Economia politica, Appunti di Economia Politica. Libera università di lingue e comunicazione (IULM)
Ronnie_94
Ronnie_94
Questo è un documento Store
messo in vendita da Ronnie_94
e scaricabile solo a pagamento

Economia politica, Appunti di Economia Politica. Libera università di lingue e comunicazione (IULM)

41 pagine
3Numero di download
449Numero di visite
Descrizione
Esame di economia politica con la professa Agela Besana.
15.99
Prezzo del documento
Scarica il documento
Questo documento è messo in vendita dall'utente Ronnie_94: potrai scaricarlo in formato digitale subito dopo averlo acquistato! Più dettagli
Anteprima10 pagine / 41
Questa è solo un'anteprima
10 pagine mostrate su 41 totali
Scarica il documento
Questa è solo un'anteprima
10 pagine mostrate su 41 totali
Scarica il documento
Questa è solo un'anteprima
10 pagine mostrate su 41 totali
Scarica il documento
Questa è solo un'anteprima
10 pagine mostrate su 41 totali
Scarica il documento
Questa è solo un'anteprima
10 pagine mostrate su 41 totali
Scarica il documento
Questa è solo un'anteprima
10 pagine mostrate su 41 totali
Scarica il documento
Questa è solo un'anteprima
10 pagine mostrate su 41 totali
Scarica il documento
Questa è solo un'anteprima
10 pagine mostrate su 41 totali
Scarica il documento
Questa è solo un'anteprima
10 pagine mostrate su 41 totali
Scarica il documento
Questa è solo un'anteprima
10 pagine mostrate su 41 totali
Scarica il documento
Questa è solo un'anteprima
10 pagine mostrate su 41 totali
Scarica il documento

CAPITOLO 1 – LA SCIENZA ECONOMICA E L’ECONOMIA L'economia é lo studio dei processi attraverso i quali le società contemporanee decidono che cosa, come e per chi produrre beni e servizi. Le scelte delle società possono diverse. L'economia é una scienza sociale e si occupa di risorse e di come vengono allocate alle diverse produzioni. L'oggetto di studio della scienza economica è il comportamento umano nella produzione, nello scambio e nell'uso di beni e servizi. Il problema economico di base di una società umana è come risolvere il conflitto tra bisogni sostanzialmente illimitati di beni e servizi e risorse scarse disponibili per la loro produzione. Una risorsa è scarsa quando, a un prezzo pari a zero, la sua domanda eccede l'offerta. L'economia studia come le società contemporanee amministrano e allocano le risorse scarse. Esse vengono distinte in:

Risorsetangibili: ovvero quelle che posso toccare. • Risorseintangibili: servizi, quelli che non posso toccare; un esempio é il marchio, la reputazione ecc.

1.1 L'interpretazione di cosa è economia attraverso tre esempi Qui di seguito vengono presentati due esempi per capire il modo in cui le società umane amministrano le loro risorse scarse. In ciascuno di essi appare evidente l'importanza del problema "che cosa, come e per chi produrre". La crisi dal 2007 La crisi nazionale iniziata nel 2007 negli Stati Uniti, e molti sistemi economici sono entrati in recessione, ovvero un periodo di tempo durante il quale la produzione di beni e servizi di un sistema economico diminuisce. Le recessioni non sono inusuali e i sistemi economici affrontano ciclicamente la recessione e poi la crescita, ma dell'attuale recessione non si vede ancora la fine. Il cosa produrre é cambiato e dalla crisi ad oggi. Con la crisi é diventato evidente che il PIL (prodotto interno lordo) é diminuito. Il PIL é il valore dei beni e servizi finali prodotti in un anno da un sistema economico, definito anche come il valore di ricchezza di una nazione. Il PIL dagli economisti é aggettivato così:

PIL nominale: in base al valore sulla carta moneta, per quel che riguarda il valore delle banconote. • PIL reale: sconta l'inflazione, corretto in base al tasso di inflazione; una definizione più corretta rispetto al PIL

nominale. É inferiore rispetto al PIL nominale se c'è inflazione. Il PIL é un importante parametro dell'aumento della crisi. Con la crisi si sono ridotti entrambi. La crisi é iniziata col mercato immobiliare statunitense. Dalla fine della seconda guerra mondiale il Governo statunitense ha promosso il grande "sogno" americano della proprietà immobiliare (cosa produrre), per coloro che volevano una cosa ben definita, ovvero una casa (per chi), anche concedendo prestiti sub-prime, cioè mutui, alle persone che desideravano acquistare una casa ma che non hanno un elevato standard di affidabilità nel mercato del credito (come). Con il prezzo degli immobili in crescita, il rischio di perdita sul credito concetto ai sub-primer era limitato. Se questi erano insolventi, il prestatore di denaro poteva rivendere l'immobile ad un prezzo elevato. Quando i sub-primer non furono più capaci di pagare, le vendite all'asta degli immobili aumentarono e sempre più case approdarono al mercato e il boom dei prezzi immobiliari si arrestò per poi trasformarsi in un forte calo. Alla fine del 2007 molte banche annunciarono perdite generate dal segno negativo alla riga contabile "mutui sub- prime". Nonostante la crisi sia iniziata negli USA, poiché le istituzioni e gli operatori finanziari di tutto il mondo sono oggi connessi attraverso mercati borsistici e tutta una serie di accordi e partnership, si è rapidamente diffusa. I Governi di diversi paesi hanno, allora, approvato piani di salvataggio delle banche e degli operatori finanziari. Tali perdite si trasformarono nel cosiddetto credit crunsh, la riduzione del credito: le banche incominciarono difatti a non prestare e dunque il credito divenne una risorsa scarsa, facendo peggiorare la situazione. Molte imprese hanno chiuso, la disoccupazione è aumentata, la fiducia dei consumatori è diminuita, con un aumento considerevole del risparmio e una contrazione drastica dei consumi. Cercando di rispondere alle tre domande, dopo che la crisi è scoppiata, la recessione ha sicuramente causato un rallentamento della produzione in tanti settori, causando un collo dei consumi. Per quanto riguarda il "come", la crisi ha determinato una riallocazione delle risorse; in particolare, il fattore produttivo lavoro ha subito forti ripercussioni e dunque la disoccupazione è cresciuta. Infine, guardando al "per chi", notiamo come banche e intermediari finanziari hanno registrato perdite elevate, così come gli investitori nel mercato borsistico. La ricchezza mondiale si è trasferita a nuovi ricchi e purtroppo, la povertà è aumentata.

Ilrischio della povertà o dell'esclusione sociale (capitolo 31) é un numero indice della percentuale i popolazione che é più a rischio povertà, non ha occupazione, non vive con una famiglia a se stante ma con una famiglia. Una delle fasce più a rischio povertà é quella dei 18/24 anni in crescita. L'unico trend in decrescita é quella dei 65 in su. Gli shock del prezzo del petrolio

Il petrolio viene prodotto grazie a grandi investimenti da parte di grandi imprese. L'economia si occupa del petrolio, interpreta come la società si avvale dello stesso per produrre plastica ecc.. A vantaggio dei consumatori (per chi) che pagano grandi e pochi produttori. Fino al 1973, il consumo mondiale di petrolio - disponibile in abbondanza e a prezzi bassi - è cresciuto in modo continuo e rilevante. Nel biennio 1973-1974 vi è stato un cambiamento drastico: alcuni tra i principali Paesi produttori di petrolio hanno costituito l'OPEC che ha ristretto l'offerta mondiale di petrolio in modo da triplicarne il prezzo; data l'assenza di sostituti stretti che garantissero le stesse qualità materiche funzionali alla produzione in tanti e così diversi settori e data l'incapacità di una veloce sostituzione qualora i sostituti vi fossero, la contrazione dell'offerta è risultata molto profittevole per i Paesi facenti parte dell'OPEC. I mercati hanno trovato però una soluzione a tali restrizioni adottate dall'OPEC: ovvero i consumatori con il passare del tempo hanno cominciato a consumare meno petrolio e, parallelamente, i produttori non-OPEC sono riusciti a vendere di più, indebolendo così la leadership OPEC. A partire del 2001 il prezzo del petrolio ha raggiunto nuovamente i livelli del periodo 1973-1794. Questi spettacolari aumenti sono noti come shock del prezzo del petrolio. La crescita di economie come Cina ed India, fortemente bisognose di materie prime, continua ad alimentare gli shock. Le reazioni, provocate dalle variazioni dei prezzi, sono un esempio del modo in cui le società umane risolvono i tre fondamentali problemi del "che cosa, come e per chi produrre". Considerando il "come" notiamo come un aumento del prezzo del petrolio stimola l'organizzazione economica a produrre beni e servizi con un minore utilizzo di petrolio. Analizzando, invece, l'influenza dell'aumento del prezzo sul "che cosa" debba essere prodotto, notiamo come si riduce la domanda dei consumatori, che opteranno per alternative, sostituti. Per quanto riguarda il "per chi", osserviamo come l'aumento del prezzo del petrolio aumenta il potere d'acquisto dell'OPEC e riduce il potere d'acquisto dei Paesi importatori di petrolio; quindi, il sistema economico mondiale è stato indotto a produrre più per l'OPEC. Dunque, l'aumento prezzo del petrolio induce le società a ripensare al cosa, come e per chi produrre e con l'approccio dell'economista si riesce a capire che si può produrre anche senza petrolio (es: energie rinnovabili), che comporta la riduzione del potere monopolistico dell'OPEC. La storia del prezzo del petrolio ci fa capire che è una risorsa importante per produrre beni, ma quest'ultimi le società imparano a sostituirli (altro combustibile per automobili/riscaldamento ecc). Inoltre, le società hanno imparato a produrre in altro modo, investendo in altre energie, reagendo così all'aumento del prezzo del petrolio. 1.2 La scarsità e gli usi alternativi delle risorse L'economia può accrescere la produzione di un bene, ma solo attraverso il sacrificio della produzione dell'altro. Tra di essi vi è un rapporto o tasso di scambio (trade-off) Lafrontiera delle possibilità produttiveé la curva del grafico che rappresenta - per ogni livello di produzione di un bene - la massima quantità di un altro bene che un sistema economico è in grado di produrre. Questo grafico che indica sulle due assi quantità di due beni diversi, spiega la perfettamente la scarsità (rinunciare a un bene per un altro). La pendenza della frontiera esprime il rapporto o tasso di scambio tra i due prodotti. I punti al di sopra della frontiera rappresentano combinazioni producibili con un ammontare di risorse superiore a quello disponibile. Rappresenta un obbiettivo, ma non avendo abbastanza risorse e tecnologie per raggiungerlo, risulta dunque irrealizzabile. I punti al di sotto della frontiera rappresentano combinazioni inefficienti: infatti, utilizzando più efficientemente le risolse disponibili, il sistema può aumentare la produzione e avvicinarsi alla frontiera. La particolare forma della frontiera è dovuta all'operare della legge dei rendimenti decrescenti, secondo cui ogni lavoratore addizionale fa aumentare la produzione totale di un ammontare minore di quello prodotto dai precedenti lavoratori addizionali. Il costo opportunità di un bene o di un servizio è la quantità di altri beni o servizi a cui si deve rinunciare per produrre un'unità addizionale del primo. La frontiera delle possibilità produttive rappresenta le combinazioni produttive efficienti che un sistema economico può realizzare. L'efficienza produttiva implica che l'aumento della produzione di un bene (o di un servizio) può essere realizzato solo con il sacrificio della produzione di altri beni (o servizi). La società dovrebbe mirare a produrli efficientemente e quindi scegliere una tra le combinazioni produttive che si trovano sulla frontiera delle possibilità produttive. Un individuo o una società ha un vantaggio comparato quando la produzione di un bene o di un servizio è caratterizzata da un costo opportunità inferiore rispetto ad altrui produzioni. Nella maggior parte delle società economicamente progredite è il funzionamento dei mercati che determina "che cosa, come e per chi produrre" i beni e i servizi e, quindi, l'allocazione delle scarse risorse disponibili. 1.3 Il ruolo del mercato I mercati sono istituzioni che mettono in relazione acquirenti e venditori di beni e servizi. Una definizione generale del concetto di mercato è la seguente: "un mercato è un processo attraverso il quale le decisioni delle famiglie circa il consumo di beni e servizi diversi, delle imprese circa che cosa e come produrre e vendere e dei lavoratori circa quanto e per chi lavorare sono rese compatibili attraverso aggiustamenti dei prezzi".

I prezzi di beni e servizi e delle risorse si modificano continuamente in modo da garantire che le risorse scarse siano impiegate per produrre i beni e i servizi che la società richiede. Gran parte della scienza economica è dedicata allo studio del modo in cui i mercati e i prezzi consentono alle società umane di risolvere i fondamentali problemi del "che cosa, come e per chi produrre". L'economia dirigistica Un esempio di allocazione delle risorse scarse di una società umana in assenza di mercati è rappresentato dalla cosiddetta economia dirigistica. In una economia dirigistica la decisione circa "che cosa, come e per chi produrre" è presa daa un'autorità che impone dettagliati criteri di comportamento a famiglie, imprese e lavoratori. Essa è un'attività molto complessa e non si conoscono esempi di società umane nelle quali l'allocazione delle risorse venga realizzata attraverso un'organizzazione economica completamente dirigistica. In questa forma di organizzazione economica, lo Stato detiene la proprietà degli stabilimenti produttivi e delle risorse naturali e, attraverso l'attività di pianificazione, assume le più importanti decisioni in merito ai consumi delle famiglie, ai beni e servizi da produrre e alle persone che devono lavorare. La mano invisibile I mercati nei quali non vi è intervento del Governo o di altre autorità sono detti mercati liberi. In un libero mercato, gli individui perseguono i propri interessi senza direttive o interferenze imposte da qualche autorità. L'intuizione che un tale sistema d organizzazione economica possa risolvere efficientemente i problemi sociali relativi a "che cosa, come e per chi produrre" risale ad Adam Smith, che introdusse in concetto di "Mano Invisibile". La Mano Invisibile è l'azione del libero mercato che, attraverso i prezzi, spinge gli individui, orientati al perseguimento di interessi privati, a compiere scelte efficienti per la società. In alcune circostanza, il meccanismo della Mano Invisibile si rivela inefficiente e si giustifica quindi un intervento pubblico correttivo. L'economia mista Tra le due organizzazioni precedenti si colloca l'economia mista. In una economia mista, il Governo e il settore privato interagiscono nella soluzione dei problemi economici fondamentali. Il Governo controlla una quota significativa della produzione nazionale attraverso il prelievo fiscale, la politica dei trasferimenti alle imprese e alle famiglie, e la fornitura di servizi come la difesa nazione e la polizia. Esso condiziona altresì gli individui nel perseguimento dell'interesse privato. La maggior parte dei sistemi economici contemporanei è costituita da economie miste, benché alcuni siano più vicini alle economie dirigistiche e altri alle economie di libero mercato. 1.4 La scienza economica positiva e normativa Nello studio della scienza economica, è importante distinguere tra aspetti positivi e normativi. L'economia positivaè l'economia spiega oggettivamente un fenomeno (esempio: imporre una tassa sul consumo di sigarette, riduce il consumo di sigarette). Essa offre spiegazioni oggettive e scientifiche in merito al funzionamento di un sistema economico. Nelle analisi positive, l'economista aspira ad agire con il distacco dello scienziato. Indipendentemente dalle sue convinzioni politiche e dai suoi giudizi di valore, l'economista dovrebbe preoccuparsi soprattutto di capire come funziona il sistema economico reale. L'economia normativa propone criteri basati su giudizi di valore personali e non sulla ricerca di leggi oggettive. L'economia positiva può essere impiegata per definire il menu di opzioni tra le quali la società deve alla fine realizzare le proprie scelte normative. Il ruolo dell'economista in quanto propugnatore delle scelte economiche che la società dovrebbe compiere deve essere distinto dal ruolo dell'economista in quanto esperto delle conseguenze delle scelte economiche. Quando l'economia entra in contatto con aspetti come morte, salute, è però difficile che si sottragga a giudizi. 1.5 La micro e la macroeconomia Ultima classificazione del capitolo primo capitolo è:

Microeconomia: propone trattazione dettagliata delle scelte individuali in merito a beni particolari. Si occupa dunque di individui (consumatori, imprenditori ecc.). I microeconomisti tendono a proporre un'analisi particolareggiata di u aspetto del comportamento economico ma, per garantire la semplicità delle analisi, ignorano le interazioni con il resto del sistema economico.

Macroeconomia: pone l'accento sulle interazioni di eventi particolari con il sistema economico nel suo complesso. Essa semplifica volutamente gli aspetti dell'analisi che riguardano i comportamenti individuali al fine di consentire un'analisi gestibile delle interazioni a livello di intero sistema economico. Si occupa del macrocosmo, ovvero delle cose grandi, difatto si occupa ad esempio del PIL. Si occupa anche di rischio di poverta e esclusione sociale, di paesi che scambiano tra loro merci, della crescita, delle grandi istituzioni. Dunque si occupa di aggregati, del sistema economico nel suo complesso.

Per dare un'idea dei fondamenti dell'analisi macroeconomica, è opportuno definire tre concetti:

• Il Prodotto Interno Lordo (PIL) è il valore di tutti i beni e servizi finali prodotti in un sistema economico in un dato periodo di tempo, per esempio un anno. Il PIL calcola la produzione di uno Stato tenendo conto della

nazionalità delle risorse. Esso misura la produzione di tutti i fattori produttivi nazionali ovunque essi siano, entro i confini o fuori dai confini dello Stato.

