Filosofia della Mente, logica e lingue naturali Prof. Cecchetto (Bicocca), Domande di esame di Diritto Industriale. Università degli Studi di Milano-Bicocca
ElisabettaTr
ElisabettaTr14 maggio 2016

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Filosofia della Mente, logica e lingue naturali Prof. Cecchetto (Bicocca), Domande di esame di Diritto Industriale. Università degli Studi di Milano-Bicocca

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DOMANDE SUL BAKER

Grammatica universale: conoscenza innata sul linguaggio condivisa dai membri della nostra specie. Questa conoscenza di base permette loro, nelle circostanze adatte, di acquisire le lingue che sono parlate nell’ambiente in cui crescono. Grammatica: parte della lingua responsabile della composizione di parole di base in parole più grandi, in sintagmi e frasi, secondo modalità regolari. Somma di sintassi e morfologia di una lingua. Lingua Polisintetica: lingua con parole lunghe e complesse, nella quale molte relazioni grammaticali sono espresse attraverso dei suffissi. Hanno molte espressioni di accordo e fenomeni di incorporazione. Postposizione: una parola corrispondente alla preposizione che si trova nelle lingue in cui le teste sono posizionate alla fine dei sintagmi. Parametro: gli atomi della diversità linguistica; un punto di scelta nella ricetta per una lingua, reso possibile dalla grammatica universale. Scelte diverse fatte in uno di questi punti sono responsabili per la creazione di diversi tipi di lingua.

1. Che cosa intende Baker per paradosso dei Code Talkers?

I Code Talkers, una Divisione dell’esercito degli Stati Uniti durante la Seconda Guerra Mondiale, costituita undici indiani navajo, il cui compito era quello di effettuare le comunicazioni tra reparti delle forze alleate utilizzando un codice indecifrabile da parte dei nemici: questo codice segreto era la loro lingua nativa, il navajo, che i crittografi giapponesi, i quali in molte occasioni precedenti avevano scoperto la chiave dei codici cifrati, non riuscirono mai a tradurre. Questa storia introduce uno dei punti fondamentali del libro, cioè il fatto che due lingue possano essere così diverse tra loro da impedire totalmente la reciproca comprensione, come nel caso del navajo per i giapponesi, e allo stesso tempo così fondamentalmente simili da poter permettere la traduzione dell’una nell’altra, come nel caso dei Code Talkers, che traducevano dal navajo all’inglese e poi ancora al navajo, con facilità e in modo rapido e preciso. Questo paradosso è anche alla base del fatto che, nonostante gli enormi progressi compiuti dalla scienza e dalle tecnologie informatiche, e contro le aspettative fiduciose dei fondatori dell’intelligenza artificiale, non è stato ancora costruito un computer che, per quanto potente, sia in grado di parlare o di tradurre da una lingua all’altra; mentre un bambino, come l’ideatore della Divisione dei Code Talkers, se cresciuto a contatto con due lingue tanto diverse quanto l’inglese e il navajo, è in grado di imparare entrambe, naturalmente e senza sforzi consapevoli. La chiave del paradosso, sta nella mente umana, e consiste in un limitato numero di proprietà grammaticali, i parametri, rispetto alle quali le lingue possono differenziarsi fra loro. “Parametro”, che Baker definisce nel suo glossario «un punto di scelta nella ricetta per una lingua, reso possibile dalla grammatica universale». In questa metafora, le lingue sono tutte fatte secondo una ricetta che contiene un certo insieme fisso di ingredienti, e che prevede anche la presenza di alcuni ingredienti facoltativi, come determinate spezie o un cucchiaino di lievito. Queste limitate differenze nella ricetta linguistica, che corrisponde alla grammatica mentale dei parlanti nativi, possono determinare differenze superficiali anche molto grosse. Le proprietà variabili di ciascuna lingua vengono fissate nella mente nel corso dell’acquisizione linguistica, e, per quanto esse determinino differenze piccole nei sistemi cognitivi che corrispondono alle grammatiche delle varie lingue, la loro interazione può dare luogo ad una vasta combinazione di variabili, che si traduce in lingue dalla forma estremamente diversa.

2. Quali sono le tre differenze fra italiano e inglese che sono spiegate dal “parametro del soggetto nullo”?

Il parametro del Soggetto Nullo, distingue lingue come l’italiano, in cui il soggetto può essere sottinteso, da lingue come l’inglese, in cui il soggetto è sempre obbligatoriamente espresso. Riprendendo l’argomentazione di Chomsky (1981a), Baker illustra con vari esempi come, a questa variabilità, facilmente riconoscibile nelle frasi della madrelingua e quindi direttamente apprendibile da parte dei bambini, se ne accompagnino altre, più sottili e complesse, e non direttamente evidenti nelle frasi che costituiscono l’input dell’acquisizione. In particolare le differenze spiegate dal parametro tra inglese e italiano sono:

• In italiano nelle frasi con verbo di modo finito non deve necessariamente comparire un soggetto espresso (può essere sottinteso), in inglese si.

• Mentre in italiano il soggetto può essere collocato dopo il verbo in inglese questo non è possibile o è possibile solo se si utilizza un pronome espletivo.

• nei casi in cui il sogg di una frase si riferisce a qualcuno già noto grazie al contesto, in ING si sostituisce il nome con un pronome soggetto; l’ITA invece, permette di usare solo il verbo senza alcun sintagma nominale

• In italiano, nelle frasi interrogative, è possibile sostituisce il soggetto di una frase subordinata con un sintagma interrogativo e spostarlo all’ inizio senza altre modifiche; in inglese questo non è possibile ma, omettendo la congiunzione that, la frase diventa grammaticalmente corretta.

3. Il “parametro del soggetto nullo” come spiega la differenza fra italiano e inglese relativa alla possibilità di spostare all'inizio della frase principale un sintagma interrogativo che corrisponde alla funzione di soggetto di una frase subordinata?

I sintatticisti hanno dimostrato che questa ed altre differenze tra l’inglese e l’italiano sono collegate alla obbligatorietà del soggetto: In italiano nelle frasi con verbo di modo finito non deve necessariamente comparire un soggetto espresso (può essere sottinteso), in inglese si; ma poiché non è plausibile che tutti i parlanti dell’inglese abbiamo potuto inferire dall’input linguistico durante la fase di acquisizione la non grammaticalità delle frasi interrogative del secondo tipo, è necessario pensare che tale conoscenza grammaticale dipenda da un parametro, detto del Soggetto nullo, che regola diverse proprietà sintattiche correlate al soggetto della frase. La presenza o assenza di frasi senza soggetto permette al bambino di capire qual è la posizione della sua lingua rispetto a questo parametro, e da questa acquisizione derivano tutte le proprietà grammaticali ad essa collegate.

4. Fate conto che la frase “Taro sta pensando che Hiro abbia mostrato una foto di se stesso a Hanako” sia composta da parole giapponesi. In che ordine le mettereste per rispettare il valore del parametro della testa in quella lingua?

In giapponese nel “parametro del posizionamento della testa”, la testa segue il sintagma quando si forma un sintagma più grande. Infatti: il verbo segue il complemento oggetto (foto-mostrò) , il sintagma preposizionale (a Hanako-mostrò) e la frase subordinata a cui esso è collegato semanticamente (che-pensando) [3 elementi con cui il verbo può combinarsi per andare a formare un sintagma verbale]; il complementatore (che) segue l’intera frase subordinata [sintagma di complementatore]; la preposizione (a) di cui è oggetto il sintagma nominale (Hanako) segue lo stesso [sintagma preposizionale]; il nome “foto” segue il sintagma postposizionale “sé-di” a cui è collegato [sintagma nominale]; l’ausiliare (sta) segue il verbo principale (pensando) [sintagma dell’ausiliare].

La frase si trasforma quindi nel modo seguente: “Taro Hiro Hanako-a sè-di (una) foto mostrò che pensando sta”

5. Quali sono i complementatori in italiano?

Per complementatore si intende una parola di classe chiusa, solitamente una congiunzione, che introduce una frase subordinata come complemento di una principale.

In ita ci sono tre complementatori principali: • “che”, introduce frasi subordinate dichiarative di modo finito • “di”, introduce frasi subordinate dichiarative di modo non finito • “se”, introduce frasi subordinate interrogative, sia di modo finito che non finito.

6. Qual è la posizione del complementatore rispetto alla frase subordinata in una lingua a testa finale?

Poiché i complementatori sono singole parole che vanno ad aggiungersi ad un sintagma per formarne uno più grande (il sintagma del complementatore, in cui il complementatore funge da testa), in una lingua a testa finale in cui “la testa segue il sintagma quando si forma un sintagma più grande”, vanno posti alla fine del sintagma a cui si aggiungono.

7. Se il giapponese avesse gli articoli, che posizione dovrebbero occupare rispetto al nome?

L’articolo specifica le caratteristiche di determinatezza del gruppo nominale con cui si lega, quindi nel sintagma che si andrebbe a formare l’articolo sarebbe la testa; in una lingua a testa finale, come il giapponese, l’articolo andrebbe quindi posizionato dopo il nome a cui si riferisce.

8. Parlate della Restrizione Verbo-Oggetto.

La Restrizione Verbo – Oggetto è un principio della grammatica universale che spiega il posizionamento di oggetto e soggetto in frasi semplici. Esso dichiara che “il primo sintagma nominale che si combina con il verbo deve essere l’oggetto del verbo; il soggetto non può combinarsi con il verbo se prima non lo ha fatto l’oggetto.” Questa caratteristica si può riscontrare in un modo o nell’ altro in tutte le lingue: Vale per l’ italiano, l’ inglese, il giapponese ma anche per lingue polisintetiche come il mohawk. Questa restrizione spiega: 1) Come mai nei composti nome + verbo il nome viene sempre interpretato come oggetto nel verbo e mai come soggetto, anche se questa interpretazione fosse in contrasto con la realtà conosciuta 2) Come mai in lingue come l’inglese e l’italiano il verbo e l’oggetto devono necessariamente essere contigui formando un’unità speciale (sintagma verbale) all’interno della frase, mentre il soggetto, non formando alcuna unità speciale con il verbo, deve essere collocato prima del verbo ma non necessariamente subito prima di esso.

9. In che cosa si differenzia l’incorporazione del nome in italiano e in mohawk?

L’ incorporazione del nome è un processo in cui nome e verbo si uniscono per creare una nuova parola il cui significato è determinato dai significati originali delle due parole componenti (es. mangiare-carne). In mohawk alle parole risultanti dall’ incorporazione sono aggiunti prefissi e suffissi che esprimono le proprietà di accordo e di tempo. Anche in italiano è possibile combinare nomi e verbi, anche se in maniera più ridotta; a differenza del mohawk, in italiano non si possono combinare verbi con flessioni di tempo (es. tagliòerba/guastastifeste) e di accordo ma solo radici verbali a forma fissa (in m. l’incorporazione può avvenire con qualunque forma del verbo.)

10.Perché la frase “Lui è un buon lavamarito (di piatti)” non è accettabile?

Perché in questa frase il soggetto si combina con il verbo prima dell’oggetto e questo viola la Restrizione Verbo – Oggetto, la quale dice cheil primo sintagma nominale che si combina con il verbo deve essere l’oggetto del verbo; il soggetto non può combinarsi con il verbo se prima non lo ha fatto l’oggetto.

11.Cosa intende il Baker per requisito di completezza?

Il requisito di completezza è la condizione che richiede che tutti i partecipanti principali all’azione descritta dal verbo debbano essere espressi grammaticalmente. X es. “Marta divorò” non è accettabile.

12.Perché in mohawk si possono omettere sia il pronome soggetto che il pronome complemento oggetto, mentre in italiano si può omettere solo il pronome soggetto?

In mohawk si possono omettere sia pronomi soggetto che pronomi oggetto perché il verbo in questa lingua è morfologicamente più ricco, è possibile modificare il verbo con dei morfemi, prefissi e suffissi, che permettono di capire persona e numero sia del soggetto che dell’oggetto. In italiano invece al verbo si possono legare morfemi che esprimono solo persona e numero del soggetto, non dell’oggetto, quindi i pronomi soggetto possono essere omessi, quelli oggetto no.

13.Fate un esempio di frase con dislocazione in italiano e spiegate perché il Baker parla di dislocazione a proposito del mohawk.

La dislocazione è lo slittamento di un sintagma nominale dalla sua posizione canonica all’interno della frase al confine di essa, con un pronome o un affisso nella posizione canonica. Frase con dislocazione a sinistra: “ il libro di Baker, gli studenti lo trovano davvero mal tradotto”. Frase con dislocazione a destra: “ gli studenti lo trovano davvero mal tradotto, il libro di Baker”. La dislocazione, sia in italiano che in inglese, è possibile solo se il topic ( sintagma posto all’ inizio o alla fine della frase per indicare la cosa o persona di cui la frase parlerà) è associato ad un pronome che compare all’interno della frase e che corrisponde all’oggetto/soggetto dislocato. La posizione del pronome varia in italiano e in inglese: in inglese deve occupare la posizione canonica del complemento oggetto, in italiano invece, dev’essere adiacente al verbo di modo finito.

Baker ne parla per spiegare come mai in mohawk sembri che soggetto e oggetto possano comparire quasi in qualunque posizione all’interno della frase, violando così, apparentemente, la Restrizione Verbo-Oggetto. Si tratta invece di una sorta di effetto ottico e la dislocazione lo spiega: nelle frasi in mohawk, come in italiano e inglese, soggetto e oggetto possono essere dislocati, sia a destra che a sinistra; la differenza sta nel fatto che in mohawk il pronome, che dovrebbe essere messo al posto di soggetto e/o oggetto, è un prefisso aggiunto al verbo; perciò a noi sembra che l’oggetto venga prima del soggetto, non legandosi così per primo al verbo, in realtà il vero oggetto è il prefisso sul verbo.

14.Il parametro della polisintesi: datene la formulazione e commentatela.

