Fare lavoro di comunità, Esami di Sociologia Delle Comunità. Università Ca' Foscari di Venezia
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elly9728 settembre 2013

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Fare lavoro di comunità, Esami di Sociologia Delle Comunità. Università Ca' Foscari di Venezia

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Appunti rielaborati delle lezioni sul libro Fare lavoro di comunità (Martini Torti)
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fare lavoro di comunità

FARE LAVORO DI COMUNITA'

Introduzione. Quando si parla di comunità ci riferiamo ad un modello ideale, alla rappresentazione di un mondo in cui ci piacerebbe vivere, ma sicuramente, come dice Bauman, non è una realtà molto disponibile nel mondo in cui viviamo, sempre più globalizzato, privatizzato e individualizzato, in cui sono scomparsi la maggior parte dei solidi punti di riferimento di un ambiente stabile, sicuro e affidabile. In Italia questa tendenza si è manifestata maggiormente nei grandi contesti metropolitani, piuttosto che nei centri minori o rurali. Di fronte allo sgretolamento dei rapporti sociali, all'individualismo, ai conflitti urbani, alla solitudine, ai problemi che affliggono le società urbane,c'è bisogno di comunità: ne hanno bisogno gli uomini alla ricerca di relazioni e partecipazione, ne hanno bisogno le istituzioni e i servizi.

Cosa si intende per comunità Per comunità si intende un insieme di soggetti che condividono aspetti significativi della propria esistenza, tra i quali si sviluppa appartenenza e interdipendenza e si instaura un legame affettivo e di fiducia. Un significato particolare del termine comunità rimanda alla dimensione locale, intesa come dimensione territoriale, come spazio privilegiato per la partecipazione sociale. Infatti, di fronte ai processi di globalizzazione che contribuiscono ad alimentare il senso di impotenza degli individui e ad accrescere alienazione e solitudine, la dimensione locale diviene fondamentale per ritrovare la speranza di migliorare la qualità della vita dei singoli e della collettività e di accrescere le proprie competenze e il proprio potere come risorse da spendere attivamente all’interno della società. Il termine di comunità implica due concetti: essere comunità: un insieme di persone sono una comunità per il fatto che condividono determinati aspetti della propria vita, che le fa essere interdipendenti, sentirsi comunità: le persone che vivono una situazione di condivisione e di interdipendenza, si sentono comunità, in quanto hanno sviluppato tra loro relazioni fiduciarie e legami sociali. Il senso di comunità è l’insieme dei sentimenti, convinzioni e percezioni che mantengono il legame affettivo e permettono alle persone di sentirsi parte di un tutto e di avere la convinzione di essere importanti gli uni per gli altri. Il lavoro di comunità è una pratica di lavoro sociale, che prevede l’impiego di modelli, metodologie e tecniche particolari atte a sviluppare risorse ed energie da impiegare per le risoluzione dei problemi, a organizzare la partecipazione e il coinvolgimento dei membri di una comunità, tenendo sempre conto, di un sistema di valori che deve guidare nella valutazione e nella scelta dell’agire professionale. Il lavoro di comunità si concretizza nelle seguenti attività: - facilitazione di processi di responsabilizzazione collettiva e partecipazione degli attori; - attivazione e sostegno a processi di collaborazione tra gli attori; - sviluppo di relazioni che rafforzino la fiducia,il senso di appartenenza e il senso di comunità; - sviluppo di competenze da parte dei membri della comunità.

Cap. 1: globalizzazione e comunità

Il termine globalizzazione descrive diversi processi in atto nell’attuale panorama mondiale,con una diminuzione del controllo sulla nostra vita, un aumento delle difficoltà a responsabilizzarci nei confronti dei problemi che ci troviamo ad affrontare e dei cambiamenti che vorremmo attuare. Risulta, però, evidente, che la globalizzazione ha generato spinte a favore delle autonomie locali; per cui tra la dimensione locale e la dimensione globale si intrecciano legami complessi ed hanno entrambe un loro ruolo: la dimensione locale può permettere all’individuo di ritrovare la percezione, individuale e collettiva, di poter influenzare le proprie condizioni di vita; la comunità assume il ruolo di spazio privilegiato in cui diventa possibile dare forma alla partecipazione dei cittadini e assumersi responsabilità di fronte ai cambiamenti desiderati. la dimensione globale può permettere all’individuo di sentirsi appartenente ad una comunità universale, di sentirsi come abitante del pianeta e quindi in grado di condividere tutti insieme le stesse risorse del pianeta.

Tra i numerosi temi emergenti nella società odierna che interessano anche il lavoro di comunità troviamo la povertà e l’esclusione sociale, la sicurezza urbana e l’immigrazione, spesso interconnessi e influenzati dai processi di globalizzazione. Esclusione sociale e povertà La società moderna, caratterizzata dalla crisi del welfare, dalla precarietà dei rapporti di lavoro, dal rischio di instabilità e mobilità sociale, ha aumentato i rischi di povertà ed esclusione. Le persone povere non sono più solamente quelle relegate in situazioni di disagio,emarginate ed escluse socialmente,ma anche quelle che si trovano in situazioni di vita normali: l’esclusione sociale è uno stato di povertà nel quale l’individuo non può accedere alle condizioni di vita che gli permettono sia di soddisfare i bisogni essenziali, sia di partecipare allo sviluppo della società nella quale vive. “Escludere” significa allontanare dall’attenzione, dalla visibilità problemi altrimenti non gestibili. Questo produce effetti pericolosi, in quanto, oltre a creare problemi di giustizia sociale e di rispetto dei diritto dei cittadini, accresce la conflittualità e la tensione sociale, che incide negativamente sul senso di sicurezza e sulla qualità della vita e della convivenza della comunità. La lotta all’esclusione sociale deve essere condotta attraverso la partecipazione e l’organizzazione degli esclusi, lo sviluppo della capacità degli individui, cioè il potenziamento delle loro libertà: ciò significa progettare e attuare strategie di intervento orientate a sostenere, promuovere e sviluppare le capacità di esercitare i propri diritti e a garantire un’uguaglianza di beni primari o di risorse fondamentali.

La sicurezza urbana L’elevato senso di insicurezza vissuto dai cittadini della società moderna è causa di diminuzione dei legami sociali e del senso di comunità: più le persone si sentono insicure nel loro ambiente di vita, più tendono a isolarsi, a difendersi, a “barricarsi”; dato che il mondo non è più sicuro, ci si barrica nella propria fortezza, convinti che solo lì si possa stare tranquilli; non conviene fidarsi nemmeno degli altri e di conseguenza ciascuno si ritrova sempre più solo e non si creano legami e relazioni. Per promuovere la sicurezza è necessario promuovere ambienti di vita più accoglienti, contesti capaci di combattere l’esclusione sociale e di mediare i conflitti, favorendo e migliorando la qualità della convivenza e del vivere urbano. Ciò comporta considerare la sicurezza, oltre che come diritto fondamentale, come bene collettivo, che richiede l’assunzione di responsabilità da parte dei cittadini e

la loro partecipazione consapevole, capace di aprire le persone al dialogo e al confronto e di rafforzare le relazioni sociali.

L’immigrazione Stiamo diventando una società multietnica e questo si riflette anche nelle comunità locali, dove il tema delle pluralità delle culture e dell’unità della comunità è di primaria importanza, sia negli aspetti negativi che in quelli positivi. Infatti le radici etniche dei gruppi migranti favoriscono la coesione interna ai diversi gruppi e, quindi, il senso di comunità; possono, però, creare problemi di rapporti tra i gruppi e , quindi, di integrazione sociale. La conoscenza e la comprensione delle differenze etniche, linguistiche, religiose presenti nella comunità locale può facilitare lo sviluppo di un senso di comunità che includa tutti, favorendo la relazione tra i gruppi e riducendo il bisogno di chiusure difensive. La sfida per chi fa lavoro di comunità, oggi, è da un lato valorizzare le caratteristiche distintive dei gruppi etnici e quindi le differenze, evitando l’isolamento e le separazioni e sostenendo la collaborazione e la cooperazione. Chi fa lavoro di comunità dovrebbe riconoscere e capire che le persone appartengono a gruppi diversi, che i gruppi etnici possono portare esperienze e modi diversi di guardare ai problemi e alle soluzioni, che la cooperazione tra i diversi gruppi può offrire le basi per un’azione collettiva orientata al futuro.

Riferimenti normativi che sostengono il lavoro di comunità. Il quadro legislativo odierno, sia a livello internazionale che nazionale o regionale, fa appello a richiami volti alla promozione di percorsi partecipativi e collaborativi che vedono coinvolte le risorse delle comunità nell’affrontare la complessità crescente dei problemi attuali. Per quanto riguarda il livello nazionale del quadro normativo attuale importante è : - la Legge n°328/2000 ( legge Quadro per la realizzazione del sistema integrato di interventi e servizi sociali), che si basa su una concezione di protezione sociale attiva. I punti chiave delle legge: ottica promozionale: tra le finalità si propone la promozione di interventi per garantire la qualità della vita, i diritti di cittadinanza, le pari opportunità, la non discriminazione, tutte finalità che sono presenti nei lavori di comunità; il principio di sussidiarietà: stato, regioni,province e comuni devono favorire l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale; progettazione partecipata: la programmazione degli interventi e delle risorse del sistema è ispirata ai principi della cooperazione tra i diversi livelli istituzionali; valutazione partecipata: le istituzioni devono garantire ai cittadini i diritti di partecipare al controllo della qualità dei servizi; aumento della partecipazione e della responsabilizzazione della comunità, attraverso la valorizzazione delle iniziative delle persone, dei nuclei familiari e la promozione della solidarietà sociale.

- Nuovo articolo 118 della costituzione, che riconosce, per la prima volta, ai cittadini il compito di contribuire alla costruzione della “cosa pubblica”, attraverso l’utilizzo di poteri e responsabilità proprie e dirette. Questo nuovo articolo modifica il tradizionale rapporto esistente tra amministrazione e cittadini, che ruotava intorno alla contrapposizione tra soggetti attivi e soggetti passivi della potestà amministrativa: “ i cittadini che autonomamente si attivano nell’interesse generale, vanno posti su un piano paritario con l’amministrazione stessa”. L’art. 118 introduce il principio della sussidiarietà circolare, in base a cui società e stato

collaborano per conseguire l’interesse generale, mentre ai cittadini è attribuito un potere sussidiario,un’opportunità di collaborazione che permette di risolvere i problemi che riguardano la collettività.

