Il controllo sottile, Prove d'esame di Cultural Studies
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Il controllo sottile, Prove d'esame di Cultural Studies

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Introduzione. Il presente lavoro è composto da due capitoli e un’appendice. Il primo capitolo ha un’impronta socio-giuridica. In esso si mette in evidenza un’ipotesi di evoluzione del concetto di controllo partendo dai contributi dei grandi pensatori come Abbagnano, Foucault e Lianos. Per Abbagnano il controllo sociale deve essere fondato sulla comunicazione. Altri suoi aspetti distintivi sono legati ai concetti di atteggiamento e istituzione. L’atteggiamento è un progetto di modo di essere nel quale, le osservazioni e le esperienza passate, permettono comportamenti e valutazioni future. Quando un atteggiamento comincia a manifestare una ricorrenza diventa istituzione. Ciò che funge da saldatura tra il punto di partenza dell’atteggiamento ovvero ciò che lo rende possibile, e il suo fine è il valore. Il valore è quel che rende l’atteggiamento razionale quindi comunicabile e condivisibile. Altra proprietà del valore è quella di indicare la natura normativa dell’atteggiamento stesso che a sua volta tende a mantenere il valore che lo definisce. Il controllo, nel suo essere propenso a direzionare le scelte, si serve della norma che funge così da oggetto del controllo stesso e che scaturendo dal valore, è l’elemento su cui bisogna far leva per pilotare i comportamenti. L’atteggiamento è come se rappresentasse il suo fine perché basandosi proprio sulla norma, funge da meta ultima e successiva all’attivazione del controllo stesso. Le diverse tipologie di controllo sono : di tradizione, di gruppo e le loro relative modalità. Capitolo 1 : La necessità di controllare. 1. I prodromi del controllo sociale. Il termine prodromo è impiegato soprattutto nel linguaggio medico, per riferirsi a un indizio che precede e preannuncia qualche accadimento o mutamento riguardante una persona fisica. È un sintomo. Ora, poiché il problema del controllo sociale è il problema della possibilità, inerente ai rapporti sociali, di limitare e direzionare gli atteggiamenti delle persone, diventa necessario capire quali siano le avvisaglie che portano a una tale azione di potere. L’analisi degli indizi può aiutare a comprendere meglio quale sia l’atteggiamento dell’uomo nei confronti dell’atto da controllare. Questo problema è diventato suscettibile di un’impostazione definita nella sociologia contemporanea. Essa è diventata una disciplina sempre più dialettica, che si è liberata da ogni preoccupazione ideologica rifiutandosi di essere una filosofia della storia o una teoria dell’evoluzione. Oggi il compito della sociologia nei confronti di questo problema consiste nel comprendere come i rapporti sociali siano direzionati o regolati. Comincia già a delinearsi un filo doppio che lega i termini controllo e potere. E poiché vi è una tentazione virale insita nel controllo sociale, i prodromi da delineare sono diversi : 1. Si consideri che i rapporti sociali non sono estranei e accidentali alla persona, bensì contribuiscono a formarla. L’individuo non è la semplice risultante di questi rapporti poiché esso possiede capacità di reazione e di scelta che costituiscono la sua personalità. Questo indizio su come va il mondo stabilisce il carattere sociale concreto della persona. Esso evita l’appiattimento della persona sull’uniformità oggettiva dei rapporti sociali riconoscendole, con la capacità di reazione, la sua libertà. Ciò che abbiamo appena descritto è una prima delimitazione della sfera del controllo sociale. Importante è la visione di Nicola Abbagnano. Per il grande filosofo “questa sfera deve intendersi limitata a quei rapporti nei quali la persona entra come tale cioè nella sua capacità di reazione e di scelta”. È escluso da essa il controllo fisico poiché in tal caso l’individuo è trattato come una cosa. Abbagnano prende in considerazione l’esempio di Dewey relativo al bambino sottoposto a pressione sui muscoli del collo affinché si inchini ogni volta che incontra una certa persona. L’inchino però non ha per il bambino nessun significato di riverenza. Il controllo diventa sociale quando il bambino è in grado di comprendere il significato dell’atto a cui è stato costretto ed è partecipe all’atteggiamento che esso esprime. Il controllo sociale deve basarsi sulla comunicazione che quindi può essere a tutti gli effetti intesa come sintomo di controllo, quest’ultimo quando non è fondato sulla libera risposta della persona non assume significato sociale. 2. Un secondo aspetto che lascia presagire possibili forme di controllo deriva dall’analisi di due cardini comportamentali relativi ai rapporti sociali : gli atteggiamenti e le istituzioni. Per poter avviare un’indagine che abbia una sua scientificità, l’analisi sociologica di questi fattori ha per oggetto gli elementi uniformi e ripetibili di tali rapporti. Per atteggiamento si deve intendere un qualsiasi progetto di modo di essere, nel quale gli esiti delle osservazioni e delle esperienze passate, risultino funzionali a predisporre uno schema o progetto volto ad anticipar comportamenti e valutazioni future. L’atteggiamento è quindi la risultante attuale nella quale vanno a saldarsi sia la valutazione delle esperienze passate sia la previsione di quelle future, attraverso le scelte del soggetto. Essendo allo stesso tempo personale e sociale, l’atteggiamento risulta essere un atto comunicativo che richiama e provoca la comunicazione stessa. Quindi l’istituzione può essere considerata un atteggiamento ricorrente. La relativa indagine sui gruppi e nuclei sociali tentati dal controllo, ha fondamento proprio negli atteggiamenti istituzionali che costituiscono il loro modo di essere dominante. Se dunque il controllo diventa sociale quando si fonda sulla comunicazione e se questa intercorre nella vita sociale sotto forma di atteggiamenti e di istituzioni, le stesse parole società e sociale indicano quella possibilità della comunicazione dalla quale nascono atteggiamenti e istituzioni. 3. Ogni atteggiamento è una struttura fondata su un valore. Parte dalla scelta e dal riconoscimento del valore implicito nell’esperienza passata e predispone ciò che può conservare o incrementare tale valore nel futuro. Il concetto di valore quindi rappresenta sia il punto di partenza dell’atteggiamento, sia il punto di arrivo, il suo fine. Grazie a questa saldatura fra il suo punto di partenza e il suo punto di arrivo, l’atteggiamento è definibile come struttura. In effetti il valore è ciò che rende l’atteggiamento razionale, quindi comunicabile e condivisibile. È razionale ogni atteggiamento che si possa assumere nella stessa situazione o di fronte allo stesso problema. Da un punto di vista sociologico, il valore è l’elemento base dell’atteggiamento e fuori da esso, almeno per la sociologia non ha senso. 1.2 Principi della vigilanza. Il valore funge da base strutturale per l’atteggiamento, delineando la natura normativa dell’atteggiamento stesso. Fondandosi su un valore e tendendo a conservarlo, ogni atteggiamento è normativo. Se un valore può essere garantito e conservato da uno specifico atteggiamento, questo diventa obbligatorio in relazione all’importanza che si attribuisce al valore stesso. Si inquadra come un atteggiamento che deve essere assunto o mantenuto, dal momento che si è deciso che quel valore debba essere conservato e garantito. Ogni atteggiamento può essere espresso come una norma o un insieme di norme che devono guidare la persona ogni volta che si presenta una situazione determinata, cioè nei confronti di un determinato problema. La componente essenziale dell’atteggiamento è costituita dalla progettazione; si riferisce a modi di essere preferenziali e normativi, ai quali è data la capacità di guidare le scelte particolari dell’individuo nell’ambito di molte alternative. Il concetto di norma comincia a

