I ragazzi del novantanove
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I ragazzi del novantanove

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principali avvenimenti durante i gli ultimi anni di guerra, propaganda (storia e storia dell'arte)
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Tesina di Maturità

I RAGAZZI DEL ’99

INDICE INTRODUZIONE pag. 3 STORIA pag. 4

• CAPORETTO pag. 4

• I DUBBI DEGLI ALLEATI E IL CAMBIO DI POTERE pag. 6

• I RAGAZZI DEL ’99 ENTRANO IN GUERRA pag. 7

• SUL PIAVE, LA PRIMA VITTORIA pag. 8

• BATTAGLIA DEL SOLSTIZIO pag. 9

• VITTORIO VENETO pag. 10

• IL CONGEDO pag. 11

STORIA DELL’ ARTE pag. 13

• LA PROPAGANDA pag. 13

• LE TECNICHE pag. 13

• I METODI pag. 14

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BIBLIOGRAFIA E SITOGRAFIA pag. 17

INTRODUZONE I ragazzi del novantanove sono diventati una leggenda, eroi nazionali, in quanto furono l’ultima classe di leva arruolata nella Grande Guerra. Erano circa 270mila unità. Avendo 18 anni erano considerati “abili al fuoco”, ma in realtà la maggior parte di loro non aveva mai conosciuto una realtà diversa da quella del loro paese, del loro lavoro, della loro famiglia. Il giornalista e scrittore Lorenzo del Boca in un intervista afferma: “la Prima Guerra Mondiale è stata una guerra di materiali e di uomini, e ad un certo punto l’Italia, gli uomini, li aveva esauriti”. Se la guerra fosse proceduta come gli italiani avevano previsto, i ragazzi del ’99 sarebbero stati chiamati alle armi a 21 anni. Del Boca continua: “le leve richiamate non erano più in grado di combattere e hanno dovuto andare a prendere dei ragazzini, i famosi ragazzi del ’99, che avevano appena diciassette o diciotto anni.” Nel 1914, quando la guerra scoppiò in Europa, questi ragazzi erano poco più che bambini, tre anni dopo si ritrovarono sul fronte, impreparati e male equipaggiati: non c’erano abbastanza armi per ogni soldato, tutti aspettavano che il compagno morisse per sottrargli il fucile e continuare la guerra. Del Boca infatti commenta “vennero mandati al massacro semplicemente perché serviva carne da cannone”. Tuttavia l’Italia affida le proprie sorti agli “ultimogeniti della madre sanguinosa”, come li chiamò d’Annunzio. E questi giovani fecero la loro parte portando un nuovo ottimismo ai veterani. Il generale Armando Diaz li ricorda così: “li ho visti i ragazzi del ’99, andavano in prima linea cantando. Li ho visti tornare in esigua schiera, cantavano ancora.”

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Il genuino patriottismo e l’irruenza dei ragazzi del ’99, uniti all’esperienza dei veterani, sono sati determinanti nelle tre battaglie decisive: la Battaglia di Caporetto, che segna il nuovo fronte nel novembre 1917, la Battaglia del Solstizio a metà giugno 1918, che dimostra il mutamento intervenuto nell’esercito regio, e la Battaglia di Vittorio Veneto nel novembre 1918, che conclude vittoriosamente il conflitto.

STORIA CAPORETTO

Per capire il dramma, l’avventura e l’umanità dei ragazzi del ’99 non si può non parlare dello sfascio militare, politico e psicologico di Caporetto. La ritirata così disastrosa mise a repentaglio la sopravvivenza stessa dell’Italia. Alle due del mattino del 24 ottobre 1917, iniziò il fuoco d’artiglieria delle forze austro-ungariche e tedesche contro le posizioni italiane tra Tolmino e Plezzo (oggi in territorio sloveno), attaccando sia in valle che in quota. Le difese italiane vennero travolte nei pressi di Caporetto, segnando così l’inizio della Dodicesima Battaglia dell’Isonzo, che finirà il 12 novembre. Secondo lo storico Giovanni Sabbatucci il significato di Caporetto è sconfitta, “una sconfitta senza attenuanti, che si accompagnò a un collasso delle forze armate e in parte anche del Paese”. Sabbatucci però ci tiene a sottolineare che il collasso non fu la causa della sconfitta, come sosteneva il generale supremo Cadorna. “La sconfitta fu seguita da una resistenza che poi portò alla vittoria del 1918”. Fino al giugno 1915 l’avanzata verso Est ordinata da Cadorna, proseguiva secondo i piani. Le truppe italiane però, appena arrivarono sull’Isonzo conobbero la guerra di trincea: postazioni scavate nella roccia in posizioni sopraelevate protette dal filo spinato e dai nidi di mitragliatrici. Appena arrivati, i fanti italiani attaccarono allo scoperto, attraverso la terra di nessuno contro un enorme volume di fuoco. Dai primi di luglio l’offensiva italiana si arrestò. Le Alpi Giulie e l’Isonzo rimasero in mano austriaca. La prospettiva di una battaglia rapida e vittoriosa sfumò in poco più di un mese. Per ben undici volte Cadorna tentò di sfondare il fronte dell’Isonzo, ma in ogni battaglia il terreno conquistato fu minimo e le perdite italiane elevatissime.

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Per questo motivo nell’ottobre 1917 i ragazzi del ’99 furono spediti in guerra: la penuria di uomini al fronte aveva costretto le famiglie italiane a sacrificare i propri figli più giovani, che non avrebbero dovuto mai combattere se tutto fosse andato secondo i piani. La guerra di posizione ormai si era consolidata: le armi di difesa erano nettamente più avanzate di quelle d’attacco. Inoltre il territorio non favoriva l’attacco: i due eserciti si scontrarono sull’Isonzo perché, sebbene il confine con l’Austria era molto esteso, la maggior parte di esso si trovava tra i monti, rendendo difficile il combattimento. Inoltre la parte pianeggiante del confine si trovava sulla strada che portava a Trieste, gli italiani infatti pensavano di riuscire ad entrare nella città più velocemente combattendo su quella parte del fronte. Il 10 ottobre 1917 Cadorna ordinò al comandante della Seconda Armata, il comandante Capello, di far gravitare sulla destra dell’Isonzo la maggior parte del 27° corpo e di lasciare sull’altopiano i medi calibri più mobili. Il comandante Capello però, non essendo d’accordo con la decisione presa dal Comando Supremo, tentò di far cambiare idea a Cadorna. La linea di condotta di Capello e dei suoi generali era quella della controffensiva, sottovalutando l’armata nemica. Questo errore di valutazione derivò dalla convinzione dei generali che l’esercito austro-ungarico ormai fosse stanco, più di quello italiano. Tuttavia non avevano previsto l’arrivo dei tedeschi a sostegno dell’esercito asburgico. Il 16 ottobre si iniziò a parlare di un possibile attacco nemico in conca di Plezzo, dove si trovavano il generale Cavaciocchi e il 4° Corpo d’Armata. La notizia, trapelata da un ufficiale boemo, disertore, e poi confermata da due soldati rumeni, disertori anche essi, creò una confusione generale: arrivarono una serie di ordini e contrordini, che generarono il caos tra le file della 4° Corpo. Il 6 ottobre inoltre si generò confusione anche nel 27° Corpo d’Armata, guidato dal giovanissimo Generale Badoglio. Quel giorno infatti fu avvistata una colonna di 500 autocarri nemici che nei pressi di Santa Lucia scaricarono un’enorme quantità di materiali che sarebbero poi serviti durante l’attacco.

