Foucault critico di Hobbes: le nuove categorie della politica, Tesi di laurea di Filosofia Politica. Alma Mater Studiorum – Università di Bologna
Ele.Neal
Ele.Neal

Foucault critico di Hobbes: le nuove categorie della politica, Tesi di laurea di Filosofia Politica. Alma Mater Studiorum – Università di Bologna

DOC (276 KB)
86 pagine
6Numero di visite
Descrizione
Agli antipodi della modernità Hobbes e Foucault propongo due teorie sul potere quanto mai differenti.
20 punti
Punti download necessari per scaricare
questo documento
Scarica il documento
Anteprima3 pagine / 86
Questa è solo un'anteprima
3 pagine mostrate su 86 totali
Scarica il documento
Questa è solo un'anteprima
3 pagine mostrate su 86 totali
Scarica il documento
Questa è solo un'anteprima
3 pagine mostrate su 86 totali
Scarica il documento
Questa è solo un'anteprima
3 pagine mostrate su 86 totali
Scarica il documento

Università degli Studi di Milano Facoltà di Studi Umanistici

Corso di Laurea Triennale in Filosofia

FOUCAULT CRITICO DI HOBBES: LE NUOVE CATEGORIE DELLA POLITICA

Relatore: Prof. Marco GEUNA

Tesi di laurea di: Elena Fusar Poli

matricola n° 794414

Anno accademico 2014 - 2015

PAGE 5

Indice

Introduzione……………………………………………………………………………......….p.4

Capitolo I: Alcune declinazioni del concetto di potere ……………..……………..….…….p.9

1) Definizioni introduttive ………….…………………………………………………...…..…p.9

2) Il potere degli antichi.…………………….……………………………………...…………p.11

3) Il potere dei moderni ……………………………………….……..…………………...…p.13

4) Le concezioni marxiane e marxiste…………………………………………………………p.15

Capitolo II: Foucault critico di Hobbes……………………………………….…...…….….p.19

1) L’orologio del Leviatano…………………………………………...…………….........…...p.19

2) Foucault oltre Hobbes; dalla thanato alla bio politica………………………………….

…..p.21

3) Problematizzare il superamento……………………….……………………………......

….p.25

3.1) La biopolitica del Leviatano………………………….………………………………......p.25

3.2) La sfida radicale al Leviatano………..………………………………………………......p.27

Capitolo III: Foucault e le nuove categorie della politica………………………….….…..p.30

1) Leviatano o Gattopardo? ripensare le categorie per continuare a comprendere…………...p.30

PAGE 5

2) “Sono un artificiere”, il ruolo dell’intellettuale e della verità……………………………...p.31

3) Il passaggio dalla Legge alla norma…………………………………………………….....p.34

4) Microfisica e Macrofisica del potere ………….…………………………………..............p.36

4.1) Il ruolo delle discipline…………………………………………………………….….....p.36

4.2) Biopolitica, potere pastorale e governamentalità…………………………...……….......p.38

Capitolo IV: Lo spazio delle resistenze …...……………….....……………….………...…..p.47

1) Hobbes e l’insensatezza della disobbedienza…..…………………..

……………………….p.47

2) La concezione foucaultiana delle resistenze………...……………………………...…..…..p.49

2.1) La volontà di resistere ……………………………………………………………......…..p.51

3) Alcune pratiche resistenti ………………... …………………………………………....….p.53

3.1) Il diritto alla follia e il linguaggio letterario………………..…………………….….........p.53

3.2) Gli illegalismi…………………………………………………………………….…….…p.55

3.3) La cura di sé…………………………………………………………………………........p.58

4) Un’indicazione strategica per l’azione politica…………………………………………......p.61

Conclusioni……………………………………………………...……………………...……..p.63

1) Oltre il 1984: aprire la cassetta degli attrezzi di

Foucault…………………………………..p.63

2) Uno sguardo al presente………………………………………………………...…………..p.64

3) La spersonalizzazione del potere……………………………………………...……………p.65

PAGE 5

4) Soggettivazione e diritto alla città……..……………………………………………………p.67

Bibliografia……………………………………………………………………………...….…p.75

Introduzione

Questa tesi si propone di indagare i concetti di potere e resistenza nel pensiero di Michel

Foucault, ed in particolare di Michel Foucault critico di Thomas Hobbes. La prospettiva è quella

della necessità di decapitare il sovrano della teoria politica e di abbandonare ogni studio volto a

fondare e giustificare l’ordine costituito, tipico delle teorie della sovranità. La scelta

metodologica è quella di sfruttare il forte contrasto tra Foucault e Hobbes per mettere in luce gli

elementi di novità e originalità del primo.

Thomas Hobbes è un contrattualista che elabora un modello di Stato paragonandolo al mostro

biblico del Leviatano per via del suo potere assoluto che non ammette né permette qualsiasi

genere di opposizione. L’analisi di Hobbes muove dalla concezione di una supposta condizione

umana naturale, in cui ogni uomo è lupo per gli altri uomini, necessaria per giustificare la stipula

di un patto in base al quale tutti sono disposti a cedere ogni diritto e ogni potere in favore di un

PAGE 5

sovrano estraneo all’accordo, non vincolato ad esso, in cambio di sicurezza e sopravvivenza. La

conclusione necessaria è quella di uno Stato in cui chi vi abita è un suddito alienato, o meglio,

volontariamente alienato. In questo quadro, Hobbes tenta di eliminare la pensabilità stessa della

disobbedienza, che prima ancora che illegittima o illegale è a suo avviso stolta e

contraddittoria, perché implica la ricaduta nello stato di natura dal quale gli uomini hanno scelto

di uscire. Il potere del Leviatano1 è un potere di morte: «far morire o lasciar vivere», questa è la

prerogativa della sovranità che passa dalla logica dell’assoggettamento. Ribaltare a specchio

quest’ultimo assunto, trasformandolo in «far vivere o lasciar morire», ci conduce direttamente

alle analisi di Michel Foucault, che alla centralità dell’assoggettamento sostituisce quella delle

pratiche e dei processi di soggettivazione.

