"Il dolore mentale: un approccio trasversale al problema del suicidio".  Psichiatria, Università La Sapienza, Professore Roberto Tatarelli, Tesi di laurea di Psichiatria. Università degli Studi di Roma La Sapienza
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"Il dolore mentale: un approccio trasversale al problema del suicidio". Psichiatria, Università La Sapienza, Professore Roberto Tatarelli, Tesi di laurea di Psichiatria. Università degli Studi di Roma La Sapienza

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Tesi di laurea in psichiatria sul suicidio e la teoria del dolore mentale di shneidman, uno dei più grandi suicidologi. Psicologia dinamico-clinica, Sapienza, Professore Roberto Tatarelli
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Facoltà di Medicina e Psicologia

Corso di laurea in Scienze e tecniche psicologiche di

valutazione clinica nell’infanzia, adolescenza e famiglia

“ Il dolore mentale: un approccio trasversale al problema del

suicidio”

Relatore:

Roberto Tatarelli

Candidato:

Federica Montesi

Matricola:

1212674

Anno Accademico 2011 – 2012

2

Ringraziamenti

I primi ringraziamenti che mi sento di fare sono rivolti ai miei nonni, sempre presenti

nella mia vita, mi hanno guidato, appoggiato e hanno creduto in me fino alla fine.

Sono stati per me un esempio da seguire e rappresentano per me quella vita che non

va mai abbandonata. Inoltre sono coloro che mi hanno sempre dato la forza di non

cedere quando le cose non andavano come mi aspettavo, la loro presenza mi ha

sempre suggerito chi fossi, e chi sarei diventata sulla base dei loro insegnamenti.

Quindi un grazie particolare ad Augusto, Assunta, Armando e Lella, coloro che non

vorrei mai deludere.

Un altro fondamentale ringraziamento va ai miei genitori, mio punto di riferimento e

unica certezza, che mi sono sempre accanto e con i quali ho potuto e posso vivere

ogni esperienza della mia vita, certa che condivideranno con me ogni situazione

appoggiandomi e supportandomi ed essendo sempre presenti. Inoltre mi sento di

ringraziarli perché guardandoli so cosa desidero per la mia vita, e per avermi

concesso la possibilità di avere una famiglia presente e unita. Perciò ringrazio i miei

fratelli senza i quali non sarei quello che sono: Vale, Ivan, Giorgia, Gino e Chicco e i

miei nipoti Fede e Dalo che ogni giorno rendono la mia vita sempre più ricca di

significato. Ringrazio zia Fabiola per essere sempre stata presente nella mia vita e so

che continuerà ad esserlo. Non posso non ringraziare tutta la mia famiglia formata

anche da zii, cugini, e nipoti perché mi hanno permesso di avere una famiglia come

poche ne esistono, e che mi rende fiera e felice e in un certo senso rende tutti noi

unici.

Un grazie sentito a chi mi è stato accanto durante la stesura di questa tesi,

supportandomi e sopportandomi, fingendo di non risentire dei miei momenti di

nervosismo, continuando a starmi accanto e a sostenermi fino alla fine, credendo in

me come ha sempre fatto, quindi ringrazio Andrea per essersi, inoltre, sottoposto

costantemente alla lettura di questo lavoro.

Ringrazio Simona per essere sempre al mio fianco e per avermi insegnato cos’è

l’amicizia, e Monica che mi ha sempre esortato a continuare e mi ricorda ogni giorno

che crede in me, così come Alessandra.

Un ultimo importante ringraziamento va al professor Tatarelli per avermi concesso

l’opportunità di affrontare questo lavoro dando debito spazio ai miei interessi.

3

Il dolore mentale: un approccio trasversale al problema del

suicidio

Introduzione ................................................................................................................. 4

Capitolo I. Il suicidio dall’antichità ai giorni nostri ..................................................... 6

1.1 Note storiche ..................................................................................................... 6

1.2 Il suicidio: differenze tra Oriente e Occidente ................................................. 12

1.3 Psicodinamica del suicidio .............................................................................. 15

Capitolo II Shneidman e la teoria del dolore mentale ........................................... 22

2.1 Elementi caratterizzanti il soggetto suicida ...................................................... 22

2.2 “Psychache” come fattore di rischio primario ................................................ 25

2.3 PPAS ................................................................................................................ 28

Capitolo III Psicopatologia e suicidio ...................................................................... 40

3.1 Disturbi dell’umore e suicidio ......................................................................... 40

3.2 Schizofrenia e suicidio .................................................................................... 44

3.3 Psicopatia e suicidio ........................................................................................ 47

3.4 Disturbi d’ansia e suicidio ............................................................................... 48

Conclusioni ................................................................................................................ 51

Bibliografia ................................................................................................................ 52

4

Introduzione

Il fenomeno del suicidio è stato, da sempre, materia d’interesse per svariate

discipline. Ha attirato l’attenzione di religiosi, filosofi, antropologi, storici, sociologi,

fino ad arrivare poi ad interessare il mondo medico – scientifico. Per molto tempo il

suicidio ha suscitato reazioni contrastanti espresse lungo un continuum

approvazione – riprovazione. I comportamenti suicidi sono stati a lungo giudicati sia

moralmente sia giuridicamente. Già nell’antichità si legiferava in materia di suicidio

e le sanzioni cui erano sottoposti i Suicidi avevano e/o potevano avere carattere

religioso e politico/sociale, ricordiamo le leggi che prevedevano l’espropriazione dei

beni di coloro che avevano deciso di togliersi la vita, o ancora quelle che

imponevano di tagliare le mani del Suicida e seppellirle lontano dal corpo (in quanto

simbolo del tradimento verso la vita).

Nel momento in cui il mondo scientifico cominciò ad interessarsi al suicidio, questo

iniziò ad essere concepito come un sintomo. Anche questa visione appare ora essere

limitativa poiché prende in considerazione il suicidio solo in termini di reazione ad

un disturbo. La presenza di un disturbo mentale non rappresenta una condizione

sufficiente al compimento di un atto suicida, anche se la presenza di disturbi fa

aumentare notevolmente sia le ideazioni sia gli agiti suicidi. Nonostante ciò gli

elementi che rappresentano un fattore di rischio per il suicidio sono molteplici e di

diversa natura, ciò è comprensibile se si prende in considerazione la complessità del

fenomeno, così come esplicato, chiaramente, dalla definizione del suicidio fornitaci

dall’OMS 1 . I fattori di rischio possono avere origine biopsicosociale, ambientale e

socioculturale. Negli ultimi anni è stata data grande rilevanza al dolore mentale come

fattore predittore il possibile atto suicida.

