Il Crisantemo e la Spada - Ruth Benedict - Riassunto, Sintesi di Storia Dei Rapporti Tra Stato E Chiesa. Università di Trento
Roberta741
Roberta7415 agosto 2013
Questo è un documento Store
messo in vendita da Roberta741
e scaricabile solo a pagamento

Il Crisantemo e la Spada - Ruth Benedict - Riassunto, Sintesi di Storia Dei Rapporti Tra Stato E Chiesa. Università di Trento

PDF (322 KB)
42 pagine
764Numero di visite
Descrizione
Modelli di cultura giapponese
15.99
Prezzo del documento
Scarica il documento
Questo documento è messo in vendita dall'utente Roberta741: potrai scaricarlo in formato digitale subito dopo averlo acquistato! Più dettagli
Anteprima4 pagine / 42
Questa è solo un'anteprima
4 pagine mostrate su 42 totali
Scarica il documento
Questa è solo un'anteprima
4 pagine mostrate su 42 totali
Scarica il documento
Questa è solo un'anteprima
4 pagine mostrate su 42 totali
Scarica il documento
Questa è solo un'anteprima
4 pagine mostrate su 42 totali
Scarica il documento
Questa è solo un'anteprima
4 pagine mostrate su 42 totali
Scarica il documento

IL CRISANTEMO E LA SPADA – RUTH BENEDICT

CAPITOLO PRIMO IL GIAPPONE COME OGGETTO DI STUDIO

Fra tutti i nemici che gli Stati Uniti hanno dovuto affrontare, senza dubbio i giapponesi sono stati i piu` diversi da noi. Ci trovavamo di fronte ad una nazione perfettamente armata e preparata che non apparteneva alla tradizione culturale occidentale. La guerra nel Pacifico fu quindi qualcosa di piu`: la questione piu` difficile rimase quella di comprendere la natura del nostro avversario, perche` solo attraverso la conoscenza delle sue abitudini potevamo essere in grado di affrontarlo con successo. I Giapponesi sono al tempo stesso, e al massimo grado, aggressivi e pacifici, militaristi ed estetizzanti, insolenti ed educati, inflessibili e arrendevoli, leali e traditori, coraggiosi e codardi. Sono estremamente preoccupati di cio` che gli altri possono pensare del loro comportamento e, contemporaneamente, si sentono sopraffatti dal senso di colpa se gli altri ignorano i loro errori. Quando comprendere il Giappone divento` per l'America un problema cruciale, queste contraddizioni non poterono piu` essere trascurate. Nel giugno del 1944 mi fu affidato il compito di studiare il Giappone. All'inizio dell'estate la nostra grande offensiva contro il Giappone aveva cominciato a dispiegarsi in tutta la sua imponenza; cio` nonostante in America si continuava a dire che la guerra con il Giappone sarebbe durata tre anni, forse dieci, o anche di piu`. Secondo i Giapponesi, gli Americani avevno ottenuto solo delle vittorie locali; i loro comunicati ufficiali avevano ammesso a mala pena l'esistenza di sconfitte navali ed essi si consideravano ancora i vincitori. Nel mese di giugno tuttavia la situazione comincio` a cambiare. Ormai cominciava a delinearsi la fine della guerra contro la Germania. Nel Pacifico le nostre truppe erano sbarcate a Sapan, concludendo con successo una grande operazione che preludeva alla definitiva sconfitta giapponese; d'allora in poi i nostri soldati avrebbero dovuto affrontare l'esercito giapponese sempre piu` da vicino e sapevamo che ci trovavamo di fronte ad un nemico formidabile. Nel giugno del 1944 dare una risposta ai numerosi interrogativi relativi al Giappone era ormai una questione di decisiva importanza. Occorreva soprattutto sapere in che misura il governo giapponese poteva far conto sulla popolazione; occorreva conoscere il sistema di valori che stava dietro alle loro azioni ed ai loro giudizi. Il mio compito non era semplice. L'America e il Giappone erano in guerra, ed in guerra e` facile condannare in blocco, ma e` assai piu` difficile cercare di comprendere i punti di vista del proprio avversario. Ad ogni modo bisognava farlo. Il problema era quindi quello di determinare come si sarebbero comportati i giapponesi, e non come ci saremmo comportati noi al loro posto. Dovevo studiare minuziosamente la guerra per cogliere attraverso di essa ogni singola manifestazione del carattere giapponese. Il fatto pero` che i nostri due Paesi fossere in guerra costituiva inevitabilmente un grave ostacolo, giacche` implicava la rinuncia di un viaggio sul posto. Non mi era possibile andare in Giappone e vivere in una casa giapponese a contatto con i loro problemi e le difficolta` della vita quotidiana. L'unico studio antropologico compiuto in loco su di un villaggio giapponese, Suye Mura di John Embree, rappresentava per me un preziosissimo aiuto, ma molti dei problemi che il Giappone del 1944 ci poneva di fronte non si erano ancora presentati quando quel libro era stato scritto. Ad ogni modo non ero costretta a rinunciare a quel fondamentale strumento di lavoro che per l'antropologo e` costituito dal contatto diretto con il popolo che e` oggetto del suo studio: nel nostro Paese vivevano numerosi giapponesi che erano stati educati in Giappone ed ai quali potevo porre domande circa i fatti concreti delle loro esperienze ed i loro giudizi su di esse. Nello studio del Giappone io avevo molti predecessori alle mie spalle. Antichi libri contenevano le descrizioni dei piu` piccoli particolari della vita giapponese. Uomini e donne, europei ed americani, avevano messo per iscritto le loro dirette esperienze, e gli stessi Giapponesi avevano lasciato testimonianze veramente straordinarie. A differenza di molti popoli orientali, essi sono fortemente

portati a confidarsi per iscritto. Naturalmente non presentavano un quadro completo di se stessi; nessun popolo puo`farlo; quando un giapponese descrive il proprio paese trascura cose che in realta` sono fondamentali, ma che per lui sono familiari e “invisibili” al pari dell'aria che respira. Andai al cinema, per vedere film che erano stati sceneggiati e prodotti in Giappone, ma ero disorientata. La stessa cosa avveniva per i romanzi: le differenze di significato che essi avevano per me e per chi era stato educato in un ambito culturale giapponese erano notevolissime e di immediata evidenza. Quando un antropologo per studiare la cultura giapponese si mette direttamente in contatto con gli individui appartenenti a quella cultura, non fa altro che ripetere quanto e` stato gia` fatto dai piu` capaci osservatori occidentali che hanno vissuto in Giappone. Un antropologo culturale, tuttavia, in virtu` della propria preparazione possiede certe qualifiche che permettono di non ritenere inutile il suo tentativo di dare un proprio contributo in un campo gia` affrontato da molti studiosi e da molti osservatori. L'antropologo culturale, che conosce molte culture dell'Asia e del Pacifico, e` in grado di riconoscere le strette affinita` che con esse, e perfino con alcune tribu` primitive del Pacifico, presentano molte convenzioni e molti costumi sociali del Giappone. Alcune di queste affinita` si riscontrano in Malesia, altre nella Nuova Guinea e altre ancora nella Polinesia. Per quanto riguarda il continente asiatico, avevo qualche conoscenza del Siam, della Birmania e della Cina e potevo percio` fare dei paragoni fra il Giappone e altre nazioni che con esse condividono una grande eredita` culturale comune. Gli antropologi si sono anche abituati alle estreme disparita` che possono intercorrere fra la loro cultura ed un 'altra e le loro tecniche si sono affinate proprio in vista di questo problema. Essi sanno per esperienza che esistono grandi differenze fra le situazioni che gli uomini devono affrontare in diversi contesti culturali e anche fra il significato che diverse tribu` e nazioni attribuiscono a queste situazioni. Le differenze culturali tra gli Stati Uniti e il Giappone hanno radici assai profonde. Vi e` da noi perfino un detto popolare sui giapponesi per cui si dice che essi fanno il contrario di qualsiasi cosa noi facciamo qui. L'antropologo ha dovuto mettere a punto certe tecniche per lo studio del luogo comune perche` cio` che e` tale nella tribu` in oggetto del suo studio differisce totalmente da comportamento che lo sostituisce nel suo paese d'origine. Valeva la pena, quindi, anche nel caso del Giappone, di tentare una riceca. Difatti e` solo dopo aver preso coscienza dell'importanza antropologica dei luoghi comuni di cui e` ricca la vita di ogni popolo, che puo` essere apprezzata a pieno la premessa dell'antropologo secondo cui il comportamento umano, sia nelle tribu` primitive che nelle nazioni estremamente progredite, viene appreso nella vita quotidiana. Un'altra premessa tipica dell'antropologo culturale, dalla quale anch'io ho preso le mosse, e` quella secondo cui anche gli aspetti piu` isolati del comportamento umano hanno qualche relazione sistematica gli uni con gli altri. Una societa` umana deve necessariamente proporsi dei modelli di vita e percio` approva certi modi di affrontare le situazioni e certi canoni per valutarle; conseguentemente coloro che vivono in quella societa` considerano tali criteri come i principi generali universali del loro agire. Nelle societa` che ancora non conoscono la scrittura e che sono dedite ad una reciproca lotta per la supremazia, la volonta` di potenza si esprime nelle pratiche religiose non meno che nei rapporti economici e nelle relazioni con le altre tribu`. Nelle nazioni progredite che hanno una lunga tradizione scritta, la Chiesa necessariamente conserva formule vecchie di secoli, al contrario di quanto fanno le tribu` prive di lingua scritta. I dogmi religiosi, le strutture economiche e la vita politica non costituiscono compartimenti stagni: queste supposte paratie vengono continuamente abbattute per dar luogo ad un'unita` che e` frutto di fittissime interrelazioni e poiche` cio` si verifica sempre, in realta` ha creato migliori condizioni di comprendere cio` che avviene nella societa` che sta studiando. Qualsiasi campo della vita sociale puo` essere utilmente sfruttato dall'antropologo per la formulazione di ipotesi e la rilevazione di dati. Ogni popolazione manifesta i propri bisogni in

termini politici, economici, o religiosi ed e` compito dell'antropologo imparare a considerare tutto cio`come espressione di consuetudini e di modi di pensare che vengono appresi attraverso l'esperienza della vita sociale. Quest'opera, pertanto, si presenta come un'analisi dei presupposti ideali che guidano la vita dei Giapponesi. Per conoscere i modi di pensare e le consuetudini di un popolo, non e` sufficiente rifarsi soltanto alla sua autocoscienza. Spesso gli scrittori hanno cercato di descrivere se stessi, ma non e` facile, perche` l'appartenenza ad un determinato gruppo nazionale fa si che essi guardini la vita attraverso certe lenti, che sono diverse da quelle usate da un altro popolo. E` difficile vedere e al tempo stesso aver coscienza dei propri occhi. Per un lavoro di questo genere sono necessarie all'antropologo due doti: un certo rigore analitico e al tempo stesso una certa generosita`. I “rigorosi” vedono di buon occhio le differenze, pensano che esse abbiano una loro ragion d'essere e le rispettano: il loro ideale e` un mondo in cui vi sia spazio per le differenze. Lo studio sistematico delle differenze nazionali richiede, oltre al rigore analitico, anche una certa generosita` intellettuale. Uno studio comparato delle religoni ha potuto svilupparsi solo quando gli uomini si sono sentiti sufficientemente sicuri delle proprie convinzioni, al punto di poter essere veramente generosi verso le convinzioni altrui. Analogamente uno studio comparato delle diverse culture ha potuto svilupparsi solo quando gli uomini hanno cessato di assumere un atteggiamento troppo “difensivo” nei confronti del proprio modo di vita e hanno smesso di considerarlo per definizione come l'unica soluzione della vita umana. L'oggetto di quest'opera, dunque, e` costituito da tutti quei comportamenti che in Giappone sono considerati normali e dati per scontati. L'autorita` ideale a cui puo` rifarsi ogni affermazione contenuta in questo libro e` il proverbiale uomo della strada, cioe` un giapponese qualsiasi. Lo studioso ceh si sforza di scoprire quali siano i presupposti in base a cui i Giapponesi costruiscono il proprio modo di vivere si trova di fronte a difficolta` molto maggiori di quelle che comporta una verifica di tipo statistico. Cio' che gli si chiede, nel caso del Giappone, e` di spiegare in che modo le abitudini e i giudizi che costituiscono il patrimonio culturale di un popolo siano diventati per i Giapponesi le lenti attraverso le quali essi vedono la vita. Gli Americani possono fare dei sondaggi sugli americani e comprendere i risultati, ma cio` e` possibile in virtu` di un presupposto e che consiste nel fatto che gli americani conoscono e danno per scontato il modo di vivere statunitense. I risultati dei sondaggi non fanno altro che aumentare le nostre conoscenze su di una realta` che gia` conosciamo. Quando si tratta pero` di cercare di comprendere un altro paese e ` assolutamente necessario uno studio sistematico di tipo qualitativo circa le abitudini e i presupposti culturali dei suoi abitanti, prima che un sondaggio possa esserci di qualche utilita`. Il sondaggio, attraverso un'accurata scelta del campione, puo` dirci quanti sono gli oppositori o i sostenitori del governo, ma cio` non ci dice nulla su di loro se prima non conosciamo le loro concezioni sullo Stato. Con questo libro cerco di spiegare tutto cio`, di mostrare come il mio lavoro con i giapponesi metteva in luce certe frasi e certe idee che, pur apparendo strane inizialmente, si rivelavano poi ricche di importantissime implicazioni e di contenuti emotivi carichi di storia. I concetti di virtu` e di vizio, come li concepisce l'Occidente, trasportati in Giappone subivano mutamenti profondi.

CAPITOLO SECONDO I GIAPPONESI E LA GUERRA

Tutte le nazioni occidentali condividono fra di loro alcune di quelle regole di comportamento che ogni tradizione culturale elabora in caso di guerra. I giapponesi spesso si distaccavano dalle convenzioni belliche dell'occidente e questi casi per lo studioso rappresentavano elementi per conoscere la loro concezione della vita e le loro idee sul complesso dei doveri dell'uomo.

