quale nel sentirsi domandare la ragione di quel suo stato, si mise a piangere;e il quinto condannato gli servì da interprete, e disse che era stato accusato di essere

messaggere d'amore e stregone.

A questo punto egli si mise a piangere, e Sancio n'ebbe così gran compassione, che prese un reale da quattro e glielo diede per elemosina.

Don Chisciotte passò avanti, e domandò ad un altro qual fosse il suo delitto, ed egli rispose con più arroganza d'ogni altro: si trovava lì per aver maldestramente ricostruito un albero genealogico. Dopo tutti questi veniva un uomo di bella presenza, dell'età di trent'anni, che era incatenato in maniera diversa dagli altri, perché aveva ai piedi una catena così grande che gli si girava attorno per tutto il corpo, ed al collo aveva un gran cerchio di ferro. Don Chisciotte domandò per qual ragione era incatenato così quell'uomo e la guardia gli rispose che ciò era perché riuniva in sé solo più delitti di tutti gli altri, ed era inoltre tanto temerario e furfante che non si assicuravano che non fuggisse. Il suo nome era Gines di Passamonte.

A quel punto Don Chisciotte chiese al commissario di lasciar liberi i galeotti,ma questi ovviamente non ci pensò nemmeno un attimo e si prese gioco di Don Chisciotte col bacino in testa.

Egli allora furioso lo investì con tanta furia e celerità che senza potersi porre in difesa, lo fece cadere a terra con un colpo di lancia. Quella caduta fu una grande fortuna perchè l'avrebbe egli senza dubbio passata assai male, se i galeotti, vedendo l'occasione che loro si offriva di riacquistare la libertà, non avessero allora cominciato a procurarsela, tentando di rompere la catena che li teneva legati,e a scagliarsi contro i loro aguzzini. La mischia divenne sì grande, che le guardie volendo in un medesimo tempo e attendere ai galeotti che si andavano sciogliendo, e colpire Don Chisciotte che le assaliva, non seppero fare nulla. Don Chisciotte allora richiamò a se tutti i galeotti liberati e chiese loro di presentarsi in ambasciata alla signora Dulcinea del Toboso,ma nessuno di loro acconsentì a far ritorno in città. Don Chisciotte cominciò ad arrabbiarsi con loro e quelli di tutta risposta gli scagliarono sassi contro e rubarono allo scudiere una casacca che portava sopra le armi. Rimasero soli l'asino, Ronzinante, Sancio e Don Chisciotte; l'asino colla testa bassa e tutto stordito; Ronzinante disteso a terra accanto al suo padrone; Sancio senza gabbano e in paura della giustizia; e Don Chisciotte sdegnato assai di vedersi corrisposto così ingratamente da coloro che aveva voluto aiutare.

CAPITOLO 23: Di quello che accadde al famoso Don Chisciotte in Sierra Morena,e che fu una delle più rare avventure che si raccontano di questa vera istoria

Don Chisciotte rammaricato per la prima volta volle dare ragione a Sancio e riprese con lui il cammino che li condusse nel bel mezzo delle balze interne della Sierra Morena, dove Don Chisciotte giudicò di restare la prima notte e non solo, ma anche lcuni giorni, almeno fin tanto che durassero le provvigioni. La fortuna avversa volle che anche il galeotto Gines di Passamonte pensasse di rifugiarsi in quelle montagne. Li riconobbe subito ma li lasciò dormire per rubar l'asino a Sancio Pancia, non curandosi di Ronzinante avendolo per un mobile da non potersi né impegnare né vendere. Mentre Sancio era immerso nel sonno egli portò via il giumento e prima di giorno già era lontano da non essere più raggiunto.

All'alba Sancio scoppiò a piangere scoprendo il furto dell'asino,Don Chisciotte gli asciugò le lacrime e per distrarlo si fece aiutare a cogliere dalla terra un fardello. Scoprirono che esso conteneva quattro camicie di tela d'Olanda fina ed altra biancheria non meno candida e aggomitolato un buon mucchio di scudi d'oro. Frugando ancora Sancio trovò un libricino di memorie;questo lo volle Don Chisciotte, dicendo a Sancio che tenesse i denari per suo proprio uso.

Cominciò subito a leggere quanto quel libricino conteneva,e di verso in verso si convinse del fatto che l'autore sicuro doveva essere un amante disperato,ma di sicuro non un malandrino perchè mai avrebbe lasciato lì quella bisaccia. Grande desiderio restò nei due di scoprirne l'identità ma decisero di proseguire il cammino. All'orizzonte si figurò l'immagine di un uomo che saltava di masso in masso,e gli parve nella sua fantasia che fosse seminudo, con la barba negra e folta, coi capelli arruffati, i pidi scalzi e i calzoni di velluto,e subito pensò che quegli fosse il padrone della bisaccia.