Secondo il piano d’attacco del generale tedesco Otto von Below, tutte le artiglierie della 14a Armata tedesca aprirono il fuoco alle 2 del mattino e per 4 ore spararono proiettili a gas, resi inefficaci dal vento e dalla pioggia. Il bombardamento finì alle 6 di mattina, ora in cui iniziò il tiro di distruzione, che durò solo due ore. Le fanterie d’assalto (Sturmtruppen e Sturmpatruillen) avevano l’ordine di infiltrarsi in profondità per insaccare i reparti italiani di fanteria, mettendo contemporaneamente fuori combattimento le batterie dell’artiglieria italiana. Il bollettino del Comando Supremo Italiano del 24 ottobre, prima giornata della dodicesima battaglia dell’Isonzo, commentò che il nemico avrebbe trovato l’esercito italiano ben preparato. Tuttavia la risposta italiana fu confusa e frammentata, segnata da ordini vaghi e contraddittori. I generali furono sempre ottimisti. Il generale Badoglio era sicurissimo di poter annientare i nemici appena essi fossero usciti dalle trincee, tuttavia il tenente Rommel riuscì a superare senza troppi problemi le linee italiane, superando il fronte. Il 25 ottobre cadde anche la seconda linea di difesa intorno al monte Matajour. L’esercito nemico aveva la possibilità di scendere in pianura e invadere il Friuli. Il fronte italiano dell’Isonzo, dove la maggior parte dei soldati italiani era concentrata, rischiò di essere aggirato. Per arginare l’avanzata dei tedeschi, gli italiani fecero saltare il cosiddetto ponte Napoleone, condannando a una sorta di prigionia centinaia di soldati. Anche gli altri tentativi da parte degli italiani di organizzare una linea di contenimento furono inutili. L’esercito regio a questo punto poteva solamente battere la ritirata. Il 26 ottobre Cadorna ordinò la ritirata generale sul Tagliamento: in soli due giorni il nemico aveva conquistato ciò che gli italiani riuscirono a conquistare dopo 2 anni di guerra e 11 battaglie. Il 3 ottobre i tedeschi e gli austro-ungarici superarono anche i Tagliamento, costringendo gli italiani a ripiegarsi sul fronte successivo, quello del Piave, temendo un’ulteriore ritirata sull’Adige. La ritirata non fu affatto semplice: dopo essere stato fermo per due anni, il fronte si spezzò, permettendo ai nemici di entrare e il dispositivo difensivo si scardinò completamente: pima fece un tentativo di difesa ad oltranza, poi si ordinò la ritirata. A quel punto fu impossibile organizzare una ritirata ordinata: i generali scapparono, lasciando i loro reparti senza ordini precisi da seguire.

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Il generale Cadorna disse: “il segno di questo disastro è la stanchezza. L’esercito […] è sfasciato nell’anima. Tutto pur di non combattere. Questo è il terribile di questa situazione.” Il generale scaricò le colpe del disastro sui suoi soldati, tentando di nascondere le sue e quelle del suo supremo comando. A mezzogiorno del 4 novembre Cadorna ordinò la ritirata generale e ciò che rimaneva dell’esercito si trincerò sulla sponda destra del Piave e sul Grappa. La sponda sinistra del Piave, il bellunese e il Friuli furono invece occupati. Oltre 400 mila civili del Friuli e della sinistra del Piave riuscirono a fuggire diventando profughi in patria, dispersi in tutta Italia. Ciò rese difficili le attività di assistenza e di controllo della qualità della vita dei profughi, dando origine a fenomeni di speculazione e sfruttamento. Anche le città non occupate dagli austro-ungarici furono evacuate, come Venezia che in sei mesi perse 60 mila abitanti su 114 mila. E così interi borghi vennero evacuati, gli abitanti venivano messi sui treni e spediti nelle regioni meridionali dell’Italia. Mentre questi venivano mandati in Sicilia, i loro treni incrociavano quelli che trasportavano l’ultima classe di leva del ’99, diretti al fronte. Dal 9 novembre gli austro-ungarici iniziarono a far saltare i ponti sul Piave e distruggere i borghi vicino al fiume, credendo che in questo modo potessero spingersi anche oltre l’Adige. Ma la marcia dei nemici che sembrava inarrestabile venne interrotta. Il re diede l’ordine di difendere la linea del fronte sul Piave: “il Piave non può essere abbandonato senza la caduta di Venezia e la perdita della sola grande base navale in Adriatico” Il nuovo generale Armando Diaz diede quindi l’ordine di rimanere sul Grappa e sul Montello e di difendere la linea di fronte, arretrata e accorciata. L’8 dicembre i ragazzi del ’99 arrivarono sull’altopiano. Diaz avrebbe preferito tenere l’ultima classe chiamata alle armi come riserva per la grande offensiva alleata programmata per la primavera del 1919, invece molti di questi furono mandati direttamente in combattimento.

I DUBBI DEGLI ALLEATI E IL CAMBIO DI POTERE

La disfatta di Caporetto aveva portato a radicali scelte politico-militari. Iniziarono a spargersi dei dubbi sulle capacità di resistenza del Regio Esercito, non solo in Italia, ma anche in Francia e in Inghilterra. Si misero in discussione anche le capacità del generale Cadorna di rimanere a capo dell’apparato militare italiano. Clemenceau incolpò Cadorna di essere troppo restio nello schierare le truppe italiane sul fronte, quindi nel momento del bisogno “queste forze non poterono intervenire”. Il primo ministro francese inoltre rimproverò la cieca fiducia nella solidità delle posizioni conquistate, che permise ai nemici di rubare 300 mila tonnellate di materiali, e la mancanza di trinceramenti e ponti o strade, che avrebbero permesso una ritirata più agevole. Il premier britannico invece dichiarò esplicitamente “non c’è scopo di mandare le nostre truppe in Italia se non siamo sicuri di che esse si rendano utili”. Il comando, secondo Lloyd George, era inadeguato. Boselli, il primo ministro italiano, dette le dimissioni e al suo posto subentrò Orlando. Questo, con il consenso di Inghilterra e Francia sostituì a Cadorna il generale Diaz l’8 novembre. L’apparato militare così tornò sotto il controllo della politica e del Parlamento, abbandonato sino a quel momento all’autocrazia di Cadorna. Diaz comprese che per ottenere il consenso doveva evitare la repressione insensata che regnava con Cadorna. Caporetto accade perché la 2a armata era schierata in posizione offensivistica, il 27° corpo d’armata del generale Badoglio era il più esposto poiché era troppo a ridosso delle prime linee. La fanteria non era addestrata per la difesa, ma solamente per l’offensiva. Le riserve non risposero con il fuoco subito, seguendo gli ordini di Cadorna, e quando intervennero non lo fecero in modo efficace. Badoglio ordinò l’intervento troppo tardi e tentò di scaricare le sue colpe sui suoi sottoposti. Ad aggravare la situazione vi erano inoltre i collegamenti e le comunicazioni inadeguati, intercettati subito dallo spionaggio austro-ungarico. Caporetto costò all’Italia 11 mila caduti, 30 mila feriti, 256 mila prigionieri, 3.152 pezzi d’artiglieria, 1.732 bombarde, 3.000 mitragliatrici, 2.000 pistole mitragliatrici e 300 mila fucili, 150 aerei, 4.000 autocarri, interi magazzini di sussistenza ed enormi quantità di viveri. Gli sbandati e i disertori furono 350 mila. L’Italia perse ben 10 mila chilometri quadrati di territorio.