Le ragioni che in Giappone si adducevano per spiegare il conflitto erano opposte a quelle diffuse in America. Vi era una profonda differenza nel modo di interpretare la situazione internazionali. Secondo gli Americani la guerra doveva ricondursi alle aggressioni dell'Asse: Il Giappone, l'Italia e la Germania avevano infranto la pace internazionale con i loro atti di conquista; le potenze dell'Asse avevano dimostrato, impadronendosi del potere in Manciuria, in Etiopia e in Polonia, di avere imboccato la detestabile via dell'oppressione dei Paesi piu` deboli e si erano messe dalla parte del torto rispetto alla legge internazionale che prescrive di “vivere e lasciar vivere”. Per i Giapponesi le ragioni del conflitto dovevano ricercarsi in tutt'altra direzione. L'anarchia avrebbe regnato nel mondo finche` ogni nazione avesse goduto di una sovranita` assoluta; era percio` necessario che il Giappone si impegnasse in una lotta per stabilire una gerarchia, al cui vertice, doveva esserci, naturalmente, il Giappone stesso. Il Giappone aveva raggiunto l'unita` nazionale e la pace interna; ora, dopo questi successi interni, conseguentemente alle premesse dell'ideologia gerarchica giapponese, il compito che spettava al Giappone era quello di elevare il rango della Cina. La Cina, anche se piu` arretrata, era per il Giappone una nazione sorella: ne condivideva le caratteristiche razziali e concorreva con esso a formare la “Grande Asia dell'Est”. L'ideale giapponese era un'unita` mondiale, fondata sull'organizzazione gerarchica di tutte le nazioni. Ma, sfortunatamente per il Giappone, i Paesi occupati non la pensavano allo stesso modo. Ad ogni modo neppure la sconfitta ha condotto il Giappone ad un rifiuto morale degli ideali della “Grande Asia dell'Est”. Resta per noi indispensabile comprender quali valori e quali prospettive positive la cultura giapponese attribuisca al concetto di gerarchia. Il Giappone differiva profondamente dagli Stati Uniti anche per il modo con cui fondava le proprie speranze di vittoria. Per i giapponesi si trattava di una vittoria dello spirito contro la materia. Anche quando il Giappone stava vincendo, gli uomini di governo, il Comando Supremo e gli stesso soldati giapponesi andavano ripetendo che non si trattava di una lotta fra armamenti, quanto piuttosto di confronto fra la nostra fede nelle cose e la loro fede nello spirito. Piu` tardi, quando eravamo noi a vincere, non si stancarono di ripetere ancora che, in una guerra di quel tipo, la forza materiale doveva necessariamente risultare sconfitta. Negli anni trenta il generale Araki, un fanatico militarista che aveva anche ricoperto una volta la carica di ministro della Guerra, aveva scritto di un articolo “all'intera razza giapponese” che “la vera missione” del Giappone era quella di “diffondere e di glorificare il nome dell'impero giapponese fino agli estremi confini del mondo”. In realta` anche i giapponesi si preoccupavano degli armamenti, come ogni altra nazione che si prepari ad un conflitto. Durante tutto il corso degli anni trenta la quota del loro reddito nazionale destinata alle spese di guerra crebbe in modo vertiginoso e, al momento del loro attacco a Pearl Harbor, quasi meta` di tale reddito era spesa per il rafforzamento del loro esercito. Pertanto la differenza tra il Giappone e le nazioni occidentali non stava nel fatto che il Giappone non si preoccupava del suo concreto potenziale militare, quanto piuttosto nel fatto, che per i Giapponesi, le loro navi e i loro cannoni erano soltanto il simbolo esterno del loro Spirito Immortale, come un tempo, la spada del samurai era stata il simbolo del suo valore spirituale. Nel corso della guerra questa fiducia nello spirito fu presa alla lettera e nei manuali di guerra giapponesi figurava questo slogan: “Contrapporre il nostro addestramento al numero degli avversari, il nostro corpo al loro acciaio”. I piloti giapponesi che scagliavano i loro piccoli aeroplani in uno scontro suicida contro le nostre navi da guerra rappresentavano la massima testimonianza della superiorita` dello spirito sulla materia. Questi corpi di aviatori furono chiamati Kamikaze, dal nome del vento divino che nel tredicesimo secolo aveva salvato il Giappone dall'invasione di Gengis Khan, disperdendo e affondando le sue navi. A chi d'inverno aveva freddo nei rifugi antiaerei, la Societa` dai Nippon per la Cultura Fisica raccomandava per radio esercizi ginnastici per riscaldare il corpo, e cio` non solo doveva supplire alla mancanza di riscaldamento e di sonno, ma doveva anche in qualche modo sostituire il cibo. Tutto cio` e` estremamente lontano dal punto di vista americano, secondo cui la quantita` di energia fisica che un individuo puo` spendere viene determinata in base alle cinque o otto ore di sonno della notte precedente, in base alla regolarita` o meno dei pasti o alla temperatura dell'ambiente. A questo

punto di vista i Giapponesi oppongono un altro, che non tiene affatto conto dell'immagazzinamento di energia, perche` cio` rappresenterebbe un calcolo materialistico. Partendo da questi presupposti, durante la guerra, la radio giapponese giunse fino a celebrare la vittoria dello spirito sull'evento puramente fisico della morte. I Giapponesi credevano effettivamente nella possibilita` di addestrare lo spirito umano, con un'opportuna disciplina tecnica, fino al punto da renderlo invincibile. Il modo in cui, durante la guerra, essi affrontarono ogni sorta di argomenti, e non solo i temi relativi alla necessita` della gerarchia o alla superiorita` dello spirito, ha offerto materiale interessante per uno studio di antropologia culturale comparata. Tipica era la loro affermazione secondo cui il senso di sicurezza e il morale della popolazione erano semplicemente una “questione di previsione”; essi sostenevano cioe` che la possibilita` di prevedere un evento implicasse necessariamente che non dovesse sorgere nessuna apprensione, mettendo cosi in secondo piano la gravita` dell'evento stesso, sia che si trattasse di bombardamenti civili, che della sconfitta di Saipan o del fallimento nella difesa delle Filippine. Ai giapponesi era necessaria la convinzione che tutto fosse stato previsto, che tutto fosse stato perfettamente pianificato, perche` solo cosi potevano continuare a proclamare, e cio` era per loro assolutamente indispensabile, che ogni cosa era stata attivamente voluta, da loro stessi soltanto, senza alcuna imposizione esterna. “Noi non dobbiamo pensare di aver passivamente subito un attacco, ma, piuttosto, di aver attivamente spinto il nemico contro di noi”. In altre parole, non accade nulla di simile, in una sconfitta. Gli Americani, dal canto loro, andarono fino in fondo nella direzione opposta di quella giapponese: essi si impegnarono nello sforzo bellico solo perche` erano stati costretti a combattere. Noi eravamo stati attaccati, e pertanto il nemico doveva aspettarsi la nostra reazione. La societa` americana e` organizzata in modo da far fronte a tutte le competizioni mondiali che possano presentarsi, ed e` sempre pronta ad accettare la sfida. Al contrario i Giapponesi fondano la loro sicurezza su un sistema di vita pianificato e delineato in precedenza e per loro la minaccia piu` grave e` costituita dall'imprevisto. Un'altra costante dell'atteggiamento giapponese durante la guerra era rappresentata dal loro continuo richiamo al fatto che “gli occhi del mondo erano sopra di loro”. Occorreva percio` mostrare fino in fondo il valore dello spirito giapponese. Cio` che era importante e che li preoccupava, era l'immagine che essi davano di se stessi al mondo, e si trattava di una preoccupazione che aveva radici assai profonde nella cultura giapponese. L'attegiamento dei Giapponesi nei confronti dell'Imperatore, Sua Maesta` Imperiale, e` problema assai dibattuto. Alcuni esperti americani hanno posto in rilievo il fatto che durante tutto il periodo feudale, durato in Giappone sette secoli, l'Imperatore era sempre rimasto una figura di secondo piano, piuttosto in ombra. Il diretto impegno di fedelta` che ogni giapponese doveva assumere riguardava il suo signore, il daimyo, e dopo di lui si doveva fedelta` allo Shogun, il Generalissimo, supremo comandante militare; il problema della fedelta` all'Imperatore quasi non si poneva neppure. Egli veniva tenuto rinchiuso in una corte isolata, le cui cerimonie e attivita` erano rigorosamente determinate dai regolamenti dettati dallo Shogun. Vi erano pero` in America parecchi esperti che conoscevano il Giappone, e che traevano le proprie informazioni dal fronte o da fonti giapponesi, i quali erano giunti a conclusioni opposte. Coloro che avevano vissuto in Giappone sapevano bene che ogni parola sprezzante nei confronti dell'Imperatore o ogni aperto attacco contro di lui feriva a morte l'orgoglio dei Giapponesi e al tempo stesso ne stimolava sommamente la volonta` di reazione. Essi ricordavano che il rispetto per l'Imperatore era stato un sentimento profondamente radicato in Giappone anche negli anni immediatamente successivi alla Prima Guerra Mondiale. Indubbiamente le testimonianze dei prigionieri giapponesi convalidavano questa tesi. A differenza dei soldati occidentali, i prigionieri giapponesi non avevano ricevuto istruzioni su cio` che dovevano dire o tace in caso di cattura e percio`, quando venivano interrogati, rispondevano alle varie domande con sorprendente spontaneita`. Questa mancanza di istruzioni si spiegava con la politica giapponese che non prevedeva la possibilita` di resa. Valeva quindi la pena di dare ascolto alle testimonianze dei prigionieri, poiche` esse fornivano un campione completo delle opinioni

diffuse nell'esercito giapponese. Infatti non si trattava di uomini sfiduciati, arresisi perche` ormai senza speranze, si trattava di soldati feriti e privi di conoscenza che quando erano stati catturati non erano in condizione di opporre resistenza. L'atteggiamento dei prigionieri giapponesi dimostra inequivocabilmente che il rispetto attribuito alla Famiglia Imperiale era separabile dal militarismo e da una politica di aggressione armata. La figura dell'Imperatore, come tale, restava invece qualcosa di inseparabile dal Giappone. “Un Giappone senza Imperatore non e` piu il Giappone”. Dal complesso di tutti i colloqui con i prigionieri di guerra, risulta che furono solo tre coloro che dimostrarono un moderato atteggiamento antiiperiale. Si puo` concludere quindi che i capi militari giapponesi potevano contare su un sentimento di venerazione quasi unanime da parte del popolo giapponese, quando, ad esempio, distribuivano ai soldati le sigarette, “da parte dell'imperatore”, o li spingevano ad inchinarsi tre volte verso oriente, nel giorno del suo compleanno, gridando “banzai”. I militari sfruttavano in ogni modo possibile quest'appello al lealismo verso l'Imperatore. L'obbedienza all'Imperatore era pero` un'arma a doppio taglio perche`, come dicevano molti prigionieri, i Giapponesi “si metterebbero senza un attimo di esitazione a combattere anche armati soltanto di canne di bambu`, se cosi decretasse l'Imperatore, ma cesserebbero altrettanto immediatamente se l'Imperatore lo volesse”. Questo incondizionato e illimitato lealismo verso l'Imperatore era in netto contrasto con le critiche che invece venivano rivolte a tutte le altre personalita` o gruppi dirigenti. I prigionieri di guerra non si facevano affatto scrupolo di biasimare i loro superiori, specialmente quelli che non avevano condiviso pericoli e disagi di truppa. I piu` colpiti da queste critiche erano quegli ufficiali che, nelle situazioni piu` disperate, erano stati evacuati per via aerea, lasciando i loro soldati da soli a fronteggiare il nemico. In generale pero` i prigionieri mostravano di apprezzare certi ufficiali e di biasimarne altri, dando cosi prova di voler distinguere il buono dal cattivo, per cio` che riguardava il loro Paese. Anche durante la Guerra, quindi, i Giapponesi criticavano il Governo, il Comando Supremo e i loro diretti superiori, rifiutandosi di riconoscere passivamente un ruolo positivo al complesso dell'ordinamento gerarchico. Tuttavia l'Imperatore rimaneva immune da queste critiche. In America ogni forma di salvataggio o di aiuto a chi si trova in condizioni disperate commuove profondamente l'opinione pubblica: un atto di coraggio appare tanto piu` eroico quanto piu` serve ad aiutare chi e` in difficolta`. All'opposto la concezione giapponese del valore rifiuta tutto cio`. La stampa e la radio giapponesi tornavano ripetutamente su questo argomento: per essere valorosi occorreva accettare ogni rischio, compresa la morte; ogni precauzione era segno di vilta`. Ai Giapponesi era stato insegnato che la morte stessa era una vittoria dello spirito e il nostro modo di assistere i malati appariva loro come una rinuncia all'eroismo, alla stregua delle apparecchiature di salvataggio negli aeroplani da bombardamento. Ad ogni modo, durante la guerra, i Giapponesi non disponevano di squadre specializzate per l'allontanamento dei feriti dai luoghi di combattimento e per l'opera di pronto soccorso, e mancava di un sistema di assistenza medica completo, con ospedali al fronte, dietro le linee e nelle retrovie per il recupero dei soldati validi. Anche il rifornimento di materiale sanitario lasciava molto a desiderare e in casi di emergenza si ricorreva alla semplice uccisione dei soldati ricoverati negli ospedali. Ma le estreme conseguenze cui poteva arrivare la concezione giapponese dell'impegno delle truppe erano quelle relativa al problema della resa. Ogni esercito occidentale il quale, pur avendo combattuto con il massimo impegno, si trovi ugualmente in condizioni disperate, si arrende; ma non per questo i suoi soldati si sentono disonorati. Per i Giapponesi la situazione era del tutto diversa: per salvare il proprio onore era necessario morire in battaglia. Quindi, in una situazione disperata, i soldati giapponesi dovevano uccidersi con le loro ultime bombe a mano o buttarsi all'assalto senz'armi, in un generale suicidio collettivo, ma non dovevano arrendersi. Per i Giapponesi, quindi , i prigionieri americano erano uomini caduti in disgrazia, per il solo fatto di essersi arresi e continuavano a rimanere “materiale fuori uso” anche quando le ferite, la malaria o la dissenteria non li avevano gia` esclusi dalla categoria degli “uomini completamente efficienti”. Molti americani hanno raccontato come fosse pericoloso mettersi a ridere nei campi di

concentramento e come cio` urtasse la sensibilita` dei guardiani giapponesi: secondo loro infatti i prigionieri americani si erano macchiati di infamia e li feriva il fatto che essi non se ne rendessero conto. Il disonore connesso alla resa era qualcosa di profondamente impresso nella coscienza giapponese e percio` questo modo di comportarsi, pur estraneo alle nostre convinzioni militari, appariva loro del tutto naturale, mentre non potevano comprendere il nostro. Destava in loro stupore e disprezzo la richiesta` di quei prigionieri di guerra americani i quali desideravano che fosse inviata una lista dei loro nomi al governo perche` provvedesse a tranquilizzare le rispettive famiglie circa la loro sorte. L'aspetto piu` drammatico del diverso modo di comportarsi fra i soldati occidentali e soldati giapponesi si verifico` quando questi ultimi, una volta fatti prigionieri, accettarono di collaborare con gli Alleati. I prigionieri giapponesi vennero a trovarsi in una situazione nuova non prevista dalle loro norme di comportamento, mentre si sentivano ormai disonorati e senza possibilita` di riprendere la loro normale vita di cittadini giapponesi. Alcuni chiedevano di essere uccisi, “ma se le vostre consuetudini non lo permettono, saremo prigionieri modello”. Era come se costoro avessero iniziato una nuova pagina della loro vita, ed anche se essa era completamente diversa, anzi l'opposto della precedente, inalterato rimase invece l'impegno di cui seppero dar prova. Non puo` dirsi, ovviamente, che tutti i prigionieri giapponesi si comportassero a questo modo. Al,cuni erano irriducibili e, in ogni caso, era necessario creare certe premesse per favorire questo tipo di collaborazione. Da parte americana non ci si era aspettato questo completo voltafaccia in nostro favore. Cio` era inconciliabile con i nostri principi. Per i Giapponesi invece si trattava della comprensibile reazione di chi, avendo puntato tutto su una certa linea di condotta e avendo fallito, ne cerchi poi un'altra per poter ricominciare.