In questo lavoro viene analizzato il dolore mentale come fattore di rischio

preponderante, molto di questo studio è condotto sulle basi del lavoro di Shneidman

che per primo ha evidenziato nello Psychache un significativo e quasi sufficiente

fattore di rischio.

Nel primo capitolo viene messo in evidenza come si è modificato il modo di pensare

il suicidio, nel corso del tempo. Inizialmente viene proposta un’analisi storica che

partendo dall’antichità arriva fino ai giorni nostri riportando tutti i cambiamenti più

1 OMS = Organizzazione Mondiale della Sanità

5

significativi che hanno portato alla formazione della concezione odierna del suicidio,

che andando oltre il giudizio lo rende materia d’interesse dei clinici.

Successivamente viene affrontata un’ulteriore analisi, questa volta in un’ottica

antropologica, che pone l’accento sulle differenze esistenti tra la cultura orientale e

quella occidentale nel modo di pensare il suicidio.

La parte finale del capitolo è concentrata sull’analisi delle varie teorie psicanalitiche

in materia di suicidio che si sono susseguite nel corso del tempo, dal momento in cui

questo fenomeno è entrato a far parte degli argomenti di studio della psicologia.

Nel secondo capitolo, sulle basi del lavoro di Shneidman, viene messo in evidenza

come il dolore mentale rappresenti un elemento predisponente l’atto suicida in

quanto vanifica ogni tentativo di vita e annienta ogni speranza del soggetto che lo

sperimenta. Per studiare l’influenza che il dolore mentale esercita sul suicidio viene

spiegata una scala di misura (PPAS), coniata dall’autore, che ha l’obiettivo di

valutare i livelli di dolore esperiti dal soggetto.

L’ultimo capitolo riporta alcuni dei disturbi mentali che più frequentemente sono

associati a ideazioni e tentavi suicidi, in quanto nonostante sia stato chiarito che la

presenza di una psicopatologia non sia sufficiente a spiegare un comportamento,

rappresenta comunque un importante fattore di rischio soprattutto se associato alla

presenza, frequente nei pazienti con disturbi, di tormento della psiche.

6

Capitolo I. Il suicidio dall’antichità ai giorni nostri

1.1 Note storiche

Il Suicidio ha origini antiche, e nel corso dei secoli assume significati diversi a

seconda del periodo storico e del luogo che si prende in considerazione.

Oggi nel linguaggio comune per suicidio si intende l’atto con cui ci si dà la morte di

propria volontà. La prima volta che il suicidio è stato osservato in quest’ottica risale

al XVII secolo, quando l’abate Des Fontaines 2 portò in Occidente il termine

suicidium 3 per designare l’atto con cui l’uomo dispone definitivamente di se stesso.

L’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) nel 1999 ha considerato il suicidio

come un problema non ascrivibile ad una sola causa o ad un preciso motivo. Sembra

piuttosto derivare da una complessa interazione di fattori biologici, genetici,

psicologici, sociali, culturali ed ambientali.

A questo punto è necessario fare un salto indietro nel tempo e tracciare le origini del

suicidio. Già nell’antica Grecia, come in seguito a Roma, l’atto suicida riscuoteva

reazioni disparate, tra la riprovazione e l’accettazione in nome di una libertà di scelta

2 Desfontaines ‹defõtèen›, Pierre-François Guyot. - Scrittore (Rouen 1685 - Parigi1745). Gesuita e poi

parroco di Thorigny, in Normandia, lasciò le cure del suo ministero per occuparsi, a Parigi, di

letteratura, in particolare di critica letteraria e di linguistica: interessante il suo Dictionnaire

néologique (1726), per lo studio e l'evoluzione della lingua francese nel secolo precedente. –

www.treccani.it 3 Etimologicamente il termine suicidio deriva dal latino SUI – CEDES ovvero uccisione di se

medesimo.

<< Vi è solamente un problema filosofico veramente

serio: quello del suicidio. Giudicare se la vita valga o

non valga la pena di essere vissuta, è rispondere al

quesito fondamentale della filosofia.>>

Albert Camus, Il mito di Sisifo, 1942

7

individuale. Questa dicotomia permarrà nel tempo, fino all’avvento del Cristianesimo

che darà una visione nuova e indiscutibile del suicidio. In Grecia esistevano leggi che

attribuivano indegnità al cadavere del suicida e prevedevano, ad esempio, che la

mano di colui che si dava la morte dovesse essere tagliata e seppellita lontano dal

corpo, in quanto simbolo del tradimento verso se stessi; il corpo doveva essere

sepolto solo dopo il tramonto. Tuttavia esistevano dei tribunali con la facoltà di

giudicare una richiesta di suicidio, ad esempio in Massilia. Alcune fonti danno

conferma del fatto che questa stessa istituzione esistesse anche a Roma, ne è una

prova il caso, narrato dallo storico Cassio Dione 4 , del filosofo greco Eufrate che si

rivolse all’imperatore Adriano per ottenere il consenso al suicidio a causa della

malattia che lo tormentava. Al filosofo fu concesso di togliersi la vita bevendo un

infuso di cicuta.

Anche nell’Impero Romano, tuttavia, vigevano leggi che condannavano il

comportamento suicida, con azioni quali: la confisca dei beni di coloro che si davano

la morte subito dopo esser stati giudicati rei in un processo penale; e ancora, la

crocifissione e l’umiliazione del corpo del suicida, uccisosi per sottrarsi ai lavori di

canalizzazione. Un altro genere di sanzione aveva origine religiosa ad esempio il

divieto di sepoltura del suicida, nonostante ciò esistevano dei riti di espiazione e di

riabilitazione dei propri cari privati del diritto di sepoltura.

Anche nell’ambito filosofico emergono pensieri contrastanti intorno al discorso sulla

leicità o meno del far violenza a se stessi. Il primo grande testo filosofico che parla

del suicidio è il Fedone di Platone (ca. 387-367 a.C.). Secondo Socrate (protagonista

dei dialoghi dell’opera), infatti, il saggio, pur desiderando staccarsi dal mondo e

morire al mondo (mors come mortificatio), non può fare violenza a se stesso.