delinearsi tra quello di atteggiamento e quello di controllo. Quello di atteggiamento ne rappresenta la finalità, perché tende a conservare le sfere comportamentali promosse dall’atteggiamento che, a sua volta, rappresenta la meta ultima successiva all’attivazione del controllo, del controllo ne costituisce l’oggetto perché essendo scaturita dal valore, essa rappresenta l’elemento su cui il controllo fa leva per pilotare il comportamento. Se quindi per controllo si intende ogni possibilità di guida, di direzione e di orientamento, è evidente che il controllo sociale è la stessa normatività dell’atteggiamento. Lo studio del controllo sociale è lo studio della struttura normativa tipica di ogni atteggiamento sociale. Tutti i fenomeni sociali possono essere considerati dal punto di vista del controllo sociale; intendendo per fenomeno sociale ogni rapporto sociale determinabile come atteggiamento o istituzione. Ogni fenomeno sociale è quindi un fenomeno di controllo sociale. L’analisi del controllo sociale deve far leva sull’atteggiamento e soprattutto sul suo carattere sempre istituzionale. Considerando la possibilità di ripetizione dell’atteggiamento si può tentare una classificazione dei fenomeni di controllo sociale che assuma come base la dimensione temporale in cui questa ripetibilità può essere osservata o riscontrata. Tale ripetibilità può essere rilevata rispetto al passato o al presente. Osservata rispetto al passato essa si mostra come la trasmissione storica di atteggiamenti determinati cioè come tradizione : si avranno allora controlli di tradizione. Se invece quella ripetibilità viene riscontrata come contemporanea cioè come partecipazione simultanea di un insieme di persone ad atteggiamenti determinati essa va considerata come contrassegno di un gruppo sociale : si generano controlli di gruppo. Entrambi i controlli sono protagonisti dell’intero campo dei fenomeni di controllo. Controlli di tradizione, controlli di gruppo e modalità di controllo si esprimono in forme diverse che non si escludono mai reciprocamente, ma che possono e debbono essere considerate da indagini separate. Dunque è chiaro che ogni esercizio di controllo sociale si fonda su presupposti comunicativi e il veicolo che permette ogni atto comunicativo è il linguaggio che fornisce all’uomo non solo il modo di esprimersi ma getta le basi di quello che è il vivere civile in comunità. 3. L’origine dei condizionamenti. I controlli di tradizione costituiscono sistemi culturali; ognuno di essi, pur inquadrandosi come un tutto unitario, è fatto da un insieme di atteggiamenti tra i quali ne prevale qualcuno che si ritiene dominante e centrale. Tra i principali sistemi culturali tradizionali che la Storia ci ha comunicato ci sono ad esempio la morale, la religione, il diritto ecc. Secondo Abbagnano, il problema fondamentale presente in ognuno di questi sistemi, nasce dal conflitto che è possibile tra la tradizione e l’innovazione. La tradizione giunge alla singola persona, mediata dal linguaggio, sotto l’aspetto di rapporti sociali che lo sollecitano ad assumere atteggiamenti particolari. Ma l’atteggiamento della persona non è determinato solo da rapporti sociali. Risulta evidente che ogni sistema tradizionale si trova a lottare contro la possibilità di operare in tutto o in parte difforme dai dettami proposti dalla tradizione. Il conflitto tra il vecchio e il nuovo è storia di tutti i tempi e abbraccia ogni sistema culturale. Al cospetto della tradizione, ogni novità può rappresentare errore o pericolo. Quindi la novità stessa fa appello alla tradizione, riferendosi a qualche suo elemento più antico o autentico e così presentandosi come un ritorno ai principi. Sulla base del conflitto tra tradizione e novità si possono distinguere tre tipi di atteggiamenti : • Il primo è l’atteggiamento tradizionalista il quale riconosce il massimo valore alla tradizione e pretende di assumerla come norma unica e immutabile. Questo atteggiamento ha dominato la cultura medioevale. Questo atteggiamento nello sforzo di conservare la tradizione e di difenderla contro ogni nuova insorgenza, inconsapevolmente la modifica o la adatta. • Il secondo è l’atteggiamento antitradizionalista che nega ogni valore alla tradizione ritenendola un insieme di errori e di superstizioni, ed è tenuto in vita da azioni violente e fraudolente operate dai portabandiera della tradizione stessa. Ha dominato nel 700 e nell’illuminismo. Questo atteggiamento nello sforzo di sottrarsi alla tradizione finisce per modellarsi su di essa e per accettarne senza controllo la massima parte. • Il terzo è l’atteggiamento critico per il quale la tradizione non è ne vera ne falsa; esso pretende di metterla alla prova tutte le volte che se ne offre l’occasione. Ha dominato ciò che si chiama lo spirito scientifico. Questo atteggiamento ha una portata limitata e parziale in quanto la sua efficacia è legata alla funzionalità e precisione degli strumenti di controllo di cui dispone o che possono essere adoperati o applicati. 4. Famiglia e società. Controllo di gruppo. Un gruppo sociale è definito dalla ricorrenza degli atteggiamenti considerati nella dimensione temporale della contemporaneità. Il termine gruppo è generico e non implica nessun dato di fatto riguardo alla natura e alla tipologia dell’unità che consentono di considerare un gruppo come un tutto. Il gruppo può essere considerato come organo di controllo degli individui che ne fanno parte. Prendiamo ad esempio la famiglia, essa è resa possibile come gruppo sociale, dall’insieme degli atteggiamenti a cui tutti i suoi membri partecipano. È proprio la ricorrenza di tali atteggiamenti che produce l’ordine e la routine della vita familiare. In ogni gruppo più vasto la partecipazione comune a determinati atteggiamenti rendono automatiche le aspettative di ognuno degli altri membri; tali atteggiamenti dovrebbero essere conformi a una prospettiva di convivenza priva di disordini, confusioni o conflitti, ciò indipendentemente dalla natura dei valori fondanti. Abbagnano definisce il gruppo come l’organo che trasmette e fa valere gli atteggiamenti tradizionali, comunicandoli agli