Gabriele D'Annunzio: tra decadentismo e modernità - Tesina di Maturità
fabiana1987
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Gabriele D'Annunzio: tra decadentismo e modernità - Tesina di Maturità

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Tesina di Maturità su Gabriele D'Annunzio e il decadentismo . 
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Tesina interdisciplinare

Allievo: Accardi Eugenio Classe V

Istituto Tecnico Commerciale

Anno Scolastico 2010 – 2011

PAGE

INDICE

Italiano

IL DECADENTISMO L’espressione letteraria della crisi culturale in corso al principio del Novecento è il decadentismo, una tendenza che abbraccia due decenni dell’Ottocento e il primo quindicennio del Novecento. Il Decadentismo ebbe origine in Francia e si sviluppò in Europa tra gli anni Ottanta dell’Ottocento e il primo decennio del Novecento. Esso viene chiamato decadentismo in Italia, estetismo o modernismo in Inghilterra, simbolismo in Francia. Il termine “decadente” ebbe, in origine, un senso negativo; fu infatti rivolto contro alcuni poeti francesi (ad es. Rimbaud, Verlaine) che esprimevano lo smarrimento delle coscienze e la crisi di valori di fine Ottocento, sconvolto dalla rivoluzione industriale, dai conflitti di classe, da un progressivo scatenarsi degli imperialismi, dal decadere dei più nobili ideali romantici. Questi poeti avvertirono il fallimento del sogno più ambizioso del Positivismo: la persuasione che la scienza, distruggendo le “superstizioni” religiose, sarebbe riuscita a dare una spiegazione razionale ed esauriente del mistero della vita e avrebbe posto i fondamenti di una migliore convivenza degli uomini. Questi poeti non si offesero per questo appellativo, anzi se ne impadronirono e lo usarono, per ostentazione, come vessillo di battaglia, nel titolo di una rivista, “Le Décadent”, uscita nell’aprile del 1886. Il Decadentismo fu, prima di tutto, uno stato d’animo di perplessità smarrita, un sentimento di crisi esistenziale, che si è venuto progressivamente approfondendo nella prima metà del nostro secolo, travagliata da tragiche esperienze di guerre, dittature, rivoluzioni, e anche da scoperte scientifiche sconvolgenti. Due sono gli aspetti fondamentali della spiritualità decadentista: il sentimento della realtà come mistero e la scoperta di una nuova dimensione nello spirito umano, quella cioè, dell’inconscio, dell’istinto, concepita come anteriore e sostanzialmente superiore alla razionalità. La nuova spiritualità si riallaccia a due motivi essenziali del Romanticismo: il sentimento ossessivo del mistero e l’irrazionalismo. La ragione è decisamente ripudiata non più in nome del sentimento, ma delle forze oscure del subcosciente. Questa visione del mondo produce nell’arte una rivoluzione radicale, nel contenuto e nelle forme, che potremmo riassumere nei termini di simbolismo e misticismo estetico. Oggi il termine Decadentismo non ha più alcun significato negativo e dispregiativo, in quanto serve ad indicare, sul piano storico-culturale, la civiltà sorta dalla crisi del Positivismo. In Italia la parola ha finito per indicare tutta la letteratura e la civiltà del ‘900.

La poetica del Decadentismo Ammessa l’impossibilità di conoscere la realtà vera mediante l’esperienza, la ragione, la scienza, il decadente pensa che soltanto la poesia, per il suo carattere di intuizione irrazionale e immediata possa attingere il mistero, esprimere le rivelazioni dell'ignoto. Essa diviene dunque la più alta forma di conoscenza, l’atto vitale più importante; deve cogliere le arcane analogie che legano le cose, scoprire la realtà che si nasconde dietro le loro effimere apparenze, esprimere i presentimenti che affiorano dal fondo dell’anima. Per questo è concepita come pura illuminazione. Non rappresenta più immagini o sentimenti concreti, rinuncia al racconto, alla proclamazione di ideali; la parola non è usata come elemento del discorso logico, ma per l’impressione intima che suscita, per la sua virtù evocativa e suggestiva. Nasce così la poesia del frammento rapido e illuminante, denso, spesso, di una molteplicità di significati simbolici. La nuova poesia non si rivolge all’intelletto o al sentimento del lettore, ma alla profondità del suo inconscio, lo invita non a una lettura, ma a una partecipazione vitale immediata. Essa si propone di darci una consapevolezza più profonda del mistero. Da questi principi sono nate molte mode letterarie e anche di costume, a cominciare dal simbolismo, per continuare con l’estetismo (rappresentato, ad esempio, dal D’Annunzio). Sul piano artistico l’estetismo si traduce nella ricerca di raffinatezza esasperata ed estenuata. L’idea della superiorità assoluta dell’esperienza estetica induce l’artista a tentare di trasformare la vita stessa in opera d’arte, dedicandosi al culto della bellezza in assoluta libertà materiale e spirituale, in polemica contrapposizione con la volgarità del mondo borghese.

GABRIELE D’ANNUNZIO Poeta che adorava la bellezza e disprezzava tutto ciò che era brutto e senza significato, Gabriele D’Annunzio è stato per quaranta anni il dominatore della poesia in Italia. In seguito le nuove generazioni gli sono state ostili e hanno polemizzato con lui, eppure il suo contributo alla letteratura italiana è stato decisivo e se gli scrittori del Novecento si troveranno aperta la via della modernità, lo dovranno in parte al “vate” di Pescara e alla sua arte inquieta e contraddittoria.

LA VITA Gabriele D’Annunzio nasce a Pescara nel 1863, compie gli studi presso il collegio Cicognini di Prato e a soli 16 anni già pubblica i primi versi, raccolti in Primo vere. Già da ora concepisce il desiderio di un “vivere inimitabile” e di farsi un “nome grande”. Nel 1881 si trasferisce a Roma dove frequenta raramente l’Università ma partecipa alla vita mondana della capitale che racconta nelle brillanti cronache scritte per giornali e riviste. L’anno successivo, dopo una fuga romantica, sposa la duchessa Maria Hardouin di Gallese da cui avrà tre figli. Allaccia nel frattempo, però, altre avventure sentimentali e questi saranno gli anni di scandali, di lusso sfrenato, espressione di un’esistenza che vuole essere diversa da quella dei comuni borghesi. Nel 1889, il primo romanzo di D’Annunzio, Il Piacere, inaugura il Decadentismo in Italia. Intanto, però, le pressanti richieste dei creditori lo inducono a stabilirsi a Napoli. Mentre accoglie le novità del simbolismo europeo sposta la sua residenza a Francavilla. La vera svolta avviene nel 1895 quando D’Annunzio conosce l’attrice Eleonora Duse e pubblica sul Convito il romanzo Le Vergini delle rocce dove riecheggia il mito del superuomo. Nel 1898 concepisce la tragedia La città morta, prima di una serie di opere dedicate alla Duse. Con lei, nello stesso anno, si trasferisce nella villa “La Capponcina”. Anche la sua relazione con la Duse finisce, ma ne allaccia altre con donne diverse, e le grandi spese dovute dal suo bisogno del superfluo gli causano il sequestro della Capponcina. D’Annunzio, quindi, si ritira in esilio in Francia ma travolto di nuovo dai debiti è costretto a fare ritorno in Italia. Sostiene con infiammati discorsi l’intervento in guerra dell’Italia. Nonostante l’età, si arruola come volontario e prende parte ai combattimenti compiendo coraggiose imprese. Si batte in fanteria, compie incursioni aeree, perdendo anche un occhio, e va all’attacco delle navi austriache. Nell’agosto del 1918 vola su Vienna per lanciare manifesti tricolori sulla città. È l’ultima delle azioni che producono enorme impressione sull’Italia e nel mondo. Nel 1919 deluso dal trattato di pace, organizza una legione di volontari e in nome dell’Italia occupa con un colpo di mano la città istriana di Fiume. Qui istituisce un vero e proprio stato dove lui è il dittatore e che dura più di un anno, fino al Natale di sangue, quando viene sloggiato con la forza. Dal 1921 risiede nella casa-museo del Vittoriale, sul lago di Garda dove si spegne il 1 marzo 1938.

IDEOLOGIA E PERSONALITÀ D’Annunzio è, insieme con il Pascoli, il poeta più rappresentativo del Decadentismo italiano, almeno della prima parte; ma essi, pure essendo quasi contemporanei - appena otto anni separano D’Annunzio (1863) dal Pascoli (1865) - e pur muovendosi nell’ambito del Decadentismo, sono poeti, sotto molti aspetti, assai differenti. Anzitutto il Decadentismo del Pascoli fu più istintivo che consapevole, con scarse o inesistenti sollecitazioni e influenze esterne (ad eccezione del Poe e di Baudelaire, infatti, non pare che il Pascoli conoscesse altri testi del Decadentismo europeo); il Decadentismo del D’Annunzio fu invece frutto di scelte precise, operate nell’ambito delle più svariate tendenze del Decadentismo europeo, assimilate e padroneggiate per l’eccezionale disponibilità del suo spirito alla più varie e ardite esperienze di vita e di arte. È vero che D’Annunzio assimilò le tendenze più appariscenti e superficiali del Decadentismo europeo, come l’estetismo, il sensualismo, il vitalismo, il panismo, l’ulissismo (inteso però in senso dinamico, attivistico, come ricerca di esperienze sempre nuove ed eccezionali, e non in senso vittimistico, di perseguitato dal destino, come quello del Foscolo), ma ne ignorò il misticismo gnoseologico (ossia la concezione della poesia come strumento di conoscenza del mondo ultrasensibile) ed il dramma della solitudine umana e dell’angoscia esistenziale. Tuttavia, nonostante questo limite vistoso, egli non solo divenne parte integrante del movimento decadente

europeo, ma seppe creare un proprio stile di vita e di arte che va sotto il nome di «dannunzianesimo», un fenomeno culturale e di costume tanto diffuso che si può dire che all’Italia largamente carducciana della seconda metà dell’Ottocento, successe, tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento, un Italia altrettanto largamente dannunziana, nonostante l’accanita polemica degli oppositori e dei denigratori.