• Il livello generale dei prezzi è un indicatore del livello medio dei prezzi dei beni e dei servizi in un sistema economico. Esso esprime il cambiamento medio dei prezzi. Quando questo indice aumenta, il sistema economico a cui si riferisce è soggetto all'inflazione.

• Il tasso di disoccupazione è la percentuale di forza lavoro senza occupazione. La forza lavoro è composta dalle persone in età lavorati che, in linea di principio, sono disposte a lavorare dove esistano accettabili occasioni di lavoro. Coloro che, pur essendo in età lavorativa, non hanno intenzione di cercare lavoro, non fanno parte della forza lavoro e non sono considerati disoccupati.

CAPITOLO 2 – GLI STRUMENTI DELL’ANALISI ECONOMICA Questo capitolo riguarda gli strumenti necessari per l’analisi economica, ovvero i modelli e i dati. Un modello è semplificazione della realtà ricorrendo a ipotesi semplificatrici, consente di prevedere il comportamento degli attori economici. I dati sono evidenze circa il comportamento degli agenti e/o dei fenomeni economici. I dati interagiscono con i modelli in due modi. In primo luogo, contribuiscono a dare una dimensione quantitativa dove i modelli concentrano l’attenzione. In secondo luogo, i dati aiutano a sottoporre a verifica i modelli. Quando una teoria economica sembra in sé avere senso e contemporaneamente, per un tempo sufficientemente lungo, regge alla verifica dei dati empirici (dimostrabile sperimentalmente) diventa una legge economica. Una legge economica è una relazione logica non falsificata dei dati empirici per un periodo di tempo sufficientemente lungo. 2.1 I dati economici Una serie temporale è sequenza di valori assunti da una stessa variabile in differenti istanti o periodi di tempo. Essa indica il modo in cui una variabile cambia nel tempo (vedi es. tabella pagina 18). Tale informazione può essere rappresentata attraverso un diagramma. Ma l’indagine economica richiede altresì l’impiego di dati sezionali. Una serie sezionale di dati rappresenta – a una determinata epoca o periodo di tempo – i valori di una variabile riferiti a individui o a gruppi di individui diversi (es. la tabella 2.2 pag 19 rappresenta una serie sezionale di dati relativi al tasso di disoccupazione in diversi Paesi europei nel 2012). I dati di una serie temporale e di una serie sezionale possono essere integrati e analizzati per un campione di Paesi. I dati di un campione si riferiscono alle osservazioni pluriperiodali di una medesima variabile per gli stessi individui o gruppi di individui (Es tabella 2.3 pag 19 che rappresenta il tasso di disoccupazione di diversi Paesi in diversi anni). 2.2 I dati indice Per confrontare dati quantitativi espressi in unità di misura diverse, si può ricorrere ai numeri indice. Un numero indice esprime un dato relativamente a un suo valore base o di riferimento. Per calcolare un numero indice bisogna fare:

prezzo dell’anno corrente : prezzo dell’anno di RIFERIMENTO = risultato * 100 = numero indice. In molti paesi vi sono enti pubblici che registrano l’andamento dei prezzi per i consumatori attraverso la definizione e il calcolo di indici dei prezzi al consumo. In Italia l’ente è l’ISTAT. L’indice dei prezzi, nelle statistiche prodotte dalla Banca d’Italia, è oggi sostituito dal deflatore dei consumi delle famiglie. Il deflatore dei consumi delle famiglie è preferibile all’uso dell’indice dei prezzi al consumo in quanto contiene informazioni su alcuni beni e servizi consumati dalle famiglie, ma non sono inclusi nell’indice dei prezzi al consumo (per esempio, gli affitti imputati). Il tasso d’inflazione è misurato attraverso il tasso annuo di crescita dell’indice dei prezzi al consumo. L’inflazione è un generale aumento dei prezzi di beni e servizi che provoca una perdita della capacità di acquisto della moneta. L’Unione Europea calcola e rende pubblico un indice dei prezzi al consumo armonizzato per i Paesi ammessi all’area euro. La misurazione del tasso d’inglazione di un Paese attraverso l’indice dei prezzi armonizzato calcolato da Eurostat ha il duplice vantaggio di rendere confrontabili i tassi nazionali d’inflazione e di rispecchiare le diversità dei comportamenti di consumo tra le famiglie europee. 2.3 Differenza tra valori nominali e reali. I valorinominali sono misurati a prezzi correnti. I valori reali risultano dalla correzione dei valori nominali in base al tasso di inflazione misurato attraverso l’indice dei prezzi. Dati numeri indice e valori nominali è possibile risalire al valore reale facendo:

(valore nominale*100) : numero indice = valore reale La distinzione tra variabili nominali e reali è applicabile a tutte le variabili espresse in moneta. Non è invece applicabile a variabili espresse in unità fisiche o reali, come la produzione annua di lavatrici. La distinzione tra valore nominale e reale si può applicare agli stessi prezzi. I prezzi reali sono indicatori di scarsità economica. Essi mostrano, infatti, se e in che misura il prezzo di un bene è aumentato rispetto al livello dei prezzi in generale. Per questa ragione, i prezzi reali sono talvolta chiamati prezzirelativi.

Quando i prezzi dei beni e dei servizi aumentano, il potere d’acquisto della moneta si riduce (es. con 1 euro acquisto una minor quantità di beni e servizi). Il potere d’acquisto è un indice della quantità di beni e servizi acquistabili con un’unità di moneta. La distinzione tra variabili reali e variabili nominali è talvolta espressa affermando che le variabili reali esprimono le misure come se il potere di acquisto della moneta fosse costante. 2.4 La misurazione dei cambiamenti delle variabili economiche. Durante la “crisi della mucca pazza”, la produzione della carne bovina diminuì dalle 90000 tonnellate alle 50000 tonnellate. Il CAMBIAMENTO ASSOLUTO della produzione fu pari a – 40000 tonnellate. Il cambiamento o variazione percentuale di una variabile è il rapporto (divisione) tra cambiamento assoluto e valore iniziale, moltiplicato per 100 ( in questo caso si farà: (-40000:90000)*100 = -44%). Il cambiamento assoluto è riferito a una specifica unità di misura, mentre il cambiamento percentuale è svincolato dall’unità di misura della variabile; dunque, esso costituisce spesso una misura conveniente del cambiamento di una o più variabili. Quando si analizzano serie temporali di dati relativi a lunghi periodi di tempo può non essere sucfficiente. Il tassodicrescita è il cambiamento percentuale di una variabile in un determinato periodo (normalmente per anno). Un tasso di crescita negativo indica un decremento percentuale. 2.5 I modelli economici L’elaborazione di un modello obbliga lo studioso a identificare tutti i fattori che determinano un comportamento economica e a valutarne gli effetti, così da poter decidere quali considerare e quali trascurare in quanto di minor importanza rispetto al fenomeno. Un modello è semplicemente uno strumento logico che aiuta lo studioso a organizzare l’analisi di un particolare problema o fenomeno. Un’eccessiva semplificazione, però, può condurre all’omissione di aspetti cruciali per l’indagine. 2.6 i modelli e i dati Gran parte della ricerca empirica economica riguarda dati raccolti in periodi nei quali molti fattori rilevanti si modificano simultaneamente. Si pone quindi il problema d’identificare gli effetti di questi fattori sul comportamento osservato. Tale problema si affronta in due tappa. Innanzitutto, si esamina la relazione che interessa trascurando la possibilità che altri fattori rilevanti possano cambiare. Successivamente, si affronta l’arduo problema di includere nell’analisi la variazione degli altri fattori rilevanti. 2.7 I diagrammi, le curve e le equazioni Un diagramma di dispersione rappresenta simultaneamente i valori osservati di due variabili (consente di valutare visivamente se e in che modo due variabili siano collegate funzionalmente). L’econometria è la branca della scienza economica finalizzata alla definizione quantitativa delle relazioni economiche attraverso l’uso di dati empirici. L’econometria fornisce quindi criteri e metodi per decidere quale tipo di curva interpolante rappresenti meglio i punti di un diagramma di dispersione. L’uso di un computer consente di operare anche con diagrammi a dieci o venti dimensioni, fino ad esaurire le variabili rilevanti. Una funzionelinerepositiva implica che al crescere del valore associato all’asse x cresca anche il valore associato all’asse y. Una volta fissate le unità di misura delle due variabili rappresentate sugli assi, il grafico consente altresì di determinare il valore preciso di y associato a ogni ipotetico valorire di x. Quando la relazione tra due variabili è lineare, sono sufficienti due informazioni per consentire una completa definizione della relazione e una sua esatta rappresentazione: l’intercetta e la pendenza. L’intercetta sull’asse verticale è il valore di y per x=0; l’intercetta sull’asse orizzontale è il valore di x per y=0. La pendenza è il rapporto tra la variazione di y e la variazione unitaria di x. In una relazione diretta (o positiva) la pendenza è costante e positiva. In una relazione lineare negativa o inversa, invece, al crescere di x, y diminuisce. La retta di questa funzione ha quindi pendenzanegativa. Le relazioni economiche non hano necessariamente forma lineare, ossia non sono necessariamente rappresentate da rette, ma posono essere anche rappresentate da curve dove la pendenza cambia da punto a punto. 2.8 L’ipotesi a parità di altre condizioni I diagrammi sono particolarmente utili nell’analisi di relazioni tra due variabili allorchè è legittimo ipotizzare che le altre variabili rilevanti rimangano costanti. A parità di altre condizioni, prezzi più alti comportano ricavi totali più alti: ci si sposta dunque lungo la retta inclinata positivamente. Quando uno degli altri fattori cambia (come, per esempio, il reddito dei consumatori), si verifica uno spostamento della retta stessa.

CAPITOLO 3 – LA DOMANDA, L’OFFERTA E IL MERCATO 3.1 Il mercato Il mercato è un sistema di strumenti istituzionali (mezzi di pagamento, contratti) e di infrastrutture che consentono ad acquirenti e venditori di entrare in contatto al fine di realizzare scambi regolari e ricorrenti di beni o servizi.

I mercati, anche se apparentemente diversi (incontro fisico, attraverso internet ecc.), hanno un’identica funzione economica:: determinano i prezzi in corrispondenza dei quali la disponibilità all’acquisto dei compratori uguagli la disponibilità alla vendita degli offerenti. Prezzo e volume degli scambi non possono essere considerati separatamente. I prezzi indirizzano le scelte sociali circa a “che cosa, come e per chi produrre”. Per la comprensione è necessario un modello di funzionamento di un tipico mercato. I caratteri essenziali di ques’ultimo sono il comportamento degli acquirenti (la domanda) e quello dei venditori (l’offerta). 3.2 La domanda, l’offerta e l’equilibri del mercato La domanda è la relazione inversa tra la quantità di un bene o servizio che gli acquirenti sono disposti ad acquistare e il prezzo al quale l’acquisto è realizzabile. (RICORDA: la domanda NON indica semplicemente la quantità di beni o servizi richiesta dagli acquirenti ma bensì la RELAZIONE tra il prezzo e la quantità che gli acquirenti sono disposti a comprare a QUEL prezzo). REGOLA GENERALE: QUANDO IL PREZZO AUMENTA, LA DOMANDA DIMINUISCE (guardare tabella pagina 32). L’offerta è la relazione diretta tra la quantità di un bene o servizio che i venditori sono disposti ad offrire e il prezzo ricavabile dalla vendita. (RICORDA: l’offerta NON indica semplicemente la quantità di beni o servizi che i venditori offrono ma bensì la RELAZIONE che definisce – a ogni PREZZO – la quantità che i venditori sono disposti a vendere). REGOLA GENERALE: QUANDO IL PREZZO AUMENTA, L’OFFERTA AUMENTA. Produrre comporta il sostenimento di costi, per tale motivo i venditori trovano conveniente produrre a partire da prezzo minimo accettabile (nella tabella a pagina 32 infatti i venditori trovano conveniente produrre solo quando il prezzo per barretta è ALMENO 0,20€). È importante rilevare la distinzione tra domanda e quantità domandata. La domanda descrive il comportamento intenzionale o effettivo degli acquirenti a ogni valore del prezzo. L’espressione “quantità domandata” ha significato solo in riferimento a u particolare prezzo. Analoga distinzione deve essere compiota tra offerta e quantità offerta. Il prezzo di equilibrio del mercato A un certo prezzo intermedio, è possibile che la quantità domandata e la quantità offerta siano uguali: questo prezzo è chiamato prezzo di equilibrio del mercato. Il prezzo di equilibrio del mercato è quel prezzo in corrispondenza del quale la quantità domandata dagli acquirenti è uguale alla quantità offerta dai venditori. La quantità in corrispondenza del prezzo di equilibrio è detta quantità di equilibrio. Si ha un eccesso di offerta quando la quantità offerta eccede la quantità domandata al prezzo corrente di mercato. Si ha, al contrario, un eccesso di domanda quando la quantità domandata eccede la quantità offerta al prezzo corrente di mercato. È del tutto possibile che il prezzo corrente sul mercato sia diverso dal prezzo di equilibrio. In queste situazioni, vi è un eccesso di domanda o di offerta a seconda che il prezzo sia inferiore (eccesso di domanda) o superiore (eccesso di offerta) al prezzo di equilibrio. Questo divario tra domanda degli acquirenti e offerta dei venditori rappresenta l’incentivo al cambiamento del prezzo verso il livello di equilibrio del mercato. In questo senso, si può affermare che il mercato di autoregola. 3.3 La rappresentazione dell’equilibrio, la spesa totale dei consumatori, il rivavo totale di produttori e i surplus La curva della domanda rappresenta graficamente la relazione tra prezzo e quantità domandata di un bene o servizio, a parità di altre condizioni (il prezzo dei beni correlati, il reddito degli acquirenti e le preferenze degli acquirenti). Guardare figura 3.1 pagina 34 che rappresenta graficamente la tabella di pagina 32. La curva della domanda rappresentata è una retta inclinata negativamente perché al diminuire del prezzo la quantità domandata aumenta. Ciò conferma che la domanda è una relazione inversa. La curva di offerta rappresenta graficamente la relazione tra prezzo e quantità offerta di un bene o servizio, a parità di altre condizioni (la tecnologia, i prezzi dei fattori produttivi e la regolamentazione pubblica). Guardare figura 3.2 pagina 34 che rappresenta graficamente la tabella di pagine 32. La curva dell’offerta è inclinata positivamente perché all’aumentare del prezzo aumenta la quantità offerta. Ciò conferma che l’offerta è una relazione diretta. Nella figura 3.3 di pagina 35 sono rappresentati l’eccesso di domanda (il segmento IB) e l’eccesso di offerta (il segmento DM). Dunque, a prezzo di mercato inferiore al prezzo di equilibrio, la distanza orizzontale tra la curva di offerta e la curva di domanda rappresenta l’eccesso di domanda corrispondente al prezzo corrente considerato. Per contro, a un prezzo superiore al prezzo di equilibrio, nel mercato vi è un eccesso di offerta, rappresentato dalla distanza orizzontale tra la curva di domanda e quella di offerta. Graficamente, l’equilibrio del mercato è determinato dal punto( E) in cui la curva di domanda( DD) si incontra con la curva di offerta (SS). Quando un mercato non è in equilibrio, la quantità scambiata è determinata dalla minore disponibilità all’acquisto e alla vendita. Per contro, quando un mercato è in equilibrio, acquirenti e ventitori sono in grado di realizzare le proprie intenzioni di acquisto e di vendita e non vi è alcun incentivo al cambiamento del prezzo e quindi della quantità scambiata. Nel punto di equilibrio del mercato (E) è possibile conoscere sia la spesa totale dei consumatori sia il ricavo totale dei venditori, facendo in questo caso:

prezzo di una barretta di 0,30 * 80000 barrette = 24000 che è sia la spesa che il ricavo totale Nel punto di equilibrio la spesa totale dei consumatori e il ricavototaledeiproduttori coincidono e sono pari al prodotto del prezzo di equilibrio per la quantità di equilibrio. Il surplusdelconsumatore è la mancata spesa ovvero l’eccesso di beneficio ed è rappresentato dalla figura 3.5 di pagina 36, ovvero l’area compresa tra la curva i domanda e il livello del prezzo di equilibrio. Il surplusdelvenditore è un eccesso di ricavo ed è rappresentato dalla figura 3.6 di pagina 36, ovvero l’area compresa tra il livello del prezzo di equilibrio e la curva di offerta. 3.4 Uno sguardo dietro la curva di domanda Come abbiamo detto prima, la curva di domanda rappresenta graficamente la relazione tra prezzo e quantità domandata di un bene o servizio, a parità di altre condizioni. Queste condizioni sono: il prezzo di beni o servizi correlati, il reddito degli acquirenti e i gusti o le preferenze di questi ultimi. Il prezzo dei beni correlati Automobile e autobus sono sostituti della metropolitana. Petrolio e automobile sono beni complementari o complementi, poiché non posso usare uno senza l’altro e inoltre la variazione del prezzo di uno influisce sull’altro (es. aumenta il prezzo del petrolio e di conseguenza vengono acquistate meno macchine). Un aumento del prezzo di un bene o servizio aumenta la domanda di sostituti, ma riduce la domanda di complementi del bene o servizio in questione (leggere esempio pagina 37 dei dolciumi). Il reddito degli acquirenti Normalmente, quando aumenta il reddito dei consumatori, aumenta la domanda di molti beni e servizi destinati al consumo. Vi sono però delle eccezioni: I beni normali sono caratterizzati da aumenti di domanda dovuti ad aumenti del reddito degli acquirenti. I beni inferiori sono caratterizzati da una domanda che diminuisce all’aumentare del reddito degli acquirenti. Un esempio di beni inferiori può essere la carne degli arti inferiori o il pane normale che i consumatori tendono a sostituire con i beni e servizi più cari e di qualità. Dunque, i beni normaki costituiscono la grande maggioranza di beni e servizi. I beni inferiori sono tipicamente beni o servizi poco dispendiosi e/o di bassa qualità; tutti prodotti che i consumatori tendono a sostituire con beni e servizi più cari e/o di qualità più elevata allorché il loro reddito aumenta. Le preferenze La terza categoria di condizioni ipotizzate costanti è costituita dai gusti o dalle preferenze dei consumatori. Tali fattori sono in parte determinati da abitudini e atteggiamenti sociali, ma soprattutto dalla pubblicità manifesta od occulta. 3.5 Gli spostamenti della curva di domanda È ora possibile distinguere tra movimenti lungo una data curva di domanda e spostamenti della curva di domanda. Una variazione dei fattori appena elencati provoca una variazione nella domanda. Dall’esempio che segue si può dedurre che se si sceglie di rappresentare – attraverso la curva di domanda – la relazione tra quantità domandata di un bene e prezzo di quest’ultimo, le altre tre variabili che determinano la quantitò domandata sono necessariamente ipotizzate come date. Ogni loro cambiamento sposta quindi la curva di domanda. La figura 3.7 di pagina 38 mostra come un aumento del prezzo del gelato provochi uno spostamento verso destra (quindi un aumento) della curva di domanda del cioccolato (un bene sostituto). Lo spostamento verso destra della curva di domanda (aumento) modifica il prezzo e la quantità di equilibrio nel mercato del cioccolato in barrette. Il punto di equilibrio cambia da E a E’. Quando aumenta il prezzo dei gelati confezionati, la curva di domanda del cioccolato in barrette si sposta da DD a D’D’. L’esempio proposto dalla figura 3.7 illustra un metodo di analisi chiamato di staticacomparata. Nell’analisi di statica comparata si ipotizza il cambiamento di una delle variabili assunte date e se ne esaminano gli effetti sull’equilibrio del mercato. L’analisi è comparativa perché confronta il vecchio con il nuovo equilibrio ed è statica perché confronta solo le due successive condizioni di equilibrio senza tener conto del processo dinamico attraverso il quale il sistema passa da un equilibrio all’altro. E’ possibile che succeda anche il processo inverso e cioè che si passi da una curva di domanda più alta a una più bassa. Gli eventi che generano tale processo inverso possono essere: la riduzione del prezzo di un bene sostituto, la contrazione del reddito o un cambiamento sfavorevole dei gusti dei consumatori. 3.5 Uno sguardo dietro la curva di offerta Come abbiamo detto la curva d’offerta è la relazione (diretta) tra la quantità offerta dai venditori e il prezzo, a parità di altre condizioni. Queste condizioni, che influenzano l’offerta e che sono ipotizzate costanti nel definire la curva di offerta, sono: la tecnologia, i prezzi dei fattori di produzione e la regolamentazione pubblica. Un cambiamento di ognuna di queste fvariabili sposta la curva di offerta. La tecnologia La disponibilità di una nuova tecnologia, più efficiente, consente ai produttori di offrire una quantità maggiore a ogni possibile livello del prezzo (spostamento della curva di offerta verso destra). In quanto determinante dell’offerta, la tecnologia deve essere intesa in senso molto ampio, includento non solo la qualità degli impianti, ma in generale la conoscenza disponibile in merito ai metodi di produzione. I prezzi dei fattori produttivi Una funzione di offerta presuppone altresì un dato livello dei prezzi delle risorse utilizzate come fattori produttivi.

Una riduzione dei prezzi dei fattori produttivi incentiva le imprese a offrire una maggiore quantità di prodotto a ogni livello di prezzo corrente sul mercato: quindi, sposta la curva di offerta verso destra. Un aumento dei prezzi dei fattori produttivi sposta, invece, la curva di offerta verso sinistra. La regolamentazione pubblica Il Governo impone determinate norme per il rispetto della società (es. norme antinquinamento) che automaticamente fanno aumentare il prezzo a cui le imprese possono offrire i beni. La regolamentazione pubblica, dunque, può talvolta essere causa di abbandono di una tecnologia efficiente e quindi di contrazione – ovvero, di spostamento verso sinistra – della curva di offerta di un prodotto. 3.7 Gli spostamenti della curva dell’offerta Nel definire l’offerta di un bene o servizio i fattori sopra citati sono sempre ipotizzati come costanti. Se uno dei fattori cambia la curva dell’offerta si sposta. Una contrazione dell’offerta provoca, quindi, un aumento del prezzo e una riduzione della quantità di equilibrio del mercato. Per contro, un cambiamento in una o più di una delle variabili esogenamente date, sposta la curva di offerta, provocando una riduzione del prezzo di equilibrio e un aumento della quantità scambiata nel mercato. 3.8 I mercati liberi e i controlli sui prezzi In un mercato libero e concorrenziale, il prezzo è determinato esclusivamente dalla domanda e dall’offerta. In questi mercati non vi è intervento pubblico diretto per il controllo dei prezzi. Se vi dovesse essere il controllo dei prezzi da parte di un’autorità il mercato non è libero. I controlli sui prezzi sono regolamenti o leggi imposti dalla Pubblica Amministrazione o da altre autorità che impediscono l’aggiustamento dei prezzi che spinge i mercati verso l’equilibrio. I controlli sui prezzi possono essere ricondotti a 2 categorie: la fissazione di prezzi minimi e la fissazione di prezzi massimi. La fissazione di un prezzo massimo rende illegale la vendita da parte degli offerenti di un bene o servizio a un prezzo superiore al massimo fissato per legge o regolamento. Questo controllo viene introdotto sui prezzi per impedire che la scarsità di un bene o servizio provochi un eccessivo aumento del suo prezzo. Guardare figura 3.9 pagina 43. Nella figura viene rappresentato il mercato di un bene alimentare in circostanze particolari che impone al Governo di fissare un prezzo massimo per il bene. La fissazione del prezzo massimo provoca una scarsità dell’offerta rispetto alla domanda, impedento al prezzo di salire fino al raggiungimento del libello di equilibrio. La fissazione e il rispetto del prezzo massimo consento ad alcuni consumatori di acquistare il bene a un prezzo effettivamente più basso di quello che si sarebbe altrimenti formato in condizioni di libero mercato. Tuttavia, la regolamentazione riduce la quantità offerta e crea un eccesso di domanda. Nasce così un mercatonero o illegale, non a vantaggio dei consumatori più poveri. Per tale ragione, l’impostazione di un prezzo massimo richiede l’adozione di un sistema di razionamento basato su criteri amministrativi, in grado di assicurare una distribuzione basata su criteri di equità, anziché di disponibilità a pagare. Mentre la fissazione di un prezzo massimo ha come obbiettivo la riduzione del prezzo per gli acquirenti, la fissazione di un prezzo minimo ha come scopo l’aumento del prezzo a favore dei venditori. Per esempio, la fissazione di un salatio minimo nel mercato del lavoro. Nel mercato si verifica un eccesso di offerta; nell’esempio sopra citato, i lavoratori fortunati che conservano l’occupazione beneficiano di un salario orario maggiore, ma altri, meno fortunati, perdono l’occupazione o non riescono a lavorare le ore che vorrebbero. Il Governo che ha imposto il prezzo minimo – se vuole rendere efficace il suo intervento a favore dei produttori – deve altresì acquistare l’eccesso di offerta che ha provocato, in modo da consentire sia ai consumatori sia ai produttori di realizzare i propri progetti di acquisto e vendita. 3.9 Come il mercato risolve il problema di “che cosa, come e per chi produrre” Lo strumento attraverso il quale il mercato determina la decisione inerente alla quantità da produrre di un bene o servizio è il prezzo di equilibrio. Attraverso esso, il mercato risolve anche il problema inerente ai soggetti verso i quali la produzione è destinata. Un bene o servizio viene prodotto per tutti quei consumatori disposti a pagare almeno il suo prezzo di equilibrio sul mercato. Il mercato stabilisce altresì che i soggetti che scelgono di offrire il proprio bene o servizio siano tutti colori che trovano conveniente vendere il prodotto al prezzo di equilibrio corrente. Ovviamente, il mercato decida anche quali beni o servizi non debbano essere prodotti. Al di là dei beni liberamente e gratuitamente offerti dalla natura, la maggior parte dei beni deve essere prodotta dall’uomo e implica costi. Gli individui si impegnano a realizzare costose attività produttive solo se vengono ripagati. Guardare figura 3.13 pagina 46 che mostra l’esempio di un bene che il mercato non incentiva a produrre perché il prezzo massimo che gli acquirenti sono disposti a pagare (prezzodiriservadegliacquirenti) è insufficiente a incentivare i produttori a produrre il bene. Infatti il prezzo minimo di vendita (prezzodiriservadeivenditori) è superiore al prezzo massimo che gli acquirenti sono disposti a pagare. Il modo in cui il mercato risolve i problemi economici fondamentali relativi a “che cosa, come e per chi produrre” può non essere socialmente accettabile. Il libero mercato non garantisce cibo sufficiente per tutti gli affamati e cure adeguate per tutti gli ammalati. Esso assicura cibo e cure mediche a coloro che sono disposti a (e in grado di) pagare almeno il prezzo di equilibrio di questi beni e servizi. Poche societò contemporanee si affidano completamente al libero mercato per decidere “che cosa e per chi produrre”, utilizzando un’ampia gamma di strumenti come i controlli sui prezzi, la regolamentazione delle transazioni, la tassazione e i trasferimenti alle famiglie e alle imprese.

CAPITOLO 4 – L’ELASTICITÀ DELLA DOMANDA E DELL’OFFERTA Problema iniziale: l’amministratore delegato di una società calcistica deve definire il prezzo del biglietto che gli acquirenti devono pagare per assistere alla partita. L’obbiettivo dell’amministratore è l’ottenimento del massimo ricavo dalla vendita dei biglietti. 4.1 L’elasticità della domanda rispetto al prezzo. Gli aumenti dei prezzi fanno diminuire la quantità domandata dai consumatori. La variazione della quantità domandata rispetto al prezzo viene misurata dal coefficiente di elasticità della domanda rispetto al prezzo. L’elasticità della domanda di un bene o servizio rispetto al suo prezzo si misura attraverso un coefficiente numerico calcolato come rapporto (divisione) tra la variazione percentuale della quantità domandata e la corrispondente variazione percentuale del prezzo che l’ha provocata. Se, per esempio, si verifica che un aumento dell’1% nel prezzo di un bene provoca la riduzione del 2% della quantità domandata, il coefficiente di elasticità si calcola facendo: -2:1 = -2. Molti economisti però, preferiscono misurare e interpretare il coefficiente che misura l’elasticità della domanda come un numero puro, prescindendo dal suo segno e considerandolo un valore assoluto. Infatti, il segno negativo del coefficiente esprime semplicemente l’operare della legge della domanda. Quindi, la formula definitiva che consente di calcolare l’elasticità della domanda rispetto al prezzo ottenendo un coefficiente puro è:

(∆Q/∆P) * (P/Q) (Guardare pag 53 per calcoli). Il coefficiente che ottengo dalla formula qualifica se la domanda è elastica, inelastica o anelastica. Quanto più è alto il coefficiente di elasticità della domanda rispetto al prezzo, tanto più elastica o reattiva al prezzo è la domanda. Quanto più basso è il coefficiente di elasticità della domanda rispetto al prezzo, tanto più inelastica o rigida al prezzo è la domanda. Se il coefficiente è uguale a zero, la domanda è anelastica o assolutamenterigida al prezzo. In corrispondenza del prezzo di riserva degli acquirenti il coefficiente di elasticità è pari a infinito e diminuisce continuamente di valore (assoluto) fino ad annullarsi in corrispondenza di un prezzo nullo. Quando invece i coefficienti delle diverse curve di domanda rispetto al prezzo hanno un valore costante, queste curve vengono chiamate isoelastiche. La domanda elastica e inelastica Normalmente, il coefficiente di elasticità della domanda rispetto al prezzo cambia da punto a punto lungo la curva di domanda. Il valore (assoluto) unitario del coefficiente rappresenta un’importante linea di demarcazione per qualificare la reattività della domanda di un bene a variazioni del suo prezzo. La domanda di un bene o servizio viene definita elastica quando il coefficiente di elasticità domanda-prezzo è in valore assoluto maggiore di 1. E’ invece definita inelastica o rigida se il valore assoluto del coefficiente di elasticità domanda- prezzo è minore di 1, ma maggioredi 0. Una domanda è anelastica o assolutamenterigida se il coefficiente di elasticità domanda-prezzo è pari a 0. ELASTICA COEFFICIENTE > 1 INELASTICA O RIGIDA COEFFICIENTE < 1 MA > 0 ANELASTICA O ASSOLUTAMENTE RIGIDA COEFFICIENTE = 0

Le determinanti dell’elasticità della domanda al prezzo La determinante fondamentale dell’elasticità o inelasticità della domanda è costituita dai gusti e dalle preferenze dei consumatori (es. se in un certo contesto sociale, avere una televisione a cristalli liquidi rappresenta un obbligo sociale, la domanda di questo bene sarà inelastica al prezzo. Se in un diverso contesto sociale, gli stessi beni sono considerati frivoli o pacchiani, la domanda sarà elastica). Inoltre, l’indagine economica indica che una fondamentale determinante dell’elasticità della domanda al prezzo di un bene è la possibilità dei consumatori di sostituire quest’ultimo con altri che svolgano la stessa funzione. Si considerino due esempi di questo fenomeno. Se aumenta dell’1% il prezzo di tutte le marche di sigarette, è probabile che la quantità domandata di sigarette di tutte le marche si riduca in percentuale minore. Si può concludere che la domanda di sigarette di tutte le marche è inelastica al prezzo. Se invece si considera il caso di un aumento dell’1% del prezzo di una particolare marca di sigarette mentre il prezzo delle sigarette delle altre marche rimane costante, è verosimile che si verifichi una riduzione percentuale maggiore della quantità domandata di sigarette della marca il cui prezzo è aumentato. I consumatori hanno infatti la possibilità di passare ad altre marche di sigarette. La domanda di sigarette della particolare marca di cui è aumentato il prezzo è elastica. REGOLA GENERALE: quanto più specificamente è definito un bene o servizio, tanto più elastica risulta essere la sua domanda a variazioni del prezzo. Alcune misure empiriche dell’elasticità domanda-prezzo La domanda di ampie categorie di beni tende ad essere inelastica. Per contrasto, il campo di variazione dei coefficienti di elasticità domanda-prezzo è molto più ampio in relazione a categorie di beni e servizi definite in modo più specifico. Tuttavia, anche in questa prospettiva, taluni beni – come i prodotti caseari – hanno una domanda molto inelastica, mentre servizi con sostituti stretti – come spettacoli teatrali, il catering o il trasporto dei taxi – hanno una domanda significamente elastica al prezzo. Gli effetti dell’elasticità della domanda al prezzo

L’elasticità della domanda al prezzo determina la dimensione dell’incremento di prezzo necessario per eliminare un eccesso di domanda o della riduzione di prezzo necessaria per eliminare un eccesso di offerta. Quando la domanda è inelastica al prezzo, fluttuazione dell’offerta causano ampie oscillazione del prezzo e modeste variazioni della quantità scambiata. Se invece la domanda è elastica al prezzo, le variazioni di prezzo provocate dalla stessa fluttuazione dell’offerta sono molto minori, mentre le oscillazioni delle quantità scambiate sono ben più rilevanti. 4.2 L’elasticità della domanda al prezzo, le variazioni del prezzo e le variazioni della spesa totale dei consumatori. La spesa dei consumatori di un bene o servizio è semplicemente il prezzo che devono pagare moltiplicato per la quantità che, a quel prezzo, sono disposti ad acquistare. Ci si propone, ora, di mostrare la rilevanza dell’elasticità della domanda al prezzo rispetto alla relazione tra prezzo di un bene e spesa che gli acquirenti devono sostenere per acquistarlo. La tabella 4.3 di pagina 58 aiuta a capire meglio: Variazione del prezzo Domanda elastica (>1) Elasticità unitaria (=1) Inelastica (<1)

Aumento del prezzo Riduzione della spesa Spesa invariata Aumento della spesa Riduzione del prezzo Aumento della spesa Spesa invariata Riduzione della spesa