E questo per tre motivi ben precisi: 1) noi uomini siamo qui sulla terra come in una

phrourà, cioè in una prigione (o in un posto di guardia), e quindi non possiamo

scappare (o smontare) di nostra volontà senza l’autorizzazione del comandante della

prigione (o della postazione); 2) sono gli dèi quelli che hanno cura di noi, per cui

dobbiamo affidarci a loro e lasciar fare a loro; 3) noi ci troviamo nei loro confronti in

4 Dióne Cassio Cocceiano(gr. Δίων ὁ Κάσσιος ὁ Κοκκηιανός, lat. Cassius Dio Cocceianus). -Storico

greco di Roma (n. Nicea, Bitinia, prima del163 - m. dopo il 229). Senatore e console, è autore di

una grande Storia romana, conservata parzialmente. Storico non profondo ma coscienzioso, talvolta

credulo nella magia e nei sogni, ebbe per modello Tucidide, sì da introdurre discorsi, solo in parte

fondati su spunti reali; il suo stile, benché ricercato, è scolorito. - www.treccani.it

8

una posizione di subordinazione (siamo loro proprietà, siamo loro schiavi) e quindi

siamo privi di diritto all’autodeterminazione in materia di vita e di morte 5 .

Lo stesso Platone nelle Leggi, giunge ad ammettere delle eccezioni ben precise al

divieto del suicidio da lui formulato nel Fedone. In questa sua opera tarda, infatti,

Platone ripropone sì la sua condanna del suicidio, ma precisa che “parla di colui che

uccide se stesso per dappocaggine e per ignavia prodotta da debolezza di spirito”:

solo in questo caso Platone impone - riprendendo presumibilmente consuetudini

dell’epoca - che le tombe dei suicidi debbano essere “a solo e non in comune con

altri”; che i suicidi debbano “essere sepolti senza onori alle estremità delle dodici

parti del paese, in luoghi incolti e senza nome”; che non debbano “esserci cippi o

iscrizioni a indicare le loro tombe”. Diverso però è il caso di colui che si suicida

perché lo stato ha ordinato per punizione la sua morte (come nel caso di Socrate),

perché vi è costretto da qualche acerba e inevitabile sciagura capitatagli o perché è

stato colpito da qualche ignominia irreparabile e tale da rendere insopportabile la

vita. In questi tre casi non vi può essere per Platone condanna del suicidio 6 . Di contro

Aristotele nell’Etica Nicomachea, condanna senza mezzi termini il suicidio non solo

come abietto atto di viltà, ma soprattutto come crimine nei confronti della città

(polis), in quanto l’individuo è parte della società, si può realizzare solo in essa e non

può quindi sottrarsi ai doveri che ha nei suoi confronti suicidandosi, a meno che la

città non gli chieda di sacrificarsi per essa 7 .

Con gli stoici (Zenone, Crisippo, Cleante) s’impone (in Grecia prima e a Roma poi)

una concezione decisamente tollerante circa la possibilità di porre fine liberamente

alla propria vita.

Anche nella visione stoica del mondo il suicidio attuato per debolezza o per ragioni

meramente umorali o per noia della vita non è ammesso. Tuttavia vi sono almeno

cinque casi in cui (dopo un attento e ponderato esame) il suicidio è considerato un

atto lecito: 1) per soddisfare un’esigenza etica imprescindibile (difesa della patria o

degli amici); 2) per sfuggire alla tirannia o per evitare di compiere azioni ingiuste

imposte da un tiranno; 3) in caso d’indicibili sofferenze, malattie inguaribili o gravi

mutilazioni; 4) in caso di estrema povertà o assoluta mancanza di sostentamento; 5)

in caso di malattia mentale o di incipiente demenza. Per gli stoici, infatti, la vita non

5 Cfr. Platone, Fedone 61-63.

6 Platone, Leggi, 872-873.

7 Aristotele, Etica Nicomachea, 1116a, 4-15; 19-25.

9

è un bene di per sé, ma è solo il presupposto dell’agire etico; ne consegue che la

porta che consente all’individuo di uscirne dopo attenta e ponderata riflessione, è

sempre aperta: “Patet exitus: si pugnare non vultis, licet fugere” (“La porta è aperta.

Se non volete combattere, potete fuggire”) 8 . Nella filosofia epicurea chi poi non è

soddisfatto della vita, può liberamente scegliere di darsi la morte. Epicuro accetta la

possibilità del suicidio solo per colui il quale abbia compreso che non vi sia

alternativa immaginabile ad un’esistenza percepita come senza senso, perché non più

corrispondente alle personali aspirazioni dell’essere umano. 9

Solo con l’avvento del Cristianesimo il suicidio acquista una connotazione stabile

con una netta e categorica condanna, sebbene tanto l’Antico quanto il Nuovo

Testamento non contengano un’esplicita presa di posizione in proposito 10

.

Il primo a sostenere decisamente l’assoluta illiceità del suicidio è stato Agostino

d’Ippona che ha sottolineato che nella Bibbia non solo non si trova passo in cui Dio

comandi o consenta di darsi la morte per evitare o scongiurare qualche male o per

raggiungere la vita immortale, ma il quinto comandamento «Non uccidere»

concerne, oltre il nostro prossimo, anche la nostra persona.

Quindi, per la legge di Dio, il suicidio è un atto assolutamente illecito 11

.

Sul finire del Medioevo, poi, la condanna del suicidio è stata riproposta da Tommaso

d’Aquino (1224-1274), secondo cui il suicida è un individuo che si ribella

volutamente contro la sua natura, la collettività cui appartiene è il Dio creatore 12

.

Durante il Medioevo vi furono numerose condanne ecclesiastiche del suicidio,

ricordiamo: il Concilio di Arles del 452 nel quale si condanna il suicidio di tutti i

famuli; il Concilio di Orléans del 553 dove si condanna chi si sottrae al giudizio

tramite suicidio; i Concili di Braga del 563 e di Auxerre del 578 che condannano tutti

8 Seneca, De providentia VI, 7. Cfr. Seneca, Epistulae morales ad Lucilium, 12, 10: “malum est in

necessitate vivere, sed in necessitate vivere necessitas nulla est” (E’ male vivere nella necessità, ma

vivere nella necessità non è necessario”); Epitteto, Diatribe, IV, 1: “Anche il buon attore smette di

recitare, quando è necessario. Così Socrate preferì allontanarsi dalla vita piuttosto che salvarsi in

maniera disonorevole”. 9 Epicuro, Lettera sulla felicità a Meneceo, Millelire Stampa Alternativa Marcello Baraghini, Roma

1992 10

Nove sono i suicidi di cui dà notizia il Vecchio Testamento: 1. Abimèlech (Gdc 9, 50 ss.); 2.