Gli aspetti più significativi del decadentismo dannunziano sono: 1. L’estetismo artistico (cioè la concezione della poesia e dell’arte come creazione di bellezza, in

assoluta libertà di motivi e di forme) sorto come reazione alle miserie e alle "volgarità" del verismo;

2. l’estetismo pratico, che ha un rapporto di analogia con l’estetismo artistico: anche la vita pratica deve essere realizzata in assoluta libertà, al di fuori e al di sopra di ogni legge e di ogni freno morale;

3. l’analisi narcisisticamente compiaciuta delle proprie sensazioni più rare, sofisticate, raffinate; 4. il gusto della parola, scelta più per il suo valore evocativo e musicale che per il suo significato

logico. Esso culmina nei capolavori dell’Alcyone; 5. il panismo, ossia la tendenza ad abbandonarsi alla vita dei sensi e dell’istinto, a dissolversi e ad

immedesimarsi con le forze e gli aspetti della natura, astri, mare, fiumi, alberi; a sentirsi, cioè, parte del Tutto, nella circolarità della vita cosmica.

Per dannunzianesimo s’intende il complesso degli atteggiamenti deteriori del D’Annunzio, che influenzarono la vita pratica, letteraria e politica degli italiani del suo tempo. Nella vita pratica D’Annunzio suscitò interesse e curiosità in certa aristocrazia e borghesia parassitaria e sfaccendata, e ne influenzò il costume con i suoi atteggiamenti estetizzanti, narcisistici, edonistici, immorali e superomistici. Nella vita letteraria con i suoi virtuosismi lessicali e stilistici diventò il modello di tanti poeti del suo tempo. Nella vita politica dapprima con la sua eloquenza fastosa di interventista e con le imprese eroiche e leggendarie di combattente, galvanizzò, entro certi limiti, l’Italia in guerra; poi con il gusto estetizzante dell’avventura e della ribellione all’autorità costituita (al tempo dell’impresa fiumana) influenzò il Fascismo, al quale il dannunzianesimo fornì gli schemi delle celebrazioni esteriori, dei discorsi reboanti e vuoti, dei messaggi e dei motti (ricordiamo il famoso Memento audere semper) l’uso del gagliardetto, la teatralità dei gesti e le pose istrionesche del capo. Ma il dannunzianesimo non fornì al Fascismo soltanto gli schemi esteriori, che, tutto sommato, potevano anche rimanere innocui: gli lasciò anche eredità più nefaste e brucianti, che vennero a far parte dell’habitus mentale fascista, come la mancanza di senso storico, il fastidio o il disprezzo per il lavoro umile, l’improvvisazione, la faciloneria, la sottovalutazione e il disprezzo degli avversari: tutti elementi che portarono l’Italia alla guerra e alla disfatta.

L’ESTETISMO E LA SUA CRISI L'esordio letterario di D’Annunzio avviene sotto il segno di due grandi scrittori: Carducci e Verga. Le prime liriche, Primo vere e Canto novo, si rifanno a Carducci, la raccolta TerraVergine al Verga. Oltre alla metrica barbara egli riprende di Carducci anche il senso della comunione con una natura solare e vitale. Ma questi temi sono portati al limite estremo in cui si presagisce il futuro panismo superomistico. Terra Vergine si rifà alla Vita dei Campi . Anche D’Annunzio presenta figure e paesaggi della sua terra, l'Abruzzo. Ma non vi è nulla dell'impersonalità verghiana, della lotta per la vita, del gusto documentario, della visione positivistica del Verismo. I versi degli anni Ottanta, l'Intermezzo di rime, l'Isotteo, la Chimera, sono il frutto della fase dell'estetismo dannunziano che si esprime nella formula "Il Verso è tutto". L'arte diventa il supremo valore, e ad essa devono essere subordinati tutti gli altri valori. In questa fase D’Annunzio crea la figura dell'esteta, dell'uomo superiore che si rifugia dalla mediocrità borghese. Questo personaggio

è una risposta ideologica ai processi sociali in atto nell'Italia dopo l'unità, che tendevano ad emarginare l'artista togliendogli quella posizione privilegiata di cui aveva goduto nelle epoche precedenti. Ben presto però il D’Annunzio si rende conto dell'intima debolezza dell'esteta che non sa realmente opporsi alla borghesia in ascesa: il suo isolamento, lungi dall'essere un privilegio, diventa sterilità e impotenza. L'estetismo entra quindi in crisi.

I ROMANZI Sull’esempio dei romanzi ciclici dell’Ottocento (si pensi al “Ciclo dei Vinti” verghiano), D’Annunzio si propose di scrivere un ciclo di romanzi, suddiviso in tre trilogie, ciascuna denominata dal nome di un fiore – la rosa, il giglio, il melograno – a simboleggiare le tappe evolutive del suo spirito dalla schiavitù delle passioni alla vittoria su di esse; i protagonisti dei romanzi, infatti, non sono altro che la proiezione sul piano narrativo dello stesso D’Annunzio. Il primo romanzo scritto da D’Annunzio è il Piacere. Esso faceva parte della trilogia della rosa, fiore simbolo di voluttà e della passione invincibile. Al centro dell'opera vi è la figura dell'esteta Andrea Sperelli, il quale non è altro che un doppio dell’autore che proietta in questo personaggio la sua crisi e il senso d'insoddisfazione. Questa crisi trova la sua cartina di tornasole nel rapporto con la donna. L'eroe è diviso tra due donne, Elena Muti, la donna fatale che incarna l'erotismo passionale e Maria Ferres, che rappresenta la possibilità di riscatto e di elevazione spirituale. Alla fine Andrea rimane solo e disperato. D’Annunzio riprende alcuni motivi del pensiero di Nietzsche: il rifiuto del conformismo borghese, dell'etica della pietà e dell'altruismo, l'esaltazione dello spirito dionisiaco, della volontà di potenza. Egli accentua questi motivi con un carattere antiborghese, aristocratico. L'autore vagheggia un'aristocrazia capace di elevarsi a forme superiori di vita attraverso il culto del bello. Il motivo del superuomo è quindi interpretato da D’Annunzio nel senso del diritto di alcuni esseri eccezionali di imporre la propria volontà sprezzando le leggi comuni del bene e del male. Il Trionfo della morte, ultimo romanzo della trilogia della rosa, rappresenta questa fase di transizione. L'eroe, Giorgio Aurispa, è un esteta simile ad Andrea Sperelli. Travagliato da una malattia interiore va alla ricerca di un nuovo senso della vita. Questa ricerca lo porta a riscoprire le radici della sua stirpe: insieme con la donna amata si ritira in un villaggio abruzzese, dove riscopre il volto primordiale della sua gente, le credenze magico-superstiziose, il fanatismo religioso esaltato. Di fronte a questo mondo barbaro e primitivo il raffinato esteta appare disgustato e rifiutato. Egli trova una soluzione nello spirito dionisiaco di un'immersione nella pienezza della vita, ma l'eroe non è ancora pronto a realizzare questo progetto: si oppongono le forze oscure della sua psiche, prevalgono sulla volontà di una vita gioiosa e piena le forze negative della morte. Alla fine l'eroe si ucciderà, trascinando con sé la “Nemica” (la donna amata, Ippolita Sanzio). Il suicidio di Giorgio Aurispa è come il sacrificio rituale che libera D’Annunzio dal peso delle problematiche negative sino a quel momento affrontate. Della progettata trilogia del giglio, fiore simbolo della passione che si purifica, d’Annunzio scrisse solo il primo romanzo, Le Vergini delle rocce (1896). Claudio Cantelmo, il primo superuomo della narrativa dannunziana, è disgustato dall'epoca in cui gli tocca vivere, afflitto com'è dalla folla, dai commerci e dall'operosità che minacciano la civiltà. Dovunque si sente rattristato e accerchiato dall'affarismo e dall'utilitarismo. Sogna di procreare un individuo che, capace di ridurre all'obbedienza il popolo, sappia restaurare l'antico ordine distrutto. Ritorna a Rebursa, "paese dalle vertebre di roccia", tenero e amato teatro della sua infanzia. Raggiunge la vicina Trigento, dove vive, nell'avvilita nostalgia del proprio passato, un principe borbonico decaduto, Luzio Capece Montaga. Claudio ha modo di incontrare i due figli del principe Luzio, Antonello e Oddo, adorati amici di infanzia, sopraffatti, soprattutto il primo, dalla desolazione e dallo sconforto; ma soprattutto ha modo di ammirare Massimilla, Anatolia e Violante, le tre belle e nubili figlie del principe. Claudio vorrebbe idealmente sposare tutte e tre le sorelle. Dovendo operare una scelta, Claudio rimane incerto fino alla fine. Il lettore non conoscerà il nome della principessa prescelta, quella la cui unione col protagonista permetterà di generare il superuomo, capace di riscattare la patria dalla barbarie. Nel 1910 viene pubblicato Forse che sì forse che no, in cui finalmente si realizza la volontà eroica del protagonista. D’Annunzio si presenta come celebratore di un simbolo della realtà moderna,

dinamica e aggressiva, la macchina. Romanzo ambientato nel mondo dell'aviazione che muoveva, al tempo, i primi passi, descrive lo sviluppo di passioni che legano e dividono cinque personaggi borghesi e che sono fatalmente destinate a lasciare una "scia" di dolore e morte. La vicenda verte sulla nascita di una violenta passione amorosa tra Paolo Tarsis e Isabella. Nel retroscena si intrecciano le vicende di Vana e Lunetta, sorelle di Isabella, e di Aldo, fratello delle tre. La dolorosa scoperta della storia d'amore tra Paolo e Isabella da parte di Aldo e Vana causa una precipitosa caduta verso tendenze suicide: Aldo e Vana tentano insieme il suicidio sporgendosi da una muraglia diroccata. Vana è infatti innamorata di Paolo, ma Isabella, pur consapevole di questo amore, continua la sua storia con Paolo. In un primo momento non si colgono le motivazioni di Aldo, emerge poi verso la fine del romanzo che egli intrattiene relazioni sessuali con la sorella Isabella. Vana si reca da Paolo per svelare la relazione sussistente tra il fratello e la sorella maggiore. Paolo, furente, aspetta l'arrivo di Isabella sulla quale sfoga la sua ira, percuotendola e insultandola mentre la sorella Vana rientra in casa e si suicida. Inizia da questo momento la progressiva crisi di Isabella, personaggio finora molto sicuro e determinato, che sfocia in una follia inarrestabile, al punto che il padre e la matrigna di Isabella sono costretti a ricoverarla in un istituto senza che Paolo riesca a trovare una soluzione alternativa.