CAPITOLO TERZO “OGNUNO AL PROPRIO POSTO”

E` opportuno che ogni tentativo di comprensione del popolo giapponese inizi con il mettere in chiaro cio`che essi intendono con l'affermazione che “ognuno deve stare al proprio posto”. La loro fiducia nell'ordine e nella gerarchia e la nostra fede nella liberta` e nell'uguaglianza sono concezioni antietiche, per cui a noi risulta difficile riconoscere in un ordimamento gerarchico un valido strumento per la regolamentazione dei rapporti sociali. I Giapponesi hanno considerato anche l'intero problema delle relazioni internazionali alla luce del loro concetto di gerarchia, analogamente a quanto hanno fatto per i loro rapporti interni. Nell'ultimo decennio essi si erano presentati come il popolo al vertice della piramide gerarchica internazionale, ed anche ora che questa posizione spetta alle nazioni occidentali, e` senza dubbio la loro concezione gerarchica del mondo che permette loro di accettare l 'odierno assetto internazionale. Proprio nello stesso giorno dell'attacco a Pearl Harbor, diplomatici giapponesi consegnarono al Segretario di Stato Cordel Hull un'altra dichiarazione estremamente esplicita “ E` sempre stato un punto fermo del governo giapponese.. mettere ogni nazione in gradi di trovare il proprio posto nel mondo.. Il governo giapponese non puo` tollerare il protrarsi della presente situazione dato che essa e` in aperto contrasto con la linea fondamentale della linea giapponese, diretta a permettere che ogni nazione goda nel mondo del posto che le compete”. Questo memorandum giapponese rispondeva a quello diramato qualche giorno prima dal Segretario di Stato Hull, nel quale questi aveva affermato che i principi americani avevano negli Stati Uniti la stessa importanza e lo stesso rispetto che il principio gerarchico aveva in Giappone. Il Segretario di Stato Hull aveva indicato questi quattro principi: l'inviolabilita` della sovranita` e dell'integrita` teritoriale; il non intervento negli affari interni di un'altra nazione; la fiducia nella cooperazione e nell'uso di strumenti pacifici a livello internazionale; e, infine, il principio di uguaglianza. Si tratta

dei punti fondamentali nei quali si manifesta la fiducia degli Americani nell'eguaglianza e nell'inviolabilita` del diritto, e costituiscono, al tempo stesso, quelle basi etiche sulle quali noi riteniamo debba fondarsi anche la vita privata, oltre che le relazioni internazionali. L'uguaglianza e` per gli Americani il piu` alto e il piu` nobile dei presupposti su cui essi fondano le loro speranze in un mondo migliore. Per tutti questi motivi noi siamo soliti difendere il valore etico del principio di uguaglianza e combattiamo con giustificata indignazione il principio gerarchico. Vi furono, e tuttora vi sono, in questo Paese coloro che, come Alexander Hamilton al tempo di Jefferson, auspicano un ordinamento sociale piu` “aristocratico”, ma anche gli odierni Hamilton sono costretti a riconoscere che il nostro modo di vita non e` “aristocratico”. Pertanto quando, poco prima di Pearl Harbor, riaffermammo gli alti principi etici su cui gli Stati Uniti fondavano la loro politica nel Pacifico, ci eravamo fatti interpreti delle nostre piu` radicate convinzioni, certi che ogni passo nella direzione da noi indicata avrebbe contribuito al miglioramento delle condizioni mondiali. Tuttavia, anche i Giapponesi, sostenendo la propria fiducia nel principio del “giusto posto” si rifacevano ad una regola di vita che si era radicata nelle loro coscienze attraverso l'esperienza sociale che avevano vissuto. L'ineguaglianza era stata per secoli la regola del loro vivere sociale, pertanto un comportamento che si conformi ad un sistema gerarchico e` per loro un fatto assolutamente naturale, come il respirare. Il Giappone nonostante la sua recente occidentalizzazione rimane tuttora una societa` aristocratica. Ogni saluto, ogni forma di contatto umano, deve indicare con precisione la diversa posizione sociale occupata dai singoli individui. In altri termini i Giapponesi possiedono, come molti altri popoli del Pacifico, quella che viene definita una “lingua del rispetto”, cui si accompagnano appositi inchini ed inginocchiamenti. Tutto cio` e` regolato meticolosamente da una serie di norme e di abitudini, per cui, ad esempio, non basta soltanto sapere a chi ci si deve inchinare, ma occorre sapere anche quanto ci si deve inchinare. Le forme dell'inchino hanno quindi una vasta gamma che va dall'inginocchiarsi abbassando la fronte fino a toccare il dorso delle mani poste con le palme aperte sul pavimento alla semplice inclinazione del capo e delle spalle. Nel regolare il proprio comportamento non bisogna soltanto tener sempre conto delle differenze sociali, benche` queste siano assai importanti, ma occorre far riferimento al sesso, all'eta`, ai legami famigliari, ai precedenti rapporti intercorsi fra le due persone in questione. In Giappone e` proprio all'interno della famiglia che si imparano e si osservano meticolosamente le regole del rispetto. Una madre giapponese, quando ancora porta il proprio bambino legato sulla schiena, comincia a fargli fare l'inchino, spingendogli in giu` la testa con la mano, e i primi insegnamenti che il piccino riceve sono quelli relativi alle forme di rispetto che egli deve usare verso il padre o il fratello maggiore. L'ordine gerarchico fondato sul sesso, sull'eta` e sulla primogenitura costituisce dunque un aspetto essenziale della vita famigliare giapponese. La devozione filiale costituisce un'elevata norma etica che il Giappone condivide con la Cina avendo adottato a questo proposito, nel sesto e settimo secolo d.C le formulazioni cinesi, insieme alla reglione buddista, all'etica confuciana e alla cultura laica cinese. Tuttavia in Giappone i caratteri della devozione filiale subirono inevitabilmente delle modificazioni per conformarsi alla diversa struttura della famiglia. In Cina, anche oggi, ogni individuo deve onorare e rispettare il proprio “clan”; questo puo` essere un organismo estremamente ampio. Esistono per tutti i 450 milioni di abitanti che popolano la Cina, soltanto 470 cognomi, e tutte le persone con lo stesso cognome si considerano in qualche modo “fratelli di clan”. Questo tipo di organizzazione per clan non trovava riscontro in Giappone, dove, fino alla meta` del diciannovesimo secolo, soltanto le famiglie nobili e quelle dei guerrieri (samurai) potevano far uso del cognome, il quale invece era fondamentale per il sistema cinese dei clan. Ma in Giappone solo le classi elevate tengono genealogie ed esse sono compilate, come quelle delle Figlie della Rivoluzione Americana negli Stati Uniti, partendo da una certa persona vivente e risalendo nel tempo, non scendendo nel tempo fino a comprendere ogni contemporaneo che abbia origine da un certo antenato. Si tratta di una differenza molto importante. Si aggiunga inoltre che il Giappone era un paese feudale, in cui il vincolo di fedelta` era dovuto al signore feudale, e non all'ampio gruppo degli individui legati fra loro da rapporti di parentela. In Giappone quindi cio` che importava era il

fatto che tizio appartenesse la feudo di Stsuma piuttosto che al feudo di Hizen, essendo questo rapporto col feudo cio`che creava vincoli al soggetto. In Giappone il culto degli antenati e` celebrato presso un altare di tutt'altro tipo; si tratta di un altare famigliare che sta nella stanza di soggiorno della casa e presso il quale si sogliono onorare soltanto sei o sette defunti, tutti morti in tempo recente. Senza differenze di classe sociale, i Giapponesi compiono quotidianamente atti di omaggio davanti a questo altare e fanno offerte di cibo ai loro genitori o ai loro nonni o a quegli altri parenti stretti di cui e` ancor vivo il ricordo, i quali sono rappresentati sull'altare da lapidi in miniatura. Perfino nei cimiteri le scritte tombali dei bisnonni non vengono piu` rifatte e presto, gia` alla terza generazione, gli antenati sono dimenticati: i legami famigliari sono ridotti, fino ad essere simili a quelli occidentali e probabilmente la famiglia francese costituisce l'esempio piu` vicino a quella giapponese. La “devozione filiale” si esplica percio` in Giappone all'interno di un ambito famigliare piuttosto limitato e in concreto essa significa “stare al giusto posto”, rispettando le regole relative alla nascita, al sesso e all'eta`, all'interno di un gruppo che difficilmente comprende altri membri oltre al padre, al padre di lui, e ai loro fratelli e discendenti. All'interno di questo gruppo ristretto le regole circa il “giusto posto” sono meticolosamente definite. I piu` giovani sono rigidamente subordinati ai piu` anziani, fino a quando questi non decidano formalmente di andare in riposo. I genitori stipulano e sciolgono fra di loro gli accordi matrimoniali per i loro figlioli, anche quando questi abbiano gia` trenta o quarant'anni, il padre, nella sua qualita` di capo del gruppo famigliare e` servito per primo durante i pasti, ha la precedenza nell'uso del bagno di famiglia e riceve con un cenno del capo i profondi inchini di tutti gli altri membri della casa. Stare al “giusto posto” non significa soltanto tener conto delle differenze tra genitori e figli ma vuol dire anche tener conto delle differenze di eta`. Difatti i Giapponesi quando vogliono indicare una gran confusione sogliono dire che qualcosa “non e` ne` il fratello maggiore, ne` il fratello minore”; il che corrisponde, piu` o meno al nostro detto “non essere ne` carne ne` pesce”. Il figlio maggiore e` l'erede. Egli condivide la maggior parte delle prerogative del padre. E`il fratello maggiore a decidere che cosa convenga al fratello minore ed egli non deve dimostrare “un'eccessiva considerazione” nel far valere la propria volonta`. Infine, oltre all'eta`, la posizione di un individuo nella gerarchia famigliare dipende dal suo essere un uomo o donna. La donna giapponese cammina stando dietro al proprio marito ed e` in una condizione inferiore rispetto a quella di lui. La figlia di famiglia giapponese deve industriarsi alla meglio, mentre i regali, le attenzioni e il denaro necessario all'istruzione, vanno tutti a favore dei suoi fratelli. Nonostante tutto cio`, se si paragona la situazione delle donne giapponesi a quella esistente nella maggior parte degli altri Paesi asiatici, si vede che esse godono di una grande liberta`, indipendentemente da ogni processo di occidentalizzazione. Presso le donne giapponesi non fu mai praticata l'abitudine di fasciarsi i piedi, come invece furono costrette a fare le donne cinesi delle classi elevate. In Giappone sono le mogli che si occupano degli acquisti, che amministrano il denaro della famiglia se, per caso, il denaro scarseggia, spetta a loro scegliere l'oggetto di casa da impegnare. Una donna in Giappone comanda la servitu`, ha modo di farsi ascoltare per quanto riguarda i matrimoni dei suoi figli. Il padre o il fratello maggiore e` considerato il responsabile degli altri membri della famiglia, sia che essi siano vivi, o morti, o non ancora nati; spetta a lui prendere le decisioni piu` importanti e preoccuparsi di farle eseguire. La sua autorita`, come si e` detto, non e` pero` arbitraria: egli e` tenuto ad agire responsabilmente, in difesa dell'onore della famiglia. Per un Giapponese gli impegni famigliari vengono prima delle pretese individuali. Quando occorre decidere una questione di una certa importanza, il capo di una famiglia giapponese, di qualsiasi condizione sociale, suole riunire un consiglio di famiglia per una discussione collettiva. Puo` accadere, naturalmente, che certe decisioni, capaci di determinare il destino di una persona, siano terribilmente sgradite all'interessato; tuttavia i membri piu` anziani della famiglia sono irremovibili nell'esigere dai piu` giovani cio` cui anch'essi dovettero un tempo rassegnarsi. L'accettazione della volonta` della famiglia e` richiesta in nome di un principio che sta al di sopra

degli interessi individuali e che tutti si sentono in dovere di rispettare, anche quando cio` possa essere assai gravoso; questo principio e` il comune senso di lealismo verso l'unita` famigliare. Il rispetto per l'ordine gerarchico e` appreso da ogni Giapponese in seno alla famiglia ed egli tendera` poi ad applicare cio` che ha imparato nel piu` vasto campo delle relazioni economiche e della direzione politica del Paese. L'esperienza famigliare insegna dunque ai Giapponesi che cio` che piu` contribuisce a rendere salva una decisione e` l'unanime convinzione che essa contribuisca a rafforzare l'onore della famiglia. All'interno della famiglia il rispetto per la gerarchia rimane vivo anche se gli anziani hanno in pratica ben poche possibilta` di assumere rigidi atteggiamenti autoritari. La struttura gerarchica della vita sociale giapponese si manifesta nei rapporti di classe con la stessa chiarezza con cui appare nei rapporti famigliari. Tutta la storia nazionale del Giappone mostra una societa` civile fortemente divisa in classi e caste, e una nazione che ha una tradizione plurisecolare di divisioni castali racchiude in se elementi di forza e di debolezza di estrema rilevanza. Fu tra il sesto e il settimo secolo che gli Imperatori giapponesi, coadiuvati dalla loro corte, si prefissero il compito di far progredire il loro Paese, introducendovi i costumi di quella superiore civilta che si era presentata agli occhi stupidi di quei loro inviati che avevano messo piede nel grande regno della Cina. Il compito fu affrontato con incomparabile energia. Prima di allora i Giapponesi non avevano neppure una lingua scritta; nel settimo secolo essi si impadronirono degli ideogrammi cinesi e se ne servirono per scrivere la propria lingua, completamente diversa da quella cinese. Fino ad allora il Giappone aveva avuto una religione che contava quarantamila divinita` cui spettava il governo dei monti e dei villaggi e il compito di regolare il destino degli uomini. Nel settimo secolo il Giappone adotto` in blocco dalla Cina il Buddismo. Considerato come un'ottima religione per la salvaguardia dello Stato. Infine introdussero in Giappone, i titoli, i gradi e le leggi vigenti in Cina, basandosi su quanto riferivano i loro inviati in quel Paese. E` difficile trovare in tutta la storia mondiale un altro esempio di una mutuazione cosi ben pianifica dei modelli culturali stranieri, realizzata da una nazione sovrana. Tuttavia, sin dall'inizio, al Giappone non fu possibile riprodurre un'organizzazione sociale analogo a quella cinese, priva cioe` di divisioni catastali. Il territorio giapponese fu suddiviso in un gran numero di feudi semi-indipendenti i cui signori erano perpetuamente in lotta tra loro per controllare la reciproca potenza. Nonostante tutto l'impegno con cui i Giapponesi cercarono di assimilare la civilta` cinese, essi non poterono tuttavia adottare istituzioni che sostituissero al loro ordinamento gerarchico qualcosa di analogo alla burocrazia amministrativa della Cina o che comportasse l'accettazione del sistema cinese dei grandi clan, i quali riunivano in un unico organismo individuo provenienti dai piu` diversi ceti sociali. L'imperatore giapponese era inviolabile e la sua persona era sacra. Senza dubbio quando egli e la sua corte introdussero in Giappone la cultura cinese non potevano neppure immaginare come funzionassero in realta` in Cina questi istituti che essi andavano imitando, ne` potevano prevedere quali mutamenti avrebbero arrecato al loro Paese. Anche se la civilta` cinese, dunque, era stata il modello da cui avevano attinto i riformatori giapponesi, questa nuova cultura servi` soltanto a preparare la strada a secoli di lotte durante i quali i vari signori feudali e vassalli, insigniti di titoli ereditari, si disputarono il loro dominio del Paese. Prima della fine dell'ottavo secolo la nobile famiglia dei Fujiwara si era impradonita del potere e aveva relegato in secondo piano l'Imperatore. In seguito anche il predominio dei Fujiwara ebbe a subire gli attacchi dei vari signori feudali e tutto il Paese fu sommerso dalla guerra civile, finche`, uno di questi grandi feudatari, il famoso Yorimoto Minamoto, riusci a sconfiggere tutti gli avversari e divenne l'effettivo dominatore del paese, assumendo l'antico totolo militare di Shogun, che per esteso significa letteralmente “il supremo comandante militare soggiogatore dei barbari”. L'Imperatore divenne soltanto una figura rappresentativa, la cui principale funzione era quella di dare la rituale investitura allo Shogun. Privato l'Imperatore di ogni reale influenza nella vita reale del Paese, il potere effettivo si concento` nelle mani di un gruppo di militari, il cosiddetto “campo militare”, i quali per mantenere il proprio predominio ricorrevano all'uso delle armi. Ogni signore feudale, il daimnyo, aveva allora il proprio gruppo di seguaci armati, i samurai, le cui spade erano