Il filosofo francese si auto definisce intellettuale-artificiere e prende parte ai movimenti dei

suoi anni mettendosi in gioco in prima persona e organizzando per essi una cassetta degli

attrezzi categoriale per comprendere il mondo ed essere in grado di elaborare una proposta

tattica e strategica rivoluzionaria. Il potere di lasciar morire o di far vivere, per Foucault, è un

bio-potere, che produce e riproduce forme di vita docili. In una prima fase del suo pensiero,

Michel Foucault descrive la società come disciplinare e panoptica, ovvero strutturata attorno ad

istituzioni (dai carceri ai manicomi, dalle scuole alle fabbriche ecc…), in cui i dispositivi delle

discipline e del controllo permanente sono in grado di plasmare le menti e i corpi degli uomini,

sfornando personalità disponibili alla produttività per il profitto di chi comanda, pronte ad

accettare questa condizione. In una seconda fase, l’analisi foucaultiana si sviluppa nella

direzione dell’elaborazione di una società biopolitica, governamentale e del controllo, in cui il

modello di governo è basato sempre più sulla cura pastorale e sempre meno sull’imposizione,

con un ulteriore allontanamento dalle logiche della sovranità.

Il potere non è qualcosa che si conquista o si possiede, ma una caratteristica presente in ogni

relazione che innerva la complessità dei rapporti sociali e dei processi di soggettivazione

PAGE 5

1 T. Hobbes, Leviatano, Milano, Rizzoli, 2012

individuali e collettivi. In questa concezione reticolare di infiniti poteri c’è immediatamente

spazio per altrettante infinite resistenze, che non sono altro che poteri di segno opposto. Siccome

ogni potere si esercita solo in presenza di una resistenza che funga da avversario, bersaglio,

appoggio e presa, il rapporto tra questi due termini è di complicazione necessaria, come pure

quello esistente tra condizionamento e libertà. Come nel caso del potere, anche in quello della

resistenza è necessario parlare al plurale: esiste una molteplicità di forme resistenti differenti,

tutte immediatamente costituenti di un sé altro da quello soggettivato a partire dalle logiche di

potere. È in virtù di queste considerazioni che non hanno alcun senso per Foucault le prospettive

rivoluzionarie volte alla presa del Palazzo d’Inverno, del potere statale. A suo avviso, invece, è

necessario costruire soggettività ed eterotopie autonome, consapevoli di trovarsi in una rete di

poteri e contropoteri, alla ricerca di linee di fragilità e di contraddizione, sulle quali andare ad

agire per operare una critica e un attacco efficace.

Studiare le critiche di Michel Foucault a Thomas Hobbes aiuta a comprendere il senso del

suo impegno nell’elaborazione delle nuove categorie della politica, che diventeranno punto

imprescindibile da cui partire nell’analisi delle società contemporanee anche oltre gli anni

settanta ed ottanta del novecento. L’analisi di Thomas Hobbes ha fondato la teoria politica

moderna, ma l’evoluzione storica, politica ed economica ha spazzato via qualsiasi credibilità

delle teorie all’insegna della sovranità. Il Leviatano2 è stato ucciso dall’affermazione e dalla

maturazione del sistema capitalista prima e neoliberista poi, dai processi di crisi della forma

Stato-Nazione, dallo sviluppo di differenti movimenti sociali. Questa tesi vuole mostrare come

sia miope e nocivo ostinarsi ad optare per modelli di giustificazione e ricerca di un fondamento

universale del potere: ricercare nuove categorie di analisi dei poteri rivolgendosi a chi viene

governato è oggi la strada da percorrere, come ha suggerito Michel Foucault. Decapitare il

sovrano della teoria politica diventa la condizione fondamentale per aprire gli occhi e leggere i

meccanismi di potere in cui viviamo, dotandoci della capacità di farvi fronte. Foucault voleva

dunque mettere a disposizione una cassetta degli attrezzi per la comprensione dell’epoca della

PAGE 5

2 Cit.

governamentalità: aprire questa cassetta e imparare ad utilizzare i suoi strumenti è la ragione che

ha motivato questa ricerca.

Il primo capitolo esamina alcune declinazioni del concetto di potere, che consentono di

contestualizzare la riflessione critica di Michel Foucault sia da un punto di vista storico sia da

uno teorico.

Il secondo capitolo entra nel vivo dell’analisi critica di Foucault nei confronti di Hobbes,

indaga le ragioni della mortalità e della morte del Leviatano 3 e i caratteri dell’evoluzione dalla

thanato alla biopolitica, con uno sforzo rivolto alla problematizzazione di questo superamento.

L’interesse sta nel non semplificare o banalizzare indebitamente né le teorie della sovranità né

quelle foucaultiane. La novità dell’approcio di Michel Foucault al potere emergerà senza

misconoscere i tratti biopolitici già presenti nel Leviatano.

Il terzo capitolo approfondisce le nuove categorie della politica messe a punto da Michel

Foucault per comprendere i mutamenti in atto. Foucault pensa che il ruolo dell’intellettuale

debba essere partigiano. Non a caso, egli stesso si definisce come un artificiere, motivato a

prendere parte al conflitto in atto tra idee e sistemi di verità che rispondono a differenti logiche

di potere. E’ questo l’atteggiamento con cui Foucault analizza la società moderna; la sua lettura

si concentra sul passaggio dalla centralità della legge a quella della norma, analizzando il ruolo

dei dispositivi microfisici e disciplinari e di quelli macrofisici della biopolitica, del potere

pastorale e della governamentalità.

