Tesi di laurea sul concetto di evoluzione, Tesi di laurea di Ecologia Applicata
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Tesi di laurea sul concetto di evoluzione, Tesi di laurea di Ecologia Applicata

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Il lavoro di tesi fa un excursus storico sull'evoluzione del concetto evoluzione trattato da darwin e criticato da molti bibliografia e sitografia accurate, e ultima parte integrata grazie ad alcuni libri di piattelli pa...
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1

INTRODUZIONE

Il presente lavoro nasce dall’aspirazione a realizzare un progetto in

grado di rappresentare l’evoluzione del termine “evoluzione”.

L’opera darwiniana rappresenta senz’altro il punto di partenza,

nonostante altri prima di lui abbiano preso in esame il concetto di

evoluzione.

Partendo proprio dal concetto di evoluzione inteso in senso

strettamente legato all’evoluzione umana, nel primo capitolo si

descrive la costruzione di una teoria rivoluzionaria basata sulla

convinzione che esista una radice unica in grado di spiegare la

molteplicità di forme di vita esistenti sulla Terra, tenendo conto di due

aspetti importanti: la microevoluzione, ovvero i cambiamenti che

avvengono in tempi brevi e la macroevoluzione ossia i cambiamenti

che avvengono in tempi molto lunghi e distanti tra loro.

Il secondo capitolo, si sofferma su quelli che sono stati definiti i

“precursori della teoria dell’evoluzione”. Tra questi, indubbiamente a

Lamarck, si deve il primo tentativo di spiegare il meccanismo con il

quale le specie si evolvono, al quale sono state mosse critiche non

indifferenti da parte dell’antievoluzionista Cuvier. In seconda analisi,

ma non certo per importanza, troviamo l’analisi alla teoria

dell’evoluzione delle specie, intrapresa da Darwin, ritenuto per molti

versi il padre fondatore della teoria. Darwin fornì infatti, molte prove

a sostegno dell’idea che gli organismi mutano nel tempo e propose la

2

spiegazione del meccanismo con cui tale cambiamento avviene. Egli

analizzò nello specifico la teoria della selezione naturale, proposta per

spiegare il cambiamento delle specie nel tempo. L’evoluzione, infatti

viene considerata come una lenta e continua trasformazione di ogni

specie, che si adatta sempre di più al suo ambiente di vita o risponde

ai cambiamenti ambientali sotto l’influenza della selezione naturale.

Nel terzo capitolo, si è cercato di sottolineare il concetto di specie e il

modo in cui si mantengono o si formano nuove specie. In ultima

analisi del terzo capitolo vengono spiegati quali possono essere i

meccanismi della stessa evoluzione che possono portare alla

formazione di nuove specie, e allo stesso tempo condurre

all’estinzione di altre, che non hanno saputo adattarsi a nuove

condizioni ambientali o alla convivenza con nuove specie.

Si è concluso da poco l’anno del bicentenario della nascita di Charles

Darwin e del centocinquantesimo anno dalla pubblicazione

dell’Origine delle specie, ma ancora oggi la teoria dell’evoluzione fa

fatica ad essere accettata da un gran numero di persone e istituzioni.

Molti non riescono a pensare che la nostra specie sia il risultato di

un’innovazione storica nella famiglia dei primati. A tal proposito, nel

quarto capitolo si è cercato di esporre, quali sono i vari punti di vista

riguardo alla teoria dell’evoluzione messi in discussione nella nuova

teoria dell’evoluzione.

3

Infine nel quinto ed ultimo capitolo si sono presi in considerazione,

nello specifico, quali sono i punti critici della teoria darwiniana tali da

essere definiti veri e propri “errori”. In particolare, nell’opera presa in

analisi di Massimo Piattelli Palmarini e Jerry Fodor intitolata appunto

“Gli errori di Darwin”, si è riscontrata, inoltre, una certa analogia tra

Darwin e Skinner, e quindi tra teoria dell’evoluzione e

condizionamento operante. Essi, infine, sostengono che il

neodarwinismo, cioè una spiegazione dell’evoluzione del vivente

centrata sul processo di selezione naturale, è nettamente superato.