Don Chisciotte chiese allora a Sancio di inseguirlo,ma egli si rifiutò per paura; allora da solo spronando Ronzinante gli si fece incontro e arrivato al ruscello trovò la mula mezza morta riversa a terra,ma dell'uomo nessuna traccia. Si intravide però un capraio e Don Chisciotte chiese a lui spiegazioni su quella figura che si vedeva vagare tra i boschi. Il capraio allora spiegò loro che si trattava di un ragazzo che era passato di lì giorni prima e aveva chiesto a lui e ad altri pastori quale fosse il luogo più fecondo; avendo avuto risposta se n'era andato ma era tornato nei giorni successivi a prendersi gioco di quanti gli dimostravano disponibilità.

Don Chisciotte si incuriosì ancor più e si ripropose di cercarlo egli stesso senza tralasciare nessuna parte di quella terra lì intorno. La fortuna volle che proprio in quel momento passasse di lì il giovane,e Don Chisciotte nel vederlo gli saltò al collo come se avesse visto un suo caro. Il ragazzo che potremmo definire Stracciato d'infelice aspetto,se Don Chisciotte era realmente il Cavaliere dalla Trista Figura,prima lo scostò leggermente e poi scrutandolo prese a parlare come si dirà di seguito.

CAPITOLO 24: Seguita l'avventura di Sierra Morena

Il giovane, che il narratore ora chiama il "Cavaliere del Bosco", chiese di avere in primo luogo qualcosa da mangiare. Dopo aver mangiato il giovane andò in un piccolo prato, e con tutti seduti sull'erba, cominciò a raccontare la sua storia, prima avvertendo che non avrebbero dovuto interrompere con domande.

Egli dice loro che il suo nome è Cardenio, e che è originario di una famiglia ricca e nobile dell'Andalusia. In tenera età, si era innamorato di una fanciulla di nome Lucinda, anch'ella di famiglia benestante, che ricambiava il suo amore. Erano molto innamorati, ma nonostante le loro intenzioni di sposarsi, il padre di lei non voleva che si incontrassero prima delle nozze. Cardenio allora andò a chiedere la mano di Lucinda, ma il padre della ragazza gli disse che questo compito spettava a suo padre. Quando Cardenio andò a parlare con suo padre, seppe da lui che il duca Ricardo gli aveva inviato una lettera chiedendo che Cardenio facesse da compagno a suo figlio maggiore e che in due giorni avrebbe dovuto compiere la sua volontà. Il giovane dunque rivelò a Lucinda e al padre quanto stava accadendo e entrambi gli promisero di aspettarlo finchè avesse scoperto cosa realmente volesse il Duca.

Quando Cardenio giunse a casa del Duca, il figlio maggiore e il secondo figlio, di nome Fernando, lo trattarono molto bene, specialmente il secondo. Fernando gli rivelò che era innamorato di un contadina, vassalla di suo padre e che aveva in mente di chiederla in sposa. Cardenio cercò di dissuaderlo, ma non ci riuscì, e allora spifferò tutto a suo padre,il duca Riccardo. Fernando cominciò a diffidare di Cardenio e decise di imbrogliarlo. Chiese all'amico di passare qualche giorno in casa del padre,e Cardenio ne fu felice pensando che così avrebbe rivisto la sua amata; Fernando dal canto suo aveva già avuto rapporti con la contadina e aveva ormai appagato il suo desiderio. Sentendo Cardenio parlare continuamente di Lucinda,Fernando volle spiarla da una finestra e appena la vide se ne innamorò. Cardenio gli disse che Lucinda gli aveva chiesto un libro di cavalleria,Amadigi di Gaula, e quando Don Chisciotte udì questo,interruppel giovane per dire che al solo sapere che le piaceva quel libro aveva immediatamente compreso la grandezza della sua bellezza. Cardenio cominciò allora a parlare del personaggio diAmadigi di Gaula, ma Don Chisciotte non era d'accordo con i suoi commenti a riguardo e i due cominciarono a discutere. Improvvisamente Cardenio perse la calma e colpì Don Chisciotte con una pietra;allora Sancio si levò a difesa del suo signore e così il capraio in difesa dello scudiero. Entrambi però ebbero la peggio e il giovane Cardenio fuggì nuovamente tra i boschi. Sancio rimessosi in piedi accusò il capraio di non averli avvisati del fatto che la follia di quel giovane poteva ritornare,e stavano per venire alle mani quando intervenne Don Chisciotte a chiedere nuovamente notizie del giovane. Il capraio stanco gli rispose di cercarlo tra i dirupi.