sempre al suo servizio, nei periodi di guerra civile. Nel sedicesimo secolo la guerra civile era diventata un male endemico del paese. Ma nel 1603, dopo decenni di disordini il grande Ieyasu riusci` a sbaragliare tutti i suoi avversari, diventando il primo Shogun della famiglia Tukogawa. La carica di Shogun rimase ai discendenti di Ieyasu per due secoli e mezzo, fino al 1868, quando fu abolito il cosiddetto “doppio regno” dell'Imperatore e dello Shogun e inizio` per il Giappone l'era moderna. Ieyasu si trovava di fronte a una situazione estremamente complessa che volle pero` risolvere senza ricorrere a troppo facili espedienti. I Tokugawa quindi non solo non abolirono il sistema feudale, ma anzi, allo scopo di mantenere la pace nel Paese e di consolidare il predomino nel proprio casato, tentarono di rafforzare il sistema e di renderlo ancora piu` rigido. La societa` feudale giapponese appariva come l'insieme di un complicato sistema di stratificazioni sociali, all'interno del quale lo status di ogni individuo era determinato in base al criterio dell'ereditarieta`. Ogni capo famiglia doveva esporre all'entrata della propria casa l'indicazione della classe sociale cui apparteneva e i dati circa la sua posizione ereditizia; in base al rango ereditario venivano quindi determinati i vestiti che poteva indossare, i cibi che poteva comperare e il tipo di casa in cui poteva legalmente abitare. Al di sotto della Famiglia Imperiale e dei nobili di corte vi erano quattro gruppi catastali ordinati gerarchicamente: i guerrieri (samurai), i contadini, gli artigiani e i mercanti; ancora piu` sotto stavano i cosiddetti “esclusi”. Tra questi ultimi il gruppo piu` numeroso e piu` famoso era rappresentato dagli Eta, da coloro cioe` che praticavano un mestiere tabu`: si trattava di spazzini, becchini adibiti al seppellimento dei giustiziati, di scorticatori di animali morti, di conciatori di pelli. Per i Giapponesi erano gli intoccabili, o meglio si dovrebbe dire gli “incontabili”, dato che perfino le miglia di strada che attraversavano i loro villaggi non erano contate, come se quella parte di territorio e i suoi abitanti non esistessero affatto. Gli “esclusi” vivevano in condizioni di miseria disperate e, anche se veniva loro garantito, l'esercizio delle loro attivita`, erano al di fuori dell'ordinamento sociale ufficiale. I mercanti venivano subito dopo gli “esclusi”. Infatti una classe di mercanti costituisce sempre un elemento disgregatore in una societa` di quel tipo, poiche`, piu` il mercante prospera e diviene rispettato, piu` il sistema diventa compromesso. Venne loro proibito di abitare in un distretto di samurai, i privilegiati guerrieri contro le cui spade i mercanti non godevano di nessuna protezione legale. Il regime dei Tokugawa comporto` per la classe dei guerrieri e per quella dei contadini, che sono quelle su cui poggia la stabilita` di un regime feudale, un severo irrigidimento strutturale. Gia` durante il periodo delle guerre civili, Hideyoshi, il grande signore della guerra, con la sua famosa “caccia delle spade”, aveva completato la separazione fra queste due classi. Hideyoshi aveva disarmato i contadini e aveva conferito unicamente ai samurai il diritto di far uso della spada. Neppure il piu` modesto dei samurai poteva piu`, legalmente, avere funzioni produttive, ma doveva appartenere ad una classe parassita che ricavava il suo annuale stipendio in riso mediante tasse imposte ai contadini. Era pero` il daimyo che riceveva il riso e che lo distribuiva ai vari samurai secondo le singole spettanze; se quindi i samurai non dovevano preoccuparsi per il proprio sostentamento, diventavano pero`, in questo modo, completamente soggetti al proprio signore. Da tutto cio` conseguiva che un samurai, per non gettare in gravi difficolta` economiche la propria famiglia doveva evitare che l'iniziale stipendio assegnatogli andasse diviso fa i suoi eredi, e percio` tendeva a limitare la propria discendenza. Un abisso separava i samurai dalle altre classi: mentre i contadini, gli artigiani e i mercanti erano “gente comune” o “gente del popolo”, i samurai erano qualcosa di diverso. Le spade che essi portavano, come privilegio e segno distintivo della loro casta non avevano solo un significato decorativo, i samurai avevano il diritto di usarle contro la gente comune. “I popolani che non si comportavano convenientemente con i samurai o che non mostrano rispetto per i loro superiori possono essere uccisi sul posto”. Durante l'epoca dei Tokurawa i samurai non si limitavano a far mostra delle proprie spade, ma divennero sempre di piu` gli amministratori delle terre dei loro signori specializzandosi, nel contempo, in arti pacifiche, quali il dramma classica e il cerimoniale del te`. Due secoli di pace sono

un lungo periodo e i samurai erano riusciti ad organizzare la loro esistenza in modo da lasciar ampio spazio alla vita urbana, alle arti e agli svaghi, cosi anche i samurai, nonostante avessero sempre la spada a portata di mano, impararono a svolgere attivita` pacifiche. I contadini godevano tuttavia di certe garanzie. Soprattutto era loro garantito il possesso della terra, fatto questo che ancora oggi conferisce un certo prestigio in Giappone. Le tasse imposte al contadino erano in natura, vale a dire egli doveva al daimyo una certa percentuale del raccolto; tuttavia mentre ad esempio nel Siam, un altro paese con una grande produzione di riso, la tassa tradizione e` del 10 per cento, nel Giappone dei Tokugawa essa era fissa al 40 per cento. In realta`, pero`, si raggiungevano percentuali ancor piu` elevate. In certi feudi fino all'ottanta per cento. Anch'essi, come i samurai, limitavano le proprie famiglie, con il risultato che la popolazione dell'intero paese, per tutta la durata del periodo Tokugawa, rimase quasi ferma agli stessi valori. Durante i due secoli e mezzo del periodo Tokugawa vi furono almeno un migliaio di rivolte contadine. Esse pero` non erano originate dalla gravosita` della regola tradizionale, “40 per cento al signore e 60 per cento al coltivatore”, ma erano protese contro le ulteriori e piu` pesanti tassazioni. L'esigenza del rispetto della legge e dell'ordine non poteva pero` dirsi soddisfatta con il giudizio dell'autorita` dello Shogunato circa le rivendicazioni contadine: anche se tali rivendicazioni erano giuste e anche se lo Stato aveva ritenuto opportuno accoglierle. Pertanto si prescindeva dalla eventuale decisione favorevole, e si teneva invece conto dell'imperdonabile comportamento di questi leaders contadini che avevano violato l'essenza stessa del loro dovere di fedelta` verso il signore. Ne conseguiva la loro condanna a morte. La giustizia della loro causa diventava assolutamente irrilevante ai fini della condanna. I condannati diventavano degli eroi e il popolo accorreva in massa per assistere alle loro esecuzioni; questi capi contadini venivano immersi nell'olio bollente, o decapitati o crocefissi, davanti ad una folla che pero` non insorgeva, riconoscendo in tutto cio` l'espressione della legge e dell'ordine. Il popolo in seguito poteva eventualmente erigere altari ai leaders caduti e onorarli come martiri (riassunto pag. 78). Il mondo dei Giapponesi di concepire le funzioni del proprio Imperatore ha una vastissima serie di riscontri nelle civilta` delle isole del Pacifico. Presso le tribu` della Nuova Zelanda la sacralita` della figura del monarca era tale che non gli era neppure concesso di nutrirsi da solo e perfino il cucchiaio con cui egli era nutrito non doveva toccare i suoi sacri denti. Secondo la concezione giapponese l'Imperatore, anche quando era politicamente impotente e simile ad “una specie di prigioniero del supremo comandante militare” manteneva sempre il proprio “giusto posto” nell'ordinamento gerarchico. L'estremo rigore di tutto l'ordinamento gerarchico del Giappone medioevale a partire dagli “esclusi” fino all'Imperatore, non ha mancato di lasciar tracce profonde nel Giappone moderno. Dopotutto il regime feudale ebbe termine giuridicamente soltanto circa 75 anni fa, e le tradizioni di una nazione quando hanno radici profonde non si estinguono nel volgere di una sola generazione. Quando nella prima parte del diciannovesimo secolo, si sgretolo` il regime Tokugawa, nessun gruppo sociale si mostro` favorevole ad abbandonare il complesso sistema tradizionale: non vi fu, insomma, qualcosa di simile alla Rivoluzione Francese o a un 1848. La situazione del Paese era pero` disperata: a partire dalle classi piu` umili fino agli stessi organi di governo dello Shogun, ogni ceto sociale si era indebitato con gli usurai e con i mercanti. I daimyo, assaliti dallo spettro della miseria, non erano piu` in grado di pagare gli stipendi dovuti ai loro samurai e tutta rete dei legami feudali andava miserevolmente in frantumi, nonostante i loro disperati tentativi di fronteggiare la situazione aumentando le gia` pesanti tasse a carico dei contadini. Questi ultimi, costretti a pagare i tributi con anni di anticipo, erano ridotti ad un estremo stato di indigenza. Il governo dello Shogun era in condizioni troppo fallimentari per poter fare qualcosa per controllare la situazione. Quando nel 1853 l'Ammiraglio Perry apparve con i suoi armati, il Paese stava vivendo le ore piu` drammatiche della sua vita politica interna. Le navi di Perry forzarono il blocco e segui`, nel 1858, un trattato commerciale con gli Stati Uniti cui il Giappone non ebbe modo di opporsi. Il grido che allora si levava dal Giappone, tuttavia, era Isshin: ritorno al passato, restaurazione; l'opposto di un grido rivoluzionario e del tutto privo di implicazioni progressiste: difatti al grido di “restauriamo l'Imperatore” si univa quello, altrettanto popolare, di “espellere i barbari”. Tutta la

nazione appoggiava questo programma di un ritorno all'eta` dell'oro, caratterizzato dall'isolamento dal resto del mondo, mentre i pochi leaders politici che si rendevano conto dell'impossibilita` di queste prospettive e che esternavano le loro preoccupazioni, furono assassinati. Sembrava non esistesse alcuna probabilita` che questo Paese, assolutamente non rivoluzionario, potesse mutare le proprie tradizioni per uniformarsi ad un modello di vita occidentale, e ancor piu` improbabile appariva l'eventualita` che esso, in meno di 50 anni, potesse essere in grado di competere alla pari con le nazioni occidentali. Cio` fu invece proprio quello che accadde. Il Giappone fece uso delle proprie forze, del tutto diverse da quelle delle nazioni occidentali, e riusci` a raggiungere mete politiche che nessun gruppo sociale al potere e nessun movimento popolare d'opinione aveva in realta` esplicitamente richiesto.

