Fondamenti di Scienza Politica - Riassunto esame di Scienza Politica - Cotta, Morlino e Dalla Porta, Sintesi di Scienza Politica. Università di Napoli L'Orientale
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marcoali7 ottobre 2011

Fondamenti di Scienza Politica - Riassunto esame di Scienza Politica - Cotta, Morlino e Dalla Porta, Sintesi di Scienza Politica. Università di Napoli L'Orientale

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Fondamenti di Scienza Politica - Riassunto esame di Scienza Politica contenente appunti, sintesi e schemi. Libro consigliato per l'esame: Cotta, Morlino e Dalla Porta
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SCIENZA POLITICA Definizione Bobbio: studio della realtà politica applicando la metodologia delle scienze empiriche.

Compare alla fine dell'800 In Italia 1896 Elementi di Scienza Politica (Gaetano Mosca) Anni '50: ricostituzione della scienza politica come conoscenza empirica della politica (Sartori)

Differenze con la filosofia politica, diritto pubblico, storiografia: -esclusione di giudizi morali (avalutatività), -distinzione dei processi reali da quelli formali, -dati slegati da tempo, luogo, circostanze specifiche.

Dagli USA: rivoluzione comportamentista > studio del comp. individuale + metodo scientifico

Approcci 1) A. istituzionale-tradizionale: anni 60 2) Studi sul potere politico e le elites 3) Approccio sistemico: metà anni 60. Il sistema politico è l'unità centrale di analisi, è un insieme di interazioni e processi che det. le decisioni politiche > input: domande a sostegno della comunità politica > outpt: decisioni e reazioni della comunità politica. Tra inputs e outputs ci sono i processi decisionali.

4) Approccio della scelta razionale: due assunti ( individualismo e comportamento utilitarista) > comportamento razionale e fnalizzato a massimizzare l'utilità. Critiche: assunti irrealisti ( non c'è ad es. sempre completa info) spiegazioni a posteriori di eventi già avvenuti Dominante negli USA, minoritario in Eu e Italia.

5) Neo-istituzionalismo: ruolo centrale delle istituzioni attenzione per le strutture politiche tradizione delle analisi istituzionali a) N-I storico: attenzione alla dimensione temporale e produzione di paths, percorsi definiti dalla storia delle istituzioni b) N-I sociologico: alla base delle istituzioni gli aspetti culturali. c) N-I basato sulla Teoria della scelta razionale: le istituzioni risolvono il paradosso della azione collettiva, difficoltà a cooperare per un bene comune.

LA POLITICA Invenzione umana, collettiva o individuale che riguarda la gestione della collettività responsabile dell’ordine pacifico. La politica comporta una serie di attività svolte da attori individuali o collettivi più o meno specializzati [CHI] intraprese in uno specifico ambito territoriale e in una data comunità, il sistema politico [DOVE] nel quale si prendono decisioni vincolanti o imperative che distribuiscono chances di vita, possibilità di scelte e vincoli, purché si sia risolto il problema dell’ordine e della sicurezza [PERCHE’]; sia l’ordine che le funzioni di benessere possono essere svolte e stabilite ricorrendo a strumenti coercitivi-repressivi [politica autoritaria] sia a strumenti consensuali-partecipativi [politica democratica] [COME]

1.Le tre facce della politica. POLITICS: L'insieme delle architetture del potere, dei processi e degli attori. POLICY: Decisioni, provvedimenti che interessano individui, gruppi o interi settori della società. POLITY: Definizione dell'identità e dei confini della comunità politica organizzata.

Politics, ovvero problema del potere e delle istituzioni. É il principale aspetto dello studio della politica, l'analisi della sfera del potere, inteso come capacità di influire sulle decisioni altrui. In particolare, oggetto di studio è

• la natura del potere (cioè la sua legittimazione e il modo di utilizzarlo), • la sua distribuzione e trasmissione (chi lo detiene e come si stabilisce chi ne è il titolare), • il problema di come viene esercitato e limitato.

Lo studio del potere si può idealmente articolare su due piani fondamentali: • il primo è quello che analizza le architetture del potere, ovvero i regimi politici. • Il secondo è quello che studia gli attori che operano all'interno dei regimi e i processi che vi si

svolgono. Per ciascuno di questi due livelli possiamo distinguere tra:

• un approccio di studio statico e di breve periodo (diretto a individuare le differenze tra i vari regimi e mettere a fuoco la struttura interna di ciascuno, cioè sugli attori e le loro caratteristiche, sulle istituzioni e sui processi)

• un approccio di studio dinamico e di lungo periodo (che si concentra invece sulle trasformazioni di regime e sulla loro spiegazione).

Policy, ovvero la politica nella società: Policy indica le politiche pubbliche, ovvero i programmi d'azione, proposti dagli attori politici e decisi nelle sedi politiche, i cui effetti influiscono sulla vita quotidiana dei cittadini. In questo modo la politica mostra il suo aspetto di governo, cioè il modo di affrontare e risolvere i problemi della comunità, dirigendosi verso l'esterno. Si può dire che le policies sono il prodotto della politica. Dal punto di vista della scienza politica, studiare le policies (che sono molto eterogenee, andando dai singoli provvedimenti a sistemi concatenati di decisioni) significa:

• innanzitutto, analizzarne i contenuti e mettere in luce la distribuzione dei costi/benefici che comportano;

• in secondo luogo, significa indagare il processo di decisione nelle sue diverse fasi e studiare gli attori che in questo sono coinvolti e le relazioni che intercorrono tra essi;

• infine, merita una specifica attenzione tutto il processo di attuazione delle politiche, una fase tutt'altro che irrilevante, dato che vede in gioco burocrazie pubbliche, destinatari delle politiche e gruppi di interesse che possono facilitare, distorcere o persino bloccare l'attuazione di policies.

Polity La polity è la definizione dell'identità e dei confini di una comunità politica. Una comunità politica non ha dimensione definita e immutabile, bensì variabile nel tempo anche se più lentamente di altri aspetti della politica. L'aspetto dei confini ha influenza diretta sulla polity: se cambia il territorio cambia anche la comunità politica e l'ambito di vigenza dell'autorità politica, in concreto la sua capacità di attuare le decisioni prese dagli organi politici centrali (es Cecoslovacchia). Ma la polity, oltre agli aspetti riguardanti la definizione della comunità politica, cioè del territorio e della popolazione che insiste su quel territorio, comprende anche le strutture e i processi di mantenimento e cambiamento della comunità: dalla polizia alla magistratura, dalla burocrazia all'esercito. Riguardo alla natura e caratteristiche della polity, l'epoca contemporanea è stata dominata dallo Stato nazionale: una particolare forma di polity che combina una cospicua serie di istituzioni per il controllo centralizzato di ampi territori e popolazioni con un forte e diffuso senso di appartenenza ad una comune identità culturale. Esistono cmq anche polities costruite su basi multinazionali (ad esempio l'impero austro-ungarico o la Svizzera attuale).

Grado e modi del coinvolgimento degli individui nella vita della polity possono essere estremamente diversi. In alcune polities possono caratterizzarsi come partecipazione attiva di una maggioranza anche molto ampia. I componenti della polity si qualificano allora come cittadini. In altre invece il coinvolgimento è essenzialmente passivo e prevale la figura del suddito.