individui e sollecitando questi ultimi a conformarsi a essi. Il controllo del gruppo può essere organico, cioè dovuto allo stesso funzionamento del gruppo, oppure organizzato cioè dovuto a speciali agenti che il gruppo ha costituito al fine di garantire gli atteggiamenti che ritiene fondamentali. L’ambiente sociale è costituito proprio dal controllo organico; così gli atteggiamenti del gruppo definiscono le condizioni nelle quali l’individuo deve vivere fornendogli i modelli da seguire in tutte le circostanze della vita. Qualsiasi cosa il soggetto si appresti a vivere o a scegliere, sia nei riguardi della sfera del cibo, dell’abbigliamento ecc. egli trova a sua disposizione le correnti e i modi di essere già stabiliti e affermati negli atteggiamenti del gruppo. trovandosi il soggetto a dover affrontare continue battaglie per mutare o controllare gli atteggiamenti indotti dal controllo di gruppo organico, la cosa più facile per lui è quella di conformarsi ad essi, cioè di sottomettersi al loro controllo. Secondo Abbagnano questo accomodamento è tanto più facile in quanto fin dalla nascita gli atteggiamenti dell’individuo sono stati aggiustati o corretti secondo i modelli dominanti nel gruppo. Già la madre, che guida la condotta del bambino, gli comunica atteggiamenti che entreranno a costituire la persona e potranno divenire autonomi. Le stesse scelte dell’individuo acquistano sin dall’inizio una disciplina che le conforma ai modelli del gruppo e che è tanto più efficace quanto più è continua, ossia come si diceva prima sottile. Il controllo organico è quello che agisce nel modo più decisivo della formazione dell’atteggiamento della persona e spesso condiziona l’efficacia del controllo organizzato. Il controllo organizzato è esercitato da speciali agenti di controllo (agenti che agiscono

nella sfera governativa, religiosa, educativa ecc) in base a codici di regole che definiscono atteggiamenti che il gruppo ritiene di fondamentale importanza. Il controllo organizzato suppone un’autorità responsabile per l’interpretazione e l’applicazione delle regole e il più delle volte anche per la formulazione di sanzioni, cioè di premi e di pene. Ad ogni modo, i controlli organici e organizzati coprono gran parte del dominio delle scelte della persona, ma esistono aree di libertà che potrebbero non essere sottoposte al controllo stereotipato di un gruppo, come ad esempio il coltivare di un hobby. Trovare un ordine o un equilibrio fra atteggiamenti, e comprendere il limite o la misura nella quale le scelte o le preferenze singole possono esercitarsi compatibilmente con le esigenze degli atteggiamenti stereotipati, rappresenta l’aspetto fondamentale della personalità. L’antagonismo tra individuo e società costituisce il problema tipico dei controlli di gruppo poiché l’individuo può sempre rifiutarsi di conformarsi al controllo e all’atteggiamento che gli è stato proposto o imposto. Una possibile soluzione potrebbe trovarsi sulla linea della partecipazione dell’individuo all’istituzionalità dei controlli di gruppo. Si può quindi chiamare controllo democratico quello esercitato da un gruppo i cui atteggiamenti istituzionali siano aperti alle scelte individuali e condizionati dai membri del gruppo stesso. Si può chiamare controllo autoritario quello esercitato da un gruppo i cui atteggiamenti istituzionali non dipendono in nessun modo dalle scelte dei suoi membri. 1.5 Come viene esercitato il controllo sociale. Per parlare della modalità di controllo bisogna riferirsi alle tecniche del controllo stesso. Queste vanno da forme di estrema semplicità a forme complesse. Le forme semplici sono costitute da una parola , uno slogan politico, un motto pubblicitario e possono essere già considerate tecniche primitive di controllo sociale. Si considerino parole come libertà, democrazia, totalitarismo; esse possono fungere da strumenti primitivi di controllo se adoperate senza una definizione critica del loro significato. Il loro fine ultimo è legato alla diffusione di atteggiamenti positivi o negativi determinati. Tali strumenti non hanno nessuna stabilità : si formano e si dissolvono con facilità a seconda dei movimenti dell’opinione pubblica, cioè di quegli atteggiamenti che prendono forma in un gruppo sociale dinanzi a una situazione o un problema determinato. Altre tecniche di controllo al contrario sono più stabili e possono essere classificate secondo il loro riferirsi ai controlli di tradizione o a quelli di gruppo. Ai controlli di tradizione si riferiscono la cerimonia, il rito, il mito e per contrasto la moda. Secondo Abbagnano la cerimonia è un insieme tradizionale di atti che sottolineano l’importanza di un evento. La cerimonia tende a rinforzare il valore dell’evento e degli atteggiamenti che le sono connessi mediante la suggestione di simboli. Quando a una cerimonia si attribuisce un valore religioso, i cui atti quindi siano volti a rinforzare o a promuovere atteggiamenti religiosi, essa diventa un rito. Altri controlli di tradizione sono la leggenda e il mito : entrambi mirano a esaltare i valori della tradizione stessa e a rafforzarli come fondamenti degli atteggiamenti futuri. La leggenda è il racconto di un avvenimento, vero o presunto, che esalta l’avvenimento stesso tanto da renderne la manifestazione tipica di un atteggiamento istituzionalizzato in un determinato contesto socio- culturale. Il mito invece non deve necessariamente presupporre la tradizione; anzi spesso tende a formarla. Mentre la leggenda promuove i valori fondanti la tradizione stessa, il mito quegli specifici valori può averli generati. Questo perché il mito non si basa come la leggenda su un fatto, ma può assumere come suo fondamento narrativo anche un’idea come principio filosofico. Il fine del mito è quello di promuovere e rafforzare atteggiamenti determinati. A contrasto di tutto ciò interviene la moda che è stata inquadrata come capriccio del costume. Essa permette che nella tradizione siano inseriti degli atteggiamenti che dovrebbero combattere a lungo per sopravvivere e conservarsi. Il fenomeno non riguarda soltanto aspetti esteriori e secondari della socialità, come il vestire e il divertirsi, ma tutti i sistemi di cultura : linguaggio, letteratura, arte, politica ecc. Cristianesimo, illuminismo, darwinismo sono stati nel passato delle vere e proprie mode culturali alle quali sono seguite altre. La moda tende a rendere superficiale e a stereotipare in atteggiamenti facili e appariscenti ciò che dovrebbe essere oggetto di adeguate indagini e di continua problematizzazione. La moda è uno strumento di controllo che limita e indebolisce i controlli di tradizione, ma di cui la stessa non può fare a meno. I movimenti del 68 : gli straordinari propositi ideologici-rivoluzionari, volti all’egalitarismo e alla libertà che unirono studenti e operai, furono danneggiati proprio dalla considerazione modaiola del fenomeno da parte di una fetta dei partecipanti. Riferendoci soprattutto a quei giovani definiti da Pasolini “figli di papà”. Analizziamo le tecniche relative alle modalità