CAPITOLO QUARTO LA RIFORMA MEIJI In Giappone l'epoca ebbe inizio al grido di battaglia Sonno joi. Essso significava: “Rimettiamo l'Imperatore sul trono e cacciamo i barbari”, ed era la parola d'ordine con cui si esprimeva la volonta` di mantenere il Giappone incontaminato da ogni contatto col resto del mondo e di restaurare “l'eta` dell'oro” del decimo secolo, quando non si era ancora verificato il “duplice dominio” dell'Imperatore e dello Shogun. La corte imperiale di Kyoto diede ai suoi seguaci la possibilita` di umiliare e cacciare dal Paese tutti gli stranieri, escludendo i “riformatori” da ogni ingerenza nelle questioni di stato. I grandi feudatari “esterni” e i daimyo dei piu` potenti feudi giapponesi che avevano rovesciato con le armi lo Shogunato, consideravano la Restaurazione come il mezzo con cui avrebbero potuto governare il Giappone, sostituendosi a Tokugawa. Quando le correnti anti-Tokugawa trionfarono e il “duplice dominio” fermino` nel 1868 con la restaurazione dell'Imperatore, i vincitori sembravano costretti a condurre una politica ferocemente isolazionista e reazionaria, seguirono, invece, fin dagli inizi,una linea di politica opposta. Il nuovo regime era al potere da appena un anno, quando aboli` in tutti i feudi il diritto del daimyo a riscuotere le imposte e incamero` la tassa cosiddetta del “40% al daimyo” che i contadini pagavano, assegnando ad ogni daimyo come compenso per questa espropiazione, una somma equivalente alla meta` del suo reddito normale e liberandolo contemporaneamente dall'obbligo di mantenere i samurai alle sue dipendenze, mentre i samurai, a loro volta, cosi come il daimyo, percepirono una pensione governativa. Nei cinque anni successivi, ogni disparita` legale tra le varie classi venne sommariamente abolita. Tutte queste importanti riforme introdotte dal regime Meiji nel suo periodo iniziale non riscossero grande popolarita`, mentre l'entusiasmo generale fu invece suscitato, in maniera di gran lunga maggiore, da un'invasione della Corea avvenuta tra il 1871 e il 1873. Malgrado cio`, il governo non soltanto persistette nel suo drastico programma di riforme, ma svento` anche un tentativo di rivolta. Tale programma governativo contrastava, infatti, in maniera cosi radicale con i desideri della grande maggioranza di quanti avevano combattuto perche` il nuovo regime salisse al potere, che nel 1877, Saigo, il loro capo piu` potente, aveva organizzato una rivolta generale contro il governo. Il suo esercito rappresentava la volonta` di quanti, tra i sostenitori dell'Imperatore favorevoli al feudalismo, si erano sentiti traditi dal governo Meiji fin dall'inizio della restaurazione. Il governo mobilito` allora, un esecito volontario formato da non-samurai, il quale riusci` a sconfiggere l'esercito di samurai guidato da Saigo. Il senso di insoddisfazione era ugualmente rilevante tra gli agricoltori, tanto che tra il 1868 e il 1878, il primo decennio del periodo Meiji, si verificarono almeno 190 rivolte agrarie, mentre soltanto nel 1877 il nuovo governo prese i primi provvedimenti per ridurre gli oneri fiscali che pesavano sui contadini. Nelle campagne si protestava, inoltre, contro l'istituzione delle scuole e della leva militare obbligatoria, contro l'ordine di tagliarsi il “codino”, contro l'uguaglianza legale per gli “esclusi”. La struttura di questo nuovo “governo” era il risultato di quella “alleanza particolare”, verificatasi in Giappone tra samurai di piccola nobilta` e classe commerciale, che, fin dall'epoca feudale era stata

incoraggiata dal governo con speciali provvedimenti. Vi erano cioe` dei samurai che avevano appreso l'arte di governare, ricoprendo la carica di ciambellano presso il proprio signore, e degli amministratori dei vari daimyo, che, dopo essersi occupati di attivita` commerciali, avevano poi comprato il titolo di samurai, diffondendo, cosi, tra i membri di questa classe, la conoscenza delle diverse tecniche di produzione e di commercio. Questa alleanza tra samurai e commercianti porto` quindi alla ribalta una classe di uomini capaci e sicuri di se, che tracciarono il programma politico del governo Meiji e ne pianificarono la realizzazione. La questione che piu` interessa e` quella di analizzare le cause della loro abilita` politica e del realismo di cui seppero dar prova. Bisogna, infatti, considerare che il Giappone, che nella seconda meta` del secolo diciannovesimo stava appena uscendo dal Medioevo, ed era debole come lo e` oggi il Siam, produsse una classe dirigente in grado di progettare e di realizzare una delle piu` riuscite imprese politiche che siano mai state tentate in qualsiasi Paese. Per il momento ci soffermeremo sul modo in cui i politici del periodo Meiji portarono avanti il programma fissato, a cui non attribuirono di certo il carattere di rivoluzione ideologica, bensi quello di un vero e proprio lavoro pratico, avendo lo scopo di trasformare il Giappone in una nazione in grado di far sentire il suo peso in campo internazionale. Tuttavia gli uomini a capo del governo Meiji respinsero ogni idea di infrangere la struttura gerarchica della societa` giapponese. La restaurazione, infatti, aveva semplificato l'ordinamento gerarchico, collocandone al culmine l'Imperatore ed eliminando lo Shogun. Ma questi mutamenti non furono tanto radicali da distruggere l'ordinamento gerarchico della societa,` benche` gli dessero un assetto del tutto nuovo. Bisogna anzi dire che le “Loro Eccellenze”, ossia la nuova classe dirigente giapponese fece in modo da rafforzare il potere centralizzato dello Stato, per garantirsi una piu` sicura esecuzione delle proprie direttive, pur cercando di fare alcune concessioni per non suscitare eccessive opposizioni al nuovo regime. Una di queste concessioni fu la Costituzione del Giappone, data dall'Imperatore al suo popolo nel 1889, grazie alla quale il popolo veniva ad acquistare un ruolo ufficiale nell'ordinamento statale e in cui si decretava anche la formazione di una Dieta. Il compito di stendere la Costituzione fu assegnato in particolare ad una Commissione dipendente dal dicastero della Casa Imperiale e ritenuta, percio`, sacra. Nel 1888, il Principe Ito, uno degli autori della Costituzione, invio` in Inghilterra il marchese Kido affinche` si incontrasse con Herbert Spencer per consultarlo sui principali problemi del Giappone. Il filosofo fece sapere a Ito il suo parere riguardo alle questioni trattate sottolineando, in particolare, come le strutture gerarchiche tradizionali in Giappone costituiscono la base essenziale ed insuperabile del benessere del Paese. Esse andavano, precio`, conservate e potenziate, in quanto il rispetto degli obblighi verso l'Imperatore costituiva il grande elemento di vantaggio che il Giappone aveva nei confronti degli altri Paesi. Pienamente soddisfatti di questa conferma delle proprie convinzioni, gli statisti del periodo Meiji erano decisi a conservare anche la nella nuova societa` i vantaggi derivanti dal fatto di saper tenere “il giusto posto” nell'ordinamento sociale. (pag.93) Al tempo di Tokugawa, vi erano in Giappone, analogamente a quanto si verificava in Cina, piccoli complessi comunitari, comprendenti da cinque a dieci famiglie e indicati nell'epoca moderna con il nome di tonari gumi, i quali costituivano i piu` ristretti gruppi di popolazione forniti di autonomia. Il capo di questi raggruppamenti di famiglie viciniori assumeva la direzione degli affari della comunita`. Nel periodo Meiji, queste comunita`, in un primo tempo furono abolite, e quindi successivamente ripristinate, col nome appunto di tonari gumi; talvolta, anzi il governo favori` attivamente la vita nelle citta`; nelle campagne, invece, hanno ormai oggi una scarsissima diffusione. Maggiore importanza hanno invece, i complessi costituiti da un certo numero di case coloniche, i cosiddetti burako, che non furono soppressi ne sottoposti al controllo statale, venendo a costituire un 'area indipendente rispetto all'autorita` statale. Costoro “si occupano dell'amministrazione dei beni della comunita`, sovraintendono alla concessione di soccorsi alle famiglie colpite da un lutto o da un incendio, stabiliscono i giorni adatti per i lavori agricoli da eseguirsi in comune. Essi non hanno, pero` come avviene in altre nazioni asiatiche, l'incarico di riscuotere dalla comunita` il pagamento delle imposte fissate dallo Stato. Le funzioni spettanti a questi capi-villaggio sono quindi ben definite, in quanto tutti i loro compiti rientrano nell'ambito

delle autonomie popolari. Il governo civile giapponese riconosce oggi ufficialmente le amministrazioni locali delle citta` e dei villaggi in cui gli “anziani”, di nomina elettiva, eleggono a loro volta un responsabile in capo. Nei villaggi, il capo appartiene ad una famiglia di agricoltori proprietari terriere ivi residenti da generazioni e benche` la nomina alla massima carica comporti uno svantaggio economico, questo viene pero` compensato dal notevole prestigio che essa gli procura. Anche nel periodo successivo al 1920, quando anche in Giappone si erano ormai costituiti partiti politici a carattere nazionale, implicanti, come in ogni Paese, l'alternarsi al potere di partiti opposti, le amministrazioni locali restarono per lo piu` estranee a questa innovazione e continuarono ad essere controllate dagli “anziani”, che agivano in rappresentanza dell'intera comunita`. Vi sono tuttavia tre casi in cui queste amministrazioni non hanno alcuna autonomia: nella nomina dei giudici, che avviene su scala nazionale, nella nomina delle forze di polizia e in quella degli insegnanti, che sono anch'essi impiegati dello Stato. Gli agenti della polizia vengono trasferiti con frequenza, per ordine dello Stato, da una sede all'altra, perche` rimangano sempre estranei agli interessi locali della comunita` in cui operano. Anche gli insegnanti sono in una situazione analogo, in quanto lo Stato sovraintende alla amministrazione scolastica fin nei minimi particolari, a tal p;unto che, come in Francia, in tutte le scuole del Paese si fanno, nello stesso giorno, le stesse lezioni seguendo un medesimo libro di testo. Come si vede, dunque, e come si e` detto, scuole, polizia e tribunali sono al di fuori dell'ambito delle autonomie locali. Il sistema governativo giapponese, quindi, e` in tutto e per tutto diverso da quello americano, in cui i massimi poteri a carattere esecutivo e legislativo sono in mano a funzionari elettivi e in cui le funzioni di controllo locale sono esercitate dalle forze di polizia. (es. Olanda e Belgio pag. 97). L'effettiva differenza tra il sistema di governo giapponese e i sistemi analoghi nell'Europa Occidentale non sta tanto nella struttura formale, quanto nel funzionamento. I Giapponesi si basano, infatti, sulle antiche abitudini di deferenza radicate nel passato e istituzionalizzate dal loro sistema etico e dagli usi convenzionali, per cui lo Stato puo` contare sul fatto che quando le “Loro Eccellenze” agiscono “in maniera conveniente alla loro posizione”, le loro prerogative e i loro diritti saranno rispettati perche` in Giappone e` considerato scorretto infrangere i confini esistenti tra le varie forme di prerogativa. E` per questo motivo che nelle sfere dell'alta politica l'”opinione” popolare non ha alcun peso. Per gli stessi motivi, anche quando lo Stato stabilisce la propria area di intervento ufficiale nell'ambito delle questioni locali, la sua giurisdizione viene accettata con atteggiamento deferente, poiche`, nello svolgimento delle sue funzioni lo Stato non e` considerato una specie di male necessario, come si verifica invece, ad esempio negli Stati Uniti, in quanto esso assume agli occhi del Giappone quasi il valore di una divinita` suprema. Per quanto riguarda la religione, gli uomini politici del periodo Meiji giunsero ad una sistemazione ancor piu` curiosa. Lo Stato considero`, infatti, sottoposta al suo controllo una forma di culto i cui simboli erano specificamente quelli dell'unita e della superiorita` nazionale, mentre per ogni altra questione lasciava la massima liberta` di culto individuale. Il culto sottoposto alla giurisdizione statale fu detto scintoismo di Stato e poiche` esso si basava sul rispetto convenientemente dovuto ai simboli rappresentativi della nazione, piu` o meno come il saluto alla bandiera negli Stati Uniti, lo si considero`, in pratica, una specie di non-religione, di modo che si poteva esigere che tutti i cittadini lo professassero, senza, d'altra parte, violare il dogma occidentale dei diritti di ciascuno alla liberta` religiosa, piu` di quanto non violino gli Stati Uniti esigendo il saluto alle “Stelle e Strisce”. Lo Stato poteva rendere obbligatorio l'insegnamento nelle scuole, senza incorrere in critiche da parte occidentale e venne quindi insegnato sotto forma sia di storia del Giappone, sia di atteggiamento di venerazione nei confronti dell'Imperatore. Per queste ragioni, lo scintoismo di Sato fu favorito e controllato dallo Stato, mentre tutte le altre manifestazioni religiose, compreso, perfino lo scintoismo confessionale o di culto, cosi come, del resto, il buddismo, o il cristianesimo, furono lasciate all'iniziativa individuale, in maniera molto simile a quanto si verifica negli Stati Uniti. Si trattava di due ambiti ben distinti anche dal punto di vista amministrativo e finanziario. Non si puo` dunque parlare dello scintoismo di Stato come di una vera e propria Chiesa di Stato,

anche se lo si deve certo considerare come un culto a larghissima diffusione, in quanto ad esso sono dedicati piu` di 110.000 templi di importanza variabile. La gerarchia dei sacerdoti veniva, cosi, ad affiancare, a livello nazionale, la gerarchia politica, con un'attribuzione di autorita` che, partendo da livelli inferiori, giungeva, al culmine della scala gerarchica; principale compito di tutti era quello di officiare le cerimonie in nome del popolo, piuttosto che quello di svolgere vere e proprie funzioni di direttori spirituali. Lo scintoismo di Stato non ha, dunque, nessun carattere che lo avvicina alle nostre usuali pratiche religiose, al punto che ai ministri dello scintoismo di Stato, in quanto non costituente una vera e propria religione, era proibito, per legge, l'insegnamento di qualsiasi dogma. In occasione delle frequenti ricorrenze religiose, solitamente un gruppo di persone si reca innanzi al sacerdote che, dopo averlo purificato, agitandogli davanti una bacchetta ornata di nastri di canapa e di carta, apre l'accesso al sacrario del tempio. A questo punto, mentre il sacerdote e` immerso in preghiera, gli intervenuti, in ordine di rango e con i segni della piu` profonda venerazione, fanno la loro offerta, consistente in un ramoscello, ornato con strisce di carta bianca, che appartiene al loro albero sacro e costituisce il tradizionale simbolo del Giappone antico e moderno. Terminata l'offerta, il sacerdote allontana, con una seconda invocazione, gli dei e chiude nuovamente l'ingresso del templio. Il buddismo resta la religione piu` diffusa tra il popolo, ma vi sono anche varie altre sette, potenti e assai numerose, con le proprie credenze ed i propri profeti, mentre anche lo scintoismo confessionale, indipendente da quello di Stato, ha le proprie importanti manifestazioni di culto. Tra queste sette di religione ve ne sono alcune che predicano in favore del piu` acceso nazionalismo, ancor piu` che il governo assumesse questa stessa posizione dal 1930 in poi; altre che si fondano sulla fede nei miracoli, venendo percio` spesso paragonate al cristianesimo. La maggior parte delle festivita` popolari e` rimasta, dunque, al di fuori dell'ambito dello scintoismo di Stato. Tranne che per chi segue la religione austeramente come professione, essa non ha in Giappone alcun carattere di rigida austerita`, al punto che anche i pellegrinaggi religiosi, altra abitudine molto diffusa presso i giapponesi, vengano considerati e goduti come una festa. Gli uomini del governo dell'epoca Meiji stabilirono, dunque, accuratamente, l'ambito di intervento dello Stato sia nel campo amministrativo che in quello religioso, attraverso, appunto, lo scintoismo di Stato, assicurandosi il controllo, in quanto sommi funzionari della nuova scala gerarchica, di tutte le questioni riguardanti, a loro avviso, direttamente lo Stato e lasciando il resto nelle mani del popolo. Un problema analogo si pose per l'organizzazione delle forze Armate, in cui venne eliminato, come negli altri campi, il vecchio sistema di caste, in maniera ancor piu` radicale di quanto non fosse avvenuto nell'ambito civile. Nell'esercito si giunse, infatti, ad eliminare il tradizionale uso del linguaggio “di cortesia” proprio del Giappone; un altro fatto nuovo fu quello della subordinazione della nomina ad ufficiale, ai meriti personali e non alla discendenza famigliare. Per questi motivi, i Giapponesi hanno un'opinione elevata, e apparentemente ben meritata, del proprio esercito. Un altro elemento importante e` il fatto che i componenti dei vari plotoni e compagnie provenivano tutti dalla stessa regione e che, in tempo di pace, il servizio militare veniva prestato in sedi vicine al proprio luogo di residenza. Per cio`, pur mantenendo i rapporti con il proprio luogo di origine, chi prestava servizio militare, poteva sperimentare durante i due anni della ferma un a nuova forma di rapporti sociali che veniva a sostituire quella tradizionale tra samurai e proprietari terrieri o tra ricchi e poveri. Sotto molti aspetti, quindi, l'esercito svolgeva il ruolo di eguagliare democraticamente gli uomini, assumendo in maniera specifica il carattere di esercito popolare, il che spiega anche come, in Giappone, a differenza di quanto avviene generalmente negli altri Paesi, in cui l'esercito rappresenta il piu` valido baluardo per il mantenimento dello status quo, l'esercito abbia mostrato spesso vive simpatie nei confronti dei piccoli coltivatori, appoggiando le loro frequenti agitazioni contro lo strapotere finanziario e industriale. E` probabile che gli statisti del periodo Meiji non considerassero come positive tutte le conseguenze derivate dall'istituzione di un esercito popolare, ma non era su questo piano che essi manovrarono per assicurare alle Forze Armate la supremazia assoluta nella gerarchia sociale. Essi ottennero ugualmente questo obiettivo ricorrendo a provvedimenti riguardanti l'organizzazione del potere a livello delle piu` alte sfere. I ministri dell'Esercito e della Marina, infatti, a differenza di quanto