4

CAPITOLO 1 L’EVOLUZIONE

1.1IL CONCETTO DI EVOLUZIONE

L’Evoluzione (http://it.wikipedia.org/wiki/evoluzione) è il processo di

formazione delle forme viventi a partire da organismi più semplici;tale

processo ebbe inizio 3,5 miliardi di anni fa, con la comparsa dei primi

organismi procarioti. In particolare, nel processo di speciazione , ossia

di formazione di nuove specie, che è in continuo svolgimento.

Fino al XIX secolo, i naturalisti consideravano con perplessità i resti

fossili, la maggior parte di essi credeva che le specie fossero stabili e

non potessero subire modificazioni.

Fossili,come ad esempio enormi ossa di mammut, ritrovate quasi

intatte, non potevano trovare spiegazione nelle teorie del tempo.

Già nell’antica Grecia i filosofi si interrogavano sull’origine della vita

e delle specie. Un'idea di evoluzione dei viventi era presente già nelle

opere di filosofi greci e di poeti latini.

Per quasi duemila anni, tuttavia, dominò incontrastato il pensiero del

filosofo e naturalista greco Aristotele (384-322 a.C.), che ordinava

tutti gli organismi lungo una "scala della natura": ai gradini più bassi

si collocava la materia inanimata, mentre l'ultimo gradino era

occupato dall'uomo, secondo uno schema definito già dalla creazione.

5

Egli, riteneva che le specie non si evolvessero, ma fossero immutabili

nel tempo.

Le idee di Aristotele confluirono in seguito nel pensiero cristiano,

infatti, la cultura ebraico - cristiana accolse e rielaborò questo

principio affermando che tutte le specie sono state create da Dio.

L’idea che la comparsa delle specie sia opera di un “Creatore”,e

perciò che esse siano perfette e immutabili, è nota con il nome di

“Creazionismo”.Il pensiero creazionista dominò la cultura occidentale

per molti secoli.

Fino all'Illuminismo il pensiero scientifico rimase cristallizzato nella

teoria della immutabilità delle specie (fissismo), create all'inizio da

una mente divina (creazionismo).

Solo nell'800, con lo sviluppo di scienze come la geologia e la

paleontologia, si riaccese la discussione sull'evoluzione dei viventi.

A tal proposito si svilupparono nuove teorie per spiegare i

cambiamenti avvenuti nel corso della storia delle specie. Molte erano,

infatti, le prove che andavano accumulandosi in favore

dell'evoluzione, e ciascuna proveniente da diversi campi di studi:

- l'esplorazione di nuove terre mostrava una grande varietà di

forme viventi;

- i fossili di specie estinte mostravano molte somiglianze con

organismi viventi;

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- l'età della Terra, stimata fino allora in poche migliaia di anni, si

rivelò molto più antica, tale da consentire un intervallo di

tempo sufficiente per il realizzarsi di graduali modificazioni

nelle specie.

Alcune evidenze sono di natura geologica: la documentazione fossile,

mostra come alcune specie siano cambiate nel tempo.

I fossili sono resti di organismi vissuti nel passato. Le parti molli degli

organismi morti vanno in decomposizione, mentre le parti dure, come

ossa, denti dei vertebrati e le conchiglie dei molluschi, possono

conservarsi e fossilizzarsi.

La serie ordinata di fossili presente in alcuni tipi di rocce è una delle

prove a favore della teoria dell’evoluzione. Se si analizza la

documentazione fossile nel suo complesso si nota che gli organismi

sono comparsi in una sequenza cronologica.

Anche le differenti classi di vertebrati compaiono in successione

temporale, inoltre nei fossili si osservano spesso alcune caratteristiche

intermedie tra diverse specie attualmente viventi o tra specie viventi e

organismi del passato.

Questi fossili, rappresentano quindi, un possibile “anello di

congiunzione” tra passato e presente.

Altre prove derivano dall’anatomia comparata, la disciplina che studia

e confronta l’anatomia delle diverse specie animali.

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Questa disciplina fornisce molte prove a sostegno dell’evoluzione,

dato che le somiglianze anatomiche che accomunano specie differenti,

indicano una discendenza comune. Per esempio, l’arto dei vertebrati,

pur mostrando grandi differenze nella forma e nella funzione, è

caratterizzato da un modello anatomico comune a tutti i gruppi. La

somiglianza dimostra la derivazione di uccelli e mammiferi da un

unico progenitore ancestrale. Queste strutture caratteristiche che

condividono la stessa origine sono dette strutture omologhe.