La spesa degli acquirenti e quindi il ricavo totale dei venditori di un bene o servizio hanno il massimo valore in corrispondenza del prezzo e della quantità domandata che identificano il punto della curva di domanda con elasticità unitaria del prezzo, che corrispondo al punto medio della curva di domanda. 4.3 Alcuni esempi di applicazione dell’elasticità della domanda al prezzo L’esempio del Brasile citato a pagina 57 ci aiuta a capire che il caffè è un bene insostituibile e caratterizzato quindi da una domanda inelastica. Quando la domanda di un prodotto agricolo è inelastica, i produttori ottengono maggiori ricavi da un cattivo raccolto che da uno buono (vedi tabella 4.5 pag 57). Se la domanda è inelastica, una contrazione dell’offerta provoca un rilevante aumento del prezzo e una piccola contrazione della quantità venduta e, quindi, un aumento del ricavo dei venditori. Quindi in generale: in presenza di una domanda inelastica, i venditori, nel loro insieme, traggono vantaggio da una riduzione dell’offerta. Quindi, se un agricoltore fosse colpito da un cattivo raccolto mentre tutti gli altri realizzassero raccolti abbondanti, si avrebbe un effetto irrilevante sull’offerta complessiva del prodotto. Questa considerazione evidenzia un importante principio della teoria economica: l’errore di composizione. L’errore di composizione consiste, infatti, nel pensare che ciò che vale per un individuo valga per tutti gli altri individui considerati come insieme e viceversa. La domanda di grano per un singolo produttore è molto elastica al prezzo perché i consumatori possono facilmente rivolgersi per l’acquisto a molti altri produttori dello stesso prodotto: la domanda di grano per l’insieme dei produttori è inveece inelastica. 4.4 L’elasticità della domanda al prezzo nel breve e nel lungo periodo L’elasticità della domanda al prezzo si modifica quando gli acquirenti hanno la possibilità di modificare degli elementi (abitudini, informazioni…) che vincolano la loro capacitò di reagire a variazioni dei prezzi dei beni. Un esempio è l’improvviso aumento del prezzo del petrolio provocato dal crearsi dell’OCSE. Nel breve periodo, le famiglie furono in grado di reagire solo ridimensionando il loro stile di vita (uso meno l’auto perché la benzina costa). La domanda di petrolio è perciò inelastica nel breve periodo. Nel lungo periodo, le famiglie furono in grado di effettuare dei grandi cambiamenti (compro l’auto a metano perché consuma meno). Nel lungo periodo perciò la domanda di petrolio diventa elastica. IN GENERALE: l’elasticità della domanda al prezzo è normalmente minore nel breve periodo che nel lungo periodo, allorchè gli acquirenti sono in grado di reagire all’aumento del prezzo di un bene o di un servizio sostituendolo con altri. Quanto è “lungo” il lungo periodo? Il tempo necessario per consentire agli agenti economici il completo aggiustamento a un cambiamto dei prezzi. La “lunghezza” del lungo periodo dipende dal tipo di aggiustamento che gli acquirenti desiderano realizzare. 4.5 L’elasticità incrociata della domanda al prezzo Occorre ora affrontare il problema della misurazione della reattività della quantità domandata di un bene rispetto a variabili diverse dal suo prezzo: per esempio, il prezzo di beni correlati e il reddito degli acquirenti. Per misurare la reattività della domanda di un bene o servizio rispetto ad un altro bene o servizio bisogna calcolare un coefficiente: il coefficiente di elasticità incrociata della domanda del bene i rispetto al prezzo del bene j si calcola attraverso il rapporto tra la variazione percentuale della quantità domandata di i e una piccola variazione percentuale del prezzo di j. Il coefficiente ottenuto può essere positivo o negativo. E’ positivo se una variazione positiva (negativa) del prezzo del bene j provoca una variazione positiva (negativa) della quantità domandata del bene i. In generale: la concordanza dei segni delle due variazioni determina il segno positivo del coefficiente, che si verifica se i e j sono beni sostituti. Il coefficiente ha segno negativo – ossia, i segni delle due variazioni sono discordi – quando è il bene i e il bene j sono complementari. 4.6 L’elasticità della domanda rispetto al reddito dei consumatori

Normalmente, un aumento del reddito degli acquirenti tende a far aumentare la quantità domandata dei beni e dei servizi che compongono i panieri di acquisto. Però, gli incrementi di quantità domandata, dovuti a incrementi del reddito, non sono identici per tutti i beni e servizi. La composizione dei panieri di consumo cambia al crescere del reddito e questo cambiamento può essere rilevato attraverso le modificazioni delle quote di bilancio di specifici tipi o categorie di beni e servizi nella spesa dei consumatori. La quota di bilancio di un bene (o di una categoria di beni) è il peso percentuale di questo bene (o categoria di beni) nella spesa totale dei consumatori. L’influenza delle variazioni di reddito sulla domanda di beni può essere misurata attraverso il coefficiente di elasticità della domanda rispetto al reddito. Il coefficiente di elasticità della domanda di un bene o servizio rispetto al reddito degli acquirenti si calcola attraverso il rapporto tra la variazione percentuale della quantità domandata del bene o servizio e la corrispondente variazione percentuale del reddito che l’ha provocata. Il calcolo di questo coefficiente si basa ovviamente sull’ipotesi che le altre variabili (come il prezzo del bene o servizio e i prezzi di altri beni o servizi correlati) siano costanti. Esso serve a distinguere beni normali, la cui domanda aumenta al crescere del reddito, dai beni inferiori, la cui domanda diminuisce al crescere del reddito. I beni necessari, di lusso e inferiori. Si possono individuare tre differenti ipotesi circa lo spostamento della domanda di un bene (o servizio) in seguito all’aumento del reddito degli acquirenti:

1. La prima ipotesi è che, in seguito a un dato aumento percentuale del reddito pro capite degli acquirenti, la curva di domanda dei bene si sposti di poco verso destra (da DD a D’D’ figura 4.6 pag 60) cosicché l’aumento di quantità domandata rappresenti una variazione percentuale inferiore a quella del reddito che l’ha provocata. Un bene o servizio con questa caratteristica è detto bene necessario. Un bene necessario ha un’elasticità domanda-reddito positiva, ma minore di 1.

2. La seconda ipotesi è che – sempre in seguito allo stesso aumento percentuale del reddito degli acquirenti – la curva di domanda del bene (o servizio) si sposti verso destra (da DD a D’’D’’), ossia in modo così rilevante che l’aumento di quantità domandata rappresenti una variazione percentuale superiore a quella del reddito che l’ha provocata. Un bene o servizio con questa caratteristica è detto bene di lusso o bene superiore. Un bene di lusso ha un’elasticità domanda-reddito positiva e maggiore di 1. Essi sono tendenzialmente considerati dai consumatori beni di alta qualità o ad alto contenuto dimostrativo o di immagine, per i quali non esistono sostituti in senso stretto. I beni necessari e i beni di lusso rientrano nella più ampia categoria dei beni normali.

3. La terza ipotesi è che – sempre in seguito allo stesso aumento percentuale del reddito degli acquirenti – la curva di domanda del bene si sposti verso sinistra (da DD a D’’’D’’’). Un bene o servizio con questa caratteristica è detto bene inferiore o bene povero. Un bene inferiore ha un’elasticità domanda-reddito negativa. Infatti, al crescere del reddito le famiglie smettono di consumare beni poveri qualitativamente a favore di altri di maggiore qualità. Essi sono considerati dai consumatori beni di bassa qualità o, comunque, sostituibili da beni di qualità più elevata benché più dispendiosi.

Questa classificazione consente di comprendere la ragione per cui, al crescere del reddito dei consumatori e delle famiglie, le quote di bilancio dei singoli beni o categorie di beni cambiano anche se i prezzi rimangono inalterati. La Tabella 4.8 di pagina 61 riassume tutto. 4.7 La domanda e l’inflazione. I coefficienti di elasticità della domanda misurano la reattività di quest’ultima a variazioni di tre fattori: il prezzo di un bene o servizio, i prezzi di altri beni correlati e il reddito degli acquirenti. A conclusione del capitolo occorre esaminare l’effetto dell’inflazione sulla domanda. Analizziamo il tutto a variabili nominali (a prezzi correnti di mercato). Si ipotizzi che – per effetto dell’inflazione – tutte le variabili nominali raddoppino: aumentano i redditi, i prezzi… Se tutto aumenta, i panieri di beni o servizi acquistati prima dell’inizio del processo inflazionistico possono essere ancora acquistati (infatti oltre ad aumentare i prezzi sono aumentati anche i redditi). Quindi non è cambiato nulla. Come si concilia questa conclusione con il concetto di reattività (o elasticità) della domanda a variazioni dei prezzi? Dobbiamo ricordare che il coefficiente di elasticità della domanda misura la reazione della quantità domandata di un bene rispetto a una sola variabile e a parità di tutte le altre. Con il processo inflazionistico tutte le variabili aumentano e perciò determinare il coefficiente diventa impossibile. Occorre, infatti, decomporre l’effetto complessivo sulla quantità domandata di un bene in tre componenti. Quando tutte e tre le variabili cambiano simultaneamente della stessa percentuale, la somma dei tre effetti è nulla. 4.8 L’elasticità dell’offerta. Molto simile a quella della domanda: l’elasticità dell’offerta di un bene o di un servizio rispetto al suo prezzo si misura attraverso un coefficiente calcolato come rapporto tra la variazione percentuale della quantità offerta e la (piccola) variazione percentuale del prezzo che l’ha provocata. Poiché la relazione tra quantità offerta e prezzo di un bene è diretta e positiva, il coefficiente di elasticità dell’offerta al prezzo è normalmente di segno positivo. Quanto più elastica al prezzo è l’offerta di un bene o di un servizio, tanto maggiore è la variazione percentuale della quantità offerta provocata da una piccola variazione percentuale del prezzo. Guardare figura 4.7 pagina 65 che rappresenta 3 tipi di curva di offerta:

1. Quando la curva di offerta è lineare, crescente e con intercetta positiva sull’asse del prezzo, il valore dell’elasticità varia da punto a punto, ma è sempre positivo e maggiore di 1. La curva SS è elastica e reattiva al prezzo.

2. La curva S’S’ ha elasticità nulla in ogni punto perché al variare del prezzo la quantità offerta non varia. 3. La curva S’’S’’ è infinitamente elastica al prezzo perché a una piccola riduzione del prezzo si riduce una

grande quantità di offerta. L’elasticità dell’offerta determina gli effetti sul prezzo e sulla quantità di equilibrio di un mercato concorrenziale provocate da un cambiamento della domanda. Quanto più rigida è l’offerta, tanto più rilevante è l’aumento di prezzo provocato da un dato aumento di domanda. Occorre precisare quale siano i fattori che determinano la reattività dell’offerta alle variazioni di prezzo. Si può affermare che, per la maggior parte dei prodotti, l’offerta di lungo periodo è più elastica dell’offerta di breve periodo. A breve termine le imprese hanno vincoli di capacità produttiva e solo a lungo termine possono espandersi acquisendo nuovi macchinari. CAPITOLO 5 – LA TEORIA DELLA SCELTA DEL CONSUMATORE 5.1 Un modello di scelta del consumatore In questo capitolo viene proposto un modello di scelta del consumatore. La struttura di questo modello è basata su 4 aspetti che caratterizzano il consumatore e il mercato in cui compie le sue scelte:

1. Il reddito disponibile del consumatore 2. I prezzi ai quali i beni possono essere acquistati 3. Le preferenze del consumatore in merito a panieri diversi di beni consumabili 4. L’obbiettivo del consumatore, identificato nell’ottenimento della massima soddisfazione o utilità.

Il vincolo di bilancio. Considerati congiuntamente, il reddito disponibile e i prezzi di mercato dei beni definiscono il vincolo di bilancio del consumatore. Il vincolo di bilancio di un consumatore è l’insieme dei panieri di beni e servizi che quest’ultimo è in grado di acquistare. Esempio: Uno studente ha un reddito settimanale di 50€ spendibili per acquistare pasti o andare al cinema. Il prezzo di un pasto è 5€, mentre quello di uno spettacolo è 10€. Se spende tutto il reddito disponibile di 50€ per pasti, può acquistare 10 pasti; se spende tutto il reddito per andare al cinema, può acquistare 5 biglietti. Tra questi due panieriestremi o d’angolo, vi sono numerosi panieri intermedi. L’insieme di questi panieri è il vincolo di bilancio del consumatore. La tabella 5.1 di pagina 68 rappresenta il vincolo di bilancio dello studente nell’ipotesi di spesa di tutto il reddito disponibile. La tabella 5.1 consente anche di ricavare il tasso di scambio tra pasti e film che è 2 a 1: ossia, ogni film in più implica la rinuncia a due pasti. E’ evidente che il tasso di scambio di 2 pasti per 1 film è determinato dal prezzo relativo dei due beni: il prezzo di un film (10€) è il doppio del prezzo di un pasto(5€). La linea di bilancio. Il vincolo di bilancio di un consumatore può essere rappresentato graficamente attraverso una retta detta linea di bilancio. La figura 5.1 di pagina 68 rappresenta la linea di bilancio dell’esempio dello studente sopra citato. I panieri A e F sono chiamati panieri d’angolo, ossia le combinazioni massime acquistabili composte solo da uno dei due beni. Il paniere A mostra la massima quantità di pasti (10) che lo studente può acquistare. Il paniere F rappresenta il paniere opposto, composto dalla massima quantità acquistabile di spettacoli (5). I punti intermedi tra A e F lungo la linea rappresentano i panieriintermedi composti da pasti e film. La pendenza della linea di bilancio rappresenta il tasso di scambio o prezzo relativo tra i due beni. In questo caso, il tasso di scambio è -2. Il segno negativo indica che lo studente deve rinunciare a due pasti per consumare uno spettacolo in più. In generale, se Px è il prezzo del bene rappresentato sull’asse orizzontale e Py è il prezzo del bene rappresentato sull’asse verticale, la pendenza della linea di bilancio è data da:

- Px/ Py Ogni punto al di sopra della linea di bilancio come G rappresenta un paniere non acquistabile. Punti al di sotto come K rappresentano panieri acquistabili con una spesainferiore al reddito disponibile. Solo spostamenti da un paniere a un altro lungo la linea di bilancio implicano un tasso di scambio tra i due beni. Le preferenze del consumatore secondo la teoria dell’indifferenza. Il vincolo e la linea di bilancio sintetizzano il potere di acquisto del consumatore. Occorre ora analizzare le preferenze. Si possono avanzare 3 ipotesi:

1. Il consumatore è sempre in grado di ordinare qualunque paniere di beni gli venga proposto in base alla sua utilità o comunque di dire se un paniere è per lui migliore, peggiore o indifferente al confronto con un altro (teoria dell’utilità ordinale).

2. Il consumatore è coerente con le sue scelte (coerenza o transitività delle preferenze). 3. Il consumatore deve essere insaziabile, ossia ha dei bisogni non soggetti a saturazione e quindi preferisce il +

al – (caratteristica della non sazietà). Guardare la figura 5.2 di pagina 69. Assumendo come parametro di riferimento il paniere H, i panieri che si trovano nella regione dominante (T) sono preferiti a H mentre i panieri che si trovano nella regione dominata (S) non sono preferiti a H. Panieri come L e M possono essere preferiti, non preferiti o indifferenti a H a seconda che i gusti del