Cap.2 : Concetti chiave del lavoro di comunità La partecipazione rappresenta la strategia portante del lavoro di comunità ed è possibile solo se si assume il “modello della competenza”,che mette in risalto le capacità, le risorse di cui dispone la comunità e che possono essere impiegate per la soluzione dei problemi sociali e per la soddisfazione dei bisogni dei cittadini, che sono protagonisti e attori dell’intervento che viene affrontato. Riconoscere e valorizzare le competenze dei cittadini e della comunità nel suo insieme è condizione fondamentale per la partecipazione. Il concetto di partecipazione è legato al senso di responsabilità o senso di proprietà e, quindi, al radicamento: fare qualcosa per cercare di risolvere il problema, cioè “partecipare” significa sentire il problema come proprio e, quindi, cercare strategie per la sua soluzione e per il bene comune. Oggi, spesso, si sente dire, anche tra gli amministratori e gli operatori sociali, che la gente non partecipa, non ha voglia di partecipare; ognuno preferisce stare chiuso in casa a pensare al “proprio orticello”, a “farsi gli affari suoi”. Di fronte a queste affermazioni, si evita di impegnarsi in processi di attivazione della partecipazione della comunità: siccome la gente non partecipa, inutile cercare di praticare la partecipazione, senza nemmeno domandarsi quali sono le cause e quali percorsi attivare per favorire il senso di partecipazione e responsabilità ai problemi della comunità. La partecipazione, anziché un punto di partenza scontato, dovrebbe essere considerata un obiettivo da raggiungere, nel quale è necessario investire risorse, tempo e competenze: ciascuno desidera vedere la propria responsabilità riconosciuta e associata a quella collettiva; questo comporta chele persone,se messe nelle condizioni favorevoli, desiderano partecipare, diventano più attive e capaci di prendere decisioni su atteggiamenti e comportamenti che possono migliorare la qualità della vita della propria comunità. La partecipazione richiama il tema del potere, inteso come possibilità di influenzare le condizioni della propria vita: la percezione di avere potere o poterlo acquisire influisce sulla motivazione alla partecipazione. Lo sviluppo della comunità: indica sia un processo di cambiamento sia i risultati di tale processo, che vuol produrre un miglioramento della qualità della vita dei soggetti che vivono nella comunità e quindi accrescere la capacità di quei soggetti di risolvere i loro problemi e soddisfare i propri bisogni. La qualità della vita dei membri di una comunità dipende da due fattori: - fattori che riguardano loro come soggetti - fattori che riguardano le condizioni nelle quali vivono, cioè l’ambiente Un progetto di sviluppo di comunità ha un duplice obiettivi: sviluppare il sentimento di comunità e sostenere la comunità come soggetto. Ciò significa che il focus della strategia è posto sulla comunità, mentre l’individuo rimane sullo sfondo. Lo sviluppo di comunità può essere inteso come una particolare strategie di cambiamento. Si possono raggruppare gli interventi tesi a migliorare la qualità della vita di una comunità in tre strategie di cambiamento: strategie di cambiamento focalizzate sulle condizioni nelle quali vivono gli individui in una determinata comunità, attraverso interventi ideati, progettati e realizzati da altri soggetti: provvedimenti legislativi, opere di urbanizzazione, interventi economici, creazione di

servizi; strategie di cambiamento focalizzate sui soggetti, attraverso attività di formazione ed educazione che forniscono alle persone le abilità necessarie per vivere in determinate condizioni, per colmare la distanza tra richieste ambientali e abilità delle persone.( es: interventi sugli immigrati per acquisire le abilità linguistiche necessarie per vivere nel contesto che li ospita; corsi per genitori, azioni di sostegno per persone con difficoltà, corsi di inserimento lavorativo….); strategie di cambiamento basate sullo sviluppo di comunità, che hanno come obiettivo di permettere ai soggetti interessati di acquisire competenze e potere per cambiare le condizioni nelle quali vivono. Con il processo di sviluppo di comunità si vuole accrescere il senso di responsabilità, potere, competenze e senso di comunità affinché i soggetti definiti siano in grado di risolvere i problemi che hanno. Affinché i soggetti possano cambiare le condizioni, cioè risolvere i problemi, occorre che si sentano responsabili e quindi motivati ( senso di responsabilità sociale), abbiano un effettivo potere da spendere, possiedano le competenze e si sentano comunità. Lo sviluppo di comunità,quindi, avviene attraverso un processo di: coinvolgimento degli attori sociali: gli attori diventano attivi; partecipazione: gli attori acquisiscono un potere e decidono, connessione: gli attori si mettono in rete. Nel lavoro di comunità è contenuta l’idea di essere umano,(antropologia) inteso come soggetto che desidera assumersi la propria responsabilità e vederla unita a quella dei suoi simili per produrre cambiamenti. Questa idea presuppone l’idea di individuo che non è “ripiegato su se stesso”, immerso nei propri interessi particolari, ma un individuo artefice del proprio destino, che riconosce il legame con il sistema sociale in cui vive, aperto alle relazioni interpersonali e sociali. Oggi si parla di comunità non solo come luogo in cui è possibile costruire processi di comunicazione e coesione, ma come orientamento di valore e guida all’azione, il valore della socialità tra gli uomini, l’idea che ogni persona ha delle risorse da mettere in comune e può dare il proprio contributo attivo per sviluppare relazioni sociali positive. Per evitare il rischio della chiusura, dell’isolamento è fondamentale che le relazioni interne alla comunità non rispondano solo ad un bisogno personale e di autoaffermazione, ma occorre che siano pervade da una motivazione etica, che orienti l’azione verso processi concreti di crescita umana e sociale, di benessere personale e comunitario. La comunità è considerata un soggetto che agisce per modificarsi e modificare le condizioni in cui è inserita; è’ un soggetto che possiede un sapere e un saper fare, che possono essere usati per risolvere i problemi del vivere quotidiano; è un soggetto che apprende, che può migliorare le proprie competenze, le proprie conoscenze e il proprio bagaglio strumentale; è un soggetto di storia, in quanto ha un passato che ne definisce l’identità e la cultura; ma anche un futuro, che agisce sulla sua vita; è un soggetto di poteri, soggetto politico in quanto partecipa,attraverso le istituzioni, alle scelte che influiscono sulla sua vita. Cap. 3 I processi principali del lavoro di comunità i principali processi del lavoro di comunità sono: 1) partecipazione 2) collaborazione 3) leadership

1) nel lavoro di comunità la partecipazione è intesa come il processo attraverso il quale i cittadini possono contribuire alle decisioni su questioni che riguardano la

comunità e, di conseguenza, la loro vita. Partecipare significa “ prendere parte”, “poter contare”, cioè poter esercitare un’influenza sui fattori che condizionano la propria vita, collaborare con le istituzioni alla ricerca di soluzioni utili ai problemi della collettività. Vi sono diverse modalità in cui si esprime la partecipazione: la modalità rivendicativa, che si mette in atto per rivendicare il rispetto di un proprio diritto o per impedire azioni che potrebbero danneggiare i propri diritti. E’ in genere attivata dai leader della comunità e non presuppone la responsabilità dei cittadini coinvolti nel processo partecipativo, di basa su una fondamentale esigenza di difesa della propria identità, dei propri interessi, del proprio gruppo; l’organizzazione della domanda, che prevede che le istituzioni costruiscano uno spazio in cui i cittadini possano riporre le loro esigenze, i loro desideri, i loro problemi: Ha una valenza consultiva e mantiene la separazione netta tra chi fa richieste e chi si attiva per fornire risposte; la modalità collaborativa/ negoziale, che prevede una condivisione di responsabilità tra cittadini e istituzioni e significa anche impegno per costruire e concorrere alla ricerca e all’attuazione delle soluzioni ai problemi.

La partecipazione produce effetti sugli individui, in quanto partecipare rinforza l’autostima e il senso di competenza personale, diminuisce il senso di impotenza,molto forte nelle situazioni di esclusione sociale e di solitudine, aumenta il senso di responsabilità e un maggior controllo sulla propria vita: la maggiore consapevolezza dei problemi non elimina il disagio, ma favorisce la capacità di gestirlo da protagonisti e non da vittime impotenti, che subiscono passivamente il corso degli eventi. sulle relazioni sociali e sul senso di comunità: per partecipare le persone devono uscire di casa, conoscersi, incontrarsi, comunicare con gli altri, socializzare, pensare insieme le strategie per affrontare i problemi e realizzare progetti con gli altri. Questo permette di ampliare i punti di vista, di disporre di più energie, risorse da mettere in campo per risolvere i problemi. di creare ponti e nuovi legami tra le reti sociali attorno alle persone e ai gruppi esistenti. Attraverso la partecipazione si rinforza, quindi, il senso di comunità attraverso la ricerca di un obiettivo comune.

Rischi della partecipazione: rischio per gli individui: se la partecipazione promuove e rinforza le relazioni sociali, significa che accentua anche il controllo sociale, che finisce con il limitare la libertà individuale. Inoltre portare i fatti propri in pubblico per coloro che tengono alla privacy può essere un motivo di rifiuto delle relazioni e della partecipazione.

rischio per le istituzioni: maggiore partecipazione significa maggiore complessità e più domande da soddisfare: di conseguenza seda una parte la partecipazione permette di contare su soggetti sociali più responsabili e capaci di trovare risposte ai problemi della collettività, dall’altra impone alle istituzioni di diminuire la rigidità burocratica e istituzionale e trovare altre modalità di rapporto con i cittadini. rischio per tutti: esiste un rapporto stretto tra partecipazione conflitto: la partecipazione può far aumentare i conflitti, può inibire la voglia di partecipare, ma, nello stesso tempo, il conflitto può attivare la partecipazione, in quanto il conflitto accende gli animi, permette di venire allo scoperto e di confrontarsi e, quindi, anche la voglia di partecipare.