La natura della polity non dipende però, solo dal principio sul quale essa si fonda, ma anche dalla sua organizzazione interna. In proposito si può concentrare l'attenzione su due poli estremi:

• da un lato una polity fortemente centralizzata e omogenea • dall'altro una polity a elevato grado di decentramento e differenziazione.

Come per lo studio delle altre facce della politica, anche qui accanto ad un approccio statico abbiamo un approccio dinamico, proprio perchè la polity non è una realtà naturale e immutabile, di cui quindi ne vanno studiate le dinamiche (costruzione,durata nel tempo, trasformazione, crisi, eventuale crollo). I processi di costruzione/distruzione di una polity se, a prima vista, appaiono non facilemente distinguibili dai processi di politics (conquista e gestione del potere), ai quali a volte si mescolano, presentano però, ad un più attento esame, delle peculiarità proprie. Investendo la dimensione della identità di una comunità politica e dei suoi confini con le altre comunità politiche, tali processi riguardano uno spazio che sta tra politica interna e politica internazionale. a) Quando una comunità politica nasce o viene distrutta, si espande o si contrae inevitabilmente si pongono problemi di rapporti e di equilibri nell'arena politica internazionale con altre comunità politiche che, in questi processi, possono sentire una minaccia o trovarvi un'opportunità. b) Allo stesso tempo, però, sono fondamentali per questa faccia della politica gli aspetti interni. Un ruolo particolarmente importante ai fini della costruzione di una polity e della sua conservazione l'hanno sicuramente i meccanismi simbolici (come le bandiere, inni, cerimonie, monumenti, necessari per far sviluppare il senso di appartenenza ad una stessa comunità), ma anche quelli materiali (cioè quelle “tecnologie potestative” capaci di assicurare il mantenimento dell'autorità all'interno della polity e, dunque, adeguate alle dimensioni e caratteristiche della stessa. Ad es. il crollo dell'impero sovietico, con il distacco degli stati satelliti, trova la sua spiegazione nella crisi di quel particolare tipo di tecnologia del potere che era stato il partito bolscevico e della sua capacità di tenere insieme una polity così estesa e complessa.

Come cambia la politica? Se volessimo cercare di riassumere i mutamenti che hanno caratterizzato la politica negli ultimi 200 anni potremmo parlare di tre grandi linee di trasformazione nell'ambito della polity, della politics e della policy. Si può dire che la costruzione dello stato nazionale, la nascita e il consolidamento della democrazia e lo sviluppo di un sistema di welfare state universalistico esprimono sinteticamente nei 3 rispettivi settori la vicenda evolutiva della politica moderna. Questo però non vuole affattto dire che per la politica si sia ormai prossimi ad una sorta di “fine della storia”. Infatti:

POLITY: stato nazionale - nonostante il progressivo processo di diffusione degli stati nazionali, lo sviluppo di organismi internazionali e sopranazionali e fenomeni come l'integrazione europea segnalano una parallela spinta verso la limitazione della sovranità esterna degli stati: - inoltre, ci troviamo di fronte ad un crescente emergere di spinte regionaliste e autonomiste che sfidano e cercano di limitare la sovranità interna. - infine vediamo che si diffondono assetti caratterizzati dalla coesistenza di livelli di governo diversi tra loro (ad es. centrale, regionale), ma non gerarchicamente ordinati come nel modello classico di stato nazionale. POLITICS: democrazia - nonostante la netta tendenza verso il consolidamento della democrazia, come dimostrano le transazioni in America Latina, Europa orientale e Asia, proprio nel momento del trionfo di questa forma di regime politico, non si sfugge alla sensazione che anche il cammino di sviluppo della democrazia incontri limiti e possibili involuzioni. - in molti paesi di consolidata democrazia non solo il livello di fiducia nei confronti delle istituzioni, ma anche quello di partecipazione dei cittadini alla vita pubblica non cresce o addirittura diminuisce. - inoltre, indebolitasi la minaccia degli oppositori del regime democratico, diventa più facile riconoscere i limiti della democrazia reale rispetto agli ideali ai quali si richiama. - la sovranità popolare, ovvero il controllo dei cittadini sul potere, si realizza nella pratica in misura tutt'altro che piena, in quanto limitata ad es da gruppi di pressioni od oligarchie dotate di risorse e ben organizzate. POLICY: welfare state - il sistema di welfare state, la cui crescita fino a qualche anno fa sembrava inarrestabile, deve fare i conti con crescenti ripensamenti. Dal sistema pensionistico a quello sanitario le proposte orientate a ridurre il ruolo dello stato e a restituire ai privati una parte di responsabilità vanno intensificandosi. - in un altro importante settore di policy, quello delle poltiche economiche, lo sviluppo dello stato interventista subisce la sfida rinnovata del mercato e le politiche di privatizzazione smantellano molti dei tradizionali strumenti di intervento dello stato nell'economia. - in definitiva il lungo ciclo di politicizzazione, cioè di espansione della politica nella vita sociale ed economica, sembra lasciar posto ad un processo di “depoliticizzazione”, cioè di riduzione della sfera della politica.

DEMOCRAZIA 1 Definizione Per secoli si è discusso sul significato di democrazia. Il significato letterale è “potere del popolo”, ma esso è stato riformulato e arricchito con la famosa espressione “potere dal popolo, del popolo, per il popolo”, nel senso che il potere deriva dal popolo, appartiene al popolo e deve essere usato per il popolo. Se fino a qualche decennio fa alla democrazia reale erano ancora attribuiti significati diversi (si chiamavano così ad es la Polonia e l'Inghilterra degli anni '50, oggi non è più in discussione il fatto che siano democrazie le liberal-democrazie di massa, ovvero quei regimi contraddistinti dalla reale garanzia di partecipazione politica della popolazione adulta maschile e femminile e dalla possibilità di dissenso, opposizione e anche competizione politica1.

Al fine di capire più immediatamente quali regimi possano essere considerati democratici e quali no, molto importante è la cd. definizione minima di democrazia, quella cioè che indicano quali siano i pochi aspetti, più immediatamente controllabili ed empiricamente essenziali, che consentono di stabilire una soglia al di sotto della quale un regime non possa venire considerato democratico.

Secondo questa definizione, democratici sono tutti quei regimi che presentano almeno: a) suffragio universale, maschile e femminile; b) elezioni libere, corrette, ricorrenti (il che implica anche la reale garanzia dei diritti civili e politici); c) pluripartitismo; d) diverse e alternative fonti di informazione.

Osservando tale definizione possiamo facilmente parlare, come d'altronde hanno fatto diversi autori, di una democrazia formale o procedurale: la democrazia è in sostanza una forma, un insieme formalizzato di regole a cui si riconducono diritti e libertà e che fa sì che le decisioni (i contenuti) siano prese seguendo det. procedure. Vi è cmq incertezza decisionale, in quanto si può assumere un ampia gamma di decisioni su molteplici temi (anche se alcune condizioni socio-economiche, come il mercato e la proprietà privata devono essere garantite). Si può dunque sostenere che il regime democratico è quello che: a) consente la maggiore incertezza riguardo il contenuto delle decisioni che gli organi eletti possono assumere; tale incertezza è cmq sempre relativa e non può superare certi confini; b) si fonda su un accordo-compromesso che fissa regole collettivamente accettate.

Queste considerazioni spingono a dare una definizione empirica e procedurale di democrazia, come quell'insieme di norme e procedure che risultano da un accordo-compromesso per la risoluzione pacifica dei conflitti tra gli attori sociali politicamente rilevanti (imprenditori, sindacati), e gli attori istituzionali presenti nell'arena politica.