CAPITOLO 25: Delle strane cose avvenute in Sierra Morena al valoroso cavaliere della Mancia e come imitasse la penitenza di Beltenebro

Dopo aver preso congedo dal pastore, Don Chisciotte e Sancio entrarono nella zona di montagna più ruvida. Sancio si sentiva morire dalla voglia di parlare col suo padrone,ma per non trasgredire i suoi ordini avrebbe voluto che egli rompesse il silenzio per primo. Finalmente non potendo più trattenersi gli disse che voleva tornare a casa,da sua moglie e dai suoi figli,coi quali avrebbe potuto parlare senza osservare divieti e stare lontano da avventure negative,quali erano state le loro fino ad allora. Don Chisciotte sembrò capire la richiesta del suo scudiero e gli permise di parlare ogni volta che volesse ma solo finchè fossero rimasti in quelle terre. Potendo parlare Sancio chiese al suo signore cosa gli importasse di quanto il pazzo Cardenio aveva detto riguardo la regina Madassima,e continuò affermando che se egli fosse stato in silenzio si sarebbe risparmiato le sassate. Don Chisciotte giustificò le parole del suo scudiero sapendo che non conosceva la storia della regina,e che se avesse saputo quanto alta e venerabile fosse la sua bellezza non avrebbe mai lasciato dire a nessuno che ella si fosse abbassata ad amare un chirurgo,nemmeno ad un pazzo. Alla parola pazzo Sancio ripetè a Don Chisciotte che proprio per questo sarebbe stato meglio tacere,ma lui rispose che è obbligo dei cavalieri erranti quello di difendere le donne,di qualunque sorta esse siano,contro tutti gli uomini di senno come contro tutti i pazzi,tanto più tale era obbligo in difesa della regina. Sancio citando alcuni proverbi continuava a pensare che non gliene importasse nulla degli amori altrui e chiese a Don Chisciotte (in tono ironico) se nelle regole della cavalleria ci fosse scritto anche che dovessero andare per le montagne senza guida a cercare un pazzo che di sicuro avrebbe poi fatto loro del male. Don Chisciotte rispose che in realtà a lui poco interessava del pazzo,ma il suo intento era quello di compiere un'impresa tanto memorabile da rendere il nome suo immortale in tutto il mondo. Il cavaliere dalla Trista Figura si ispirava proprio ad Amadigi di Gaula,che fu la stella dei

valorosi e innamorati cavalieri,esempio di prudenza,valore,tolleranza,fermezza e amore. Il suo scopo era quello di imitare tutti i cavalieri folli d'amore e mettersi sulle tracce anche di Orlando (che egli chiama Roldano,Rotolando),che divenne pazzo per Angelica,la bella che si era decisa a prendere come marito Medoro.

A questo punto Sancio interruppe i viaggi mentali di Don Chisciotte riconrdandogli che quei cavalieri avevano avuto motivo per diventare folli d'amore,ma lui che motivazione aveva? Don Chisciotte rispose che non c'è merito alcuno in un cavaliere se impazzisce per qualche motivo manifesto,ma la sua grandezza stava propri nel fatto che si sarebbe presentato pazzo agli occhi di Dulcinea senza causa. In realtà pensandoci la causa la trovò e come: non era forse la lontananza insopportabile quanto la propria amata in sposa ad un altro?

A questo punto a Don Chisciotte venne in mente il suo elmo e chiese a Sancio se lo avesse custodito; questi ebbe l'occasione per rinfacciargli che erano giorni che il signore suo scambiava cose quotidiane per oggetti di cavalleria e che quello che aveva nella bisaccia era solo un bacino del quale si sarebbe servito per farsi la barba. Don Chisciotte lo ammonì ricordandogli che tutte le cose meravigliose cambiavano aspetto per effetto degli incantatori,e a riprova che si trattasse di un elmo c'era il fatto che nello scontro colui che glielo aveva fatto cadere da testa non aveva osato toccarlo. In simili ragionamenti giunsero ai piedi di un'alta montagna,alle cui falde scorreva un ruscello. Don Chisciotte scese da cavallo,tolse le briglie a Ronzinante e acconsentì alle richieste di Sancio di ritornare a casa,ma solo dopo tre giorni; sarebbe infatti dovuto restare a vedere il continuo delle sue imprese,per poi recarsi da Dulcinea a raccontarle e a consegnare una lettera scritta di suo pugno. Il cavaliere si sarebbe lacerato i vestiti,avrebbe disperso le armi,e avrebbe battuto la testa contro i massi. A sentir queste cose Sancio lo pregò di batterla almeno sull'acqua o contro qualcosa di più morbido,ma Don Chisciotte rispose che comportarsi in altro avrebbe significato contravvenire agli ordini della cavalleria.

Così decise di scrivere la lettera nel libricino delle poesie di Cardenio,affermando che si sarebbe firmato Vostro fino alla morte il cavaliere dalla Trista Figura,e poi sarebbe spettato a Sancio il compito di trascriverle su un altro foglio. Fu a quel punto che rivelò che poco importava scriverla di proprio pugno dato che Dulcinea,o meglio Aldonza Lorenzo,non sapeva né leggere né scrivere; fu allora che Sancio si rese conto che quella che fino ad allora aveva creduto una principessa altro non era se non una pastorella e chiese al suo signore se quanti egli aveva mandato al suo cospetto,non si sarebbero poi vergognati nel vederla in una stalla.