Promuovere la partecipazione Per la grande sfiducia nei confronti delle istituzioni, oggi, si dice, che la gente non ha più voglia di partecipare: preferisce la delega, la passività, il disimpegno. La partecipazione dei cittadini non si attiva su problemi che stanno a cuore alle istituzione, ma su quelli che stanno a cuore a loro: creare occasioni che permettano alle persone di parlarsi,in modo che scoprano di avere problemi e interessi comuni è il primo passo per avviare un percorso partecipativo, la condizione per avviare il processo partecipativo. I fattori di motivazione alla partecipazione possono essere: - i problemi devono essere specifici e soprattutto sentiti da parte di coloro che devono partecipare; - essere insieme ad altri che hanno e che sentono lo stesso problema; - avere la percezione delle proprie capacità: per partecipare occorre sentirsi capaci; - avere un reale potere da spendere, cioè poter influire realmente sui processi di cambiamento, avere la possibilità di influire direttamente sulle scelte che riguardano la vita della collettività. La presenza di gruppi organizzati è fondamentale per il processo di partecipazione: i gruppi, organizzati intorno a diversi interessi, svolgono un’importante funzione di mediazione tra l’individuo e il sistema sociale al quale appartiene. Sono gli attori principali del processo di partecipazione. Questi gruppi prendono nomi diversi: comitato, associazione o semplicemente gruppo e tra loro si possono creare delle intese, che prendono la forma delle rete o della coalizione. Uno strumento oggi in uso è il forum, inteso come luogo in cui diversi soggetti interessati alla vita della comunità si confrontano, sulla base della propria esperienza e propongono orientamenti alle istituzioni. E’ il luogo in cui è possibile cercare mediazioni tra le diverse esigenze presenti sul territorio; è il luogo in cui si esprime l’orientamento collettivo della comunità in cui si realizza l’intervento istituzionale.

2) La collaborazione è un processo spontaneo attivato all’interno di una comunità per creare intese , per raggiungere obiettivi,che devono servire meglio la comunità. Collaborare significa progettare, valutate, decidere, risolvere problemi, realizzare iniziative, coordinarsi nell’impiego di risorse. La collaborazione è un tema che riguarda tutti i soggetti,che possono essere diversi: comunità, attori della società civile, servizi pubblici, operatori dei servizi;istituzioni. I modi attraverso cui viene realizzata la collaborazione sono numerosi e possono andare bene se permettono di raggiungere i risultati desiderati e la soddisfazione dei soggetti coinvolti.

La scelta della forma da dare alla collaborazione dipende da due aspetti: gli obiettivi per i quali si collabora, le caratteristiche dei soggetti coinvolti, i loro desideri. A queste forme vengono dati diversi nomi: rete, forum, conferenze,coordinamento, coalizione. La rete indica legami poco strutturati tra gruppi e organizzazioni dello stesso tipo e diverse che condividono l’impegno rispetto ad un particolare problema della comunità. Le reti sono decentralizzate e i membri agiscono in modo autonomo; non esiste una struttura di leadership e nessuno rappresenta gli altri. La coalizione è un’alleanza formale tra organizzazioni che hanno deciso di collaborare su un

obiettivo comune;possiede un’organizzazione interna funzionale a prendere decisioni e gestire la leadership. Le coalizioni possono formarsi per affrontare un problema specifico e avere una durata limitata nel tempo oppure possono stabilire una collaborazione più duratura su questioni più generali. Oltre alle motivazioni, per collaborare servono abilità sociali e competenze relazionali, tra le quali la capacità di ascolto, di mediazione, di mettersi nei panni degli altri. Per mantenere processi di collaborazione nel tempo, è necessario che ogni attore inserito nel processo di collaborazione abbia interesse sia per l’obiettivo per il quale collabora sia per le relazioni con gli altri attori coinvolti nel processo. Un aspetto legato alla collaborazione, che rappresenta uno degli ostacoli più importanti, è il conflitto: nella collaborazione non può esserci spazio per il conflitto;però il conflitto, che nasce dalla diversità, può permettere di andare in fondo alle questioni e può servire a mantenere alto il livello di motivazione. Quando, però, la conflittualità supera certi limiti, il conflitto diventa distruttivo e la necessità di adottare strategie difensive impedisce la collaborazione.

3) la partecipazione e la collaborazione sono processi sociali che richiedono un orientamento, cioè una leadership. La leadership può essere considerata sia come relazione di interdipendenza tra una persona e la collettività sia come processo sociale che comprende una serie di funzioni, che riguardano l’azione collettiva e la direzione della stessa. Costruire un orientamento collettivo è diverso da avere un leader da seguire: leader è colui che interpreta le preoccupazioni e la cultura della comunità e che dà garanzia ai membri del gruppo; ciò che lo rende importante è l’autorevolezza, l’attribuzione di autorità da parte della gente. Non si può negare l’esistenza e l’importanza dei leader locali, dei gruppo, delle associazioni: i leader locali ci sono e sono importanti nel processo di orientamento collettivo; ma i processi di partecipazione e di collaborazione non richiedono la presenza di un capo, ma di un facilitatore, che sappia sostenere il processo di orientamento. Compito dell’operatore di comunità non è quello di assumere la guida del processo, ma di fare in modo che possa formarsi un orientamento e che la direzione sia chiara e condivisa.

Gruppo guida = è un gruppo particolare, sia per la composizione sia per i compiti, è formato da persone che provengono da realtà diverse del territorio, alle quali sono vincolate affettivamente, idealmente, politicamente e nelle quali svolgono una funzione di leadership.

E’ in genere un piccolo gruppo, che ha il compito di guida e di orientamento alle esigenze e opportunità del territorio; la sua funzione è quella di pensare e favorire una progettazione integrata a facilitare lo scambio tra i soggetti del territorio. Il gruppo guida rappresenta un spazio di interazione sociale tra soggetti appartenenti a realtà diverse e motivati al bene comune, è il simbolo della comunità e un esempio per la collaborazione. Il gruppo guida non è un insieme di estranei, ma un insieme di persone che si trovano insieme per fare attività, persone competenti, capaci di muoversi e di dare fiducia nell’incertezza, senza avere la pretesa di verità: il gruppo guida ha la funzione di contribuire all’orientamento collettivo. Nel gruppo guida non c’è spazio per le relazioni di potere: nessuno ha più potere di un altro nel gruppo; le relazioni sono paritarie e collaborative e l’autorità è reciproca.

Il gruppo guida rappresenta anche un percorso di crescita delle persone e di integrazione dei punti di vista, un “osservatorio della realtà locale” , un punto di coordinamento della rete e una forma di mediazione tra istituzioni e tra istituzioni e cittadini.

Cap.4: soggetti e contesti del lavoro di comunità Il lavoro di comunità ha come caratteristica l’interdisciplinarità,cioè richiede l’esigenza di integrare competenze e saperi diversi, per cui avremo tanti operatori di comunità, che si possono suddividere in tre categorie: animatori di comunità professionisti di diverse discipline cittadini attivi

L’animatore di comunità è un esperto che ha il compito di attivare, sostenere, guidare processi di comunità, è l’operatore incaricato in modo specifico di attivare e sostenere processi di partecipazione; la sua funzione è di sostegno e non di controllo. Le attività realizzate dall’animatore di comunità sono: presenza nella comunità, contatti con i residenti e cura delle relazioni, riunioni di progettazione partecipata, di problem solving collaborativo, di valutazione partecipativa, ricerca azione partecipata informazione e comunicazione assistenza tecnica e consulenza L’animatore di comunità , per svolgere il suo compito,deve avere un mandato chiaro ed esplicito dalle istituzioni e deve essere riconosciuto autorevole dai membri della comunità: istituzioni e comunità devono fidarsi di lui e riconoscere l’utilità del suo lavoro nella tutela dei propri interessi.

Esistono professionisti che,con le proprie competenze disciplinari, adottano prassi riconducibili al lavoro di comunità: assistenti sociali, psicologi, pedagogisti, sociologi, medici…: il lavoro di comunità è un lavoro che non si può realizzare da soli, ma richiede la presenza integrata e coordinata di più persone, spesso appartenenti ad ambiti disciplinari diversi. Si tratta , quindi, di un lavoro d’equipe interdisciplinare, nel quale si sommano differenze personali e diversità professionali, che si confronta e interagisce con la comunità in cui opera.

Sempre più spesso, i professionisti dei servizi territoriali si trovano a collaborare, a discutere insieme a non- professionisti, che vogliono dire la loro, che vogliono che le loro esigenze siano tenute in considerazione: si tratta di cittadini che da utenti diventano risorse e contribuiscono, attraverso la partecipazione, la collaborazione,l’impegno a soddisfare i bisogni della comunità.

Per cittadinanza attiva si intende la capacità dei cittadini di organizzarsi in modi diversi, di mobilitare risorse umane, tecniche e finanziarie, di agire per tutelare diritti, esercitando poteri e responsabilità volti alla cura e allo sviluppo dei beni comuni. La cittadinanza attiva è resa possibili dalla presenza di associazioni, strutture sociali il cui scopo è la cooperazione, la collaborazione, la solidarietà e l’impegno sociale. Sono molti i cittadini che si impegnano in prima persona in attività che vanno oltre gli interessi personali e della propria famiglia, che , attraverso l’esempio e l’azione, promuovono

la partecipazione e la collaborazione, alimentano la fiducia relazionale e diffondono il senso civico: l’impegno civico, inteso come riconoscimento e perseguimento del bene pubblico a scapito di obiettivi personali e privati,come senso di responsabilità sociale, è ciò che caratterizza i cittadini attivi.

Nel fare lavoro di comunità ci si trova a collaborare con numerosi soggetti: dai singoli individui, che ricoprono ruoli nella comunità, ad amministratori locali, a membri di organizzazioni, di associazioni a operatori di servizi; a gruppi di varia natura ( equipe di lavoro, gruppi di formazione, comitati di cittadini, commissioni), con i quali l’operatore di comunità può essere chiamato a svolgere numerosi compiti: condurre, coordinare, gestire, consultare, sostenere, organizzare.