Ulteriori conferme della teoria evolutiva vengono dall’embriologia

comparata, cioè dal confronto tra gli embrioni dei vertebrati nei primi

stadi del loro sviluppo: specie molto diverse mostrano fasi iniziali di

sviluppo simili, come retaggio della loro storia evolutiva. Essa

fornisce un’ulteriore prova a favore dell’origine comune dei viventi.

Le specie strettamente imparentate, infatti, hanno stadi simili

dell’ontogenesi, cioè dello sviluppo embrionale. I biologi affermano

che “l’ ontogenesi ripercorre la filogenesi”, in altre parole, ogni

organismo ripercorre alcune tappe della sua storia evolutiva.

Infine, anche la moderna biologia molecolare, cioè lo studio delle basi

chimiche e molecolari del funzionamento dei geni, ha fornito

un’ulteriore prova a sostegno della teoria dell’evoluzione. Mettendo in

relazione il grado di somiglianza a livello molecolare tra due specie

per le quali si conosce la data della speciazione da un antenato

8

comune, è possibile utilizzare alcune proteine, come vere e propri

orologi molecolari.

1.2 MICROEVOLUZIONE E MACROEVOLUZIONE

Quasi tutti i processi biologici possono essere studiati a diversi livelli.

Anche per l'evoluzione si parla di una microevoluzione e di una

macroevoluzione. (S. Alters, Biologia in evoluzione, Mondadori ,

2013, p.76)

La microevoluzione si occupa dei cambiamenti che avvengono in

tempi brevi nell'ambito di una specie (mutazioni, deriva genetica,

selezione naturale). Un esempio molto studiato è la modificazione

della farfalla Biston betularia in seguito all'inquinamento.

La macroevoluzione si occupa dei grandi cambiamenti che sono

avvenuti in tempi lunghi: per esempio, quelli che hanno portato alla

diversificazione di gruppi di specie, come la differenziazione dei

vertebrati dagli invertebrati, o dei mammiferi dai rettili.

A un differente livello di organizzazione, oggi si studia anche

l'evoluzione molecolare, che cerca le affinità nelle diverse specie delle

proteine e del DNA, le molecole più complesse e importanti negli

esseri viventi.

Tutti questi studi permettono di valutare il grado di somiglianza anche

a livello genetico dei diversi organismi e tracciare con sempre

maggiore precisione la storia della vita sulla Terra.

9

CAPITOLO 2 I PRINCIPALI PRECURSORI DELLA TEORIA

EVOLUZIONISTICA

2.1 JEAN BAPTISTE LAMARCK

Il primo tentativo di spiegare il meccanismo con il quale le specie

evolvono, si deve a Jean Baptiste Lamarck.

(http://anisn.it/matita_ipertesti/evoluzione2009/lamarck.htm)

Egli per primo fornì la prova che gli organismi avevano subito, col

passare del tempo, delle modificazioni e nel 1809, affermò la sua

teoria in un saggio che intitolò “Philosophie zoologiche”: “gli esseri

viventi sono stati creati dalla natura a partire dai prodotti più semplici

sino a quelli più complessi”, gli organismi si erano evoluti in risposta

al loro ambiente. Evolvere significa passare da una forma all’altra e

Lamarck fu il primo a suggerire il concetto di evoluzione per gli esseri

viventi.

Egli era convinto che le specie cambiassero nel tempo e aveva intuito

che i cambiamenti fossero adattativi, cioè che aumentassero le

probabilità di sopravvivenza degli individui nell’ambiente, e che ci

fosse perfetta corrispondenza fra le forme degli organismi e la

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funzione da essi svolta: pellicce adatte a proteggere dal freddo, ali

adatte al volo, con perfezionamento graduale.