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Il ministro delle Armi e delle munizioni, il generale Alfredo Dallolio, fece aumentare la produzione di armi nel triangolo industriale Milano-Torino-Genova, cresciuto esponenzialmente durante la guerra. Il potenziale produttivo era intatto e il governo mise a disposizione ciò che il comando supremo richiedeva: fu uno sforzo enorme, sostenuto dalla propaganda e dal sentire comune. Ogni famiglia aveva almeno un combattente al fronte, al quale non dovevano mancare affetto e sostegno. Il rancio del soldato fu migliorato, aumentandone il numero delle calorie e facendolo giungere il più possibile caldo anche in prima linea. Il vestiario venne rinnovato gradualmente, aumentarono le licenze, fu stipulata una polizza assicurativa sulla vita per ogni militare, furono erogati sussidi ai meritevoli. Sul piano della riorganizzazione militare non si poteva perdere tempo. Ben presto infatti gli italiani, ma soprattutto gli austro-ungarici, dovettero far fronte alla scarsità di approvvigionamento dei vettovagliamenti, alla penuria dei materiali e a una linea di rifornimento lunghissima. Vennero formate nuove armate e vennero organizzati nuovi campi militari nei quali si riordinarono in brigate di marcia, di fanteria e gli sbandati, i quali venivano riarmati e rimotivati. Il resto degli sbandati venne assegnato ai reparti della milizia territoriale o avviati nell’industria di guerra o, ancora, in servizi di utilità pubblica. Inoltre venne formato un nuovo campo di riordinamento per ricostruire i reggimenti di artiglieria divisionale, i gruppi pesanti campali e le batterie d’assedio. Fu anche istituita una nuova scuola di bombardieri per ricostruire le batterie di bombarde e i nuclei di lanciafiamme. In attesa che le armi giungessero dalle industrie di guerra, gran parte del personale dei bombardieri fu impiegato nella fanteria. Venne creato anche un campo tecnico che si occupava di riordinare i reparti dell’esercito. In tutto il paese i carabinieri davano caccia ai disertori che avevano approfittato dello sfascio di caporetto per abbandonare i reparti. A Treviso, nuova capitale dell’aviazione italiana, vennero allestiti 25 campi di aviazione. L’1 dicembre lo “stato di guerra” venne esteso a tutto il Nord Italia. A metà dicembre giunsero le squadriglie anglo-francesi, come prevedevano gli accordi con le due potenze. Tutto ciò permise la resistenza dell’Esercito italiano sul fronte del Piave ma di certo un grande contributo lo diedero le forze fresche delle nuove reclute.

I RAGAZZI DEL ’99 ENTRANO IN GUERRA

Furono così chiamati al fronte quelli che poi divennero noti come i “ragazzi del ’99”. Il primo contingente di 80 mila ragazzi fu chiamato all’inizio del 1917. Alla base del loro addestramento piuttosto sommario (come quello di tutti gli altri i soldati) vi erano disciplina e obbedienza agli ordini dei superiori e soprattutto del re, poiché, come diceva lo Statuto Albertino, il re era il capo dell’esercito. Questi ragazzi avrebbero poi dovuto imparare a indossare correttamente la divisa “usata e strausata” e mettersi in riga. Iniziava poi l’addestramento vero e proprio. Il primo passaggio fondamentale era l’apprendimento del Libretto personale del Regio Esercito. Il Libretto affermava innanzi tutto che “l’istituzione dell’Esercito è basata sul principio di usare la forza nella difesa del Paese, delle sue Leggi e della Monarchia.” Successivamente i giovani avrebbero dovuto prestare giuramento, la solenne promessa in cui dicevano di rimanere fedeli al re, osservare le leggi ed adempiere ai propri doveri di disciplina e di servizio. I ragazzi poi dovevano sottostare a una serie di regole chiamate i doveri generali del militare.

1. Il soldato, penetrato della nobile parte che rappresenta fra i cittadini pagando alla Patria il suo tributo di militare, deve adattarsi subito e volonterosamente alle esigenze della sua nuova condizione ed attendere con animo lieto e con diligenza al servizio.

2. Armato per la difesa del Re e della Patria, deve sentirsi ispirato a sentimenti elevati pari a tale suo nobile compito.

3. Ogni suo atto deve perciò essere informato alle leggi dell’onore ed alla pratica delle virtù militari, che consistono nel profondo sentimento del dovere e nel respingere tutto ciò che è incompatibile colla dignità dell’uomo.

4. Nel rispetto alle leggi dello Stato e nella osservanza dei doveri civili egli deve essere d’esempio agli altri cittadini.

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5. In qualsiasi cicostanza deve mostrarsi educato, benevolo e cortese verso i concittadini ed essere sempre pronto a soccorrere chiunque versi in pericolo. Armato uicamente per la difesa della Patria e del Trono, il militare non deve usare delle sue armi ad altro fine, ed egli commetterebbe un viltà quando abusasse delle armi in soprusi e prepotenze contro persone inermi.

6. Grave colpa commetterebbe prendendo parte qualsiasi ad assembramenti o manifetazioni di partiti politici, come pure tumulti, disordini e violenze d’ogni specie.

7. Ubbidienza e zelo nel servizio, temperanza, delicatezza, punto d’onore, generosità, lealtà, franchezza e benevolenza ai compagni d’armi, fiducia illimitata nei capi, pazienza, abnegazione, devozione e amore al Re e alla Patria, e coraggio a tutta prova sono altrettanti virtù che devono fregiare chiunque ha l’onore di vestire la divisa militare e di appartenere all’esercito.