Il Parametro della Polisintesi dice che “il verbo deve contenere un’espressione esplicita all’INTERNO DEL VERBO di ognuno dei partecipanti principali (soggetto, oggetto, oggetto indiretto) all’azione che descrive”. Può essere visto come una variante del Requisito di Completezza in quanto oltre a stabilire che tutti i partecipanti all’azione descritta dal verbo devono essere espressi grammaticalmente, indica anche come devono essere espressi, cioè dall’interno del verbo. Questo parametro non vale in lingue come l’italiano o l’inglese, ma vale in mohawk, che soddisfa questo criterio ad esempio con l’incorporazione del nome nel verbo o aggiungendo prefissi/suffissi di accordo con l’oggetto al verbo. Queste sono due strategie alternative, non due proprietà irrelate, infatti non possono essere utilizzate contemporaneamente. Il parametro della polisintesi richiede anche che in mohawk il verbo contenga un’espressione (e UNA SOLA) del soggetto, che però non può essere soddisfatta mediante incorporazione del nome (andrebbe contro la Restrizione Verbo-Oggetto), ma solo mediante l’utilizzo di morfemi di accordo. Baker suggerisce che il complesso insieme di proprietà proprie delle lingue polisintetiche, come l’incorporazione del nome nel verbo, l’espressione dell’accordo tanto col soggetto che con l’oggetto e le caratteristiche riguardanti l’ordine delle parole derivino tutte da un unico parametro, il Parametro della polisintesi.

15.Cosa intende Baker per Homo rigidus, Homo qualunqus e Homo parametricus?

Sono tre tipi di essere umani, la cui esistenza è ipotizzata nell’affrontare il problema dell’origine della parametrizzazione (perché una ricetta innata per il linguaggio dovrebbe consentire una tale variazione tra le lingue?), da parte della biologia evoluzionista, la quale imposta il suo lavoro in termini di risposta alla domanda “perché?”. L’Homo rigidus ha un genoma che specifica una grammatica fissa completa; l’Homo qualunqus ha un genoma che non specifica alcun principio grammaticale; l’Homo parametricus ha un genoma intermedio, con alcuni principi fissi ma alcune opzioni aperte all’esperienza, può acquisire delle nuove lingue.

16.Spiegate perché Baker è scettico sull’ipotesi che le lingue polisintetiche possano svilupparsi e prosperare solo in comunità piccole.

Baker trova discutibile l’ affermazione che una lingua polisintetica possa svilupparsi e prosperare solo in comunità piccole, dove si comunica attraverso un’ interazione faccia a faccia e dove si frequenta il medesimo gruppo di persone per tutta la vita, e che non potrebbe mai essere la lingua di una società fortemente alfabetizzata o di una burocrazia impersonale sostenendo che quest’ipotesi, oltre ad essere al confine con il razzismo, 1) non è mai stata data una ragione precisa per cui una lingua polisintetica potrebbe svilupparsi solo in un certo tipo di società 2) vi sono assai poche prove di una correlazione tra tipo di società e carattere polisintetico di una lingua: ad esempio, gli Aztechi avevano una delle società di tipo imperiale più tecnologicamente avanzate e con maggiori stratificazioni dell’America precolombiana, eppure la loro era una delle lingue più polisintetiche delle Americhe; inoltre, i parlanti delle lingue polisintetiche australiane non hanno un’organizzazione sociale significativamente diversa da quelle dei loro vicini che parlano lingue non polisintetiche. Secondo Baker il motivo per cui le lingue polisintetiche non si ritrovano nei moderni stati-nazione è di carattere storico- politico: gli stati-nazione si sono sviluppati solo in secoli recenti e prevalentemente in Europa, un piccolo continente in cui non si parlava alcuna lingua polisintetica dipende da fattori geopolitici. Se questi fattori geopolitici avessero operato in modo contrario, quindi in zone dove vengono parlate lingue polisintetiche, la situazione sarebbe contraria.

17.Perché Baker è scettico sull’ipotesi che la diversità linguistica favorisca una rapida evoluzione creando gruppi etnici isolati che possono evolversi indipendentemente biologicamente e culturalmente, diversificando così la nostra varietà di specie?

In opposizione a questa ipotesi, Baker sostiene che, anche se la diversità linguistica, che divide l’umanità in squadre più piccole, è benefica per la specie (x es. tendiamo a considerare le persone che parlano come noi come potenziali alleati nella lotta per la sopravvivenza – la diversità linguistica promuove la “solidarietà di gruppo”), questo beneficio non è direttamente attribuibile all’evoluzione, x es. secondo Baker la mutazione di un gene che portasseun gruppetto di Homo parametricus a nascere all’interno di un più ampio gruppo di uomini del tipo Homo rigidus, non porterebbe alcun vantaggio ai primi nel breve periodo. Il loro comportamento linguistico reale sarebbe identico a quello dell’Homo rigidus, i parametri non darebbero loro alcun vantaggio selettivo. Differenze potrebbero emergere solo nel momento in cui il “gene parametrico” si fissasse in una popolazione e questa si separasse dal gruppo originario abbastanza a lungo perché la lingua possa arrivare ad avere dei parametri diversi. A questo punto l’Homo parametricus potrebbe acquisire dei vantaggi, ma di certo la variazione linguistica non porta di per sé una rapida evoluzione e la creazione di gruppi isolati.

DOMANDE SULLE DISPENSE RELATIVE ALLE LEZIONI

1. Perché nella lezione 1 abbiamo discusso sia la frase “Mostrami il secondo triangolo nero” che la frase

“Mostrami il secondo triangolo nero sottolineato”?

Abbiamo discusso queste due frasi per evidenziare innanzi tutto la struttura gerarchica e non lineare della lingua; in secondo luogo, le operazioni ricorsive contenute in essa.

1. La struttura gerarchica di una lingua implica che l’interpretazione di una frase non procede in modo incrementale, bensì in modo gerarchico: esiste una relazione di contenimento tra le parti. Il primo gradino della gerarchia è formato dal composto [nome + aggettivo] (il contributo semantico dell’aggettivo che SEGUE è quello dell’intersezione insiemistica); il secondo gradino è formato dalla modificazione del composto ad opera dell’aggettivo che PRECEDE che però non introduce l’operazione di intersezione. [secondo [triangolo nero]]

2. “Operazioni ricorsive”: “operazioni che possono essere applicate al risultato di una loro precedente applicazione” l’operazione di qualificazione (via intersezione insiemistica) di un nome da parte di un aggettivo post-nominale è un’operazione ricorsiva perché può essere applicata al risultato di una sua precedente applicazione. Se ci sono più aggettivi che qualificano il nome infatti, il nome viene qualificato una prima volta mediante l’intersezione con l’aggettivo che lo segue immediatamente, successivamente, il composto nominale nel quale era già avvenuta la modificazione da parte del primo aggettivo, viene ulteriormente modificata dal secondo aggettivo e così via. [ [triangolo nero] sottolineato]

2. Fate un esempio di regola ricorsiva che produce una strutture piatta e non gerarchica.

“prendi la terza lettera di una stringa di lettere e aggiungila fra la prima e la seconda lettera della stessa stringa” dbq dqbq dbqbq dqbqbq ecc. Questa regola è ricorsiva e produce quindi una sequenza infinita. Però essa non produce una struttura gerarchica: ci dice solo che le lettere stanno una dopo l’altra su una linea piatta, non che c’è una relazione di contenimento fra i prodotti della regola stessa. [d][b][q]

[d][q][b][q] [d][b][q][b][q] [d][q][b][q][b][q]

3. Come rispondono i bambini inglesi a comandi come “Point to the second green ball”? Commentate questi dati.

Si è visto che bambini di 4 anni e 10 mesi rispondono come gli adulti, indicando la seconda tra le palle verdi. Quindi già a questa età i bambini sembrano essere consapevoli che le lingue hanno una struttura gerarchica: questo sembra essere una conferma del fatto che questa sia una nozione innata. L’obiezione possibile è che i bambini testati erano comunque abbastanza grandi da poter aver acquisito questa nozione ascoltando gli altri parlare.[Hauser, Chomsky e Fitch hanno sostenuto che il tipo di ricorsività che produce strutture gerarchiche sarebbe l’unica proprietà in grado di differenziare in modo qualitativo e non meramente quantitativo linguaggio umano e sistemi di comunicazione animali.]

4. Tappe di sviluppo pre-determinate in lingue orali e segnate.

L’argomento delle tappe di sviluppo predeterminate del linguaggio funge da sostegno alla concezione del linguaggio come organo biologico. Innanzitutto la facoltà del linguaggio si sviluppa autonomamente in un bambino normale che abbia un’esposizione a una lingua, sia orale che segnata, in genere quella dei genitori, senza che sia necessaria nessuna istruzione esplicita – l’input in genere è “degenerato”. Tale sviluppo, anche se ci possono essere differenze individuali non trascurabili, segue tappe predeterminate e una tempistica largamente prevedibile, non plasmata in maniera decisiva da fattori ambientali: - Lallazione (circa 6 mesi): il bambino comincia a produrre i suoni vocalici più usati nella sua lingua. - Prime parole (circa 12 mesi) - Esplosione lessicale (circa 20 mesi): il bambino impara fino a 10 parole nuove al giorno e comincia a produrre frasi semplici di due parole, che già rispettano le proprietà della sua lingua. - Età prescolare: sistema grammaticale pienamente sviluppato.

5. Lingua dei Segni del Nicaragua, fate un esempio nel quale la lingua varia da prima generazione a seconda (o terza) generazione di segnanti.

Tra linguaggio della prima e della seconda generazione vi sono varie differenze tra cui l’uso dei classificatori dell’oggetto (discorso più DETTAGLIATO) e la velocità nel segnare, tuttavia la differenza fondamentale riguarda la presenza di indicatori GRAMMATICALI che mostrano come i segni stanno in relazione l’uno con l’altro nell’enunciato, questo ha come conseguenza un segnare che trasmette molte più info, che acquisisce maggiore significato e maggiore fluenza. X es. i segnanti della seconda generazione usano dei segni chiamati classificatori, i quali indicano una classe di segni e servono quindi per indicare a quale categoria appartengono gli oggetti di cui si parla; i segnanti della prima generazione non usano questi classificatori. Ad esempio, riferendo il cartone animato che Judy Kegl mostrava ai bambini sordi (viene lanciata una moneta a un mendicante sul ciglio della strada), quelli della seconda generazione uniscono al segno che indica il lancio un segno classificatore che indica a che categoria appartiene la moneta (configurazione della mano a forma di moneta); quelli della prima utilizzeranno unicamente il segno generico che indica un qualsiasi lancio.

6. Perché si è parlato dei Kung San nel deserto del Kalahari (in Namibia)?

Nella cultura dei Kung San, si ritiene di dover insegnare la posizione eretta ai bambini, facendoli stare in piedi sostenendoli con mucchi di sabbia. Ma, anche se questo atteggiamento può aiutare, i bambini imparano a stare retti e camminare anche in culture dove non viene insegnato loro a camminare o gattonare. Analogamente, nella nostra cultura tendiamo a pensare che sollecitare il bambino rivolgendogli la parola, quando ancora non parla, con un codice semplificato (il cosiddetto ‘motherese’ o ‘mammese’), costituisca un passaggio fondamentale nello sviluppo del linguaggio; tuttavia i bambini sviluppano il linguaggio senza problemi anche in culture in cui gli adulti non si rivolgono a loro fino a che non sono in grado di interagire. Quindi gattonare, come il parlare, potrebbe essere un istinto, una capacità che cresce autonomamente nel bambino senza bisogno di un insegnamento dall’esterno.

7. Esempi non linguistici di periodo critico.

Esempi di periodo critico non linguistico si possono trovare negli animali. I fringuelli, ad esempio, potranno sviluppare il canto solo se esposti ad esso entro il decimo mese di vita; dopo questo periodo, anche se vi è un’esposizione intensa, un fringuello precedentemente isolato non riuscirà a sviluppare che un canto rudimentale. Un altro esempio si può trovare nei gatti: se a un gattino si tiene un occhio coperto nei primi tre mesi di vita, dopo non sarà in grado di avere una visione normale da quell’occhio.

8. Continuum di ricchezza morfologica da lingue meno complesse a lingue più complesse.

La morfologia studia le regole che determinano la struttura interna della parola. Per quanto riguarda la loro complessità/ricchezza morfologica, le lingue possono essere messe lungo un continuum che può essere rappresentato nel modo seguente (dalla più complessa alla meno complessa): lingue polisintetiche – latino – italiano – inglese – cinese. Ovviamente sono molte le lingue che si pongono in mezzo a questo campione, che però può essere considerato rappresentativo. L’inglese è meno complesso dell’italiano a livello morfologico perché rispetto ad esso possiede decisamente meno morfemi di accordo della persona, del genere, del singolare/plurale e del tempo verbale. Il cinese è ancora più semplificato in quanto non possiede declinazione per verbo e nome e nemmeno la distinzione singolare/plurale. Al contrario il latino è più complesso dell’italiano poiché presenta un sistema morfologico di casi. Le lingue più complesse a livello morfologico sono quelle polisintetiche, dove vi sono parole molto lunghe e complesse costituite da molti morfemi, che devono essere messi in un ordine preciso.

9. Lingua e dialetto.

La distinzione tra lingua e dialetto in realtà è più a livello socio-politico che linguistico. La differenza maggiore sta nella dimensione del lessico, in particolare nella presenza di un lessico specialistico nelle lingue utilizzate anche in contesti ufficiali, questo manca nei dialetti, lingue usate in contesti informali (x es. in famiglia, tra amici); tuttavia nulla impedisce a un dialetto di prendere in prestito il termine mancante da altre lingue e in generale una volta che un dialetto comincia ad essere usato in contesti ufficiali, svilupperà un lessico adatto. Le lingue formali infatti, solitamente prima di diventare tali erano dialetti. Per questo motivo si ritiene che la migliore definizione della differenza tra lingua e dialetto sia: “Una lingua è un dialetto con un esercito ed una marina”.

10. Fenomeni in italiano che richiamano quelli presenti in mohawk.

1. anche in italiano si trovano parole formate da più morfemi che devono essere messi in un certo ordine, come “daglielo”. La differenza sta nel fatto che in mohawk il numero di morfemi che vengono aggiunti alle parole è molto alto e quindi il grado di complessità aumenta enormemente.