Gli animali secondo Lamarck, non sono stati sempre come li

conosciamo adesso, ma hanno raggiunto questa perfezione grazie a

“forze interne” che producono negli organismi leggere modificazioni

in risposta ai loro bisogni. I miglioramenti si sono sommati durante le

generazioni successive per trasmissione ereditaria e hanno dato luogo

a specie nuove e diverse da quelle degli antichi progenitori. Esempio

per quanto riguarda i quadrumani costretti ad adattarsi all’ambiente

per soddisfare i propri bisogni, perderebbero l’abitudine di salire sugli

alberi con l’aiuto di mani e piedi e userebbero questi ultimi solo per

camminare, progredendo i bimani; il bisogno di vedere più lontano li

spingerebbe ad adottare una posizione più eretti, i piedi cambierebbero

conformazione e le gambe si rafforzerebbero per poter sostenere il

peso totale; infine anche il muso e la dentatura cambierebbero

conformità poiché non avrebbero più bisogno di usare le mascelle per

mordere e strappare carne.

Le circostanze ambientali in cui gli animali di ogni razza si sono

imbattuti nel corso del tempo hanno determinato per ciascuno di essi

nuovi bisogni e di conseguenza un cambiamento di abitudini atte a

soddisfarli. Ma grandi cambiamenti nelle circostanze portarono gli

animali a grandi cambiamenti dei propri bisogni, e simili cambiamenti

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nei bisogni ne portarono necessariamente di corrispondenti nelle

azioni. Ora, se i nuovi bisogni diventano costanti o almeno molto

durevoli, gli animali prendono allora nuove abitudini, che sono tanto

durevoli quanto i bisogni che le hanno fatte nascere.

Quindi possiamo riassumere le teorie di Lamarck in due leggi:

1. Prima legge: “Legge dell’uso e del disuso”. L’uso costante di

un determinato organo comporta lo sviluppo e l’ingrandimento

di quest’ultimo, al contrario, il disuso lo indebolisce e lo

deteriora.

2. Seconda legge: “Legge dell’ereditarietà dei caratteri

acquisiti”. Una determinata specie conserva il cambiamento di

un organo (acquisizione o perdita) attraverso la riproduzione,

sempre se gli individui parentali posseggono entrambi i

caratteri acquisiti.

Lamarck per dimostrare le sue idee, ricorse ad un animale che noi tutti

bene o male conosciamo: la giraffa.

Le giraffe primordiali, secondo Lamarck, erano animali con il collo

corto, abituati a brucare l’erba. Non essendoci cibo a sufficienza,

furono spinti da “forze interne”a dover raggiungere i rami più alti

degli alberi ricchi di fogliame. Alcuni di essi si sono sforzati di

allungare il collo, per raggiungerle. I piccoli allungamenti del collo

portarono il seguente mutamento di quest’ultimo e trasmesso ai loro

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figli per eredità. Attraverso un grandissimo numero di generazioni, il

collo delle giraffe si è adattato sempre di più all’ambiente,

allungandosi di conseguenza per raggiungere i rami più alti degli

alberi. Nell’ ipotesi avanzata da Lamarck l’allungamento del collo

della giraffa, come qualsiasi altro adattamento, è prodotto da una

tendenza al miglioramento, grazie a forze interne. Per quanto riguarda

gli antenati della giraffa che non hanno avuto questa “forza interna”,

hanno dato origine ad altre specie di erbivori.

In conclusione Lamarck afferma che “tutte le specie animali erano

derivate da un unico progenitore”.

In realtà, i presupposti che stavano alla base dell’ipotesi di Lamarck

apparivano davvero entrambi infondati: la legge dell’uso e del disuso,

così come era stata formulata, sembrava implicare uno sforzo

consapevole verso forme più adatte che gli animali in genere non sono

in grado di compiere. Solo l’uomo è capace di sviluppare una parte del

suo corpo attraverso l’esercizio fisico: l’uso di certi apparati conduce

al loro sviluppo ( basterebbe osservare come i tennisti sviluppano il

muscolo dell’avambraccio corrispondente alla mano che impugna la

racchetta). La seconda legge era ancora più inverosimile, non era e

non è neanche oggi applicabile all’uomo: i figli di una generazione di

tennisti non nascono con braccia più muscolose della media degli altri

bambini, né sono ereditarie alcune mutilazioni o deturpazione imposte

13

agli individui appartenenti a diverse civiltà e culture, come la

circoncisione, i tatuaggi o la deformazione dei piedi inflitta un tempo

alle donne cinesi.

Dobbiamo quindi ritenere false le idee che:

 I caratteri acquisiti dai genitori nel corso della vita si

trasmettono ai figli;

 Negli organismi viventi agisca una spinta interna, propensa al

miglioramento, che guida il loro sviluppo verso un fine e uno

scopo.