Il quarto capitolo mantiene lo schema generale complessivo della ricerca, ma inverte il segno

dello studio dei poteri per assumere la prospettiva delle resistenze. Mostra dunque come, nel

modello della sovranità, non solo non esiste spazio per il dissenso, ma anche per la sua stessa

pensabilità. Per Foucault, la prima resistenza da mettere in campo è il radicale superamento di

questa impostazione. Siccome ogni soggetto è sempre un homo oeconomicus, portatore di

interessi, forze e volontà specifiche, ogni potere è anche sempre una resistenza. Il capitolo

evidenzia la complicazione tra i concetti di potere e resistenza, di condizionamento e libertà. La

PAGE 5

3 Cit.

volontà è il motore delle azioni, delle interazioni e dei processi di soggettivazione individuali e

collettivi. Non si parla di una volontà metafisica, ma di un’intenzione tematizzata come volontà

di resistere, a cui fa eccezione teorica solamente la volontà di intesa, che è postulata in quanto è

agli antipodi del dominio. Siccome non esiste un’unica resistenza, non esiste nemmeno una sola

pratica resistente: il capitolo ne esplora alcune, tra cui il diritto alla follia, che si concretizza

anche nell’uso del linguaggio letterario, gli illegalismi e la cura di sé.

Quelle di Foucault non sono solo parole: egli si sente parte dei movimenti del suo tempo e ne

vuole fare parte. Per questo si preoccupa di concretizzare i suoi ragionamenti in un’indicazione

strategica per l’azione politica, che è quella di abbandonare la logica della sovranità, per

alimentare invece molteplici contro poteri, promuovere concrete forme di libertà, formare nuove

soggettività autonome, continuando la ricerca attorno alle linee di fragilità del potere che

potrebbero dar vita a momenti rivoluzionari in determinate condizioni storiche. Come

evidenziano le conclusioni, le tesi di Foucault possono essere utili strumenti per la comprensione

dei processi del mondo d’oggi: è il modo in cui diversi autori critici contemporanei si sono

approcciati al filosofo francese.

PAGE 5

Capitolo I

Alcune declinazioni del concetto di potere

1) Definizioni introduttive

Ogni teoria, ogni formulazione ed ogni analisi è figlia del proprio tempo e difficilmente

sarebbe possibile in contesti socio-culturali e temporali differenti. Ogni genio, ogni autore, ogni

pietra miliare della storia della filosofia raccoglie l’eredità di centinaia di migliaia di altri

pensatori, di uomini e di donne che lo hanno preceduto. Non si tratta affatto di negare

l’originalità e l’importanza di alcuni filosofi, che in forme e gradi differenti hanno prodotto salti,

accellerazioni, torsioni, stimoli particolari, ma di tenere bene a mente, come assunto di metodo,

che la potenza del sapere risiede ed è sempre risieduta in quello che il Marx dei Grundrisse ha

chiamato General Intellect4. Per studiare le concezioni di potere sviluppate da Thomas Hobbes

PAGE 5

4 Cfr. K. Marx, Gründrisse. Lineamenti fondamentali della critica dell'economia politica, a cura di G. Backhaus, Milano, Pgreco, 2012, 2 voll , pp. 718-719

e Michel Foucault, è fondamentale inquadrare il processo di riflessione filosofica e politica in

cui si trovano.

Il concetto di potere è un filo rosso che si stende per tutta la storia degli uomini, quasi a prima

conferma immediata della giusta intuizione di Foucault riguardo all’irriducibilità dei

meccanismi di potere nella complessità delle formazioni sociali e delle relazioni.

Sotto la voce «potere» redatta da Mario Stoppino e contenuta nel Dizionario di Politica,

troviamo una definizione che non si discosta molto da questo punto di vista affermando che il

potere in senso sociale è la«capacità dell’uomo di determinare la condotta dell’uomo».5Tutto

sommato anche un autore come Hobbes, che decide di non considerare affatto il carattere

relazionare del potere e preferisce identificare quest’ultimo nel «possesso di strumenti atti al

raggiungimento di fini desiderati»6, non può negare che gli strumenti di cui parla siano

fondamentalmente quelli atti a garantire il mantenimento del Leviatano, orchestrando una pace

sociale determinata da null’altro che la condotta ordinata degli uomini che compongono il corpo

dello Stato, come suggerito dall’immagine del frontespizio dell’opera. La differenza è la

concezione del potere come cosa che si possiede o come carattere insito nella relazione.Ad ogni

modo, come ci ricorda Pier Paolo Portinaro nella voce «potere», questa volta dell’Enciclopedia

del pensiero politico, già Aristotele attribuiva al potere questo carattere di influenza,

distinguendo tra un tipo di condizionamento simile a quello del padre sui figli, del padrone sugli

schiavi e del governante sui governati. Similmente farà Locke, semplicemente sostituendo la

PAGE 5

5

M. Stoppino, «Potere», in N. Bobbio, N. Matteucci, G. Pasquino, Dizionario di politica, Torino, Utet, 2004,

pp. 864-874 6 T. Hobbes, Leviatano, cit., pp. 88

coppia padrone-schiavo con quella capitano di galera-galeotti, attualizzando la moderna forma

di schiavitù per fini economici.7

Un’importante precisazione, che ci permette di iniziare a far luce sulla diversa natura delle

teorie sul potere, che come abbiamo visto non rinunciano all’accostamento di questo concetto

con quelli di condizionamento e influenza, è quella elaborata da Max Weber, che introduce

l’elemento della coercizione tipica della forza fisica istituzionalizzata come differenza

fondamentale tra il potere sociale in senso ampio e quello politico, con particolare riferimento

alla sua declinazione nella forma dello Stato e più precisamente dello stato nell’Europa

moderna.