8. Il soldato poi non deve mai stare in ozio, sorgente di vizi e di molti mali. 9. In ogni tempo e luogo potrà occuparsi utilmente colla lettura d’un buon libro, e trovare in essa

ricreazione, consiglio ed incoraggiamento. 10. Il militare deve sovente scrivere ai propri genitori. Questo, oltreché essere stretto dovere, è ancora uno

dei migliori mezzi che consoli e sollevi l’animo. 11. Nello scrivere il soldato deve evitare ogni notizia esagerata e tanto più di dire cose non vere intorno al

proprio stato per non allarmare i parenti e screditare le istituzioni militari. Così indottrinati i ragazzi appena diciottenni partirono per la battaglia, con quella sprovvedutezza tipica di questa età, ignari di ciò che sarebbe successo loro a Caporetto. Così 108 battaglioni furono spediti sul fronte italiano che andava dallo Stelvio al mare. Serviva carne da cannone da consumare soprattutto sul Carso e sull’Isonzo. Tuttavia questi ragazzi, inviati verso il maggio, furono tenuti di riserva nella milizia territoriale. L’undicesima battaglia dell’Isonzo infatti si combatté senza il loro contributo. Fu soltanto nella battaglia successiva, la battaglia di Caporetto, che questi furono “buttati nella fornace”. Giuseppe Mazzaglia, storico italiano, affermò che ormai questi ragazzi dovevano usare il loro coraggio non per conquistare Trento e Trieste, ma si dovevano focalizzare su una “disperata difesa dell’integrità stessa dell’Italia”. Il presidente Orlando inoltre aveva deciso di inviare rinforzi anche agli alleati francesi. Egli infatti voleva dimostrare che nonostante Caporetto l’Italia si era già ripresa. Voleva anche ribadire la saldezza dell’alleanza con Parigi e Londra. I treni partirono agli inizi di aprile da Bescia, Calvisano, Desenzano sul Garda, Lonato e Rezzato e arrivarono fino alla regione dello Champagne e delle Ardenne. Quando fu chiamata alle armi la classe di leva del 1899, a sostenere queste giovani speranze si mossero tutti: comitati di vario genere e di diversa estrazione sociale e politica, la casa reale, le società di mutuo soccorso cattoliche e socialiste, le madrine di guerra, i senatori del regno e i deputai. Il conflitto, da avventura politica, si era tramutato in una guerra di difesa nazionale. Lo storico Alberto Monticone afferma che negli ultimi mesi del 1917 si voltava pagina: si credeva infatti che l’Italia potesse cadere nelle mani delle Potenze centrali. Una vasta regione infatti era già stata occupata dalle armate dell’Impero austro-ungarico e della Germania, sotto cui il dominio di quei territori avevano vissuto; centinaia di migliaia di profughi avevano trovato rifugio in tutta la penisola, dando la precisa sensazione del dramma e del rischio per tutto il Paese.

SUL PIAVE, LA PRIMA VITTORIA

Le giovani reclute della classe del ’99 furono subito inviate sul Piave. Il Comando Supremo prese una decisione singolare e importante sui giovanissimi appena entrati nell’esercito: la stragrande maggioranza dei ragazzi del ’99 non venne sparsa in reparti diversi, come si era fatto precedentemente, ma vennero tenuti insieme formando dei reparti omogenei. Sul Grappa furono state edificate una serie di difese, collegamenti e allestimenti, ordinati da Cadorna, che sarebbero serviti in caso di crollo del fronte, che si verificò a Caporetto. “Il Grappa deve risultare imprendibile. Deve essere fortissimo da ogni parte, non soltanto verso occidente […] perché se dovesse succedere qualche disgrazia sull’Isonzo, io verrò qui a piantarmi […] in caso di disgrazia è questa la linea che occuperemo.” Queste furono le parole di Cadorna disse pochi giorni prima della dodicesima battaglia dell’Isonzo.

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Fu ciò che poi accadde. Sul massiccio furono fatti affluire i giovai dell’ultima leva del 1899, immediatamente schierati con l’Esercito Regio. Su un diario di un colonnello del Piave si legge la descrizione dei ragazzi del ’99: “(le nuove reclute) un po’stracche per il lungo viaggio, bene armate, cariche dell’equipaggiamento troppo pesante per le loro giovani spalle, vestiti a nuovo, col volto di ragazzi che stranamente contrastava con l’aspetto degli altri fanti dell’esercito, esse ci portavano con la loro fresca energia un preziosissimo aiuto. Ma il sorriso delle loro labbra e del loro sguardo, la loro serenità ed il loro senso di devozione, che mostravano nell’adempimento dei loro doveri, ricordandoci ad ogni momento che essi erano le ultime riserve della Patria ci ammonivano che a quella serenità fanciullesca corrispondevano chissà quante angosce nelle famiglie lontane, facendoci comprendere, come mai, quanto fosse grande la somma dei nostri doveri verso di loro e verso l’Italia”. Il 18 novembre il bollettino del comando supremo menzionò per la prima volta le ultime reclute: “I giovani soldati della Classe 1899 hanno avuto il battesimo del fuoco. Il loro contegno è stato magnifico e sul fiume che in questo momento sbarra al nemico le vie della Patria, in un superbo contrattacco, unito il loro ardente entusiasmo all'esperienza dei compagni più anziani, hanno trionfato. Alcuni battaglioni austriaci che avevano osato varcare il Piave sono stati annientati: 1.200 prigionieri catturati, alcuni cannoni presi dal nemico sono stati riconquistati e riportati sulle posizioni che i corpi degli artiglieri, eroicamente caduti in una disperata difesa, segnavano ancora. In quest'ora, suprema di dovere e di onore nella quale le armate con fede salda e cuore sicuro arginano sul fiume e sui monti l'ira nemica, facendo echeggiare quel grido “Viva l'Italia” che è sempre stato squillo di vittoria, io voglio che l'Esercito sappia che i nostri giovani fratelli della Classe 1899 hanno mostrato d'essere degni del retaggio di gloria che su loro discende Zona di guerra, 18 novembre 1917 - Il Capo di S.M. dell'Esercito A. Diaz” Tra il 16 e il 17 novembre infatti era stata combattuta la battaglia, che si concluse con la prima vittoria italiana dopo Caporetto, a Molino della Sega, nel trevigiano. Il molino della sega, che dava origine al toponimo, la mattina del 16 novembre fu bersagliato da bombardamento dell’artiglieria nemica. I bersaglieri italiani si schierarono sull’argine del fiume e la brigata di fanteria copriva l’area della strada che portava a Treviso, il vero bersaglio della sortita degli attaccanti. Gli italiani, appoggiati dalle nuove leve del ’99, strinsero così i nemici in una morsa. Al mattino del 17 novembre gli italiani suonarono il segnale della carica e sopraffecero il nemico, costretto ad arrendersi. Si concluse così la dodicesima battaglia dell’Isonzo. L’artiglieria italiana riuscì a impedire che gli attaccanti giungessero rinforzi e rinforzi e rifornimenti. Le reclute del ’99 si batterono valorosamente, nonostante fossero arrivati solamente il giorno prima. Questa vittoria ebbe per l’Italia un enorme valore simbolico, grazie anche alla partecipazione delle giovani reclute delle quali si sentì parlare per la prima volta. L’Italia di Caporetto era ormai considerata morta, ora c’era una nuova Italia, l’Italia del Piave.