Rimane vera l’idea fondamentale dalla quale nasce le biologia

moderna e cioè:

 Per Lamarck il tempo diventa uno dei principali protagonisti

del mondo vivente. La vita sulla terra ha una storia passata in

virtù della quale tutti gli esseri viventi hanno una somiglianza

di fondo che li accomuna.

2.2 CUVIER E LA CRITICA A LAMARCK

La teoria di Lamarck venne violentemente attaccata dal naturalista

francese Georges Cuvier (1769-1832), considerato il fondatore

dell’anatomia comparata e soprattutto della paleontologia, la scienza

dei fossili.

14

Fino a poco tempo prima i fossili venivano considerati “scherzi della

natura” e fu il Cuvier (http://scricciolo.com/Nuovo

_Neornhites/Cuvier_Georges_Leopold.htm) a utilizzare ossa sparse e

spesso frammentate per ricostruire, grazie alle sue conoscenze di

anatomia, scheletri interi di animali estinti. Egli aveva estratto molti

reperti dagli strati rocciosi ( oltre che della paleontologia Cuvier viene

considerato anche il fondatore di quella parte della geologia che si

chiama stratigrafia ) notando che i fossili presenti in strati rocciosi di

diversa età erano diversi. Queste osservazioni avrebbero dovuto

convincerlo che nel tempo vi era stata una graduale variazione delle

forme viventi e degli ambienti, all’interno dei quali queste forme

vissero.

Cuvier era però un antievoluzionista di religione protestante e la

fiducia cieca in ciò che era riportato dalla Bibbia lo mise fuori strada.

Quindi anziché seguire la via più logica (oggi le principali prove

dell’evoluzione si traggono proprio dalla paleontologia e dalla

anatomia comparata) prese la strada più difficile e ipotizzò che la

Terra fosse stata teatro di periodiche catastrofi che avrebbero

cancellato tutte ( o quasi tutte) le specie viventi e che, dopo ciascuno

degli eventi, il Creatore avrebbe rimesso in vita altre specie un po’

diverse dalle precedenti. L’ultima catastrofe, preceduta da altre 26,

15

corrispondeva al diluvio universale. Cuvier sosteneva quindi la fissità

delle specie: un concetto diametralmente opposto a quello di Lamarck.

La teoria evoluzionistica successiva ha abbandonato in parte la teoria

lamarckiana per quanto riguarda l’eredità dei caratteri acquisiti:è

ormai appurato che gli adattamenti conseguiti da un singolo animale

nel corso della sua vita non si possono trasmettere ereditariamente, in

quanto questi adattamenti non modificano il patrimonio genetico

dell’individuo stesso e che sarà poi trasmesso alla progenie. Lamarck

fu il primo scienziato a propugnare una teoria evoluzionistica che

affermava la mutazione delle specie nel corso del tempo. In questo

modo Lamarck portò la biologia fuori dal creazionismo e fondò una

prospettiva dinamica della storia della natura.

2.3 CHARLES ROBERT DARWIN

La teoria dell’evoluzione

(http//:cronologia.leonardo.it/storia/biografie/darwin.htm) delle specie

è indissolubilmente legata al nome di Charles Darwin. Il naturalista

inglese infatti, fornì molte prove a sostegno dell’idea che gli

organismi mutano nel tempo e propose la spiegazione del meccanismo

con cui il cambiamento avviene. Il meccanismo proposto da Darwin

per spiegare il cambiamento delle specie nel tempo è quello della

selezione naturale, cioè la sopravvivenza differenziata di organismi

16

con caratteristiche diverse all’interno di una popolazione. La selezione

artificiale promossa dagli allevatori su alcune specie agisce allo stesso

modo della selezione naturale, ma accelera e amplifica gli effetti sulle

popolazioni.

Charles Darwin, che conosceva la teoria di Lamarck, confutò l’ultima

legge (legge dell’eredità dei caratteri acquisiti ); così pensava: “Se io

faccio flessioni tutta la vita diventerò muscolosissimo, ma i miei figli

non nasceranno per questo muscolosissimi!”.