Qui la versione dell’assolutezza Leviatanica di Hobbes non è l’unica possibile: autori come

Locke, Montesquieu e Sieyès propendono più per le dottrine all’insegna della separazione dei

poteri. Sappiamo bene che il reale sviluppo del corso della storia darà ragione a questa linea

analitica, rappresentando uno degli elementi di mortalità del Leviatano di cui parleremo nel

corso dei capitoli successivi. Anche questi tuttavia entreranno in crisi nel corso del ventesimo

secolo con un superamento dello stato legislativo da parte di quello governativo. È tuttavia

analizzando le trasformazioni a cavallo tra diciottesimo e diciannovesimo secolo che autori

come Popitz8 mettono in luce la convergenza di tendenze diverse, come per esempio:

La spersonalizzazione dei rapporti di potere,

La formalizzazione, secondo regole e procedimenti,

L’integrazione dei rapporti di potere in un ordinamento omnicomprensivo

PAGE 5

7

Cfr. P.P. Portinaro, «Potere», in R. Esposito, C. Galli, Enciclopedia del pensiero politico. Autori, concetti, dottrine, Roma-Bari, Laterza, 2005, pp. 553-555 8 Cfr. H. Popitz, Fenomenologia del potere, Bologna, Il Mulino, 2001, pp. 195-210

Nel passaggio all’età contemporanea poi, possiamo rintracciare una proliferazione di rapporti

sociali. E’ in questa chiave di lettura che si inserisce la microfisica foucaultiana.

2) Il potere degli antichi

E’ abbastanza interessante notare, come possiamo fare con Stefano Petrucciani in Modelli di

filosofia politica9, che la politica come parola e come cosa nasce nella Grecia classica,

dall’istituzione della polis, la città-stato, e che questa istituzione nasce a partire dalla crisi della

precedente forma di sovranità, quella della tradizione regale e sacrale.

Che la politica nasca legata allo spazio pubblico di discussione, alla partecipazione, all’agone

tra differenti discorsi è particolarmente interessante ai fini dell’analisi intorno alla possibilità

stessa del Leviatano10 e alla domanda sulla possibilità della pacificazione e dell’irriducibilità dei

conflitti. Inoltre è proprio nello spazio politico della polis che troviamo per la prima volta gli

elementi e le caratteristiche di un dibattito politico che vedrà modelli contrapposti di qui in

avanti.

LaRepubblica11 platonica è evidentemente un Leviatano filosofico orientato dal e al vero

bene. All’interno della Repubblica, la prima nocività da combattere è la rissosità della polis

democratica e i diversi discorsi persuasivi che si trovano in essa: abdicazione di ogni possibilità

di autodeterminazione e potere in favore della classe dominante dei filosofi insomma.

PAGE 5

9

S. Petrucciani, Modelli di filosofia politica, Torino, Einaudi, 2010, pp. 31-53 10

T. Hobbes, Leviatano, cit. 11 Cfr. Platone, La Repubblica, a cura di F. Sartori, Roma-Bari, Laterza, 2007

L’elemento della pacificazione auspicata emerge perfettamente nel confronto tra stato e anima:

giusto è l’individuo in cui le tre parti dell’anima non sono in lotta tra loro, ma danno origine a

ordine e armonia, in cui non esiste margine di conflittualità.

Con Aristotele12, invece, abbiamo la prima formulazione di assunti intrinsecamente bio-

politici: per Aristotele l’uomo è zoon politikon, la scelta della polis come terreno di indagine non

è dettata in primo luogo da ambizioni normative, ma dall’assunzione della necessità di un

contesto relazionale per la costruzione del bene per gli individui, bene che non è posto come

Unico e metafisico, ma molteplice e in buona parte materiale. La differenza fondamentale

rispetto a Platone è quella tra vivere e vivere bene. Come Hobbes, Platone ritiene che gli uomini

si associno per sopravvivere, invece per Aristotele la questione è quella del vivere bene.

Queste riflessioni hanno l’intenzione di mettere in mostra la continuità di alcune tendenze

analitiche nella storia del pensiero filosofico e naturalmente non vogliono forzare analogie o

confronti che sarebbero evidentemente eccessivi. È interessante però notare che il governo

auspicato da Aristotele, seppure di chiara ispirazione democratica, contiene al suo interno aspetti

simili a quelli che molti secoli dopo Michel Foucault analizzerà attraverso i concetti di potere

disciplinare, di potere costituente e del nesso sapere-potere: l’unità dello stato, per Aristotele,

non deve essere imposta attraverso la negazione delle differenze e l’alienazione, ma risultare da

una giusta educazione.

3) Il potere dei moderni

PAGE 5

12

Cfr. Aristotele, Politica, a cura di R. Laurenti, Roma-Bari, Laterza, 2007

Procedendo nella storia, tra le teorie classiche e quelle contrattualiste si situa l’importante

contributo delle filosofie cristiane che si sviluppano tra i teorici cattolici delle diverse forme di

‹‹res publica christiana›› (Paolo, Agostino e Tommaso) e gli oppositori laici e protestanti

(Marsilio da Padova, Guglielmo di Ockham, Lutero). Tutte queste hanno posto le basi per le

domande sulla legittimità del potere, della plenitudo potestas, alla natura umana. Questi

interrogativi, risolti via via in positivo o in negativo, hanno sicuramente preparato il terreno alle

riflessioni contrattualiste, a partire da quelle intorno allo stato di natura, al fondamento del

potere e alle sue caratteristiche auspicabili. Nonostante la pretesa assolutezza del modello del

Leviatano13, le riflessioni dei contrattualisti, da Locke a Rousseau e Kant sono quanto mai

differenti tra loro.