LE OPERE DRAMMATICHE L'ideologia superomistica ha un peso determinante nell'approdo di D’Annunzio al teatro, che avviene a partire dal 1896 con la Città morta . Il teatro viene inteso come potente strumento per la diffusione del verbo superomistico. La drammaturgia dannunziana si allontana però dal teatro borghese e realistico che raffigurava fedelmente la vita quotidiana, egli ambisce ad un teatro di poesia che trasfiguri e sublimi la realtà e metta in scena personaggi d'eccezione. Per giudizio concorde della critica il capolavoro del teatro dannunziano è La figlia di Iorio (1904), una tragedia pastorale. La vicenda è ambientata in un Abruzzo rurale e patriarcale, ma senza ulteriori connotazioni di spazio o di tempo. Nella casa di Lazaro e della moglie Candia si attende alla preparazione della festa di nozze del figlio Aligi, pastore, con la giovane Vienda. Le tre sorelle di Aligi lavorano agli arredi e alle vesti per il matrimonio, mentre la madre benedice gli sposi, riceve e accoglie i parenti che giungono con i doni nuziali. Questo quadro di serenità agreste, è inaspettatamente turbato dall'ingresso di una giovane sconosciuta che cerca scampo e riparo da un gruppo di pastori ubriachi che intendono abusare di lei. La giovane donna è Mila di Codra, figlia del mago Iorio, anch'essa sospetta di stregoneria. I mietitori ubriachi reclamano a gran voce la giovane donna, mentre Aligi, dapprima pronto a scacciare Mila, la trattiene presso dì sé. A questo punto appare Lazaro, il padre di Aligi, reduce insanguinato dalla rissa per il possesso di Mila. E mentre quest'ultima fugge inosservata, Aligi va a rifugiarsi in montagna. In seguito Aligi, pur avendo già celebrato il matrimonio con Vienda, accoglie Mila nella grotta sulla montagna e divide con lei il primitivo alloggio in una comunione puramente spirituale. Ma Aligi, ormai innamorato di lei, manifesta la volontà di recarsi a Roma per chiedere al papa lo scioglimento del vincolo matrimoniale. Mentre Aligi si allontana, la lampada, accesa nella grotta di fronte a una Madonna scolpita nel legno dallo stesso Aligi, sembra spegnersi per mancanza d'olio. Poiché ciò sarebbe infausto e profanatorio, Mila corre disperata fuori dalla grotta per chiedere dell'olio a una passante, che subito si rivela Ornella, sorella di Aligi. Quest'ultima, chiede a Mila di lasciare il fratello e di andare via. Uscita Ornella e rientrato Aligi, sopraggiunge il padre, Lazaro, il quale fa legare e portare via da alcuni uomini il figlio per tentare di violentare Mila. Aligi, slegato dalla stessa Ornella, interviene a difendere Mila uccidendo il padre con un colpo d'ascia. Per questo, secondo le regole della comunità pastorale, è condannato alla morte atroce che spetta ai parricidi: dapprima gli verrà staccata la mano "colpevole", poi verrà messo in un sacco con un mastino e, infine, gettato nel fiume. Prima, però, l'omicida dovrà essere condotto a casa per ricevere il perdono della madre. A questo punto interviene Mila che, dichiarando di avere ammaliato con una stregoneria il povero Aligi, lo discolpa e lo libera dall'atroce punizione. Così, toccherà a Mila essere condotta al rogo per stregoneria; e mentre Ornella, che sa dell'innocenza di Mila, le grida «Mila, Mila, sorella in Gesù, io ti bacio i tuoi piedi che vanno! Il Paradiso è per te», la figlia di Iorio si immola per Aligi, andando incontro alle fiamme con la speranza di una finale purificazione («La

fiamma è bella», urlerà, «la fiamma è bella!» ). Tragedia di immediato e indiscusso successo, La figlia di Iorio è stata per lunghissimo tempo considerata l'unica opera teatrale di D'Annunzio veramente riuscita; ciò fu dovuto all'apparente semplicità e popolarità della storia che implica, a tratti, una rappresentazione quasi verista.

LE LAUDI Nel campo della lirica D’Annunzio vuole affidare la summa della sua visione a sette libri di Laudi del cielo del mare della terra e degli eroi: un progetto di celebrazione totale, che esaurisca tutto il reale. Nel 1903 erano terminati e pubblicati i primi tre, Maia, Elettra, Alcyone (gli ultimi due volumi portano già la data editoriale del 1904: i titoli derivano dai nomi delle Pleiadi). Ma anche questa costruzione rimane incompiuta. Un quarto libro, Merope, viene messo insieme nel 1912, raccogliendo le Canzoni delle gesta d’oltremare, dedicate all’impresa coloniale in Libia. Postumo fu poi aggiunto un quinto libro, Asterope, che comprende le poesie ispirate alla prima guerra mondiale. Gli ultimi due libri, pur annunciati, non vennero mai scritti. Il primo libro, Maia, non è una raccolta di liriche, ma un lungo poema unitario di oltre ottomila versi. L’opera presenta subito un’evidente novità formale: D’Annunzio non segue più gli schemi della metrica tradizionale né quelli della metrica barbara, ma adotta il verso libero: si susseguono senza ordine preciso i tipi di versi più vari, dal novenario al quinario, con rime ricorrenti senza schema fisso. Il fluire libero, irruente e concitato del verso risponde al carattere intrinseco del poema, che si presenta come carme ispirato, profetico, pervaso di slancio dionisiaco e vitalistico (il sottotitolo è infatti Laus vitae, Lode della vita). L’intento di D’Annunzio è quello del poema totale, che dia voce alla sua ambizione “panica” a raccogliere tutte le infinite e diverse forme della vita e del mondo (in greco pan significa tutto). Ne deriva un discorso poetico tenuto su tonalità costantemente enfatiche e declamatorie, gonfie e ridondanti. Il poema è la trasfigurazione mitica di un viaggio in Grecia realmente compiuto da D’Annunzio nel 1895. L’io protagonista si presenta come eroe “ulisside”, proteso verso tutte le più multiformi esperienze, pronto a sprezzare ogni limite e divieto pur di raggiungere le sue mete. Il viaggio nell’Ellade è l’immersione in un passato mitico, alla ricerca di un vivere sublime, divino, all’insegna della forza e della bellezza. Dopo questa iniziazione il protagonista si reimmerge nella realtà moderna, nelle “città terribili”, le metropoli industriali orrende ma brulicanti di nuove, immense potenzialità vitali. Il mito classico vale a trasfigurare questo presente, riscattandolo dal suo squallore. Il passato modella su di sé il futuro da costruire. Per questo l’orrore della civiltà industriale si trasforma in nuova forza e bellezza, equivalente a quella dell’Ellade, ed i “mostri” del presente divengono luminose entità mitiche. Il poeta arriva così ad inneggiare ad aspetti tipici della modernità quali il capitale, la finanza internazionale, i capitani d’industria, le macchine, poiché esse racchiudono in sé possenti energie, che possono essere indirizzate a fini feroci ed imperiali. Dopo la fuga estetizzante nella bellezza del passato, D’Annunzio aveva affidato all’intellettuale-superuomo il compito di intervenire attivamente nella realtà, aprendo la strada a una nuova èlite aristocratica, facendo rivivere la bellezza e l’eroismo del passato in un nuovo Rinascimento e cancellando così un presente infame. La contrapposizione alla realtà moderna era ancora violenta, radicale. Ora, con Maia, si ha una svolta di centottanta gradi: nel mondo moderno D’Annunzio scopre una segreta bellezza, un nuovo sublime, l’epica delle grandi imprese industriali e finanziarie. Ma, come dietro al vitalismo del superuomo si scorge pur sempre l’attrazione morbosa per il disfacimento e la morte, così dietro a questa celebrazione dell’epica eroica della modernità è facile intravedere la paura e l’orrore del letterato umanista dinanzi alla realtà industriale che tende ad emarginarlo o a farlo scomparire del tutto. Nel secondo libro, Elettra, l’impianto mitico, le ambizioni filosofiche e profetiche lasciano il posto all’oratoria della propaganda politica diretta. La struttura ideologica del libro ricalca quella di Maia. Anche qui vi è un polo positivo, rappresentato da un passato e da un futuro di gloria e di bellezza, che si contrappongono ad un polo negativo, un presente da riscattare. Una parte cospicua del volume è costituita da una serie delle liriche sulle Città del silenzio. Sono le antiche città italiane, ora lasciate ai margini della vita moderna, che conservano il ricordo di un passato di