LA BATTAGLIA DEL SOLSTIZIO

La battaglia successiva avvenne nel giugno 1918, circa 6 mesi dopo. Il piano d’attacco delle truppe austro-ungariche era di attaccare contemporaneamente tre diversi punti del fronte: la prima direttrice d’attacco fu il Passo del Tonale, da cui l’esercito imperiale sperava di raggiungere alle porte di Milano (operazione Lawine); la seconda manovra offensiva si doveva svolgere sugli altopiani, aveva come obbiettivo il Monte Grappa e la successiva penetrazione nella pianura veneta (operazione Radetzky); la terza manovra doveva sfondare il fronte nella zona del Montello, puntando su Treviso (operazione Albrecht). Tuttavia il comandante Borojević non fu d’accordo con le decisioni prese da Conrad: eli infatti avrebbe voluto evitare di impegnarsi in una battaglia dagli esiti incerti, preferendo conservare le forze dell’esercito per salvare l’Impero dall’imminente disgregazione. Inoltre il comandante, memore di quanto succedette a Caporetto, ritenne che l’attacco si dovesse svolgere in un unico punto. L’imperatore asburgico Carlo I, sebbene tentato di firmare un armistizio con l’Italia, decise di approvare i piani di Conrad: la resa dell’Italia sarebbe stata l’unica ancora di salvezza per l’Impero Austro-Ungarico. Iniziò così la Battaglia del Solstizio che avrebbe dovuto, secondo i piani del Comando Supremo asburgico, risolvere definitivamente la guerra con l'Italia.

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Diaz ordinò di sfoltire le prime linee e di posizionare più uomini nelle riserve, schierate nella pianura veneta, pronte a tamponare un’eventuale sfondamento su tutta la linea del fronte. Il 13 giugno 1918 inizia il bombardamento nemico su Ponte di Legno, ma l’avanzata della fanteria austriaca viene fermata dagli Alpini, il cui presidio era stato rafforzato in previsione dell’attacco. Alle tre del mattino del 15 giugno i cannoni austro-ungarici lungo il Piave aprirono il fuoco contro il fronte italiano. Come fecero a Caporetto, l'attacco iniziò con un grande bombardamento verso i collegamenti delle linee difensive con l'ausilio anche dei gas. Le prime ore furono molto favorevoli e gli austro-ungarici ottennero risultati eccellenti: circa 100mila uomini riuscirono ad attraversare il fiume sotto la pioggia battente ed i fumi dei gas, arrivando in prossimità del Grappa. Ma già nel pomeriggio i comandi asburgici si resero conto che la situazione era ben diversa rispetto alla Valle dell'Isonzo. Questa volta gli italiani ascoltarono i disertori, sempre numerosi, ed i piani austro-ungarici non furono un mistero. Le bombe a gas inoltre non fecero la strage che ci si aspettava dato che l'esercito britannico aveva distribuito ai soldati le proprie maschere anti-gas, più evolute e moderne rispetto a quelle usate precedentemente. L’Italia aveva difeso con un efficace fuoco di contropreparazione, cogliendo di sorpresa le truppe nemiche. Il 16 giugno l'avanzata si interruppe. Il livello del Piave, a causa delle abbondanti piogge, salì notevolmente e le passerelle per far arrivare i rifornimenti sulla riva destra crollarono sistematicamente. In molti punti le granate iniziarono ad essere razionate mentre, al contrario, l’esercito italiano godeva di una superiorità numerica sia di uomini che di armi. Nella battaglia cinque divisioni nemiche riuscirono a superare il Piave, ma non potevano essere sostenute dal punto di vista logistico: il passaggio del fiume era molto difficoltoso e i bombardieri continuavano a attaccare le truppe dall’alto. Ciononostante ungheresi e austriaci riuscirono ad arrivare alla cosiddetta linea della corda, una linea difensiva sul versante meridionale del Montello. Da qui però gli imperiali non riuscirono ad avanzare furono costretti a tornare indietro. Il 20 giugno il comandante asburgico si rese conto dell’impossibilità di proseguire l’offensiva e lo stesso imperatore Carlo I ordinò il ripiegamento sulla sponda sinistra del Piave. La battaglia si concluse il 24 giugno, determinando il fallimento dell’offensiva austriaca e la vittoria italiana. Terminata la Battaglia del Solstizio, non cessò lo stillicidio di attacchi e contrattacchi, soprattutto sui monti. Incessanti scambi di cannone scandivano le giornate. Gli alleati dell’Intesa erano piuttosto convinti che la guerra sarebbe terminata nel 1919 con la loro vittoria. Gli imperi centrali non sarebbero stati in grado di resistere alla superiorità degli avversari che si stava manifestando giorno dopo giorno, con l’aiuto degli USA che inviavano uomini e materiali di guerra. Dopo l’offensiva fallimentare di giugno da parte degli austro-ungarici, i germanici tentarono a loro volta di sopraffare la milizia italiana, tra il 15 luglio e l’8 agosto, ma con scarsi risultati. L’esito non fu devastante come quello di Vienna, ma anche per Berlino l’esito non positivo dell’attacco fece presagire la fine militare della grande potenza di Guglielmo II.

VITTORIO VENETO

Diaz convinto della necessità di porre fine al conflitto tentò l’attacco. Tuttavia era consapevole che un attacco da parte degli italiani era pericoloso e poteva ribaltare ancora una volta le sorti della guerra. Invece di optare per un attacco frontale, scelse la di puntare a cuneo su Vittorio Veneto per rompere il fronte austro-ungarico. Di conseguenza un contraccolpo si sarebbe determinato anche sui fronti del Grappa e degli Altipiani, che avrebbero potuto essere arginati nella manovra. La manovra doveva essere effettuata il 16 ottobre, ma la piena del Piave impose un ritardo. La prima azione si fece il 24 ottobre sul Grappa, ma fu alquanto fallimentare: essa provocò solo un numero altissimo di morti (15 milioni di morti e 20 mila feriti). La difesa austriaca si rivelò subito fortissima, la reazione fu tenace e astiosa. Il territorio in particolare era un grande ostacolo: le manovre non potevano essere effettuate in modo agile, non si poteva prendere piede se prima non si abbattevano i baluardi della difesa, che erano monti asprissimi. La battaglia quindi doveva essere divisa in combattimenti separati, esponendo i soldati alle mitragliatrici nemiche. Tuttavia il generale Giardino, colui che aveva ordinato l’attacco, ripeté gli stessi errori che Cadorna commise un anno prima, ovvero aveva disperso le truppe in un territorio che non conosceva a fondo. Le truppe nemiche combatterono con onore, nonostante l’imminente crollo della duplice monarchia. Il 28 ottobre infatti a Praga il Consiglio nazionale ceco-slovacco dichiarò la repubblica indipendente che