avveniva, per esempio, per il capo del ministero degli Esteri o dei vari ministeri degli Interni, avevano libero accesso presso l'Imperatore in persona e avevano, percio`, la possibilita` di far passare, in suo nome, il loro provvedimenti, senza alcun obbligo di informare o consultare i loro colleghi, membri del Consiglio dei Ministri. Le Forze Armate avevano, inoltre, una posizione di vantaggio nei confronti di ogni ministero, in quanto potevano impedire la formazione di ogni ministero a loro sgradito, ricorrendo al semplice espediente di rifiutare ai generali e agli ammiragli l'autorizzazione ad accettare, in quel ministero, il portafoglio per gli Affari Militari. Fu dunque a livello dell'”alta politica”, che i massimi gradi della gerarchia militare si assicurarono la certezza di non subire interferenze nelle proprie indecisioni. Per quanto riguarda il settore industriale, poi, esso segui` in Giappone, un processo di sviluppo che non ha eguali in nessuna nazione occidentale. Anche in questo caso furono le “Loro Eccellenze” a fissare le regole del gioco, non limitandosi soltanto ad un lavoro di pianificazione, ma giungendo fino a far costruire, finanziandole con fondi statali, le industrie ritenute necessarie all'economia del paese, e affidandone, poi, l'organizzazione e la gestione ad una burocrazia statale. In un secondo momento, quando queste nuove industrie ebbero raggiunto “una buona organizzazione e un elevato rendimento” il governo ne stabili` la cessione all'industria privata, mediante la vendita per gradi e “a prezzi ridicoli”, a una potente oligarchia finanziaria, la notissima Zaibatsu, i cui membri piu` potenti erano principalmente le famiglie Mitsui e Mitsubishi. Ma il merito principale del Giappone fu quello di riuscire a realizzare le industrie ritenute necessarie allo sviluppo del Paese con il minimo spreco di energie e denaro. In Giappone, venne cosi a capovolgersi “il normale rapporto tra fase iniziale e stadi successivi di sviluppo della produzione capitalistica”, in quanto, invece di iniziare con la produzione dei beni di consumo e con lo sviluppo dell'industria leggera, si diede la precedenza alle principali industrie pesanti, quali le fabbriche di armi e munizioni, i cantieri navali, le industrie metallurgiche e ferroviarie, che raggiunsero in brevissimo tempo un elevato livello tecnico. Nell'area coperta dalle industrie a cui il governo attribuiva un'importanza prioritaria non potevano inserirsi “in maniera conveniente” il piccolo commerciante o l'industriale non legato alla burocrazia, in quanto, in quest'ambito, gli unici operatori economici erano lo Stato o le potenti societa` di credito. Ma, come gia`in altri campi della vita pubblica giapponese, anche nell'ambito industriale si ebbe un settore in ci veniva lasciata a chiunque la massima liberta` di azione, in cui operavano le industrie cosiddette “in disavanzo”, che si reggevano sulla base del minimo impiego di capitale e del massimo sfruttamento della mano d'opera e del buon mercato. Ancora oggi vi sono nelle grandi citta` giapponesi, molte madri di famiglia che fanno, stando a casa, un lavoro a cottimo, con l'ultimo nato appeso alla schiena. Si potrebbe, in un certo senso, dire che gli uomini politici giapponesi crearono le industrie strategicamente necessaire e scelsero di appoggiare le imprese commerciali politicamente piu` adatte, come se considerassero necessaria la creazione di un'aristocrazia della finanza da affiancare, collocandola al suo “giusto posto”. Il governo intendeva, comunque, servirsi di queste potenti societa` finanziarie, per cui gli Zaibatsu furono soggetti ad una sorta di continuo paternalismo, il che procuro` loro profitti rilevanti e un'elevata posizione sociale. Era, pero`, inevitabile che questa aristocrazia finanziaria venisse aspramente criticata dal popolo. Gli Zaibatsu furono attaccati dai militari, i cosiddetti gruppi dei Giovani Ufficiali, e dalle comunita` rurali, anche se, a questo proposito, la maggiore avversoine dell'opinione pubblica giapponese si rivolga non tanto contro gli Zaibatsu quanto contro il cosiddetto narikin. Tale termine viene di solito tradotto con l'espressione “nuovo ricco”, che non rende, pero` l'effettivo significato. Negli Stati Uniti, i “nuovi ricchi” non sono altro che gli “ultimi arrivati”, ridicoli per la loro grossolanita`, dato che non hanno avuto ancora il tempo di acquistare la necessaria raffinatezza. In Giappone, invece, con il termine narikin, che deriva dal gioco degli scacchi, si indica una pedina che si e` messa la posto della regina e che impazza sulla scacchiera come un “pezzo grosso”, senza aver alcun diritto gerarchico di comportarsi a quel modo. Generalmente si ritiene che il narikin abbia ammassato la sua ricchezza con la frode o sfruttando gli altri e il sentimento di avversione che egli suscita e` quanto di piu` lontano si possa pensare dall'atteggiamento che si ha negli Stati Uniti nei confronti del “bravo ragazzo che ha fatto fortuna”.

I Giapponesi organizzano dunque, tutta la loro societa` riferendosi costantemente a strutturare gerarchie. Per quanto riguarda la famiglia e i rapporti personali, il “modo conveniente” di comportarsi dipende dall'eta`, dalla generazione, dal sesso, dalla classe sociale. Finche` ciascuno rispetta “il giusto posto” a cui ha diritto i Giapponesi non protestano. La nemesi si abbatte` sul Giappone, quando esso tento` di esportare la sua formula di “sicurezza”, in quanto se, all'interno del paese, l'ordinamento gerarchico soddisfaceva la mentalita` popolare, che si era formata in base a quello schema, le pretese ambiziose che esso comportava potevano realizzarsi soltanto in una societa` strutturata come quella giapponese, mentre era un “articolo” disastroso, se si pretendeva di esportarlo. Le truppe giapponesi continuarono a meravigliarsi per il fatto di non ricevere, nelle terre che occupavano, il benvenuto degli abitanti, in quanto era, secondo loro, un fatto massimamente desiderabile che il Giappone venisse ad offrire loro un posto, seppure non elevato, nella scala gerarchica giapponese.

CAPITOLO QUINTO I DEBITI NEI CONFRONTI DEL PASSATO E DEL PRESENTE

Nella lingua inglese, si era soliti ricorrere spesso all'espressione “eredi del passato”. Ma dopo due guerre ed una grave crisi economica, la fiducia in in noi stessi che questo modo di dire esprimeva e` alquanto diminuita, e questo mutato atteggiamento non ha certo accresciuto il senso di debito da noi nutrito nei confronti del passato. I popoli orientali, al contrario, sentono profondamente questo debito. I Giapponesi considerano insufficienti i motivi per cui gli Occidentali agiscono, per il fatto che essi non prendono quasi in considerazione il debito che hanno nei confronti della societa` in cui vivono a causa delle cure, dell'educazione, del benessere che vi trovano e di cui usufruiscono. In Giappone, le persone perbene non affermano, come avviene in America, di non dover niente a nessuno, in quanto, appunto, non svalutano il passato; cio` che e` giusto si fonda, per loro, sul riconoscimento, da parte dell'individuo, del proprio posto nei complessi rapporti di debito reciproco, che riguardano sia gli antenati che i contemporanei. Il sentirsi debitore, oltre a rendere un individuo particolarmente suscettibile, e di cio`i Giapponesi sono un chiaro esempio, gli fa sentire il peso di gravi responsabilita`. Sia i Cinesi che i Giapponesi hanno nella loro lingua molte parole per esprimere il senso di “avere degli obblighi”. Tali parole non sono sinonimi ed il loro significato specifico non ha un equivalente letterale in inglese, perche` i concetti che esse esprimono ci sono estranei. Il termine che esprime il “sentirsi obbligati”, e che comprende tutti gli aspetti del debito di un individuo, dai piu` complessi ai piu` semplici, e` on. E` consuetudine giapponese tradurlo in inglese con una ricca gamma di termini, da “obbligatorieta`” e “lealta`”, a “gentilezza” e “devozione”, che ne travisnao, pero` tutti, il significato. Nei suoi vari significati, on indica un peso, un debito, un obbligo a cui si cerca di far fronte il meglio possibile. Si riceve un on da un superiore e l'atto di accettarlo, non specificatamente da un superiore o almeno da un proprio pari, genera un senso di di disagio e di inferiorita`. Quando i Giapponesi dicono “Gli 'porto' un on” , vogliono dire: “ho una serie di obblighi verso di lui” e chiamano questo creditore, questo benefattore “il proprio uomo dell'on”. Un figlio che abbia molte cure per sua madre puo` parlare della necessita` di non dimenticare l'on che ha ricevuto da lei. Il vocabolo, pero`, non si riferisce soltanto all'affetto, ma a tutte le cure e gli aiuti fornitigli, a tutti i sacrifici che la madre ha fatto per lui durante la sua infanzia e la sua adolescenza, fino all'eta` adulta, a tutto quanto, in una parola, egli le deve, per il semplice fatto che essa esista. Ma il significato primario e` quello di debito, mentre si pensa piuttosto all'effetto come a qualcosa dato liberamente e non vincolato da un obbligo. Il termine on e` sempre impiegato in questo senso in devozione illimitata , nel caso in cui ci si riferisca alla prima e principale forma di obbligo, ossia il cosiddetto on imperiale, cioe` al debito che ogni individuo ha nei riguardi dell'Imperatore e che dovrebbe sentire con incommensurabile gratitudine. In tutta la storia del Giappone, la persona, eminente rispetto a tutte le altre, verso la

quale l'individuo ha questo debito, ha sempre costituito per lui la massima autorita`. Nei vari periodi, essa e` stata rappresentata dal signore locarle, dal nobile feudale, allo Shogun, e oggi, dall'Imperatore. Ma cio` che ha importanza non e` tanto la specifica autorita` di cui si tratta quanto il fatto della secolare supremazia che riveste, nel costume giapponese, il “ricordarsi dell'on”. Nel Giappone moderno, ogni sistema e` stato impiegato per convogliare totalmente questo sentimento verso l'Imperatore. Durante la guerra, ogni sigaretta distribuita, in nome dell'Imperatore, ai soldati al fronte, sottolineava l'on che ogni soldato gli doveva. Ogni pilota kamikaze degli aerei suicidi pagava, secondo i Giapponesi, il proprio on imperiale. Ogni individuo “porta” un on anche nei confronti di persone meno importanti dell'Imperatore. Vi e` naturalmente l'on che ciascuno ha ricevuto dai propri genitori e su questo si fonda il famoso sentimento di pieta` filiale degli Orientali, che attribuisce ai genitori una posizione autoritaria di assoluta superiorita` sui figli, e che viene espressa in termini di debito che i figli hanno nei riguardi dei genitori, debito che essi si sforzano di riparare. Sono dunque i figli che devono preoccuparsi di realizzare una tale sottomissione e non sono i genitori a sforzarsi di esigere e ad imporre questa sottomissione. La versione giapponese della pieta` filiale orientale e` molto realistica e vi e` un detto, indicante l'on che si riceve dai genitori, che potrebbe venir liberamente tradotto cosi: “Solo quando una persona diventa, a sua volta, genitore, si rende conto di quanto grande sia il suo debito verso i propri genitori”. Ossia, l'on verso i propri genitori e` la reale preoccupazione quotidiana di ogni padre e di ogni madre. I Giapponesi sono assolutamente convinti che gli Americani minimizzino tutto cio`, e che, come afferma uno scrittore: “Negli Stati Uniti il fatto di ricordare il proprio on nei confronti dei genitori equivale, piu o meno, al fatto di comportarsi bene verso il padre o la madre”. Nessuno puo` certo pretendere l'on dai propri figli, ma le cure affettuose che si hanno verso di loro sono un modo di ripagare il debito nei riguardi dei genitori, quando si era a propria volta indifesi, di modo che ciascuno ripaga in parte il proprio on verso i genitori. Esiste anche un particolare on che l'individuo ha nei confronti del proprio maestro e del proprio padrone (mushi); entrambi gli furono di aiuto nella vita ed egli “porta” loro un on, in nome del quale potrebbe sorgere in futuro la necessita` di esaudire alcune loro richieste, nel caso si trovassero in difficolta`, oppure di aiutare un loro giovane parente, dopo la loro morte. Essere debitore di un on nei riguardi di qualsiasi persona e` una cosa seria e, come afferma un detto giapponese: “Non si ripaga mai neppure la decimillesima parte di un on”. Si tratta, infatti, di un onere gravoso e il “potere di un on” e` sempre considerato tale da non tener assolutamente conto di quelle che sarebbero le preferenze dell'individuo. Il fatto che tale principio etico possa agire senza difficolta` e` legato alla capacita` di ciascuno di considerarsi debitore, senza tuttavia provare troppo risentimento nell'ottemperare all'obbligo a cui e` soggetto. Abbiamo gia` visto come in Giappone viga un ordinamento strettamente gerarchico. Tutto questo diventa piu` facile se i superiori sono considerati amici. Ai in giapponese significa “amore” ed e` questo il termine che i missionari del secolo scorso pensarono di poter usare nella traduzione del concetto cristiano di “amore”. Essi lo usarono nella traduzione della Bibbia ad indicare l'amore di Dio per l'uomo e dell'uomo verso Dio. Ma il termine ai sta a significare, in maniera specifica, l'affetto di un superiore verso i propri dipendenti. Un Occidentale potrebbe ritenere che esso significhi “paternalismo”, ma in giapponese significa piu` di questo. Nel Giappone moderno ai e` si` ancora usato in questo senso specifico di “affetto da parte di un superiore verso un inferiore”, ma il termine puo` venire usato oggi per indicare affetto anche tra persone di pari grado. Comunque, malgrado tutti gli sforzi per attenuare le differenze sociali, e` tuttora un caso fortuito che un on sia “sopportato” senza risentimento, e nessuno vuole addossarsi per caso il debito di riconoscenza che un on comporta. I favori ricevuti, per caso, da estranei con cui si e` entrati in rapporto, provocano il risentimento maggiore, mentre per quanto riguarda i rapporti con le persone del proprio ambiente e quelli fissati nella scala gerarchica tradizionale, l'individuo sa dell'esistenza dell'on ed ha accettato le complicazioni che esso importa. Invece si irrita per un obbligo verso semplici conoscenti o verso chi e` quasi suo pari, e preferisce percio` evitare, per abitudine, di venir coinvolto in tutte le conseguenze di un on. In Giappone l'indifferenza dei passanti quando avviene un incidente non denota mancanza di