I principali contesti di impiego del lavoro di comunità: la comunità territoriale, un ambito privilegiato per la partecipazione sociale e quindi per l’attuazione di strategie che si basano sull’impegno dei cittadini; le politiche sociali, ambiti nel quale il lavoro di comunità ha trovato le sue applicazioni attraverso l’attivazione e l’impiego delle reti sociali, il volontariato, il mutuo aiuto; le organizzazioni di lavoro: in questo contesto coincide con la promozione e lo sviluppo del senso di comunità e la cura delle comunità esistenti. I luoghi di lavoro, oltre che luoghi di produzione di beni e servizi, sono anche luoghi di vita: in essi le persone passano un parte significativa del loro tempo, convivono e vivono mentre svolgono compiti; progetti di sviluppo locale e riqualificazione urbana, nel lavoro nelle e con le periferie, in progetti negli insediamenti di edilizia sociale: sono sempre più frequenti le iniziative tese a ricostruire legami sociali, relazioni di fiducia a livello locale e a sostenere percorsi di responsabilizzazione dei cittadini residenti rispetto alla qualità della vita del proprio territorio. E’ diffusa la consapevolezza che non può esistere un miglioramento delle condizioni di vita di un quartiere senza il coinvolgimento, la partecipazione e l’assunzione di responsabilità da parte di chi lo vive.

Nel lavoro di comunità si possono incontrare problemi ricorrenti, molti dei quali possono essere ricondotti alla dimensione della qualità della convivenza, intendendo per convivenza le relazioni che le persone sono obbligate a intrattenere per il fatto di vivere nello stesso territorio. Tra questi i fattori di stress e di disagio dovuti agli aspetti urbanistici, alla disoccupazione, all’esclusione sociale, ai conflitti sociali, ai problemi di sicurezza, ecc…. Anche gli spazi comuni spesso sono un problema: non sempre la vicinanza spaziale è anche vicinanza affettiva; spesso tra persone che vivono vicine è difficile l’integrazione, le relazioni sociali,per cui le persone si isolano , si rinchiudono in sé, facendo aumentare il senso di insicurezza e di stima; inoltre è la capacità delle persone di partecipare, più diffuso è il senso di impotenza e di alienazione. Se potessero scegliere, alcune persone non abiterebbero mai nel posto dove abitano, che sentono come una “convivenza forzata”, un specie di condanna e che rifiutano: questo porta nelle persone una mancanza di impegno verso l’ambiente in cui vivono, un disinvestimento che riduce le energie che dovrebbero migliorare la vita della comunità. Lo sviluppo di comunità si propone di affrontare i problemi della convivenza urbana attraverso il coinvolgimento e l’assunzione di responsabilità da parte della comunità, attivando e sostenendo forma di partecipazione dei cittadini per migliorare le proprie condizioni di vita. Migliorare la qualità della convivenza attraverso lo sviluppo di comunità significa facilitare e aiutare i residenti nell’inventare nuovi modi di vivere insieme, che garantiscono il benessere della comunità e degli individui.

Responsabilizzarsi e impegnarsi attivamente per migliorare il proprio ambiente spezza il circolo vizioso dell’impotenza, per creare occasioni che consentono la partecipazione, le relazioni interpersonali, la collaborazione e stimolano la nascita dell’impegno civico.

Il profilo dell’operatore di comunità Il lavoro di comunità è un lavoro che richiede un’alta motivazione: chi fa questo lavoro è chiamato a trasmettere energia, vitalità, entusiasmo. E’ difficile farlo se non si ama il proprio lavoro e se non si mette passione in quello che si fa. L’operatore deve conoscere sé stesso, le proprie potenzialità e i propri limiti; deve avere competenze relazionali e comunicative: capacità di ascolto, saper mediare i conflitti,... deve avere competenze organizzative, cioè deve saper organizzare le informazioni, le risorse, i percorsi di coordinamento…; deve avere competenze metodologiche. Oltre a queste competenze, chi fa lavoro di comunità deve essere in grado di maneggiare strumenti come la ricerca azione partecipata, la progettazione partecipata, l’attivazione e la facilitazione delle reti, la conduzione delle riunioni di gruppo, la mediazione dei conflitti.

Cap.5 : la ricerca azione partecipata La ricerca azione partecipata, per le sue caratteristiche e per i suoi obiettivi, è impiegata in diverse pratiche sociali finalizzata al cambiamento, soprattutto nell’ambito del lavoro di comunità, di cui costituisce uno strumento essenziale. Si parla si ricerca azione partecipata quando si vuole sottolineare l’aspetto partecipativo. Obiettivi e funzioni della ricerca azione partecipata sono: la conoscenza = si scoprono cose nuove e questo fa sì che le persone imparano a sentirsi attori creativi del mondo; l’apprendimento = i soggetti imparano, mettono a confronto le loro conoscenze, in comune i propri punti di vista, attraverso l’uso di strumenti sia tradizionali che innovativi (come interviste individuali e di gruppo, questionari, laboratori di comunità…) il cambiamento = si modificano delle situazioni, in quanto le persone hanno un comune desiderio di migliorare le condizioni nelle quali vivono. Questi tre aspetti sono interdipendenti: i soggetti che apprendono solo coloro che sono coinvolti come attori della ricerca e quindi del cambiamento, cioè singoli,individui, gruppi, la comunità stessa.

Fondamentali per comprendere la ricerca azione partecipata sono i seguenti aspetti: da chi è stata concepita chi prende le decisioni chi impara nel processo come è distribuito il potere tra i vari attori chi ha deciso l’oggetto della ricerca chi ne tra e beneficio chi utilizza i risultati chi esercita il controllo sul processo Il modello della ricerca azione partecipata può essere impiegato per conoscere la comunità anche da parte degli stessi abitanti, perché non sempre vivere in comunità vuole dire essere consapevoli di ciò che è effettivamente. Per intraprendere un’azione di cambiamento, per scoprire le risorse e trovare strategie di problem solving può essere indispensabile la definizione di profili di comunità,( es.

territoriale, demografico, occupazionale,istituzionale, psico -sociale..) che rappresentano un modo di organizzare l’osservazione della comunità. Un modello particolare di ricerca azione partecipata è quello che viene denominato ricognizione sociale, cioè un’azione di conoscenza non approfondita di un territorio, dei suoi problemi, delle sue risorse, che si ottiene osservando la realtà da diverse angolature, che corrispondono ai diversi punti di vista degli attori sociali presenti sullo stesso territorio. In termini più tecnici, la ricognizione sociale rappresenta una modalità di ricerca azione partecipata in cui il soggetto è l’oggetto della ricerca coincidono e conoscenza e coinvolgimento si intrecciano. E’ uno strumento di facile impiego anche da persone non dotate di un’elevata professionalità specifica;si dimostra efficace soprattutto nella fase di promozione e attivazione di un progetto e permette di raccogliere in modo rapido delle informazioni che possono essere utilizzate immediatamente dai diversi attori sociali che si vogliono coinvolgere. La ricognizione sociale si propone il duplice obiettivo 1) di coinvolgere gli attori sociali e di raccogliere informazioni; 2) di rendere possibile la presa di coscienza, il senso di proprietà rispetto ai problemi e alle soluzioni. Nel processo di ricognizione sociale non è possibile separare la conoscenza dall’azione: mentre si conosce, cioè si raccolgono le informazioni, si agisce, cioè si coinvolgono i diversi attori della comunità per individuare progetti utili a risolvere problemi e migliorare le proprie condizioni di vita. Il processo di ricognizione sociale si suddivide in fasi: domanda iniziale: il processo ha inizio con una domanda da parte di un attore di una comunità, parte, cioè, dall’esistenza di un soggetto di una comunità, che vede un problema e vuole fare qualcosa per risolverlo, attraverso il coinvolgimento di altri soggetti dello stesso territorio; la conoscenza preliminare della comunità, attraverso la raccolta di informazioni relative alle caratteristiche della comunità e in particolare alle risorse di cui dispone; identificare gli attori sociali da coinvolgere nel processo di ricognizione: poiché non e possibile includere tutti nel processo e poiché una grande quantità di informazioni non è disponibile immediatamente, occorre un primo contatto con la gente le luogo,che può essere possibile attraverso interviste a persone che conoscono la comunità. Esistono diverse modalità per identificare gli attori sociali: - costruire un sociogramma, ponendo al centro dello spazio una popolazione target e collocando nello spazio circostante i soggetti che interagiscono con questa popolazione; - costruire un sociogramma, ma al centro dello spazio mettere il problema specifico e nello spazio circostante i soggetti coinvolti dal problema stesso; - definire una delimitata unità geografica locale rilevante per un servizio, un quartiere, una zona e in quest’area identificare gli attori sociali significativi. il reclutamento dei leader/ rappresentanti:si tratta di identificare le persone significative delle diverse realtà “mappate”, contattarle telefonicamente per fissare un incontro individuale per una prima intervista, mirata a presentare il progetto, raccogliere le prime informazioni e verificare la disponibilità dell’interessato a collaborare; la riunione iniziale e il contratto: nella riunione iniziale, di solito aperta dalla persona che ha preso l’iniziativa di attivare il processo, viene presentato il processo di ricognizione sociale e viene descritto l’impegno richiesto: è importante precisare in modo specifico l’impegno richiesto ai convocati e non limitarsi a generiche richieste di disponibilità a collaborare. Durante la riunione, i presenti possono valutare e scegliere se aderire o meno alla proposta e alla fine devono decidere pubblicamente se prendere parte o meno al processo di ricognizione:l’impegno diventa una specie di contratto tra le persone presenti. Infine con i rappresentanti disponibili si prendono accordi per la realizzazione di