Sansone (Gdc 16, 28 ss.); 3.4. Saul (1 Sam 31, 4 ss.) e il suo scudiero (ivi); 5. Achitòfel (2 Sam 17,

23); 6. Zimri (1 Re 16, 18 ss.); 7. Eleàzaro (1 Mac 6, 43 ss.); 8. Tolomeo Macrone (2 Mac 10, 12 ss.),

9. Razis (2 Mac 14, 41 ss.). Nel Nuovo Testamento è ricordato solo il suicidio di Giuda (Mt 27, 5). 11

Agostino d’Ippona, De civitate dei, I, 21ss. 12

Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae, II-II, q. 64, a. 5.

10

i tipi di suicidio e si fa divieto di celebrare la memoria dei suicidi; infine il Concilio

di Toledo del 693 che scomunica chi ha anche soltanto tentato il suicidio.

Numerose erano le misure punitive contro i corpi dei suicidi, che spesso avevano

soprattutto un significato apotropaico, in quanto il suicida, come tutti i morti di morte

violenta, era considerato un pericoloso fantasma: a volte lo si bruciava; a volte lo si

chiudeva in una botte e lo si gettava in un fiume, per “sciacquar” via il pericolo da lui

rappresentato; a volte si cercava di renderlo inoffensivo impalandolo o

decapitandolo. I cadaveri dei suicidi non venivano fatti uscire dalla porta principale

di casa, bensì da un buco nel muro, dalla finestra o dal tetto; li si conduceva al

cimitero per strade secondarie e non si poteva farli entrare dalla porta principale del

cimitero: dovevano essere fatti passare capovolti sopra il muro di cinta. Nella bara

venivano sepolti col volto all’ingiù. Posto che la Chiesa proibiva di seppellirli in

terra consacrata, essi venivano sotterrati anche ai crocicchi (con un palo conficcato

nel corpo) o ai confini della città, o si sceglieva un luogo deserto e discosto. Se

accettati nei cimiteri, venivano posti in un angolo vicino al muro o sotto la grondaia.

La tomba del suicida non doveva essere curata.

Per avere una visione nuova del suicidio dobbiamo aspettare il XIX secolo quando

con Esquirol 13

nasce un’impostazione medico – scientifica, che riguarderà l’ambito

psichiatrico. Due sono i cambiamenti importanti che abbiamo incontrato. Il primo è

la “clinicizzazione” delle passioni, e si sostiene che a questo livello vada ricercata

l’etiologia del suicidio, e non al livello del logos, delle false idee. Si può così dire che

il suicidio diventa delirio delle passioni.

Il secondo cambiamento importante è rappresentato dalla creazione del concetto di

monomania istintiva che, sebbene non riconduca sotto il suo dominio tutti i casi di

suicidio, diventerà per autori successivi 14

l'unico modello esplicativo del fenomeno

suicidario.

In quest’ottica il suicidio mostra un’analogia con le alienazioni mentali che funziona

da modello organizzatore del discorso medico. Stando alla "legge dei tre stadi" di

Comte, 15

il suicidio "che sottostava dapprima alla legge della religione e poi a quella

della società civile, ora invece cade sotto la legge della medicina, è malattia".

13

Esquirol, voce "Suicide", "Dictionnaire des Sciences Medicales", Paris, Panckoucke, 1821. 14

Bourdin, "Le suicide consideré comme maladie", Batignolles, Hennuyer et Turpin, 1845; Ferrarese,

"Della monomania suicida", Napoli, Tip. dell'Omnibus, 1835. 15

August Comte è un filosofo e un sociologo, nato a Montpellier nel 1978, è considerato il fondatore

del Positivismo.

11

Un’altra importante concezione del suicidio perviene dal filone sociologico è trova il

suo esponente principale in Emile Durkheim che con il suo studio sul suicidio 16

comincia a considerare quest’atto in un’ottica più vasta imputabile anche a cause

sociali e non solo personali. Uno dei fattori sociali che secondo l’autore più influenza

il suicidio è l’anomia 17

.

Durkheim individua 3 tipi di suicidio: il suicidio egoistico, il suicidio altruistico, e il

suicidio anomico.

Il suicidio egoistico è motivato da un eccesso d’individualismo: la persona si sente

estranea al proprio gruppo, e il dislivello fra i propri desideri e la loro possibilità di

realizzazione nell’ambito della società diventa a poco a poco incolmabile. L’Io

prevale sulla vita collettiva, vi è uno smisurato sviluppo dell’ego, il legame che

unisce l’uomo alla vita si allenta proprio perché il legame che lo unisce alla società si

è a sua volta allentato.

Il suicidio altruistico è espressione di una forte coesione sociale, dove l’Io è

completamente annullato; l’individuo non ha scelta, è soggiogato alla sua società che

lo tiene troppo legato a sé, e preme per condurlo a distruggersi.

Per finire vi è il suicidio anomico, questa forma di suicidio è molto frequente

nell’epoca moderna e contemporanea. La sua frequenza tende ad aumentare in

periodi di crisi economica o, inaspettatamente, in fase di estrema prosperità, a causa

della mancanza di riferimenti, norme e valori socialmente condivisi. Dal punto di

vista psicologico, questo tipo di suicidio, è motivato generalmente dalle delusioni e

dalle frustrazioni causate dai rapporti sociali.

Per la prima volta la società sembra avere un ruolo determinante nell’aumento dei

suicidi.

16

Durkheim E. - Il suicidio - 1970 – UTET, Torino. 17

Anomia: Deficienza della legge, carenza dei poteri dello Stato, anarchia. Il termine è stato introdotto

nel linguaggio sociologico da É. Durkheim, il quale, nell’opera “La division du travail social” (1893),

definì anomiche quelle società fondate sulla divisione del lavoro in cui non si dia solidarietà sociale.