2. In mohawk è piuttosto comune l’incorporazione del nome, cioè unire un nome e un verbo. Anche in italiano in realtà si trovano dei composti nome + verbo come “guastafeste” o “tagliaerba”. L’unica differenza è che in mohawk l’incorporazione può avvenire quando il verbo ha la flessione di tempo e accordo, in italiano invece no (la forma che il verbo assume è fissa, non una forma flessa). Anche l’incorporazione del verbo è comune in mohawk e questo può formare dei verbi causativi, cioè la trasformazione di un verbo intransitivo in uno transitivo; in italiano lo stesso effetto si ottiene ad esempio combinando due verbi diversi come ad esempio “fare” e cadere”.

3. In entrambe le lingue vige la Restrizione Verbo – Oggetto, cioè l’oggetto deve trovarsi vicino al verbo e si combina con esso prima del soggetto, che può anche non trovarsi vicino al verbo. Questo si può vedere nell’incorporazione del nome, infatti il nome incorporato è sempre l’oggetto del verbo, mai il soggetto, così come in italiano nei composti nome + verbo, il nome è l’oggetto e mai il soggetto del verbo.

4. In mohawk è possibile omettere sia soggetto che oggetto nelle frasi, poiché sul verbo è possibile porre prefissi che permettono di identificare persona e genere di entrambi; in italiano lo stesso si può fare con il soggetto, ma non con l’oggetto, poiché il verbo presenta dei morfemi che specificano persona e genere del soggetto ma non dell’oggetto.

5. In entrambe le lingue è presente la dislocazione di soggetto e oggetto, cioè la possibilità di spostare all’inizio o alla fine della frase il soggetto o l’oggetto del verbo. La differenza è che in italiano per poter fare questa operazione bisogna aggiungere un pronome nella frase al posto del soggetto o dell’oggetto, in mohawk il pronome è invece un prefisso aggiunto al verbo.

11. Lingue polisintetiche e complessità sociale.

Le lingue polisintetiche solitamente sono parlate solo da comunità piccole e poco complesse a livello sociale. Nessuna lingua polisintetica è la lingua ufficiale di uno stato-nazione moderno tecnologicamente avanzato. Tuttavia, se la complessità linguistica riflettesse la complessità culturale, non ci aspetteremo di trovare il grado maggiore di complessità morfologica in società “semplici”, cioè in comunità tradizionali. Secondo alcuni, come Mark Baker, questo sarebbe un caso dovuto al corso della storia, x es una società con molte stratificazioni sociali e molto avanzata come era quella degli Atzechi parlava una delle lingue più polisintetiche delle Americhe. Baker ritiene che se gli aztechi fossero stati più equipaggiati quando entrarono in contatto con gli europei, probabilmente ora sarebbero le lingue polisintetiche a essere diffuse nelle società più complesse. Secondo altri invece questa distribuzione non sarebbe un caso, ma sarebbe dovuta al fatto che più una società è grande, più ha stratificazioni, più è complessa. La lingua di queste società grandi e complesse ad un certo punto deve essere stata imposta a un gran numero di persone che non la parlavano; nel corso del tempo, per far sì che tutti potessero impararla, anche gli adulti che fanno più fatica ad acquisire una nuova lingua, questa lingua si sarebbe semplificata a livello morfologico; è per questo che le lingue polisintetiche, caratterizzate da complessità morfologica elevata, sono parlate da società con complessità sociale maggiore. Il dibattito sull’argomento che le lingue polisintetiche siano parlate da persone che vivono in società piccole e poco stratificate sia un caso o meno è tutt’oggi aperto.

12. In quale senso specifico e/o in quale specifico ambito si potrebbe dire che l’inglese ha una complessità sintattica maggiore a quella dell’italiano?

La sintassi studia le regole che determinano la struttura interna della frase (l’ordine delle parole). L’inglese, che ha una morfologia più semplice dell’italiano, è più complesso dell’italiano a livello sintattico poiché ha regole più restrittive in merito all’ordine delle parole nelle frasi. Ad esempio, non solo l’articolo deve precedere il nome a cui si riferisce, come in italiano, ma il soggetto deve venire necessariamente prima del verbo.

13. Perché si è parlato della frase “John is too stubborn to talk to?”

Se ne è parlato in merito all’argomento della povertà dello stimolo. Chomsky sostiene che i bambini abbiano dei principi grammaticali innati che permettono loro di evitare i trabocchetti del linguaggio, di apprendere una lingua sebbene lo stimolo sia appunto “povero”. La superficie della lingua è povera o addirittura fuorviante perché i principi che la governano sono in apparenza (nelle frasi che sentiamo) semplici ma, nei fatti, estremamente astratti e complessi. Ad esempio, se un bambino sente le frasi “John ate an apple” e “John ate” può inferire che se non è specificato il complemento di un verbo transitivo, allora l’azione descritta si svolge su una persona o un oggetto non precisato (“qualcosa”/”qualcuno”). Ad un certo punto il bambino sente le frasi “John is too stubborn to talk to Bill” e “John is too stubborn to talk to”. Se il bambino applicasse il principio precedente a queste due frasi potrebbe pensare che la seconda voglia dire che John è troppo ostinato per parlare a qualcuno; in realtà la frase significa che John è troppo ostinato perché si possa parlargli, quindi la regola non vale. Se i bambini dovessero acquisire da zero le regole del linguaggio, per un certo periodo di tempo dovrebbero interpretare entrambi i tipi di frasi allo stesso modo e poi accorgersi che nel secondo caso c’è una regola diversa, ma in realtà sembra che i bambini fin da subito le interpretino nel modo corretto, sebbene nessuno abbia loro insegnato esplicitamente la regola; evidentemente l’organo del linguaggio comprende una grammatica universale innata.

14. Fate almeno un esempio che mostra che la Versione 1 della regola di coriferimento è sbagliata e commentatelo.

La versione sbagliata della regola di coriferimento afferma che “in una frase il soggetto sottinteso non può riferirsi alla stessa persona a cui si riferisce un nome proprio quando quest’ultimo segue il soggetto sottointeso nella frase”. L’esempio seguente mostra che questa regola è sbagliata: “Quando (lui) è stanco, Gianni si arrabbia”. In questo caso il soggetto sottointeso si trova prima del nome proprio, tuttavia i due possono riferirsi alla stessa persona, cioè la frase potrebbe voler dire che quando Gianni è stanco, Gianni si arrabbia.La versione 1 è sbagliata perché fa riferimento all’ordine lineare delle parole e non alla struttura gerarchica della frase

15. Discutete un esempio che mostra che la Versione 2 della regola di coriferimento è migliore della Versione 1.

Versione 1: “Il soggetto sottinteso non si può riferire alla stessa persona a cui si riferisce un nome proprio quando, nella frase, il nome proprio segue la posizione del soggetto sottinteso”. Versione 2: “in una frase il soggetto sottointeso non può a riferirsi alla stessa persona cui si riferisce un nome proprio se questo è contenuto nel più piccolo costituente che contiene il soggetto sottointeso”. Con “costituente” si intende una “sequenza di parole intermedia tra singola parola e frase intera che forma un’unità naturale all’interno della frase”; un metodo che ci aiuta ad individuare i costituenti all’interno della frase è il “test della frase scissa”-“verbo essere + sequenza fuori posto + che + frase senza sequenza fuori posto(_)”. Per dimostrare la correttezza della Versione 2 della regola di coriferimento, a dispetto della Versione 1 propongo il seguente esempio: “Quando (lui) è stanco, Gianni si arrabbia”, nella seguente frase il soggetto sottinteso potrebbe riferirsi alla stessa persona a cui si riferisce il nome proprio; ciò è correttamente dimostrato dalle Versione 2 della regola MA NON dalla Versione 1. Infatti in questo esempio il nome proprio segue la posizione del soggetto sottinteso ( per la Versione 1 non vi può essere coriferimento) e esiste un costituente che contiene il soggetto sottinteso ma non contiene il nome proprio, “è [quando (lui) è stanco] che Gianni si arrabbia”, ( per la Versione 2 può esservi coriferimento). La Versione 2 della regola di coriferimento è migliore della Versione 1.

16. Applicando il test della frase scissa quali costituenti sapete trovare nella seguente frase? 17. “Lo zio di Gianni ha comprato un biglietto della lotteria alla stazione”

Le frasi scisse hanno la seguente struttura: verbo essere + sequenza fuori posto (costituente) + che + + frase senza sequenza fuori posto(_). Applicando il test a questa frase si trovano i seguenti costituenti: - è [lo zio di Gianni] che _ ha comprato un biglietto della lotteria alla stazione. - È [un biglietto della lotteria] che lo zio di Gianni ha comprato _ alla stazione - È [alla stazione] che lo zio di Gianni ha comprato un biglietto della lotteria _. - Il costituente più grande è costituito dalla frase stessa

18. Regola del coriferimento e argomento della povertà dello stimolo.

La regola di coriferimento è un esempio dell’argomento della povertà dello stimolo proposto da Chomsky; essa infatti non può essere inferita automaticamente solo in base all’input acustico a cui il bambino è esposto (contesto di acquisizione non controllato, detto “degenerato”, in cui l'informazione sulla struttura a costituenti non è codificata). Se la regola dovesse essere acquisita da zero, senza un’istruzione esplicita del bambino, ci si aspetterebbe che almeno inizialmente i bambini utilizzassero la prima versione della regola (quella sbagliata) perché è basata sulla nozione di precedenza lineare che è immediatamente accessibile nell’input acustico cui il bambino è esposto, e poi, vedendo che è sbagliata, mediante un processo di prove ed errori, acquisirebbero quella corretta, più difficile. In realtà si è dimostrato che i bambini di tutte le età mostrano un comportamento identico a quello degli adulti, ovvero usano la versione corretta della regola. Questo sembra un ulteriore supporto alla teoria del linguaggio come organo, il quale comprende una grammatica universale innata la regola di coriferimento farebbe parte del patrimonio genetico del bambino essa sembra essere un universale linguistico, ovvero sembra faccia parte di tutte le lingue parlate dagli appartenenti alla nostra specie (PRINCIPIO C).

19. Argomento della povertà dello stimolo e modificazione avverbiale.

Un ulteriore esempio a prova dell’argomento della povertà dello stimolo riguarda la modificazione avverbiale. Per es., nella frase “Immediatamente le persone pensarono che Gianni sarebbe partito”, l’avverbio modifica il verbo “pensare” (1^ verbo che segue l’avverbio), non il verbo “partire” (2^ verbo che segue l’avverbio). Una regola semplice per questa interpretazione, che si basa sull’interpretazione lineare della frase (derivabile automaticamente dall’input), potrebbe essere che “l’avverbio modifica il primo verbo che lo segue”. In realtà questa regola non è corretta, come dimostra la seguente frase “lentamente la persona che camminava si alzò”; in questo caso l’avverbio modifica il verbo “alzare” (2^ verbo), non “camminare”. Anche in questo caso la regola corretta fa riferimento ai costituenti (struttura gerarchica della frase non direttamente evincibile dall’input acustico): “un avverbio modifica un verbo se l’avverbio fa parte del più piccolo costituente che contiene il verbo”. Nella seconda frase il costituente “la persona che camminava” non contiene l’avverbio, quindi quest’ultimo non può modificare il verbo “camminava”.

20. Esempi non linguistici di argomento della povertà dello stimolo.

L’ argomento della povertà dello stimo può essere applicato anche a domini cognitivi diversi dal linguaggio. Per vedere un oggetto non dobbiamo conoscere le leggi che governano la percezione visiva e per afferrarlo non dobbiamo essere consapevoli degli schemi motori che coordinano i movimenti dei muscoli. Un esempio si può trovare nell’ambito della visione: lo stimolo prossimale inizialmente analizzato dal cervello è bidimensionale (immagine che viene proiettata sulla retina), tuttavia la nostra percezione del mondo è tridimensionale lo stimolo è povero .Si può quindi sostenere che il passaggio dalle due alle tre dimensioni richiede delle computazioni particolari e questa capacità computazionale non è plasmata dai dati in ingresso, ma è una capacità geneticamente determinata la visione è un organo biologico.

21. La grande obiezione all’idea del linguaggio come organo.

Vi è grande obiezione contro a teoria del linguaggio come organo e la sua assimilazione ad altre funzioni cognitive come la visione o l’afferrare gli oggetti: “ l’ambiente in cui il bambino cresce non determina il modo in cui vede il mondo, ma determina in maniera decisiva il modo in cui egli parlerà”-un esempio di ciò è dato dalla diversità linguistica correlata all’ambiente in cui si parla inglese-ambiente anglofono; giapponese-Tokyo... Questo è il fatto più evidente che il linguaggio è nei suoi aspetti fondamentali un costrutto sociale. Chomsky e la comunità linguistica che si ispira alle sue idee guida, hanno tentato varie vie per affrontare il problema, un approccio soddisfacente si nota in quelle che sono diventate celebri con il nome di Pisa lectures, ovvero le lezioni che Chomsky ha tenuto nel 1979 alla Scuola Normale di Pisa e che hanno introdotto una forte innovazione nel suo paradigma teorico mediante l’enucleazione di quella che oggi viene chiamata Teoria dei Principi e dei Parametri.

22. Perché abbiamo parlato di teoria sull’interazione fra gli oggetti solidi nei bambini?

Tramite esperimenti si è visto che i bambini all’età di pochi mesi mostrano di avere una teoria elaborata sull’interazione fra gli oggetti solidi. X es. se si mette una palla su un piano inclinato con un ostacolo, si copre il percorso con un panno e si mostra in seguito dove è arrivata la palla, il bambino guarderà più insistentemente la condizione strana, quella in cui la palla ha “attraversato” l’ostacolo. Tuttavia questa abilità sembra scomparire a 2 anni di età: se si mostra ai bambini un mobiletto con una porta scorrevole con all’interno una mensola e si chiede loro di dire dove cadrà la palla (sopra o sotto la mensola), se il mobiletto è aperto rispondono correttamente, se è chiuso rispondono a caso. Questo in realtà non vuol dire che l’abilità del bambino è scomparsa, ma che noi possediamo nella nostra mente informazioni di cui non siamo coscienti e che quindi non sappiamo esplicitare: infatti quando si chiede ai bambini di esplicitare la loro conoscenza sbagliano, ma se li si testa indirettamente la loro prestazione risulta corretta. La conoscenza del linguaggio è uno di questi casi, è una conoscenza innata di cui non siamo consapevoli.