Charles Darwin nacque il 12 febbraio 1809 a Shrewsbury .Indirizzato

dal padre agli studi di medicina, Darwin focalizzò ben presto i suoi

interessi sulla storia naturale e venne a conoscenza delle idee che

iniziavano a circolare in zoologia e botanica, in particolare la teoria di

Lamarck. Alla fine del 1827, il padre lo mandò a Cambridge per

proseguire gli studi, qui frequentò lezioni di botanica, iniziò a

collezionare e classificare insetti e apprese le prime conoscenze di

geologia partecipando a una breve spedizione geologica nel Galles del

Nord. Il 21 dicembre si imbarcò come naturalista sul brigantino

Beagle, attrezzato per compiere ricerche scientifiche e rilevazioni

geografiche: il viaggio intorno al mondo durerà fino al 2 ottobre 1836.

Nel corso di questo viaggio Darwin raccolse una grande quantità di

materiale e compì numerose osservazioni. A ogni tappa scendeva a

17

terra e conduceva esplorazioni all’interno, raccoglieva e catalogava

campioni di specie animali e vegetali, di cui descriveva le abitudini.

Darwin nella sua autobiografia scrive: “Il viaggio sulla Beagle è stato

di gran lunga l’avvenimento più importante della mia vita e quello che

ha determinato tutta la mia carriera”.

Nel 1839 pubblicherà il diario di queste esplorazioni “Viaggio di un

naturalista intorno al mondo”, e al ritorno in Inghilterra i resoconti che

aveva inviato ai suoi corrispondenti lo avevano fatto già conoscere

negli ambienti scientifici. Fu nel corso del viaggio sulla Beagle e negli

anni successivi che Darwin, sulla base delle osservazioni compiute,

giunse alla conclusione che le specie si modificano gradualmente; gli

anni successivi saranno dedicati all’elaborazione della teoria

evoluzionistica, con un intenso lavoro di riflessioni e osservazioni.

Particolare rilievo ebbe l’attività di raccolta di dati, tesa alla

documentazione dei diversi aspetti della teoria, quali la distribuzione

geografica delle specie meno adatte, e così via.

Al suo ritorno in Gran Bretagna nel 1836, Darwin si stabilì a Londra e

iniziò a mettere per iscritto le sue idee sulla variazione delle specie.

Durante tutto il viaggio furono sopratutto le isole Galàpagos, (dove

vivevano molti organismi, strane piante e strani animali, che non si

trovano in nessun altro luogo della terra), a suggerire a Darwin le basi

per la sua teoria evolutiva.

18

A circa quarant’anni di distanza dalla teoria evoluzionistica presentata

da Lamarck, il naturalista rivoluzionò le idee della maggior parte dei

naturalisti del tempo pubblicando nel 1859 un libro dal titolo “On the

origin of species by natural selection” (L’origine della specie

attraverso la selezione naturale ). Come già aveva ipotizzato Lamarck,

Darwin infatti riconobbe l’esistenza di una certa variabilità all’interno

di una specie; e proprio le variazioni naturali,e non i caratteri acquisiti,

sono trasmesse con l’eredità. Osservando come gli allevatori di piante

e animali usavano la selezione per ottenere particolari varietà, Darwin

ipotizzò che un tipo simile di selezione avesse luogo anche in natura e

chiamò questo processo di interazione tra popolazioni e ambiente,

selezione naturale. Egli notò, inoltre, come in natura la maggior parte

degli organismi generi un numero di figli maggiore di quello che

riesce effettivamente a sopravvivere; per esempio, le querce

producono migliaia di ghiande e le rane depositano centinaia di uova,

ma solo alcune di queste sopravvivono e riescono, a loro volta a

riprodursi nelle generazioni successive. Dal momento che non tutti i

nati riescono a raggiungere l’età adulta, Darwin ipotizzò che esistesse

tra loro una specie di competizione nella quale solo gli organismi più

adatti riescono, a loro volta, a riprodursi e chiamò tale fenomeno

“sopravvivenza dei più adatti”. Ad esempio, secondo la teoria di

Darwin, in ogni generazione di cicogne alcuni esemplari avrebbero

19

avuto zampe più lunghe di altri, e solo questi sarebbero stati in grado

di procacciarsi i pesci delle acque profonde. Tali individui , potendo

nutrirsi meglio, avrebbero avuto sugli altri un vantaggio selettivo, cioè

maggiori probabilità di sopravvivenza e di riproduzione, trasmettendo

il carattere vantaggioso alla progenie.