Negli anni successivi alla rivoluzione Francese, però, il tema della sovranità e del potere si

tematizza in modo del tutto differente: il problema non è più quello di tratteggiare paradigmi

auspicabili o di analizzarne le forme, ma di ipotizzare precisi paletti e limiti per quanto riguarda

le correnti liberali, e di tradurre in uguaglianza sociale l’uguaglianza politica per quanto riguarda

quelle comuniste. Una figura particolarmente interessante in questo contesto è quella di Alexis

de Tocqueville. A partire dai suoi studi americani, sfociati ne La democrazia in America14,

Tocqueville è imprescindibile in questa ricostruzione soprattutto perchè individua la natura di

una nuova forma di potere, diversa sia da quella assoluta, sia da quella democratica, sia da quella

sinceramente liberale. A suo parere, negli Stati Uniti si fa strada un nuovo potere pubblico

pervasivo ed anonimo, che presuppone e necessita di individui privati spoliticizzati, dediti al

culto del denaro e delle piccole soddisfazioni materiali.

Se cerco di immaginarmi il nuovo aspetto che il dispotismo potrà avere nel mondo, vedo una folla innumerevole di uomini uguali, intenti solo a procurarsi piaceri piccoli e volgari, con i quali

PAGE 5

13 T. Hobbes, Leviatano, cit. 14

A. de Tocqueville, La democrazia in America, a cura di G. Candeloro, Milano, Rizzoli, 1999

soddisfare i loro desideri. Ognuno di essi, tenendosi da parte, è quasi estraneo al destino di tutti gli

altri [...] Al di sopra di essi si eleva un potere immenso e tutorale, che solo si incarica di assicurare i

loro beni e di vegliare sulla loro sorte. E’ assoluto, particolareggiato, regolare, previdente e mite [...]

Lavora volentieri al loro benessere, ma vuole esserne l’unico agente e regolatore; provvede alla loro sicurezza e ad assicurare i loro bisogni, facilita i loro piaceri, tratta i loro principali affari, dirige le

loro industrie, regola le loro successioni, divide le loro eredità; non potrebbe esso togliere interamente

loro la fatica di pensare e la pena di vivere?.15

Non solo analisi del potere, Alexis de Tocqueville ipotizza anche un antidoto

intrinsecamente biopolitico: associazionismo e partecipazione attiva oltre le istituzioni

statali.

Ritroviamo una simile critica al paternalismo in tutto il filone liberale, primo fra tutti in John

Stuart Mill.16 Tuttavia, se da un lato dobbiamo riconoscere che ogni teoria dello Stato Minimo ha

sicuramente svolto un ruolo fondamentale nei processi di crisi dello Stato nazione e della

sovranità statale, dobbiamo anche evidenziare il loro limite fondamentale nella pretesa di

risolvere il problema postulando l’esistenza di una mano invisibile in grado di regolare in

autonomia i meccanismi dell’economia. Le teorie liberali rifiutano lo Stato e la sua vocazione

paternalista, ma assegnano di fatto un medesimo ruolo pastorale al mercato, dimenticando

peraltro di precisare che non si tratta di un’entità astratta, ma che è esso stesso un ambito di

relazione in cui sono in gioco differenti soggetti economici con differenti interessi, spesso

contrastanti tra loro. I pensatori di questa corrente trascurano inoltre che il un meccanismo di

regolazione della mano invisibile assomiglia molto al Grande Fratello di Tocqueville, che non è

di per se meno paternalista di un organismo pubblico, ma semplicemente meno interessato al

benessere di chi non ha sufficiente potere per esercitare influenza a sua volta.

PAGE 5

15 Ivi, pp. 733 16

Cfr. J.S. Mill, Saggio sulla libertà, trad. S. Magistretti, Milano, Il Saggiatore, 2009

Hegel sarebbe probabilmente d’accordo con questa analisi, considerando che il massimo

teorico giustificazionista dello Stato prussiano non ha potuto non notare gli enormi squilibri che

realmente produce la politica del lasseiz-faire nella società civile, per poi però proporre a sua

volta un modello fatto di istituti di polizia e corporazioni.17 Non c’è libertà fuori dallo Stato, ma

neanche molta dentro a dire il vero: uno Stato insieme disciplinare, pastorale, poliziesco e

totalitario. La figura di Hegel è abbastanza emblematica delle contraddizioni derivanti dalle

tensioni del tempo che cambia: come Hobbes si propone di trovare una giustificazione e un

fondamento ad un’autorità statale assoluta e antidemocratica, ma cerca di superare la

rappresentanza moderna con istituti organici alla sovranità statale che risultano però retrogradi,

antiquati e in piena crisi. Tuttavia si potrebbe leggere in questi istituti anacronistici uno spunto

per le più raffinate e contemporanee istituzioni disciplinari di cui parla Foucault, anch’esse di

fatto legate alla sfera pubblica del potere e con lo stesso compito ordinatore della società civile.

4) Le concezioni marxiane e marxiste

Impossibile proseguire la contestualizzazione della visione del potere di Foucault senza fare

i conti con un altro autore che per primo fece esplodere le contraddizioni di Hegel: Karl Marx.

Per Marx lo Stato è la forma di organizzazione della classe borghese per opprimere e sfruttare la

classe operaia.18 La visione della società è fondamentalmente bipartita e questa, se vogliamo, è

una delle caratteristiche marxiane che più stridono con la concezione microfisica: la politica è

PAGE 5

17 Cfr. G.W.F. Hegel, Lineamenti di filosofia del Diritto. Diritto naturale e scienza dello Stato, trad. it. V. Cicero, Milano, Bompiani, 2006 18

Cfr. K. Marx, F. Engels, Manifesto del partito comunista, trad. it. D. Losurdo Roma-Bari, Laterza, 2013

lotta di classe, lotta tra due poteri antagonisti e tuttavia presupposti l’uno all’altro, in cerca di

massimizzazione del profitto da un lato e liberazione dall’altro.