23. Perché abbiamo parlato di verbal overshadowing?

Per verbal overshadowing si intende il fenomeno per cui la descrizione verbale di qualcosa ne peggiora il riconoscimento. Questo si è dimostrato in un esperimento con degli adulti, divisi in due gruppi: al primo venivano mostrati dei volti che poi in seguito dovevano riconoscere, al secondo invece venivano mostrati dei volti che dovevano essere descritti e poi riconosciuti. Si è visto che descrivere i volti peggiorava la prestazione nel compito di riconoscimento. Questo fenomeno dimostra come, oltre al fatto che possediamo delle info. nella nostra mente di cui non siamo consapevoli, addirittura talvolta esplicitare delle informazioni può renderle più precarie. “Verbal overshadowing of visual memories: some things are better left unsaid”.

24. Fate un esempio di regola morfologica che usiamo senza esserne consapevoli.

In italiano il suffisso –bile normalmente può essere aggiunto solo ai verbi transitivi, perciò parole come “leggibile”, “mangiabile” e “udibile”, sono considerate accettabili, mentre parole come “andabile”, “moribile” e “piangibile” non lo sono. Perciò anche in presenza di una parola sconosciuta come “crufabile”, noi automaticamente inferiamo che il verbo “crufare” è transitivo, anche senza conoscerne consapevolmente la regola.

25. Perché abbiamo parlato del walkman?

Abbiamo parlato del caso della parola “walkman”, la quale non segue le regole grammaticali dell’inglese, per portare un esempio di regola morfologica non consapevole. Infatti un nativo inglese “sente” che né “walkmen” né “walkmans” suonano corretti, tuttavia non è in grado di spiegarne il perché, non è consapevole della regola che determina la mancanza del plurale della parola. La regola INCONSCIA che può spiegare questo fatto è che “il plurale di parole composte formate dall’unione di due parole semplici si forma pluralizzando la testa morfologica”, dove per “testa morfologica” si intende “la parola semplice che sta ALLA FINE della parola composta e che ne determina i caratteri” (x es. nella parola “workman”-“operaio” la testa morfologica è “man”, la quale determina infatti sia il significato – un operaio è un uomo, non un lavoro –,sia il plurale – workmen – della parola composta). Tuttavia nel caso della parola “walkman”, inventata dai dirigenti della Sony, non c’è una testa morfologica (il walkman non è un UOMO che cammina) e di conseguenza non c’è nemmeno il plurale. [Dopo ampie consultazioni i dirigenti della Sony hanno inventato il plurale di questa parola impossibile: “walkman portable stereos”].

26. Lingua-E e Lingua-I.

Lingua – E e Lingua – I sono due modi diversi per considerare una lingua: • Lingua – I: può essere considerata LA RICETTA di una certa lingua; è la definizione

intensionale della lingua; l’insieme delle regole universali che servono per produrre frasi, è l’insieme dei “PRINCIPI” – “proprietà grammaticali universali” (fanno parte del patrimonio genetico della specie e perciò, valgono in tutte le lingue naturali se due lingue vengono confrontate dal punto di vista della Lingua – I appariranno estremamente simili tra loro).

• Lingua – E: può essere considerata come il PRODOTTO DELLA RICETTA di una certa lingua; è la definizione estensionale di una lingua; è il linguaggio prodotto dalle persone per comunicare con l’esterno, è il risultato dell’esistenza dei “PARAMETRI” – “spazi di libertà in cui ogni lingua può orientarsi come vuole”, punti liberi di una stessa ricetta un singolo parametro è responsabile è responsabile per una SERIE di proprietà linguistiche apparentemente non collegate tra loro, non determina un’unica proprietà, ma diverse. se due lingue vengono confrontate dal punto di vista della Lingua-E, del risultato visibile, appariranno estremamente diverse tra loro.

27. Parametro della testa.

Il parametro della testa specifica che, sebbene vi sia un PRINCIPIO fisso che determina la struttura astratta dei sintagmi di tutte le lingue del mondo, la struttura individuata dalla “teoria x-barra”, questa struttura è lasciata libera di differenziarsi in un punto: l’ordine lineare che vige tra testa e complemento. Per questo di parla di “parametro della testa”. Esistono infatti lingue, dette “a testa iniziale”, come l’italiano o l’inglese, che posizionano la testa prima del complemento; specularmente, lingue come il giapponese e il turco, dette “a testa finale”, posizionano le testa dopo il complemento. X es. la frase “Gianni mostra a Maria una foto”, in giapponese diventerebbe “Gianni Maria a foto (una) mostra”. Quindi la notevole differenza tra italiano – E e giapponese – E si riduce a una piccola differenza tra italiano – I e giapponese – I.: l’ordine tra testa e complemento.

28. Riassumete l’argomento basato sulla proforma che mostra come il sintagma verbale ha una struttura gerarchica.

Una proforma è una parola che sostituisce un gruppo di parole, un esempio di proforma sono i pronomi (es. “lo”). Il test della proforma è un metodo molto utile utilizzato per dimostrare la struttura gerarchica, a dispetto di quella lineare, della frase, tra le altre, dimostra la struttura del sintagma verbale: [Specificatore [[Testa Complemento] Aggiunto] ]. Un gruppo di parole che può essere sostituito da una proforma è un costituente. Si definisce “costituente” quel “gruppo di parole che forma un’unità intermedia fra le singole parole e intera frase”. Oltre ad individuare i costituenti, il test della proforma individua anche i super-costituenti, dimostrando così la struttura gerarchica della frase.

29. Il test della proforma non indica soltanto che la struttura del sintagma verbale è gerarchica ma ci dice anche

quale sia il suo tipo di organizzazione gerarchica. Discutete un esempio.

IN LINEA DI PRINCIPIO (in realtà non è così) ci sono vari tipi di organizzazione gerarchica possibili, ad esempio potrebbe essere messo insieme prima il soggetto con il verbo, poi essere aggiunto il complemento e infine l’aggiunto. Questa struttura non ha niente di illogico, ma NON rappresenta la struttura della frase in italiano (e in nessun altra lingua). Questo è dimostrato dalla proforma poiché non esiste alcuna proforma che possa sostituire l’unità composta da soggetto e verbo, lasciando fuori il complemento. X es: “Gianni osserva tre foto di ragazzi invidiosi con attenzione, anche LO FA tre foto di ragazzi invidiosi con attenzione.” La proforma “lo fa” andrebbe a sostituire l’ipotetico costituente “Gianni osserva”, tuttavia questo non è accettabile, il che suggerisce che questo tipo di struttura sia sbagliata.

30. Perché abbiamo parlato di espressioni idiomatiche come “mangiare la foglia”?

Le espressioni idiomatiche sono un ulteriore argomento a conferma della struttura gerarchica del sintagma verbale ed in particolare del fatto che il verbo abbia un rapporto diretto con l’oggetto e non con il soggetto [soggetto [[verbo complemento] aggiunto]].Non esistono infatti, in alcuna lingua, espressioni idiomatiche formate da verbo e soggetto, al contrario, sono tutte formate da verbo e oggetto.

31. Perché abbiamo parlato delle frasi “John broke his arm” e “John broke the window”?

Queste frasi sono un’ulteriore argomento a conferma della struttura gerarchica del VP ed in particolare del fatto che il verbo si combini prima con l’oggetto, e poi che il risultato di questa combinazione si combini con il soggetto [soggetto [[verbo complemento] aggiunto]]. In queste due frasi infatti, verbo e soggetto sono identici, cambia solo il complemento. Dal momento che nelle due frasi il ruolo del soggetto cambia (nella prima subisce l’azione e nella seconda funge da agente), è evidente che ciò che determina il suo ruolo è la combinazione verbo + oggetto, la quale avviene prima della combinazione con il soggetto. Infatti se il ruolo del soggetto dipendesse unicamente dal verbo, dal momento che nelle due frasi quest’ultimo è identico, il ruolo del soggetto dovrebbe essere lo stesso, ma così non è.

32. Perché abbiamo parlato di composti come “portamonete”?

Questi composti sono un’ulteriore dimostrazione a conferma della struttura gerarchica del VP ed in particolare del fatto che prima di tutto il verbo si combini con l’oggetto [soggetto [[verbo complemento] aggiunto]]. Infatti in composti di questo tipo, il nome che si unisce al verbo è sempre l’oggetto, mai il soggetto. Questa interpretazione rimane anche quando è in aperto contrasto con la realtà, ad esempio “Il mio è un buon lavamarito (di piatti)”.

33. Riassumete l’argomento basato sulla proforma che mostra come il sintagma nominale abbia una struttura

gerarchica.

Una proforma è una parola che sostituisce un gruppo di parole, un esempio di proforma sono i pronomi (es. “ne” partitivo). Il test della proforma è un metodo molto utile utilizzato per dimostrare la struttura gerarchica, a dispetto di quella lineare, della frase; tra le altre, dimostra la struttura del sintagma nominale: [Specificatore [[Testa [Complemento]] Aggiunto]] . Un esempio è la frase “Gianni osserva tre foto di un ragazzo invidioso, Maria ne osserva due.” – la proforma “ne” sostituisce il costituente, formato da testa + complemento (“foto di un ragazzo invidioso”), del sintagma nominale “tre foto di un ragazzo invidioso”. Se avessimo una struttura piatta, non potremmo spiegare come mai la proforma può sostituire testa + complemento lasciando però fuori lo specificatore “tre”.

34. Perché si può parlare di complemento di una preposizione?

Poiché le preposizioni sono per loro natura “transitive” cioè necessitano di essere accompagnate da un complemento, non possono essere lasciate da sole, così come accade per i verbi transitivi.

35. Preposizioni e postposizioni. Commentate questi due concetti nell’ambito delle teoria Xbarra

Secondo la teoria X – barra in tutte le lingue le frasi sono formate da una struttura gerarchica e astratta, un PRINCIPIO che si può trovare ripetuto ad ogni livello di scomposizione e questa iterazione può continuare potenzialmente all’infinito. Questa struttura è [[(Specificatore) [[Testa (Complemento)] (Agg)]]. Il fatto che alcune lingue abbiano le pre-posizioni mentre altre le post-posizioni è spiegato da questa teoria unitamente al parametro della testa, che specifica l’ordine di testa e complemento: se una lingua è a testa iniziale (la testa viene prima del complemento), avrà le pre-posizioni; se invece è a testa finale (la testa viene dopo il complemento), avrà le post-posizioni.

36. Cosa si può trovare nella posizione di specificatore nei diversi sintagmi?

1. Nel VP di solito lo specificatore è il soggetto, che può essere: un sostantivo (Gianni mangia le caramelle), un sintagma nominale (Il bambino mangia le caramelle), sottointeso ((lui) Mangia le caramelle)

2. Nel NP può essere: un articolo ( Il fratello di Maria), un aggettivo (Tre foto di un ragazzo; Questi libri di scienze). 3. Nel AP di solito è un avverbio (molto invidioso di me; proprio bello; improvvisamente calmo) 4. Nel PP se la preposizione è semplice non c’è mai lo specificatore, se invece la preposizione è articolata può

essere un avverbio (Proprio nella cucina; Sopra al tavolo).

37. Perché abbiamo discusso un esempio come “Gianni osserva tre foto di un ragazzo invidioso di osservare tre

foto di un ragazzo invidioso”?

Scomponendo questa frase si arriva ad un certo punto al sintagma aggettivale “invidioso di osservare tre foto di un ragazzo invidioso”. In questo sintagma la testa è l’aggettivo “invidioso” mentre il complemento è “di osservare tre foto di un ragazzo invidioso”, che è a sua volta è un sintagma preposizionale il cui complemento è un sintagma verbale, che ha struttura [specificatore [[testa complemento] aggiunto]], la stessa struttura di partenza. Teoricamente potremmo aggiungere un ulteriore livello all’ultimo sintagma verbale e così via all’infinito. Questo esempio è la dimostrazione di ciò che afferma la teoria X- barra: in tutte le lingue le frasi sono formate da una struttura gerarchica e astratta, un PRINCIPIO che si può trovare ripetuto ad ogni livello di scomposizione e questa iterazione può continuare potenzialmente all’infinito. Perciò le frasi hanno una struttura gerarchica e ricorsiva, aspetto che, secondo Chomsky, è universale.

38. Fate conto che la frase “Gianni compra tre foto di distruzioni di città” sia composta da parole giapponesi. In che

ordine le mettereste per rispettare il valore del parametro della testa in quella lingua?

Il giapponese è una lingua a testa finale, quindi per trasformare la frase bisogna individuarne i sintagmi e porre la testa in posizione finale: nel VP costituito dall’intera frase la testa è “compra”; nel NP costituito dal complemento del VP la testa è “foto”; nei PP costituiti dai complementi di specificazione la testa è “di”. I due specificatori “Gianni” e “tre” vanno invece posizionati all’inizio dei rispettivi sintagmi, come in italiano. La frase diventa quindi la seguente: “Gianni città di distruzioni di tre foto compra”

39. Perché abbiamo parlato della farfalla africana Bicyclus anynana?

È stato fatto un parallelismo biologico tra queste farfalle e le diverse lingue. Come questo tipo di farfalla si presenta in forme diverse a seconda della stagione, è colorata nella stagione umida e marrone nella stagione secca, dovuto probabilmente a un gene sensibile alla temperatura che attiva una diversa cascata di geni a seconda del clima, così anche le lingue, possono essere considerate un unico organismo biologico, su cui l’ ambiente agisce innescando un meccanismo a catena che le rende all’apparenza molto diverse.

40. I costituenti sono sempre formati da parole contigue? Fate degli esempi.

Non necessariamente. X es. in “Gianni mangia volentieri la minestra. Maria lo fa controvoglia.”la proforma “lo fa” sostituisce il costituente “mangia la minestra” che è formato da parole non contigue.