Come Lamarck, anche Darwin esemplificò la sua teoria prendendo in

considerazione le giraffe.

 Secondo la teoria della selezione naturale applicata

all’evoluzione delle giraffe , un antenato di questi animali che

possedeva un collo corto che produce una prole

sovrabbondante.

 La popolazione di giraffe presenta al suo interno individui con

una lunghezza del collo variabile. Gli individui con il collo più

lungo iniziano a brucare le foglie degli alberi e trovano quindi

nuova fonte di nutrimento. Gli individui con il collo corto non

possono farlo.

 Le giraffe con il collo lungo si riproducono in misura maggiore

rispetto a quelle con il collo corto, in quanto sono meglio

adattate all’ambiente in cui vivono.

 Le giraffe con il collo lungo trasmettono alla propria prole i

loro caratteri. Dopo più generazioni la popolazione è composta

da un numero maggiore di individui con il collo lungo.

20

Secondo Darwin, quindi, l’evoluzione della specie procede con un

meccanismo che può essere riassunto in quattro punti principali:

1. Ogni popolazione tende a produrre prole in eccesso , cioè un

numero di discendenti superiore a quello che le risorse

ambientali in cui vive possono sostenere. La sopravvivenza di

prole ha come conseguenza la lotta per la sopravvivenza tra i

componenti di una stessa popolazione. Quindi, per ogni

generazione sopravvive solo una parte dei discendenti.

2. Ogni popolazione mostra al proprio interno una notevole

variabilità dei caratteri. Alcune caratteristiche si rivelano più

favorevoli di altre, in quanto permettono all’individuo che le

possiede, di adattarsi all’ambiente e di sfruttare meglio le

risorse naturali che ha a disposizione.

3. Il diverso adattamento all’ambiente dei membri di una

popolazione si traduce in un successo riproduttivo

differenziato. In altre parole, gli individui che riescono ad

adattarsi all’ambiente e a sfruttare meglio le risorse producono

un numero di discendenti superiore a quel successo

riproduttivo diversificato costituisce la selezione naturale,

ritenuta da Darwin il meccanismo che sta alla base

dell’evoluzione.

21

4. Le caratteristiche favorevoli che hanno permesso agli individui

di una popolazione un miglior adattamento all’ambiente sono

caratteri ereditabili, cioè vengono trasmessi alla prole. Ciò fa si

che la popolazione nella generazione successiva sia composta

da un numero maggiore di individui con caratteristiche

favorevoli. I cambiamenti ereditabili si accumulano

gradualmente nelle popolazioni e nel corso di molte

generazioni la selezione naturale permette l’evoluzione di

nuove specie.

Naturalmente le variazioni all’interno di una popolazione avvengono

in maniera casuale e non dipendono direttamente dall’azione

dell’ambiente. La selezione naturale “seleziona”alcuni dei caratteri già

presenti nel codice genetico e l’ambiente non fa altro che favorire il

suo mantenimento.

Alcune indicazioni importanti per l’elaborazione della teoria

dell’evoluzione vennero fornite a Darwin dalla sua passione per

l’allevamento dei colombi. Darwin osservò che gli allevatori,

incrociando in modo selettivo individui che mostrano le caratteristiche

desiderate in modo evidente.

 Ammettiamo che si desideri di avere colombi con code più

lunghe del normale :scelte alcune coppie di colombi con la

coda particolarmente vistosa, l’allevatore le mette nelle gabbie

22

dove ha preparato i nidi e attende la covatura. La maggior parte

dei colombi nascerà con la coda uguale a quella dei genitori,

ma nasceranno anche colombi con code meno sviluppate e

altre, per caso fortunato, con code leggermente più lunghe. I

colombi fortunati possiedono il carattere coda lunga fin dalla

nascita e non lo acquistano durante la vita, quindi il carattere si

trasmette per eredità ai figli. Ogni volta che il carattere

desiderato compare casualmente, durante l’allevamento, il

colombo che lo possiede viene selezionato per la riproduzione.

Dalla prima nidiata l’allevatore seleziona i colombi nati con la

coda più lunga e con essi forma nuove coppie; nasce così una

seconda generazione, l’allevatore fa le sue scelte, elimina i

colombi superflui , ottiene una terza generazione e così via, in

questo modo il carattere “coda lunga” si accumula e diventa

patrimonio ereditario. I colombi con la coda lunga sono una

varietà delle specie e costituiscono la razza “colombo

pavoncello”.