un’intervista di gruppo; l’intervista di gruppo: è la tecnica usata per raccogliere le informazioni; viene realizzata nella sede del gruppo da uno o due intervistatori (uno stimolatore/faciliatore,l’altro memorizzatore) richiede generalmente due ore, la presenza va da un minimo di 5 ad un massimo di 15 e vien condotta con la tecnica del gruppo focus. Generalmente l’intervista viene effettuata con un gruppo reale, omogeneo per interesse o valori, e formato da persone di una stessa organizzazione o che comunque hanno un motivo di ritrovarsi per fare qualcosa insieme. L’intervista di gruppo è lo strumento essenziale sia per la raccolta di informazioni che per il coinvolgimento e va condotta tenendo conto delle caratteristiche dell’organizzazione a cui appartengono le persone e delle difficoltà che il leader può incontrare nel coinvolgerle. Il successo del processo dipende anche da come funzionano le riunioni nelle quali si realizzano le interviste. La riunione consiste in una discussione pianificata per sviluppare il senso di responsabilità e di proprietà dei problemi e per raccogliere il massimo delle informazioni dalle persone su problemi o fatti specifici e sulle forze e risorse di cui dispone la comunità. Nella conduzione è utile porre attenzione nel distinguere i problemi espressi in termini generali, da quelli che si riferiscono a fatti concreti: più un problema è specifico, accade in un luogo specifico, la conseguenze per precise persone, maggiore è l’utilità della ricognizione. Durante l’intervista i partecipanti si rispondono reciprocamente, fanno commenti e discutono, ma rimangono focalizzati sull’argomento: è compito dell’intervistatore mantenere il gruppo in tema. Per la realizzazione delle interviste di gruppo si può ricorrere a operatori professionisti oppure a volontari opportunamente addestrati ( occorrono circa venti ore di formazione) che possono essere reclutati nella comunità. Il reclutamento e la formazione dei volontari rappresentano aspetti molto importanti perché questa attività comporta uscire sul territorio e ricercare delle persone che si assumano responsabilità e che, in quanto membri della comunità, rappresentano un esempio di attivazione e coinvolgimento. Inoltre la formazione favorisce l’interazione tra persone e lo sviluppo di relazioni di gruppo. Elaborazione dei dati: i dati raccolti con le diverse interviste vengono organizzati e elaborati in modo da facilitare la lettura e l’analisi da parte di tutti i membri del gruppo, che devono avere la possibilità di interpretarli; Restituzione dei dati.: i dati, raccolti in un opuscolo, vengono restituiti a ciascun gruppo in un’apposita riunione dagli stessi ricercatori che hanno svolto l’intervista.

In questa seconda riunione le persone cominciano ad interrogarsi sul significato dei dati raccolti, a vederli in relazione a quelli degli altri gruppi.

Assemblea finale: con questa assemblea si conclude la ricognizione sociale: se c’è l’interesse da parte dei presenti l’incontro si conclude con la formazione di un gruppo guida, che può assumersi il compito di intraprendere azioni per risolvere alcuni problemi importanti e iniziare un’attività di progettazione e collaborazione.

Limiti della ricognizione sociale. Con questo modello non è possibile condurre una ricerca in profondità; permette di raccogliere le percezioni e le rappresentazioni che i vari attori sociali hanno rispetto ai problemi e non consente la raccolta dei dati “oggettivi”; per cui è necessario integrare i dati raccolti con altri provenienti da fonti qualificate: i dati raccolti non indicano quali sono realmente i problemi importanti, ma evidenziano i problemi che i gruppi coinvolti ritengono importanti o prioritari. Inoltre i dati raccolti non si prestano a un trattamento statistico e ad una loro generalizzazione, ma sono utili al coinvolgimento delle persone.

Essendo uno strumento utili ad avviare processi di coinvolgimento e collaborazione tra i diversi attori di un territorio, la ricognizione sociale mette in relazione interessi, valori, bisogni diversi, a volte contrapposti: di conseguenza possono emergere conflitti.

Il ruolo del ricercatore. Per condurre un progetto di ricognizione sociale, accanto alla figura del coordinatore, che si fa carico degli aspetti generali e svolge una funzione di addestramento e supervisione, occorre prevedere l’impiego di intervistatori, il cui compito essenziale è l’intervista di gruppo che devono condurre con competenza e autorevolezza; ma soprattutto il loro compito è quello di tessere delle relazioni, di essere animatore di comunità.

Cap. 6: La progettazione partecipata L’obiettivo dei progetti di sviluppo di comunità è attivare e sostenere processi partecipativi e di collaborazione. La progettazione del processo partecipativo si struttura in fasi distinte: - insediamento nella comunità e ricognizione : in questa fase vengono realizzate attività finalizzate alla creazione delle base per i futuri rapporti con i diversi attori. Gli operatori hanno il compito di costruirsi credibilità e legittimità sia presso i cittadini sia presso le istituzioni con cui si trovano a collaborare. L’equipe di operatori, di solito, si insedia nella comunità in cui entra a lavorare e perciò è necessario individuare una sede abitabile, visibile e accessibile dai cittadini. E’ fondamentale prevedere attività volte alla conoscenza della comunità dei suoi profili, delle sue risorse, dei suoi problemi. La durata di questa fase, solitamente, non supera i 3- 4 mesi; - attivazione: in questa fase si tratta di avviare con la comunità un’attività di valutazione della priorità dei problemi emersi, in modo da ottenere il mandato sui problemi da affrontare per primi nell’attività di progettazione partecipata. Dal progettare insieme si dovrà passare all’agire insieme, ciascuno con compiti e ruoli definiti e arrivare ad attività di valutazione partecipata per verificarne l’andamento. Attraverso queste attività, i cittadini o i gruppi coinvolti sono messi in condizione di collaborare, assumere informazioni e anche di verificare individualmente quello che stanno facendo. - consolidamento: in questa fase si dovranno fornire occasioni di rinforzo al processo collaborativo, attraverso strategie per il suo mantenimento nel tempo e per garantirne il consolidamento.

Una volta d’accordo sull’importanza e la necessità della partecipazione nella progettazione, resta da capire come,con quali modelli e con quali strumenti,affrontare la progettazione partecipata sia nelle comunità locali sia nei diversi settori. Tra i numerosi approcci e metodologie impiegati nella progettazione partecipata ricordiamo: - la pianificazione strategica: un processo partecipativo e collaborativo per permette ai diversi stakeholders di lavorare insieme , attraverso una vision condivisa, che è il primo criterio di orientamento , in quanto indica una direzione a cui tendere. Si tratta di una vision costruita attraverso un processo partecipativo di ricerca e di confronto/ scambio tra i membri di una comunità. Condividere la vision è condizione essenziale per collaborare consapevolmente e responsabilmente; infatti condividere la vision vuole dire non solo essere liberi di esprimere i propri sogni, ma anche imparare ad ascoltare e saper ascoltare i sogni degli altri. La visione può essere costruita in positivo e in negativo: la domanda “che cosa si vuole” è diversa da quella “che cosa si vuole evitare”. Di solito le visioni negative sono più comuni

delle positive: i membri di una comunità uniscono i loro sforzi soprattutto quando si sentono minacciati. Nella pianificazione strategica si tiene conto di due fondamentali fonti di energia che motivano le comunità al cambiamento: il timore, che è alla base delle visioni negative e l’aspirazione, alla base delle visioni positive. Il timore può produrre cambiamenti straordinari in brevi periodi; l’aspirazione rimane come un motivo continuo di crescita e apprendimento. La pianificazione strategica è: un processo di costruzione di una vision condivisa; è partecipativo e democratico: permette ai attori della comunità di prendere parte alle scelte e agli orientamenti che riguardano la comunità stessa, orientato al compito: quindi deve rispondere a esigenze organizzative, di rispetto dei tempi, di impiego delle risorse e di competenze adeguate.., è collaborativo: permette e richiede agli attori della comunità di collaborare tra loro; olistico: per l’interdipendenza degli attori, sono necessarie strategie complesse per affrontare problemi complessi, intrecciare le competenze di diverse istituzioni e settori, utilizzare approcci multi e inter disciplinari, culturali, settoriali..; è verificabile: i cittadini vogliono progetti che producano i risultati che promettono. La progettazione partecipata è un percorso segnato da tappe contraddistinte da compiti e risultati specifici da raggiungere: - analisi preliminare (inizio del processo): la prima cosa che serve è un gruppo per iniziare a muovere il processo; - comprendere la comunità ( imparare uno dall’altro): ogni partecipante contribuisce con il proprio punto di vista , le proprie conoscenze e risorse. Con la partecipazione degli attori coinvolti si realizza l’analisi SWOT: valutare le forze, identificare le debolezze, fare un inventario delle opportunità, identificare le minacce; - immaginare il futuro ( creare una visione comunitaria): l’intera comunità si impegna per definire la direzione da prendere e come realizzarla; - entrare nel vivo del lavoro ( il piano strategico): sviluppare le strategie essenziali per raggiungere la vision;identificare programmi e progetti, che costituiscono il piano strategico; valutare i risultati; - cooperare ( costruire una struttura di gestione): creare una struttura organizzativa, alla quale dovrà essere affidata la gestione del progetto e la definizione dei meccanismi decisionali; - realizzazione del piano.

Alcuni degli strumenti che permettono il coinvolgimento di molte persone nella progettazione partecipata sono: future search search conference european awareness scenario workshop

Il future search è un laboratorio di apprendimento che permette alla comunità di assumere informazioni da più punti di vista e creare, così, una visione di insieme condivisa. L’obiettivo di questo strumento è quello di mettere ciascuno in condizione di assumersi maggiori responsabilità rispetto a sé stesso o al sistema, sia esso un’organizzazione o una comunità. E’utile agli operatori perché permette di costruire una visione condivisa del futuro della propria comunità; di scoprire l’esistenza di esigenze e intenti comuni, di attivare visioni condivise che già esistono. In questo strumento di progettazione le differenze sono inevitabili, vengono date per

scontate e con esse si impara a convivere, rinforzando l’apprendimento cooperativo. Dal punto di vista tecnico, è un incontro che coinvolge 60-70 persone e si estende su 4 mezze giornate distribuite in 3 giorni consecutivi ( pomeriggio del primo giorno; giorno intero del secondo, mattino del terzo giorno). Le persone coinvolte hanno cinque compiti da svolgere: rivisitare il passato; esplorare il presente creare scenari futuri identificare un terreno comune fare piani di azione

La Community search conference è una tecnica di pianificazione strategica che permette di identificare azioni specifiche per produrre cambiamenti nel medio e lungo periodo. Si tratta di un processo partecipativo strutturato nel quale gruppi di individui attivi analizzano il contesto in cui sono inseriti, per definire una strategia per raggiungere il risultato che vogliono ottenere. In una community S.C. una comunità progetta il suo futuro e si assume la responsabilità di farlo accadere, la comunità può essere locale, oppure una comunità di interessi, o un’azienda.