Don Chisciotte ancora una volta mortificò Sancio affermando che il merito di un cavaliere come lui stava proprio nel vedere riflesse in una fanciulla normale tutte le qualità e i meriti che vengono celebrati dai poeti. Egli tale la immaginava,che nessuna delle muse dei poeti avrebbe potuto reggere con lei il confronto in bellezza.

Detto ciò Don Chisciotte trasse il libro delle memorie,si fece da parte e si mise a scrivere; poi terminata la lettera chiamò Sancio e gli disse che glielva voleva legger perchè la ricordasse a memoria se per caso la perdesse nel viaggio.

Nell'ascoltarla Sancio non riuscì a trattenersi dal dire che era la lettera più bella che aveva mai

ascoltato e che il suo nome sotto ci stava alla perfezione. Fatto ciò Sancio chiese a Don Chisciotte di lasciarlo andare via,ma egli rispose che era necessario che lo vedesse fare almeno una o due dozzine di pazzie nudo,ma Sancio replicò che se proprio voleva farle le facesse vestito. A quel punto promise al suo signore che avrebbe cavato di bocca una risposta a Dulcinea,pure a calci se ce ne fosse stato bisogno,e sembrò a Don Chisciotte non meno pazzo di quanto fosse lui stesso. Stava così per andare via quando tornò indietro e chiese al suo signore di vedergli fare le pazzie che gli aveva promesso,e vendendo Don Chisciotte rotolarsi mezzo vestito e mezzo nudo, si mostrò contento e soddisfatto,tirò le redini a Ronzinante e andò per la sua strada...fino al suo ritorno che sarà a breve.

CAPITOLO 26: Continuazione delle prodezze che fece lo innamorato Don Chisciotte in Sierra Morena

Fatte le sopraccitate follie,Don Chisciotte salì sulla vetta di un masso e lì cominciò a chiedersi se fosse più giusto imitare le follie di Orlando o di Amadigi,ma ripensando alla storia dei due cavalieri si ricordò che il primo era impazzito perchè la sua amata Angelica gli aveva dato motivo di gelosia facendosi vedere con Medoro,mentre il secondo era divenuto folle solo per un rifiuto della sua signora Oriana. Pensò allora,che per non macchiare il buon nome della onestissima Dulcinea,fosse più giusto imitare in tutto e per tutto Amadigi di Gaula,e cominciò a passeggiare tra gli alberi intagliando nelle cortecce molti versi,simbolo della sua tristezza e e utili per tessere le lodi della sua signora.

Lasciamo quindi Don Chisciotte occupato nelle sue poesie e passiamo al racconto di ciò che avvenne a Sancio Panza.

Messosi in cammino sulla strada maestra,appena il giorno dopo giunse all'steria dove gli era accaduta la storia della coperta e,benchè avesse fame,non volle entrare subito. Mentre rifletteva incerto sul da farsi,uscirono dall'osteria due persone che lo riconobbero: si trattava infatti del curato e del barbiere,che avevano murato la libreria di Don Chisciotte. Sancio anche li riconobbe e si ripropose di non svelare il luogo e lo stato in cui aveva lasciato il suo signore,e piuttosto disse loro che Don Chisciotte stava facendo penitenza sopra una montagna. Dietro insistenze però sputò fuori tutta la storia,e i due perfettamente consapevoli della follia di Don Chisciotte,chiesero a Sancio di leggere la lettera indirizzata a Dulcinea,e quando questi disse che stava scritta in un libro di memorie ma per ordine del suo signore,prima di essere riconsegnata,doveva essere trascritta,fu proprio il curato ad offrirsi di trascriverla in bel carattere. Così Sancio mise la mano in tasca per tirar fuori il libricino,ma non lo trovò,perchè in effetti Don Chisciotte lo aveva ancora con sé. Sancio però credette di averlo perso,impallidì e cominciò a strapparsi la barba,fin quando il curato lo consolò e gli chiese di recitargli a memoria le parti che ricordava. Così lo scudiero tirò fuori tutto ciò che gli passava per la testa,facendo sapere in aggiunta ogni cosa delle avventure del suo signore,ma tacendo sempre l'avventura della coperta avvenuta proprio in quell'osteria nella quale gli fu impossibile entrare. Disse di più che qualora Don Chisciotte avesse ricevuto dalla sua amata una risposta positiva si sarebbe messo in viaggio per tentare di essere imperatore o monarca. Sancio parlava di tutto ciò con fermezza,tanto che fu egli stesso creduto folle dai due uomini che però decisero di non rivelargli nulla del suo errore e finsero che avrebbero pregato per i desideri del suo