grandezza guerriera e di bellezza artistica: quel passato su cui si dovrà modellare il futuro. Medio Evo e Rinascimento italiani sono dunque l’equivalente funzionale dell’Ellade classica in Maia. Costante è anche la celebrazione della romanità in chiave eroica, che si fonde con quella del Risorgimento (La notte di Caprera, dedicata a Garibaldi). Cantando questo passato glorioso, D’Annunzio si propone esplicitamente, non più dietro allusioni mitiche, come vate di futuri destini imperiali, coloniali e guerreschi dell’Italia. Il terzo libro delle Laudi, Alcyone, è apparentemente molto lontano dagli altri due. Al discorso politico, celebrativo, polemico e profetico, si sostituisce il tema lirico della fusione panica con la natura; al motivo dell’azione energica, un atteggiamento di evasione e contemplazione. Il libro è come il diario ideale di una vacanza estiva, dai colli fiesolani alle coste tirreniche tra la Marina di Pisa e la Versilia: le liriche si ordinano quindi in un disegno organico, che segue la parabola della stagione, dal commiato piovoso della primavera al lento declino di settembre. La stagione estiva è vista come la più propizia ad eccitare il godimento sensuale, a consentire la pienezza vitalistica: l’io del poeta si fonde col fluire della vita del Tutto (si ricordi il significato del greco pan, che era anche il nome di una divinità agreste, in cui si incarnava la potenza della natura), si identifica con le varie presenza naturali, animali, vegetali, minerali, trasfigurandosi e potenziandosi all’infinito in questa fusione ad attingendo ad una condizione divina. Sul piano formale, alla turgidezza enfatica di Maia e alla rimbombante retorica di Elettra succede una ricerca di sottile musicalità, che tende a dissolvere la parola in sostanza fonica e melodica, con l’impiego di un linguaggio analogico, che si fonda su un gioco continuo di immagini tra loro rispondenti. Per questo Alcyone è la raccolta poetica che è stata più celebrata dalla critica, specie da quella di orientamento idealistico, legata al gusto della lirica novecentesca: è stata vista quale poesia “pura”, sgombra dal peso dell’ideologia superomistica e delle sue finalità pratiche, immune dalla retorica e dall’artificio, rispondente al nucleo più genuino dell’ispirazione del poeta, il rapporto sensuale con la natura. In realtà Alcyone si inserisce perfettamente nel disegno ideologico complessivo delle Laudi. L’esperienza panica cantata dal poeta, lungi dall’essere “pura” di ideologia, non è che una manifestazione del superomismo: solo al superuomo, creatura d’eccezione, è concesso di “trasumanare”, di “indiarsi” (avvicinarsi a Dio) al contatto con la natura, attingendo ad una vita superiore, al di là di ogni limite umano; e il gioco straordinario delle immagini, la trasfigurazione musicale della parola sono resi possibili, nella visione dannunziana, solo da una sensibilità privilegiata, più che umana. Solo la parola magica del poeta-superuomo può cogliere ed esprimere l’armonia segreta della natura (si veda La pioggia nel pineto), raggiungere e rivelare l’essenza misteriosa delle cose. Né manca in Alcyone la ripresa diretta di certi motivi ideologici largamente sfruttati negli altri due libri delle Laudi: l’esaltazione di una violenta vitalità “dionisiaca”, la prefigurazione di un futuro di rinata romanità imperiale, l’”ulissismo”, cioè la febbre di vivere tutte le esperienze. Alcyone di D’Annunzio, accanto alla poesia di Giovanni Pascoli, si pone così, nei suoi risultati migliori, come capostipite della poesia italiana del Novecento, con un’analoga funzione di prefigurare soluzioni formali a venire.

IL PERIODO NOTTURNO Le successive opere di D’Annunzio sono accomunate dal taglio autobiografico, memoriale, dal registro stilistico più misurato. Queste prose presentano una materia nuova, ricordi d'infanzia, sensazioni fuggevoli; anche la struttura è nuova: non più costruzioni complesse ed artificiose ma il frammento, un procedere per libere associazioni, un fondere presente e passato attraverso l'andirivieni della memoria. Quest'ultimo periodo è definito notturno dal titolo della più significativa di queste prose, Notturno. Composto nel 1916, raccoglie meditazioni e fantasie del poeta, convalescente per una ferita all’occhio destro, in seguito ad un incidente di volo occorsogli durante la guerra.

Da Alcyone: “La pioggia nel pineto”

1 Taci. Su le soglie del bosco non odo parole che dici umane; ma odo parole più nuove che parlano gocciole e foglie lontane. 8 Ascolta. Piove dalle nuvole sparse. Piove su le tamerici salmastre ed arse, piove su i pini scagliosi ed irti, piove su i mirti divini, su le ginestre fulgenti di fiori accolti, su i ginepri folti di coccole aulenti, piove su i nostri volti silvani, piove su le nostre mani ignude, su i nostri vestimenti leggieri, su i freschi pensieri che l'anima schiude novella, su la favola bella che ieri t'illuse, che oggi m'illude, o Ermione.

33 Odi? La pioggia cade su la solitaria verdura con un crepitío che dura e varia nell'aria secondo le fronde più rade, men rade. 40 Ascolta. Risponde al pianto il canto delle cicale che il pianto australe non impaura, nè il ciel cinerino. 46 E il pino ha un suono, e il mirto

altro suono, e il ginepro altro ancóra, stromenti diversi sotto innumerevoli dita. E immersi noi siam nello spirto silvestre, d'arborea vita viventi; e il tuo volto ebro è molle di pioggia come una foglia, e le tue chiome auliscono come le chiare ginestre, o creatura terrestre che hai nome Ermione.

65 Ascolta, ascolta. L'accordo delle aeree cicale a poco a poco più sordo si fa sotto il pianto che cresce; ma un canto vi si mesce più roco che di laggiù sale, dall'umida ombra remota. Più sordo e più fioco s'allenta, si spegne. Sola una nota ancor trema, si spegne, risorge, trema, si spegne. Non s'ode voce del mare. 81 Or s'ode su tutta la fronda crosciare l'argentea pioggia che monda, il croscio che varia secondo la fronda più folta, men folta. Ascolta. La figlia dell'aria è muta; ma la figlia del limo lontana, la rana, canta nell'ombra più fonda, chi sa dove, chi sa dove! E piove su le tue ciglia, Ermione.

97 Piove su le tue ciglia nere sìche par tu pianga ma di piacere; non bianca ma quasi fatta virente, par da scorza tu esca. E tutta la vita è in noi fresca aulente, il cuor nel petto è come pesca intatta, tra le pàlpebre gli occhi son come polle tra l'erbe, i denti negli alvèoli con come mandorle acerbe. E andiam di fratta in fratta, or congiunti or disciolti (e il verde vigor rude ci allaccia i mallèoli c'intrica i ginocchi) chi sa dove, chi sa dove! E piove su i nostri vólti silvani, piove su le nostre mani ignude, su i nostri vestimenti leggieri, su i freschi pensieri che l'anima schiude novella, su la favola bella che ieri m'illuse, che oggi t'illude, o Ermione.

COMMENTO Questa poesia rappresenta lo sciogliersi del soggetto nel paesaggio attraverso una valorizzazione del rapporto sensoriale con esso. Sorpreso con l’amata dalla pioggia nella pineta nei pressi di Marina di Pisa, il poeta si concentra sui suoni prodotti dal cadere dell’acqua sulle diverse varietà di vegetazione e dal verso di alcuni animali, ricostruendo il tessuto sinfonico attraverso un verseggiare frantumati, tramato di riprese foniche. Il testo rappresenta la consueta vicenda di fusione col dato naturale, fino alla vegetalizzazione dell’uomo. Infatti la poesia è divisa in quattro strofe, che descrivono i vari momenti della metamorfosi: il processo che porterà lui ed Ermione a trasformarsi da uomini a vegetali (ecco un chiaro esempio di panismo dannunziano). La data di composizione di questa poesia non è ben nota però può attribuirsi quasi con certezza al periodo che va dalla metà del luglio alla metà di agosto del 1902. Le immagini che reggono il componimento sono già raccolte in un taccuino con la data 2 luglio 1899. D’Annunzio recupera in un momento successivo gli spunti fissati in prosa con immediatezza e li rielabora poeticamente. Il componimento è costituito di quattro strofe di trentadue versi ciascuna. I versi alternano misure oscillanti dal ternario al novenario, con una prevalenza di senari. Il dato oggettivo narrato è certamente elementare: un uomo e una donna sono colti da un temporale mentre si trovano in una pineta. A caratterizzare il significato artistico del componimento è soprattutto la spiccata musicalità. Tale musicalità si basa sul fitto sistema di rime ed è favorita dall’impiego di versi brevi e brevissimi. Tale brevità non serve mai a isolare e valorizzare un singolo elemento lessicale o sintattico: D’Annunzio non spezza il fluire del discorso, ma cerca di garantire la massima scorrevolezza musicale. L’immersione nel grande evento atmosferico della pioggia estiva diviene per i due protagonisti l’occasione di fondersi alla natura, entrando quasi magicamente a farne parte. Continui nella poesia sono i segni di scambio tra natura e uomo. Nel corso del componimento la natura si trasforma in una immensa orchestra: ogni tipo di vegetazione rappresenta uno strumento diverso che le dita della pioggia suonano. Alla fine della seconda strofa la donna si trasforma in un oggetto interamente naturale, vegetalizzandosi. Nella parte centrale della quarta strofa si dirà che entrambi i protagonisti si naturalizzano e vegetalizzano così che il loro cuore diventa come una pesca, gli occhi come sorgenti in mezzo a un prato, i denti come mandorle. Proprio la naturalizzazione dell’umano e l’antropomorfizzazione della natura sono tra i caratteri distintivi della poetica simbolistica.