Per Durkheim una situazione di a. è del tutto abnorme, potendosi produrre solo in periodi di grave

crisi, ovvero di boom economico («crises hereuses»), durante i quali la rapidità del mutamento sociale

non consente alle norme societarie di tenere il passo con le molteplici sollecitazioni e istanze

emergenti nel sistema sociale, che lascia così senza direzione normativa i propri componenti o buona

parte di essi. - www.treccani .it

12

1.2 Il suicidio: differenze tra Oriente e Occidente

All'interno delle civiltà orientali, fin dall'antichità vi si rintracciano percezioni e

atteggiamenti abbastanza “positivi” nei confronti dell'auto-eliminazione. Per fare

alcuni esempi, in alcune popolazioni il suicidio è visto e sentito come una pratica

quasi doverosa di essere messa in atto ed eseguita mediante appositi rituali. E' il caso

del “suttee” delle vedove in India e nelle Isole Salomone, che si immolano sulla pira

o sulla tomba del marito in segno di devozione (pratica oggigiorno quasi del tutto

scomparsa); nel Giappone feudale dei Samurai invece c'era la singolare pratica

dell'Harakiri (tagliare il ventre), disciplinata addirittura dal Bushido (via del

guerriero), il loro codice comportamentale dapprima scritto (XIV secolo) e in seguito

abbandonato per sopravvivere solo all'interno dell'esercito intorno al XIX secolo.

L'Harakiri, attuato mediante sventramento da spada da sinistra verso destra e con un

preciso vestito rituale, era ritenuto necessario al momento del riscatto del proprio

onore perso con la sconfitta o la cattura e se inizialmente, era riservata solo ai nobili,

in seguito fu estesa a tutte le classi. Seppur quasi del tutto scomparso come forma di

auto-esecuzione imposta ai nobili dall'imperatore (se ritenuto necessario per il bene

dello stato), si rintracciano suicidi per Harakiri volontario perfino durante la seconda

guerra mondiale nel tentativo di sfuggire al disonore. Altro esempio orientale di

suicidio per salvaguardare il bene superiore dello stato, regolarizzato dal Bushido, è

il “Vento divino” o “Kamikaze”. 18

.

18

Kami=Dio e kaze=vento o tempesta, denominato cosi in seguito alla distruzione (appunto ad opera

di una tempesta)

della flotta mongola che nel 1281 provava a conquistare il Giappone.

<<Attualmente nel mondo occidentale, il suicidio

è un atto conscio di auto-annientamento, meglio

definibile come uno stato di malessere

generalizzato in un individuo bisognoso che alle

prese con un problema, considera il suicidio come

la migliore soluzione>>.

Edwin Shneidman

13

Durante la seconda guerra mondiale fu ordinato ai piloti di circa 5000 aerei militari

carichi di carburante ed esplosivo di scagliarsi contro la flotta statunitense, questa

tecnica prese il nome di tecnica Kamikaze. Per attuare tale tecnica, bisognava essere

ammessi ad un corpo speciale. Vediamo quindi come in questo caso il suicidio non

sia solo ammesso, ma anche istituzionalizzato e visto soprattutto positivamente.

Successivamente, anche altri popoli medio - orientali come quelli di religione

musulmana, cominciarono ad emulare tale tecnica distruttiva per motivi di

terrorismo. Questo tipo di suicidio, quindi, è rintracciabile in quelle culture e

popolazioni caratterizzate da “un’organizzazione fortemente gerarchica e con un

imponente senso di appartenenza al gruppo, che hanno come emozione prevalente

quella della vergogna”.

Al posto di onore, devozione e orgoglio, in queste culture può essere alla base di un

gesto suicida anche il sentimento di rabbia e vendetta, come in alcune tribù primitive

all'interno delle quali si credeva fortemente nella potenzialità persecutrice del

fantasma del defunto. 19

Tutti questi esempi di suicidi nelle civiltà orientali vanno a sottolineare la valenza

rituale che assume tale atto, che viene considerato un’azione onorevole e degna di

gloria, tantoché in Giappone vi è il “ Museo del Kamikaze” in onore di quei soldati

che sacrificarono la vita per colpire il nemico.

Di contro nella cultura occidentale la concezione del suicidio, per diversi secoli,

poteva essere collocata in un continuum tra accettazione e riprovazione, finché è

cominciato ad essere condannato e criticato, soprattutto dopo l’avvento del

cristianesimo.

Il suicidio veniva giustificato solo se attuato per taedium vitae, dolore, sofferenze

d’infermità o vecchiaia ma continuava ad essere comunque condannato se compiuto

per viltà o fuga da una pena. 20

In letteratura, Dante colloca le anime dannate di chi aveva commesso suicidio nel

settimo cerchio dell'Inferno e assegna ad esse un destino particolarmente oscuro

negandogli perfino la forma umana: “Trasformate in alberi sanguinanti, le anime

dannate ed eternamente inquiete dei suicidi erano sottoposte a una continua agonia e

divorate senza pietà dalle Arpie” 21

.

19

Pandolfi, 2000, pag.13 20

Corpus Iuris Civilis di Giustiniano, 527-565 d.c. 21

Dante, cit. in Jamison, 2001, pag.20

14

Nel 1284 all'interno del diritto canonico, oltre al divieto di rito funebre (al pari dei

bambini non battezzati e degli individui scomunicati) venne imposto anche quello di

sepoltura in terra cristiana per i cadaveri suicidi. In Francia, per esempio, i cadaveri

venivano profanati trascinandoli a testa in giù per le strade e poi appesi a una forca.

Dietro questi atteggiamenti di condanna religiosa, vi era la convinzione che le anime

dei corpi profanati, per punizione avrebbero avuto la stessa sorte inquieta nella loro

vita ultraterrena.