padrone. Stabilirono poi di rientrare nell'osteria,ma Sancio preferì restare fuori e chiese solo che loro gli portassero qualcosa da mangiare; i due dentro stabilirono la strategia da adottare per raggiungere lo scopo che si erano proposti. Il curato disse al barbiere che aveva pensato di vestirsi egli steso da donzella,e per lui invece aveva immaginato la figura di scudiero; poi così travestiti si sarebbero presentati da Don Chisciotte,e il curato si sarebbe finto donzella afflitta e bisognosa di ricevere vendetta per un torto subito,supplicando al tempo stesso il cavaliere dalla Trista Figura di non toglierle mai il velo che le copriva la faccia finchè la vendetta non si fosse compiuta. Il curato pensava infatti che senza dubbio Don Chisciotte sarebbe uscito da Sierra Morena e camminando sarebbe arrivato al suo paese.

CAPITOLO 27: Del modo con cui il curato e il barbiere giunsero a capo del loro disegno,con altre cose degne di essere riportate in questa grande istoria

L'invenzione del curato piacque molto al barbiere,così i due chiesero in prestito all'ostessa gli abiti da donna,lasciando in pegno la veste nera di cui si serviva il curato,e il barbiere si fece una barba finta. Mossero così la curiosità dell'ostessa,che voleva sapere perchè si stessero travestendo e in poche parole la informarono della pazzia di Don Chisciotte e del luogo in cui si trovava. Così l'oste e l'ostessa a poco a poco capirono che si trattava proprio del pazzo che si era presentato nella loro locanda e raccontarono al curato e al barbiere ciò che ivi era avvenuto. Così il curato si agghindò da donna e si mise a sedere sulla mula come sogliono cavalcare le donne,e i due salutarono tutti e uscirono dall'osteria. Ma appena si misero in cammino al curato venne lo scrupolo,e cioè se vestirsi così significasse contravvenire al buon costume di un sacerdote; decise quindi di scambiarsi di ruolo col barbiere. Proseguirono così il viaggio accompagnati da Sancio,il quale però,pur continuando a raccontare ai due le avventure del suo signore,taceva l'affare della bisaccia e di ciò che conteneva,perchè nella sua zotichezza era piuttosto astuto. Il giorno seguente arrivarono al luogo dove erano sparsi i rami che dovevano guidare Sancio al signore,e così il curato e il barbiere si raccomandarono con lui di non svelare mai nulla del complotto e di rispondere,qualora Don Chisciotte gli avesse domandato se avesse recapitato la lettera a Dulcinea,che gliel'aveva data ma non sapendo lei scrivere gli aveva detto di riferigli di presentarsi al suo cospetto. Sancio allora (convinto che tutto ciò avrebbe permesso al suo padrone di diventare imperatore o monarca) aggiunse che sarebbe stato meglio che egli li avesse preceduti nel presentarsi a Don Chisciotte con notizie di Dulcinea,perchè a quel punto il signore sarebbe immediatamente partito senza che loro corressero rischi. I due acconsentirono e Sancio si internò nella montagna,mentre loro raggiunsero un sito piacevolissimo che avrebbe reso meno noioso il tempo necessario ad attendere il ritorno dello scudiero. Accomodatisi tra gli alberi,sentirono nel vento una voce melodiosa prima felice e poi improvvisamente triste e addolorata. Guardandosi intorno si imbatterono in una figura del tutto simile a quel Cardenio che Sancio aveva loro descritto,e il curato gli si avvicinò. Appena egli pregò Cardenio di smettere i suoi lamenti,il giovane si offrì di raccontar loro il motivo per cui era così addolorato: nulla di meglio per i due uomini che lo pregarono di iniziare. Il giovane così raccontò la storia esattamente come aveva fatto con Don Chisciotte e il capraio,senza però interrompersi come era accaduto in precedenza. E quindi giunsero al passo del biglietto trovato da Fernando nel libro di Amadigi di Gaula,che convinse Fernando medesimo della bellezza di Lucinda. Così infatti per allontanare Cardenio pensò di incaricarsi egli stesso di convincere il

padre del giovane ad andare a chiedere al padre di Lucinda la mano della figlia,e spedì Cardenio dal fratello maggiore col pretesto di chiedergli danari per sei cavalli. Non immaginando nulla del tradimento dell'amico,Cardenio si congedò da Lucinda e giunse dal fratello di Fernando,che però con sorpresa gli impose di attendere otto giorni,confinato tra l'altro in un luogo appartato,tale da non poter essere visto dal duca,suo padre,dal momento che Fernando gli aveva chiesto di consegnare quei soldi all'insaputa del duca. Però quattro giorno dopo il suo arrivo ricevette da un uomo una lettera di Lucinda in cui la ragazza gli svelava che Fernando,piuttosto che impegnarsi per lui,l'aveva egli stesso chiesta in sposa e il padre aveva acconsentito;lo informava inoltre che il matrimonio sarebbe avvenuto due giorni dopo in gran segreto.