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comprendeva la Boemia, la Moravia, la Slovacchia, la Rutenia e la Slesia meridionale. In Ungheria invece serpeggiava la rivolta, che a Budapest assunse caratteri rivoluzionari e dove il 31 ottobre venne proclamata la repubblica popolare. Nei Balcani il 29 ottobre nacque lo Stato degli Sloveni, dei Croati e de Serbi, che comprendeva gran parte della Slovenia, la Voivodina, la Dalmazia, la Bosnia, l’Erzegovina, l’Istria e parte della Venezia Giulia, con capitale Zagabria. Questa disgregazione dell’impero si rifletté nell’esercito, provocando casi di indisciplina e rivolta, soprattutto negli apparati ungheresi. La vera offensiva italiana iniziò la notte del 24 ottobre sul fronte del Piave e portò alla disgregazione definitiva del fronte austro-ungarico. La battaglia durata fino al 4 novembre, non fu una passeggiata: le forze dell’Intesa contarono 5.800 caduti e 26 mila feriti, mentre invece gli imperi centrali ebbero 35 mila caduti e 100 mila feriti, oltre a 300 mila prigionieri. La sera del 26, appena dopo il tramonto, delle barche leggere portarono sull’altra riva i primi pattuglioni d’assalto per iniziare i lavori di costruzione di ponti e passerelle da parte dei pontieri del Genio. Tutto il materiale necessario era stato portato e nascosto le notti precedenti sul margine del Piave. I pattuglioni d’assalto intanto, si gettavano sopra le vedette austriache e impedivano che partisse l’allarme. Nel frattempo i pattuglioni d’assalto continuavano a essere trasportati dall’altra parte del fiume, schierandosi sulla riva. A garantire i collegamenti tra le due rive del fiume furono i caimani del Piave, una specialità del corpo degli arditi costituita da volontari, nativi delle zone rivierasche del fiume e della laguna. Esperti nuotatori, addestrati al combattimento a mani nude e con il pugnale. Più a valle, dove la corrente era meno rapida, i genieri italiani riuscirono a creare dei ponti di barche, sui quali i soldati si lanciarono con l’ordine di raggiungere Vittorio Veneto. Durante la battaglia del solstizio gli austriaci, nonostante la sconfitta, riuscirono a mantenere il controllo su un arcipelago, importante dal punto di vista strategico. Tuttavia il 24 ottobre i soldati italiani riuscirono a conquistare il piccolo arcipelago e ad assicurarsi una base per attaccare il nemico al di là del fiume. Le isole vennero prese una a una dalla fanteria inglese. Vennero utilizzate piccole barche costruite appositamente per attraversare le correnti rapide del Piave, timonate da marinai italiani. Il mattino del 24, oltre che gli isolotti, vennero occupati anche l’isola Maggiore, la più importante dell’arcipelago. Nel pomeriggio invece il maltempo bloccò le manovre, ma nelle prime ore del 26 la difesa austriaca era stata annientata. L’artiglieria nemica tentò di bloccare i passaggi dell’intesa ma gli arditi e i fanti riuscirono comunque ad attraversare le passerelle. La sera gli inglesi erano arrivati a circa cinque chilometri dalla riva e presero 3.000 prigionieri Il giorno seguente si sarebbe dovuto sfruttare al massimo la vittoria, puntando su Belluno al fine di tagliare la ritirata all’esercito nemico. Il 31 ottobre le truppe austro-ungariche del Grappa iniziarono a cedere. Nello slancio si distinsero molti giovani del ’99 ma anche giovanissimi, volontari della classe 1900. Il bollettino di guerra del 3 novembre diceva che le truppe italiane avevano occupato Trento, Trieste e Udine. Alle ore 15 del 4 novembre, tra gli spari si sentì una tromba: era il segnale austriaco dell’armistizio. Un velivolo italiano, con il tricolore che spuntava dalla carlinga, annunciò la fine della guerra.

IL CONGEDO

Il congedo non fu affatto veloce. Sebbene la guerra fosse finita il 4 novembre 1918, molti soldati non poterono tornare a casa subito. Gli ultimi che ricevettero il congedo tornarono a casa nel 1921. Fu il caso dei ragazzi del ’99: dato che furono gli ultimi ad arrivare al fronte, furono anche gli ultimi ad andarsene. Molti ragazzi del ’99 (e del 1900) furono richiamati alle armi: dovettero riprendere in mano la divisa grigio verde e combattere nella Seconda Guerra Mondiale, quella voluta da Mussolini e Vittorio Emanuele III. Con la fine vittoriosa della Grande Guerra durata 41 mesi, si concluse un’epoca, un lungo cammino, quello del Risorgimento, iniziato sul Ticino nel 1848.

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STORIA DELL’ARTE LA PROPAGANDA

La propaganda è un insieme di azioni che hanno la finalità di influire sull’opinione pubblica, in modo da favorire gli intenti di chi la mette in atto. Essa utilizza le stesse modalità della pubblicità commerciale, atte a convincere provocando emozioni intense, che possono essere negative (paura, disprezzo, repulsione) o positive (orgoglio, patriottismo, desiderio di essere benvoluti). La propaganda riesce a provocare tali sentimenti grazie agli slogan, ripetuti costantemente dalla radio, stampa, manifesti, ma utilizza anche forme di diffusione, quali la letteratura, il teatro, il cinema, le arti figurative. Le immagini sono molto importanti nella propaganda, perché esse vengono comprese in maniera più immediata rispetto ai testi, e vengono memorizzate più facilmente.

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In Italia la propaganda di guerra, che era nata durante il periodo delle guerre risorgimentali, diventò parte integrante dell’attività bellica nella Grande Guerra del 1914-18, in particolare nel 1917, quando si determinò il passaggio tra la “guerra del fronte di combattimento” e la “guerra totale”, nei suoi molteplici compiti difensivi e offensivi. La propaganda diretta al popolo non è commissionata dal governo, ma viene diffusa attraverso le mobilitazioni degli interventisti. Inizialmente la propaganda si svolse sul fronte interno, ai soldati, poi sul fronte nemico e in seguito alla nazione intera, estendendo il suo raggio d’azione all’opinione pubblica avversaria e internazionale. L’Esercito Italiano, nel corso del conflitto, imparò a servirsi della propaganda e dei suoi mezzi, dapprima con una certa improvvisazione e poi con organi creati appositamente, soprattutto attraverso le stampe e le immagini, che furono, come già detto, gli strumenti per eccellenza della propaganda. La propaganda diventa una vera e propria, arma parte integrante delle attività belliche. Un’arma necessaria per rappresentare il conflitto in base a una personale patriottica visione, strumento che si prefigge di rappresentare ma anche autorappresentare una particolare immagine della guerra, capace di determinare e influenzare l’identificazione dell’opinione pubblica con il conflitto stesso.

LE TECNICHE

Le tecniche di propaganda sono numerose, ma tutte hanno lo scopo di promulgare messaggi falsi ma persuasivi. In molte tecniche si possono trovare falle logiche, in quanto i propagandisti usano tesi convincenti, ma non necessariamente valide. Le varie tecniche di propaganda utilizzano un linguaggio piuttosto vago e semplice (spesso sotto forma di slogan, motto o frase a effetto), tendono a generalizzare e semplificare concetti complessi e articolati usando spesso l’antitesi vincente-perdente, buono-cattivo, ammirevole-vile, e infine si basano sulla massificazione della società. La prima tipologia di propaganda è il “ricorso alla paura” che cerca di costruire il supporto instillando paura nella popolazione.

1. Il “ricorso all’autorità” cita prominenti figure per supportare una posizione, idea, argomento o corso d'azione.

2. L’ “effetto gregge” (o anche detto “appello alla vittoria inevitabile”) cerca di persuadere il pubblico a prendere una certa strada, di “unirsi alla massa”. Questa tecnica rafforza il desiderio umano di essere dalla parte dei vincitori. La “vittoria inevitabile” invita quelli che non fanno ancora parte del gregge a unirsi, per andare sulla strada di una vittoria certa. Coloro che sono nel gregge invece sanno che rimanervi è la ciò che è giusto fare.

3. Ottenere disapprovazione è un altro metodo per convincere le masse a disapprovare un idea, dicendo che questa è popolare in un gruppo di persone odiato.