di controllo di gruppi. Questi strumenti di controllo accompagnano l’organizzazione degli agenti del gruppo, cioè di quei funzionari ai quali è assegnato l’esercizio del comando o della forza sugli altri. Ma l’autorità non risiede nei funzionari stessi, bensì negli atteggiamenti che essi rappresentano, i quali costituiscono cariche o funzioni del gruppo sociale. L’elemento del timore non si può eliminare dall’atteggiamento di sottomissione all’autorità. Accanto ad esso si affiancano altri due aspetti che la caratterizzano : l’ammirazione per il funzionario che la detiene e il rispetto per il carattere utile o necessario della funzione esercitata. Tale rispetto sancisce che, senza l’esercizio dell’autorità, la vita del gruppo sociale sarebbe impossibile. L’autorità fondata sul timore ha carattere assolutistico, mentre quella fondata sull’ammirazione o la fiducia ispirata da colui che la esercita ha carattere paternalistico, quella che si basa sul riconoscimento del valore della sua funzione ha carattere liberale. La modalità di controllo dei gruppi è la sanzione che è connessa strettamente all’autorità stessa. Le sanzioni possono avere sia ricadute positive ossia le ricompense, sia negative ossia le pene. Il valore positivo o negativo di una sanzione permette che si rafforzi o si indebolisca l’atteggiamento assunto da un determinato gruppo di individui. 6. Controllo e Potere. Adesso si esaminano le riflessioni del filosofo francese Michel Foucault, partendo dalla radice del complesso rapporto tra controllo e potere. L’analisi di Foucault cerca una forma nuova e originale da dare alla teoria del potere. Nel gennaio 1977 esce il suo libro “microfisica del potere”, nel quale evidenzia come la concezione giuridico-liberale e quella marxistaclassica siano accomunate da un medesimo economismo di fondo. Se nella concezione giuridico-liberale il potere è considerato come un bene trasferibile e alienabile attraverso un atto giuridico che comporta uno scambio contrattuale, nella teoria marxista il potere è interpretato come il risultato di un dominio di classe corrispondente a determinati rapporti di produzione. Come alternativa a questi due modelli Foucault sostiene che noi disponiamo dell’affermazione che il potere non si dà, non si scambia né si riprende, ma che si esercita e non esiste in atto, sostiene inoltre che il potere non è principalmente mantenimento e riproduzione dellerelazioni economiche, ma un rapporto di forza. Foucault ci illumina sulla meccanica del potere. Visto che ci si vuole liberale delle concezioni economicistiche ci ritroviamo di fronte a due ipotesi : • Da una parte i meccanismi di potere sarebbero la repressione, che viene chiamata ipotesi del Reich. • Dall’altra la base del rapporto di potere sarebbe lo scontro delle forze, ipotesi di Nietzsche.

Fra queste due ipotesi Foucault sceglie l’ipotesi di Nietzsche. Secondo Foucault il potere non ha solo la funzione negativa di “reprimere”, ma anche quella “positiva” di “produrre”. Il potere quindi produce prima di reprimere, soprattutto perché ciò che reprime le persone sono già suoi prodotti. Pertanto, la maniera adeguata per intendere il potere è quella di considerarlo non in termini economici o repressivi, bensì come lotta, scontro e guerra. Secondo Foucault il potere è : impersonale, anonimo, onnipresente e onnicomprensivo. Un’immagine che esprime bene tale identità o caratteristica del potere è il Panopticon di Bentham, ovvero un utopico luogo di reclusione a forma di anello, che grazie a una torre eretta al centro, consente di sorvegliare i prigionieri delle celle circostanti, i quali finiscono per interiorizzare ed esercitare su di sé lo sguardo regolatore del potere. Secondo Foucault il potere, essendo onnipresente, non risiede in un luogo preciso e privilegiato; abita ovunque. Onnipresenza del potere: non perché avrebbe il privilegio di raggruppare tutto sotto la sua unità, ma perché si riproduce in ogni istante, in ogni punto e in ogni relazione fra un punto e un altro. Quindi il potere è dappertutto perché viene da ogni dove. È quella forza diffusa situata alla base del panoptismo quotidiano che regola i ritmi circolatori della società partendo dalle sue fondamenta come scuola, ufficio e prigione. In questo libro non si intende il Potere come insieme di istituzioni e apparati che garantiscono la sottomissione dei cittadini in uno Stato determinato, il Potere non è un’istituzione o una struttura bensì è il nome che si dà a una situazione strategica complessa in una società dotata. Il ponte tra l’istituzione intesa come insieme di atteggiamenti ricorrenti, e il potere inteso come “guerra continuata con altri messi” e situazione strategica complessa caratterizzata da onnipotenza, è rappresentato proprio dal controllo. Il potere per Foucault è strettamente connesso con l’aspetto socio-relazionale e si identifica con la molteplicità diffusa dei rapporti di forza a una determinata società. L’atteggiamento di Foucault di fronte a Marx è duplice. Egli si rapporta a lui come un maestro considerandolo il classico per eccellenza del pensiero moderno (Marx). Foucault però contesta a Marx l’impostazione economicista, ossia l’idea del potere come sovrastruttura, e la subordinazione delle forme politiche a quelle economiche. Sulle ombre di Nietzsche (guardando cioè il potere dal basso e non dall’alto) Foucault difende il carattere strutturale del potere concepito come realtà fondante della vita associata poiché il potere si regge e si rafforza proprio per la sua forma più che per i rapporti di produzione che crea. Foucault poi contesta a Marx l’impostazione macrofisica ovvero la tendenza a trascurare le relazioni di potere elementari e locali a favore dei grandi rapporti di forza delle classi sociali e dalla loro proiezione politica che è rappresentata dallo Stato. Foucault rifiuta l’opinione comune che figure come “il padre, il marito, l’adulto” siano espressione di un potere statale il quale a sua volta rappresenterebbe gli interessi di una classe; esclude cioè che il potere sia un’esclusiva prerogativa dello Stato e sia localizzato nei suoi apparati. Foucault critica nuovamente Marx sostenendo che non sarebbe possibile pensare quello che può essere definito come l’umano reticolo politico-sociale, in termini di opposizioni globali (stato-sudditi, dominanti-dominati, borghesia-prolerariato), ovvero in termini di dualismo tra soggetti e oggetti di potere. Nella realtà del quotidiano, non sono possibili separazioni fra dominatori e dominati poiché ogni individuo o gruppo risulta simultaneamente l’uno e l’altro (ad esempio l’operaio subisce il potere in fabbrica, ma può esercitarlo a sua volta nella famiglia). Il rigetto della teoria marxista del potere si accompagna a una nuova concezione di plebe come resistenza al potere. La plebe è quell’elemento che sfugge in un certo modo alle relazioni di potere e che risulta presente in generale nel corpo sociale e in particolare nelle classi, nei gruppi e negli individui stessi. La base per la lotta concreta contro il potere risiede