Storia

L’IMPRESA DI FIUME

" Mio caro compagno, il dado è tratto! Parto ora. Domattina prenderò Fiume con le armi. Il Dio d'Italia ci assista. Mi levo dal letto, febbricitante. Ma non è possibile differire. Anche una volta lo spirito domerà la carne miserabile. Sostenete la causa vigorosamente, durante il conflitto. Vi abbraccio." Gabriele D'Annunzio 11 settembre 1919

Così Gabriele D'Annunzio scriveva a Benito Mussolini: iniziava l'impresa di Fiume.

La vicenda di Fiume comprende il periodo che va dal colpo di mano di D'Annunzio del 12 settembre 1919 fino al Natale di sangue dell'anno successivo. L'avventura di Fiume non sarebbe esistita senza D'Annunzio, ma D'Annunzio non avrebbe potuto intraprenderla se non avesse avuto da cavalcare un clima spirituale, sociale, politico che la rese possibile. Gabriele D'Annunzio, pescarese, classe 1863, allo scoppio della Grande Guerra aveva già dato il meglio di sé come poeta, scrittore, drammaturgo (egli partecipò come volontario alla Prima guerra mondiale con alcune azioni dimostrative navali ed aeree e il volo su Vienna).

Fiume, affacciata sul golfo omonimo nell'Adriatico settentrionale, era una delle più floride città dell'impero austro - ungarico. Centro principale del sistema ferroviario che serviva Praga, Budapest, Belgrado e Zagabria, costituiva lo sbocco naturale del commercio che si svolgeva tra queste città e l'Occidente. Attualmente Fiume fa parte del territorio della Croazia, ma dal XVIII secolo la città era sotto controllo ungherese. Alla fine del secolo XVIII l'imperatrice Maria Teresa concedeva a Fiume lo status speciale di corpus separatum. La particolare posizione geografica e lo speciale stato giuridico favorirono lo sviluppo di Fiume non solo come centro commerciale, ma pure come città cosmopolita, grazie anche al blando controllo esercitato dalle autorità ungheresi, che non volevano imporsi ai fiumani, preferendo sfruttarne la crescente prosperità finanziaria. Da parte croata invece era costante il tentativo di integrare Fiume nelle tradizioni slave, con l'intenzione palese di annettere la città alla nazione croata. L'accesa rivalità tra i due gruppi indusse gli ungheresi, nella seconda metà del XIX secolo, ad iniziare un'intensa propaganda per attirare nella città gli uomini d'affari italiani, con lo scopo di procurarsi alleati occidentali e di costituire una forte borghesia che si sarebbe impegnata nella difesa di Fiume contro gli slavi. La comunità italiana di Fiume crebbe rapidamente, divenendo ben presto il gruppo più importante e vivace, costituito fondamentalmente da ricca borghesia, opposta ad una classe lavoratrice composta per lo più da croati e aggiungendo così un antagonismo di classe alle tradizionali tensioni politiche ed etniche tra i due gruppi originari. Quando l'impero austro-ungarico si decompose alla fine della Grande Guerra e la città venne occupata dalle truppe iugoslave, gli irredentisti insorsero, accampando il fatto che Fiume era un centro etnicamente italiano. In realtà, su 50.000 abitanti, erano di lingua italiana circa la metà; ma costituivano la parte più attiva e infatti istituirono subito un Consiglio Nazionale, che all'indomani di Vittorio Veneto proclamò l'annessione all'Italia, inviando emissari a Roma, dal primo ministro Orlando, per perorare la causa. Fiume non faceva parte del pacchetto delle rivendicazioni italiane presentate a Londra nel 1915, e accettate dagli alleati, quando l'Italia decise l'entrata in guerra contro gli imperi centrali. Il pacchetto prevedeva l'assegnazione all'Italia del Trentino fino al Brennero, di Trieste e le Alpi Giulie, di tutta l'Istria, di quasi tutta la Dalmazia, Valona e il suo entroterra albanese e il Dodecanneso. A Fiume nessuno aveva pensato, anche perché la comunità italiana di quella città aveva ben pochi legami con la madrepatria; ma l'occupazione della città da parte delle truppe slave,

con tutta la minaccia di integrazione forzata che questo comportava, aveva indotto gli italiani di Fiume a formulare l'appello, di cui dicevamo sopra, al primo ministro Orlando. Fiume si faceva forte del suo antico stato giuridico speciale e reclamava il proprio diritto alla autodeterminazione. Resta un dato di fatto inconfutabile, e cioè che la maggioranza, seppur risicata, di Fiume città era etnicamente italiana (Al censimento del 1910, su 50.000 abitanti in Fiume città, 24.000 erano italiani, 15.000 croati e il resto di altre nazionalità, con una predominanza di quella ungherese). Orlando e il suo ministro degli esteri, Sonnino, ricevettero l'appello del Consiglio Nazionale di Fiume in un momento delicato: la conferenza della pace di Versailles doveva fare i conti con l'intransigenza del presidente americano Wilson, che non accettava le clausole del Patto di Londra (al quale non aveva partecipato). Wilson riconosceva il diritto dell'Italia al Brennero come sua "frontiera naturale", ma non ammetteva che un milione di slavi della Dalmazia fossero trasferiti "come un gregge" entro i confini italiani; infine il presidente americano considerava Fiume più necessaria alla neonata Iugoslavia che all'Italia. Mestiere dei diplomatici è trattare, e le conferenze si fanno proprio per trovare un accordo tra posizioni diverse. Ma Sonnino ed Orlando si sentivano pressati da un'opinione pubblica che dava segni di pericolosa agitazione: l'Italia di Vittorio Veneto, sbolliti gli entusiasmi per la vittoria, fatti i tristi conti delle perdite (600.000 morti ed oltre mezzo milione di mutilati), con un costo della vita quadruplicato e un disavanzo salito a 23 miliardi (del 1919!) tuonava contro la vittoria mutilata imposta dal presidente americano. Come sempre nella Storia, tuonava una minoranza, ma era una minoranza forte e aggressiva, composta principalmente dai reduci che, dopo anni di sacrifici e di sangue, reclamavano il diritto di intervenire nelle decisioni; la voce più illustre che guidava questa protesta era quella del poeta-soldato. E come sempre, una protesta sui problemi meno immediati ma più carichi di tensione emotiva aiutava a dimenticare l'incombenza di altri problemi più seri, primo tra i quali la crisi che gravava sulle industrie, patologicamente gonfiate dai consumi di guerra, e che avrebbe causato un aumento vertiginoso dei disoccupati. Orlando, suggestionato da questo clima e preoccupato che potessero nascere moti insurrezionali, anziché cercare un compromesso, restò fermo nelle pretese sulla Dalmazia ed aggiunse la richiesta di annessione di Fiume all'Italia, ordinando anche, in risposta all'appello del Consiglio Nazionale, lo sbarco di alcuni reparti militari a Fiume. A Versailles le discussioni diventarono così dei testa a testa senza vie d'uscita, mentre a Fiume la situazione si faceva esplosiva, col rischio di scontri tra le truppe italiane e quelle iugoslave, e del riesplodere dei conflitti etnici, tanto che si decise l'intervento delle altre Potenze, ponendo la città sotto il controllo di una guarnigione militare interalleata, ma al comando del generale italiano Grazioli. Intanto Wilson faceva appello direttamente al popolo italiano, invitandolo alla moderazione e al rispetto dei diritti delle altre nazionalità. Di fronte a questa palese scorrettezza Orlando e Sonnino, dimentichi del fatto che in politica gli assenti hanno sempre torto, abbandonarono per protesta la Conferenza, tornando però precipitosamente il 5 maggio, quando si resero conto che gli alleati andavano avanti anche senza di loro e stavano spartendosi i resti delle colonie tedesche in Africa, di cui l'Italia riuscì a raccogliere gli spiccioli. Umiliato e scoraggiato Orlando tornò a Roma e il 19 giugno 1919 una Camera ostile lo sfiduciò a larga maggioranza. Il suo successore, Francesco Saverio Nitti, si trovò così tra le mani la patata bollente di Fiume, la cui situazione strideva col proposito espresso dal neo primo ministro di trarre l'Italia dalle sabbie mobili in cui si era ficcata a Versailles con le impennate di orgoglio e di puntiglio. Prima di passare alla cronaca dell'impresa dannunziana di Fiume, cerchiamo di fare un attimo il punto sulla situazione nazionale al momento dello scambio di consegne alla Presidenza del Consiglio tra Orlando e Nitti. L'Italia viveva un momento delicatissimo perché alla crisi economica causata dal conflitto si sommava la crisi (ben più grave) delle coscienze, strascico inevitabile di tutte le guerre. A ciò si aggiunga quel clima di sbandamento culturale che l'Europa viveva dall'inizio del secolo; i messaggi futuristi di Marinetti, con l'esaltazione dell'azione fine a sé stessa, con la proclamazione della bellezza della guerra trovavano facile presa soprattutto tra i giovani, che vivevano indubbiamente un momento di smarrimento, perché il XX secolo, nella sua ansia di creare nuovi valori, nella sua sconfinata fiducia nel progresso, aveva in verità creato un grande vuoto.