La community s.c. è un incontro che dura 2 giorni e mezzo, attentamente progettato e pianificato, nel quale un numero variabile di cittadini diventano una comunità che apprende e progetta; insieme creano una visione, elaborano strategie e piani di azione. Le persone sono coinvolte in un processo di ricerca azione partecipata, che permette di vedere la progettazione come un percorso attraverso il quale si apprende e si cambia mentre si progetta il cambiamento. Le persone imparano analizzando il proprio ambiente, apprendono il funzionamento dei sistemi e imparano a progettare sistemi migliori e sostenibili. Un’adeguata preparazione di una conferenza richiede mesi di preparazione e un impegno serio e costante di un “gruppo- guida”.Nella fase di preparazione vengono raccolti tutti i punti di vista per definire il focus della conferenza. Una volta deciso che la conferenza si può fare, occorre definire i risultati e individuare il tema centrale per la conferenza; successivamente si affronteranno gli aspetti organizzativi e logistici. La scelta dei partecipanti deve avvenire con il coinvolgimento del gruppo guida in modo che sia la comunità stessa a decidere chi coinvolgere. La Conference ha una struttura a imbuto e a imbuto rovesciato: si parte dal generale per andare verso il particolare e poi si inverte la direzione. Nella prima parte della conferenza si analizza ciò che avviene nell’ambiente globale e in quello più prossimo alla comunità; poi ci si occupa del passato della comunità, della sua storia; infine si realizza una valutazione del presente. Nella seconda parte, basandosi sulle informazioni raccolte e condivise, i partecipanti elaborano una visione condivisa del loro futuro: questo permette di aiutare la comunità a identificare dove intende investire le proprie energie. Nell’ultima parte della conferenza, i partecipanti traducono la visione in obiettivi raggiungibili, anticipando possibili difficoltà e cercando modi per superarle. Infine si elabora il piano di azione. European Awarennes scenario workshop è uno strumento adottato dalla comunità europea per stimolare la partecipazione sociale nella soluzione dei problemi della città, un

modello di progettazione partecipata impiegato in vari contesti per promuovere e permettere il coinvolgimento e la partecipazione dei diversi attori sociali alla definizione di scelte locali che interessano la qualità della vita. Si tratta di un incontro che può avere la durata variabile da uno a due giorni, nel quale sono coinvolte dal 24 a 28 persone, selezionate tra cittadini, esperti di tecnologia, amministratori pubblici e rappresentanti del settore privato. I temi da affrontare devono essere sempre quattro,in relazione tra loro e definiti prima dell’inizio dei lavori. Nella prima parte si costruisce una visione del futuro, per immaginare come risolvere i problemi in relazione ai temi in discussione. Nel fare questo devono tenere presenti quattro scenari, che vengono proposti e che prospettano quattro soluzioni alternative. Le visioni elaborate da ciascun gruppo vengono discusse e si sceglie, attraverso una votazione, la visione comune. Nella seconda parte i quattro gruppi formati, hanno il compito di proporre idee su come realizzare la visione comune: le idee più votate saranno alla base del piano di azione.

Cap.7: la valutazione partecipata Nei progetti di comunità, la valutazione è un’attività che si intreccia con due aspetti fondamentali del lavoro di comunità: la ricerca azione partecipata, che costituisce il pilastro portante e l’azione principale di molti progetti di comunità; l’assistenza tecnica, che non può prescindere dalla ricerca e dall’impiego di dati per fornire sostegno ai progetti. Due aspetti centrali nella valutazione sono: i cambiamenti che intende produrre: gli obiettivi i modi attraverso cui si intende produrre tali cambiamenti: i processi Valutare significa esprimere giudizi riguardo a un certo aspetto della realtà che diventa l’oggetto della valutazione; è un’attività tipica degli esseri umani, praticata spontaneamente e con continuità. Valutare progetti significa pronunciare giudizi su di essi, ma giudizi basati non solo su intuizioni o impressioni personali, ma devono essere sostenuti da informazioni ricercate in modo metodologicamente rigoroso. Poiché un progetto interessa sempre più soggetti, occorre uno sforzo iniziale per stabilire criteri di valutazione condivisi, in quanto sono gli attori coinvolti che danno valore al dato e che, quindi, valutano. La valutazione di questi progetti è quindi una valutazione partecipata, che include un processo di negoziazione tra i diversi attori portatori di differenti interessi, che si realizza all’interno di uno specifico contesto culturale. Il ricorso alla partecipazione nella valutazione è stimolato dal fatto che la realtà sociale è caratterizzata da complessità, di cui fanno parte gli stakeholders (portatori di interessi) coinvolti nei progetti, ciascuno dei quali, per interessi,attese e valori diversi, contribuisce al progetto in modo differente e ne otterrà benefici diversi. L’empowering evaluation è il modello di valutazione più appropriato nell’ambito dei progetti di sviluppo di comunità. Esso consiste nell’uso dei concetti, degli strumenti e dei dati della valutazione, per rinforzare le competenze e il potere dei soggetti e la loro capacità di autodeterminarsi. Il suo compito è quello di aiutare le persone a diventare più capaci nelle proprie azioni e nella realizzazione dei propri programmi.

Non può essere un’azione individuale, ma è necessariamente un’attività collaborativa di gruppo ed è un processo democratico. Gli strumenti che usa sono: la formazione: il valutatore insegna alle persone a fare la loro valutazione in modo che diventino autosufficienti; la facilitazione: il valutatore facilita il processo di valutazione, l’advocavy: il valutatore si fa portavoce di gruppi che non hanno parola. Tra i soggetti della valutazione ci sono i cittadini, che possono essere: soggetti, oggetti e utilizzatori della valutazione. La partecipazione dei cittadini al processo di valutazione è significativa quando possono: orientare la valutazione e decidere cosa fare della valutazione e in seguito alla valutazione. Il diverso ruolo dei cittadini dal punto di vista della partecipazione cambia anche il ruolo del valutatore, il cui compito è quello di mettere i cittadini in grado di valutare e usare correttamente la valutazione. Il ruolo dei cittadini nel processo di progettazione partecipata dipende dal contesto del progetto, dalle competenze di cui sono in possesso, dalle loro disponibilità e dalle relazioni esistenti nella comunità.

Il valutatore è esterno o interno al progetto ? Nei progetti di sviluppo di comunità solo chi è “dentro al lavoro” può avere le competenze per poterlo valutare. L’estraneità al progetto consente di prendere la distanza emotiva dal progetto e mette al riparo da errori dovuti al coinvolgimento, ma non permette di conoscere persone, aspetti, di cogliere segnali che sono essenziali nel processo di valutazione e che solo chi conosce il progetto dall’interno può cogliere. Inoltre il coinvolgimento emotivo, dovuto all’interesse per il progetto, non viene considerato un ostacolo per la valutazione, ma viene riconosciuto come caratteristica di tutti gli attori coinvolti nel e dal progetto.

Nella valutazione dei programmi sociali si usa il modello che si richiama alle teorie sistemiche e della complessità, secondo le quali l’atteggiamento più corretto per permettere una valutazione è quello della descrizione dei fatti e delle loro interrelazioni. L’oggetto della valutazione, nei progetti di sviluppo di comunità,non ha contorni definiti, presenta molte sfaccettature e quindi lascia molte incertezze nel momento della scelta degli indicatori. Gli indicatori sono qualcosa che ha la funzione di indicare. L’indicatore non è mai rappresentativo, da solo, di tutto il concetto che indica; per cui gli indicatori sono frutto di un processo di costruzione e non si trovano già dati a priori. Come si costruiscono gli indicatori? Una volta stabilito che cosa si vuole valutare, si scompone il concetto che lo esprime (percorso partecipativo) nelle sue proprietà caratteristiche, cioè nei suoi elementi costitutivi che ne definiscono l’essenza.. Si continua il processo di scomposizione delle proprietà fino a individuare gli indicatori, cioè le proprietà direttamente osservabili nella realtà. Una volta identificati gli indicatori, si passa alla loro operazionalizzazione ( traduzione operativa in comportamenti osservabili e , quindi, misurabili), si scelgono gli strumenti adeguati alla loro rilevazione e alla comunità in cui si rilevano e si individuano le fonti da cui trarre le informazioni. A questo processo di costruzione degli indicatori può prendere parte il valutatore da solo, oppure insieme agli attori rilevanti per il progetto e per la valutazione dello stesso.

La costruzione di indicatori costituisce un’esperienza formativa, di riflessione, di costruzione di significati comuni, di scambio e di confronto e rappresenta un’esperienza di partecipazione significativa.