4. Le "banalità scintillanti" sono parole con un'intensa carica emotiva, parole strettamente associate a concetti o credenze di alto valore, che convincono senza supportare informazione o ragionamento. Richiamano emozioni come l'amore per la patria, la casa, il desiderio di pace, la libertà, la gloria e l'onore, chiedendo approvazione senza esaminare la ragione. Questo tipo di linguaggio utilizza la “vaghezza intenzionale”: le generalizzazioni sono sempre vaghe, in modo che il pubblico possa fornire la propria interpretazione. L'intenzione è quella di muovere il pubblico tramite l'uso di frasi indefinite, senza analizzare la loro validità.

5. Attraverso la “razionalizzazione” individui o gruppi possono usare generalizzazioni favorevoli per razionalizzare atti o credenze. Anche in questo caso frasi vaghe e piacevoli sono utilizzate per consolidare credenze o fatti.

6. La tecnica del transfer è una tecnica di proiezione di qualità positive o negative di una persona, entità oggetto o valore a un altro soggetto per rendere quest'ultimo più accettabile o per screditarlo. Questa tecnica viene generalmente usata per trasferire il biasimo da un attore del conflitto all'altro. Evoca una risposta emozionale che stimola il pubblico a identificarsi con l'autorità riconosciuta.

7. Un'altra tecnica molto utilizzata nella propaganda è l’ “ipersemplificazione”, generalizzazioni favorevoli sono utilizzate per fornire risposte semplici a problemi sociali complessi, politici, economici o militari.

8. L’ approccio dell'"uomo comune" tenta di convincere il pubblico che le posizioni del propagandista riflettano il senso comune della gente. In questo modo si vince la fiducia del pubblico comunicando nel suo stesso stile. I propagandisti usano un linguaggio e un modo di fare ordinari (e anche gli abiti

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nelle comunicazioni faccia a faccia o audiovisive) nel tentativo di identificare il loro punto di vista con quello della persona media.

9. Le “testimonianze” sono citazioni, dentro o fuori contesto, dette specificamente per sostenere o condannare un’azione, programma o personalità. Vengono sfruttati la reputazione e il ruolo dell'individuo che rilascia tale dichiarazione. Le parole di persone rispettate o autorevoli diventano il mezzo di propagazione del messaggio. In questo modo il pubblico si identifica con l'autorità e accetta le opinioni e le convinzioni dell'autorità come se fossero sue.

10. La “sierotipizzazione” (o “etichettatura”) cerca di far sorgere pregiudizi nel pubblico etichettando l'oggetto della campagna propagandistica come qualcosa che la gente teme, odia, evita o trova indesiderabile.

11. Colpevolizzare un individuo o un gruppo che non è realmente responsabile il cosiddetto “capro espiatorio” permette di alleviare i sentimenti di colpa delle parti responsabili o distraendo l'attenzione dal bisogno di risolvere il problema per il quale la colpa è stata assegnata.

12. Le “parole virtuose” sono parole appartenenti al sistema di valori del pubblico, che tendono a produrre un'immagine positiva quando riferite a una persona o a un soggetto (pace, felicità, sicurezza, guida saggia, libertà).

13. Lo slogan è una breve frase a effetto che può includere la sierotipizzazione o l'etichettatura. 14. La tecnica “conventio ad tacendum” consiste nello scegliere le notizie, decidendo quali diffondere e

quali tacere. La convenzione comunemente accettata di non parlare di un certo argomento viene definita conventio ad tacendum.

I METODI

Per diffondere i messaggi di propaganda lo Stato italiano dovette trovare metodi a basso costo ma efficaci. Uno di questi erano le cartoline. I costi poco elevati, la facilità di riproduzione, l’immediatezza della visualizzazione, il passaggio in più mani intermediarie del mittente al destinatario, il flusso enorme che raggiunsero nel corso della guerra, il fatto che erano i mezzo postale preferito dai soldati (la maggior parte dei quali era analfabeta e quindi non sapeva scrivere) le resero il metodo più popolare e efficace per fare propaganda. Le cartoline, stampate sia da enti privati che pubblici, costituivano la maggior parte della corrispondenza del fronte. Dal novembre del 1917 anche le Armate, con il contributo del Comando Supremo, stamparono cartoline in franchigia con numerose vignette di propaganda; ciò suscitò le proteste dei soldati per lo spazio troppo stretto riservato alla corrispondenza. Nel mese di giugno del 1918 fu necessario regolamentare la distribuzione delle cartoline con una circolare: il soldato aveva diritto ogni settimana a tre esemplari in franchigia, che lasciavano più spazio alla scrittura, e a due di propaganda. Le cartoline in franchigia erano ovviamente le più controllate, dato che i soldati avrebbero potuto far trapelare informazioni di importanza strategica e militare. Le tematiche rappresentate sulle cartoline, inizialmente molto semplici, riguardarono, nel corso del conflitto, gli eventi della guerra. Nella prima fase prevalsero temi sulla necessità dell’intervento dell’Italia in guerra: l’indecisione di regnanti e governanti, la sollecitazione proveniente da eroi del Risorgimento, l’odio verso il tedesco, l’attesa delle terre irredente l’esortazione di poeti, letterati e politici, desiderose di unirsi all’Italia, il dovere morale di ripristinare le antiche alleanze e di ripudiare la Triplice Alleanza. Le illustrazioni rappresentate sono spesso umoristiche, lontane dalle tragedie della guerra e raramente dedicate alla propaganda pura. Ma, dopo pochi mesi di combattimenti, le immagini scherzose diminuirono fino a scomparire completamente per essere sostituite da rappresentazioni tristi, cupe, dolorose e sacrificali: madri e vedove sconsolate, orfani piangenti, combattenti duramente provati di fronte a un nemico sempre più crudele. Caporetto e il Piave fecero sviluppare nelle cartoline tre filoni fondamentali: l’orrore dell’invasione delle terre italiane e le barbarie compiute dal nemico tedesco (rappresentate anche graficamente con segni e colori carichi di terrore e di angoscia); la necessità di resistere e di ricacciare l’invasore a qualunque costo e sacrificio l’attesa e soprattutto la speranza, che risolleva l’animo e fa intravedere la luce della vittoria (tema particolarmente trattato dopo la battaglia d’arresto del giugno 1918 con satira e umorismo). Gli autori di queste cartoline erano sia artisti e illustratori di giornali, sia soldati semplici. Un altro mezzo molto utilizzato furono i manifesti e le locandine. Nel primo decennio del Novecento, manifesti e locandine si diffusero molto, soprattutto nel campo pubblicitario. Sin dai primi anni di guerra però persero la connotazione commerciale per trasformarsi in strumenti di comunicazione ideologica e politica a sostegno della lotta. I manifesti ebbero una grande importanza, soprattutto perché, in un epoca in cui la