41. Homo Neanderthalensis e Homo Sapiens.

L’Homo neanderthalensis occupava gran parte dell’Europa e del Vicino Oriente prima dell’arrivo dell’Homo Sapiens, si estinse 29.000 anni fa.È considerato una forma umana più primitiva rispetto all’Homo sapiens, aveva infatti forme di pensiero simbolico, come la pittura, la decorazione del corpo o la sepoltura, episodiche e rudimentali. Inizialmente si pensava che Homo Sapiens e Homo Neanderthalensis fossero due specie diverse, ma studi recenti (Il progetto di ricostruzione del genoma del Neanderthal, coordinato da Svante Pääbo) hanno trovato DNA di Neanderthal in europei e asiatici moderni, il che implica che i due generi di Homo si siano incrociati e abbiano prodotto prole fertile; non si può più quindi parlare di diverse specie ma è più corretto parlare di forme umane diverse. In particolare, sembra che l’incrocio sia avvenuto tra uomini di Neanderthal e donne Sapiens, lo deduciamo dal fatto che non sono state trovate tracce del Neanderthal nel DNA mitocondriale (trasmissibile solo per linea femminile) delle femmine odierne di Sapiens, probabilmente si è trattato di violenza sessuale. Un altro aspetto interessante è che il DNA di Neanderthal non è stato trovato negli africani moderni, quindi probabilmente gli incroci sono avvenuti dopo che i Sapiens sono usciti dall’Africa e questo supporta indirettamente l’ipotesi dell’origine unica “Out of Africa”, secondo la quale gli uomini moderni si sono evoluti tutti nel Corno d’Africa circa 200.000 anni fa e che siano poi migrati all'esterno sostituendo quegli ominini che erano in altre parti del mondo.

42. Perché si è parlato dell’isola di Floris in Indonesia?

In quest’isola è vissuta l’ultima specie di ominine - ominini sono la famiglia che include gli esseri umani moderni e i loro diretti antenati (australopiteco, Homo Habilis, Homo Erectus) - a essersi estinta prima di noi, circa 12.000 anni fa: l’Homo floresiensis.

43. Eva africana e DNA mitocondriale.

Il DNA mitocondriale è trasmesso esclusivamente dalla madre, quindi le differenze tra individui in questo DNA sono dovute solo a mutazioni genetiche. Senza queste mutazioni, due individui avrebbero esattamente lo stesso DNA mitocondriale. Assumendo che la mutazione del DNA sia costante, è possibile utilizzare la differenza tra il DNA mitocondriale di due individui per calcolare il numero di generazioni che li separano dal progenitore femminile comune più vicino. Usando questa tecnica è stato possibile individuare la donna più recente da cui discendono tutti gli esseri umani, che sembra essere vissuta circa 200.000 anni fa nel Corno d’Africa ed è stata soprannominata Eva africana. Gli esseri umani discendono tutti da coloro che nella comunità di Eva africana hanno generato prole con lei oppure con sue figlie o nipoti.

44. Eva Africana non era l’unica donna nella sua comunità. Però nessuna altra donna a lei contemporanea

è un antenato comune di tutti gli esseri umani. Perché?

Perché ad un certo punto la loro discendenza in linea femminile si è interrotta, cioè ad un certo punto almeno una delle discendenti non ha avuto una figlia. Cosa che non è successa solo nella discendenza di Eva, la quale probabilmente viveva in una comunità piccola (circa 20.000 abitanti), altrimenti sarebbe molto improbabile.

45. Adamo e cromosoma Y.

Siccome il cromosoma Y è trasmesso unicamente dal padre ai figli maschi, è possibile individuare il progenitore maschile comune (Adamo Y-cromosomale) a tutti gli uomini. Inizialmente i dati su Adamo differivano da quelli di Eva, indicando che fosse vissuto circa 75.000 anni fa. I due dati comunque non erano in contrasto perché poteva essere che la linea maschile si fosse spezzata più rapidamente, magari per una maggiore tendenza dei maschi a morire prima di raggiungere l’età fertile. Tuttavia studi più recenti, mediante tecniche più sofisticate, sono arrivati a datare Adamo a 196.000 anni fa, quindi più avanzano le tecniche di studio del DNA, più Eva e Adamo si avvicinano.

46. Perché si è parlato dell’eruzione del vulcano Toba nell’isola di Sumatra?

Il fatto che ci sia una ridotta variabilità genetica tra gli esseri umani, molto più ridotta rispetto ad altre specie animali, secondo alcuni si spiega perché discendiamo da una piccola comunità, quella di Eva africana. Secondo altri la spiegazione deriva anche da un altro evento, accaduto circa 70-75.000 anni fa: l’eruzione del vulcano Toba nell’isola di Sumatra. Questa causò un inverno vulcanico che portò l’Homo sapiens vicino all’estinzione a causa delle difficili condizioni climatiche; in pochi sarebbero sopravvissuti e da quei pochi noi tutti discenderemmo.

47. Perché lo studio sul genoma dei Neanderthal supporta l’ipotesi “Out of Africa”?

Il progetto di ricostruzione del genoma del Neanderthal, coordinato da Svante Pääbo, ha portato all’identificazione di DNA di Neanderthal in europei ed asiatici moderni, il che implica che i Neanderthal si sono incrociati con i Sapiens generando prole fertile; tuttavia il DNA di Neanderthal non è stato trovato negli africani moderni, quindi probabilmente gli incroci sono avvenuti dopo che i Sapiens sono usciti dall’Africa e questo supporta indirettamente l’ipotesi “Out of Africa”, secondo la quale gli uomini moderni si sono evoluti tutti nel Corno d’Africa circa 200.000 anni fa e che siano poi migrati all'esterno sostituendo quegli ominini che erano in altre parti del mondo.

48. Ipotesi di datazione del linguaggio e abbassamento della laringe.

Riguardo alla datazione dei linguaggio ci sono due ipotesi preponderanti, comunque entrambe coerenti con la tesi dell’evoluzione unica: 1) La prima, partendo dal fatto che la comunità di Eva africana fu l’unica che lasciò una discendenza che arrivasse fino a noi, afferma che questa comunità avesse qualcosa di speciale rispetto alle altre: aveva sviluppato abilità linguistiche superiori che avevano dato un vantaggio evolutivo ai discendenti di Eva,i quali vissero quindi più a lungo, ebbero così maggiori probabilità di generare prole e di conseguenza di trasmettere il loro patrimonio genetico il linguaggio moderno è comparso all’epoca di Eva circa 200.000 anni fa. 2) La seconda ipotesi, di Lieberman, afferma che l’emergenza del linguaggio nella sua forma moderna sarebbe avvenuta circa 50.000 anni fa, in coincidenza con l’ultima migrazione fuori dall’Africa dell’Homo Sapiens, quella che ha portato all’estinzione di tutte le altre forme umane. Questa migrazione fu quella decisiva poiché per la prima volta questi esseri erano dotati di un tratto vocale che permettesse una completa articolazione dei suoni – questo è dovuto al verificatosi abbassamento della laringe.

49. Perché abbiamo fatto un confronto fra evoluzione del linguaggio e evoluzione dell’occhio?

Abbiamo fatto un confronto tra le due perché la prima è un EVOLUZIONE UNICA, la seconda, al contrario, è un EVOLUZIONE INDIPENDENTE dello stesso organo. Come dimostrazione di questo, l’analisi di occhi di diverse specie rivela che per la loro struttura, non hanno alcun antenato in comune. Al contrario, per quanto riguarda il linguaggio, non troviamo alcuna traccia di un’ipotetica evoluzione indipendente: nessun bambino presenta una predisposizione innata per un certo tipo di LINGUA, se il bambino viene rimosso dalla comunità dei suoi genitori, diventerà un parlante nativo della comunità in cui cresce, indipendentemente dalla lingua dei genitori.

50. C’è un effetto del fondatore seriale nel linguaggio?

Per effetto del fondatore seriale si intende il processo che determina lo sviluppo di una nuova popolazione a partire da un piccolo numero di individui che portano con sé solo una piccola parte della variabilità genetica della popolazione originale. Ciò accade quindi quando si hanno distacchi successivi: a partire da una popolazione originaria si stacca un piccolo gruppo di individui che forma una comunità autonoma in un territorio separato. In seguito, da questa seconda comunità si stacca un altro piccolo gruppo di individui, e così via. Ad ogni passaggio vi è una riduzione della variabilità genetica. Studi di genetica delle popolazioni hanno trovato che il continente con la maggiore variabilità genetica è l’Africa, man mano che ci si allontana da essa la variabilità diminuisce queste ricerche hanno corroborato il modello “out of Africa”. Recenti ricerche svolte da Atkinson, sebbene le sue conclusioni non siano state ancora del tutto verificate, affermano che la stessa variabilità è presente anche nel linguaggio: più ci si allontana dall’Africa, più diminuisce la variabilità FONEMICA (numero di fonemi) delle lingue. Ciò implicherebbe un’ulteriore evidenza a favore dell’ipotesi “Out of Africa” e della tesi dell’evoluzione unica del linguaggio.

51. Perché abbiamo parlato della popolazione khoi-san ( boscimani)?

Uno studio su questa popolazione ha portato supporto alla teoria “Out of Africa” e alla tesi dell’evoluzione unica del linguaggio. I boscimani sono tribù di cacciatori e raccoglitori che abitano il deserto del Kalahari nell’Africa sud-occidentale e che non hanno mai sviluppato metodi di coltivazione. Si sono svolti studi che hanno dimostrato una maggiore variabilità genetica tra individui khoi–san che tra un europeo e un asiatico; inoltre i khoi-san sembra siano la popolazione con maggior variabilità fonemica. Questo risultato è spiegato dall’effetto del fondatore seriale i khoi-san avrebbero avuto quindi modo di differenziarsi senza subire i vari colli di bottiglia di variabilità creati dall’effetto del fondatore seriale.

52. Il gene FOXP2.

Il gene FOXP2, localizzato sul cromosoma 7, è il primo ad essere stato individuato quale coinvolto nel linguaggio parlato. È stato scoperto studiando una famiglia britannica “famiglia KE”, in cui la maggioranza dei membri ha una menomazione della parola e del linguaggio. Ognuno di coloro che presenta la malattia ha anche una versione danneggiata del gene FOXP2, mentre chi non ha il gene mutato non presenta la malattia il gene è direttamente coinvolto nel linguaggio. Studiandone la storia evolutiva, si è visto che questo è rimasto immutato nel corso dell’evoluzione dei mammiferi, fino alla divisione della linea evolutiva dell’uomo da quella degli scimpanzè. La datazione della versione umana del gene risalirebbe a 120.000 anni fa; tuttavia, una versione quasi identica del gene è stata trovata nel DNA di Neanderthal MA ciò renderebbe la datazione errata poichè il progenitore comune a Neanderthal e Sapiens nel quale sarebbe avvenuta la “mutazione umana” è vissuto ben prima di 120.000 anni fa, sono infatti ancora in corso delle verifiche riguardo la storia evolutiva del gene.

53. L’ipotesi di Corballis “Dalla mano alla bocca”. Punti di forza e di debolezza.

L’evidenza disponibile, che proviene da fonti diverse, riguardo la datazione del linguaggio, suggerisce che la stima più accurata possa essere tra 100.000 e 200.000 anni fa, se non addirittura in un’epoca più recente (50.000). Tuttavia, se questa ipotesi è corretta, ci troviamo di fronte ad un rompicampo molto grosso: l’organo del linguaggio, sebbene sia un organo altamente complesso (coinvolge infatti un coordinamento estremamente raffinato di abilità senso-motorie e di abilità cognitive multiple), è di origine molto recente; il problema sta nel fatto che il meccanismo di selezione naturale richiede tempi molto lunghi per l’evoluzione di organi complessi. A riguardo Corballis propone la congettura “Dalla mano alla bocca” secondo cui il linguaggio si è in realtà evoluto in tempi molto più lunghi, la sua evoluzione si è verificata molto prima di 200.000 anni fa, ciò che sarebbe successo in questa data fu il passaggio dalla modalità segnata alla modalità fono-articolatoria del linguaggio/dalla mano alla bocca, come conseguenza dell’abbassamento della laringe. Tuttavia l’ipotesi è controversa, innanzitutto poichè si pensa che l’importanza dell’abbassamento della laringe per l’evoluzione del linguaggio sia stata sopravvalutata: esso infatti è un tratto presente in altre specie, non solo nell’uomo; inoltre, molti animali in cui la laringe non è perennemente abbassata, la possono comunque abbassare per produrre suoni (x es. i cani) probabilmente l’abbassamento della laringe si è evoluto come possibilità di produrre vocalizzazioni che facciano sembrare gli animali più grossi di quello che in realtà sono.

54. Quale problema sollevano gli “incipient stages of useful structures”?

Secondo la teoria darwiniana i tratti degli organismi si sarebbero evoluti attraverso la selezione naturale per aumentare il successo riproduttivo dell’organismo stesso e di conseguenza le probabilità di sopravvivenza della specie (concetto di ADATTAMENTO) – per es. la pelliccia, la quale si è sviluppata per aiutare certe specie a difendersi dal freddo. Tuttavia un suo contemporaneo, Mivart, criticò la teoria sostenendo che questa non spiegasse come mai per giungere a strutture complesse, come l’ala e l’occhio, si fosse passati attraverso stadi iniziali, di supposta inutilità. Darwin rispose a questa obiezione introducendo il concetto di “exattamento”, sostenendo che nell’evoluzione di strutture complesse si passa attraverso vari stadi intermedi i quali hanno man mano funzioni diverse rispetto a quella della struttura complessa finale. X es: le piume delle ali degli uccelli all’inizio del loro sviluppo avevano un ruolo di termoregolazione, e solo da un certo punto in poi si sono evolute per permettere il volo

55. Differenze fra exattamento e spandrel.

Il concetto di spandrel è un’estensione di quello di exattamento – in entrambi i casi si intende una situazione in cui un tratto A si sviluppa per una fase della sua storia evolutiva (tipicamente la fase iniziale) come sottoprodotto, piuttosto che come risultato diretto/prodotto della selezione adattiva. Nell’exattamento il tratto A si sviluppa come sottoprodotto, con una determinata funzione, che nel corso dello sviluppo andrà a sviluppare un tratto B, con una diversa funzione. Nello spandrel il tratto A si sviluppa come sottoprodotto non di un singolo TRATTO B, ma del Bauplan, la forma architettonica GENERALE dell’intero organismo, che permetterà poi ad esso di sviluppare il tratto B lo spandrel è infatti la struttura rettangolare in cui è inserito un arco/lo spazio tra due archi. Un esempio di sprandel è il sollevamento dell’area intorno al garrese nel cervo irlandese gigante (una specie oggi estinta) il quale ha portato ad una riorganizzazione generale della struttura dell’animale che ha sua volta ha portato ad un PRODOTTO con funzione

adattiva il garrese dell’animale che diventò sempre più accentuato e si ornò con colori caratteristici, presumibilmente per attirare l’attenzione e di conseguenza favorire l’accoppiamento.