Cap. 8 Dare stabilità alla partecipazione e alla collaborazione La partecipazione e la collaborazione nella comunità richiedono strutture e organizzazione che durino nel tempo, che diano continuità ai processi e che realizzino le pratiche che intendono promuovere nella comunità. Strumenti della collaborazione e della partecipazione sono le reti: i vari attori sociali si rendono conto che lavorare da soli non permette di risolvere i complessi problemi di oggi e di migliorare la qualità della vita e la convivenza nelle nostre comunità. Di conseguenza, sempre più stesso si deve lavorare insieme per dare vita a progetti comuni. Dal punto di vista strutturale, la rete è l’insieme degli attori coinvolti, interessati da un problema e il sistema delle loro relazioni; dal punto di vista funzionale, è la modalità attraverso cui gli attori in gioco sim scambiano informazioni, si influenzano reciprocamente e collaborano. Per lavoro di rete si intende lo sforzo compiuto dagli attori per migliorare la capacità di collaborazione e per il raggiungimento degli obiettivi condivisi. Nelle esperienze di attività delle rete sono frequenti problemi e rischi: difficoltà di comunicazione,la rigidità delle procedure, la burocratizzazione, l’appiattimento della professionalità, la cui presenza limita l’efficacia della rete e quindi gli esiti della collaborazione: una rete esiste in quanto funziona, è attiva, al punto che il funzionamento è il presupposto per la sua esistenza. Per migliorare la collaborazione tra gli attori della comunità occorre: creare le condizioni che facilitano lo scambio e la comunicazione tra gli attori, sviluppare le capacità, le competenze, le sensibilità e la motivazione degli attori a sostenere il lavoro di rete e la collaborazione. Possiamo collocare la collaborazione tra gli attori di comunità su un contiunuum che va da un minimo ( scambio di informazioni) a un massimo( realizzazione congiunta di progetti). Man mano che si sposta verso compiti più complessi, aumentano non solo i problemi e le difficoltà, ma aumenta anche l’esigenza di comunicazione, di organizzazione e di coordinamento. Si possono distinguere tre diverse forme di organizzazione della collaborazione: la rete, livello minimo di strutturazione, attraverso cui diversi soggetti si scambiano informazioni e agiscono prevalentemente in modo autonomo, senza la presenza di leadership per cui nessuno rappresenta gli altri; il gruppo di coordinamento, forma strutturata di una semplice rete, è un forum che permette di coordinare informazioni e di coordinare gli approcci rispetto ad una particolare questione; la coalizione, livello massimo di strutturazione, consiste in una nuova organizzazione che può avere proprio personale, propri membri, proprie risorse e un’identità pubblica. E’ un’organizzazione di gruppi che, pur con interessi diversi, mettono insieme le loro risorse umane e materiali per ottenere un cambiamento che i singoli membri non potrebbero ottenere da soli. L’effetto più importante che produce una coalizione è la modificazione delle relazioni di potere all’interno di una comunità.

Una rete per funzionare bene deve disporre di un meccanismo di coordinamento. Lo scopo finale del coordinamento è quello di ottenere un impatto maggiore delle attività delle organizzazioni coinvolte, attraverso la pianificazione e l’azione coordinata. L’ostacolo maggiore alla realizzazione del coordinamento è l’incapacità dei diversi gruppi a

superare l’individualismo, la sfiducia, la competizione. Parlando di coordinamento è importante conoscere a che compete il compito del coordinamento quali caratteristiche deve avere. Nei lavori di welfare locale è l’ente locale che ha la responsabilità e deve farsi carico del coordinamento mettendo in campo risorse e competenze adeguate allo scopo. In ogni caso, il soggetto incaricato non deve “essere di parte” e deve essere legittimato in questa funzione dai membri della rete. Nelle reti formate da terzi settore e servizio pubblico, è quest’ultimo che si deve assumere la responsabilità del coordinamento.

Possiamo ricondurre le forme di coordinamento a tre strutture: gerarchico: tra chi coordina e chi partecipa c’è una relazione gerarchica ;il coordinamento è obbligatorio per la decisione di un soggetto gerarchicamente superiore;( autorità) negoziale: il coordinamento è volontario, ma l’accordo che si stipula prevede regole di comportamenti e vincoli per chi aderisce;non c’è un soggetto che è in grado di esercitare un potere su tutti gli altri, avendo ciascuno dei membri un proprio ambito di competenza; ( negoziazione) informale basato sull’influenzamento reciproco: il coordinamento è volontario e informale, le organizzazioni si riuniscono quando lo ritengono opportuno, si informano reciprocamente, ma non ci sono accordi scritti, non esiste nessuna forma di obbligo formalizzata. ( influenzamento))

Per mantenere il coordinamento e tenere collegate le diverse organizzazioni, si definiscono accordi che, quando vengono formalizzati, prendono il nome di protocolli di intesa: “patti” che i diversi attori coinvolti sottoscrivono per collaborare. Nei protocolli si stabiliscono meccanismi di connessione e di collegamento che possono riguardare vari livelli: livello amministrativo: vi si collocano gli accordi che riguardano le risorse finanziarie, le risorse* umane, la pianificazione e la programmazione, i servizi di supporto; livello operativo; vi si collocano gli accordi che riguardano in modo più diretto l’attività, il servizio e il modo di lavorare. *per risorse si intende tutto ciò che può essere utilizzato direttamente o indirettamente per arrivare ad ottenere quel cambiamento inteso come soluzione del problema. Includono gli amici, il personale, le informazioni, il materiale, gli accordi.

Ostacoli che si presentano nella realizzazione di un coordinamento: paura di perdere l’autonomia organizzativa paura da parte degli operatori di perdere la libertà nel loro lavoro disaccordi ( punti di vista diversi rispetto ai problemi e alle priorità da affrontare) tra le agenzie che provvedono alle risorse finanziarie aumento del numero e della diversità delle organizzazioni coinvolte mancanza di consenso rispetto al territorio diverse aspettative a livello statale, regionale, locale rispetto ai problemi da affrontare, ai modi e agli strumenti; costi e benefici del coordinamento non chiari; mancanza di risorse

Fattori che facilitano il coordinamento: il consenso sul territorio, che si ottiene attraverso un buon livello di comunicazione, obiettivi e funzioni simili da parte delle organizzazioni; disponibilità di fondi interdipendenza tra associazioni e organizzazioni della comunità legami informali tra i membri delle diverse organizzazioni presenza di utenti comuni

Per avviare e facilitare il coordinamento tra organizzazioni e associazioni, gruppo di una comunità, occorre affrontare tre aspetti: - la definizione del problema: il problema deve essere specificato, delimitato e risolvibile. Un problema è risolvibile se sono disponibili le risorse necessarie e se le organizzazioni della comunità sono in grado di farsene carico; - la definizione del livello di coordinamento: occorre identificare l’area geografica o i confini geografici all’interno dei quali deve avere luogo il coordinamento e coinvolgere le organizzazioni rilevanti; - la selezione delle organizzazioni chiave da coinvolgere: le organizzazioni chiave sono quelle che possiedono le risorse necessarie, hanno programmi o esperienze collegate o se hanno operatori con le competenze necessarie. Per poter partecipare a un coordinamento, un’organizzazione deve prendere: - l’impegno rispetto al problema: ogni organizzazione deve sentirsi responsabilizzata e coinvolta rispetto ad un problema, deve avere chiaro dove si colloca il problema nella lista degli obiettivi di ciascuna organizzazione coinvolta; - l’impegno rispetto al coordinamento: la disponibilità e l’impegno di ogni organizzazione a collaborare con gli altri sul problema identificato è la condizione per dare vita al coordinamento; - l’accordo rispetto al territorio: per far funzionare il coordinamento, tutte le organizzazioni coinvolte devono concordare sulla partecipazione di tutte le altre. I diversi gruppi di una stessa comunità che decidono di lavorare insieme devono considerare diversi aspetti: - occorre identificare un tema comune e lavorare in direzione di obiettivi condivisi;ogni gruppo deve avere un ruolo chiaro e differente che rifletta la propria particolare potenzialità; - l’uguaglianza e la parità di tutti i soggetti coinvolti nella progettazione; - la conoscenza reciproca tra i membri del gruppo che permette una maggiore apertura al dialogo e alla fiducia; - identificare tratti comuni tra i gruppi ( abitudini, credenze, comportamenti..); - identificare le forze e le risorse di ciascun gruppo, in modo da poterli utilizzare e scambiare all’interno del processo relazionale; - identificare i conflitti, cercando di trasformarli in capacità e relazioni migliori, in opportunità per raggiungere obiettivi comuni; - cercare un contatto frequente e cooperazione tra i gruppi per superare l’iniziale sentimento di diffidenza e pregiudizi reciproci e sviluppare fiducia; - cercare un sostegno istituzionale per promuovere e rafforzare le relazioni tra i gruppi.

Cap. 9: Animare gruppi e condurre riunioni Il gruppo è un soggetto fondamentale nell’approccio di comunità, in quanto: è una grande risorsa per il cambiamento, sia individuale che sociale; permette di acquisire ed esercitare potere; permette agli individui di darsi reciproco sostegno e di rinforzare l’identità;

è una preziosa palestra per creare, sperimentare e mantenere relazioni; è un importante strumento di leadership collettiva. Il gruppo è il luogo della partecipazione e del cambiamento, dell’incontro,della mediazione e del’intesa, ma è anche il luogo dello scontro, dell’incomprensione e della divisione. Non sempre il tempo speso in attività di gruppo è un tempo qualitativamente ben speso e produttivo, sia rispetto agli obiettivi del gruppo sia per le esigenze della persona. Saper lavorare in gruppo è fondamentale per lavorare nella comunità. All’operatore di comunità è richiesto non solo di saper lavorare in gruppo,ma di saper animare, coordinare e facilitare i gruppi con cui lavora: coordinare gruppi in modo flessibile e dinamico, senza ricorrere a procedure rigide che impoveriscono la creatività e la vitalità , non sempre è facile ed è necessario conoscerli bene, avere molta familiarità con il gruppo e sentirsi a proprio agio. Per una valutazione del gruppo è utile soffermarsi sull’equilibrio tra dimensione interna e esterna:la dimensione esterna è quella dell’azione, del compito, dell’obiettivo da raggiungere; la dimensione interna riguarda l’organizzazione, le procedure, le relazioni tra i membri e la loro soddisfazione. Quando l’investimento è squilibrato verso una delle due dimensioni, il gruppo va incontro a dei problemi ( demotivazione, insoddisfazione..). La linea di confine tra investimento sull’interno e sull’esterno varia con le diverse fasi del gruppo nel suo percorso di sviluppo: fase dell’isolamento o dell’estraneità; fase dell’esplorazione o della socializzazione fase della cooperazione fase della coesione e dell’azione integrata. Nelle fasi iniziali, quando si tratta di formare il gruppo, l’investimento è prevalentemente centrato sull’interno;nelle fasi più mature, si sposta verso obiettivi esterni, quindi verso l’azione.

Le due situazioni che si incontrano più frequentemente nel lavoro di comunità sono: gli incontri di discussione le riunioni di gruppo nei quali si possono distinguere tre aspetti distinti, ma tra loro interdipendenti: - l’area del contenuto, che comprende tutto quello che riguarda il compito, cioè gli obiettivi da raggiungere e i risultati raggiunti; - l’area dei processi sociali, che comprende tutti gli aspetti relazionali che chiamiamo interazione di gruppo: lo sviluppo, l’autostima del gruppo, il clima, la capacità di rischiare,le difese di gruppo, il conformismo, l’emarginazione, il senso di comunità, la collaborazione, i conflitti, la competizione….; - l’area del metodo, che comprende tutto ciò che riguarda il metodo di lavoro e l’organizzazione del gruppo.