Solo con l'avvento dell'illuminismo si riuscirà ad avere un’idea nuova e meno critica

sul suicidio capace di opporsi all’influenza della chiesa. Personaggi come Voltaire e

Montesquieu denunciarono e rivendicarono il diritto dell'uomo di poter disporre della

propria vita e, nel 1810, venne abolita la condanna post-mortem al morto suicida. Fra

il XVIII e il XIX secolo, dunque, grazie anche all'imposizione del pensiero laico, in

moltissimi paesi europei e non, possiamo rintracciare un tentativo di attenuare gli

atteggiamenti sanzionatori nei confronti della morte autoindotta. Decolpevolizzando

l'individuo per lasciar spazio alla ricerca delle cause applicando il metodo scientifico

- razionale allo studio del suicidio, ritenuto ora oggetto quantificabile e prevedibile,

si depenalizzò in molti stati tale condotta (in Inghilterra e Galles solo nel 1961

mentre in Irlanda addirittura nel 1993). Nei paesi occidentali il suicidio viene oggi

considerato come un sintomo analizzabile solo prendendo in considerazione il

contesto di vita, nella sua totalità, del soggetto suicida. Ha perciò acquisito una

valenza medico - scientifica è studiato sia da discipline mediche sia dalle scienze

sociali e solo dall’unione di queste discipline è possibile creare la possibilità di

comprendere tali atti.

15

1.3 Psicodinamica del suicidio

Non esiste una vera e propria psicodinamica del suicidio, ma partendo dai diversi

fattori che potrebbero portare a compiere tale atto sono state elaborate diverse teorie

che prendevano in considerazione determinati aspetti caratterizzanti il soggetto

suicida. Freud per primo ha evidenziato un alto tasso di senso di colpa tra coloro che

adottavano comportamenti suicidi. Questo senso di colpa deriva dall’odio verso se

stessi, dal bisogno di punizione sia per essere sopravvissuti sia per le azioni

commesse in guerra. Aggressione e violenza sono importanti per capire il suicidio.

Freud descrisse solo un caso di tentato suicidio; ma vide molti soggetti depressi. Nel

suo lavoro “Lutto e Melanconia” 22

affermò che i meccanismi psicodinamici alla base

del suicidio sono quelli di ambivalenza nei confronti degli oggetti d’amore di tipo

narcisistico, di identificazione con l’oggetto amato-odiato nel tentativo di riparare la

sua perdita vissuta come intollerabile ed infine di aggressione distruttiva dell’oggetto

introiettato. Il suicidio esprime quindi un’aggressione contro una persona amata con

la quale l’individuo si è identificato e costituisce così un omicidio mancato. Identica

è la concezione di Sullivan, che considera il suicidio come una disgrazia casuale:

22

1915

<< Esistono degli individui in cui la pulsione di

autoconservazione ha subito una inversione. Essi non sembrano

mirare ad altro che all’autolesionismo e all’autodistruzione.

Appartengono forse a questo gruppo anche quelli che alla fine

effettivamente si uccidono. La nostra ipotesi è che in costoro si

siano liberate quantità eccessive della pulsione di distruzione

rivolta verso l’interno.>>

Sigmund Freud

16

“Una certa persona che ebbe un’influenza distruttiva nel passato del paziente è il

vero obiettivo dell’autodistruzione”.

Anche Abraham partendo dalla concezione di Freud sostiene che alla base della

scelta suicidaria si possa rintracciare una precoce esperienza di perdita o di

frustrazione responsabile di una “fissazione orale”. L’atto suicidario altro non è che il

risultato di una regressione alla fase sadico – orale. Abraham mise in luce il fatto che

spesso gli auto rimproveri dei pazienti depressi non sempre derivano dai rimproveri

del soggetto nei confronti dell’oggetto. A volte, infatti, sembrano piuttosto il risultato

dell’introiezione da parte del soggetto, delle accuse che realmente l’oggetto gli

muoveva. In questo caso, quindi, il soggetto non si suiciderebbe perché in seguito

dall’introiezione ha diretto contro di sé la rabbia per l’oggetto, ma perché afflitto da

reali sensi di colpa. L’idea del suicidio può quindi essere connessa alle speranze e

alle illusioni di una ricompensa distensiva. In realtà le analisi di tentati suicidi

dimostrano spesso come l’idea di essere morto o di morire si ricolleghi a fantasie

piacevoli e ottimiste.

Fornari valorizza nella causa – azione dell’atto suicida le ansie di tipo depressivo per

la perdita dell’oggetto di amore ove il suicidio sarebbe un disperato tentativo di

riaffermare il rapporto con l’oggetto perso. Anche Fenichel (1945) nota come “il

suicidio possa essere il soddisfacimento di un desiderio di ricongiungimento

all’oggetto amato perduto oppure un unione narcisistica con un’amata figura

superegoica”. Ciò spiegherebbe alcuni dati statistici, che vedono una correlazione tra

il suicidio e l’anniversario della morte di una persona cara. “Quando l’autostima e

l’integrità di sé di una persona dipendono dall’attaccamento di un oggetto perduto, il

suicidio può apparire come l’unica via per stabilire la coesione del sé” (Gabbard,

2002).

Karl Menninger, in “Uomo contro se stesso”, considera il suicidio un assassinio

retroflesso, un omicidio invertito, conseguente alla rabbia del paziente verso un’altra

persona introiettata od utilizzata come scusa per una punizione. Egli descrive un

istinto di morte diretto verso se stessi e tre componenti di ostilità:

1. Il desiderio di uccidere tratti indesiderati del proprio Io;

2. Il desiderio di essere ucciso come impulso di espiazione;

3. Il desiderio di morire per ricongiungersi a Dio o alla persona amata.

17

Ma nonostante ciò Menninger sostiene che il paziente suicida, a causa di uno scarso

esame di realtà, desiderino morire, ma si illudono che di poter, comunque, continuare

a vivere. L’autore fa risalire il desiderio di morire all’infanzia, in quanto il suicida

come il bambino crede nella possibilità di tornare in vita dopo la morte.

M. Klein (1978) parla di persecutore, identificato con il Super-Io, a sua volta

contaminato dagli oggetti cattivi introiettati. Chi si uccide esprime

contemporaneamente il desiderio di punire sia l’oggetto amato e perduto sia se stesso

per avere in qualche modo “causato” tale perdita. Il suicidio si presenta come un

tentativo estremo di scongiurare uno scacco nel passaggio alla posizione depressiva.