nell’elemento plebeo che si connette al corpo, presente in ogni individuo di qualsiasi gruppo, classe o corpo sociale. Secondo Foucault come la trama delle relazioni di potere finisce per unire forze diverse, così la trama delle relazioni di resistenza finisce per addensare elementi differenti. Foucault si avvicina a un neo-anarchismo post-marxista basato sull’idea di un decentrato e mai concluso processo di lotta contro gli aspetti del quotidiano. Capire e anticipare le relazioni di potere elementari (microfisiche) che nella società degli anni 80 si andavano formando, ci spiega quanto Foucault abbia ragione a considerare lo Stato una sovrastruttura dipendente dal Potere inquadrabile invece come struttura di base. Le riflessioni di Foucault sono state aggiornate da Lianos, il quale giudica il nuovo controllo sociale fondato su una collaborazione ottenuta attraverso un consenso , cioè sulla generazione di un senso comune a coloro che controllano e a coloro che sono controllati, anziché sulla gestione delle resistenze che questi ultimi potrebbero sviluppare. Per Lianos il potere straordinario di questo controllo neutro e collaborativo risiede nello svolgimento programmato dei processi che trattano l’individuo facendo sì che le sue scelte siano incastonate tra una serie di opzioni predeterminate tendenti ad appiattirlo. Il potere contemporaneo, rispetto a quello passato, eserciterebbe il controllo non per addomesticare o punire i corpi, ma per codificarli, “rendendo assurdo tutto ciò che si trova al di fuori del codice”. Quindi questo controllo si avvicina alla sfera della libertà, non a quella della coercizione, poiché il cittadino post-moderno si conforma alle cose che appagano rapidamente i suoi bisogno invece che immettersi in una riflessione critica. Capitolo 2 : Il piacere di controllare e di essere controllati. 2.1 Tecnica. Essere. Linguaggio. Uno studio relativo alle varie tipologie dell’umanesimo permette di dividerlo in : • Umanesimo tecno centrico : ha dovuto fare in conti, soprattutto nel Medioevo, con una visione che non poneva l’uomo al centro delle ricerche, ma poneva la divinità; anche perché in quel periodo la maggior parte dei pensatori era costituita da teologi. • Umanesimo antropocentrico : si colloca in epoca successiva. L’eliocentrismo promosso dalla Rivoluzione Copernicana del 1500 pone l’uomo al centro delle riflessioni critiche e morali che furono approfondite successivamente in epoca illuministica (1700) e con Kant. • Umanesimo tecno centrico : è quello ch genera le maggiori problematizzazioni e di cui ci si occupa in questo libro. Esso inquadra il trionfo della tecnica intesa come anima profonda della proposta di vita e di formazione delle giovani generazioni, ma anche come la crisi dell’educazione. Umberto Galimberti afferma che la tecnica è l’essenza dell’uomo; se prima poteva essere considerata un mezzo oggi è diventata non solo un fine, ma ha anche generato una soppressione dei fini nell’universo dei mezzi. Ha operato quindi un passaggio epocale da quella che era ritenuta l’alienazione tecnologica in quella che è ritenuta l’identificazione tecnologica. Quindi tutto

verte sulla tecnica. L’umanismo tecno centrico quindi sarò tanto più tecnico quanto meno sarà umanesimo in senso classico/ metafisico/etico; e sarà tanto più umanesimo quanto più riuscirà a rimuovere tale condizione/verità. Galimberti si colloca nella scia di Gehlen, Heidegger e Severino. Severino crede che la possibilità di sopravvivenza di una qualche forma o fantasia di umanesimo risieda nell’accettazione dello strapotere della tecnica. In termini di pedagogia teorico-pratica e di paideia, appare del tutto evidente che i tratti educativi tipici della tradizione umanistica entrano in collisione con l’esigenza dell’innovazione tecnologica. Questa esigenza consiste nell’affidare la dinamica della sfera dell’educativo e del sociale esclusivamente a procedure informatiche centrate sull’individuo. Si dovrebbe attuare una riscoperta umanistica : non stimolando la volontà di oltrepassare il nichilismo ne di attraversalo; si dovrebbe pensare a una topologia del nichilismo stesso e individuare nella storia dell’essere il luogo essenziale in cui il destino del nichilismo si decide. La sola disposizione in grado di corrispondere a ciò non è la volontà di superarlo, ma l’abbandono. Secondo Heidegger di fronte ai pericoli del mondo della tecnica nessuna potenza umana può porre rimedio. Un abbandono alle cose è il solo modo in cui si può tenere aperto il senso dell’essere, nascosto dalla tecnica. L’unica autentica manifestazione dell’essere è il linguaggio. La stessa filosofia, come la poesia, non fanno che svelare, attraverso le parole, il significato dell’essere. Non è l’uomo che parola, ma il linguaggio stesso e l’essere, l’uomo può parlare solo in qualità di ascoltatore dell’essere. Il destino è la parola dell’essere e all’uomo non resta che attenderla e ascoltarla. 2.2 In principio era la televisione. Il mezzo freddo è il protagonista assoluto della trasmissione comunicativa degli ultimi 70 anni. C’è chi utilizza la televisione come “strumento di governo” e chi la utilizza come riempitivo passivo per le sue esistenze. Diventa fondamentale capire come la televisione sia stato il mezzo che più ha influenzato gli stati emotivi, le conoscenze, le coscienze critiche e le aspirazioni delle persone. La televisione quindi è entrata nel processo educativo. La prima agenzia educativa resta la famiglia, la seconda la scuola e la terza la società; la televisione parla attraverso la società, si affianca e si contrappone alla scuole e si sostituisce alla famiglia. Quindi la televisione cambia l’ambiente e dall’ambiente così modificato i bambini traggono i modelli da imitare. Di conseguenza si rischia di far crescere tanti piccoli criminali. Popper, oltre che un grande filosofo ed epistemologo, è stato per una parte della sua vita educatore di bambini. Di essi si occupò a Vienna tra il 1918 e il 1937 e collaborò con Adler. Adler aveva organizzato diverse cliniche specializzate per bambini con difficoltà di adattamento. Popper operò a contatto con questi bambini, quindi si è soffermato sull’importanza dei processi educativi. I processi educativi preservano le basi della civiltà liberale : lo stato di diritto, le libertà elementari, sicurezza dei cittadini. È proprio l’educazione il mezzo principale che permette di contenere la violenza, mantenendola al di sotto della soglia di pericolo dell’intera comunità, varcata questa soglia si rischia di minacciare la sopravvivenza della società aperta. Educare vuol dire educare alla non violenza. La televisione viene vista da Popper come un fattore di disturbo dell’educazione alla non violenza. La violenza televisiva può costituire una minaccia per la crescita morale del fanciullo. La tv propugna paradossali visioni del mondo, comunicando degli irraggiungibili stili di vita, ma allo stesso tempo si trova a fare il mestiere della maestra, che secondo Popper è una cattiva maestra. Popper sosteneva che i produttori di tv