Cardenio si mise così in viaggio e arrivò in fretta in città,tanto da riuscire a parlare con Lucinda che si trovava alla finestra. Il loro incontro fu però brevissimo e Cardenio non ebbe la certezza di essersi fatto comprendere a pieno,perchè riuscì solo a sentire da Lucinda che avrebbe portato con sé un pugnale.

Venne la notte delle nozze,e benchè in cuor suo Cardenio avrebbe voluto urlare all'amico traditore e riprendersi la sua bella amata,attese che Lucinda tirasse fuori il pugnale,ma alla domanda del sacerdote,ella rispose: Si lo voglio.

Ma pronunciate queste parole,si portò una mano al cuore e cadde svenuta; sul suo corpo si intravide un biglietto che Fernando prese in gran fretta,e lo ebbe letto appena quando si mise seduto a riflettere. Intanto Cardenio fuggì lontano,pensando di prendersela con se stesso piuttosto che vendicarsi degli altri,e vagò per giorni nei boschi lanciando maledizioni a Lucinda e Fernando. Restò privo di forze e affamto,e perse il senno; così infatti lo trovarono alcuni caprai e ancora folle lo considerano coloro che tuttora lo incontrano.

Ecco dunque la fine della storia del povero Cardenio. Il curato stava lì lì per pronunciare una frase di consolazione quando gli giunse all'orecchio una voce che,con espressioni di dolore,gli diceva ciò che si leggerà dopo.

CAPITOLO 28: Raccontasi la nuova e piacevole avventura successa al curato e al barbiere nella montagna medesima

La voce di cui si parlava,si lamentava di non trovar posto per il suo corpo stanco,e il curato e i suoi compagni ascoltandola si misero alla ricerca di chi pronunciava quelle tristi parole. Ecco che dietro un muro videro seduto un giovane vestito da contadino,del quale non videro subito il volto,dato che teneva la testa bassa per lavarsi i piedi nelle acque di un ruscello. Il curato così fece segno agli altri che si mettessero in agguato dietro un masso; il ragazzo terminò di lavarsi i piedi e se li asciugò,poi si sollevò i capelli e scoprì un viso di incomparabile bellezza. Capirono così che non si trattava di un contadino,ma di una bellissima fanciulla,con le trecce bionde che le arrivavano alle spalle. Gli uomini volendo uscire allo scoperto,fecero rumore e la giovane impaurita senza nemmeno vederli scappò; ma data la delicatezza dei suoi piedi fece appena pochi passi e cadde a terra. Il curato le si avvicinò per aiutarla a rialzarsi,ma lei se ne stava attonita e immobile a terra; poi dopo le resistenze del curato decise di parlare e di raccontare da dove venisse. Parlò così di un regno in Andalusia dove viveva un duca che aveva due figlioli:

uno,il maggiore,erede dei suoi buoni costumi,e l'altro di tutt'altra maniera. I suoi genitori erano pertanto vassalli di questo potente signore e viveva una vita modesta,con questa loro figlia tanto bella quanto onesta. La sfortuna volle però che si interessasse di lei proprio il minore tra i figli del duca,Fernando.

Non ebbe la ragazza pronunciato appena il nome di Fernando che Cardenio impallidì e cominciò a sudare,in modo così evidente che il curato e il barbiere temettero un accesso di pazzia; in realtà Cardenio non fece che sudare e stare zitto.

La giovane continuò dicendo che appunto Fernando solo vedendola se ne innamorò,ma lei dal canto suo resisteva a tali lusinghe,per l'onestà che la contraddistingueva e per la distanza che ella vedeva tra la sua condizione e tra quella del figlio del duca. Tuttavia le sue resistenze non fecero che accendere la passione di Fernando,che di notte si presentò nella sua camera promettendole che sarebbe stata sua e chiamandola Dorotea. Nel sentire che la fanciulla si chiamava così,Cardenio ebbe un sussulto e le chiese se realmente quello fosse il suo nome perchè altre volte lo aveva udito e la fanciulla dal canto suo,convinta che il giovane sapesse qualcosa della sua vicenda,lo pregò di comunicarle le cose che sapeva a riguardo. Ma Cardenio prefeìr aspettare. Così la fanciulla proseguì nel suo racconto e dichiarò che vinte le sue resistenze,decise di acconsentire alla richiesta di Fernando. Ma appena ella acconsentì,sembrò che in Fernando si fosse spento tutto l'ardore: passarono la notte insieme,e il giorno dopo egli uscì veloce dalla stanza,non senza ripetere i soliti giuramenti e lasciandole in pegno il suo anello. In realtà Fernando non fece più ritorno per oltre un mese,nè di lui si ebbero notizie fino a quando si sparse in paese la notizia che lui si era sposato ad una donzella bellissima,il cui nome era Lucinda.