Questa definizione, oltre a mettere maggiormente in evidenza l'aspetto genetico – come nasce e come si forma un regime democratico – permette di cogliere un importante aspetto di fondo di qualsiasi regime democratico, troppo spesso trascurato: la democrazia è un regime caratterizzato da regole e istituzioni che devono bilanciare principi opposti: - la d. necessita dell'accordo ma deve allo stesso tempo accettare il dissenso e il conflitto; - deve ammettere l'incertezza dei risultati decisionali, ma ha bisogno della certezza delle regole; - deve applicare la regola di maggioranza come reg decisionale principale, ma deve proteggere i diritti delle minoranze;

1 Definizione di Schumpeter e di Sartori p 42.

- si deve caratterizzare per un'ampia rappresentanza delle varie voci nelle sedi decisionali, come il

parlamento, ma al contempo non può rinunciare a un alto grado di efficacia decisionale e funzionalità.

2 Tipi e modelli di democrazia2

Democrazia rappresentativa e democrazia diretta Iniziamo da una prima distinzione basilare, quella tra democrazia rappresentativa e democrazia diretta. a) La democrazia rappresentativa è un regime basato sulle regole e le istituzioni della rappresentanza, ovvero caratterizzato da - elezioni libere, competitive, corrette, ricorrenti, - strutture rappresentative (governo, parlamento), - dal fatto che le decisioni politiche vengano delegate a specialisti della politica.

b) La democrazia diretta coincide invece con la democrazia degli antichi, ovvero delle antiche città, dove un piccolo numero di cittadini si riunivano e decidevano sui problemi che li riguardavano. Era tuttavia un regime che oggi designeremmo come autoritario, in quanto di solito un gruppo di cittadini conviveva con un numero ben più ampio di persone senza diritti e in posizione subordinata. Istituti di democrazia diretta come i referendum si sono mantenuti nelle attuali democrazie che sono in larga misura rappresentative. Questa distinzione, come anche tutte le altre tipologie proposte nel corso degli anni, presenta un problema metodologico di fondo in quanto opera una scelta eccessivamente semplificante di un numero ridotto di dimensioni, di solito non più di due.

Tipologia democratica di Lijphart (1984) Un altra proposta di modelli democratici è quella proposta da Lijphart. Lo studioso elabora una tipologia democratica che assume come centrali due variabili: - la propensione delle elites all'accordo o al conflitto - l'esistenza di una cultura politica omogenea o eterogenea. Ne emerge una tipologia interessante strutturata in 4 tipi democratici:

• d. consociativa accordo/eterogenee (Olanda) • d. depolicizzata accordo/omogenea (USA) • d. centripeta conflitto/omogenee (UK) • d. centrifuga conflitto/eterogenee (Francia, Italia)

Modelli: principio maggioritario e consensuale Più promettente di una tipologia, necessariamente basata su un numero ristretto di dimensioni, è la costruzione di modelli, capaci di enucleare un maggior numero di dimensioni rilevanti e di far perdere un numero di informazioni molto inferiore, guadagnando così in rigore e precisione. In un altro studio Lijphart ha costruito due “modelli polari” ovvero con caratteristiche opposte cominciando con l'osservare come le democrazie ispirino le loro “forme istituzionali” a due principi che possono essere puri o misti: il principio maggioritario e il principio consensuale.

Sulla base del principio maggioritario, la democrazia è un regime in cui i rappresentanti, eletti sulla base di elezioni libere, competitive e ricorrenti, raggiungono le proprie decisioni in base al principio di maggioranza. Il risultato decisionale è così determinato dalla maggioranza delle preferenze.

2 La tipologia che distingue tra democrazie parlamentari, presidenziali e semi-presidenziali. È in realtà una tipologia dei rapporti tra esecutivo e legislativo.

Questa concezione della democrazia è stata criticata dai sostenitori del principio consensuale, i quali osservano che di fatto il principio maggioritario non viene applicato nella maggior parte delle decisioni pubbliche e invece sottolineano l’importanza della ricerca dell’accordo, del consenso più ampio, del compromesso. In questa prospettiva, la democrazia è più tolleranza reciproca che tirannia della maggioranza; più ricerca di accordo che vittoria da un parte.

Le due concezioni di democrazia danno vita a due modelli istituzionali, internamente coerenti, nel senso che tutte le caratteristiche del modello maggioritario convergono verso la concentrazione del potere politico nella maggioranza e quelle del modello consensuale convergono nella diffusione e ripartizione del potere. Queste caratteristiche si possono raggruppare in due insiemi, quello riguardante il potere esecutivo e i partiti e quello riguardante l'assetto unitario o federale di un regime politico e altri aspetti connessi. Combinando le diverse dimensioni, il primo modello istituzionale di democrazia che emerge è definito: A) Modello Westminster si attiene al principio maggioritario e prende ispirazione dal modello inglese e dal nome del parlamento britannico. E’ contraddistinto da:

- concentrazione del potere esecutivo in governi monocolore e maggioranze risicate; - fusione dei poteri (legislativo ed esecutivo) e dominio del governo; - sistema bipartitico con una sola dimensione rilevante; - sistema elettorale maggioritario; - pluralismo dei gruppi di interesse; - governo centralizzato e unitario; - bicameralismo asimmetrico; - costituzione flessibile e sovranità parlamentare; - assenza di controllo di costituzionalità; - banca centrale controllata dall’esecutivo; - esistenza esclusiva di forme di democrazia rappresentativa.

B) Il modello consensuale si attiene a quello che è il principio consensuale cioè la diffusione e ripartizione del potere. E’ contraddistinto da:

- governi formati da più partiti e ampie coalizioni; - equilibrio di poteri fra esecutivo e legislativo; - sistema multipartitico; - sistema elettorale proporzionale; - sistema di interessi concertato e neo-corporativo; - decentramento e assetto federale; - bicameralismo forte e rappresentanza delle minoranze; - costituzione rigida e potere di veto delle minoranze; - controllo costituzionale; - indipendenza della banca centrale.

I due modelli sono emersi in circostanze storiche diverse: Il modello maggioritario è nato e si adatta a società omogenee, dove i maggiori partiti sono politicamente non distanti. Il modello consensuale tende a nascere invece in società non omogenee, ovvero in società plurali divise da fratture religiose, ideologiche, linguistiche, culturali, dove le politiche dei partiti sono distanti tra loro e dove la fedeltà degli elettori ai lori partiti è più rigida, riducendo così l'opportunità per i principali partiti di alternarsi nell'esercizio del potere.

3. Democrazie ideali e qualità democratica (def. normativa) Non è possibile limitare l'analisi alle sole democrazie empiricamente esistenti. Giungere a stabilire che cosa sia o possa essere una democrazia ideale è utile specialmente quando l'analisi si sposta sulla qualità democratica.

La democrazia ideale, secondo la definizione di Dahl, è un regime caratterizzato da una necessaria corrispondenza tra gli atti del governo e i desideri dei cittadini, ovvero un regime dove c'è una continua capacità di risposta (RESPONSIVENESS) del governo alle preferenze dei cittadini. Ma come è possibile individuare i desideri o le preferenze dei cittadini? Chi ha titolo ad esprimerle senza tradirle o modificarle? E come tradurre empiricamente poi la responsiveness? Per superare i problemi empirici che ogni definizione pone Dahl suggerisce una via d'uscita attraverso 2 postulati. 1° POSTULATO affinché un regime sia capace di risposta nel tempo, tutti i cittadini devono avere uguali opportunità: - di formulare le loro preferenze - esprimere tali preferenze agli altri e al governo, - ottenere che le loro preferenze siano pesate ugualmente senza discriminazioni.