56. Perché abbiamo parlato del cervo irlandese gigante?

Il caso del cervo irlandese gigante è un esempio di spandrel. In questo animale infatti, nel corso della sua evoluzione, grazie ad un iniziale sollevamento dell’area intorno al garrese (TRATTO A) vi è stata una riorganizzazione generale della sua struttura (Bauplan) – si è sviluppata una testa grande, la quale a sua volta ha permesso lo sviluppo di enormi corna – che ha permesso a sua volta un nuovo cambiamento del garrese, che è diventato ancora più accentuato e si è ornato con colori caratteristici, permettendo all’animale di attirare l’attenzione e quindi di favorire l’accoppiamento (TRATTO B con funzione adattiva).

57. Perché abbiamo parlato di exattamento e spandrel in un corso sul linguaggio?

Poiché Hauser, Chomsky e Fitch hanno formulato una congettura secondo cui la grammatica del linguaggio umano, in particolare la capacità COMBINATORIA di pensiero e articolazione di suoni complessi con le sue proprietà di gerarchia e ricorsione, potrebbe essere il risultato di un exattamento o di uno spandrel a partire da tratti di altri animali, dunque la sua funzione iniziale era diversa dalla funzione comunicativa (adattiva-TRATTO B) che svolge oggi. In particolare la grammatica potrebbe essere nata come exattamento del sistema di navigazione negli uccelli, il quale è stato dimostrato che, in alcune specie, utilizza sistemi di calcolo ricorsivi – sistema concettuale già relativamente elaborato, e che poi si sia rivelata uno strumento molto potente per organizzare pensieri. Come sostegno a questa ipotesi, viene sottolineato il fatto che anche se è certo che il linguaggio sia utilizzato per la comunicazione, questo è usato ancora di più per organizzare pensieri, anche quando questi non devono essere comunicati. La conclusione di questa ipotesi è che molti degli ingredienti che fanno del linguaggio quello che è oggi, tra cui la capacità di formulare pensieri e la capacità di articolare suoni complessi, fossero presenti ben prima di 200.000 anni fa e che siano presenti oggi in altre specie animali. Ciò che mancherebbe nei sistemi di comunicazione animali sarebbe la capacità combinatoria tra questi ingredienti.

58. Tratti analoghi e tratti omologhi. Definizioni e esempi.

Un tratto si definisce analogo quando è presente in due specie diverse senza che sia evidenza che fosse presente nel progenitore comune più vicino – sviluppo indipendente. Un esempio sono le ali degli uccelli e dei pipistrelli, che la cui forma simile deriva dalle necessità fisiche del volo, ma la cui evoluzione è indipendente nelle due specie. Un tratto si definisce omologo quando è presente in due specie diverse, ed è riconducibile al progenitore comune più vicino – sviluppo comune. Un esempio è l’occhio dei primati e degli esseri umani, i quali hanno una struttura simile e la cui evoluzione non è indipendente nelle due specie.

59. Perché abbiamo parlato del gene PAX6 in un corso sul linguaggio?

Il gene PAX6 è un gene regolatore, cioè un gene che attiva l’azione di altri geni che, lavorando in modo coordinato, portano allo sviluppo di un tratto complesso, per es. un organo biologico. In particolare, il gene PAX6 ha portato all’evoluzione INDIPENDENTE dell’occhio in specie molto distanti, come l’uomo e i moscerini. Ciò dimostra il fatto che esistano tratti analoghi complessi, che si sono sviluppati in specie distanti e in modo indipendente tra loro, la cui evoluzione è però stata diretta dallo stesso gene. Per questo motivo, in uno studio sull’evoluzione del linguaggio, la quale è plausibilmente stata guidata da una base biologica, i tratti costitutivi del linguaggio umano non vanno ricercati solo nei sistemi di comunicazione e negli animali a noi più prossimi, come per es. scimpanzé e bonobo – che sono gli animali a noi più simili perché si sono staccati più tardi dalla linea evolutiva che ha portato a noi, bensì possono essere ricercati anche in specie molto distanti dalla nostra, in cui si possono ritrovare gli stessi tratti anche se utilizzati per scopi diversi dalla comunicazione: un es. è il sistema di navigazione degli uccelli, che segue regole ricorsive come la grammatica.

60. Chomsky come argomenta la sua congettura secondo la quale il linguaggio non si sarebbe evoluto per facilitare

la comunicazione?

Chomsky sostiene che il linguaggio non si sia evoluto per facilitare la comunicazione, ma che sia stato usato per fini comunicativi solo dopo che si era sviluppato nei suoi tratti fondamentali. A favore di questa congettura osserva che anche se il linguaggio è certo usato per la comunicazione:

1. è usato ancor di più per organizzare pensieri, anche quando questi non devono essere comunicati; 2. l’uso solipsistico del linguaggio, per formulare pensieri a noi stessi, è probabilmente più frequente dell’uso

comunicativo. 3. Il linguaggio è quindi uno di quei casi in cui non siamo certi di quale sia la funzione primaria di un organo.

(Chomsky opta per la funzione del linguaggio di strutturazione del pensiero, non per quella comunicativa; il linguaggio infatti risulta spesso molto imperfetto per la comunicazione).

61. Ricorsività in animali non umani.

Sistema di navigazione degli uccelli, è stato scoperto che in alcune specie si basa su calcoli ricorsivi.

62. L’ipotesi di Hauser, Chomsky e Fitch come prova a spiegare che il linguaggio si sia evoluto in un “battito di

ciglia” (dati i tempi normalmente necessari all’evoluzione)?

Hauser, Chomsky e Fitch ritengono che in la caratteristiche fondamentali del linguaggio si fossero evolute molto prima di 200.000 anni fa per altri scopi (che rimangono in specie diverse dall’uomo) e poi in seguito siano state utilizzate per la comunicazione, la quale risale appunto a quella data. In particolare, i tratti fondamentali di cui parlano, sono 1) la capacità di formulare pensieri complessi 2) la capacità di articolare suoni. QUELLO CHE MANCHEREBBE NEI SISTEMI DI COMUNICAZIONE ANIMALI SAREBBE LA CAPACITà COMBINATORIA TRA QUESTI INGREDIENTI, LA GRAMMATICA. Essa infatti permette di fare da collante tra pensiero e articolazione, dando così vita al linguaggio in senso moderno.

63. Perché abbiamo parlato dello studio di Petitto sui bambini segnanti American Sign Language?

Lo studio di Laura Petitto sembra indicare che non vi sia una forte continuità tra sistema linguistico e sistema comunicativo gestuale pre-linguistico. Chomsky utilizza questo studio a supporto dell’ipotesi della co-esistenza nell’uomo di linguaggio e sistemi di comunicazione più primitivi che abbiamo in comune con altre specie, quale il sistema gestuale; i due sistemi stanno fianco a fianco senza che uno sia a livello ontogenetico e filogenetico la base dell’altro il linguaggio moderno non è un’evoluzione di un più primitivo sistema di comunicazione gestuale. La Petitto ha studiato due bambini sordi figli di sordi che erano stati esposti fin dalla nascita alla ASL (American Sign Language). Questi bambini all’età di 10 – 12 mesi usavano GESTI per indicare oggetti, persone e posizioni, esattamente come i bambini udenti, anche i gesti usati erano gli stessi. Dopo questo periodo i bambini sordi smisero di usare i gesti per riferirsi alle persone, ma continuavano a usarli per gli oggetti. Quando ricominciarono a usarli, commettevano l’errore di inversione del pronome, un fenomeno che si trova anche nei bambini udenti: per un certo periodo i bambini usano il pronome/gesto “io” per riferirsi agli altri e il pronome/gesto “tu” per riferirsi a se stessi – probabilmente inizialmente il bambino assume che il pronome sia una specie di nome proprio con un referente fisso. Questo fenomeno si estingueva poco dopo i 2 anni, esattamente come nei bambini udenti. Inoltre, sebbene i gesti per dire “io” e “tu” siano gli stessi nella fase pre – linguistica e in quella linguistica, solo i secondi subiscono il fenomeno dell’inversione la Petitto ritiene che vi sia una cesura tra sistema gestuale pre-linguistico e sistema linguistico, tra i due sistemi comunicativi non c’è continuità: il primo non è la base dell’altro.

64. Ambiguità lessicali e strutturali, fate degli esempi.

L’ambiguità è una proprietà intrinseca delle lingue. - Ambiguità lessicali: riguardano il contenuto concettuale del singolo lessema (unità minima che costituisce il lessico di una lingua). Un esempio sono le parole che hanno più significati indipendenti tra di loro come credenza, lama, riso, relazione, acuto… - le parole che presentano ambiguità lessicali non sempre portano con sé degli SVANTAGGI, creano infatti confusione comunicativa, bensì anche dei VANTAGGI: esse fungono infatti da super-connettori, i nodi delle reti lessicali, i quali rafforzano i vincoli semantici e facilitano quindi la navigazione in esse. - Ambiguità strutturali/sintattiche: riguardano la sintassi di una frase, la quale in esse può essere interpretata in diversi modi. Un esempio è la proprietà di spostamento, una caratteristica presente in tutte le lingue naturali e che le distingue da quelle artificiali. In italiano essa si può ritrovare per esempio nelle frasi relative, sui pronomi clitici, nelle frasi

interrogative ES: (1) Hanno arrestato i ladri 2) Quali ladri hanno arrestato t ? Nella seconda frase il sintagma interrogativo “quali ladri” si è spostato dalla sua posizione canonica (il complemento oggetto va dopo il verbo) per andare all’inizio della frase, quindi si può dire che esso sia collegato a due posizioni diverse. La “t” indica la posizione canonica, la “traccia” della posizione precedente lo spostamento. Le tracce hanno una realtà psicologica incidono sul modo in cui processiamo una frase, sono FONDAMENTALI, ma, allo stesso tempo, sono AMBIGUE poiché non hanno contenuto fonologico ed è quindi difficile identificarle e posizionarle nel posto giusto; rendendo così la comunicazione difficoltosa. 1) “Ambiguità temporanee”: posizioniamo le tracce prima di aver finito di ascoltare/leggere l’intera frase, ciò crea problemi di interpretazione – se posizione errata, dobbiamo tornare indietro e rivedere la posizione della traccia – maggiori tempi di lettura/ascolto di frasi relative; 2) “Ambiguità non temporanee”: restano tali anche quando ho finito di ascoltare/leggere la frase.

65. Ipotesi sulla funzione dell’ambiguità lessicale.

L’ipotesi sulla funzione dell’ambiguità lessicale deriva dalla teoria linguistica dei “Sette gradi di separazione tra le parole”, la quale afferma che la distanza media tra due parole qualsiasi è di 7 gradi – ci sono 6 parole intermedie che permettono di collegare una qualsiasi parola ad un'altra. Studi sulle reti complesse, come le reti di individui di una grande nazione o le reti di parole, mostrano che a creare il fenomeno del mondo piccolo sono i cosiddetti super – connettori, nodi con un enorme numero di connessioni. Nel lessico questi super-connettori sono proprio le parole che introducono un’ambiguità lessicale. L’ambiguità lessicale non porta con sé solo lo svantaggio della confusione comunicativa bensì anche un importante VANTAGGIO COGNITIVO: rafforza i vincoli semantici e le reti di parole più coese, andando a creare il fenomeno del mondo piccolo; nel momento in cui dobbiamo cercare una parola per esprimere un concetto, è più semplice trovarla in un mondo piccolo che in uno grande.

66. Fate degli esempi di proprietà di spostamento con frasi dell’italiano.

Lo spostamento si verifica quando un elemento della frase non compare nella sua posizione canonica, indicata con una “t” (traccia). In italiano accade:

• Nelle frasi interrogative: Quali ladri hanno arrestato t? • Nelle frasi relative: I ladri che hanno arrestato t sono ora in prigione. • Con i pronomi clitici, come “ne”: Ogni giorno ne incontro molti t.

67. Fate degli esempi di ambiguità temporanea in italiano.

Si definisce temporanea un’ambiguità che permane fino a che la frase non è completata. In italiano può verificarsi in seguito ad uno spostamento, non si è certi della posizione della traccia fino al termine della frase – per una corretta interpretazione succede di dover rivedere la posizione della traccia. Es.: “I poliziotti che hanno arrestato t sono stati sospesi”, “I giudici che hanno condannato t sono stati licenziati”, “I medici che hanno visitato t sono i più malati di tutti”.

68. Fate degli esempi di ambiguità permanenti in italiano.

È permanente un’ambiguità che rimane anche quando la frase è stata completata. Ecco alcuni esempi in italiano: • Ho visto un’aggressione alla direttrice molto violenta (è l’aggressione o la direttrice

ad essere violenta?) • Ho incontrato una studentessa di letteratura italiana (è la studentessa o la letteratura

ad essere italiana?) • È vietato attraversare i binari di corsa (posso attraversarli camminando lentamente?) • Gianni ha cucinato il pollo con il limone in bocca. (è Gianni o il pollo ad avere il

limone in bocca?).

69. La realtà psicologica delle tracce.

La traccia è la posizione canonica di un elemento della frase che è stato spostato da essa. Le tracce sono una realtà psicologica poiché, anche se non vengono pronunciate, esse esistono nel sistema linguistico (mentale) del parlante e influenzano il modo in cui viene processata una frase.

Propongo un esempio in cui, sebbene la traccia non venga pronunciata, essa incide sul processo fonologico (pronuncia) bloccando l’elisione di due “a” APPARENTEMENTE adiacenti, non vengono elise perché in realtà tra loro vi è la traccia: 1)“Ho visto una ragazza americana”; 2)“Ne ho vista una t americana”; *3) “Ne ho vista un’americana” quest’ultima frase non è accettabile.