consumatore propendano per il bene F, per il bene P o per nessuno dei 2. Per definire più rigorosamente le preferenze del consumatore, è necessario ricorrere al concetto di tasso marginale di sostituzione tra due beni: nel nostro caso, tra pasti e film. Il tasso marginale di sostituzione tra due beni – per esempio tra pasti e film – è il rapporto nel quale un consumatore è disposto a rinunciare a una certa quantità di un bene (pasti) in cambio di un’unità addizionale dell’altro (film), senza che questa sostituzione modifichi la sua utilità o soddisfazione. Nell’esempio dello studente, il tasso marginale di sostituzione tra pasti e film è il numero di pasti che il consumatore è disposto a sacrificare nel suo paniere in cambio di un film in più, senza che questa sostituzione incida sulla sua utilità o benessere complessivo (es. si ipotizzi che lo studente consumi un paniere di 10 pasti e nessun film. Se attribuisce al consumo di film qualche utilità, sarà sicuramente disposto a sacrificare pasti in cambio di un film, senza che questo incida sulla sua utilità o soddisfazione complessiva). Gli economisti ritengono che questo ragionamento del consumatore costituisca un principio logico molto generale,tale da poter essere assunto come postulato di base circa le preferenze dei consumatori. Questo postulato è detto ipotesi del tasso marginale di sostituzione decrescente. Le preferenze del consumatore mostrano un tasso marginale di sostituzione decrescente se – in condizioni di utilità totale costante – il consumatore è disposto a sacrificare quantità via via minori di un bene in cambio di un’unità addizionale di un altro bene. Guardare la figura 5.3 di pagina 70 che rappresenta le preferenze del consumatore attraverso le curve d’indifferenza. Lungo la curva d’indifferenza, l’utilità del consumatore non varia. Poiché il consumatore preferisce consumare di più piuttosto che di meno, i panieri su una curva d’indifferenza più in alto (rispetto all’origine) sono preferiti ai panieri su una curva più in basso. Il tasso marginale di sostituzione tra i due beni diminuisce passando dalla combinazione A a B e da B a C (partendo dal paniere A, uno spostamento verso il paniere B implica un sacrificio di 3 pasti in cambio di 1 film. Un ulteriore spostamento da B a C implica la rinuncia a 1 pasto in cambio di 1 film). Le ipotesi avanzate prima – che il consumatore sia in grado di ordinare qualunque paniere, che sia insaziabile rispetto ai propri bisogni, che sia coerente e mostri un tasso di sostituzione decrescente – consentono di rappresentare le preferenze attraverso una mappa di curve d’indifferenza o mappa di’indifferenza. La rappresentazione delle preferenze attraverso le curve d’indifferenza. Guardando sempre la figura 5.3 di pagina 70. Interpolando una curva attraverso i punti A, B e C si ottiene la curva di indifferenza. Una curva d’indifferenza rappresenta i panieri di beni e servizi di consumo che un consumatore considera indifferenti e ai quali attribuisce quindi un’identica utilità. La figura 5.3 di pagina 70 presenta 3 diverse curve d’indifferenza: U1, U2 e U3. Un punto sulla curva U2 è un paniere di consumo indifferente rispetto a ogni altro punto sulla stessa curva, in quanto conferiscono al consumatore la stessa utilità. Una curva d’indifferenza è normalmente inclinata negativamente perché i bisogni del consumatore sono insaziabili e affinchè l’utilità del consumatore non aumenti, è necessario che l’aumento del consumo di un bene (film) sia compensato dal minor consumo di un altro bene (pasti). La concavità verso l’alto dipende dall’andamento decrescente del tasso marginale di sostituzione tra beni. Di fatto, il tasso marginale di sostituzione tra pasti e film è la pendenza (in valore assoluto) della curva d’indifferenza nel punto che rappresenta il paniere considerato. Il paniere E rappresentato sulla curva U3 propone un maggiore consumo di beni ed è quindi preferibile a B che si trova sulla curva U2. La figura 5.4 di pagina 71 spiega perché le curve d’indifferenza non si possono intersecare. Se due curve d’indifferenza si intersecassero, il consumatore sarebbe indifferente nella scelta dei panieri in quanto essi sono indifferenti rispetto al punto in cui le due rette si intersecano. Attraverso la mappa delle curve d’indifferenza è possibile rappresentare le preferenze di ogni singolo consumatore. La figura 5.5 di pagina 72 mostra le mappe d’indifferenza di 3 studenti con preferenze diverse in merito a panieri di pasti e film. Il caso (a) si riferisce a uno studente appassionato di film che è disposto a sacrificare un numero elevato di pasti pur di disporre di un film in più. Il caso (b) rappresenta le curve d’indifferenza di un ghiottone disposto a rinunciare a un elevato numero di film in cambio di un pasto in più. Il caso (c) illustra la mappa d’indifferenza di uno studente per il quale i film non sono né un bene né un male e la cui utilità dipende solo dai pasti. La scelta del consumatore e la massimizzazione dell’utilità. La linea di bilancio definisce il potere d’acquisto del consumatore. La mappa d’indifferenza ne rappresenta le preferenze. Il modello ipotizza che il consumatore abbia come obbiettivo la massimizzazione della sua utilità, compatibilmente con il suo vincolo di bilancio. Questa ipotesi implica che il consumatore sceglierà uno dei panieri che si trova sulla sua linea di bilancio. I panieri al di sopra della linea di bilancio non sono per lui acquistabili mentre quelli al di sotto sono acquistabili, ma il consumatore ha la possibilità di accrescere la sua utilità comprando una maggiore quantità dell’uno, dell’altro o di entrambi i beni. Per determinare quale sia il paniere, tra quelli che si trovano sulla linea di bilancio, che massimizza l’utilità del consumatore, occorre considerare le specifiche preferenze di quest’ultimo (es. il paniere ottimale per lo studente cinefilo sarà composto in prevalenza da film o solo da film e quindi potrebbe corrispondere con il paniere d’angolo). Nella figura 5.6 di pagina 73 sono rappresentati insieme la linea di bilancio di uno studente e la mappa d’indifferenza che ne esprime le preferenze in merito a panieri diversi di pasti e film. I panieri che si trovano sulla curva U 3 sono al di là del vincolo di bilancio e quindi non acquistabili dal consumatore. Il paniere B che si trova sulla curva U 1 (più alta) è preferibile al paniere A che si trova sulla curva U0 (più bassa). Il paniere B è preferibile al paniere F. Tuttavia il paniere

B, così come il paniere E di pari utilità, non è quello ottimale per lo studente. Il paniere preferibile è C perché garantisce allo studente la massima utilità ottenibile dal suo vincolo di bilancio. Il paniere ottimo per il consumatore – ossia, quello che massimizza la sua utilità compatibilmente con il vincolo di bilancio – è il punto in cui la pendenza della linea di bilancio e della curva dell’indifferenza a essa tangente coincidono (si toccano), ovvero, è il paniere in corrispondenza del quale il tasso di scambio (o prezzo relativo) dei due beni è uguale al loro tasso marginale di sostituzione (Guardare figura 5.7). 5.2 La reazione del consumatore a cambiamenti del suo reddito. La figura 5.8 di pagina 74 rappresenta la reazione di un consumatore-studente a un cambiamento del suo reddito monetario o nominale, a parità di preferenze e prezzi dei beni che consuma. Inizialmente, lo studente dispone di un reddito settimanale di 50€, la sua linea di bilancio è AF e O è il paniere ottimo che gli garantisce la massima utilità con il suo vincolo di bilancio. Un aumento del reddito da 50 a 80€ - a parità dei prezzi dei pasti e dei film – fa spostare parallelamente verso l’alto la sua linea di bilancio da AF a A’F’. Il potere d’acquisto dello studente è aumentato. Il paniere A’ indica che la massima quantità di pasti che, con il nuovo reddito disponibile, lo studente è in grado di acquistare è di 16 settimanali, rispetto ai 10 acquistabili con il precedente reddito di 50€. Analogamente, il paniere d’angolo F’ è costituito solo da film e la massima quantità settimanale acquistabile di questi ultimi è ora di 8. La nuova linea di bilancio A’F’ è parallela alla vecchia perché i prezzi di pasti e film non sono aumentati. Il nuovo paniere ottimo è O’, il punto in cui la nuova linea di bilancio è tangente alla più alta curva d’indifferenza raggiungibile. Poiché i prezzi di pasti e film non sono cambiati, la pendenza della linea di bilancio non cambia in quanto lo studente considera i due beni come “beni normali”. La figura 5.9 presenta una situazione in cui, a parità di incremento del reddito da 50 a 80€ e di prezzi – le preferenze dello studente sono diverse in quanto i pasti sono considerati un bene inferiore. Il nuovo paniere O’ è di conseguenza composto da una minor quantità di pasti ( 4 invece di 6), pur essendo aumentato il reddito nominale e reale dello studente. Le conseguenze di una riduzione del reddito reale di un consumatore sono esattamente opposte a quelle precedentemente analizzate. La linea di bilancio si sposta parallelamente verso il basso. Se il consumatore considera normali entrambi i beni, la riduzione del reddito induce una riduzione della quantità domandata di entrambi. Se uno dei due beni è considerato inferiore, la sua quantità domandata aumenta al diminuire del reddito del consumatore. Il sentiero di espansione reddito- domanda. Estendendo l’analisi a ogni possibile livello del reddito disponibile, si può definire il sentiero di espansione reddito- domanda del consumatore, anche detto sentiero reddito-consumo. Il sentiero di espansione reddito-domanda è una curva i cui punti rappresentano i panieri ottimi (quindi domandabili e consumabili) per il consumatore a ogni possibile livello di reddito. Nelle figura 5.9 di pagina 75, ipotizzando altri livelli di reddito spendibili, verrebbero identificati altri panieri ottimi per il consumatore, ognuno corrispondente a un reddito definito. Interpolando una curva per i panieri ottimi così identificati, si ottiene il sentiero di espansione reddito-domanda del consumatore. È interessante rilevare come l’andamento del sentiero risulti crescente solo se il consumatori considera normali i due beni (Figura 5.8). Se invece uno dei due beni è considerato inferiore, il sentiero ha inclinazione negativa (Figura 5.9). 5.3 La reazione del consumatore a cambiamenti del prezzo relativo dei beni. Si può ora affrontare separatamente l’effetto di un cambiamento del prezzo di uno dei beni o di entrambi. Il cambiamento dei prezzi e la linea di bilancio del consumatore Se il prezzo dei film diventa 5€ mentre il prezzo dei pasti rimane inalterato, la linea di bilancio del consumatore si sposta da AF a A’F’ (Figura 5.10 pagina 76). Una riduzione del prezzo dei film – a parità di altre condizioni – provoca perciò una rotazione verso destra della linea di bilancio del consumatore intono al punto A, che rappresenta il paniere d’angolo composto solo da pasti e che non dipende in alcun modo dal prezzo dei film. A eccezione del paniere A, grazie al ridotto prezzo dei film lo studente può ora acquistare più pasti e più film. Dunque, il reddito reale o potere d’acquisto dello studente è aumentato, anche se il suo reddito monetario o nominal è rimasto 50 euro. L’effetto di sostituzione e l’effetto di reddito. La diminuzione del prezzo dei film ha due distinti effetti sulla linea di bilancio del consumatore. In primo luogo, l’inclinazione della linea di bilancio si riduce in quanto il prezzo relativo o tasso di scambio tra film e pasti passa da 2 pasti per 1 film a 1 pasto per 1 film. In secondo luogo, la linea di bilancio del consumatore ruota verso l’alto da AF a AF’: il potere d’acquisto è aumentato in seguito alla riduzione del prezzo dei film. L’effetto complessivo di una riduzione del prezzo di un bene sulla quantità domandata di quest’ultimo può essere scisso in due effetti distinti. L’effettodisostituzione è il cambiamento nella quantità domandata di un bene attribuibile esclusivamente al cambiamento del suo prezzo relativo. L’effetto direddito è il cambiamento nella quantità domandata di un bene attribuibile alla variazione di reddito reale provocata dal cambiamento del prezzo relativo del bene. Guardare la figura 5.11 di pagina 70. Per isolare l’effetto di sostituzione dovuto al solo cambiamento del prezzo relativo si può rappresentare la linea teorica HH, parallela ad AF’ e tangente in D alla curba di indifferenza U 1. Poiché HH è parallela alla nuova linea di bilancio AF’, la sua pendenza riflette il nuovo prezzo relativo dei due beni. Il passaggio da O a D rappresenta quindi la reazione del consumatore al solo cambiamento del prezzo relativo dei due beni in presenza di un reddito reale che non è cambiato: l’aumento della quantità consumata di film da QF 1 a QF2 rappresenta l’effetto di sostituzione. Questa conclusione ha una validità generale: quando il prezzo di un bene diminuisce, il consumatore è incentivato a sostituire gli altri beni con il bene che è diventato più conveniente.

Per isolare l’effetto dell’aumento del reddito reale, si consideri ora lo spostamento della linea di bilancio da HH a AF’. Il consumatore passa dal paniere D al paniere O’. Essendo i due beni considerati normali, si può arrivare a una conclusione generale: se il bene il cui prezzo diminuisce è normale, l’effetto di reddito è anch’esso positivo per il bene, ossia incentiva il consumatore ad aumentare la quantità domandata. Quindi, in reazione alla riduzione del prezzo dei film, il consumatore passa dal paniere O al paniere O’. questo spostamento può essere interpretato come risultato complessivo di due reazioni: una prima reazione, dovuta all’effetto di sostituzione, lo induce a passare da O a D e una seconda reazione, dovuta all’effetto reddito, lo induce a passare da D a O’. Se il bene il cui prezzo relativo è diminuito è un bene normale, i due effetti (sostituzione e reddito) hanno lo stesso segno positivo e inducono quindi il consumatore ad aumentare la quantità domandata del bene. Quando il bene il cui prezzo relativo diminuisce è un bene inferiore, l’effetto di sostituzione induce il consumatore ad accrescerne la quantità domandata, ma l’effetto reddito lo incentiva a ridurla e dunque i due affetti hanno segno opposto. Si può persino ipotizzare che l’effetto di reddito prevalga sull’effetto di sostituzione, cosicché alla diminuzione del prezzo del bene inferiore il consumatore reagisca ridcendone la quantità domandata. La curva di domanda del bene ha, dunque, pendenza positiva: al crescere del prezzo, il consumatore aumenta la quantità domandata e viceversa. I beni e i servizi che hanno questa particolare curva di domanda inclinata positivamente sono detti beni di Giffen. Un bene inferiore non è necessariamente un bene Giffen; di fatto, i beni sono raramente considerati dai consumatori così inferiori da fa sì che l’effetto di reddito prevalga sull’effetto di sostituzione. 5.4 Dalle curve di domanda individuali alla curva di domanda di mercato. Guardare la figura 5.12 di pagina 79 che rappresenta la reazione del consumatore alla variazione del prezzo di un bene normale e la derivazione della curva di domanda individuale. La curva che unisce i vari panieri ottimi in corrispondenza di vari livelli di prezzo è detta sentiro di espansione prezzo-domanda o setiero prezzo-consumo. Nel caso dei beni normali ha pendenza positiva; per contro, nel caso dei beni di Giffen ha pendenza negativa. Occorre ora affrontare il problema dell’aggregazione delle domande individuali dei consumatori per definire la domanda di mercato. La domanda di mercato è la somma delle domande individuali di tutti gi acquirenti che operano nel mercato di un bene o servizio. La domanda di mercato si ottiene sommando, a ogni possibile prezzo di un bene, la quantità che ogni singolo acquirente è disposto ad acquistare a quel prezzo. Graficamente, la curva di domanda di mercato di un bene è ottenibile sommando orizzontalmente le curve di domanda individuali degli acquirenti. A ogni dato livello del prezzo rappresentato sull’asse verticale, la quantità domandata complessivamente dal mercato è la somma, misurata sull’asse orizzontale, delle quantità domandate individuali (Guardare figura 5.14 pagina 81). 5.5 I trasferimenti di reddito e i trasferimenti di beni e servizi. Un trasferimento di reddito è un pagamento in moneta realizzato da un ente pubblico (Governo) nei confronti di un beneficiario senza che quest’ultimo fornisca una contropartita (es. la pensione). Il salario, al contrario, non è un trasferimento di reddito perché il lavoratore fornisce la propria prestazione di servizio. Un trasferimento di beni o servizi è invece l’erogazione gratuita a un beneficiario di beni o servizi reali o di titoli (tessere, buoni ecc.) spendibili esclusivamente per l’acquisto di specifici beni o servizi (es. i buoni pasto che un ente pubblico eroga gratuitamente alle famiglie povere). Guardare la figura 5.15 di pagina 82 che rappresenta il vincolo di bilancio AF di un consumatore che disponga di un reddito di 100€ da spendere per alimenti e film il cui prezzo è identico e pari a 10€. Si supponga ora che il Governo benefici il consumatore con buoni pasto spendibili per l’acquisto di 4 unità di beni alimentari. Grazie ai buoni pasto, il consumatore dispone ora di una nuova linea di bilancio ABF’ perché la quantità massima di beni alimentari è aumentata di 4 unità ed è arrivata a 14. Dall’altra parte, poiché i buoni pasto non possono essere utilizzati per acquistare film la quantità massima acquistabile di film è sempre 10. Se invece il Governo avesse optato per un trasferimento di reddito la nuova linea di bilancio sarebbe stata A’F’. Il trasferimento di reddito monetario consente ai beneficiari di spendere come meglio credono il loro denaro. Il trasferimento di beni può limita in modo rilevante le possibilità di scelta del beneficiario: l’utilità che ne traggono puòò, infatti, essere minore di quella che ne trarrebbero in caso di trasferimento di reddito di pari valore. Molti di coloro che preferiscono i trasferimenti di beni a quelli di reddito pensano che i poveri non sappiano spendere saggiamente il reddito di cui dispongono: potrebbero quindi destinare i trasferimenti di reddito a beni “socialmente sconvenienti” (come l’alcol o i divertimenti) inve3ce che a beni socialmente convenienti (come il cibo o l’alloggio). CAPITOLO 6 – INTRODUZIONE ALLA TEORIA DELL’OFFERTA In questo capitolo viene analizzata la teoria dell’offerta. Un’impresa deve essere in grado di valutare il costo e il ricavo ottenibile dalle vendite. Il costo di produzione di un definito volume di output dipende dalla tecnologia usata ma soprattutto dai prezzi dei fattori produttivi acquistati. Il ricavo derivante dalle vendite di un volume di output dipende dalla domanda. La domanda determina il prezzo al quale è possibile vendere un dato volume di prodotto e quindi il ricavo ottenibile dall’impresa. Il profitto è la differenza tra ricavo e costo totale. L’obbiettivo base della teoria dell’offerta è che l’impresa abbia come obbiettivo l’ottenimento del massimo profitto. 6.1 Il settore e le strutture del mercato. Un settore è l’insieme delle imprese che producono uno stesso prodotto e quindi operano come offerenti nello stesso mercato. La produzione di un settore è data dalla somma delle produzioni delle singole imprese che ne appartengono. La struttura di un mercato è l’insieme dei caratteri della domanda e dell’offerta del mercato che influenzano il comportamento degli acquirenti e la performance dei venditori.