2° POSTULATO affinché ci siano queste tre opportunità sono necessarie 8 garanzie costituzionali: - libertà di associazione - libertà di pensiero ed espressione - diritto di voto - diritto di competizione elettorale - fonti di info alternative - diritto di elezione a pubblici uffici - elezioni libere e corrette -esistenza di istituzioni che rendono le politiche governative dipendenti dal voto e preferenze.

In altre parole, Dahl traduce in due precisi assunti la sostanza di quanto è stato sostenuto dalla dottrina liberale costituzionale sulla corrispondenza responsabilità-rappresentanza-elezione, e assume che la responsabilità viene fatta valere attraverso la capacità di sanzione di chi vota, il quale potrà e dovrà valutare autonomamente la responsivenes governativa alle proprie preferenze.

Responsiveness e relativa responsabilità sono dunque elementi importanti per la qualità democratica. Ma come è possibile farli valere concretamente? In concreto si può affermare che il cittadino votante può far valere quella responsabilità, e dunque, spingere i governanti alla responsiveness se esiste concretamente la possibilità di alternanza tra partiti al governo.

A contrario se c'è un partito che supera largamente e per anni la metà dei seggi, la possibilità concreta di sanzione del votante (voto ad un altro partito) è pressoché inesistente, e così: - non c'è responsabilità - la spinta alla responsiveness è debole.

É cmq ipotizzabile una responsiveness anche dove non c'è alternanza in caso di: - presenza di varie strutture/sedi di partecipazione/contrattazione e cittadini partecipanti e consapevoli - esistenza un opposizione non solo politica ma anche dei mezzi di info - efficienza degli apparati amministrativo e giudiziario (per la tutela dei diritti)

4 Condizioni favorevoli (non-politiche) Un'ulteriore domanda che si pone nello studio della democrazia è se sia possibile individuare condizioni non direttamente politiche rilevanti e favorevoli per le democrazie del passato e per quelle di più recente formazione. Queste condizioni, cmq, non possono essere definite univocamente, cambiano da paese a paese e a seconda del periodo storico, dell'assetto istituzionale, delle condizioni economiche.

Condizioni culturali e democrazia consociativa Soprattutto negli anni 50 diversi studiosi hanno cercato di isolare il complesso dei valori che rendono la cultura politica di un certo paese più adatta per le istituzioni democratiche. Sulla scorta di Montesquieu e Weber, alcuni autori hanno creduto di trovare il denominatore comune nei valori affermatisi attraverso la religione ebraico-cristiana. ● Uno dei primi e più articolati tentativi di individuare i valori che pongono le basi culturali migliori per un regime democratico - e soprattutto per la sua stabilità - sono quelli di Almond e Verba (1963). Per questi autori la cultura che meglio sostiene un sistema di questo tipo è la cosiddetta cultura civica: una culturacaratterizzata da partecipazione; attività politica vivace; impegno civile moderato; assenza di dissensi profondi, fiducia nel proprio ambiente sociale; rispetto per l’autorità; senso di indipendenza;atteggiamenti favorevoli verso le strutture politiche

● Dalla ricerca di Almond e Verba in poi il settore di studi riguardante la cultura politica si è enormemente sviluppato, anche se è rimasta inalterata la controversia su quale sia il complesso di valori e atteggiamenti effettivamente rilevanti . Diverse altre ricerche, come quella di Lijphart, hanno dimostrato come una cultura politica, caratterizzata da aspetti oggettivamente sfavorevoli alla democrazia, possa essere aggirata e superata da altri fattori – solo in parte di tipo culturale – fino a giungere al risultato di una democrazia stabile.

● Questo caso è illustrato dagli studi sulle democrazie consociative, cioè quei regimi caratterizzati da: - società plurali, cioè società con profonde divisioni religiose, etniche, linguistiche e ideologiche intorno a cui sono strutturare le diverse organizzazioni politiche e sociali, quali partiti, gruppi d’interesse e mezzi di comunicazione; - governi con larghe coalizioni; - meccanismi di veto indirizzati a garantire meglio le minoranze a livello decisionale - applicazione del principio di proporzionalità in tutte le sedi rilevanti - alta autonomia nella gestione dei diversi segmenti della società; - maggiore importanza degli atteggiamenti delle elites rispetto alla cultura politica a livello di massa.

La democrazia in questi casi è quindi garantita non da elementi culturali, ma geopolitici (piccole dimensioni del paese), politico-strutturali (esistenza di equilibrio di potere tra i segmenti sociali), politico-sociali (più segmenti organizzati organizzati in strutture proprie, partiti e altre associazioni autonome) e storici (tradizioni di accordo tra le elites).

Condizioni economico-sociali a) Tra le condizioni economico-sociali numerosi autori hanno indicato nel pluralismo sociale come una condizioni che rendono più probabile l'instaurazione e il mantenimento di una democrazia. Con tale espressione, che va distinta da pluralismo culturale3, si intende una ampia articolazione e differenziazione della società in diversi gruppi sociali fra i quali si distribuiscono le risorse eco.

3 Le due espressioni connotano realtà sociali almeno in parte differenti: non vi può essere pluralismo culturale senza pluralismo sociale, ma vi può ben essere semmai il contrario.

É questo tipo di pluralismo sociale, in società culturalmente poco plurali che viene considerato il

terreno più favorevole ad assetti politici democratici. Infatti, si assume anche che il pluralismo sociale implichi il pluralismo politico, ovvero pluralismo nelle istituzi oni politiche intermedie (partiti, sindacati e gruppi di pressione). b) Un'altra condizione favorevole per la democrazia è un alto livello di alfabetizzazione, nonché la diffusione e sviluppo dei mass media. c) Altra condizione favorevole è l'assenza di disuguaglianze economiche estreme, visto il presupposto secondo cui la concentrazione di ricchezza, status sociale, conoscenze comporta anche la simile concentrazione di risorse politiche.

Ci possiamo a questo punto chiedere se esista una correlazione tra sviluppo socio-economico e dem. Possiamo rispondere che non vi è un legame necessario: si tratta di una correlazione spuria, in cui la direzione di causazione non è chiara. Pluralismo sociale, istruzione comunicazione e assenza di disuguaglianze sono i presupposti più sicuri di un possibile assetto democratico; anche se poi nel mondo moderno è frequente la correlazione fra sviluppo economico e le 3 condizioni. Queste tre condizioni poi, sono condizioni necessarie ma non sufficienti, che possono essere anche presenti in regimi non democratici. Si capisce allora meglio come alcuni autori insistano nel sottolineare l'importanza della leadership: la democrazia è anche una scelta che un elite politica può fare superando certe condizioni socio-economiche meno vantaggiose, o anche indipendentemente da esse.

Percorsi storici precisi. É possibile affrontare il problema delle condizioni più favorevoli per un assetto democratico, adottando una prospettiva storica. Questa prospettiva è stata adottata ad es. da Barrington Moore, il quale individua le condizioni di fondo che in paesi come l'Inghilterra, la Francia e gli USA hanno consentito l'instaurazione democratica. Moore vede un unico processo di cambiamento fondato su 5 fattori:

• un equilibrio tale da impedire l'affermazione di una monarchia assoluta e lo strapotere dell'aristocrazia terriera.