iniziativa, ma e` il riconoscimento che ogni forma di interferenza non ufficiale costringera` chi ne e` l'oggetto ad assumersi un on. Perfino l'offerta di una sigaretta da parte di una persona con cui non si han mai avuti contatti precedentemente mette a disagio un Giapponese e la maniera educata di esprimere il proprio ringraziamento consiste infatti nel dire “Che sentimento dannoso (kino doku). “Kino doku” e` dunque tradotto, talvolta con l'espressione “grazie”, talvolta con “mi sento depresso”, appunto per esser astato costretto ad accettare un atto di generosita`, ma, in realta, tale espressione significa tutte, e insieme nessuna di queste cose. I Giapponesi hanno molte espressioni per dire “grazie”, esprimenti tutte lo stesso senso di disagio derivante dal ricevere un on. L'espressione meno ambigua, che viene usata nei grandi magazzini delle citta` moderne, suona come : “Che cosa difficile” (arigato). I giapponesi sono soliti affermare che questa “cosa difficile” indica il grande e raro beneficio che il cliente accorda al magazzino, con lo'atto di fare li i suoi acquisti. Si tratta, cioe`, di un complimento e tale espressione viene, infatti, usata anche quando si riceve un regalo. Un'altra espressione altrettanto comune, per dire “grazie” si riferisce, come kino doku, alle complicazioni connesse al fatto di ricevere qualcosa. I negozianti che gestiscono in proprio il loro esercizio ricorrono nella maggioranza dei casi all'espressione che afferma letteralmente: “E` qualcosa che non ha un fine” (sumimasen), il che significa, cioe`, “Ho ricevuto un on da voi, che nel moderno ordinamento economico non mi sara`mai possibile ripagare; e mi dispiace di trovarmi in questa situazione”. Sumimasen viene tradotto in inglese con “grazie”, “vi sono grato” oppure con “sono spiacente”, “mi scuso”. Questa espressione e` la forma di ringraziamento piu` usata nel caso in cui, per esempio, qualcuno vi raccolga per la strada il cappello che vi e` volato via. Quando ve lo riporta, la buona educazione esige che riconosciate il vostro intimo senso di disagio per il fatto di ricevere una cortesia: “Quest'uomo mi sta offrendo un on ed io non l'ho mai visto prima, per cui non mi e` mai capitata l'occasione di offrirglielo io per primo e di questo mi sento colpevole; mi sentiro` meglio, percio`, se gli porgo le mie scuse, dicendogli “Sumimasen”. Lo stesso atteggiamento, derivante dal fatto di sentirsi in debito, e` espresso anche piu` vivacemente, secondo i Giapponesi, da un'altra parola di ringraziamento, katajikenai, che viene scritta usando il carattere che indica “offesa”, “perdita della propria reputazione”, e che significa sia “ho ricevuto un'offesa”, sia “sono riconoscente”. Il dizionario giapponese spiega che con questa parola una persona riconosce di sentirsi, a causa di un'eccezionale beneficio ricevuto, offesa ed insultata in quanto non se ne reputa degna. Cosi il samurai che, coinvolto in una contesa dell'epoca feudale, non viene punito dalle autorita`, dice “katajikenai” cioe` “ho perso la mia reputazione, per il fatto di accettare questo on, in quanto non e` confacente alla mia situazione il trovarmi in una posizione cosi umile, per cui mi rammarico e umilmente vi ringrazio”. Questo fenomeno e` descritto con efficacia nel famoso romanzo Botchan di uno dei piu` noti romanzieri giapponesi, Soseki Natsume. (pag. 120) Le reazioni che i Giapponesi hanno riguardo all'on: possono sopportarlo, anche se con ogni sorta di sentimenti contraddittori, fintanto che “l'uomo dell'on” e` effettivamente tale, ossia fintanto che lo si puo` collocare nel proprio schema gerarchico, in quanto compie un'azione tale che anche colui che riceve l'on possa essere in grado di compiere, come, per esempio, l'atto di riportare il cappello che il vento ha fatto volar via, oppure quando si tratta di una persona che ha dell'ammirazione verso la persona a cui l'on e` diretto, ma quando questa possibilita` di identificazione viene a mancare, l'on diventa una ferita bruciante, per cui, per quanto irrilevante sia il debito, e` indice di nobilta` d'animo il mostrarsene offesi. Ogni Giapponese, inoltre, sa che il fatto di rendere, per un motivo qualsiasi, un on troppo pensate a qualcuno, procura delle noie. Amore, gentilezza, generosita` che noi valutiamo nella misura in cui vengono dati, senza attaccarci niente, hanno, in Giappone, obbligatoriamente delle “code”. Ogni atto del genere rende, cioe`, debitore chi lo riceve e, secondo quanto afferma un noto detto giapponese “per ricevere un on occorre essere capaci di innata generosita` d'animo”.

CAPITOLO SESTO LA DIFFICILE IMPRESA DI RIPAGARE L'ON

L'on e` un debito e come tale, bisogna pagarlo, ma in effetti, i Giapponesi considerano le forme di pagamento vero e proprio come appartenenti a tutt'altra categoria. Nella societa` giapponese, la piu` importante forma di debito che va sotto il nome di on e` totalmente distinta dall'atto assolutamente costrittivo con cui il debito viene pagato e per indicare il quale si usa una terminologia che denota un contenuto concettuale completamente diverso. L'avere un debito (un on) non e` un segno di merito, mentre il ripagarlo lo e`. Il merito e`, infatti, legato al fatto che ci si dedichi attivamente all'impresa della riconoscenza. Per capire questa questione del merito, puo` essere utile per noi fare un parallelo con quello che avviene in America nel campo delle operazioni finanziarie, comprese le sanzioni previste per i trasgressori delle leggi sulla proprieta`. La gente e` obbligata a mantenere gli impegni assunti e non vi sono attenuanti per chi si appropria dei beni altrui. I patriottismo e gli affetti famigliari vengono visti come appartenenti a tutt'altra sfera, in quanto l'amore e` visto come un fatto emotivo, il ci valore aumenta, aumentando la spontaneita` con cui viene dato. Venendo a mancare il fondamentale postulato giapponese del grande debito contratto automaticamente da ogni essere umano per il fatto di essere stato messo al mondo, pensiamo che ogni individuo dovrebbe, in caso di bisogno, avere compassione dei propri genitori ed aiutarli, che non dovrebbe picchiare la moglie e che dovrebbe provvedere alle necessita` dei propri figli. Non si considerano , pero` ,questi doveri alla stregua di un debito pecuniario, ne se ne trae un tornaconto come se si trattasse di una questione di affari. In Giappone, invece, si considerano tutti questi comportamenti alla stessa stregua in cui si considera in America la solvibilita` finanziaria e le sanzioni previste sono altrettanto severe di quelle previste in America per chi non paga i conti o non corrisponde gli interessi ipotecari. Per i Giapponesi si tratta, cioe`, di questioni di cui non ci si deve preoccupare solo in casi di emergenza, come, ad esempio, in caso di una dichiarazione di guerra o di garve malattia dei genitori, ma sono cose che costituiscono una costante preoccupazione per ogni individuo indistintamente, paragonabile a quella di un piccolo agricoltore dello stato di New York preoccupato per le ipoteche che gravano sul suo podere. I Giapponesi dividono in categorie distinte, ciascuna con regole sue proprie, le forme di pagamento dell'on che non hanno limiti ne` di valore ne` di tempo, da quelle con un equivalente quantitativo e che si e` tenuti a rispettare in casi particolari. Il pagamento illimitato di un debito si esprime con il termine gimu e di esso si dice: “ Non e` possibile ripagare neppure una decimillesima parte di (questo) on. IL gimu di ciascun individuo comprende due diversi tipi di dovrei: ripagare l'on verso i propri genitori, indicato con il termine ko, e ripagare l'on verso l'Imperatore indicato con il termine chu. (Tavola schematica pag. 129). Entrambi i doveri, indicati dal gimu, sono obbligatori e impegnativi per tutti gli individui indistintamente. In Giappone, l'istruzione elementare, ad esempio, viene chiamata “istruzione gimu”, in quanto nessun altro vocabolo rende in maniera adeguata il significato di “obbligatorio”. Il gimu, nelle sue due forme, non ammette limiti o riserve, e questa assolutezza differenzia il concetto giapponese di “dovere verso lo Stato” e di “pieta` filiale” dall'analogo concetto cinese. A partire dal settimo secolo, il sistema etico cinese e` stato, a piu` riprese, adottato dal Giappone e i termini chu e ko sono cinesi, anche se in Cina essi non indicano qualcosa di cosi assoluto. I Cinesi antepongono a tutte le altre una virtu` suprema che sta alla base di ogni forma di lealta` e di pieta`. Nelle traduzioni, il termine cinese jen con cui la si indica, viene reso con “benevolenza”. E` una virtu` che i genitori devono avere, cosi come i sovrani, tanto che se essi ne mancano, il popolo ha diritto a ribellarsi. Essa e`, cioe`, la condizione su cui si basa l'offerta di fedelta` o di ubbidienza, al punto che i diritti alla supremazia dell'Imperatore e dei suoi dignitari sono subordinati al loro agire jen. Questo postulato non venne pero` mai accettato in Giappone. Kanichi Asakawa, uno dei maggiori studiosi giapponesi, afferma “E` perfettamente ovvio che in Giappone questa concezione entrasse in conflitto con il concetto giapponese di sovranita` dell'Imperatore, per cui non venne mai accettata,

neppure in linea di principio astratto”. La virtu` jen non trovo`, dunque, in Giappone, un terreno favorevole per cui, pur senza essere eliminata del tutto, fu radicalmente retrocessa di grado in rapporto alla posizione elevata che le veniva attribuita dall'etica cinese. In Giappone, la parola si pronuncia jin e il “fare jin” o la sua variante “fare jingi” e` ben lontano dall'essere una virtu` che deve venir rispettata anche da chi appartiene alle alte sfere della societa`. Questa forma di virtu` e`stata, anzi, cosi radicalmente messa la bando nel sistema etico giapponese, da aver acquistato il significato di un atto commesso al di fuori delle norme legali vere e proprie. Di fatto puo` indicare un'azione lodevole, come puo` essere il dare il proprio nome per una sottoscrizione di beneficenza. Ma il termine sottolinea enfaticamente come si tratti di qualcosa “fatto in piu`”, ossia signifcia che l'azione non era obbligatoria. L'espressione “fare un'azione jingi” viene usata per indicare qualcosa “fuori dalla legge” anche in un altro senso: per indicare, cioe`, l'omerta` tra i banditi che venivano definiti uomini con una sola spada per distinguerli dai samurai, consisteva, appunto, nel comportarsi in maniera jingi/ Quando uno di questi fuorilegge si rifugiava presso un altro che non conosceva, quest'ultimo, per garantirsi da una futura vendetta da parte della banda di colui che gli chiedeva asilo, glielo concedeva, facendo cosi un'azione jingi. Nel linguaggio moderno l'espressione “fare un'azione jingi” e` scaduta ancora di piu`. Essa ricorre di frequente infatti quando ci si riferisce ad azioni perseguibili. Nel Giappone moderno si parla di comportamento jingi specialmente per il piccolo imprenditore quando stabilisce rapporti di lavoro illegali, sfruttando mano d'opera non specializzata, dandola in appalto, e ricavandone notevoli profitti. Dal momento che i Giapponesi hanno dato un'interpretazione radicalmente diversa e riduttiva della fondamentale virtu` del sistema etico cinese e non l'hanno sostituita con niente altro che limitasse il gimu, la pieta` filiale e` divenuta, in Giappone, un dovere a cui si deve adempiere anche quando, per farlo, bisogna passar sopra all'indegnita` o a un comportamento ingiusto dei genitori. In Giappone, la pieta` filiale, a differenza che in Cina, non investe la genealogia degli antenati attraverso i secoli e neppure tutte le complesse ramificazioni dei vari gruppi di discendenti, ma riguarda solo gli antenati recenti. Le lettere su di una pietra tombale devono venir rinnovate ogni anno per conservare l'identita` del defunto, ma quando i vivi non ricordano piu` un antenato, la sua tomba viene trascurata e le sue tavolette non vengono piue` conservate nel santuario di famiglia. I Giapponesi danno valore alla pieta` solo se rivolta a chi puo` essere ancora ricordato da vivo e concentrano la loro attenzione sull'”ora-qui”. Il carattere pratico piu` importante del mondo giapponese di considerare la pieta` filiale si manifesta, appunto, nel fatto di limitare gli obblighi ko essenzialmente tra persone viventi. Per pieta` filiale, sia in Cina che in Giappone, si intende qualcosa di molto piu` complesso del rispetto o della sottomissione ai propri genitori e antenati. Tutto quel complesso di cure rivolte ad un bambino, che gli Occidentali considerano connesse all'istinto materno o al senso di responsabilita` paterno, per i Giapponesi rientra nella pieta` verso gli antenati. I Giapponesi sono molto espliciti a questo proposito, quando affermano che ciascuno paga il debito verso i propri antenati, trasmettendo ai propri figli le cure che egli stesso ha ricevuto. SE un figlio muore, rientra negli obblighi della pieta` filiale addossarsi il peso di mantenere la vedova e i figli; e questo vale anche per il caso in cui si debba dare aiuto e protezione a una figlia rimasta vedova e alla sua famiglia. Ma non si deve assumere un simile gimu nei confronti di una nipote rimasta vedova; se lo si assume, si soddisfa un obbligo radicalmente diverso. La pieta` filiale con contempla che l'aiuto venga dato in maniera affettuosa o rispettosa della dignita` personale. Le giovani vedove ricevono in famiglia il soprannome di “parenti-del-riso- freddo”, per dire che mangiano il riso quando ormai e` diventato freddo; esse devono infatti stare sempre agli ordini di ogni membro della famiglia che li ospita e sottomettersi completamente ad ogni decisione che venga presa nei loro confronti. La massima forma di antagonismo e di malanimo si verifica pero` nei rapporti tra suocera e nuora. La nuora entra nel menage domestico da estranea, ed e` suo dovere imparare a sbrigare le faccende di casa come la suocere pretende. Molto spesso la suocere assume, in modo esplicito di considerare la sposa come del tutto inadatta per il figlio e, a volte, ne e` molto gelosa. La giovane nuora e`, in