I caratteri strutturali rilevanti di un mercato sono: le condizioni di entrata e di uscita, il grado di concentrazione della domanda e dell’offerta, la differenziazione del prodotto e il grado di trasparenza informativa (mercato trasparente = tutti sono a conoscenza di tutto). La tabella 6.1 pagina 88 presenta quattro tipi di strutture di mercato: la concorrenza perfetta e il monopolio perfetto, che rappresentano le due forme estreme; la concorrenza monopolistica e l’oligopolio sono tipoligie intermedie, generalmente definite di concorrenza imperfetta. Il mercato di concorrenza perfetta è caratterizzato da assoluta libertà di entrata e di uscita delle imprese, frammentazione delle domanda e dell’offerta tra molti piccoli acquirenti e venditori, omogeneità (assenza di differenziazione) del bene scambiato e perfetta trasparenza. In questo mercato, non sono le imprese a decidere il prezzo di vendita ma bensì l’incontro tra la domanda e l’offerta. Dunque, non competono attraverso il prezzo ma attraverso la quantità. Il mercato di monopolio perfetto è invece caratterizzato da insormontabili barriere all’entrata di nuovi concorrenti e assoluta libertà di uscita, concentrazione dell’offerta in un’inica impresa e frammentazione della domanda, assenza di sostituti del bene o servizio offerto e perfetta trasparenza. Concorrenza perfetta e monopolio perfetto sono, quindi, forme di mercato del tutto teoriche. 6.2 La forma giuridico-organizzativa dell’impresa. (leggere) Esistono diversi tipi di impresa:

1. L’impresa individuale = impresa la cui proprietà e gestione fanno capo a UNA persona fisica. In questa impresa, l’imprenditore ha il diritto di appropriarsi del profitto ed è responsabile personalmente e illumitatamente delle eventuali perdite.

2. La società di persone = impresa la cui proprietà fa capo a due o più persone fisiche che hanno diritto alla spartizione del profitto e sono solidalmente responsabili di eventuali perdite. Non tutti i soci di una società di persone partecipano attivamente alla gestione. Alcuni di loro apportano semplicemente il capitale finanziario in cambio di una quota di profitto dell’impresa. I soci di una società di persone hanno una responsabilità illimitata e solidale in merito agli obblighi dell’impresa. Nel caso in cui l’impresa avesse dei debiti da saldare si può avvalere sul capitale personale dei soci.

3. Le società di capitali = impresa la cui proprietà è distribuita tra soci, apportatori di capitale, che hanno diritto alla ripartizione del profitto in proporzione alla quota di capitale apportata. Questa impresa viene chiamata “società di capitale a proprietà diffusa (public company)” quando la proprietà è distribuita tra molti azionisti. Per diventare azionisti di una società di capitali occorre acquistare azioni della società. I proprietari-azionisti della società di capitali ottengono un reddito in due modi:

• in primo luogo, attraverso i dividenti che la società paga agli azionisti in proporzione alla loro quota di capitale.

• In secondo luogo, attraversino i guadagni di capitale derivanti dall’aumento del VALORE dei titoli azionari della società (es. se un azionista ha acquistato azioni di Telecom Italia al prezzo di 3€ e – dopo l’annuncio di un aumento dei profitti di Telecom nell’ultimo esercizio – le rivende al prezzo di 4€, realizza un guadagno di capitale di 1€ per azione venduta). RICORDA: gli azionisti di una società di capitali hanno responsabilità limitata e cioè: essi possono subire una pari al reddito speso per acquistare le azioni della società. Il loro patrimonio personale non viene attaccato.

Le società di capitali sono gestite da 2 organi: 1. Consiglio di amministrazione = organo decisivo per la società. 2. Azionisti = coloro che sono proprietari delle quote.

6.3 Le rilevazioni contabili dell’impresa. (leggere) Le imprese registrano due insiemi di rilevazioni contabili relative alla gestione: il primo insieme è quello delle variabili flusso, il secondo delle variabili stock (o fondo). I flussi sono variabili la cui dimensione è riferita a un definito periodo di tempo (es. il volume di produzione e i ricavi derivanti dalle vendite). Gli stock o fondi sono variabili misurabili in riferimento a un istante o una data (es. l’attivo patrimoniale redatto al 31/12). Le variabili flusso sono registrate in un prospetto chiamato conto profitti e perdite o conto economico. Le variabili stock sono registrate in un prospetto chiamato stato patrimoniale riferito al 31/12 dell’ultimo mese dell’anno. Le variabili flusso: il conto profitti o perdite. Il ricavo totale (RT) di un’impresa è il valore monetario totale delle ENTRATE derivanti dalla vendita di beni e servizi in un dato periodo di tempo (anno). Il costo totale (CT) di un’impresa è il valore monetario delle spese che essa sostiene per produrre e vendere i beni e servizi in un dato periodo di tempo. Il profitto è dato dalla differenza tra ricavi di vendita e costi totali di produzione (profitto = RT-CT). Guardare tabella 6.2 pagina 91 per vedere un esempio di conto economico. Dal punto di vista economico, i ricavi e i costi devono essere calcolati in base al periodo di competenza (1 gennaio – 31 dicembre) e non a quello di effettiva realizzazione. La distinzione tra costi e ricavi di competenza e incassi e pagamenti effettuati è alla base dell’importante distinzione tra profitto economico e prospetto del flusso di cassa. Il flusso di cassa di un’impresa è la differenza tra costi e ricavi effettuati nel periodo di competenza.

Nel conto economico sono esclusi i costi figurativi delle risorse apportate dai proprietari dell’impresa cioè i costi che NON danno luogo a esborsi monetari. Il profitto economico è quindi dato dal profitto contabile al netto dei costi figurativi calcolati con il criterio del costo opportunità. Il deprezzamento del capitale. Il capitale fisico di un’impresa è costituito dagli impianti, dalle macchine e da tutte le attrezzature utilizzate per produrre beni o servizi (beni durevoli utilizzati per + produzioni). Nel calcolare il profitto di un’impresa relativo a un periodo di tempo, occorre calcolare il costo di utilizzo del bene nell’anno e non il suo costo di acquisto (es. se l’impresa acquista capitale fisico per 8000€ e durante l’anno il valore del capitale fisico si fosse ridotto a 5600€, il costo d’uso del capitale fisico sarebbe di 2400€ (8000-5600)). Il costo d’uso del capitale fisico in un determinato periodo è detto: DEPREZZAMENTO DEL CAPITALE. Il deprezzamento del capitale è la perdita di valore di quest’ultimo dovuto al suo uso produttivo in un dato periodo. Le scorte. Le scorte sono stock di beni che l’impresa costituisce per far fronte a vendite future. Il costo del capitale finanziario. Le imprese ricorrono spesso a prestiti e su questi devono pagare gli interessi passivi. Le variabili stock: lo stato patrimoniale. Lo stato patrimoniale è diviso in attività e passività e si riferisce a una data precisa. Le attività sono costituite dal patrimonio della società, mentre le passività sono, in senso generale, i suoi debiti. Il capitale netto è la differenza tra attività e passività (Guardare tabella 6.3 pagina 93). Perché il capitale netto è inserito nella colonna delle passività? Perché il capitale netto è un debito che la società ha nei confronti degli azionisti-proprietari. Ricordiamo che se un ente esterno volesse acquisire una società già avviata e in una buona posizione sul mercato deve pagare anche l’avviamento, ossia la sua reputazione. Il profitto reinvestito. Il profitto economico di un’impresa, al netto delle imposte, può essere destinato al pagamento dei dividendi agli azionisti oppure reinvestito nell’impresa. Il profitto reinvestito (autofinanziamento proprio) è la parte di profitto dell’impresa, al netto delle imposte, che viene reinvestito nell’impresa anziché distribuito ai proprietari-azionisti. Il profitto reinvestito accresce le attività dello stato patrimoniale dell’impresa. Il costo opportunità e il costo contabile. (studiare da questo paragrafo) Gli economisti definiscono il costo d’uso di una risorsa non come il pagamento sostenuto per la sua acquisizione, ma attraverso il costo opportunità. Il costo opportunità dell’uso di una risorsa è la stima o il valore (rendimento) del migliore impiego alternativo. Esempio: L’imprenditore proprietario e amministratore di una società individuale potrebbe disporre di un profitto annuo di 20000€. Questa valutazione trascura il costo opportunità del lavoro che l’imprenditore svolge come amministratore nella sua impresa, ossia il mancato salario che avrebbe potuto percepire lavorando in un’altra impresa. Se questo salario fosse di 25000€, il profitto economico che l’imprenditore trae dalla sua attività sarebbe negativo per un ammontare di 5000€ (25000-20000). Il profitto economico eventualmente risultante dopo la deduzione dai ricavi di un’impresa di tutti i costi opportunità delle risorse impiegate è detto extra-profitto. L’extra-profitto di un’impresa è il profitto economico che il proprietario e/o i proprietari ricavano in eccedenza dal rendimento che avrebbero potuto ottenere con un impiego alternativo delle proprie risorse (se l’imprenditore con la sua attività avesse un profitto di 35000€ il suo extra-profitto sarebbe di 10000€ dato dalla differenza tra 35000 e 25000 che avrebbe percepito lavorando in un’altra impresa). Sono gli extra-profitti, e non i profitti contabili, a indicare la convenienza all’allocazione di risorse in un’impresa e quindi a incentivare la riallocazione delle risorse tra imprese diverse. 6.4 L’impresa e la massimizzazione del profitto La teoria economica ipotizza che le decisioni delle imprese circa la produzione e l’offerta siano finalizzate all’ottenimento del massimo profitto. La proprietà e il controllo dell’impresa. Come abbiamo detto prima, nelle società di capitali abbiamo la separazione tra proprietà e controllo dell’impresa. Gli azionisti sono i proprietari dell’impresa mentre gli amministratori sono coloro che controllano. Tra questi due organi sorgono spesso delle controversie perché hanno obbiettivi diversi: gli azionisti vogliono massimizzare il profitto mentre gli amministratori voglio far crescere l’impresa. Essendo gli azionisti i proprietari dell’impresa, hanno il coltello dalla parte del manico perché volendo possono sostituire gli amministratori con altri più vicini a perseguire gli obbiettivi di massimizzazione del profitto. In alternativa, gli azionisti possono incentivare il management a perseguire i loro interessi, conferendogli una quota azionaria piccola rispetto al totale delle azioni, ma rilevante rispetto alla remunerazione dei manager. 6.5 Il finanziamento e il controllo dell’impresa. (leggere) La finanzaaziendale si occupa del reperimento di capitale finanziario da parte delle imprese attraverso canali diversi, come il profitto non distribuito agli azionisti oppure l’emissione di nuove azioni o infine l’accensione di prestiti. In alcuni paesi, il finanziamento è prevalentemente esterno, in altri interno. La principale differenza tra i due sistemi di finanziamento è il grado di controllo che i FINANZIATORI (chi finanzia) esercitano sull’impresa.

Le scalate societarie: un bene o un male? Le scalate societarie sono l’acquisizione ostile del controllo di un’impresa. Come detto prima, le società di capitali hanno due organi: proprietari e controllori. Spesso succede che il management (controllori) agisca nel proprio interesse anziché in quello degli azionisti. Il timore di scalate societarie può far allontanare il management dai propri obbiettivi per avvicinarsi agli interessi degli azionisti. 6.6 La scelta del volume di produzione di un’impresa: una panoramica Il problema dell’impresa è la scelta della quantità di prodotto che le prospetta il massimo profitto. In ragione di quello che può essere l’andamento della domanda del mercato e in ragione di quella che può essere la struttura del mercato in cui opera l’impresa, i costi di produzione e ricavi di vendita interagiscono nel determinare il volume di produzione e di offerta che garantisce all’impresa il massimo profitto. Il costo totale minimo per ogni volume di produzione realizzabile. Un’impresa che mira a massimizzare il profitto deve conoscere il costo totale minimo al quale può produrre ogni possibile volume di produzione e di offerta. Guardare tabella 6.4 pagina 98. La tabella indica che l’impresa deve sostenere un costo fisso di 10€ anche se non produce. Il costo fisso non dipende dal volume di produzione. In aggiunta al costo fisso, l’impresa deve sostenere dei costi variabili che crescono al crescere della produzione. Le informazioni della tabella 6.4 sono rappresentate graficamente nella figura 6.1: la curva si chiama curva del costo totale di produzione e indica, per ogni volume di produzione realizzabile, il costo totale minimo al quale è tecnicamente possibile realizzare la produzione. Ovviamente, l’andatura della curva del costo totale di produzione è sempre crescente perché più produco più costi devo sostenere. Tuttavia la sua pendenza positiva è, in genere, variabile. A bassi livelli di produzione il costo totale aumenta relativamente poco al crescere della quantità prodotta. Invece, a elevati livelli di produzione, il costo totale aumenta sensibilmente al crescere del volume di produzione. In questa situazione, infatti, l’impresa deve pagare salari straordinari ai dipendenti per indurli a lavorare di sabato e/o di domenica. Il ricavo totale. L’imprenditore deve conoscere anche i ricavi ottenibili dalle vendite: le informazioni sui ricavi di vendita si deducono dalla funzione di domanda del bene che l’impresa offre sul mercato. Guardare la tabella 6.5 di pagina 99. Al diminuire del prezzo di vendita, la quantità che l’impresa può vendere aumenta. La colonna 3 della tabella presenta i valori del ricavo totale. Questo ricavo è ottenuto moltiplicando il prezzo di vendita della colonna 2 per la quantità domandata della colonna 1. Il profitto totale. Sempre in riferimento alla tabella 6.5, la colonna 4 mostra il costo totale minimo di produzione di ogni livello di output. La colonna 5 della tabella rappresenta il profitto totale ottenibile dell’impresa. In corrispondenza di bassi livelli di produzione e vendita, il profitto totale ottenibile dall’impresa è negativo: il costo totale supera infatti il ricavo totale. Anche in corrispondenza di alti livelli di produzione il profitto totale è negativo. Il massimo profitto ottenibile è 27€ e se quindi l’impresa mira ad ottenere il massimo profitto totale deve produrre 6 unità e venderle al prezzo di 16€. Come detto prima, i costi totali sono ottenuti calcolando i costi opportunità di tutte le risorse utilizzate per la produzione e sono pari a 69€ mentre i ricavi sono 96€. La ricerca del massimo profitto economico non coincide con quella del massimo ricavo. In sintesi, l’impresa calcola il livello di profitto totale associato a ogni possibile volume di produzione e vendita, per fare questo, è necessario calcolare sia i ricavi ottenibili dalle vendite sia i costi da sostenere per la produzione. Il volume di produzione corrispondente al massimo profitto totale è quello che l’impresa decide di realizzare. 6.7 Il costo marginale e il ricavo marginale. Il problema della determinazione del volume di produzione e vendita che prospetta all’impresa il massimo profitto può essere risolto con un approccio diverso. I dati della tabella 6.5 di pagina 99 possono essere presentati in modo diverso, così da poter valutare il costo e il ricavo di ogni unità prodotta e venduta. Questo approccio, che analizza l’effetto della produzione di ogni unità addizionale sul profitto dell’impresa è incentrato sul calcolo del costo e del ricavo marginale. Il costomarginale è la variazione del costo totale conseguente alla produzione di una unità addizionale di prodotto (ΔCT/Δq). Il ricavomarginale è la variazione del ricavo totale conseguente alla produzione e alla vendita di una unità addizionale di prodotto (ΔRT/Δq). Nella tabella 6.6 sono presentati i valori del costo marginale (MC) e del ricavo marginale (MR) di ogni unità prodotta e venduta dall’impresa sulla base dei costi e ricavi ipotizzati nella precedente tabella 6.5 di pagina 99. Il costo marginale. Sempre in riferimento alla tabella 6.6 il costo marginale della prima unità prodotta è 15€. Infatti, se l’impresa aumenta la produzione da 0 a 1, il suo costo totale aumenta da 10 a 25€ (25-10=15). Con lo stesso procedimento si possono calcolare gli altri costi marginali. Guardare la figura 6.3 di pagina 101. Perché il costo marginale di produzione ha un andamento a U, ossia inizialmente elevato, diminuisce fino a un valore minimo e poi cresce? Il suo andamento dipende dal costo totale e cioè dai prezzi delle risorse necessarie per la produzione. Inizialmente, a bassi livelli di produzione, l’impresa deve acquistare, per ogni unità addizionale di produzione, risorse variabili che beneficiano del capitale fisso disponibile (attrezzature,impianti…) e la cui produttività è crescente. Quando la produzione raggiunge un livello corrispondente alla piena ed efficiente utilizzazione delle risorse fisse disponibili, ogni unità addizionale di produzione richiede l’acquisto di risorse aggiuntive e la produttività diventa via via minore.

Il ricavo marginale. Sempre in riferimento alla tabella 6.6 di pagina 100. Se l’impresa aumenta la produzione e le vendite da 0 a 1 unità, il suo ricavo totale passa da 0 a 21€: quindi 21€ è il ricavo marginale della prima unità di prodotto. Guardare la figura 6.4 di pagina 101. Il ricavo marginale è continuamente decrescente e può persino diventare negativo in corrispondenza di elevati livelli di vendite. Il suo andamento dipende dalla domanda dell’impresa. Per comprendere come e perché il ricavo marginale vari al variare della quantità venduta e possa persino negativo, si consideri la seguente definizione:

1. ricavo marginale: aumento di ricavo totale derivante dalla produzione e dalla vendita di 1 unità addizionale. Dalla definizione (1) consegue che:

2. rivavo marginale: prezzo al quale è venduta l’ultima unità prodotta diminuito del minore ricavo derivante dalla vendita delle altre unità (inframarginali) a un prezzo inferiore.