Darwin chiamò selezione artificiale i suoi allevatori. In base a ciò

Darwin concluse che, operando su tempi lunghissimi, la selezione

naturale è certamente in grado di modificare radicalmente le specie. In

altre parole la selezione condotta artificialmente dagli allevatori

23

agirebbe esattamente come la selezione naturale, ma in maniera molto

più rapida ed efficace.

2.4 L'evoluzione per selezione naturale

L'idea di evoluzione degli organismi è molto antica, ma, dopo secoli

di abbandono, fu elaborata in modo scientifico solo nell'800, grazie

all'opera di Darwin e Wallace. Basata sui concetti di variabilità,

selezione naturale e lotta per l'esistenza, la teoria evolutiva fu

perfezionata con lo sviluppo di nuove discipline biologiche,

soprattutto della genetica: oggi è una delle teorie fondamentali della

biologia.

Alla luce della teoria di Darwin e Wallace, per evoluzione si intende il

processo attraverso cui le diverse specie di viventi derivano da forme

di vita preesistenti, in seguito a graduali modificazioni, o variazioni

geniche, trasmesse ereditariamente nel corso del tempo in base a un

meccanismo determinato dalla selezione naturale: sopravvivono e si

assicurano una discendenza quegli individui che presentano variazioni

favorevoli, tali cioè da renderli meglio adatti a fronteggiare le

condizioni ambientali.

24

La spiegazione dell'evoluzione di Darwin-Wallace,

(http//:sapere.it/l’evoluzione degli organismi) nota come teoria

dell'evoluzione per selezione naturale, può essere così riassunta:

 fra gli individui di una stessa specie vi è grande variabilità

genetica (che si manifesta in piccole differenze nei caratteri,

quali corporatura, altezza, pigmentazione della pelle, colore

degli occhi ecc.);

 le variazioni individuali devono essere ereditabili, perché i figli

sono simili ai genitori;

 tutti gli organismi tendono a moltiplicarsi, ma l'ambiente non

permette una crescita indiscriminata, per cui le dimensioni di

una popolazione sono frenate dalla mortalità (selezione

naturale);

 sopravvivono e si riproducono più facilmente gli individui che

hanno raggiunto un migliore adattamento all'ambiente in cui

vivono, e che quindi sono favoriti nella lotta per l'esistenza;

 con questi meccanismi, le specie nel tempo si evolvono, dando

origine a nuove specie.

Darwin conosceva le tecniche della selezione artificiale, il mezzo

attuato da secoli da allevatori e coltivatori per migliorare le razze

economicamente utili, e ipotizzò che un meccanismo simile potesse

verosimilmente agire anche in natura. Non conosceva invece le leggi

25

dell'ereditarietà (gli studi di Mendel, suo contemporaneo, passarono

quasi inosservati fino ai primi del '900) e non seppe quindi spiegare in

particolare come si origina la variabilità di caratteri (sia fisici, sia

comportamentali) sulla quale avrebbe dovuto agire la selezione

naturale.

La teoria dell'evoluzione ha comunque il merito di aver sottolineato

che i nuovi caratteri si originano indipendentemente dall'ambiente

(cioè non è l'ambiente a creare nuovi caratteri, come sosteneva

Lamarck), ma, una volta comparsi, sono selezionati dall'ambiente.

L'evoluzione è quindi diretta dalla selezione naturale, ma procede in

modo casuale.

La teoria dell'evoluzione ebbe grande impatto sul pensiero dell'800 e,

in particolare, sulla biologia, di cui rimane ancora oggi una delle

teorie unificatrici, perché permette di spiegare e di organizzare in

modo logico tutte le conoscenze delle diverse discipline.

2.5 Le prove dell'evoluzione

Dopo la morte di Darwin la teoria evolutiva fu sostenuta con fermezza

o fortemente contestata. Tuttavia, molti punti oscuri della teoria sono

stati chiariti, e sono state confermate numerose prove a sostegno

dell'evoluzione. Diverse scienze hanno contribuito a fornire le prove

alla teoria dell'evoluzione: la paleontologia, l'anatomia comparata,

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