• una svolta verso l'agricoltura mercantile (e non tanto l'industrializzazione) • indebolimento dell'aristocrazia terriera che si rivolge ad attività mercantili e industriali,

integrando anche gli stessi contadini nella produzione per il mercato • mancanza di una coalizione aristocratico-borghese contro i contadini e i lavoratori, al contrario

antagonismo tra aristocrazia terriera e borghesia mercantile-industriale, che favorisce la competizione per acquistare un più ampio appoggio popolare che alla fine integra anche la classe popolare nel regime democratico.

• rottura rivoluzionaria con il passato. Le rivoluzioni inglese, americana e francese sono state per Moore indispensabili alla democratizzazione.

Un punto molto dibattuto di questa analisi è che la rottura rivoluzionaria non è un elemento indispensabile alla successiva democratizzazione e non ha sempre luogo, come successo alle piccole e medie democrazie europee. Piuttosto, possiamo affermare che la violenza ha un ruolo centrale nel mutamento politico. Come fa osservare Rokkan, le date degli eventi bellici, specie le due guerre mondiali, sono decisivi per il passaggio alle democrazie di massa.

Il quesito più specifico da porre é perché le classi sociali privilegiate accettino di trasformare i regimi

liberali e oligarchici in democrazie di massa, ammettendo nell'arena politica le classi sociali inferiori e dei partiti e sindacati che li rappresentano? Possiamo dire che le elites accettano questo allargamento come soluzione di accomodamento e di compromesso per evitare più gravi problemi (come una radicalizzazione nella mobilitazione delle classi inferiori) e per anzi ottenere, integrandole, l'appoggio delle classi sociali inferiori al loro potere politico (parlamentare o di governo).

5. La prima democratizzazione. Vediamo adesso il percorso che per la prima volta porta all'instaurazione di un regime democratico. Competizione e partecipazione L'analisi più semplice e efficace della prima democratizzazione è quella di Dahl (1971) che individua due processi fondamentali al centro del cambiamento: 1) ammissione del dissenso, opposizione, competizione fra le diverse forze politiche. 2) crescita di inclusività, ovvero la proporzione della popolazione legittimata a partecipare, controllare e opporsi all'operato del gov.

1) Il primo processo determina l'emergere dei diritti civili (libertà di espressione, associazione, stampa); 2) Il secondo processo determina invece l'espansione dei diritti politici e dunque la partecipazione.

Dahl, sulla base delle due dimensioni, individua 3 percorsi principali verso la democrazia: a) la competizione precede l'inclusività. Si ha in questo caso un processo in cui si passa dalla egemonia chiusa (1 e 2 no) > alla oligarchia competitiva (1 si 2 no) > alla poliarchia (1 e 2 si). b) l'inclusività precede la competizione. Si ha in questo caso un processo in cui si passa dalla egemonia chiusa (1 e 2 no) > alla egemonia con partecipazione (1 no 2 si) > alla poliarchia (1 e 2 si) c) la competizione e l'inclusività crescono contemporaneamente. Si ha in questo caso un processo in cui si passa direttamente dalla egemonia chiusa alla poliarchia, o liberal-democrazia di massa.

Il punto più interessante da sottolineare è che il caso a) è quello più frequente nelle democrazie europee come laGB, la Svezia, la Norvegia, che si sono consolidate meglio e non sono crollate negli anni 20/30.

Diritti sociali e mobilitazione delle classi inferiori Oltre allo sviluppo dei diritti civili e politici, l'emergere delle democrazie occidentali è caratterizzato anche dal graduale sviluppo dei diritti sociali; in altre parole possiamo dire che la prima democratizzazione vede lo sviluppo di una cittadinanza a tre dimensioni:

- Elemento civile: è costituito dai diritti necessari alla libertà individuale (di parola, di pensiero, di fede, diritto di proprietà privata, diritto di ottenere giustizia). Le istituzioni connesse con i diritti civili sono le strutture giudiziarie

- Elemento politico: riguarda l'acquisizione del diritto di voto o di partecipare all'esercizio del potere politico. Le istituzioni connesse sono le istituzioni rappresentative, locali e nazionali.

- Elemento sociale: riguarda tutta la gamma che va dal diritto al benessere e alla sicurezza economica fino al diritto a partecipare pienamente al retaggio sociale e a vivere la vita di persona civile. Le strutture connesse sono i servizi sociali, il sistema scolastico ecc, che configurano il cd. welfare state.

Le ragioni dello sviluppo della cittadinanza e soprattutto dell'affermazione dei diritti sociali non si comprendono se non si intende la democrazia come un regime che accetta e presuppone l'ingresso delle classi inferiori nell'arena politica nazionale. Questo significa l'approvazione e la vigenza di un diritto di associazione (partiti) e di unione (sindacati).

Quindi, nel passaggio da un regime oligarchico a una democrazia, un punto determinante, strettamente

connesso all'ingresso delle classi inferiori in politica, è costituito dall'organizzazione di strutture intermedie , caratterizzata appunto dalla nascita e organizzazione in tempi e con modalità specifche e diverse di partiti e sindacati.

Legittimazione e incorporazione (Rokkan) Secondo Rokkan (1970), per spiegare la diversità delle esperienze europee all'interno della prima democratizzazione, possiamo ricorrere a due macrofenomeni:

• il fenomeno della soglia di legittimazione, riguardante il riconoscimento effettivo dei diritti civili, ovvero della cittadinanza civile

• il fenomeno della soglia di incorporazione, attinente all'espansione del suffragio, e riguar- dante quindi l'espansione della cittadinanza politica.

Le differenze in ordine a questi 2 macro-fenomeni si spiegano in riferimento a 4 elementi, relativi alle condizioni storiche di partenza di ciascun paese.

1 Il livello di consolidamento territoriale durante il Medioevo 2 La continuità di attività degli organi medievali di rappresentanza 3 La differenziazione tra i paesi tra i paesi di antica formazione e quelli di recente indipendenza 4 La dimensione e la forza del sistema politico dominante

Si possono desumere quattro generalizzazioni riguardanti gli effetti di quelle differenze: 1 Più forti le tradizioni consolidate della regola rappresentativa, più alte le possibilità di una

rapida legittimazione dell'opposizione. 2 Più alto lo status internazionale del paese dominante, minore la possibilità di legittimazione del

territorio dipendente 3 Più forti le tradizioni ereditate dalla regola rappresentativa, meno facile e più lento da invertire

il processo di eugualitarizzazione. 4 Più forte la minaccia delle aspirazioni all'indipendenza nazionale, minori gli avanzamenti nel

processo di democratizzazione.

Rappresentanza e potere esecutivo Nel processo di democratizzazione sono importanti anche altri due fenomeni:

1 la soglia di rappresentanza, attinente alla riduzione degli ostacoli frapposti alla rappresentanza di nuovi partiti, e più concretamente, al passaggio da sistemi elettorali maggioritari a proporzionali

2 la soglia del potere esecutivo, che riguarda la responsabilità politica del governo nei confronti del parlamento (istituzionalizzazione del controllo parlamentare sul governo).