Interessante a proposito di questo studio notare che anche Marx riconosce il limite storico

della forma Stato: inizialmente (e ora sappiamo erroneamente) aveva stabilito un nesso

necessario tra crisi economica liberista e rivoluzione.19 Aveva immaginato una prima fase

rivoluzionaria segnata dalla dittatura del proletariato, ma in questo caso è importante focalizzarsi

sulla necessità dell’abolizione della dicotomia hegeliana tra società civile e stato politico, e con

essa dello Stato vero e proprio. L’unico potere politico rimanente sarà quello intrinseco ai

rapporti sociali. Senza forzare la continuità tra Marx e Foucault, appare evidente che questo

passaggio non è affatto trascurabile. Come ricorda un autore come Bernini, peraltro molto più

attento agli aspetti di discontinuità e critica, Foucault è debitore di Marx proprio dal punto di

vista della necessità di calare i meccanismi di potere nel corpo sociale a partire dal tema delle

diseguaglianze sociali e non di relegarli nell’iperuranio del diritto dei diritti politici.20 La stessa

impostazione metodologica del discorso storico-politico al posto di quello filosofico giuridico ha

un evidente nesso col materialismo storico e dialettico di Marx e non è altro che la necessità di

leggere i processi storici e sociali con la chiave interpretativa del concetto di potere, contro ogni

legittimazione o naturalizzazione della sovranità. Evidentemente la dimensione del potere

costituente poi, è un’altro aspetto fondamentale che trova una maturazione tra Marx e Foucault.

Lo sfruttamento della fabbrica capitalista crea e omologa la classe sfruttata degli operai (stando

attenti alla complicazione per cui ne ha anche un bisogno originario): in qualche modo

soggettiva e costituisce la classe di cui ha bisogno. «La produzione di capitalisti e di operai

salariati è dunque un prodotto fondamentale del processo di valorizzazione del capitale»,

PAGE 5

19 Cfr. K. Marx, Critica al programma di Gotha, trad. P. Togliatti, Roma, Editori Riuniti, 1990 20

L. Bernini, Le pecore e il pastore. Critica, politica, etica nel pensiero di Michel Foucault, Napoli, Liguori, 2008,

pp. 7-13

leggiamo nei manoscritti dei Grundrisse.21 Addirittura alcune pagine dei Manoscritti, come

evidenzia Sandro Mezzadra nel saggio Nei cantieri marxiani22, parlano di un comunismo del

capitale, cioè della capacità di quest’ultimo di distendere sul terreno della produzione del’umano

i circuiti della propria valorizzazione:

La coltivazione di tutte le qualità dell’uomo sociale e la sua produzione come uomo per quanto è

possibile ricco di bisogni perchè ricco di qualità e di relazioni; ossia la sua produzione come prodotto per quanto possibile totale e universale della società…:tutto ciò è anch’esso una condizione della

produzione basata sul capitale.23

Nel comune e nella cooperazione produttiva Marx identificherà la possibilità della

soggettivazione contro, dell’eccedenza rivoluzionaria. Non è un caso che una delle istituzioni

disciplinari di Foucault sia proprio la fabbrica, in quanto luogo di riproduzione sociale, di

riedizione di ruoli docili e di normalizzazione sociale. Bisogna aggiungere che da questo punto

di vista la fabbrica non è diversa da una scuola, da un ospedale, dal un carcere e in generale da

tutta l’architettura di una città organizzata secondo spazi funzionali. Qui sicuramente troviamo le

tracce della corrente di ispirazione marxiana dell’operaismo, per cui la fabbrica esce dai cancelli

e diventa un modello di organizzazione sociale e produttiva che abbraccia l’intera città.

Per Marx (come poi sarà per Foucault) il capitale non è una cosa, ma un sistema di poteri

insito nella relazione e prima ancora di preoccuparsi dei valori dei beni di commercio si

concentra sulla gestione della vita, dei corpi e delle loro forze. Lo stesso denaro e la stessa merce

che strutturano la formula costitutiva del capitale sono descritti non come semplici categorie

PAGE 5

21

K. Marx, Gründrisse. Lineamenti fondamentali della critica dell'economia politica, cit., p. 496 22

Cfr. S. Mezzadra, Nei cantieri marxiani. Il soggetto e la sua produzione, Roma, Manifestolibri, 2014, p.92 23 K.Marx, Gründrisse. Lineamenti fondamentali della critica dell'economia politica, cit. pp. 10-11

sociali, ma come criteri di strutturazione dei rapporti sociali. Per Marx, inoltre, dentro a questo

contesto, l’eccedenza rivoluzionaria è quella del ‹‹lavoro vivo››. Se da un lato è dunque

significativa l’immagine proposta da Bernini di Foucault come un Socrate che pungola Marx

con problemi nuovi24, legati alla contemporaneità, l’autore francese è pure un critico spietato dei

marxisti:

Marx per me non esiste. Voglio dire questa specie d’entità che s’è costruita attorno a un nome proprio

[...] si ha pure il diritto di ‘accademicizzare’ Marx, ma è misconoscere la rottura che ha prodotto.25

Tra i marxisti, uno dei principali obiettivi polemici sarà il suo iniziale maestro Althusser.

Sarebbe tuttavia ingiusto pensare che la rilettura di Marx di quest’ultimo in chiave umanistica e

gramsciana, per cui di fianco all’apparato repressivo dello Stato esistono anche gli AIS, gli

Apparati Ideologici di Stato, non abbia influenzato le analisi sulle istituzioni disciplinari nel

pensiero di Foucault.26 In questo senso anche l’identificazione degli AIS come luogo di lotta di

classe, che prescinde dalla presa del Palazzo d’Inverno, assomiglia molto all’indicazione

strategica della costruzione di resistenze diffuse.