D'Annunzio tuonava sulle piazze contro la vittoria mutilata e intanto gli avvenimenti a Fiume precipitavano. Il 6 luglio 1919, in uno dei tanti scontri che a Fiume si verificavano tra irredentisti e truppe alleate, nove soldati francesi vennero linciati e Nitti si trovò costretto ad accettare una commissione d'inchiesta che, dopo le indagini, chiese lo scioglimento del Consiglio Nazionale, l'allontanamento del generale Grazioli e la costituzione di un corpo di polizia alleata sotto controllo inglese. Host Venturi, capitano degli Arditi, capo delle organizzazioni irredentiste dell'Istria e della Dalmazia, mobilitò la legione fiumana, un corpo paramilitare, e inviò un messaggio a D'Annunzio, invitandolo ad assumere il patronato della causa di Fiume italiana. Host Venturi sfondava una porta aperta, perché D'Annunzio era chiaramente bramoso di azione; del resto l'idea di un'azione armata per liberare Fiume, cacciandone le truppe alleate e costringendo il governo italiano a dichiarare l'annessione della città all'Italia serpeggiava già da mesi, ma non aveva ancora preso corpo e soprattutto mancava di un Capo. La scelta di Host Venturi fu, come dimostreranno gli avvenimenti, felice, perché la popolarità del poeta soldato era tale da poter fare da catalizzatore delle forze più disparate, come infatti avvenne. La vicenda di Fiume ci aiuta a capire meglio il clima in cui viveva il paese in quel travagliato dopoguerra. Il primo dato che salta all'occhio è indubbiamente l'assenza, di fatto, di un'autorità. È vero che esisteva un governo, presieduto da Nitti. È vero che questo governo poteva contare sulle forze dell'ordine e che tardava anche a smobilitare l'esercito, mantenendo in servizio trecentomila uomini oltre al normale personale di leva. In teoria il governo era fortissimo, in pratica non sapeva quanto e come quella massa di armati potesse essere affidabile o diventare un boomerang. Mentre l'Italia era già teatro degli scontri tra squadre fasciste e socialisti, gli uomini di punta dell'irredentismo fiumano (tra cui il già citato Host Venturi) potevano tranquillamente fare pubblica propaganda per l'arruolamento nella Legione Fiumana, iniziando il concentramento di uomini a Trieste e comunicando con la massima naturalezza a Badoglio, sottocapo di Stato Maggiore dell'Esercito, l'intenzione di prendere Fiume con un colpo di forza. Badoglio ordinò alle truppe poste alla frontiera fiumana di aumentare la sorveglianza. Ma di lì a poco si sarebbe visto quanto quegli ordini venissero presi alla lettera. Il precipitare degli eventi in seguito agli episodi sanguinosi del 6 luglio 1919 non fece quindi che dare l'ultimo colpo di acceleratore ad un processo già in corso. Il 12 settembre 1919 D'Annunzio era a Ronchi, una cittadina a pochi chilometri da Trieste, con un seguito di poche centinaia di uomini; ma ad essi si unirono i legionari di Venturi e buona parte dei Granatieri di Sardegna, che avevano da pochi giorni smobilitato da Fiume per decisione della commissione d'inchiesta. Alle porte della città contesa gli uomini al seguito di D'Annunzio erano oltre duemila. Il generale Pittaluga, successore del generale Grazioli, avrebbe dovuto obbedire agli ordini del suo superiore Badoglio e fermare con le armi questo esercito privato, formato, aldilà del rispetto per i motivi ideali che animarono molti, da disertori e comandato da un uomo che palesemente si poneva in rotta col governo. Ma al gesto teatrale di D'Annunzio, che aprì il pastrano mostrando la medaglia d'oro e proclamando "Lei non ha che a far tirare su di me, Generale!", Pittaluga rispose abbracciando il poeta ed entrando con lui in Fiume, dove nel frattempo il Consiglio Nazionale aveva preparato una manifestazione che vide in strada, ad acclamare i liberatori, praticamente tutta la parte italiana della città. Nitti a Roma dovette accorgersi finalmente dell'affidabilità delle forze armate; ma il proposito immediato, ossia schiacciare con la forza la sedizione, non si realizzava non solo perché non era ben chiaro quale forza avrebbe obbedito, ma anche perché il golpe fiumano suscitò nel paese anche le simpatie delle masse popolari che vedevano in quel gesto di forza, seguito da entusiastiche manifestazioni, l’avvisaglia della rivoluzione proletaria. Questa imprevista collusione fra nazionalisti e sinistre non fu che il primo degli elementi di confusione causati dalla vicenda di Fiume, che a sua volta visse l'anno di governo dannunziano in una confusione quasi eretta a modello esistenziale. D'Annunzio non aveva mai avuto una collocazione politica precisa, o meglio, gli si poteva attribuire qualsiasi collocazione, perché la politica, intesa come progetto di una società, e quindi fondata su basi teoriche economiche e sociali, ma capace anche di modulare queste basi teoriche sugli sviluppi storici, esulava dai suoi interessi. Da subito Fiume registrò il primo fallimento politico, perché D'Annunzio era convinto che la sua marcia avrebbe messo in crisi il Governo presieduto dall'odiato e rinunciatario Nitti.

Ma Nitti, dopo un tempestoso dibattito alla Camera, ottenne ancora la fiducia e subito dopo indisse nuove elezioni, fissandole per il mese di novembre. Le truppe alleate (inglesi, francesi e americane) presenti a Fiume smobilitarono nell'arco di una settimana; i rispettivi governi erano ben contenti di lasciare in mano al governo italiano la patata bollente, e D'Annunzio ne trasse il vantaggio di trovarsi a disposizione i magazzini colmi di rifornimenti e scorte. Nitti inviò alla frontiera di Fiume il generale Badoglio, che assunse direttamente il comando delle truppe lealiste e che non mancò di far notare al governo tutte le difficoltà insite in un'azione armata, visto che si poteva contare poco sulla lealtà dei lealisti: le defezioni a favore di D'Annunzio erano frequenti, tant'è che fin dai primi giorni dell'occupazione di Fiume il poeta si trovò a dover rifiutare l'arrivo di ulteriori volontari (o disertori, questione di punti di vista), perché "non sapeva più dove alloggiarli". C'era insomma il serio rischio di un contagio a tutte le forze armate, e Nitti scelse una tattica attendista, attuando su Fiume un blocco dei rifornimenti, peraltro molto elastico e cercando di fomentare all'interno della città una divisione tra il Consiglio Nazionale e Il Comandante, come ormai era da tutti definito D'Annunzio. Fin da subito l'incapacità non solo politica ma anche pratica di D'Annunzio si palesò nei primi contrasti con il Consiglio Nazionale. Passati infatti i primi giorni di entusiasmo, Fiume si trovava di fronte ai problemi concreti di una città sottoposta ad un blocco; con un passaggio di poteri alquanto fumoso, al Comandante era stato attribuito il diritto di veto sulle decisioni del Consiglio; ma di fatto era quest'ultimo a doversi sobbarcare tutte le questioni pratiche, perché D'Annunzio era piuttosto preoccupato di creare quel clima che avrebbe dovuto fare di Fiume, città-olocausto, il faro di una ripresa nazionale all'insegna di valori in verità non bene precisati, ma che avevano come denominatore comune l'azione bella ed eroica. Il poeta presentava sé stesso e i suoi seguaci come i rappresentanti della vera Italia, incarnazione di una forza spirituale superiore, e i suoi soldati come i genuini rappresentanti delle forze armate, quelli che non avevano mai smobilitato, e che non accettavano nessuna mutilazione della Patria. In questo senso da subito D'Annunzio espresse il rifiuto a qualsiasi negoziato con Nitti: l'unica cosa che il governo italiano poteva fare per riscattarsi era dichiarare l'annessione di Fiume. Su questi toni e con questi temi erano le adunate di popolo, praticamente quotidiane, che furono in pratica l'unica forma di governo esercitata da D'Annunzio. Il popolo, guidato dal poeta, detentore dell'ideale e della bellezza, diveniva al tempo stesso protagonista e strumento degli eventi. E mentre il Consiglio Nazionale cercava una via d'uscita trattando di fatto con Nitti per il tramite di Badoglio, le quotidiane orazioni del poeta incitavano il popolo a non cedere, a voler tutto, nella convinzione che una santa causa non possa perdere se non per l'ignavia degli uomini. In questo clima, con le giornate impegnate in adunanze di piazza e le notti in feste collettive, si realizzava quello che sarebbe stato poi l'inganno costante della politica dei paesi totalitari: l'illusione della partecipazione, l'utilizzo del popolo come cassa di risonanza di decisioni già prese dal vertice, scavalcando quegli organi rappresentativi che sono alla base di ogni vera democrazia. In D'Annunzio non c'era di certo un intento studiato di potere: il popolo era per lui piuttosto la platea necessaria, Fiume era il laboratorio dove tutto era possibile, purché incanalato nelle concezioni estetiche del poeta. Se D'Annunzio non inseguiva progetti di potere, inteso almeno nel senso tradizionale del termine, c'era nel paese un altro uomo che invece sapeva far politica e che inseguiva progetti di potere, inteso nel senso più assoluto del termine. I rapporti tra D'Annunzio e Mussolini non furono mai cordiali, perché il futuro Duce, che in quegli anni iniziava la sua scalata, ma si rendeva conto del fatto che il movimento fascista era ancora troppo debole per un'azione di forza, mantenne sempre un atteggiamento di fatto prudente nei confronti dell'impresa fiumana, anche se i Fasci di combattimento parteciparono agli arruolamenti nella Legione fiumana. Mussolini vedeva l'approssimazione politica di D'Annunzio, di cui pur subiva il fascino, e concretamente, aldilà di accesi articoli, anch'egli stava a vedere cosa sarebbe successo, per decidere se e su quale cavallo saltare, tanto da provocare una violenta lettera di D'Annunzio che gli ingiungeva di "svegliarsi, o lo farò io quando avrò consolidato qui il mio potere...".