fanno business, vanno a caccia dell’audience, vogliono sempre più pubblicità e hanno come fine l’intrattenimento delle masse; e invece hanno messo in piedi un giardino dell’infanzia, il più importante di tutte le scuole del mondo. La soluzione di Popper era legata all’utilizzo di una patente per i produttori televisivi. Affermare che “ci vuole una patente” significa dire che c’è qualcosa da imparare prima di comunicare. La responsabilità del comunicatore televisivo è quindi enorme : egli è un vero e proprio ambiente nel quale entrano, pensano e giocano milioni di bambini, in compagnia di adulti più o meno partecipi della loro educazione. In Italia la tv ha guadagnato nella seconda metà del 900 una posizione notevole, c’è stata la competizione storica tra pubblico e privato, mediaset e rai. Nel saggio di Popper si evince l’esigenza di denunciare la violenza che irrompe nell’ambiente domestico attraverso la televisione e quella di mettere in rilievo le debolezze della società aperta, ovvero della democrazia liberale, che ha bisogno di essere tenuta in vita e alimentata grazie all'educazione. Popper, in questo modo voleva indicare un veleno e un antidoto, esattamente quello che la violenza e l'educazione rappresentano per la società aperta. Qualche anno dopo l'uscita del saggio di Popper, nel 2000, Giovanni Sartori pubblica “Homo Videns” nel quale accoglie il tema popperiano della diseducazione a mezzo TV, ritenendo però quello della violenza un aspetto parziale ossia solo una fetta del problema. La televisione non è soltanto strumento di comunicazione; è anche paideia, ovvero formazione nel senso classico. Secondo Sartori i nostri bambini guardano la televisione per ore e ore, prima di imparare a leggere a scrivere, ma che per l'alta quantità di violenza che appare sugli schermi i bambini si abituano e diventino da adulti più violenti; ciò che il bambino assorbe non è solo violenza, ma anche un imprint, ossia uno stampo formativo tutto centrato sul vedere. A preoccupare Sartori, più che la violenza, è la cattiva qualità dell'opinione pubblica su cui si regge la democrazia. Sartori sostiene l'idea del rammollimento dei videobambini che inseguono le tre S : successo sesso e soldi. A queste Tre S ne va aggiunta anche una quarta ossia quella di solitudine. Quindi si può dire che internet e i social network forniscono a buon mercato tutte e quattro le S. Nel 1998 esce un libro dal titolo “la fine dell'educazione” scritto dal sociologo Neil Postman. La crisi dell’educativo da lui narrata è essenzialmente la crisi dei grandi orizzonti. Postman prova ad indicare quelli che in filosofia dell'educazione sono definiti orizzonti di senso per il futuro di un'umanità educabile, educante ed educata. Egli si serve di alcune metafore che raffigurano una progettualità educativa capace di restituire rilevanza alle reali narrazioni indispensabili per l'educazione. La prima metafora denota il primo obiettivo che le grandi narrazioni educanti devono perseguire ossia quello di tenere in compostezza il vascello, che è la dimora di tutti, attraverso la cura dell'ambiente e della vita, attraverso il risparmio e il potenziamento delle risorse e con strumenti che comprendano il rispetto delle cose degli altri. Si tratta quindi di un educazione storica, civica, etica promossa da forme educative dotate di cornici adatte capaci di restituire importanza ai valori. La seconda metafora proposta da Postman è quella dell'uomo definito come angelo caduto : creatura capace di grandi invenzioni e conoscenze profonde ma, poiché è soggetta all'errore, anche in grado di trovare gli strumenti educativi per emanciparsi da questo errore. Poi c'è la metafora del grande esperimento americano, volto all'esaltazione del sempre più forte dialogo multiculturale al di là di ogni particolarismo. Postman nella sua trattazione prosegue occupandosi del principio delle diversità da rispettare, strettamente connesso all'esperimento americano, per giungere alla metafora relativa all'essere tessitori di parole/ costruttori di mondo. In sostanza, lo sforzo da compiere consiste nel fornire una risposta convincente a questa crisi educativa in cui non mancano soltanto le false narrazioni (ideologie) ma anche tutte le possibili narrazioni intese come orizzonti relativi alla sopravvivenza degli uomini. Se si accetta che i cittadini devono essere difesi dalla polizia nel caso di rapina, si accetta anche

l'idea che i minori devono essere difesi dalle prevaricazioni dei loro genitori. Se la centralità della questione educativa viene sminuita da un uso sconsiderato dei media, già dalla sua agenzia primaria che è la famiglia, il rischio di mettere seriamente in crisi qualsiasi forma di progresso sociale e civile è dietro l'angolo. Popper sostiene : abbiamo bisogno di libertà per evitare gli abusi del potere dello Stato; e abbiamo bisogno dello Stato, per evitare l'abuso della Libertà. Nel caso del potere dei media si tratta di una falsa libertà concessa al cittadino che, avendo la possibilità di scegliere la televisione che più gli piace, dovrebbe constatare che si tratta di una televisione in grado di stroncare sul nascere la possibilità di creare nuove narrazioni, ciò significa non essere liberi. Un saggio di Popper intitolato “le fonti della conoscenza e dell'ignoranza” tratta un tema molto importante ossia si pone la domanda “ da dove viene l'ignoranza?”. E risponde individuando due teorie: la prima, quella più importante, è quella secondo cui la verità è manifestata e si tratta semplicemente di svelarla quando fosse velata. La seconda è quella secondo la quale l'ignoranza è il prodotto di una cospirazione. La seconda rappresenta una conseguenza della prima. La verità è data, e sono una serie di ragioni accidentali a non farcela possedere; una di queste ragioni può essere il nostro rifiuto di vederla a causa dei nostri pregiudizi. Sono numerose le tipologie di questa forma di oppressione che favorisce l'oblio della ragione: quella marxista (riferendosi alla stampa capitalistica che confonde la mente della classe operaia) quella illuminista (si pensi alla figura del prete che mantiene il popolo nell'ignoranza) quella protestante (in relazione alla cospirazione della chiesa romana contro la luce della conoscenza dei Testi Sacri). Secondo Popper la teoria della verità si connette con le nostre pericolose tendenze infantili: quelle stesse tendenze che spingono l'orgoglio a rifiutare di pronunciare “non so” di fronte a una domanda che ancora non ho trovato risposta. Quindi alla verità manifestata e solida Popper ne contrappone una più fragile e ombreggiata ossia una specie di teoria della verità difficile. La verità è difficile da conquistare, e una volta trovata, può essere facilmente perduta di nuovo. Risulta fondamentale rendersi conto che noi tutti possiamo sbagliare e che in realtà sbagliamo, singolarmente e collettivamente, ma anche la stessa idea di errore e di fallibilità umana implica un'altra idea: quella della verità oggettiva, ovvero quel modello che possiamo anche non riuscire a realizzare.