70. Proprietà di spostamento e ambiguità temporanee.

La proprietà di spostamento è una caratteristica presente in tutte le lingue naturali e che le distingue da quelle artificiali. Lo spostamento si verifica quando un elemento della frase non compare nella sua posizione canonica, indicata con una “t” (traccia), ma appunto, viene spostato. La proprietà di spostamento è di per sé ambigua, perché le tracce lo sono, esse infatti non hanno espressione fonologica. Si possono verificare ambiguità temporanee e non. Un’ambiguità temporanea è un’ambiguità che permane fino a che la frase non è completata, fino alla fine non si è certi della posizione della traccia, e quindi del significato corretto da dare alla frase. Succede infatti, di dover rivisitare il significato preventivamente affidatogli.

71. Cosa suggeriscono i parallelismi fra acquisizione del linguaggio umano e acquisizione del canto negli uccelli?

Tra l’acquisizione del linguaggio umano e del canto degli uccelli si notano varie ANALOGIE IL SISTEMA SENSO- MOTORIO PER LA PRODUZIONE DI SUONI NON è UN UNICUM UMANO : in entrambi i casi se gli umani o gli uccelli non vengono esposti al linguaggio o al canto entro un certo periodo critico dello sviluppo, non lo acquisiranno mai correttamente; come gli umani, gli uccelli durante lo sviluppo del canto attraversano una fase di lallazione, in cui producono versioni semplificate di suoni che sono il primo passo verso la produzione del canto; sia il linguaggio che il canto possono essere molto complessi e avere una struttura interna molto articolata; in entrambi i tipi di comunicazione si nota la presenza di dialetti, parlati da appartenenti alla stessa specie ma facenti parte di gruppi differenti. Queste analogie tra vertebrati di specie diverse, suggeriscono che potrebbero esserci dei vincoli sul modo in cui il cervello dei vertebrati può acquisire modelli complessi di suono – probabilmente tutte le volte in cui questi dovettero essere acquisiti, nel corso dell’evoluzione, il processo fu guidato dagli stessi meccanismi/geni, sebbene in specie diverse.

72. Perché abbiamo parlato dei gruppi di passeri che stazionavano all’ingresso posteriore e anteriore della California Academy of Science?

Si è visto che questi due gruppi di passeri, pur essendo della stessa specie, e vivendo in luoghi contigui, parlavano due dialetti diversi. Si pensa che i dialetti possano servire per evitare la dispersione del gruppo; uccelli che lasciano il gruppo originario per colonizzare un nuovo territorio o per cercare un compagno per l’accoppiamento, tendono a insediarsi in zone dove vivono conspecifici che parlano il medesimo dialetto.

73. Descrivere il fenomeno della percezione categoriale.

Il fenomeno della percezione categoriale avviene nell’apparato percettivo, il quale “discretezza” gli stimoli fisici continui, li riconduce cioè a categorie discrete. È caratteristico di diversi sistemi percettivi quali la visione, la mano e l’udito. A lungo si è considerata la percezione categoriale come una caratteristica tipicamente umana, tuttavia oggi si è dimostrato che anche animali come cincillà, macachi, rane e certi uccelli sono dotati di percezione categoriale per quello che ci riguarda è quindi importante sottolineare che il SISTEMA SENSO-MOTORIO PER LA COMPRENSIONE DEI SUONI NON è UN UNICUM UMANO/ diversi aspetti importanti del sistema fono-articolatorio, che è al servizio del linguaggio umano, sono presenti anche in altre specie. Per quanto riguarda la visione, le diverse lunghezze d’onda cambiano gradualmente e in modo continuo ma vengono percepite come separate grazie all’azione del nostro occhio, che così, ci permette la visione dei colori. Per quanto riguarda l’udito, se facciamo variare in modo continuo il segnale acustico da un certo suono ad un altro (es da /ba/ a /pa/), il nostro orecchio non percepisce un suono intermedio tra i due MA sente sempre il primo suono fino ad una certa soglia/punto (confine categoriale), poi solo il secondo. Questo fenomeno è molto importante perché permette alle lingue di avere un insieme finito di fonemi a partire dal quale costruire il proprio vocabolario. Per quanto riguarda la mano, se si mostrano a un segnante immagini in cui la configurazione della mano varia in modo continuo da un segno a un altro, la percezione del segnante sarà categoriale (uguale comprensione del linguaggio lingua dei segni e lingue parlate).

74. La percezione categoriale è un unicum umano?

Sebbene per lungo tempo si sia considerata la percezione categoriale come una caratteristica tipicamente umana, oggi si è dimostrato che anche animali come cincillà, macachi, rane e certi uccelli sono dotati di percezione categoriale per quello che ci riguarda è quindi importante sottolineare che il SISTEMA SENSO-MOTORIO PER LA COMPRENSIONE DEI SUONI NON è UN UNICUM UMANO/diversi aspetti importanti del sistema fono-articolatorio, che è al servizio del linguaggio umano, sono presenti anche in altre specie

75. La percezione categoriale si trova solo nel linguaggio?

No, il fenomeno è caratteristico di diversi sistemi percettivi quali la visione, la mano e l’udito.

76. Ampiezza del vocabolario negli uomini e nei primati a cui si è cercato di insegnare il linguaggio.

Gli umani hanno una straordinaria abilità nell’apprendere nuove parole: un giovane adulto con un’educazione medio-alta conosce diverse decine di migliaia di parole (in media 60.000). Al contrario, i primati superiori a noi più vicini a cui si è cercato di insegnare il linguaggio, come scimpanzé, gorilla e bonobo, si è dimostrato che non riescano ad apprende più di un centinaio di parole. Ciò dimostra che, sebbene vi siano delle abilità comuni tra umani ed altri animali nella produzione del linguaggio, vd. capacità di produrre suoni complessi (mediante il canto) degli uccelli, altre costituiscono un unicum umano, una di queste è appunto la CAPACITà DI IMITAZIONE, utilizzata dall’uomo per sviluppare il lessico (le parole vengono apprese attraverso l’imitazione del comportamento dei conspecifici).

77. I primi esperimenti (di Povinelli) sulla teoria della mente negli scimpanzé.

Con teoria della mente ci si riferisce alla capacità di attribuire stati mentali ad altri e di prevedere e spiegare il comportamento altrui sulla base di questi stati. Ci si è chiesti se il linguaggio sia necessario per avere una teoria della mente o se essa possa pre-esistere al linguaggio, per questo si sono svolti diversi esperimenti finalizzati a verificare la presenza o meno nella mente degli animali, i quali non hanno linguaggio, di una teoria della mente. Uno dei primi esperimenti svolti a riguardo fu quello di Povinelli: uno scimpanzé entrava in una stanza e chiedeva allo stesso modo del cibo a due sperimentatori, sebbene uno potesse vedere la richiesta dello scimpanzé e l’altro no perché aveva un secchio sulla testa, era bendato o comunque aveva in qualche modo la prospettiva visiva alterata. Lo scimpanzé non imparò mai a chiedere il cibo solo allo sperimentatore che poteva vederlo; quindi, non mostrava di avere una teoria della mente.

78. Descrivete la condizione 1 e la condizione 2 degli esperimenti di Hare, Call & Tomasello sulla teoria

della mente negli scimpanzé.

Hare, Call e Tomasello svolsero degli esperimenti sulla teoria della mente in cui il setting era il seguente: l’esperimento aveva luogo in una fila di tre gabbie adiacenti, in cui nelle due laterali, le quali erano a contatto con quella centrale mediante due porte a ghigliottina, vi erano rispettivamente uno scimpanzé subordinato e uno scimpanzé dominante, in quella centrale veniva posto del cibo dietro a due barriere che ostruivano la visuale del cibo allo scimpanzé dominante ma non a quello subordinato. Importante sottolineare che, in genere, se due scimpanzé competono per lo stesso pezzo di cibo, il dominante ha la precedenza sul subordinato ma una volta che il subordinato se ne è impossessato, il dominante glie lo lascia. Condizione 1, DOMINANTE NON INFORMATO: un pezzo di cibo veniva messo dietro una delle barriere, la porta della gabbia del subordinato rimaneva parzialmente aperta, in modo che potesse vedere ma non entrare; la porta del dominante rimaneva chiusa, non poteva vedere nulla. Condizione 2, DOMINANTE INFORMATO: un pezzo di cibo veniva posto dietro una delle barriere, sia la porta del dominante che quella del subordinato rimanevano parzialmente aperte, così che potessero vedere ma non entrare.

79. Descrivete la condizione 3 e la condizione 4 degli esperimenti di Hare, Call & Tomasello sulla teoria della mente

negli scimpanzé

. Condizione 3, DOMINANTE DISINFORMATO: un pezzo di cibo veniva posto dietro una delle barriere, sia la porta del dominante che quella del subordinato rimanevano parzialmente aperte, così che potessero vedere ma non entrare; successivamente quella del dominante veniva chiusa e nel mentre il cibo veniva spostato dietro all’altra barriera. Condizione 4, DOMINANTE INFORMATO: un pezzo di cibo veniva posto dietro una delle barriere, sia la porta del dominante che quella del subordinato rimanevano parzialmente aperte, così che potessero vedere ma non entrare; successivamente, con entrambe le porte aperte, il cibo veniva spostato dietro all’altra barriera.

80. Come si può tentare di spiegare la differenza fra i risultati di Povinelli e quelli di Hare, Call & Tomasello sulla

teoria della mente negli scimpanzé?

Dall’esperimento di Povinelli sembrerebbe che gli scimpanzé non possiedano una teoria della mente. Al contrario, dagli esperimenti di Hare, Call e Tomasello sembrerebbe che gli scimpanzé condividano almeno alcuni aspetti della teoria della mente con gli umani NEGLI ANIMALI VI SONO, ANCHE SE IN FORMA RUDIMENTALE, ALCUNI INGRADIENTI DI BASE CHE COSTITUISCONO IL SISTEMA CONCETTUALE DI CUI IL LINGUAGGIO UMANO COSTITUISCE UN’ESTERNAZIONE. Infatti nell’esperimento che abbiamo descritto, i subordinati, lasciati liberi di entrare nella gabbia quando il cibo era nella sua posizione finale e possedendo quindi un vantaggio rispetto ai dominanti, fanno più approcci al cibo nella Condizione 1 e nella Condizione 3 sembra che sappiano che i dominanti non sono informati riguardo alla posizione del cibo. Questa discrepanza di risultati può essere spiegata dal fatto che: 1) la condizione di competizione per il cibo con altri scimpanzé è una condizione molto più naturale ed ecologica della situazione con gli umani degli esperimenti di Povinelli; 2) nell’interazione con gli umani, gli scimpanzé potrebbero attribuire loro delle abilità superiori; 3) il fatto che nell’esperimento di Povinelli gli scimpanzé non attribuiscano correttamente l’informazione agli umani non vuol dire necessariamente che non abbiano una teoria della mente, potrebbero infatti possederne una forma più rudimentale. Per queste motivazioni, le conclusioni che si possono trarre dalla condizione sperimentale di Hare, Call e Tomasello sembrano essere ragionevolmente più affidabili.

81. Descrivete una situazione in cui Kanzi mostra il possesso di una teoria della mente.

[Kanzi (=“tesoro”), nato nel 1980 in una stazione di ricerca statunitense, è un bonobo maschio, una specie molto simile all’uomo dal punto di vista genetico, che venne studiato sin dall’età di 6 mesi dalla ricercatrice statunitense Sue e che possiede delle straordinarie abilità linguistiche Kanzi possiede una MEMORIA SEMANTICA(riguarda conoscenze generali sul funzionamento del mondo/conoscenze enciclopediche) NEGLI ANIMALI VI SONO, ANCHE SE IN FORMA RUDIMENTALE, ALCUNI INGRADIENTI DI BASE CHE COSTITUISCONO IL SISTEMA CONCETTUALE DI CUI IL LINGUAGGIO UMANO COSTITUISCE UN’ESTERNAZIONE. Egli quando aveva solo pochi mesi di vita venne adottato da Matata, una femmina dominante nata nelle foreste del Congo. Da piccolo Kanzi assisteva, senza mostrarsi molto interessato, al programma di addestramento di sua madre: Sue cercava di insegnarle, con poco successo, a comunicare digitando dei lessicogrammi (simboli astratti corrispondenti a parole inglesi) su una tastiera; quando un tasto veniva premuto, un altoparlante collegato emetteva la parola inglese corrispondente. È stato con grande sorpresa della ricercatrice che un giorno, quando Matata era assente ( i ricercatori diventano gli individui più importanti della vita di Kanzi, aumentò quindi il suo desiderio di assecondarli, cambiano le MOTIVAZIONI), Kanzi (che aveva allora 2 anni) ha cominciato spontaneamente a usare i lessicogrammi, dimostrandosi così il primo bonobo capace di fare uso di elementi linguistici, e la prima grande scimmia antropomorfa in grado di assimilarli senza un addestramento diretto. Da allora Kanzi ha imparato ad usare centinaia di lessicogrammi (non solo simboli singoli, ma anche combinati) e a comprendere oltre 500 parole di inglese parlato.] In uno dei filmati su Kanzi, i ricercatori mettono alla prova la capacità di comprendere l’inglese di Tamuli, una delle sorelle di Kanzi, dandole dei comandi come: “Schiaffeggia Kanzi!”, “Bacia Kanzi!”, “Spulcia Kanzi!”; Tamuli non capisce ma Kanzi, che è presente, capisce che la sorella non è in grado di comprendere i comandi e cerca di insegnarglieli lui stesso questo è molto importante perché dimostra la presenza in lui di una “TEORIA DELLA MENTE”: egli attribuisce stati mentali alla sorella, sembra consapevole che sua sorella ignora qualcosa che lui invece conosce; QUINDI LA PRESENZA (ANCHE SE IN FORMA RUDIMENTALE) DI ALCUNI INGREDIENTI DI BASE CHE COSTITUISCONO IL SISTEMA CONCETTUALE DI CUI IL LINGUAGGIO UMANO COSTITUISCE UN’ESTERNAZIONE

82. La produzione da parte di Kanzi di sequenze di gesti e/o parole riflette la grammatica dell’inglese?

- Sequenze di parole: in alcuni casi la sua produzione non riflette la grammatica inglese, ad esempio nell’uso del moto a luogo pone il complemento prima del verbo. In altri casi invece sì, per esempio quando indicava verbalmente l’agente di un’azione, lo poneva prima del verbo; quando voleva esprimere il paziente di un’azione, lo poneva dopo il verbo. -Sequenze di gesti e parole: la produzione non riflette la grammatica. Per esempio quando indicava con gesti l’agente di un azione e con parole il verbo, il gesto veniva fatto dopo aver premuto il tasto per il verbo.