Nella tabella 6.5 di pagina 99 si vede che l’impresa può vendere 5 unità di prodotto a un prezzo unitario di 17€. Per aumentare le vendite a 6 unità, l’impresa deve vendere a un prezzo di 16€ sia la sesta unità sia le cinque che poteva vendere a 17€. Quindi il ricavo marginale della sesta unità è pari al prezzo di 16€ a cui vende quest’ultima meno i 5€ di minore ricavo delle 5 unità inframarginali: 11€. Le unità inframarginali sono quelle vendute ad un prezzo minore. Il ricavo marginale decresce continuamente per due ragioni. In primo luogo perché, essendo la curva di domanda dell’impresa inclinata negativamente, ogni unità addizionale può essere venduta solo a un prezzo più basso di quello al quale potevano essere le unità precedenti. In secondo luogo, perché le successive riduzioni di prezzo necessarie per vendere unità addizionali di prodotto riducono in modo sempre più rilevante il ricavo totale ottenibile dalle unità inframarginali. Il ricavo marginale ottenibile da ogni unità addizionale venduta ha due caratteristiche:

a. Tende a diminuire al crescere della quantità venduta b. È inferiore al prezzo di vendita dell’ultima unità a causa della perdita di ricavo sulle altre unità.

La determinazione del volume di produzione che massimizza il profitto dell’impresa attraverso il confronto tra costo e ricavo marginale. Guardare tabella 6.7 di pagina 103. Il confronto tra costo e ricavo marginale consente di determinare il volume di produzione e di vendite che massimizza il profitto totale dell’impresa. Se il ricavo marginale è maggiore del costo marginale, la produzione e la vendita di un’unità addizionale accresce il profitto: quindi l’impresa ha convenienza a produrla e venderla. La tabella mostra che l’impresa ha convenienza a produrre fino alla sesta unità. Se il ricavo marginale è minore del costo marginale, l’impresa non ha convenienza a produrre perché altrimenti riduce il suo profitto. L’impresa ha quindi convenienza a ridutte la produzione perché così facendo incrementa il suo profitto complessivo. La quantitàottima da produrre e vendere è determinata dall’uguaglianza tra costo e ricavo marginale. 6.8 L’uguaglianza tra costo e ricavo marginale attraverso il confronto delle rispettive curve. È possibile determinare il volume ottimo di produzione e vendita attraverso il confronto delle curve che rappresentano l’andamento del costo marginale e del ricavo marginale. Guardare la figura 6.5 di pagina 104. Il volume di produzione e di vendita ottimale per l’impresa è Q* e cioè nel punto E, in corrispondenza dell’uguaglianza tra costo e ricavo marginale, oltre che di un ricavo marginale decrescente e di un costo marginale crescente. Volumi di produzione inferiori a Q*, come Q1, sono caratterizzati da un ricavo marginale maggiore del costo marginale e quindi l’impresa ha convenienza ad aumentare la produzione. In corrispondenza di volumi di produzione e di vendita superiori a Q*, come Q2, il costo marginale supera il ricavo marginale, e l’impresa a convenienza a ridurre la produzione. In corrispondenza di Q*, l’impresa deve verificare la convenienza a produrre: il prezzo al quale vende deve essere maggiore del costo medio variabile di produzione, ovvero il costo per unità di prodotto dei fattori variabili della produzione. Puo, peraltro, accadere che, producendo o vendendo Q*, l’impresa abbia un profitto negativo a causa dei costi fissi. In questa situazione, occorre valutare la convenienza in termini di minimizzazione delle perdite, di una chiusura della produzione, sopportando una perdita pari ai costi fissi, perché così facendo il suo bilancio avrebbe una perdita minore di quella conseguente a una produzione che soddisfa il criterio di uguaglianza tra costo e ricavo marginale. Gli effetti sull’offerta di un cambiamento nei costi di produzione. Se l’impresa deve fronteggiare l’aumento del prezzo di una materia prima essenziale per il suo prodotto, il costo marginale di ogni unità aumenta e quindi, la curva del costo marginale si sposta verso l’altro (Guardare figura 6.6 pagina 104 dove la curva si sposta da MC a MC’). Un aumento del costo marginale riduce la quantità offerta da un’impresa che abbia come obbiettivo la massimizzazione del profitto. Gli effetti sull’offerta di un cambiamento della domanda dell’impresa. Se si verifica un aumento della domanda dell’impresa, il ricavo marginale della singola unità aumenta (Guardare figura 6.7 di pagina 105 dove la retta si sposta da MR a MR’). Un aumento della domanda induce quindi l’impresa che mira al massimo profitto a espandere la quantità offerta. CAPITOLO 7 – LA TEORIA DELL’OFFERTA: TECNOLOGIA E COSTI 7.1 La funzione di produzione. Un fattorediproduzione (o input) è un bene o servizio utilizzato per l’ottenimento di un prodotto (output).

Lo strumento analitico utilizzato dalla teoria economica è la funzione di produzione. La funzionediproduzione è una relazione che definisce la massima quantità di prodotto tecnicamente ottenibile con ogni dato insieme o combinazione di fattori produttivi. Una combinazione di fattori produttivi è tecnicamente inefficiante, per la produzione di un dato volume di prodotto, se esiste un’altra combinazione che utilizza una minore quantià di almeno un imput a parità d’impiego degli altri tecnicamente necessari. In modo più specifico potremmo dire che: la funzione di produzione è l’insieme di tutte le combinazioni tecnicamente efficienti di fattori produttivi per realizzare un determinato prodotto. Essa rappresenta quindi una tecnologia produttiva. Le combinazioni tecnicamente efficienti caratterizzate da uno stesso rapporto di utilizzo dei fattori produttivi identificano una tecnica di produzione. 7.2 I costi e la scelta della tecnica di produzione La scelta della tecnica che minimizza i costi. Per passare da valutazioni di efficienza tecnica (espresse dalla funzione di produzione) a valutazioni di efficienza economica (espresse dall’andamento dei costi), occorre considerare i prezzi dei fattori produttivi. Si supponga di voler trovare la combinazione di fattori produttivi più efficiente per produrre 100 unità di prodotto. Si ipotizzi che vi siano solo 2 tecniche efficienti presentate nella tabella 7.2 di pagina 110. Guardando la tabella vediamo che la tecnica più efficiente è la B perché permette di produrre 100 unità di prodotto al minor costo totale.

Il prezzo relativo dei fattori e la scelta della tecnica. Sempre in riferimento alla tabella 7.2, si supponga che il prezzo del lavoro aumenti da 300 a 340 e che il prezzo del capitale rimanga inalterato. Ne consegue un aumento del prezzo relativo del lavoro rispetto al capitale: prima era 300/320, ora 340/320. La tabella 7.3 di pagina 110 mostra i nuovi valori aggiornati. E’ possibile concludere dicendo che: un aumento del prezzo di un fattore di produzione necessario provoca un aumento del costo totale e in termini grafici uno spostamento verso l’alto della curva del costo totale. Infatti, ora la produzione più conveniente è la A. I costi totali,medi e marginali di lungo periodo. Di fronte a un aumento della domanda e quindi del ricavo ottenibile dalla vendita del prodotto, l’impresa ha convenienza a espandere la produzione. Tuttavia, l’espansione della produzione può richiedere cambiamenti nell’organizzazione. Il lungoperiodo è il tempo necessario all’impresa per modificare tutti gli input necessari (es. assumere nuovi dipendenti o comprare nuovi macchinari, cambiare tecnica di produzione) in reazione a cambiamenti esogeni. Nel breveperiodo l’impresa può modificare solo alcuni input (es. ricorrere al lavoro straordinario) in reazione a cambiamenti esogeni. I costi totali e marginali di lungo periodo Il costo totale di lungo periodo (LTC) è il costo minimo di produzione corrispondente a ogni ipotetica quantità di prodotto nell’ipotesi in cui l’impresa possa modificare i fattori e scelga, per ogni volume di produzione, la tecnica e la combinazione di fattori economicamente efficienti. Guardare la tabella 7.4 di pagina 111 che presenta i costi di lungo periodo. Il valore del costo totale di produzione rappresentato è il minimo costo totale a cui è possibile produrre ogni corrispondente volume di produzione scegliendo la tecnica e la combinazione di fattori più efficienti per quel volume. Quando parliamo di lungo periodo dobbiamo considerare che tutti i costi sono variabili e infatti, ad una produzione nulla il costo totale è pari a zero in quanto l’impresa può uscire dal mercato. La terza colonna della tabella 7.4 di pagina 111 rappresenta l’andamento del costo marginale. Il costomarginale(LMC) è la variazione del costo totale di lungo periodo (LTC) conseguente a un incremento della produzione di una unità. Ovviamente, al crescere della produzione, il costo totale (LTC) cresce, implica, infatti, l’utilizzo di maggiori quantità di fattori produttivi e quindi l’andamento dei costi. A volte, al crescere della produzione e, nel lungo periodo, al crescere delle dimensioni dell’impresa, i costi totali aumentano in modo più o meno rilevante a seconda che la tecnologia favorisca la grande o la piccola dimensione dell’impresa. E’ infatti possibile che la tecnologia favorisca la grande dimensione d’impresa, consentendo di produrre grandi volumi a costi medi minori. I costi medi di lungo periodo. Per analizzare il problema dei vantaggi o svantaggi della grande e della piccola dimensione d’impresa, è opportuno considerare l’andamento del costo medio o costo unitario di produzione in condizone di lungo periodo. Il costo mediodilungoperiodo(LAC) di produzione di bene o servizio è il rapporto tra il costo totale (LTC) e la quantità prodotta in condizioni di lungo periodo (LTC/q). Come si vede dalla tabella 7.4 di pagina 111 il costo marginale e quello medio di lungo periodo dipendono dal costo totale (LTC). Infatti, se il costo totale aumenta, aumentano anche loro. La figura 7.3 di pagina 112 rappresenta graficamente l’andamento delle curve di: costo totale, costo marginale e costo medio. Al cambiare della forma della curva del costo totale cambia, di conseguenza, la forma delle curve del costo medio e marginale. Per capire l’andamento a U delle curve di costo medio di lungo periodo bisogna analizzare le economie e diseconomie di scala. 7.4 Le economie e diseconomie di scala. Si parla di economiediscala quando, al crescere della quantità prodotta, il costo medio di lungo periodo diminuisce. Si parla di diseconomiediscala quando il costo medio di lungo periodo aumenta all’aumentare della quantità prodotta. Se al variare della quantità prodotta il costo medio di lungo periodo rimane costante si parla di rendimenticostantidiscala. Guardare la figura 7.4 di pagina 113 che rappresenta le curve delle tre situazioni appena descritte. Le forme più tipiche della curva di costo medio di lungo periodo sono quelle a U. Le economie di scala. Vi sono 3 possibili cause di economie di scala:

1. Indivisibilità: alcuni fattori produttivi sono indivisibili (impianti, manager, abbonamenti telefonici…). L’impresa non può acquistare metà di questi fattori e quindi deve sostenere dei costi fissi che non variano al variare della produzione. Così, al crescere del volume della produzione i costi fissi si ripartiscono su un volume crescente di unità prodotte riducendo anche il costo medio e provocando così il fenomeno delle economie di scala.

2. Specializzazione: all’interno delle imprese, a ogni lavoratore viene assegnato un compito e con il tempo la persona diventa specializzata. Adam Smith in un suo libro cercò di spiegare come la specializzazione permetta di produrre più unità di prodotto con la conseguenza che il costo totale si ripartisce su più unità abbassando il costo medio.

3. La regola dei due terzi: per spiegare questa regola possiamo prendere un esempio: si pensi a un magazzino merci che abbia la forma di un parallelepipedo. La sua superficie è costituita da sei facce. Raddoppiare il volume in altezza significa aumentare di soli 2/3 le facce del parallelepipedo. Il pavimento costituirà la base del nuovo volume raddoppiato e il tetto del primo magazzino sarà spostato a tetto del secondo. Questo esempio

serve per spiegare che scortando una maggiore quantità di merce in un unico magazzino consente di ripartire il costo fisso(magazzino) su più unità di prodotto e ridurre così il costo medio.

Le diseconomie di scala. Vi sono 2 possibili cause di diseconomie di scala:

1. Costi di controllo e coordinamento:questi costi accompagnano la crescita della dimensione e della complessità dell’impresa. La principale causa di aumento dei costi medi nelle grandi imprese è rappresentata dalle diseconomie manageriali di scala.

2. Dimensione territoriale o geografica dell’attività dell’impresa: all’aumentare delle dimensioni dell’impresa, aumenta la dimensione geografica del suo mercato e quindi i costo di trasporto dei prodotti verso i nuovi mercati. Per limitare i costi di trasporto l’impresa potrebbe aprire delle filiali in diversi paesi ma così facendo, si ripresenta il problema e il costo del controllo e coordinamento manageriale.

L’evidenza empirica circa le economie e le diseconomie di scala Oggi, il progresso tecnologico ha ridotto notevolmente i costi permettendo così alle imprese di non affrontare problemi di diseconomie di scala. Oltre al progresso tecnologico, la globalizzazione ha permesso di abbattere diverse barriere favorendo l’interazione tra i diversi mercati. La globalizzazione è la crescente integrazione di mercati locali e nazionali tradizionalmente separati da barriere strutturali. 7.5 Il costo medio e il costo marginale E’ necessario analizzare meglio il collegamento tra costo marginale e costo medio. A ogni ipotetico livello di produzione, il costo medio è calcolato dividendo il costo totale per la quantità prodotta. Il costo marginale viene calcolato attraverso la variazione del costo totale conseguente a una variazione unitaria della quantità prodotta. Sempre in riferimento alla tabella 7.4 di pagina 111 emergono due caratteristiche di validità generale del collegamento tra costo medio e costo marginale:

1. Quando il costo marginale (LMC) è inferiore al costo medio (LAC), il costo medio è decrescente e viceversa. Se il costo medio (LAC) è costante, anche il costo marginale (LMC) è costante.

2. Quando il costo marginale (LMC) è uguale al costo medio (LAC), il costo medio è al suo valore minimo. Esempio per capire meglio il primo punto:un calciatore che ha realizzato 3 goal in 3 partite ha una media di 1 goal per partita. Se realizza 2 goal nella quarta partita, la sua media sale a 1,25 goal per partita. Se i goal marginali (2 nella quarta partita) superano i goal medi (1 per ognuna delle 3 partite), la media aumenta a 1,25. La stessa relazione vale per i costi di produzione: quando il costo marginale di un’unità addizionale di prodotto eccede il costo medio delle unità precedenti, il costo medio aumenta e viceversa. Se la curva del costo medio è a forma di U, la corrispondente curva del costo marginale è anche essa a forma di U e le due curve di intersecano nel punto di valore minimo della curva del costo medio (Guardare figura 7.6 pagina 118). La Tabella 7.6 di pagina 118 riassume quanto detto in parole. Il collegamento tra i due costi vale sia per i costi du lungo perido dia per quelli di breve periodo. 7.6 La scelta del volume ottimo di produzione dell’impresa nel lungo periodo. Possiamo ora analizzare la scelta del volume ottimo di produzione da parte di un’impresa che opera con un orizzonte di lungo periodo. Come abbiamo detto nel capitolo 6, il volume ottimo di produzione è quello dove il costo marginale coincide con il ricavo marginale, in presenza di una pendenza della curva maggiore di quella del costo marginale. Nella figura 7.7 di pagina 119 queste condizioni sono soddisfatte in corrispondenza del volume di produzione Q1. Occorre ora verificare se producendo e vendendo a Q1 l’impresa ottiene un profitto positivo. Infatti, in presenza di perdite (ovvero, di un profitto economico negativo) e in una prospettiva di lungo periodo, l’impresa ha convenienza a uscire dal mercato. Il profitto totale dell’impresa è dato dal profitto per unità prodotta moltiplicato per il numero totale di unità prodotte. Dunque, il profitto economico totale dell’impresa è positivo solo se il profitto per unità prodotta è positivo. Il profittoper unità prodotta è dato dalla differenza tra il ricavo medio o prezzo unitario che l’impresa ottiene dalla vendita del prodotto e il costo medio. Nella situazione rappresentata nella figura 7.7 di pagina 119, la quantità Q 1 può essere venduta al prezzo P1 superiore al costo medio LAC1: l’impresa può quindi realizzare un profitto unitario pari a P1-LAC1 = distanza AB e rimanere quindi nel mercato. In sintesi, Il criterio di definizione della scelta ottimale dell’impresa nel lungo periodo è articolato in 2 fasi:

1. Occorre verificare che il ricavo marginale sia uguale al costo marginale. 2. Verificare se, in corrispondenza del volume di produzione identificato come ottimo, il ricavo medio superi il

costo medio (P>LAC). Se queste condizioni sono soddisfatte, l’impresa ha convenienza a produrre e quindi rimanere sul mercato. 7.7 I costi di breve periodo e i rendimenti decrescenti dei fattori variabili. In condizioni di breve periodo, un’impresa non è in grado di adattarsi completamente ai cambiamenti. Nel breve periodo, l’impresa è vincolata da uno o più fattori fissi di produzione. Ricorda: quando si tratta di breve peridoi costi vanno divisi in fissi e variabili. Un fattore fisso di produzione è una risorsa necessaria per l’ottenimento di un prodotto la cui quantità disponibile è data. Un fattore variabile di produzione è una risorsa disponibile in quantità adattabile al volume di produzione da realizzare. Il vincolo dei fattori fissi di produzione, che caratterizza il breve periodo, ha due rilevanti implicazioni. In primo luogo, comporta la necessità di sostenere costi fissi.