John Condry sostiene che la televisione vive nel presente, che non ha rispetto per il passato, e ha scarso interesse per il futuro. Sappiamo che una delle funzioni primarie dell'istruzione è quella di collegare il passato con il futuro. Non avendo questi requisiti è inconcepibile che si permetta alla televisione di sostituire le agenzie educative della famiglia della scuola. Il filosofo tratta anche del tema della poca solidarietà e crudeltà che i bambini, anno dopo anno, manifestano nei confronti dei propri simili. Sì sostiene che i bambini ridono dei deboli e disprezzano le persone che mostrano di aver bisogno di aiuto poiché i poveri e meno fortunati sono rappresentati di rado in tv, e quando ciò accade, vengono paragonati al ridicolo. La cosa assurda è che la tv non si fa mai promotrice dell'idea di lavorare per guadagnare le ricchezze che ostenta. Osserva Condry che non esiste alcun legame tra il lavoro e la vita in TV. I bambini cercano sempre la soluzione più rapida ai problemi, cercano la bella vita così come la definisce la televisione ossia possedere tante cose per necessità o per capriccio. In televisione c'è gente che lavora è uno spreco di tempo poiché il rischio sarebbe quello di rendere la TV noiosa, invece ogni momento deve essere emozionante e deve attrarre l'attenzione anche al costo di calpestare qualsiasi presupposto etico e di propugnare il più cattivo dei modelli educativi: l'importante è fare audience. C'è stato uno studio che ha fatto riferimento a una scala applicata che divide valori in caratteristiche che costituiscono un mezzo per raggiungere un determinato fine, definiti valori strumentali, e quelli che sono fini a se stessi, definiti terminali. Importanti valori strumentali sono le essere onesti, aiutare gli altri ed essere responsabili. Tra quelli terminali troviamo l'uguaglianza, la pace e un mondo di bellezza. Secondo lo studio i valori strumentali più citati negli spot pubblicitari sono l’essere capaci e l’essere furbi. I valori che dominano su tutti gli altri sono l’appagamento personale, una vita intensa o il riconoscimento sociale. Se i bambini imparassero che l'acquisizione di beni materiali non è lo scopo supremo della vita è che molti dei valori che si insegnano nei programmi e negli spot televisivi contraddicono ciò che si insegna a scuola, si avrebbe un guadagno netto perché la scuola del presente ha l’urgenza di elaborare programmi pedagogici atti a far sì che i bambini cambino prospettiva. La soluzione di Popper è che il popolo deve essere in grado di elaborare delle istituzioni che impediscano ai cattivi governanti o al popolo stesso di provocare danni eccessivi. Popper quindi si sofferma sul problema dell'ordine e sulle modalità della sua formazione, ciò che assilla Popper non è la democrazia, ma la possibilità che in essa si formino concentrazioni di potere che possano sfuggire a ogni possibilità di controllo. Il caso della comunicazione televisiva in questo caso può essere considerato esemplare. Per Popper, che considera fondamentale il problema della responsabilità politica in un regime liberal-democratico, il rimedio a una forma di irresponsabilità è quello di ridurre al minimo il potere dello stato dato che in questo modo verrebbe a ridursi anche il pericolo dell'influenza dell'opinione pubblica esercitato attraverso la mediazione dello Stato. Affinché si possa avere una società aperta, nessuno dovrebbe detenere il monopolio dell'informazione e limitare così le altre possibilità, e nessuno può essere ritenuto non responsabile degli effetti causati dall'introduzione delle informazioni nel sistema politico, economico e sociale. 2.3 Nel futuro ognuno sarà famoso quindici minuti. L’inseguimento del quarto d'ora di celebrità pare sia costato molto alle future generazioni: coscienza e spirito critico in cambio della possibilità di essere un giorno personaggi televisivi. L'importante per queste generazioni è esserci, cioè essere presenti nel meraviglioso mondo propagandato dalla “cattiva maestra televisione” che per moltissimi è occasione “di realizzazione del proprio essere”. L’esserci per Heidegger era rappresentato da “un esistente che noi stessi sempre siamo e che ha la possibilità del domandare”. L’esserci dell'uomo è l'esistenza. La televisione e internet sarebbero i mezzi di una moda che può essere vista come un ente che si avvale di tali strumenti di controllo e omologazione delle coscienze collettive per poter governare meglio i gusti delle masse. In Heidegger l'uomo che sceglie l'esistenza anonima è tutti e nessuno perché è ciò che sono tutti. Un'esistenza così vuota sente il naturale bisogno di riempirsi e comincia a rivolgersi morbosamente verso il nuovo: la curiosità diventa così l'altro suo carattere dominante. Curiosità non per l'essere proprio delle cose ma per la loro apparenza visibile che perciò reca con sé l'equivoco. L’equivoco è il terzo tratto distintivo dell'esistenza anonima che in balia delle chiacchiere e della curiosità, finisce per non sapere neppure di che si parla o a che si riferisce il discorso. L'esistenza autentica per Heidegger sarebbe quella in grado di comprendere chiaramente e realizzare emotivamente la sua radicale nullità. L'ultima frontiera abbattuta in questi anni è rappresentata dal social network, connessa con il naturale bisogno di socialità e realizzazione egocentrica, nell'ottica delle esposizioni e del sé indipendentemente dalle forme ed alle modalità. Facebook può essere assimilato a un amico che ti conosce benissimo e al quale confidare le proprie ansie, inquietudini, aspirazioni, riflessioni e pettegolezzi vari. La differenza di

atteggiamento, rispetto a come si comporterebbero la maggior parte degli amici veri appartenenti alla nostra stessa specie, consiste però nella pubblicazione ai quattro venti di queste confessioni; essa in parte è voluta per naturale egocentrismo, che in alcuni casi diventa pericoloso esibizionismo. Facebook è il figlio del linguaggio il quale può essere considerato autentica e diretta manifestazione dell'essere in quanto fonda l'essere stesso. Iscriversi a Facebook significa rinascere, significa consegnare al web la vita finora vissuta empiricamente e raccontarla per tuffarsi in una nuova esperienza digitale. Da un certo punto di vista Facebook potrebbe essere considerato altamente democratico perché ognuno potrebbe dire la sua. Il problema sorge quando avviene la perdita della bussola del sé. La seduzione informatica si esplicita proprio nel dare all'individuo una nuova possibilità che è quella del poter essere chi e cosa si vuole. C'è chi mette una foto non sua, chi falsifica il proprio profilo. Per quanto riguarda i soggetti che si iscrivono a Facebook distinguiamo i timidi e gli esibizionisti. I timidi affermano su Facebook quello che non direbbero mai nel mondo dal quale si sono trasferiti per paura di essere criticati o di essere presi in giro. Gli esibizionisti si dividono in originali e acquisiti: tra gli acquisiti vi sono gli ex timidi, che avendo scoperto questa forma di socializzazione, riescono a esibire il proprio intimo, a controllare amici, conoscenti o perfetti estranei ed essere controllati da questi rappresenta una tentazione fortissima per potersi sentire qualcuno. E’ proprio questo il punto: il piacere di controllare e di essere controllati è l'ultima frontiera della garanzia esistenziale dell’esserci. La ricerca del quarto d'ora di celebrità rappresenta una tentazione e un piacere sottile, pur