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televisione non esisteva ancora, appendere i manifesti sulle strade e nelle piazze era il modo migliore per diffondere il messaggio a un maggior numero di persone. I messaggi che mandavano i manifesti erano principalmente due: propaganda pura o propaganda per prestiti. In Italia i manifesti di pura propaganda fecero ricorso più alle parole che al disegno, in quanto con la leva obbligatoria non c’era nessuna necessità di sollecitare gli uomini con immagini forti e persuasive per indurre agli arruolamenti. Nei manifesti scritti, comunque, gli autori scoprirono l’importanza della grafica ed elaborarono caratteri tipografici, forme, colori e segni, combinandoli tra loro in modo da attirare già da lontano lo sguardo del lettore. Lo stile linguistico utilizzato fu imperativo, conciso, e quindi più efficace. Nei primi anni di guerra, i manifesti furono utilizzati soprattutto per diffondere bandi e ordinanze alle truppe e alla popolazione. La loro maggiore produzione si ebbe dalla fine del 1917. Abbondante fu invece la produzione di manifesti pittorici per la propaganda destinata a sostenere i prestiti di guerra, tema presente anche nelle cartoline di guerra. I temi centrali erano l’invito al risparmio per le necessità belliche, la richiesta di aiuti per abbreviare le sofferenze dei combattenti, l’intimidazione che per mancanza di oro la Patria potesse perdere la guerra, l’immagine di orfani e vedove inconsolabili, l’accusa del dito puntato del fante o della stampella del mutilato. Gli italiani diedero una risposta massiccia al richiamo patriottico e alla richiesta di solidarietà invocati dai prestiti. I giornali di trincea, diversi dalla stampa nazionale in quanto ebbero l’unico intento di dialogare solamente con il soldato al fronte, furono un metodo di propaganda sul fronte. Le redazioni erano composte esclusivamente da militari o da giornalisti in uniforme; gli articoli più che sviluppare l’informazione tendevano a svolgere azione di propaganda in chiave umoristica, avvalendosi di aneddoti, di filastrocche, di rime e versi, di racconti e soprattutto di illustrazioni Nella primavera del 1916, a un anno di distanza dall’entrata in guerra, fu avvertita la necessità di produrre adeguatamente manifestini, un altro metodo di propaganda già utilizzato dai nemici, da far circolare tra le truppe, per contrastare la propaganda avversaria che forniva false notizie sugli avvenimenti in Trentino e per far loro conoscere i successi italiani e le ingenti perdite inflitte all’avversario. I volantini promulgavano tre tipi di versi di propaganda: propaganda sulle truppe per informarle e incitarle alla saldezza morale e alla certezza della vittoria; propaganda sul nemico per debilitarne lo spirito combattivo; contropropaganda sulle truppe e sul nemico, per controbattere tempestivamente ed efficacemente l’azione di propaganda avversaria. Gli opuscoli di propaganda furono editi a migliaia, in milioni di esemplari, ed erano diretti a seconda dei contenuti a mobilitare l’opinione pubblica, a sollecitare prestiti, a essere di conforto spirituale e morale per il soldato. A differenza delle cartoline, dei manifesti, dei volantini e dei giornali, essendo composizioni di più ampio respiro consentono di fare un’analisi più approfondita su quali erano le molle toccate dai produttori di propaganda per far vibrare gli animi delle masse. Gli opuscoli comparvero prima del 24 maggio 1915 per promuovere l’intervento in guerra dell’Italia e continuarono a essere pubblicati anche dopo la guerra suscitate, alimentando così le polemiche suscitate dalla pretesa sovranità e italianità di terre irredente non concesse. L’ultimo metodo di propaganda usato dallo stato italiano fu la fotografia, che veniva anche usata per come strumento operativo per la ricognizione del terreno.

Questo manifesto è un esempio di propaganda italiana. Non promulga una propaganda pura, ma una propaganda per i prestiti. L’immagine raffigura un soldato che in tono accusatorio punta il dito contro gli osservatori. Lo slogan “sottoscrivete!” sembra quasi un ordine imposto da un generale. Il manifesto infatti chiedeva agli italiani di fare donazioni in per aiutare l’esercito. I colori accesi e brillanti e le scritte particolari servivano ad attirare la gente da lontano.

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BIBLIOGRAFIA E SITOGARFIA LIBRI

Sergio Tazzer, Ragazzi del ’99, nati ieri saranno guerrieri, Kellerman Antonio Brancati, Trebi Pagliarani,Dialogo con la storia e l’attualità 3 l’età contemporanea, La nuova Italia Regio Esercito Italiano, Libretto personale Edward Bernays, Propaganda, Fausto Lupetti Editore

VIDEO E DOCUMENTARI

Documentario Rai storia, Nati ieri saranno guerrieri http://www.raistoria.rai.it/articoli-programma-puntate/ nati-ieri-saranno-guerrieri/25285/default.aspx Documentario Rai, Porta a Porta, Il coraggio dei ragazzi del ’99 https://www.raiplay.it/video/2017/10/Il- coraggio-dei-ragazzi-del-quot99---24102017-6c8a2966-c4e7-43e3-a36e-5f933195bd5b.html Documentario Rai storia, Caporetto http://www.raistoria.rai.it/articoli-programma-puntate/caporetto/23989/ default.aspx Documentario Rai, Battaglia del Solstizio http://www.grandeguerra.rai.it/articoli/la-battaglia-del- solstizio/28761/default.aspx Documentario Rai storia, Armando Diaz e la Battaglia di Vittorio Veneto http://www.raistoria.rai.it/articoli/ armando-diaz-e-la-battaglia-di-vittorio-veneto/4875/default.aspx

SITI INTERNET

Itinerari di guerra, Battaglia di Caporetto http://www.itinerarigrandeguerra.it/La-Disfatta-Di-Caporetto-24- Ottobre-1917 Itinerari di guerra, Battaglia del Solstizio http://www.itinerarigrandeguerra.it/La-Battaglia-Del-Solstizio Regio Esercito, Regolamento di disciplina militare http://www.regioesercito.it/regioesercito/redoc/manumil1.htm Ministero della difesa, Battaglia del solstizio http://www.esercito.difesa.it/storia/pagine/la-battaglia-del- solstizio.aspx Ministero della difesa, Battaglia di Vittorio Veneto http://www.esercito.difesa.it/storia/pagine/battaglia-di- vittorio-veneto.aspx

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Arte-blog, I manifesti storici di propaganda http://art-e-blog.blogspot.com/2015/02/manifesti-storici-di- propaganda.html Wikipedia, I ragazzi del ’99 https://it.wikipedia.org/wiki/Ragazzi_del_%2799 Wikipedia, Battaglia di Caporetto https://it.wikipedia.org/wiki/Battaglia_di_Caporetto Wikipedia, Battaglia del Solstizio https://it.wikipedia.org/wiki/Battaglia_del_solstizio Wikipedia, Battaglia di Vittorio Veneto https://it.wikipedia.org/wiki/Battaglia_di_Vittorio_Veneto Wikipedia, Propagandahttps://it.wikipedia.org/wiki/Propaganda Enciclopedia Treccani online, Battaglia di Caporetto http://www.treccani.it/enciclopedia/battaglia-di- caporetto_%28Dizionario-di-Storia%29/ Enciclopedia Treccani online, Battaglia di Vittorio Veneto http://www.treccani.it/enciclopedia/vittorio-veneto- battaglia-di_%28Dizionario-di-Storia%29/ Enciclopedia Treccani online, Propagandahttp://www.treccani.it/enciclopedia/propaganda/

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