I costi fissi sono costi che non dipendono dal volume della produzione che l’impresa vuole realizzare, ma dalla quantità di fattori fissi che l’impresa dispone. I costi variabili sono costi che dipendono dal volume della produzione. I costi fissi devono quindi essere sostenuti dall’impresa anche se non produce. In secondo luogo, causa del vincono dei fattori fissi, l’impresa che opera in condizione di breve periodo non è in grado di riorganizzare flessibilmente la produzione in risposta a cambiamenti esogeni. In generale, i costi di breve periodo sono maggiori dei costi di lungo periodo. I costi fissi e i costi variabili

Costi totali di breve periodo = costi fissi di breve periodo + costi variabili di breve periodo e

costo marginale (smc) = ΔSTC/ΔQ La figura 7.8 di pagina 121 mostra le curve dei diversi costi. La curca dei costi fissi totali (SFC) indica che l’ammonatare dei costi non varia al variare del volume di produzione. L’angolo crescente della curva dei costi variabili totali (SVC) determina la forma e l’andamento sia della curva dei costi totali (STC) sia del costo marfinale di breve periodo (SMC). La curva del costo marginale di breve periodo (SMC) ha la stessa forma a U del costo marginale di breve periodo. La produttività marginale decrescente di un fattore variabile (il lavoro) Guardare la tabella 7.8 di pagina 122 che mostra la variazione di produzione realizzabile attraverso incrementi successivi di un fattore variabile (il lavoro) impiegato con una quantità fissa di un altro fattore necessario (il capitale). Nella tabella vediamo che il primo lavoratore fa aumentare la produzione di 0,8 unità ecc. Il prodottomarginale(MP), ovvero la produttività marginale di un fattore variabile (il lavoro), è la variazione di prodotto totale ottenuta in seguito all’utilizzo di un’unità addizionale del fattore variabile,a parità di utilizzo di tutti gli altri fattori tecnicamente necessari (il capitale). Fin quando il livello di produzione e di impiego del fattore variabile (lavoro) non esauriscono la capacità produttiva del fattore fisso (il capitale), la produttività marginale aumenta (es. se il fattore fisso è costituito da 3 macchine che richiedono 1 solo addetto, l’aumento dei lavoratori fino a 3 unità è accompagnato da incrementi crescenti di produzione). Una volta raggiunta la quantità di fattore variabile (lavoratori) che consente di utilizzare pienamente ed efficientemente il fattore fisso (le macchine), la produttività marginale del fattore variabile decresce continuamente al crescere della quantità utilizzata di quest’ultimo. In questa situazione, gli economisti affermano che operi la legge dei rendimenti decrescenti dei fattori variabili. La legge dei rendimenti decrescenti afferma che la produttività marginale di un fattore variabile, utilizzato in quantità crescente in combinazione con uno o più fattori fissi, tende a diminuire continuamente allorchè si superi la piena ed efficiente utilizzazione dei fattori fissi disponibili. La figura 7.9 di pagina 123 rappresenta graficamente la legge dei rendimenti decrescenti e infatti, come si vede dalla figura 7.9(b),la produttività marginale del lavoro (MPL) cresce fino a L1 per poi decrescere continuamente. I costi marginali di breve periodo. La tabella 7.7 di pagina 120 mostra che, al crescere della quantità prodotta in condizioni tecniche di breve periodo, i costi marginali prima decrescono e poi aumentano continuamente. Se la produttività marginale del lavoro è crescente, ogni lavoratore addizionale contribuisce a incrementare la produzione in misura più rilevante dei lavoratori precedentemente impiegati. Quindi il costo addizionale di un’unità in più di prodotto, ovvero il costo marginale di breve periodo (SMC), è decrescente fintantoché la produttività del lavoro è crescente. Il costo marginale di breve periodo(SMC) è l’incremento di costo totale conseguente alla produzione di un’unità addizionale di un prodotto in condizioni tecniche di breve periodo, ovvero in presenza di uno o più fattori produttivi fissi. Quando nella produzione di un bene comincia a operare la legge dei redimenti decrescenti dei fattori variabili, il costo marginale di breve periodo inizia a crescere. I costi medi di breve periodo. La tabella 7.9 di pagina 124 mostra i costi medi di breve periodo. Il costo medio fisso di breve periodo(SAFC) esprime il costo per unità di prodotto dei fattori fissi ed è calcolato dividendo il costo fisso totale (SFC) per la quantità prodotta. Il costo medio variabile di breve periodo(SAVC)rappresenta il costo per unità di prodotto dei fattori variabili ed è calcolato dividendo il costo variabile totale (SVC) per la quantità prodotta. Il costo medio totale di breve periodo(SATC) indica il costo per unità di prodotto dei fattori fissi e variabili: quindi, è ottenuto dividendo il costo totale di breve periodo (STC) per la quantità prodotta o più semplicemente sommando il costo medio fisso di breve periodo con il costo medio variabile di breve periodo. L’andamento della curva del costo medio fisso (SAFC) è continuamente decrescente al crescere della produzione. La ragione è che l’ammontare dei costi fissi non cambia al cambiare di Q: se, quindi, la quantità prodotta Q aumenta, i costi fissi si ripartiscono su un numero crescente di unità prodotte e il costo fisso per unità tende, di conseguenza a dimininuire. Poiché, SATC = SAFC + SAVC, la curva del costo medio totale (SATC) è semplicemente la somma verticale, per ogni unità prodotta, delle curve di costo medio fisso (SAFC) e costo medio variabile (SAVC). 7.8 La scelta del volume ottimo di produzione dell’impresa nel breve periodo. Per ottenere il massimo profitto, l’impresa deve fare 2 cose:

1. Vedere quando costo marginale di breve periodo e ricavo marginale sono uguali per individuare il volume ottimo di produzione.

2. L’impresa deve valutare la convenienza a produrre o a chiudere la produzione. Dobbiamo ricordare che anche se l’impresa non produce deve sostenere dei costi fissi. Se il prezzo P1 di vendita fosse minore de costo medio variabile (SAVC) corrispondente a Q1, l’impresa avrebbe convenienza a chiudere la produzione perché i suoi ricavi (P1) non riuscirebbero neppure a coprire i costi variabili e avrebbe quindi una perdita pari ai suoi costi fissi + quelli variabili. Sospendendo la produzione, l’impresa sopporterebbe una perdita minore, pari ai soli costi fissi. Perciò l’impresa produce Q1 se i ricavi di vendita superano o almeno uguagliano i costi variabili.

La decisione produttiva ottimale di un’impresa che opera in condizioni di breve periodo in un mercato imperfettamente concorrenziale è quella di produrre la quantità in cui il costo marginale di breve periodo (SMC) uguaglia il ricavo marginale (MR), purchè il prezzo di vendita sia almeno pari al costo medio variabile (SAVC). Se il prezzo di vendita è invece minore di SAVC, l’impresa ha convenienza a chiudere. Ricorda: Nel breve periodo, un’impresa che operi con costi fissi e variabili ha convenienza a restare sul mercato, anche se subisce delle perdite, purchè il prezzo di vendita le permetta di coprire almeno i costi variabili. Nel lungo periodo invece, l’impresa rimane sul mercato solo se copre tutti i suoi costi. CAPITOLO 8 – LA CONCORRENZA PERFETTA E IL MONOPOLIO Mentre nei capitoli precedenti si è parlato di imprese che operano in un mercato di concorrenza imperfetta o non perfetta, ora invece si parlerà di imprese inserite in un mercato di concorrenza perfetta e successivamente si parlerà di monopolio perfetto. 8.1 Il mercato di perfetta concorrenza. Nel mercato di concorrenza perfetta vi è assoluta libertà di entrata e uscita, la domanda e l’offerta sono frammentate, il bene o servizio scambiato è omogeneo e l’informazione è trasparente e perfetta. In questo tipo di mercato, acquirenti e venditori subiscono il prezzo determinato dall’interazione tra domanda e offerta. La singola impresa, in questa situazione, fronteggia una domanda orizzontale in corrispondenza del prezzo corrente nel mercato. Guardare figura 8.1 di pagina 130. Quale che sia il volume di offerta scelto dall’impresa, questa decisione non influisce sul prezzo corrente. Infatti, se l’impresa di concorrenza perfetta tentasse di vendere a un prezzo anche di poco superiore a P0, non venderebbe nulla: gli acquirenti si rivolgerebbero a uno dei numerosi concorrenti che offrono lo stesso prodotto (omogeneità) al prezzo P0. Dall’altro lato, potendo vendere la quantità che ritiene più conveniente a P0, l’impresa non avrebbe motivo di praticare un prezzo inferiore a P 0. La domanda dell’impresa individuale è la retta dd della figura ed è infinitamente elastica. La particolare configurazione della domanda è un aspetto fondamentale della teoria della concorrenza perfetta. Affinchè si verifichi questa configurazione si devono verificare 4 caratteristiche del mercato:

1. È necessario che il settore sia frammentato in un numero ampio di imprese in modo che nessuna rappresenti un quota significativa del mercato.

2. Occorre che il prodotto offerto sia omogeneo (che appare agli acquirenti perfettamente sostituibile) cosicchè i venditori non possano praticare prezzi diversi.

3. Gli acquirenti devono possedere una perfetta informazione riguardo il prezzo e la qualità del prodotto, per far si che nessuna impresa possa praticare prezzi diversi dicendo ad esempio che il prodotto di un’impresa è qualitativamente migliore rispetto a quello di un’altra.

4. Assoluta libertà di entrata e uscita nel mercato per le imprese ( anche se le imprese insediate si mettessero d’accordo per aumentare i prezzi, il conseguente aumento dei ricavi attirerebbe nuove imprese nel settore cosicchè l’offerta totale aumenti e il prezzo ritorni al livello iniziale. Al contrario, se le imprese registrassero perdite, alcune uscirebbero dal mercato e ridurrebbero l’offerta del settore, rialzando il prezzo ad un livello sufficiente per consentire alle imprese rimaste di sopravvivere).

8.2 La scelta della quantità ottima di produzione e l’offerta da parte di un’imprese perfettamente concorrenziale. Nel capitolo precedente dicevamo che un’impresa di un mercato imperfetto prima si assicura che il costo marginale coincide con il ricavo marginale e poi verifica se la produzione può essere venduta a un prezzo che copre il costo medio. Nel mercato di concorrenza perfetta, le imprese vendono un prodotto a un prezzo dato dal mercato che rappresenta allo stesso tempo il ricavo marginale. A differenza delle imprese che operano in altre strutture di mercato e che sono in grado di decidere il prezzo (price-maker), qui le imprese non possono decidere il prezzo a cui vendere ma nonsono costrette a ridurre il prezzo per vendere una o più unità addizionali. Quindi per le imprese di perfetta concorrenza vale la relazione:

PREZZO (P) = RICAVO MARGINALE (MR) = RICAVO MEDIO (AR). La curva di offerta di breve periodo dell’impresa concorrenziale. Dalla relazione precedente discende che la condizione marginalista necessaria all’impresa per l’ottenimento del massimoprofittoè:

COSTO MARGINALE DI BREVE PERIODO (SMC) = RICAVO MARGINALE (MR) = PREZZO (P). Guardare figura 8.2 di pagina 131. Nel breve periodo, l’impresa perfettamente concorrenziale ha convenienza a produrre e offrire quantità positive purchè il prezzo che trova sul mercato sia maggiore o almeno uguale a P1, che

corrisponde al costo medio variabile minimo di produzione. Infatti, a un prezzo come P 0<P1 l’impresa non coprirebbe con i ricavi neppure i costi variabili: quindi avrebbe convenienza a chiudere la produzione. Il prezzo P1 – corrispondente al valore minimo del costo medio variabile (SAVC) – è detto prezzo di chiusura dell’impresa in quanto rappresenta il prezzo-soglia al di sotto del quale l’impresa ha convenienza a non produrre. In chiusura, l’impresa non copre i costi fissi, e produce nella consapevolezza che almeno i costi variabili di produzioni sono coperti dal ricavo derivante dalla vendita di ciascuna unità prodotta al prezzo-soglia. Per ogni prezzo uguale o superiore al prezzo di chiusura che l’impresa trova sul mercato, la curva del costo marginale di breve periodo (SMC) determina la quantità di prodotto che l’impresa perfettamente concorrenziale ha convenienza a realizzare e offrire sul mercato. La curva di offerta dell’impresa concorrenziale nel breve periodo è quindi il tratto di curva del costo marginale di breve periodo (SMC) che parte dal punto di chiusura (A), ovvero dal punto in cui la curva SMC interseca la curva SAVC. La curva di offerta parte da A perché nel breve periodo l’impresa è sufficiente che copra i costi variabili. A un prezzo di mercato P1, l’impresa produce e vende q1, e così facendo realizza una perdita pari ai costi fissi. Per i prezzi di mercato compresi tra P1 e P3, l’impresa realizza perdite, pur essendo queste inferiori ai costi fissi perché l’impresa vende a un prezzo superiore al costo medio variabile e con i ricavi è quindi in grado di coprire una parte dei costi fissi. A un prezzo pari a P3, l’impresa offre e vende q3 e opera in pareggio perché con i ricavi copre il costo medio totale di breve periodo. Infine, con i prezzi di mercato superiori a P 3, come P4, l’impresa realizza profitti economici positivi o extra profitti in quanto i ricavi superano il costo medio totale totale di breve periodo. La curva di offerta di lungo periodo dell’impresa concorrenziale. Guardare la figura 8.3 di pagina 132 che rappresenta le curve di costo medio (LAC) e costo marginale (LMC) di lungo periodo dell’impresa. Se l’impresa trova sul mercato il prezzo P4, ha convenienza a produrre e offrire la quantità q4 perché oltre coprire i costi riceve un profitto. Se invece l’impresa può vendere il prodotto a un prezzo P 2, la corrispondente quantità ottima di produzione q2 non consente di coprire i costi. A un prezzo pari a P3, l’impresa si trova in una situazione di pareggio perché i suoi ricavi sono uguali ai costi. In questa situazione il profitto dell’impresa è nullo. Quando il profitto economico di un’impresa è nullo, gli economisti dicono che l’impresa beneficia comunque di un profitto normale. Il suo profitto contabile è esattamente sufficiente a compensare il costo opportunità delle risorse apportate dalla proprietà dell’impresa. RICORDA: il costo opportunità è il costo derivante dal mancato sfruttamento della migliore opportunità alternativa che avevo. La curva di offerta dell’impresa concorrenziale nel lungo periodo è il tratto della curva di costo marginale di lungo periodo (LMC) che parte dal punto di uscita (U) ovvero dal punto minimo della curva di costo medio (LAC). Nel lungo periodo l’impresa deve coprire tutti i costi altrimenti esce dal mercato. L’entrata e l’uscita delle imprese concorrenziali dal mercato L’entrata in un mercato consiste nell’ingresso di nuove imprese che si aggiungono a quelle che compongono il settore. L’uscita da un mercato si verifica allorché una o più imprese offerenti cessino la propria attività disinvestendo completamente dal settore. A prezzo inferiore a P3, una o più imprese del settore escono dal mercato. A un prezzo superiore a P3, le imprese insediate nel mercato realizzano extra-profitti e ciò incentiva nuove imprese a entrare. Al prezzo P3 il settore è composto da un numero stabile di imprese. Le curve di offerta dell’impresa perfettamente concorrenziale nel breve e nel lungo periodo. La figura 8.4 di pagina 133 mette a confronto la curva di offerta di breve periodo (SS) con quella di lungo periodo(LS). La curva di lungo periodo (LS) è più elastica al prezzo perché nel tempo l’impresa può modificare tutti i fattori fissi, ed è quindi più flessibile di quanto non sia nel breve periodo. Il punto A corrisponde al prezzo di chiusura della produzione dell’impresa (e anche il prezzo di riserva, ovvero il prezzo minimo al quale l’impresa è disposta a offrire sul mercato) nel breve periodo, mentre il punto U rappresenta il punto di uscita dal mercato per le imprese nel lungo periodo. Il prezzo di chiusura o di riserva di breve periodo è inferiore al prezzo di uscita dal mercato perché, nel breve periodo, l’impresa si preoccupa solo di coprire i costi variabili. Nel lungo periodo, l’impresa deve invece coprire tutti i costi. Guardare la tabella 8.1 di pagina 134 che riassume i criteri di scelta ottima dell’offerta nel breve e lungo periodo. 8.3 La curva di offerta di un settore perfettamente concorrenziale nel breve periodo. La curva di offerta del settore nel breve periodo La curva di offerta di un settore perfettamente concorrenziale è derivabile dall’aggregazione per somma orizzontale delle offerte individuali delle imprese che lo compongono. A ogni ipotetico prezzo di mercato, si somma la quantità offerta da ogni impresa del settore e si determina la quantità complessivamente offerta dal settore (vedi figura 8.5 pagina 134). La figura presenta due imprese (A e B) con curve di offerta individuali rappresentate da SSa e SSb. La figura 8.5 ipotizza che l’impresa A abbia costi medi variabili inferiori a quelli dell’impresa B e quindi il prezzo di chiusura dell’impresa A è inferiore al prezzo di chiusura dell’impresa B. A ogni ipotetico prezzo, la quantità offerta dal settore (Q) è la somma delle quantità offerte dalla due imprese (qa+qb). Nel breve periodo , il numero di imprese che compongono il settore è dato. Un confronto tra le curve di offerta di breve e di lungo periodo di un settore perfettamente concorrenziale.

non sono stati rilasciati commenti
Questa è solo un'anteprima
10 pagine mostrate su 41 totali
Scarica il documento