essendo una fasulla realizzazione e soddisfazione del sé che nasconde del patologico. Dunque per esserci bisogna necessariamente apparire. Mettere in mostra la propria interiorità, il proprio quotidiano o le proprie preferenze a volte sembra un grido disperato lanciato al mondo per dimostrare che sì esiste, anche a costo di compromettere il proprio pudore. La conservazione del pudore rappresenta proprio un tentativo di mantenere la propria soggettività in modo da essere segretamente se stessi in presenza di altri. Su Facebook si scambiano Identità con la pubblicità dell'immagine e si produce la metamorfosi di un individuo che non cerca più se stesso ma la pubblicità che lo costruisce. L'essere Vittima del web comporta un emarginazione dal sei legata al solipsismo informatico. Per Kant il solipsismo è definibile come egoismo metafisico. Wittgenstein definisce il solipsismo con la frase: io sono il mondo perché i limiti del linguaggio costituiscono i limiti del mio mondo. La comunicazione propugnata dai media odierni e di cui i social network rappresentano l'ultima frontiera cerca proprio di ingabbiare l'individuo nel suo mondo linguistico. Il solipsismo informatico porta a considerare il virtuale come soluzione alle proprie insicurezze e alle proprie paure. La curiosità degli spettatori è un desiderio recondito: mettersi al posto di Dio e guardare la vita degli uomini. I reality show e i social network offrono a tutti i fruitori della televisione di internet, la possibilità di scrutare l'anima altrui. Il risultato ha ricadute politiche la pubblicizzazione del privato è l'arma più efficace impiegata Nelle società conformiste per togliere agli individui il loro tratto intimo e personale. Molti dei sudditi di Facebook, timidi o esibizionisti, sono soggetti che nascondono una frustrazione e a volte anche una depressione più o meno incubata. Di sindrome di internet ci parla Moores in un suo saggio definendola come una patologia da astinenza prolungata dalla connessione alla rete. Essa comporta ansia, agitazione psicomotoria, pensieri ossessivi, sogni e fantasie focalizzati su cosa sta succedendo sul web e consumo della stessa sindrome come unico mezzo per alleviare tali pensieri. Per Moores i segnali sarebbero rappresentati dalla ripetitività dei gesti di scambio posta, che il malato Insiste a controllare incapace di rinunciare al contatto con la rete, esattamente come un fumatore da una sigaretta o un tossicodipendente dalla droga. L'utilizzo del patrimonio tecnico digitale dà una moltitudine di vantaggi se è razionale. Nel 2008 è apparso un articolo sul “sole 24 ore” dal titolo “Prigioniero di Facebook” firmato da Andrea Bajani il quale sottolinea come fosse stato letteralmente perseguitato da amici e conoscenti per la sua non presenza nel diffuso social network e di come fosse importante esserci. Bajani paragona la presenza di una pagina personale su Facebook a una tomba (loculo) con la foto che guarda in faccia ai passanti, i quali possono lasciare un post. Conclusioni. Ogni soggetto in base al proprio vissuto esperienziale frutto dell'agenzia educativa famiglia, può essere autore sin da piccolo di slanci creativi che possono continuare a scrivere la meravigliosa storia dell'animale uomo. Tale animale si differenzia dagli altri proprio perché nell'ottica dello sviluppo psicosociale, plasma la sua natura in cultura. Lo slancio evolutivo che ha portato a raggiungere vette altissime nel pensiero deve essere un punto di riferimento per uscire da uno stato di minorità intellettuale indotta da presupposti governativi, che sembrano spesso compiacersi di una società che riduce sempre più spesso la propria libertà di espressione, una delle armi più efficaci che abbiamo a disposizione per difendere questa libertà è rappresentata dalla lettura. Si crede fortemente che grazie alla lettura si favorisca l'empatia dell'individuo con il mondo circostante. Perché leggendo si impara ad essere qualcun altro decentrando si da sé stessi. Una volta finito di leggere, si ritorna nel proprio mondo decisamente cambiati in modo positivo. Appendice: Dopo “il controllo sottile”, sempre più controllati. Questa appendice viene iscritta 5 anni dopo la pubblicazione del testo. L'uso indiscriminato e sconsiderato delle nuove tecnologie ha generato delle vere e proprie storpiature della razionalità umana è la cosa più preoccupante è che non se ne vede un reale e possibile rimedio. Tutto ciò che accade deve ormai per forza di cose essere filtrato, o almeno comparato, con ciò che in quel preciso momento la rete offre. La nostra quotidianità oggi è compromessa da una presenza sempre più sottile e ingombrante: sottile come uno smartphone, ingombrante per tutti i contenuti multimediali ai quali ci dà accesso senza soluzione di continuità. Non ci si addormenta senza aver controllato tutte le notifiche di Facebook e ci si sveglia col pensiero di dover dare un occhio a cosa il social network ha postato ma, nel mezzo c'è una giornata fatta di studio e di lavoro durante la quale decine di volte la tentazione di accedere a Facebook si presenta in tutta la sua forma provocante fatta di notifiche e inviti vari, o magari perché la noia o il desiderio di evasione trovano il proprio virtuale sfogo in quella piazza della solitudine. Controllare le vicende non è mai stato così piacevole ma anche doloroso. L'amara verità è che oggi sono in molti ad essere diventati vittime di un giudizio di massa che passa attraverso l'uso sbagliato della rete e dei social network, rendendo le persone dipendenti da un’approvazione generale capace di conferire successo a tutto ciò che postano. I modelli di estetica plastificata che la televisione con insistenza non possono che generare sul web un tentativo di emulazione. L'esibizionismo ha superato non solo qualsiasi barriera di decenza ma anche di logica. Per trattare di educazione non possiamo non coinvolgere la televisione, per trattare di psicologia, di antropologia e di sociologia non possiamo non parlare di Facebook. Oggi il social network risulta un indicatore sociale più affidabile della realtà stessa. I ragazzi, Soprattutto quelli più fragili, sono i soggetti più sensibili alle offese o ai pettegolezzi che online assumono caratteri pericolosi e incontrollabili. Coloro che intendono arrecare danni agli altri non si fanno scrupoli postando informazioni,

immagini o video imbarazzanti, O rubando l'identità e profili. si arriva a costruirne di falsi per danneggiare la reputazione delle vittime. Dalle minacce fisiche sul web spesso si passa alle vie di fatto ma la cronaca ci comunica anche tristi casi di suicidi di ragazzi che non ce l'hanno fatta a reggere il peso degli insulti o delle umilianti derisioni. Tra adulti il cyberbullismo si tramuta in cybermobbing con modalità simili, in quanto l'anonimo carnefice cerca di sfruttare i potenti mezzi del web per complicare la vita della vittima. Ciò avviene in genere per Passat i conflitti irrisolti oppure per Mire egocentriche legati magari a successi sul lavoro o persino per noia. L’upgrade ci salverà. La parola downgrade risultati sconosciuta, di solito si usa il suo opposto ovvero upgrade. L'ansia di dover essere in continuo aggiornamento unità la paura di non essere migliori di ieri e di vivere una vita in continua ascesa può generale insicurezze che sfociano in quella ricerca di consensi e di successi che, come abbiamo, visto il web può garantire.

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