83. Confrontate la prestazione di Alia e Kanzi.

Kanzi e Alia sono stati confrontati in un test di comprensione di frasi, col fine di determinare le capacità di comprensione di Kanzi. Kanzi allora aveva 9 anni, Alia invece, era una bambina di due anni e mezzo, anch’essa esposta all’inglese e ai lessigrammi fin dalla prima infanzia. Nel corso del test venivano presentate ai soggetti diversi tipi di frasi le quali erano dei comandi (tranne che per un tipo) a cui non erano mai stati esposti e a cui dovevano reagire in modo appropriato – avevano di fronte diversi oggetti e dovevano selezionarne alcuni per eseguire il comando correttamente. Kanzi ha dato risposte corrette nel 72% di tutte le prove, Alia nel 66% Kanzi ha un livello di comprensione dell’inglese superiore a quello di una bambina di due anni e mezzo. I dati indicano anche che entrambi, e Alia in misura ancora maggiore, hanno delle difficoltà a eseguire comandi che richiedono la comprensione di differenze di significato correlate all’ORDINE delle parole dell’inglese, infatti in queste frasi l’unico indizio su cui basarsi per dare la risposta corretta è la grammatica.

84. Kanzi produce frasi solo per dare dei comandi? Fate degli esempi.

Quando Kanzi produce delle combinazioni di parole, di solito vuole ottenere qualcosa - dà dei comandi ad un interlocutore che vuole faccia qualcosa MA non sempre è così. Il 4% delle sue comunicazioni è infatti costituito da COMMENTI, comunicazioni che non hanno alcuno scopo di indurre il suo interlocutore a fare qualcosa. Ad esempio, una volta, dopo che gli era stato dato un bicchiere di succo di pompelmo, facendo molta attenzione a non rovesciarlo, andò alla tastiera e digitò “succo” per far vedere quanto fosse contento di aver ricevuto la sua bevanda preferita. Un’altra volta, uno degli studiosi notò una ferita sulla sua mano e gli chiese cosa gli fosse successo, Kanzi rispose “Matata mordere” ed effettivamente la madre lo aveva punito così qualche giorno prima; in questo caso Kanzi rispondeva a una richiesta di informazioni, non ad un comando.

85. Commentare la prestazione di Kanzi nel sottotipo di frasi C.

Kanzi venne testato, insieme ad Alia, nel test di comprensione di frasi, col fine di determinare le sue capacità di comprensione. In particolare, per verificare in che misura Kanzi e Alia comprendevano che l’ordine delle parole faceva una differenza per il significato della frase (per testare quindi le loro capacità/conoscenze grammaticali), i ricercatori hanno proposto loro coppie di frasi (Sottotipo C) in cui solo l’ordine delle parole cambia; il paziente, l’agente e il verbo rimangono gli stessi. Dovevano quindi comprendere, mediante la conoscenza della grammatica, chi fosse l’agente e chi il paziente. Sia Kanzi che Alia, in misura ancora maggiore, hanno mostrato difficoltà a eseguire i comandi di queste frasi: Kanzi risponde correttamente solo nel 57% dei casi (in modo praticamente casuale), rispetto al 72% di tutte le altre tipologie Kanzi sembra non conoscere le regole della grammatica inglese, non è infatti chiaro quali strategie utilizzi esattamente per comprendere le frasi; tuttavia, si è anche mostrato che utilizza spesso l’ordine corretto delle parole quando combina simboli e sembra aver sviluppato delle regole proprie per combinare gesti e simboli.

86. Cosa si intende per Mental Time Travel Hypothesis?

La Mental Time Travel Hypothesis (ipotesi del viaggio mentale nel tempo) è una teoria secondo cui gli animali non possiedono né la capacità di ricordare eventi specifici accaduti in passato né di pianificare e programmare azioni nel futuro. La tesi prevede due componenti:

• Retrospettiva: la memoria episodica, che prevede la capacità di ricordare informazioni riguardo a COSA, DOVE, e sopratutto QUANDO è accaduto un particolare evento verificatosi ORE, GIORNI o MESI PRIMA;

• Prospettiva: la capacità di anticipare di ore, se non di giorni (non di secondi/minuti), necessità o stati futuri, non coincidenti con gli stati presenti.

Gli autori suppongono che tali capacità siano state cruciali per lo sviluppo della specie umana, i cui appartenenti sembrano sviluppare tali competenze intorno all’età di quattro anni. Una caratteristica presente sia nei bambini che negli animali è la capacità di progredire e arretrare nel tempo MA solo per secondi o minuti, non possiedono quindi la memoria episodica. [è un’opinione abbastanza diffusa che l’anticipazione di eventi e bisogni futuri sia una capacità esclusivamente umana, questa ipotesi è però prevalentemente fondata sul fatto che il linguaggio permette di stimare queste abilità, in altre specie quindi queste abilità potrebbero esserci ma non essere facilmente rintracciabili.]

87. Fate un esempio di un caso in cui il criterio del cosa, del dove e del quando non è stato rispettato in esperimenti

per verificare la presenza di memoria episodica negli animali .

Molte ricerche hanno studiato la memoria episodica negli animali; dal momento che si utilizzano solo criteri comportamentali, gli autori si riferiscono alla memoria episodica degli animali con il termine “episodic-like memory”. Tuttavia, molti di queste ricerche sono state svolte erroneamente perché non hanno tenuto in considerazione il criterio del cosa, del dove e del quando. X es. alcune scimmie sono state addestrate a riconoscere quale tra due oggetti complessi fosse uguale a uno presentato all’inizio della prova. Le scimmie riescono a riconoscere l’oggetto, tuttavia non veniva richiesto loro di ricordare nè il dove, nè il quando, solo il cosa; il successo nel compito è quindi possibile che fosse dovuto alla familiarità con l’oggetto e non alla memoria episodica.

88. Spiegate l’esperimento I sulle ghiandaie.

Gli esperimenti sulle ghiandaie sono esperimenti correttamente eseguiti per testare la presenza o meno della “episodic- like memory” degli animali poiché tengono in considerazione il criterio del cosa, del dove e del quando. In tutti questi esperimenti gli animali nascondono il cibo per una successiva consumazione, necessitando poi della memoria per il suo ritrovamento. dimostrano che alcuni animali, come per l’appunto le ghiandaie, sono in grado di viaggiare nel tempo sia prospettivamente che retrospettivamente, possiedono quindi una EPISODIC-LIKE MEMORY la capacità di muoversi sulla linea del tempo, quindi LA PRESENZA (ANCHE SE IN FORMA RUDIMENTALE) DI ALCUNI INGREDIENTI DI BASE CHE COSTITUISCONO IL SISTEMA CONCETTUALE DI CUI IL LINGUAGGIO UMANO COSTITUISCE UN’ESTERNAZIONE. Nell’esperimento I “Vermi o noccioline?”in un primo giorno venivano dati alle ghiandaie dei vermi (il loro cibo preferito, che però col tempo deperisce) e un contenitore dove nasconderli. In un giorno successivo venivano date loro delle noccioline (cibo che non deperisce) e un contenitore, diverso da quello dei vermi, dove nasconderle. Vi erano due gruppi di ghiandaie: 1) gruppo del decadimento, istruito sul fatto che i vermi deperiscono; 2) gruppo del rifornimento, non informato. I risultati mostrarono che le ghiandaie del primo gruppo se avevano la possibilità di recuperare il cibo in breve tempo, davano precedenza ai vermi; se invece il periodo di tempo era più lungo (si ricordavano quindi QUANDO avevano nascosto il cibo), cercavano le noccioline. Il secondo gruppo invece cercava comunque i vermi, senza tener conto del tempo passato dall’immagazzinamento del cibo. le ghiandaie ricordano sia il cosa, che il dove, che il quando; esse possiederebbero una episodic-like memory.

89. Spiegate l’esperimento II sulle ghiandaie.

L’esperimento II “Le ghiandaie ladruncole e osservatrici” veniva attuato con ghiandaie adulte che avevano già vissuto un’esperienza sociale attiva (avevano commesso dei furti a danno di altre ghiandaie) e passiva (avevano osservato altre ghiandaie commettere dei furti) di furto. Vi erano due ghiandaie poste in due gabbie diverse, vicine; di notte venivano private del cibo. Il mattino successivo veniva dato loro un secchio con 50 vermi e un secchio contenente sabbia. Le ghiandaie avevano 15 minuti in cui potevano mangiare i vermi o nasconderli nella sabbia. Tutte ne nascondevano alcuni. Successivamente, venivano tolti i due contenitori e la ghiandaia veniva nutrita con 3 vermi. Tre ore dopo, venivano posti nelle gabbie il contenitore dove precedentemente la ghiandaia aveva nascosto i vermi e un contenitore nuovo; per 10 minuti i soggetti, in una condizione in cui non erano osservati dall’altro animale, potevano mangiare i vermi nascosti precedentemente oppure ri-nasconderli – tutte le ghiandaie li ri-nascondevano, sia nella condizione “osservato” che in quella “non osservato”. questo dimostra

che le ghiandaie sono in grado di fare una pianificazione sul futuro, nello specifico sui loro bisogni alimentari a distanza di ore tenendo conto della situazione corrente (il fatto di non essere osservati mentre si cambia il nascondiglio). Inoltre, quando le ghiandaie venivano osservate dall’altro animale mentre nascondevano il cibo la prima volta – al contrario di quando non lo erano, la seconda volta tendevano a nascondere un maggior numero di vermi e a nasconderli in più nuove posizioni la pianificazione sul futuro delle ghiandaie veniva influenzata dal contesto sociale; ciò dimostra la presenza in loro di una episodic-like memory poiché si ricordavano a distanza di 3h se fossero state osservate mentre nascondevano i vermi la prima volta o meno.

90. Spiegate l’esperimento III sulle ghiandaie.

L’ esperimento III “Le ghiandaie “oneste” ed osservatrici” è identico all’esperimento II, la differenza sta nella tipologia di ghiandaie con le quali si svolge: esse infatti avevano vissuto solamente un’esperienza PASSIVA di furto, ma non attiva, venivano per l’appunto definite “oneste”. Queste ghiandaie, rispetto a quelle del II^ esperimento, ri-nascondevano un numero molto più piccolo di vermi, indipendentemente dal fatto che fossero “osservate” o “non-osservate” esse erano in grado di fare una pianificazione sul futuro tenendo conto della situazione corrente MA il fatto di aver assistito ad un furto, se non è accompagnato all’esperienza attiva, non risulta per loro sufficiente per comprendere la necessità di nascondere una maggior quantità di cibo e di nasconderlo in siti nuovi, quindi di prestare attenzione al fatto che fossero “osservate” o meno.

91. Spiegate l’esperimento IV sulle ghiandaie.

L’esperimento IV “Le ghiandaie ladruncole e non osservatrici” è identico ai due precedenti ma in esso le ghiandaie hanno vissuto solo un esperienza ATTIVA di furto, non passiva. Come le ghiandaie “ladruncole e osservatrici”, i soggetti ri- nascondono parte dei vermi in entrambe le condizioni e in aggiunta, in quella “osservato”, hanno la tendenza a ri- nascondere una maggiore quantità di cibo e a nasconderlo in più nuovi siti. il fattore decisivo che spinge le ghiandaie a nascondere il cibo ai conspecifici (e a nasconderlo in luoghi ad essi non noti) è l’esperienza attiva di aver COMMESSO un furto, non quella passiva.

92. Date la definizione di grammatica a stati finti.

Innanzi tutto, per trattare questo argomenti, una grammatica va considerata in modo astratto come un dispositivo che produce sequenze di simboli/parole applicando determinate regole. Una grammatica si definisce a stati finiti quando il modo in cui la sequenza si sviluppa al livello n+1 (cioè la parola n+1 della sequenza) dipende esclusivamente dalla parola n, quindi dalla parola ad essa adiacente.

93. Grammatiche a stati finiti e ricorsività.

Negli anni cinquanta, fino alla pubblicazione del libro di Chomsky Syntactic Structures, si sperava che una grammatica a stati finiti potesse modellare le lingue naturali; questa speranza era anche supportata dal fatto che una grammatica a stati finiti può creare alcuni tipi di strutture ricorsive, le quali sono una caratteristica propria delle lingue naturali. Per es. una grammatica a stati finiti potrebbe contenere una regola della forma “P xP”, applicandola più volte si ottiene: xP; xxP; xxxP; xxxxP; xxxxxP…; un’altra regola potrebbe essere: “triste molto triste” triste; molto triste; molto molto triste… Tuttavia le strutture ricorsive delle lingue naturali hanno il potere di creare strutture gerarchiche, e questo non avviene nelle grammatiche a stati finiti non sono adeguate a rappresentare la complessità delle lingue naturali.

94. Grammatiche a stati finiti e “transizioni di probabilità” .

Un altro supporto alla speranza che le lingue naturali fossero modellate da grammatiche a stati finiti era l’idea che il passaggio da uno stadio a quello successivo, cioè la scelta della stringa n+1 basata sulla stringa n, fosse determinato da “transizioni di probabilità” le quali, calcolate su qualcosa di molto vasto come tutto l’inglese scritto, potessero produrre l’inglese o almeno approssimarlo in maniera sufficientemente adeguata. Ad esempio, è più probabile che una parola come “con” sia seguita da “la” piuttosto che da “problemi” ed è (quasi) impossibile che sia seguita da “mangia”. Tuttavia Chomsky ha mostrato che su sequenze in cui le “transizioni di probabilità” sono uguali a zero – quindi che le grammatiche a stati finiti giudicherebbero a priori inaccettabili per una questione di mera probabilità, noi abbiamo invece giudizi di grammaticalità molto diversi, per es. le frasi “I pirotti carulizzano elaticamente” e “Carulizzano pirotti

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