1) Circa le spiegazioni e le modalità secondo cui si tutte le piccole democrazie europee finiscono con l'accettare il sistema proporzionale, mentre vi sono resistenze talora vincenti nei paesi maggiori, Rokkan propone due generalizzazioni: - I sistemi proporzionali saranno favoriti in democrazie articolate e con governi deboli, o in caso di eterogeneità etnico-religiosa e alta differenziazione economica. - I sistemi maggioritari sono invece favoriti in sistemi politici più grandi e con governi forti.

2) Circa l'introduzione del controllo parlamentare sull'esecutivo si può parlare di due modelli opposti: - Il modello inglese (Belgio, Olanda, Norvegia) in cui il principio di responsabilità precede l'estensione del suffragio. - Il modello tedesco (Danimarca, Svezia Austria) in cui il principio di responsabilità segue l'estensione del suffragio.

3 I REGIMI NON DEMOCRATICI

Tra i regimi non democratici i modelli principali sono 3: regime autoritario, totalitario, tradizionale. 1 I regimi autoritari La definizione ormai largamente accettata da cui si può partire è quella proposta da Juan Linz che definisce autoritario quel regime caratterizzato da 5 dimensioni rilevanti:

1 pluralismo limitato e non responsabile 2 assenza o limitata presenza di mobilitazione politica 3 presenza di un leader o piccolo gruppo che esercita il potere 4 potere esercitato entro limiti mal definiti ma in realtà prevedibili 5 mentalità caratteristiche.

1) Centrale, innanzitutto, è il pluralismo limitato e non responsabile, riguardante gli attori rilevanti nel regime autoritario e nella comunità politica. Gli attori istituzionali rilevanti sono ad es, l'esercito, la burocrazia e l'eventuale partito unico; gli attori sociali rilevanti sono invece la Chiesa, gruppi industriali o finanziari, i proprietari terrieri e in qualche caso i sindacati. Questi attori inoltre non sono politicamente responsabili secondo il meccanismo tipico delle liberal- democrazie di massa, cioè attraverso elezioni libere, competitive, corrette. La nozione di pluralismo limitato, ci rimanda al concetto di coalizione dominante. Con questo termine si intende, in senso ampio, l'insieme dei gruppi sociali politicamente attivi che sostengono il regime nella sua fase di instaurazione e nei periodi successivi ovvero la base sociale del regime e in senso stretto le elites. Il punto da fissare è che tali gruppi formano una coalizione talora di fatto, talora risultato di un accordo esplicito. Tale accordo è a vantaggio degli attori facenti parte della coalizione e contemporaneamente emargina tutti gli altri grazie alla combinazione di repressione poliziesca e uso dell'apparato ideologico adottato dalle elites del regime per la propria legittimazione. Se esiste un accordo e c'è un'intesa tra i vari attori sui problemi sostantivi, tanto più omogenea e potenzialmente solida sarà la coalizione dominante. La coalizione è dominante in termini di risorse coercitive, di influenza, di status. Esiste cmq uno spazio per le opposizioni. Anzi, in questo tipo di regime può essere addirittura conveniente tollerare un certo grado di opposizione o mantenere una pseudo-opposizione che dà una vernice liberale al regime.

2) Altro aspetto molto importante è il grado dei mobilitazione, ossia il quantum di partecipazione di massa indotta e controllata dall'alto. Alla società politica non sono riconosciute né autonomia, né indipendenza, anzi si cerca di tenere la società fuori dall'arena politica. Questa situazione implica l'esistenza di efficaci apparati di repressione e la parziale debolezza o assenza di strutture di mobilitazione nonché l'assenza di garanzie reali attinenti i diritti politici e civili.

3) Un ulteriore caratteristica fa riferimento alle autorità, e più esattamente al leader o piccolo gruppo al potere. Effettivamente questi regimi sono caratterizzati da una notevole personalizzazione del potere, visibilità del leader, talora carismatico, oppure di poche persone che detengono di fatto le leve del potere in quanto presenti negli organi di vertice.

4) A livello di regole e strutture politiche, Linz indica i limiti formalmente mal definiti entro cui il regime esercita il potere. La definizione approssimativa di tali limiti, che contrasta con la “certezza del diritto” propria degli assetti democratici, consente ai governanti di esercitare il potere con maggiore discrezionalità.

5) Un'ultima caratteristica riguarda il grado di elaborazione della giustificazione ideologica del regime.

L'autoritarismo è contraddistinto dal fatto che la sua legittimazione avviene sulla base di mentalità, cioè semplicemente sulla base di alcuni atteggiamenti intellettuali e valori, più o meno ambigui, sui quali è facile trovare un accordo tra gli attori diversi. Si tratta di valori quali patria, nazione, ordine, gerarchia, autorità, ecc. Non ci sono, cioè, articolazioni ideologiche articolate e complesse per sostenere il regime.

2 I regimi totalitari I regimi totalitari sono regimi contraddistinti da: a) assenza di pluralismo ovvero monismo, caratterizzato dal ruolo preminente del partito unico e subordinazione di tutti gli altri attori e istituzioni. b) presenza di un'ideologia articolata e precisamente definita, finalizzata alla legittimazione e al mantenimento del regime e a dare contenuto alle politiche di mobilitazione. c) presenza di una mobilitazione alta e continua sostenuta dalla ideologia e dal partito d) un piccolo gruppo o un leader al vertice del partito unico e) limiti non prevedibili al potere del leader alla comminazione di sanzioni.

A questi elementi di base, si può aggiungere che l'ideologia totalitaria si sostanzia in una sorta di universo concentrazionista: un progetto di sradicamento e trasformazione totale della realtà sociale attuato tramite la repressione di ogni potenziale nemico (inclusi gli stessi seguaci o membri delle elites) che può costituire un intralcio alle politiche del regime. Inoltre, unendo l'aspetto dell'alto grado di mobilitazione con l'obiettivo di profonda trasformazione rispetto alla situazione precedente, possiamo affermare che il regime totalitario attui una vera e propria istituzionalizzazione del disordine rivoluzionario, vale a dire una struttura organizzativa fondata sul disordine civile e sull'instabilità permanente.

A questo punto si possono vedere le differenze tra i due esempi maggiori di totalitarsimo, cioè tra Germania nazista e Unione Sovietica. Queste differenze si sostanziano soprattutto nella ideologia: nazionalista e razzista quella nazista, internazionalista e con maggiori obiettivi di trasformazione quella sovietica; e nelle strutture centrali dei due diversi regimi: i partiti unici rispetto alle diverse origini sociali dei gruppi dirigenti; la possibilità di istituzionalizzare organizzazioni paramilitari nel caso nazista e non in quello sovietico. Un altro quesito importante è quali altre realtà politiche possano essere fatte rientrare nel modello totalitario. Diversi autori vi hanno incluso la Cina di Mao, Cuba, il Vietnam del Nord o la Romania.

3 I regimi tradizionali Quando si parla di regimi tradizionali ci si riferisce a casi quali l'Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti. Si tratta di regimi basati sul potere personale del sovrano che tiene legati i suoi collaboratori in un rapporto fatto di paure e ricompense. Si tratta di regimi dove le decisioni arbitrarie del sovrano non sono limitate da norme, ne devono essere giustificati su base ideologica. Vi è dunque un uso del potere in forme particolaristiche e per fini essenzialmente privati. In questi regimi l'esercito e la polizia svolgono un ruolo centrale, mentre evidentemente manca sia qualsiasi ideologia sia una qualche struttura di mobilitazione di massa, come è di solito il partito unico. Si è insomma in un ambito politico dominato da elites e istituzioni tradizionali. Non si può peraltro dimenticare che come tutti gli ambiti tradizionali, la religione fa da background culturale in questi regimi, e tale religione, nei due casi su menzionati, è quella islamica. Riassumendo i regimi tradizionali, o sultanistici, sono caratterizzati da: a) Pluralismo disperso. b) Ideologia arbitraria c) Mobilitazione manipolata e leadership personalistica.