apparenza, infinitamente docile, ma di generazione in generazione, queste docili creature divengono, a loro volta, suocere, esigenti e critiche come lo furono le loro suocere. “Darsi da fare per il ko” non comporta pero` necessariamente, per un Giapponese, il fatto di ottenere delle soddisfazioni di carattere affettivo all'interno dell'ambito famigliare. Come afferma uno scrittore giapponese, “proprio per l'alta opinione che hanno della famiglia, i Giapponesi mancano totalmente di rispetto per i singoli componenti di essa e per il legame che li unisce tra loro come individui”. Il notevole risentimento e il senso di rancore che si manifestano tra i membri di una stessa famiglia e che caratterizzano, in Giappone, la pieta` filiale, non si verificano per l'altro grande obbligo che, come la pieta` filiale, rientra nel gimu, cioe` per la fedelta` verso l'Imperatore. Gli uomini politici giapponesi fecero bene a isolare l'Imperatore dal resto della societa`, nella sua veste di Sacro Monarca, ponendolo al di sopra del bailamme della vita quotidiana. Percio` l'Imperatore doveva presentarsi come un Padre Sacro, svincolato da ogni valutazione secolare. La fedelta` verso di lui, il cosiddetto chu, la virtu` suprema, deve avere il carattere di contemplazione estatica di un Padre Benevolo, figura spirituale e incontaminata da ogni contatto con il mondo. Agli inizi dell'epoca Meiji, i politici, che avevano visitato i paesi dell'occidente, scrissero che in questi Stati la storia era il prodotto dei conflitti tra chi deteneva il potere e il popolo, e che cio` era indegno dello “Spirito” del Giappone. Di ritorno dai loro viaggi, stabilirono, quindi, nella Costituzione che l'Imperatore fosse “sacro ed inviolabile” e che non fosse considerato responsabile delle azioni dei suoi Ministri. Egli doveva fungere da supremo simbolo dell'unita` dell'Impero giapponese, non da capo responsabile delle proprie azioni. Dal momento che da circa sette secoli l'Imperatore non svolgeva funzioni esecutive, non era difficile conservare, a questo proposito, il suo ruolo di secondo piano. I politici dell'epoca Meiji non ebbero percio` che da collegare la sua figura, con l'adesione di tutto il popolo giapponese, quella incondizionata forma di virtu`, massima tra tutte, che e` il chu. Durante il periodo feudale, il chu indicava gli obblighi verso il Signore secolare, ossia lo Shogun. Per tutti quei secoli, lo Shogun aveva detenuto il potere di supremo capo militare e amministrativo e, nonostante il chu a lui dovuto, erano le congiure sia contro la sua supremazia politica, che contro la sua vita. La fedelta` a lui dovuta entrava spesso in conflitto, infatti, con gli obblighi che ciascuno aveva verso il proprio signore. Inoltre, in quei periodi agitati, i seguaci di un signore complottavano spesso per spodestare e sostituire lo Shogun. La restaurazione Meiji significo` la vittoria dei sostenitori di questa corrente e fu appunto la mutata attribuzione del chu dallo Shogun all'Imperatore, come figura simbolica, a motivare l'uso del termine “restaurazione” nell'anno 1868. L'Imperatore rimase sempre un personaggio isolato: investiva le varie “eccellenze”, ma non si occupava personalmente ne di questioni di governo ne di questioni militari. Un mutamento veramente radicale si ebbe invece nell'ambito spirituale, in quanto il chu divenne il modo di ripagare l'obbligo che ciascuno aveva nei confronti del Sacro Monarca, massimo sacerdote e simbolo dell'unita` e continuita` del Giappone. La facilita` con cui si riusci a trasferire il chu sulla figura dell'imperatore fu determinata anche da cio` che affermavano le leggende tradizionali giapponesi, ossia dal fatto che la dinastia imperiale discendeva dal dio Sole. Il termine Kami, che viene tradotto come “dio”, significa letteralmente “capo”, ossia colui che si trova alla sommita` della scala gerarchica. A differenza di quanto avviene in occidente, non esiste in Giappone un abisso tra l'umano e il divino, al punto che in Giappone, dopo la sua morte, e` considerato kami. Il chu peraltro, era dovuto, in epoca feudale, ai capi della gerarchia sociale che erano privi di una qualsiasi attribuzione divina. Nel trasferimento del chu alla figura imperiale ebbe, invece, molta piu` importanza il fatto che, dall'inizio della sua storia, il Giappone aveva avuto un'unica e ininterrotta dinastia imperiale. Il Giappone non e` la Cina, dove si ebbero, solo nel periodo storico di cui esistono documenti, ben 36 dinastie diverse, ma e` un Paese in cui, pur attraversando tutti i mutamenti, la struttura sociale non e` mai andata in pezzi e il cui modello di fondo e` rimasto immutato. Nel Giappone moderno ci si e`, dunque, sforzati in tutti i modi possibili di attribuire un carattere personale al chu, rivolgendolo in modo specifico verso la figura dell'Imperatore. Il primo Imperatore dopo la Restaurazione fu un uomo di notevole dignita` e durante il suo lungo regno svolse con facilita` il ruolo di simbolo personificato per i propri sudditi. Le sue rare apparizioni in

pubblico venivano inscenate con i segni della profonda venerazione. Tutto cio` fece dell'Imperatore un simbolo, totalmente al di sopra di ogni questione nazionale, e assolutamente “inviolabile”, cosi come al di la e al di sopra di ogni partito politico e` la fedelta` alle “Stelle e Strisce”. Mentre noi attribuiamo al rispetto per la nostra bandiera un significato rituale, che riteniamo del tutto inadatto attribuire a qualsiasi essere umano, i Giapponesi fecero, invece tesoro nel modo piu` totale, dell'aspetto umano del loro simbolo supremo: lo potevano amare e poteva venir corrisposti, andavano in estasi per il fatto che egli potesse “rivolgere loro il suo pensiero” e dedicavano percio` la propria vita ad “alleviare il suo cuore”. Gli obblighi chu comprendono un duplice sistema di rapporti, che regolano la sottomissione all'imperatore: il suddito si rivolge direttamente all'Imperatore senza intermediario, ossia “allevia il suo cuore” con il proprio comportamento, mentre riceve gli ordini dell'Imperatore attraverso una pluralita` di intermediari. Nel campo dell'amministrazione civile, gli obblighi chu investono tutto, dalla morte alle tasse. Secondo l'opinione giapponese, l'obbedienza alla legge e` il modo di ripagare il massimo debito, ossia il ko-on. Quando , il 14 agosto 1945, il Giappone si arrese, il mondo ricevette una dimostrazione incredibile di quale significato esso abbia. Molti Occidentali con una buona conoscenza dei costumi giapponesi avevano sostenuto l'impossibilita` di una resa da parte dei Giapponesi; essi sottolineavano come fosse un'ingenuita` il pensare che l'esercito giapponese, disseminato per tutto l'Asia e per le isole del Pacifico, deponesse spontaneamente le armi, in quanto una buona parte delle forze armate non aveva subito alcuna sconfitta locale, ed era per di piu` convinta della giustezza della propria causa. Di fatto i Giapponesi, gia` bellicosi di natura, avevano effettivamente dimostrato nel corso della guerra di non arrestarsi di fronte a nessun pericolo, pero` gli osservatori americani si basavano solo su questo elemento senza tener conto del chu. L'imperatore parlo` e la guerra ebbe fine. E anche se prima che pronunciasse il suo discorso per radio, gli oppositori piu` accesi si erano riuniti intorno al palazzo imperiale per tentare di impedire la dichiarazione di resa, questa, una volta trasmessa, fu accettata: nessun generale sui campi di Manciuria o di Giava si oppose e le nostre truppe, al loro sbarco negli aeroporti, furono accolte con cortesia. I Giapponesi “alleviavano il cuore dell'imperatore” rispettando gli accordi di pace; una settimana prima, avrebbero adempiuto allo stesso dovere impegnandosi a cacciare i “barbari” anche se avessero potuto disporre soltanto di lance di bambu`. Il Giappone non e` l'Occidente e percio` non fece ricorso alla estrema prova di forza fisica tipica delle nazioni occidentali, cioe` alla rivoluzione, come, d'altra parte, non ricorse neanche, per vendetta, a forme di sabotaggio contro l'esercito di occupazione nemico. Ricorse invece a cio` che costituiva la sua forza; la capacita`, cioe`, di pretendere da tutta la nazione, in quanto rientrante negli obblighi del chu, l'elevatissimo prezzo di una resa incondizionata malgrado la potenza militare del Paese non fosse stata ancora distrutta. Agli occhi della nazione, infatti, questo altissimo prezzo permetteva di acquistare cio` che veniva considerato come avente un valore inestimabile: il diritto di idre che l'ordine era stato “dato dall'Imperatore”, anche se questo ordine era di arrendersi. Anche nella sconfitta, dunque,la massima legge restava il chu.

CAPITOLO SETTIMO IL MODO PIU` DIFFICILE DI RIPAGARE UN DEBITO Il giri, secondo un detto giapponese, e` il debito piu` difficile da ripagare, e benche` anche il giri si possa ripagare, cosi come avviene per il gimu, esso implica tutta una serie di doveri e di obblighi di diverso genere. Del giri non esiste un equivalente nella cultura anglosassone. A differenza del chu e del ko, che fanno parte anche del sistema etico cinese, e nella cui valutazione e`riscontrabile una certa analogia, malgrado alcune caratteristiche proprie dell'elaborazione che ne e` stata fatta in giappone, il giri non deriva ne` dal confucianesimo cinese ne dal buddismo orientale, ma e` una categoria etica tipicamente giapponese. In Giappone non si puo` parlare dei momenti di un'azione, di buona reputazione o della problematica dei rapporti sessuali senza fare costante riferimento agli obblighi giri.

Dal punto di vista occidentale, il giri comprende una serie eterogenea di obblighi che vanno dalla gratitudine per una gentilezza ricevuta in passato, al dovere di vendicarsi. Non vi e` quindi ragione di meravigliarsi se i Giapponesi non hanno tentato di spiegare il significato del termine giri agli Occidentali, dato che anche i dizionari giapponesi ne danno definizioni poco chiare. Secondo uno di questi dizionari, il significato che ne viene dato, suona, tradotto, circa come “il giusto e corretto comportamento, la via che gli uomini dovrebbe seguire, cio` che si fa malvolentieri per giustificarsi in anticipo nei confronti del mondo”. La parola “malvolentieri” sottolinea gia` una differenza rispetto al gimu. Il gimu, infatti, nonostante tutte le difficolta` che l'individuo puo` incontrare per ripagarlo, comprende, se non altro, una serie di doveri nei confronti della ristretta cerchia famigliare e del Capo dello Stao, ossia esso e` dovuto a persone nei confronti delle quali si hanno, fin dalla nascita, stretti legami e, per quanto controvoglia si faccia cio` che si deve fare, il gimu, in se, non viene mai definito come qualcosa che si esegue “malvolentieri”. Invece, l'atto di “ripagare il giri” implica sempre una notevole dose di fastidi e di disagi e le difficolta` proprie dello status di debitore raggiungono il massimo nel “cerchio del giri”. Gli obblighi giri si dividono in due gruppi: quello che si puo` indicare come “giri verso la societa`” (.letteralmente “pagamento del giri”), cioe` l'obbligo che ogni individuo ha di ripagare l'on verso i propri simili, e quello che si puo` chiamare “giri verso il proprio buon nome”, cioe` il dovere di mantenere alto il proprio onore contro ogni forma di accusa o di ingiuria, in un mondo che richiama il concetto tedesco di “onore”. Il giri nei confronti della societa` puo` venire indicato, a grandi linee, come l'adempimento delle relazioni a carattere contrattualistico, in opposizione al gimu, che consiste nell'adempimento degli obblighi che l'individuo automaticamente contrae per il fatto stesso di venire al mondo, e comprende, percio`, per esempio, tutti i doveri verso la famiglia d'acquisto, cosi come il gimu comprende quelli verso la propria famiglia di origine. Per indicare il “suocero” si usa , infatti, l'espressione “padre-giri”, mentre “suocera” si rende con “madre-giri”. In Giappone, il matrimonio e`, come si sa, un contratto tra famiglie e l'adempiere per tutta la vita a questi obblighi contrattuali verso la famiglia d'acquisto costituisce, appunto “agire per il giri”,il che e` particolarmente oneroso soprattutto nei confronti dei genitori, che hanno stipulato il contratto, in quanto essi rappresentano la generazione piu` anziana, in particolar modo per la giovane sposa nei suoi rapporti con la suocera, in quanto, come si suol dire, la sposa si trova a vivere in una casa in cui non e` nata. Gli obblighi del marito verso i genitori d'acquisto hanno un carattere diverso, ma ugualmente impegnativo, dato che puo` essere costretto a prestare loro del denaro se sono in miseria. La natura specifica di questo obbligo che si ha nei confronti della famiglia d'acquisto appare chiarissima nel caso del cosiddetto “marito adottivo”, ossia nel caso in cui l'uomo contragga matrimonio con le stesse modalita` seguite nel caso di matrimono contratto da una donna. Se in una famiglia vi sono solo femmine e nessun figlio maschio, i genitori, per perpetuare il nome, scelgono per una delle figlie un marito, che rinuncia al nome della propria famiglia di origine e assume legalmente, a tutti gli effetti civili, quello del suocero, entrando cosi a far parte della famiglia della moglie, per cui e` soggetto a un rapporto di dipendenza giri nei confronti dei suoceri e, alla sua morte, verra` sepolto accanto ai membri della famiglia d'acquisto. I motivi che inducono ad “adottare un marito” per una figlia possono essere altri, oltre a quello di non avere figli maschi. In parecchi casi si tratta di un affare da cui entrambe le parti si propongono di ottenere dei vantaggi per cui si parla, in questi casi, di “matrimoni di interesse”. In ogni caso, il giri di un marito “adottivo” e` particolarmente pesante, come e`, peraltro, del tutto logico, dato il significato importante e definitivo che assume, in Giappone il fatto di rinunciare al proprio nome di famiglia con assumerne un altro. In epoca feudale, il marito “adottivo” doveva dare una dimostrazione della sua fedelta` al muovo nucleo famigliare, schierandosi, in battaglia, dalla parte del padre adottivo, anche se questo poteva voler dire essere costretti ad uccidere quello naturale. Nel Giappone moderno, invece, i “matrimoni di interesse” in cui si verifica il caso del “marito adottivo”, fanno appello alle severe sanzioni che il giri comporta, in modo da legare lo sposo, con i vincoli obbliganti per un Giapponese, agli interessi, eventualmente anche patrimoniali, del suocero. Nel giri rientrano non soltanto i doveri verso i propri affini, ma anche quelli verso gli zii e i nipoti; e

commenti (0)
non sono stati rilasciati commenti
scrivi tu il primo!
Questa è solo un'anteprima
4 pagine mostrate su 42 totali
Scarica il documento