Mussolini rispose indicendo, sul Popolo d'Italia, una sottoscrizione pubblica a favore di Fiume; raccolse una cifra considerevole, sopra il milione, e subito iniziarono le voci sulle strade che di preciso presero quei soldi. Nitti nel frattempo era chiaramente in crisi; le elezioni da lui stesso volute avevano cambiato il panorama politico alla Camera, con una maggioranza relativa ai socialisti, una forte componente dei popolari di Don Sturzo e circa la metà dei seggi frazionati in un pulviscolo di liberali, radicali, democratici, repubblicani, eccetera. Il rifiuto dei socialisti di partecipare al governo obbligò Nitti ad una precaria alleanza coi popolari e coi gruppuscoli, in una situazione di instabilità permanente, aggravata da una piazza tenuta in continua ebollizione dalle sinistre, col solo risultato di rinforzare i ranghi delle squadre fasciste. Nel giugno del 1920 tornò al potere Giovanni Giolitti, appoggiato anche dai nazionalisti e da Mussolini, che vedevano in lui l'unico uomo in grado di far uscire il paese dal caos. E Giolitti fu l'uomo che seppe liquidare Fiume; ma si assicurò l'appoggio di Mussolini, pronto a scaricare il poeta ora che l'avventura fiumana, non avendo di fatto risolto nulla, stava per ripiegarsi su sé stessa. Mentre in Italia accadevano queste cose, D'Annunzio vedeva crescere il suo isolamento in una città ormai stanca e afflitta dai seri problemi di un'economia dissestata. Una spedizione a Zara, insieme a tanto numerosi quanto fumosi progetti di esportare il modello fiumano non solo nel resto dell'Italia, ma addirittura nel mondo, "a difesa di tutti i popoli oppressi" non erano che ulteriori espressioni di un'esperienza che non aveva prodotto nulla di concreto ma non sapeva rassegnarsi a fare qualcosa di concreto. Mentre a Versailles gli alleati decidevano che Italia e Iugoslavia risolvessero direttamente le reciproche questioni, D'Annunzio restava fermo nell'accettare solo ed unicamente l'annessione all'Italia del territorio di Fiume. L'ultimo atto politico rilevante del poeta fu la costituzione della Reggenza Italiana del Carnaro, ovvero la proclamazione di uno stato indipendente. La reggenza fu dotata di una costituzione (la Carta del Carnaro, scritta dal capo di gabinetto Alceste De Ambris ma rimaneggiata personalmente dal Vate); allo stesso tempo si pose a capo del nuovo governo, proclamandosi Duce. Di fronte alla proclamazione dello stato corporativo dannunziano vennero intavolate dirette trattative diplomatiche tra i due regni di Italia e Jugoslavia al fine di trovare un accordo sui confini e di regolare la questione fiumana. L'accordo tra Italia e Jugoslavia fu infine siglato il 12 novembre 1920 col Trattato di Rapallo, fortemente voluto dal nuovo presidente del consiglio Giovanni Giolitti. Il trattato di Rapallo fu un accordo con il quale l'Italia e il Regno dei Serbi, Croati e Sloveni stabilirono consensualmente i confini dei due Regni e le rispettive sovranità, nel rispetto reciproco dei principi di nazionalità e di autodeterminazione dei popoli. Esso rappresentò la conclusione del processo risorgimentale di unificazione italiana, con il raggiungimento completo del confine alpino e il congiungimento allo Stato Italiano di Gorizia e Trieste. Inoltre con il trattato gli stati firmatari riconobbero e garantirono l'indipendenza dello Stato libero di Fiume, che avrebbe dovuto sostituire la Reggenza Italiana del Carnaro L'Italia rinunciava alla Dalmazia, con l'eccezione di Zara. Non era l'annessione, ma comunque Fiume veniva sottratta alle pretese slave. A questo punto nulla più poteva giustificare che il governo tollerasse la presenza a Fiume dei legionari e di D'Annunzio. Quest'ultimo, visto che anche i suoi consiglieri più intimi lo spingevano ad accettare il trattato di Rapallo, si chiuse sempre più in sé stesso, lanciando accuse di tradimento, convinto tra l'altro che l'Italia non avrebbe mai osato attaccare Fiume. Nel Natale del 1920 le truppe regolari entrarono in Fiume, dopo che una cannonata, sparata da una corazzata, aveva colpito la stessa residenza del Comandante. Dopo il "Natale di sangue" i legionari, che avevano perso una cinquantina di uomini, abbandonarono Fiume indisturbati; D'Annunzio si trattenne ancora per poche settimane e poi se ne andò, indisturbato anche lui. Mussolini dalle colonne del Popolo deprecò "l'atto fratricida", ma sostenne anche che il trattato di Rapallo era l'unica soluzione possibile, e che il merito di aver sottratto Fiume alle mire slave andava comunque al poeta e ai suoi valorosi.

Fiume verrà annessa a tutti gli effetti allo stato italiano solo nel 1924, con il contestuale inizio di un processo di fascistizzazione della città attraverso dure repressioni delle minoranze croate e slave e dei partiti politici di opposizione al regime sia italiani che slavi (e con la contestuale distruzione dell'applicazione pratica di coesistenza multietnica che sarà una delle cause scatenanti le susseguenti ritorsioni del secondo dopoguerra).

Si è detto spesso che D'Annunzio fu l'ispiratore di Mussolini; è un giudizio grossolano, non foss'altro perché entrambi i personaggi non avevano una linea politica. Il Poeta perché non gli interessava, il Duce perché la sua politica fu sempre e solo quella brutale e realistica della conquista, prima, e della conservazione, poi, del potere. Mussolini era del tutto lontano dagli svolazzi dannunziani e seguì l'avventura fiumana solo per saggiarne la consistenza e valutarne l'eventuale utilità. Ma di sicuro D'Annunzio gettò un seme pericoloso con un metodo, che per lui fu patologico bisogno di platea, ma per altri fu uno strumento di potere. Ci riferiamo allo stile delle adunate oceaniche, della folla che si riconosce nel Capo, della fusione delle coscienze verso un fine ideale comune.

La città di Fiume, già appartenente all'Impero austro-ungarico (dal 1779 al 1919), Stato libero di Fiume dal 1920 al 1924 e italiana dal 1924 al 1947, dal 1947 al 1992 fece parte della Jugoslavia; è una città della Croazia dal 1991.

La Vittoria Mutilata

Il 24 ottobre del 1918, poco prima della conclusione della guerra, uscì sul «Corriere della Sera» un lungo componimento poetico scritto da Gabriele D’Annunzio e intitolato La preghiera di Sernaglia, paese posto sulle rive del Piave e quasi del tutto distrutto nel corso dei combattimenti. Nonostante la vittoria imminente, in questa sorta di canto si paventava una conclusione della guerra ingloriosa per la nazione italiana, a causa di possibili compromessi sulle acquisizioni territoriali che spettavano all’Italia. D’Annunzio scrisse: “Vittoria nostra, non sarai mutilata. Nessuno può frangere i tuoi ginocchi né tarparti le penne. Dove corri? Dove sali?”. L’immagine della vittoria mutilata ebbe una presa immediata sull’opinione pubblica italiana, anche perché alludeva alle condizioni drammatiche di molti mutilati di guerra, una visione tristemente familiare agli italiani. La sindrome da vittoria mutilata si diffuse in Italia, anche grazie al comportamento della delegazione italiana alla Conferenza di Parigi. L’Italia, dunque, visse il dopoguerra più da nazione vinta che vincitrice e ciò influì nel preparare il terreno ideologico al nascente fascismo. Cosa era successo alla Conferenza di Parigi? L’Italia era scontenta dei compensi territoriali ottenuti dall’Austria (il Trentino, l’Alto Adige, la Venezia Giulia e Trieste). Il primo ministro Orlando e il ministro degli esteri Sonnino chiedevano però anche i territori accordati all’Italia con il patto di Londra del 1915 (situati in Albania, Dalmazia e Turchia). Le altre potenze vincitrici ritenevano però che queste concessioni avrebbero violato il principio dell’autodeterminazione: l’Italia, cioè, si sarebbe costituita delle colonie sul territorio europeo. Pertanto si opposero. Per protesta, la delegazione italiana abbandonò i colloqui. Quando tornò al tavolo delle trattative, Francia ed Inghilterra si erano già spartite le colonie tedesche; l’Italia, così, non ebbe alcun vantaggio. Questo fatto causò nel paese grandi proteste. Nazionalisti e reduci di guerra definirono quella italiana una vittoria mutilata, incompleta: gli alleati, comportandosi da traditori, non avevano dato all’Italia quello che avevano promesso con il patto di Londra. La tensione generata dall’insoddisfazione per i risultati delle trattative di pace si aggiunse alla difficile situazione che il paese si trovò a vivere nel dopoguerra.

Diritto

IL Parlamento

Il Parlamento è un organo costituzionale dello Stato che, in quanto tale, partecipa all’esercizio della sovranità attraverso la titolarità della funzione legislativa, ossia della facoltà di emanare leggi. E’ un organo rappresentativo, che rispecchia la volontà politica del popolo sovrano, da cui è eletto.

Esso, poi, è un organo bicamerale, ossia composto da 2 camere :

Camera dei deputati Camera dei Senatori

Entrambe sono elette dal popolo a suffragio universale. La loro durata è di 5 anni, prorogabile solo per legge in caso di guerra. La Camera dei deputati ed il Senato della Repubblica si trovano in una posizione di assoluta eguaglianza, infatti i loro compiti si equivalgono dando vita così al bicameralismo perfetto

CAMERA DEI DEPUTATI

La Camera dei deputati è composta da 630 deputati , tutti elettivi, cioè scelti, che rappresentano il popolo. Per eleggere un deputato occorre aver compiuto 18 anni (elettorato ATTIVO);invece per essere eletti deputati occorre avere 25 anni (elettorato PASSIVO).