La Klein in proposito scrive : << In certi casi il fine delle fantasie che sottendono il

suicidio è la salvaguardia degli oggetti buoni interiorizzati, e di quella parte dell’Io

che si identifica con tali oggetti buoni, mediante la distruzione di quell’altra parte

dell’Io che si identifica con gli oggetti cattivi e con l’Es. In tal modo l’Io può unirsi

per sempre con gli oggetti amati. In altri casi il suicidio può avere a base lo stesso

tipo di fantasie, connesse però al mondo esterno e oggetti reali che in parte sono

sostituti di quelli interiorizzati. Come già detto, il soggetto non odia soltanto i suoi

oggetti cattivi, ma anche il suo Es e altrettanto violentemente. In questi casi il fine

del suicidio può essere quello di troncare ogni rapporto con il mondo esterno in

quanto il soggetto anela a liberare qualche oggetto reale o l’oggetto “buono” che

questo intero mondo rappresenta e con il quale l’Io si identifica – da se stesso e da

quella parte del suo Io che si identifica con gli oggetti “cattivi” e con l’Es.>> 23

Adler concepisce l’autosoppressione come una reazione di difesa compensatrice del

complesso di inferiorità. Al pari della fuga o della lotta, della collera o della paura, il

suicidio rappresenta una difesa da situazioni psicologiche penose, rappresentate da

una svalutazione dell’Io sotto l’aspetto fisico, morale e sociale.

Musatti considera l’autoaggressività l’elemento masochistico costitutivo della

melanconia, che dal terreno puramente psichico si trasferisce in quello fisico fino al

suicidio. Egli prospetta due meccanismi psicogenetici. Il primo è caratterizzato dalla

perdita dell’oggetto amato e dallo squilibrio, che si viene a creare per l’impossibilità

di abbandonare l’investimento libidico che l’oggetto rappresenta. Ne consegue

l’identificazione del soggetto con l’oggetto amato e l’eliminazione di esso con

l’autosoppressione. Il secondo è caratterizzato dall’incapacità da parte di un soggetto

23

Melanie Klein – contributo alla psicogenesi degli stati maniaco – depressivi (pag 312).

18

particolarmente debole di affrontare la realtà esterna con conversione

dell’eteroaggressione in autoaggressione ed autosoppressione come forma di

liberazione.

Zilboorg vede nel gesto autodistruttivo una forte ostilità inconscia ed una perdita

della capacità di amare gli altri. Stengel coglie nel suicidio, oltre alle componenti

aggressive, altre motivazioni non distruttive ed in particolare il desiderio di incidere

sui sentimenti delle altre persone. Sottolinea quindi la funzione di appello dell’atto

suicida.

G. Deshaies, nella sua opera “Psicologia del suicidio” (1951) ritiene che fattori

psicologici devono integrarsi con fattori sociali e fisici per determinare il suicidio. La

condizione suicida scaturirebbe da una struttura psichica particolare in grado di

erompere sotto la spinta di stimoli personali ed ambientali. Descrive sei

fenomeniche:

1. Il suicidio difensivo per una situazione intollerabile,

2. Il suicidio autopunitivo per un sentimento di colpa,

3. Il suicidio autoaggressivo per la interiorizzazione di un atto aggressivo,

4. Il suicidio oblativo per atto sacrificale,

5. Il suicidio ludico per suggestione,

6. Il suicidio tanatologico per istinto di morte.

Gli sviluppi teorici ulteriori attraverso la psicologia del sé hanno spostato

l’attenzione sulle vicissitudini dell’Io e sulla perdita dell’autostima.

La vulnerabilità al suicidio è parsa legata alla difficoltà a mantenere l’autostima a

livelli accettabili in assenza di oggetti - sé (Kohut, 1977), che garantiscono

introiezioni tranquillizzanti. L’oggetto - sé è un sostituto precursore di strutture

psicologiche non ancora esistenti. La perdita di un tale oggetto esterno - interno può

costituire un chiaro fattore di rischio. Pare che esista una differenza nell’ambito del

funzionamento dell’Io e delle relazioni oggettuali tra coloro che hanno fatto tentativi

seri di suicidio e coloro che hanno agito per ottenere l’attenzione di un altro

significativo.

Coloro che tentano seriamente presentano incapacità a rinunciare a desideri infantili

di nutrimento e conflitto riguardo ai propri bisogni di dipendenza, una visione

ambivalente della morte, aspettative elevate su se stessi ed ipercontrollo

19

dell’aggressività. Studi recenti dimostrano come la rabbia abbia un valore importante

nel suicidio: Hendin, (1991), Hapter ed al. (1991) hanno studiato il rischio di suicidio

in pazienti con storie di comportamenti violenti ed in soggetti senza storie di

violenza, evidenziando che, mentre entrambi i gruppi hanno correlati simili in

relazione a rabbia, paura, ansia e deficit del controllo degli impulsi, si ritrova la

correlazione tra tristezza e rischio di suicidio solo nei pazienti non violenti.

Hendin (1991) ha rivisto alcuni dei significati, che comunemente vengono attribuiti a

pazienti che si uccidono: morte come riunione, rinascita, abbandono punitivo,

vendetta, autopunizione. Il suicidio come vendetta si può correlare alla visione

freudiana del desiderio inconscio di uccidere l’oggetto perduto, visto in modo

ambivalente. Rabbia inconscia ed impulso omicida si osservano come bisogno di

redenzione ed allora il suicidio serve sia da vendetta sia da espiazione. Il suicidio

come abbandono punitivo può essere osservato in soggetti, che tengono sempre a

disposizione i mezzi per farlo anche se non lo tentano mai. La fantasia della rinascita

è correlata con l’identificazione dell’oggetto perduto. Vergogna ed umiliazione sono

altri due fattori, che possono essere alla base del suicidio. Da non dimenticare anche i

fattori stressanti correlati alle diverse fasi evolutive del ciclo di vita.

Franco Fornari sottolinea l'aspetto metacomunicativo dell'atto autoaggressivo,

ritenendo che il suicida, sebbene appaia voler negare il proprio rapporto con il

mondo, in realtà lo ricerca disperatamente. Il paradosso del suicidio sarebbe quello di

voler rappresentare una "negazione della morte".

James Hillman in “Il suicidio e l’anima” (trad. it. Astrolabio, 1999) pone il suicidio

in rapporto con la morte e con l’anima e considera gli aspetti basati sulla società,

sulla legge, sulla Chiesa e sulla vita, come permeati dalla paura che tale gesto

comporta ed inutili per la pratica analitica. Il suicidio come possibilità umana rivela

l’indipendenza della psiche ed il suo significato è prettamente individuale. Per

comprendere questo significato è necessaria l’apertura verso la morte,

l’immedesimazione, la conoscenza intima.