4. Sottotipi autoritari: i regimi militari Dai principali modelli di regime non-democratico passiamo ora ad esaminare più da vicino i più importanti tipi di autoritarismo, il genus più rilevante dei tre almeno nel senso del numero e varietà dei casi empirici che rientrano in esso4.

Il primo tipo autoritario da analizzare è il regime militare. Questo regime è caratterizzato dal fatto che: - I militari, o più spesso un settore delle forze armate, costituiscono il più importante attore del regime; - Tale assetto politico, di solito, nasce da un colpo di stato, o da un più semplice intervento che configura neanche la minaccia di un golpe. Va cmq tenuto presente che non sempre ad un golpe militare segue l'instaurazione di un regime militare 5. - Quanto all'ideologia, i regimi militari molto difficilmente hanno fatto ricorso ad articolate razionalizzazioni. Di solito, si è fatto appello a principi o valori quali l'interesse nazionale, la sicurezza, l’ordine (necessità di una razionalizzazione tecnocratica per eliminare sprechi, corruzioni e ingiustizie). - Quasi mai vi è stata una politica di mobilitazione dall'alto con qualche esito. L'organizzazione militare non è ovviamente adatta a creare e stabilizzare relazioni elites-massa, e quindi la depoliticizzazione e l'apatia a livello di massa configurano la situazione più ricorrente. - Allo stesso modo, di rado il regime presenta novità istituzionali distintive: le istituzioni sono limitate a classiche juntas o organi consiliari ristretti che sono la sede decisionale e governativa di tali regimi.

Tipologia dei regimi militari Un altro aspetto, connesso con i precedenti, che serve a definire meglio un regime militare è la presenza o meno di un leader militare in posizione di preminenza rispetto agli altri ufficiali. - Si parla di tirannia militare, quando riscontriamo la presenza di un leader che domina l'esercito e governa in modo personalistico, e più in particolare di cleptocrazia quando si vuole indicare la commistione di personalismo e corruzione che lo caratterizza. In questi regimi l'esercito è di solito inefficiente e poco coeso, il reclutamento avviene su basi personali e tutte queste caratteristiche rendono molto instabile il regime. - Si parla invece di oligarchia militare quando si ha un gruppo più o meno ampio di militari, con o senza un primus inter pares, prima coinvolti nel golpe e poi nel regime; tuttavia l'aspetto più importante riguarda l'effettivo ruolo politico dei militari, il grado di penetrazione nelle strutture politiche, sociali o economiche preesistenti. Questo si può tripartire tra: a) controllo, in cui i militari svolgono un limitato compito di guida di organizzazioni e settori largamente autonomi; b) direzione degli stessi settori; c) amministrazione, che configura una colonizzazione dei vari settori della burocrazia, affari, sindacati.

Nordlinger ripropone in altri termini questa tripartizione differenziando i regimi in: - regimi con militari moderatori, dove i militari hanno potere di veto: sono un gruppo di

pressione potente capace di intervenire per destituire il governo; il loro obiettivo è il mantenimento dello status quo e dell'ordine.

- regimi con militari guardiani, dove i miliari controllano direttamente il governo, occupando ruoli decisionali importanti, con l'obiettivo di ordine e di razionalizzazione economica.

- regimi con militari governanti, in cui i militari hanno controllo di ogni struttura politica, burocratica e economica. Gli obiettivi di mutamento che i pongono sono più ambiziosi, la repressione più forte, più alta la probabilità di persistenza. In alcuni casi viene tentata la creazione di un partito di massa, e se il partito riesce a rendersi autonomo creando così un regime esercito-partito.

4 Le dimensioni rilevanti nei regimi autoritari sono 4: coalizione dominanate (quali e quanti attori), ideologia legittimante (quanto articolata), mobilitazione dall'alto (grado e caratteristiche), e strutturazione del regime (grado di innovatività).

5 Infatti, nei quasi 200 colpi di stato avutisi tra il 1945-1985, solo pochi hanno dato origine a regimi militari in senso stretto

Va osservato che più alta è la complessità socio-economica di un paese, più è facile che si instaurino

regimi civili-militari piuttosto che solo militari (America Latina vs. Africa). L'intervento militare Le motivazioni dell'intervento militare in politica sono soprattutto di carattere politico-sociale: a) Assenza di istituzioni politiche consolidate (perciò è frequente nel terzo mondo) b) I militari hanno il monopolio della forza e sono l'organizzazione più potente grazie a:

- Organizzazione - Disciplina gerarchica - Comunicazione e spirito di corpo - Possesso di armi pesanti.

c) Un altra ragione è che i militari si installano in una situazione di profonda crisi politica caratterizzata da bassa legittimità del regime vigente, da politicizzazione delle classi inferiori, da minaccia agli interessi delle classi medie, da profonda crisi economica, da illegalità, disordine, violenza e corruzione; ma anche divisioni etniche, regionali, locali incapacità dei regimi politici di rispondere ai problemi economici. d) Un ultima e non trascurabile ragione è la prevalenza degli interessi corporativi (Nordingler). In situazioni di disordine civile o di crisi, i militari possono intervenire per prevenire i tagli al loro bilancio o accrescerne le spese, anche se poi le analisi empiriche mostrano che una volta al governo le spese per la difesa non vengono aumentate, forse perché i militari si trovano di fronte alle stesse pressioni, domande e limitazioni dei gov. Civili. Un altra ragione specifica può essere la reazione a interferenze civili per limitare la loro autonomia, o per rispondere alla creazione da parte dei civili di milizie alternative al monopolio militare della forza. I militari poi possono essere mossi da un interesse di classe, con riferimento alla politicizzazione delle classi inferiori (coincidenza di interessi fra militari e classi medie). É per questo lo studioso argentino Nun, in caso di golpe accompagnato da una mobilitazione delle classi medie, ha coniato il termine di colpo di stato delle classi medie. In aree come l'Africa, gli interessi dei militari non sono di classe, ma piuttosto etnici. e) Tra i fattori che invece limitano l'intervento dei militari, abbiamo la presenza di un partito dominante che garantisce la stabilità (Huntington); nonché un'alta professionalizzazione insieme alla credenza nel principio della superiorità civile determinano in negativo l'intervento militare.

5 I regimi civili-militari Questi regimi, innanzitutto, sono fondati su un'alleanza tra militari, più o meno professionalizzati, e civili, siano essi burocrati, politici, o attori industriali e finanziari. Si distinguono in:

Regimi burocratici-militari -.a E' un regime caratterizzato da una coalizione dominata da ufficiali e burocrati; -.b Le decisioni politiche dettate da pragmatismo; -.c Di solito, non vi è un partito di massa con un ruolo determinante. Tuttavia è possibile la

creazione di un partito unico voluto dal governo che tende a ridurre la partecipazione popolare.