CAMERA DEI SENATORI

Il Senato della Repubblica invece è composto da 315 senatori elettivi, più 5 nominati a vita dal Presidente della Repubblica per aver dato lustro alla patria con altissimi meriti nel campo sociale, scientifico, artistico, letterario. Inoltre ci sono tutti gli ex Presidenti della Repubblica che sono senatori di diritto a vita. Possono eleggere i senatori solo i cittadini che hanno compiuto 25 anni (elettorato ATTIVO), e per essere eletti senatori occorre aver compiuto 40 anni (elettorato PASSIVO).

Le due camere sono separate e lavorano ciascuno per conto proprio e nella propria sede (es. Cam.dei deput. si trova nel palazzo di Montecitorio mentre il Senato nel palazzo Madama a Roma), solo in alcuni casi espressamente previsti dalla Costituzione esse si riuniscono in seduta comune e quindi lavorano insieme. Il Parlamento oltre ad avere la funzione legislativa possiede anche altre funzioni che sono: Funzione elettiva Funzione giurisdizionale

Funzione di indirizzo politico Funzione amministrativa

La Funzione elettiva consiste nell'elezione del Presidente della Repub., di 5 giudici della Corte Costituzionale, di 10 componenti del CSM (Consiglio Superiore della Magistratura),di vari membri di organizzazioni internazionali, di 16 membri aggiunti per integrare la Corte Costituzionale nei casi di giudizio del Presidente della Repub. Questa funzione è esercitata dal Parlamento in seduta comune

La Funzione giurisdizionale consiste nel porre in stato di accusa il Pres. della Repub. per due reati che sono : alto tradimento e attentato alla Costituzione (anche qui opera in seduta comune), inoltre tale funzione consiste nel concedere amnistie (estinguono il reato e la pena) e indulti (estinguono in tutto o in parte solo la pena) La Funzione di indirizzo politico consiste nel controllare il programma politico del Governo. Infatti ciascuna camera non solo approva o respinge il programma del Governo ma ne controlla tutta l'attività politica e può votare la sfiducia, costringendolo alle dimissioni. Tale funzione viene esercitata tramite: interrogazioni, interpellanze, mozioni, inchieste parlamentari.

a) Le interrogazioni sono: le domande rivolte da un parlamentare al ministro competente per avere notizie e spiegazioni sull'esistenza o sulla verità di un determinato fatto.

b) L'interpellanza : è la richiesta del parlamentare al ministro per sapere il suo giudizio o quello di tutto il governo su un determinato fatto già noto: implica una discussione sulla condotta politica del Governo. c) La mozione : è l'invito del parlamentare all'assemblea a cui appartiene di giudicare positivamente o negativamente la politica governativa. d) Le inchieste parlamentari : sono inchieste rivolte ad accertare la verità su un fatto d'interesse generale.

Ma la funzione principale del Parlamento è quella legislativa, che appunto consiste nella emanazione della legge. L'iter formativo di una legge, ossia il procedimento che il Parlamento deve seguire per poter emanare una legge, si compone di alcune fasi che sono:

1) Iniziativa o formulazione della proposta di legge; 2) Istruttoria: - presentazione, discussione e approvazione da parte della Camera dei Deputati - trasmissione, discussione e approvazione da parte del Senato 3) Promulgazione da parte del Presidente della Repubblica; 4) Pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale.

Iter Formativo di una legge

1) Iniziativa o formulazione della proposta di legge

L’iniziativa può essere intesa come formulazione della proposta di legge. La proposta di legge può essere fatta da: Governo, ciascun parlamentare, il popolo (almeno 50.000 elettori), i consigli regionali, il CNEL (Consiglio Nazionale dell'Economia e del Lavoro)

2) Istruttoria

- Presentazione, discussione e approvazione da parte della Camera dei Deputati

La proposta di legge (detta anche disegno di legge) viene presentata prima alla Camera dei deputati che la discute e poi l’approva secondo tre procedure:

Procedura normale o in sede referente, con la quale il progetto di legge viene esaminato dalla commissione competente per materia che, se ritiene la proposta accettabile, invia il progetto di legge all’assemblea, la quale discute e vota articolo per articolo la proposta; una volta che ciò è avvenuto il testo passa alla camera successiva per l’approvazione.

Procedura della commissione in sede redigente, in cui la commissione competente per materia svolge si una funzione preparatoria per l’assemblea ma vota articolo per articolo la proposta e gli emendamenti eventualmente proposti. Il testo definitivo viene trasmesso, poi, all’assemblea, che procede alla votazione finale con cui approva o boccia il progetto di legge.

Procedura della commissione in sede deliberante, in cui la commissione competente per materia approva o boccia direttamente la proposta di legge senza che questa venga presentata, discussa o votata in aula.

-Trasmissione, discussione e approvazione da parte del Senato

La proposta così come approvata dalla Camera dei deputati, passa successivamente al Senato, il quale a sua volta la discute secondo le tre procedure di cui sopra e poi l’approva. Se però dovesse apportarvi delle modifiche il progetto di legge ritorna indietro alla Camera per essere riapprovato con la modifica.

Solo quando entrambe le Camere hanno approvato la proposta di legge nello stesso testo, essa, si dice, passa e cioè la legge così approvata dall’intero Parlamento, raggiunge la fase successiva ossia la promulgazione. Ciò significa che la legge è perfetta ma non è ancora esecutiva, perché lo diviene appunto con la promulgazione

3) Promulgazione

La promulgazione è un atto dovuto del Presidente della Repubblica, con il quale quest'ultimo, attesta che la legge è nata in modo legittimo ed ordina che sia pubblicata, osservata e fatta osservare. Il Pres. della Rep. Può, però, sospendere la promulgazione rinviando la legge al Parlamento con un messaggio motivato al fine di apporvi delle modifiche. Se però le camere approvano ugualmente la legge questa deve essere promulgata lo stesso.

4) Pubblicazione

La pubblicazione consiste nell'inserzione della legge nella Gazzetta ufficiale e nella raccolta ufficiale degli atti normativi della Repubblica italiana. La pubblicazione ha lo scopo di far conoscere a tutti il contenuto della legge. Dopo 15 giorni dalla pubblicazione la legge si dice entra in vigore, fino a quel momento non produce effetti (vacatio legis). Il termine suddetto di 15 giorni può variare a seconda delle esigenze.

Economia Aziendale

L’attività bancaria

L’attività bancaria consiste nell’esercizio del credito e nella raccolta del risparmio. Sostanzialmente quindi la banca raccoglie fondi attraverso vari strumenti ed impiega tali fondi nella concessione di prestiti.

La Raccolta La raccolta del risparmio presso il pubblico rappresenta l’attività tipica delle banche che sono le uniche a poterla effettuare a differenza dell’attività di prestito che invece viene esercitata anche da altri operatori (es. società finanziarie). Le forme di raccolta principali sono:

• i depositi a risparmio • i conti correnti di corrispondenza.

Depositi a risparmio

I depositi a risparmio sono comprovati da un documento denominato “libretto” nel quale vengono annotate le operazioni di versamento e di prelevamento e costituisce il supporto indispensabile per effettuare le operazioni. I depositi a risparmio possono essere liberi o vincolati. Nel primo caso le somme depositate sono sempre a disposizione del cliente della banca che può chiederne in qualsiasi momento il rimborso, e possono dividersi in due categorie:

Libretti nominativi Libretti al portatore

I libretti nominativi sono intestati ad una determinata persona che è l’unica autorizzata ad effettuare operazioni. Il libretto può essere intestato anche a più persone che possono operare con firma congiunta (serve la firma di tutti gli intestatari per prelevare) o a firma disgiunta (basta la firma anche di un solo intestatario).

Il libretto al portatore comporta il diritto di riscossione per chi lo possiede anche se il libretto è intestato ad un’altra persona. La normativa Antiriciclaggio ha portato alla riduzione di tali libretti perché impone che gli stessi non possono avere un importo superiore i 10.329 €.

I depositi vincolati sono invece caratterizzati dal fatto che le somme depositate possono essere ritirate solo ad una certa scadenza e producono però un interesse leggermente più alto rispetto ai depositi liberi. Nel tempo tale tipologia è stata sostituita dai Certificati di Deposito che sono titoli emessi dalla banca con scadenza non inferiore ai tre mesi. Alla scadenza il cliente avrà diritto al rimborso del capitale e agli interessi maturati al netto della ritenuta fiscale.

Il conto corrente di corrispondenza Il c/c è un contratto con cui la banca si impegna a svolgere tutti gli incarichi e le operazioni che le vengono affidate dal cliente. Il c/c a differenza dei depositi a risparmio consentono al cliente di effettuare pagamenti anche attraverso assegni, bonifici e carte elettroniche (Carte di credito e Bancomat), di prelevare contante presso gli sportelli automatici e di usufruire di una serie di servizi quali ad esempio pagamento bollette, accreditamento dello stipendio, ecc. In genere il c/c rappresenta la base con cui usufruire di qualsiasi servizio della banca (custodia valori, incasso, assegni, sconto di effetti commerciali, compravendita titoli ecc.). Trimestralmente o mensilmente la banca invia ai correntisti l'estratto conto, contenente informazioni sul saldo liquido disponibile sul conto e un riepilogo dei movimenti effettuati. Per il c/c il cliente di solito paga alcune spese di tenuta conto che non sono previste per i depositi a risparmio.

I prestiti Le risorse finanziarie raccolte dalle banche vengono impiegate in vario modo, ma quello più remunerativo è certamente attraverso i prestiti alla clientela. Tali prestiti possono avere varie forme e varia scadenza e tra le forme più diffuse troviamo il Mutuo Bancario. Il mutuo è un prestito a medio/lungo termine concesso dalla banca dietro prestazione di garanzie col quale il beneficiario si obbliga alla restituzione del capitale ed al pagamento degli interessi attraverso dei versamenti periodici secondo un piano di ammortamento.

ottima tesina
MOLTO BUONO
Bello bello ^^
ottima grazie!!!!
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