Cardenio sentì il nome di Lucinda e cominciò a mordersi le labbra,ad inarcare le ciglia,a piangere ma non per questo Dorotea smise di parlare.

Disse che alla notizie,invece di gelarsi si infiammò talmente in lei la collera,che decise di andare per le strade a raccontare ad alta voce del tradimento di Ferdinando. Tuttavia frenò un momento lo sdegno e decise piuttosto di travestirsi da uomo e di mettersi in viaggio verso la città,dove si trovava Fernando. Vi arrivò in due giorni e mezzo e chiese contezza di tutto ai parenti di Lucinda,che le indicarono la casa di lei. Seppe inoltre che nella notte del matrimonio,dopo aver pronunciato il sì,Lucinda era caduta a terra svenuta e che fu rinvenuto su di lei un biglietto in cui si leggeva che ella in realtà aveva già sposato Cardenio,e che per questo preferiva darsi la morte. Le parole furono motivo di disprezzo agli occhi di Fernando che oltraggiato,prima ancora che ella rinvenisse,si scagliò su di lei con un pugnale e l'avrebbe di certo ferita se i genitori non l'avessero trattenuto. Seppe intolre che quel Cardenio era presente alle nozze e che vedendola sposata fuggì disperatamente dalla città,lasciando una lettera in cui dichiarava il torto fattogli da Lucinda.

Così Dorotea proseguì raccontando che le notizie l'avevano resa felice,perchè in effetti il suo Fernando non era riuscito a sposarsi,ma non avendolo trovato non aveva motivo alcuno di restare in città. Seppe poi che era stato indetto un bando per ritrovarla,dal momento che si era creduto che ella era stata rapita dal suo servitore; così i due si inoltrarono nei boschi e fu

proprio lì che quel servitore,vinta la paura di essere ascoltato da qualcuno,le pronunciò parole tali da farla arrossire. Quando egli le si avvicinò,ella lo spinse con violenza tale da farlo cadere in un precipizio dove lo lasciò,per poi internarsi in quelle montagne dove loro l'avevano trovata. Lì ella aveva trovato un padrone,ma accortosi questi che lei era una donna riprese le intenzioni maliziose del primo servo; la giovane allora,pur di evitare che si mormorasse sul suo buon nome lì e negli altri paesi senza che avesse colpa,decise di celarsi nuovamente tra i boschi per il resto dei suoi giorni.

CAPITOLO 29: Seguita la narrazione,ed indi trattasi del grazioso artifizio e del modo usato per togliere il nostro innamorato cavaliere dalla sua asprissima penitenza

Detto ciò Dorotea tacque mostrando con evidenza nel volto il sentimento e la vergogna,che ella nascondeva nel cuore. Allora parlò Cardenio,che le chiese se lei fosse proprio la figlia del ricco Clenardo; al sentir pronunciare il nome del padre,la fanciulla si stupì e chiese chi fosse invece lui. Cardenio le rivelò che era proprio colui che,secondo il suo racconto,fu chiamato da Lucinda suo sposo: lo sventurato tratto in inganno da Fernando,fuggito in preda al dolore. E fu proprio in quei momenti che in Cardenio si riaccese la speranza di avere Lucinda,e propose a Dorotea di presentarsi insieme a lui in paese,dietro consiglio del curato. Il barbiere che intanto era stato in silenzio spiegò ai presenti il motivo per cui si trovavano a vagare tra i boschi,e a Cardenio tornò in mente il litigio avuto con Don Chisciotte. Facendo questi ragionamenti,si sentì in lontananza la voce di Sancio che li chiamava. Gli andarono incontro ed egli rivelò loro di aver trovato Don Chisciotte coperto solo dalla camicia,spossato,pallido,mezzo morto di fame,sospirando per la sua signora Dulcinea; e che avendogli detto che ella gli comandava di presentarsi da lei,lui rispose che non poteva senza prima compiere prodezze tali che lo rendessero degno della sua signora. A quel punto il curato e il barbiere raccontarono anche a Dorotea e Cardenio il loro piano per far cessare la follia di Don Chisciotte,e Dorotea si propose di sostituire il barbiere e di vestire ella stessa i panni della giovane sventurata,perchè sarebbe di certo stata più credibile. Quello che restò più stupito fu Sancio,che non aveva mai visto altrove una donzella di tale bellezza e perciò domandò al curato chi lei fosse.

Egli rispose che era l'erede del gran regno di Micomicone e che andava in quelle terre alla ricerca di Don Chisciotte per chiedergli un favore,e cioè che vendicasse per lei un torto subito da un gigante furbo. A quel punto Sancio pensò che la fortuna avesse voluto finalmente mettere fine alle loro disavventure e avesse messo sulla strada la bella principessa a tale scopo; chiese infatti al curato di invogliarla a sposare il suo signore,e lui rispose che avrebbe fatto il possibile.