-.d Sono diversi dai regimi tradizionali. Infatti di solito vengono instaurati in sistemi in cui erano già presenti strutture democratico-liberali ed era in atto un processo di modernizzazione socio-economica.

-.e Nello stadio più avanzato, si caratterizzano anche per una maggiore importanza del ruolo dei tecnocrati nella vita politica

-.f Inoltre, c'è un maggiore ricorso a misure repressive per controllare le masse popolari -.g Esempi di questo tipo di regime sono il Brasile, l'Argentina, la Spagna e il Portogallo

Regimi corporativi E' un regime in cui la coalizione dominante è sempre costituita da civili-militari, ma è caratterizzato dalla partecipazione controllata e dalla mobilitazione della comunità politica attraverso strutture organiche. A livello ideologico, rifiuta la concezione liberale della competizione e l’idea marxista di società, e aderisce ad un idea di rappresentanza sulla base delle unità economiche e sociali di appartenenza. Si può poi distinguere tra un corporativismo includente ed escludente. In quello includente, l'obiettivo dei governanti è mantenere un equilibrio stato-società garantito da politiche dirette ad includere gruppi operai importanti nel nuovo assetto politico-economico. In quello escludente, l'obiettivo è l’esclusione raggiunta per mezzo di coercizione, smobilitazione e ristrutturazione dei gruppi operai più importanti.

Il populismo I regimi burocratico-militari e i regimi corporativi sono stati talora definiti anche populisti, anche se poi tra militari e populismo non vi è un rapporto necessario: possono essere populisti anche regimi non militari. Più precisamente, e con particolare riferimento all'America Latina, si utilizza populismo per indicare dei movimenti socialmente e ideologicamente compositi e con aspetti diversificati caratterizzati per: - una traduzione politica del processo di mobilitazione che investe settori della popolazione prima non attivi politicamente; - Se la sua base sociale principale sono le masse urbane di recente immigrazione, ci sono anche i gruppi di classe media e alto-borghesi o militari; - I movimenti e i partiti populisti sono anche contraddistinti dalla presenza di un leader carismatico e da un rapporto non mediato organizzativamente tra il leader e le masse. - Il tipo di partecipazione risultante è una mobilitazione dall’alto di gruppi popolari non pienamente organizzati; - L'ideologia non è formulata precisamente, si riferisce anzi a valori vaghi e ambigui (progresso, sviluppo, industrializzazione, nazionalismo). Tuttavia costante è l'accento sulla volontà popolare identificata con la giustizia e la moralità, e l'importanza del rapporto diretto tra popolo e leader. - Esempi: Pinilla in Colombia, Peron in Argentina, Cuba

I regimi esercito-partito Quando dall'America Latina ci si sposta in aree geopolitiche come l'Asia e l'Africa, troviamo un diverso tipo di regime civile-militare: il regime esercito partito. - Gli attori principali sono l'esercito e il partito, due strutture parallele e sostanzialmente in simbisosi, dove gli stessi leader possono occupare ruoli diversi nell’una o l’altra struttura. - In genere l'esercito è l'attore primario e sfrutta il partito, per svolgere i compiti di mobilitazione, integrazione e controllo della popolazione. - Questi regimi hanno spesso un orientamento ideologico marxista-leninista; - L'instaurazione è avvenuta a seguito di un colpo di stato militare; - La principale struttura civile è il partito unico; c'è cioè un sistema con partito egemonico; - In definitiva, è un modello che prevede una notevole innovatività istituzionale sia per il ruolo che per l’articolazione delle strutture politiche sia per gli altri organi di governo della società e dell’economia; - Garantisce spesso un'alta stabilità.

- Esempi: Siria, Yemen, Iraq, Mauritania. -

6 I regimi civili I regimi civili sono regimi di mobilitazione, nei quali cioè la caratteristica di limitata mobilitazione propria dei regimi autoritari si attenua, così che diventano un modello-limite di autoritarismo, più vicino al totalitarismo. I diversi regimi civili sono accomunati dal ruolo preminente del partito unico. Le differenze stanno nelle origini, nei contesti culturali e socio-economici e nelle ideologie-mentalità che ispirano e guidano l’azione dei governanti e sostanziano le forme di legittimazione di quei regimi.

Regime nazionalista di mobilitazione Il primo modello è quello di regime nazionalista di mobilitazione, che nasce dalla lotta per l’indipendenza nazionale diretta da un’élite nazionalista civile, da un leader carismatico, il quale fa del partito il veicolo di una mobilitazione dal basso, divenendo poi la struttura portante del regime stesso. I militari hanno un ruolo secondario e accettano sostanzialmente il controllo delle elites civili, mentre l'ideologia, che è molto centrale, è inizialmente nazionalista, ma una volta raggiunta l'indipendenza si colora di un socialismo abbastanza ambiguo. La grande maggioranza dei casi ascrivibili a questo modello si trovano in Africa, e di solito vengono instaurati negli anni 60 in seguito alla decolonizzazione, ma ci sono anche casi durante gli anni 70 (Angola, Mozambico, Guinea Bissau)

Regime comunista di mobilitazione Il secondo modello, il regime comunista, si afferma in Europa Orientale e in Asia nel 2° dopoguerra. - In un contesto socio-economico relativamente sviluppato, al centro della coalizione dominante sta il partito unico, con un articolazione strutturale approfondita e una notevole capacità di controllo della società. La sovrapposizione di strutture del partito con quelle del regime ha fatto parlare di stato-partito - Accanto al partito unico con tendenze totalitarie, le complessità sociale o gli aspetti strutturali di tipo etnico ed economico fanno si che abbiano un proprio ruolo nel regime anche altri gruppi, come i burocrati, gli industriali o i militari. - In genere i militari mantengono il ruolo di garanti del regime e sostenitori dell’egemonia del partito, in grado anche di intervenire con sostanziali modificazioni dello stesso regime nel caso di crisi profonda del partito (es: Polonia 1983) - L'ideologia prevalente è il marxismo-leninismo, con alcune varianti in Cina (maoismo) e Jugoslavia (titoismo). - Va infine sottolineata la pervasività delle strutture politiche-partitiche a tutti i livelli di società. - Ciò che differenzia questo modello dal totalitarismo è:

1 l'esistenza di un qualche grado di pluralismo limitato 2 un'ideologia meno dominante; 3 una minore mobilitazione

- La differenza rispetto al regime nazionalista non sta tanto nell'ideologia, quanto nel fatto che questo modello si afferma in paesi già indipendenti ed socio-economicamente già sviluppati. - Esempi sono l'URSS dagli anni 60 in poi, la Cina, e gli altri paesi dell'Europa Orientale.

Il regime fascista di mobilitazione Il terzo modello si applica ad un solo caso: l'Italia tra il 1922 e il 1943 ed è il primo esempio di regime non democratico di massa. - L'attore principale è un leader carismatico strettamente legato a un partito con tendenze totalitarie, ben articolato, strutturalmente differenziato, che preesiste all'instaurazione del regime e ne è il protagonista. Nelle fasi successive di consolidamento il partito tende mano mano a rendersi autonomo rispetto agli altri gruppi socio-economici che l'hanno appoggiato (monarchia, esercito, Chiesa, proprietari terrieri, la grande industria). - La presenza di tali soggetti ci fa parlare di un pluralismo limitato, differenziandolo così dai r. totalitari

commenti (56)
mancano tutti i capitoli dopo il n7, PRATICAMENTE META' libro
è completo?
Grazie!
Ottimo
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