Si è qui cercato di mostrare come esista una processualità nella storia del pensiero filosofico

in cui seppur tra salti e rotture tutti i pensatori si iscrivono come uomini del proprio tempo. È

indubbio che il processo di maturazione dei contesti sociali, politici e economici ha prima

PAGE 5

24

L. Bernini, Le pecore e il pastore. Critica, politica, etica nel pensiero di Michel Foucault, cit., p. 9 25

M. Foucault, «Domande a Michel Foucault sulla geografia», in Microfisica del potere. Interventi politici, a cura di A. Fontana, P. Pasquino, Torino, Einaudi, p. 159 26

Cfr. L. Althusser, «Ideologia e apparati ideologici di Stato», in Freud e Lacan, a cura di C. Mancina, Roma, Editori Riuniti, 1981, pp. 65-123

supportato e poi misconosciuto le basi per la teorizzazione e la pensabilità del Leviatano27.

Hobbes e Foucault in questo contesto sono stati scelti tra gli altri come autori agli antipodi del

paradigma della sovranità e della modernità.

Capitolo II

Foucault critico di Hobbes

1) L’orologio del Leviatano

Una delle caratteristiche più evidenti del Leviatano28 di Hobbes è la sua immortalità.

L’assolutezza della sua natura arriva a eliminare i confini temporali e annichilire la pensabilità

PAGE 5

27

T. Hobbes, Leviatano, cit. 28 T. Hobbes, Leviatano, cit.

stessa di tensioni che ne comportino il termine. La dimensione temporale del Levitano29 è un

perenne presente. Hobbes scrive in un’epoca storica assai turbolenta, quella della guerra dei

trent’anni e quella della guerra civile inglese. Non possiamo che individuare nel Leviatano30 la

ricerca di una soluzione. L’operazione del filosofo inglese sta nell’universalizzare un modello di

convivenza politica come risposta alla guerra specifica del suo tempo.

Come scrive Mauro Farnesi Camellone nel suo saggio ‹‹L’orologio del Leviatano.Il tempo

vuoto dell’obbedienza›31 il Leviatano32 è una vera e propria macchina del tempo:

La crucialità del nesso temporalità-politica si esplicita in Hobbes attraverso la necessità di costruire lo

spazio politico come luogo dell’assoluta prevedibilità e garanzia dell’attimo vitale successivo, cioè di

un presente integralmente omogeneo, un continuum chiuso all’irruzione del mutamento politico.33

E ancora: ‹‹La costruzione hobbesiana ha il compito primario di normalizzare l’incertezza

nell’avvenire››34.

PAGE 5

29

Cit. 30

Cit. 31

M.F. Camellone, ‹‹L’orologio del Leviatano. Il tempo vuoto dell’obbedienza››, in L. Bernini, M.F. Camellone, N. Marcucci, La sovranità scomposta. Sull’attualità del Leviatano, Milano-Udine, Mimesis, 2011, pp. 89-120 32

T. Hobbes, Leviatano, cit. 33

M.F. Camellone, ‹‹L’orologio del Leviatano. Il tempo vuoto dell’obbedienza››, cit., p. 90 34

Ibidem

Hobbes è riuscito a rendere davvero immortale il suo Leviatano35? A proteggerlo dal

mutamento? E’ noto che i contrattualisti non hanno mai avuto l’intento di descrivere il mondo,

ma di tratteggiarne il funzionamento ideale. Non deve quindi troppo stupire che sia proprio il

carattere immortale del Leviatano ad essere la caratteristica che per prima lo rende inattuabile e

ne riduce la pretesa stessa di assolutezza. Già mentre Thomas Hobbes scrive nel 1600, la

teorizzazione di altri modelli di contratto possibili e di loro differenti esiti è il primo evidente

limite all’unicità del paradigma contrattualista. E’ proprio sul terreno dello stesso spazio politico

e dei dispositivi categoriali di Hobbes (quelli tipici dello Sato) che hanno combattuto, e hanno

vinto, autori come Locke, Montesquieu e Kant, promuovendo l’articolazione funzionale interna

contro la monoliticità del potere. La tradizione del costituzionalismo, poi, non si è limitata alla

divisione dei poteri, ma si è sforzata di porre degli argini invalicabili alla sovranità. L’evoluzione

dello stato borghese darà loro ragione. Le teorie dialettiche inoltre, da Hegel a Marx,

mostreranno impietosamente le contraddizioni insite nel modello dello Stato, deducendone il

superamento e l’estinzione.

Ad ogni modo, quel che è importante sottolineare è che la morte del Leviatano36 prima ancora

che sul piano della disputa teorica si è consumata su quello della storia, e più precisamente a

partire dall’evoluzione dell’economia. Come ci ricorda Carlo Galli, nel suo saggio ‹‹All’insegna

del Leviatano. Potenza e destino del progetto politico moderno››37, l’economia

dopo essersi sviluppata nello spazio interno -sicuro, razionale, pacificato - della statualità è esplosa

nei propri vettori potenzialmente globali e ha travolto, nel proprio disordine, controlli e istituzioni, confini e barriere […] Il capitalismo ha inteso sbarazzarsi dello Stato […]: i predatori hanno sbranato

PAGE 5

35

T. Hobbes, Leviatano, cit. 36

Cit. 37

C. Galli, ‹‹ All’insegna del Leviatano. Potenza e destino del progetto politico moderno››, in T. Hobbes, Leviatano, Milano, Rizzoli, 2012, pp. V-L

la balena, ipotizzando una politica senza istituzioni [...] oppure hanno preteso che perdesse la propria

potenza e autonomia e si trasformasse in un pesce pilota, docile accompagnatore di interessi privati.