L’incontro di discussione è il livello più semplice del lavoro di gruppo, non c’ è alcuna decisione da prendere, il risultato è quello di arricchire le conoscenze dei partecipanti su un determinato argomento, per cui le idee diverse possono coesistere e il compito del facilitatore è quello di facilitare la partecipazione e la comunicazione.

Le riunioni sono luoghi di decisione, di esercizio del potere e rappresentano un anello centrale della vita delle organizzazioni e delle comunità. Si possono individuare quattro tipi di riunione: informativa,caratterizzata da una comunicazione prevalentemente unidirezionale e viene utilizzata per diffondere informazioni o per dare indirizzi politici o operativi. Viene richiesto un

atteggiamento “ricettivo- passivo”, nel senso che le persone ascoltano e fanno domande di chiarimento; consultiva,in cui ai partecipanti viene chiesto di esprimere opinioni, proposte, informazioni utili per prendere decisioni e elaborare piani di lavoro. Le persone forniscono il proprio contributo, ma non hanno responsabilità diretta sulle decisioni ; elaborativa, il tipo di riunione più complessa, in quanto prevede progettazione, analisi, verifica , elaborazione,soluzione dei problemi e discussione. E’ previsto un massimo di 15 persone come partecipanti. Si chiede al gruppo di assumersi la responsabilità diretta del lavoro che sta compiendo decisoria, che rappresenta il momento formale della decisionalità collettiva. Si chiede al gruppo di assumersi la responsabilità diretta del lavoro che sta compiendo. I problemi che si incontrano di frequente nelle riunioni sono: problemi legati alla gestione della comunicazione: basso livello di ascolto comunicazioni poco chiare troppe informazioni da gestire problemi legati al “come si lavora”:

confusione tra cosa si discute e come; manca un filo comune, per cui ognuno discute contemporaneamente di aspetti diversi; attacchi personali scorrettezze nel processo decisionale

problemi legati al potere del gruppo e alla gestione dell’autorità: poca chiarezza sui confini di potere del gruppo; lotte di potere e conflitti di leadership: ruoli diversi giocati contemporaneamente senza chiarezza; scarsa partecipazione; atteggiamenti di accondiscendenza: si tende ad accettare tutto ciò che viene dall’autorità senza discussione; atteggiamenti di contro –dipendenza: si tende a rifiutare tutto ciò che viene dall’autorità senza discussione.

Problemi legati agli aspetti logistici e organizzativi: orari di inizio e chiusura non definiti; presenza di elementi di disturbo durante la riunione strutture non adeguate per le riunioni

Un metodo per condurre le riunioni: il Metodo Interaction E’ un metodo elaborato negli stati Uniti e introdotto in Italia intorno agli anni ’80 da Martini e De Pietro; rappresenta un approccio “olistico” alla riunione, un quanto presta attenzione agli aspetti strutturali, a quelli operativi e alle dinamiche relazionali presenti nelle riunione. Elementi chiave di questo metodo sono: - la gestione della riunione con una modalità di lavoro collaborativa per garantire una migliore funzionalità della riunione, attraverso l’uso di una metodologia adeguata e gestita correttamente; - l’attenzione e la valorizzazione delle aree della creatività, dell’immaginazione, delle emotività, dei sentimenti che ciascuna persona e il gruppo nel suo insieme possiedono. Il metodo utilizza numerosi strumenti per “dare energia” al gruppo e per instaurare un clima che favorisca l’espansione, intendendo con questo termine il processo di dilatazione delle risorse del gruppo in un ambiente non minaccioso. L’alto livello di conflittualità è un fenomeno molto diffuso nelle riunioni. il metodo Interaction propone di mantenere il conflitto strettamente sul piano concreto dei

contenuti: confrontarsi sul concreto significa scomporlo, analizzarlo, valutarlo, elaborarlo; creare un distacco dalla situazione che permette di renderla “oggettiva”, prescindendo dalle percezioni o dalle opinioni personali. Il nome Interaction, dato a questo metodo di conduzione della riunione, significa relazione, interazione dei quattro soggetti presenti alla riunione: il facilitatore, figura dinamica, che svolge una funzione determinante all’interno del gruppo, ma al tempo stessa distaccata: ha il compito di facilitare il funzionamento della riunione, senza entrare nel merito dei contenuti in discussione con proposte, idee o valutazioni, operando sulla gestione delle modalità di lavoro attraverso le quali il gruppo può perseguire gli obiettivi fissati; il memorizzatore: nelle riunioni, essendo numerosa la quantità di informazioni, è necessaria, oltre ad una memoria a lungo termine, anche una memoria a breve termine, che consente al gruppo di avere sott’occhio tin qualsiasi momento tutti i dati che vengono prodotti nel corso della riunione. Il metodo Interaction utilizza come strumento la memoria del gruppo, che consente di avere a disposizione non solo tutti i contenuti prodotti, ma anche i contenuti di momenti precedenti. Il memorizzatore è colui che costruisce la memoria del gruppo, trascrivendo i contributi di tutti, attenendosi il più possibile alle parole dette; suo compito è anche organizzare la memoria a breve termine e quella a lungo termine. Come il facilitatore è una figura neutrale: non contribuisce e non interviene nel merito dei contenuti, il capo ( in gruppi a struttura verticale)o presidente , coordinatore ( in gruppi a struttura orizzontale). Il capo è il partecipante più attivo, è colui che conduce la riunione, che pone domande, che stimola opinioni, che gestisce il conflitto. Solitamente convoca la riunione e, quindi, è anche colui che la prepara: preparare una riunione significa definirne il tipo in riferimento agli obiettivi, chiarire cosa ci si aspetta da essa e come verrà utilizzato il risultato del lavoro collettivo, calibrare le aspettative on le risorse disponibili. Il coordinatore è la persona con funzioni di leadership in qualsiasi gruppo di t i p o orizzontale. Il ruolo del coordinatore differisce da quello del capo in quanto nelle strutture orizzontali, le decisioni finali spettano al gruppo e non alla persona con maggiore autorità. Di solito il coordinatore è anche il conduttore della riunione, nel senso che interviene attivamente sui contenuti e nello stesso tempo si occupa dei processi operativi e relazionali E’ la persona con maggiori competenze e influenza all’interno del gruppo. il membro del gruppo, che ha il compito di far presente che il facilitatore e il memorizzatore non rispettano la posizione di neutralità La riunione appartiene al gruppo: è il gruppo nel suo insieme che gioca il ruolo di protagonista e che riempie la riunione di contenuti.

Preparazione della riunione Buona parte della funzionalità della riunione dipende da una adeguata preparazione. L’agenda rappresenta il progetto e il programma della riunione. Il compito da affidare alla riunione deve essere proporzionato alle risorse, non deve essere troppo banale o scontato, le persone devono essere informate in anticipo informare in anticipo significa definire a priori i limiti del potere del gruppo e non agire sulla base di percezioni soggettive spesso contrastanti tra loro. Nel caso la riunione sia decisionale è necessario che venga chiarito, in apertura della riunione o anche nell’agenda,chi prenderà la decisione finale. Se è prevista una decisione consensuale e il consenso non viene raggiunto dovrà essere

precisato in anticipo quale sarà la soluzione a cui si farà ricorso. Per preparare adeguatamente la riunione è opportuno rispondere alle seguenti domande: quali sono le persone e /o il gruppo da coinvolgere qual è l’obiettivo della riunione, quindi di che tipo di riunione si tratta quali sono i risultati concreti attesi dalla riunione se è necessario preparare e inviare materiale di consultazione per i partecipanti attraverso quali attività e tecniche verranno conseguiti i risultati e con che tempi.

Le modalità di decisione Quando un gruppo deve decidere, generalmente l’attenzione dei membri è centrata sul contenuto della decisione ( il cosa?) e raramente sulle modalità con cui si giunge a decidere ( il come). Le modalità decisionali prevalenti sono le seguenti: decisione direttiva: una persona prende la decisione decisione minoritaria: un ristretto numero di persone prende la decisione decisione maggioritaria: la maggioranza prende la decisione decisione consensuale: tutti sono d’accordo sulla decisione finale,anche se non per tutti è la decisione migliore. Il consenso si raggiunge quando la comunicazione è stata molto aperta e c’è fiducia reciproca tra i membri. Una decisione presa con il consenso di tutti garantisce un maggior senso di responsabilità e aumenta la motivazione a realizzare ciò che si è contribuito a scegliere; decisione unanime: per tutti la decisione rappresenta la scelta migliore Non esiste una modalità decisionale migliore di altre, la scelta di come si decide dipende da molte variabili: tempo a disposizione competenze necessarie e disponibili importanza della questione necessità di avere un responsabilità condivisa il più possibile

Ciascun metodo può presentare dei rischi: il metodo direttivo può diventare autoritario e disincentivare la partecipazione e il senso del lavoro collettivo; nel metodo minoritario il potere è solo di alcune persone, mentre le altre assistono in silenzio; nel metodo maggioritario, se le posizioni della maggioranza vengono definite troppo in anticipo può succedere che la discussione, il chiarimento e la ricerca di accordo sono percepite come inutili; nel metodo consensuale, l’essere tutti d’accordo può diventare l’obiettivo prioritario, spesso a scapito della qualità della decisione; nel metodo unanime ( definito “unanimismo”) tutti dicono sì a una proposta, ma è un sì senza discussione, senza interesse, molto spesso senza accordo: le persone non sono responsabilizzate, tendono a dimentica gli impegni e non dimostrano interesse nei risultati prodotti dalla decisione.

Cap. 10: la soluzione collaborativa dei problemi Per problema si intende una situazione nella quale un soggetto, individuale o collettivo, trova una mancanza che è motivo di insoddisfazione e da questo nascono la motivazione e intenzione al cambiare la situazione e a trasformare la realtà.

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