Intanto Dorotea si era messa sulla mula del curato,e questi chiese a Sancio di indicar a lei e al barbiere la via per giungere da Don Chisciotte;poi raccomandò a Dorotea di non rivelare a Don Chisciotte che li conoscesse. Partirono lei,Sancio e il barbiere,perchè Cardenio e il curato decisero di non presentarsi evitando di richiamare alla memoria di Don Chisciotte la discussione avuta proprio con Cardenio. Erano appena partiti quando intravidero Don Chisciotte tra i cespugli,vestito ma non armato; Dorotea si avvicinò con la mula al signore,scese da cavallo aiutata da Sancio e si prostrò subito ai piedi di Don Chisciotte per chiedergli il favore. Egli le chiese di alzarsi,ma la ragazza non voleva finchè il signore non avesse acconsentito; il consenso arrivò e lei si sollevò. Chiese dunque a Don Chisciotte di vendicarle il torto,e ottenuta

risposta positiva fece come a baciargli le mani,ma il signore rifiutò e piuttosto le si avvicinò per abbracciarla. Poi ordinò allo scudiero di sellare Ronzinante,e appena Don Chisciotte si sedette a Sancio cominciarono a balenare altri pensieri per la testa: gli dava in effetti un po' fastidio pensare che il suo padrone sarebbe stato signore di Negri,ma poi si convinse che infondo il suo compito sarebbe stato solo quello di trasportarli sulle navi,cosa poi non così cattiva perchè da questo impiego avrebbe potuto guadagnar denaro.

Cardenio e il curato se ne stavano ad osservare tutto da lontano,e al curato venne in mente di tagliare la barba a Cardenio e cambiargli i vestiti,cosicché Don Chisciotte non lo potesse riconoscere. Si misero in viaggio contemporaneamente agli altri,e in effetti si trovarono insieme ai piedi della montagna e il curato in quel momento si fece incontro a Don Chisciotte,gli strinse le mani attorno al ginocchio e con voce sonora cominciò ad adularlo. A quel punto il cavaliere dalla Trista Figura chiese che questo buon uomo montasse in groppa a qualche cavallo,e comandò alla principessa di comandare a sua volta al suo scudiero (che era in realtà il barbiere travestito) di cedergli il posto. Il barbiere così fece per smontare da cavallo,ma la mula gli tirò un calcio che lo fece cadere a terra e che (cosa ben più grave) gli fece strappare la barba. Don Chisciotte rimase assai meravigliato,ma credette ad un miracolo; il curato,timoroso che stesse per venire a galla tutto l'inganno,si avvicinò al barbiere e, inscenando una sorta di ritornello magico,gliela riattaccò. Don Chisciotte allora lo pregò che a tempo e luogo debito gli insegnasse quell'artifizio.

Saliti che furono tutti e tre a cavallo,cioè Don Chisciotte,la principessa e il curato,restando Cardenio,il barbiere e Sancio a piedi,Don Chisciotte chiese alla principessa in quale luogo fossero diretti,aggiungendo poi che forse si trattava del regno di Micomicone. Dorotea che sapeva di dover tenere il gioco diede risposta affermativa,e lì allora Don Chisciotte le ribadì il suo impegno,volendo però prima sapere dal curato il motivo per cui si trovava anch'egli in quelle terre.

Il curato allora gli raccontò che lui e il suo amico barbiere se ne andavano a Siviglia a riscuotere del danaro,ma furono assaliti da quattro assassini che li spogliarono di ogni cosa e perfino delle barbe,per cui fu indispensabile metterne una posticcia all'amico; e sorte simile ebbe anche il giovane che andava con loro,Cardenio. Il peggio -diceva- ,era che si seppe poi che quegli assassini erano quattro galeotti liberati da un signore che certamente doveva essere folle e senza coscienza. (Era stato Sancio a raccontare al curato e al barbiere la storia dei galeotti).

CAPITOLO 30: Dell'artifizio usato dalla bella Dorotea con altre cose piacevoli e di trattenimento

Il curato non aveva ancora finito di parlare,quando Sancio intervenne in difesa del suo signore,e Don Chisciotte stesso per difendersi spiegò loro che da buon cavaliere aveva solo aiutato degli oppressi: non era suo compito investigare anche sul motivo per il quale si trovavano in quello stato. Dorotea,resasi conto che tutti,nessuno escluso,si stavano prendendo gioco di Don Chisciotte,volle partecipare. Così gli suggerì di calmarsi perchè se il curato avesse saputo che era stato il grande cavaliere dalla Trista Figura a liberare quegli uomini,piuttosto che parlare si sarebbe cucito la bocca; e poi gli chiese di prestare invece attenzione alla

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