Si è preteso di prendere all’amo il Leviatano, sancendone così la morte.38

Si è arrivati così a cogliere la necessità di ‹‹pensare la politica otre il Leviatano››39, per dirla con

Galli.

2) Foucault oltre Hobbes; dalla thanato alla bio politica

Molto utile ai fini di questa operazione è assumere la prospettiva di un autore agli antipodi

teorici rispetto a Hobbes: Michel Foucault. Non si tratta qui di un semplice ribaltamento del

contrattualismo hobbesiano, ma di un suo radicale superamento. Questa è la tesi che Lorenzo

Bernini propone nel suo Le pecore e il Pastore. Critica, politica, etica nel pensiero di Michel

Foucault 40: non si tratta di sostituire il sovrano, ma di decapitarlo.

La decapitazione del sovrano si basa sulla decostruzione dei concetti di diritti umani e diritti

naturali, che sono serviti a tutte le correnti di pensiero moderne per giustificare la sovranità

statale. Foucault rifiuta ogni attributo di naturalità per i diritti, che secondo lui sono del tutto

artificiali, così come gli uomini che ne sono soggetti, in virtù della natura costituente del nesso

potere-sapere. La critica al concetto di diritti naturali rientra infatti in una critica più ampia al

concetto di natura umana. E’ evidente che per la costruzione di Hobbes è necessario postulare a

PAGE 5

38

Ivi, pp. XLVIII-XLIX 39

Ibidem 40

L. Bernini, Le pecore e il pastore. Critica, politica, etica nel pensiero di Michel Foucault, cit., pp. 102-128

monte del patto l’esistenza di uomini con bisogni e paure naturali: è in virtù di questa natura che

si giustifica l’alienazione totale di diritti e poteri in favore del sovrano.

Non esiste possibilità di mediazione: il limite delle teorie riformiste è sempre stato quello di

colmare alcune lacune nella garanzia dei diritti umani, anziché dirigersi contro il potere sovrano

in sè. La loro esigenza è sempre stata quella di razionalizzare il governo a partire da nuove

esigenze economiche, dall’emersione del nuovo soggetto dominante della borghesia e dalla sua

affermazione del diritto di proprietà.

Il problema secondo Foucault è che la sovranità non è più una chiave di lettura funzionale per

capire i meccanismi di potere, ne serve una nuova in grado di cogliere la capacità attuale del

potere di prendere in carico i corpi e le vite dei singoli: serve decapitare il sovrano della teoria

politicaper riconoscere i nuovi poteri, o meglio biopoteri.

La principale critica al dispositivo leviatanico, e in generale ai modelli basati su contratto e

sovranità, emerge nel corso ‹‹Bisogna difendere la società››41 e si articola intorno a tre nodi

principali:

a. la concezione repressiva del potere è anacronistica, così come pure leggere in termini di

assoggettamento il rapporto con una soggettività postulata come preesistente al potere

stesso. Il potere è invece produttivo e costituente di una soggettività che insorge

all’interno del suo nesso col sapere, non a monte.

b. la sovranità va nella direzione dell’unità del potere e non permette di cogliere la natura

molteplice di differenti poteri diffusi.

c. lo scopo del lessico della sovranità è sempre stato quello di legittimare razionalmente il

potere (anche nelle prospettive di opposizione) e non di analizzarlo criticamente.

PAGE 5

41 M. Foucault, Bisogna difendere la società, Milano, Feltrinelli, 2009

In particolare, nella lezione del 4 Febbraio 197642, Foucault è particolarmente critico col testo

hobbesiano a cui imputa lo scopo teorico di voler eliminare la guerra, la violenza e il dominio

dalla genesi della sovranità statale. La sovranità di Hobbes, infatti, è una sovranità di istituzione,

che nasce da un patto stipulato per porre fine non tanto ad una guerra, ma ad uno stato di guerra

permanente che nello Stato trova la sua conclusione. La distinzione qui è quella con un tipo di

sovranità definito per acquisizione, conquistato in una vera e propria guerra, e che assume i

tratti del governo dispotico del padrone sui servi. L’operazione ideologica sta nel mascherare

come libera volontà una scelta compiuta per paura. Per Foucault quindi il Leviatano43, prima

ancora che un modello di Stato, è un dispositivo retorico che si propone di fondare il potere

sovrano su un patto stipulato volontariamente, nascondendone i rapporti di forza che vi stanno

alla base e ne sono costitutivi, negando il ruolo della guerra e della conquista nella genesi non

tanto di entità astratte e speculative, ma degli stati europei moderni e in particolare dello stato

inglese. Foucault vuole prendere definitivo congedo da una filosofia politica contraddistinta dal

moderno problema dell’ontologia e della giustificazione del sovrano.

La trasformazione decisiva che a partire dal diciannovesimo secolo ha investito i rapporti di

potere decreta lo spostamento del terreno di gioco dallo Stato al mercato. In questo campo è

normale che il sovrano venga definitivamente detronizzato dalla posizione panoptica che gli

assegna il frontespizio del Leviatano44, perchè egli non può ordinare in alcun modo le regole di

questo nuovo mondo.

E’ interessante notare come la decostruzione del sovrano vada di pari passo con la

decostruzione dell’individuo: da soggetto naturale di diritti cedibili o esigibili (a seconda delle

PAGE 5

42

M. Foucault, ‹‹Lezione del 4 febbraio 1976››, in M. Foucault, Bisogna difendere la società, Milano, Feltrinelli, 2009, pp. 84-103 43

T. Hobbes, Leviatano, cit. 44

Cit.

non sono stati rilasciati commenti
Questa è solo un'anteprima
3 pagine mostrate su 86 totali
Scarica il documento