Le spiegazioni o la cosiddetta autopsia psicologica effettuata a posteriori possono

essere utili solo ai fini classificativi e preventivi, poiché "una ricerca, che non dia

piena rilevanza alla mitologia interna dell’individuo suicida, darà sempre un quadro

inadeguato”. Il suicidio quale via per entrare nella morte esprime le fantasie più

profonde dell’anima. La comprensione richiede un’attenta conoscenza della

20

situazione cosciente e del rapporto che questa ha con i processi oggettivi

nell’inconscio. Tale conoscenza non è altro che l’esperienza della morte, lo sfondo

archetipico della morte, così “come viene incontrata nell’anima”. Rifiutando

l’esperienza della morte, rendiamo incompiuta la nostra vita. Infatti, “l’impulso alla

morte può essere la richiesta di un incontro con la realtà assoluta, una richiesta di vita

più piena per mezzo dell’esperienza della morte”. Hillman ritiene che le possibilità di

suicidio crescono con lo sviluppo dell’individualità. Infatti le persone, che non si

lasciano trasportare dalla collettività, sperimentano più delle altre la morte come

valida alternativa, poiché la scoperta dell’individualità richiede coraggio.

L’individuo coraggioso sceglie di vivere e di essere se stesso, conoscendo realmente

ciò che egli è. A questo proposito Hillman fa riferimento a quelle personalità

creative, sensoriali o schizoidi, che scelgono di uccidersi perché hanno una più forte

intuizione di se stessi. Durante la vita l’anima incontra più volte l’esperienza di

morte e, quando si è vicini alla morte, può produrre immagini di indistruttibilità, di

sopravvivenza alla morte stessa. L’anima utilizza l’esperienza della morte per la

trasformazione: è un tentativo per entrare in un altro livello, per passare “dal divenire

all’essere”. Ed allora il suicidio può essere considerato, secondo l’autore, come un

“tentativo di passare a forza da un regno all’altro attraverso la morte, la lotta

dell’anima con il paradosso di tutti gli opposti”. La morte fisica rappresenta una

trasformazione completa, un modo per incontrare il regno dell’anima, consono

all’idea individuale della stessa. L’esperienza della morte, che emerge da una

immagine o da una fantasia suicida, svela che l’Io dell’individuo si sta avvicinando

alla fine e che la psiche esige una trasformazione. Conseguentemente, la crisi suicida

appare utile per la vita dell’anima.

Per Hillman l’anima ha bisogno dell’esperienza della morte, ma tale esperienza può

essere fatta in altri modi, oltre che con il suicidio. Ricorda ad esempio la depressione,

l’intossicazione, l’amnesia. Tentare di prevenire l’esperienza della morte ne esalta il

potere e denota il nostro timore di fronte alla stessa, ma l’anima necessita di questa

esperienza per poter rinascere. “Il suicido è il paradigma della nostra indipendenza da

chiunque altro e quindi è anche egoismo che va inteso come piccolo seme

dell’individualità”. Nel poscritto redatto da Hillman quaranta anni dopo, la

demarcazione tra anima e vita diventa meno netta. Lo studioso corregge

l’opposizione tra lo sviluppare l’anima ed il vivere la vita e rivede altresì i propri

21

pregiudizi contro il modello medico. Evidenzia il concetto di anima mundi, l’anima

del mondo e nel mondo, che sfugge al dominio dell’individuo per cui il suicidio

diventa un problema della comunità. “L’uccisione di sé significherebbe l’uccisione

della comunità e insieme coinvolgimento della comunità nell’uccisione”. Hillman

conclude affermando che per eliminare l’idea dell’individualità non è necessario

uccidersi. Possiamo comprenderla fino a che si estingua e cercare di penetrare

l’aspetto esterno del mondo per arrivare alla sua anima alla quale siamo intimamente

legati.

22

Capitolo II Shneidman e la teoria del dolore mentale

2.1 Elementi caratterizzanti il soggetto suicida

A lungo ci si è interrogati sull’esistenza o meno di tratti di personalità appartenenti al

soggetto suicida, ma si è giunti alla conclusione che non esiste un solo tratto di

personalità capace di descrivere colui che decide di togliersi la vita. Nonostante ciò

sono stati messi in evidenzia una serie di aspetti comuni a tutti gli individui che

decideranno, nel corso della loro vita, di commettere un atto suicida. A mettere in

luce tali aspetti, che possiamo definire “le 7 componenti che implicate nella

progressione al suicidio”, è stato Edwin Shneidman 24

.

L’autore partendo dalla teorizzazione dei bisogni psicologici di Murray 25

, ha

sottolineato che il suicidio ha origine nei bisogni psicologici frustrati e negati.

24

Edwin Shneidman, professore emerito di tanatologia all’Università della California , Los Angeles. E

stato arroluato nella II Guerra Mondiale passando da soldato a capitano. Intorno al 1950 è stato

cofondatore e condirettore del Los Angeles Suicide prevention Center con Norman Farberow e Robert

Litman. Negli 1968 ha fondato l’American Association of Suicidology. 25

Heny Murray, in Exploration in personalità (1938)haevidenziato 27 bisogni psicologici quali: 1)

Bisogni che hanno relazione con oggetti inanimati come motivo nella personalità all’acquisizione, alla

conservazione, all’ordine, alla tesaurizzazione, alla costruzione. 2) Bisogni che esprimono ambizione,

forza e desiderio di riuscita e di prestigio con motivi che portano la personalità ad orientare

comportamenti tendenti alla superiorità, al successo, alla considerazione, all’esibizione. Sono da

comprendere in tale punto le reazioni di personalità che tendono a difendere l’integrità del soggetto,

come accade sul piano clinico negli acting-out eteroaggressivi o sul piano ideativo nei deliri

paranoici. 3) Bisogni relativi all’esercizio del potere, presenti nelle motivazioni alla dominanza, alla

sottomissione, alla somiglianza, all’autonomia e all’indipendenza. 4) Bisogni che scaturiscono da un

“torto” subito o realizzato che portano ad essere motivati all’aggressione, all’umiliazione o al biasimo.

Se immaginiamo tali motivi come forze con una valenza possiamo allora aggiungere che questi motivi

possono essere di segno positivo o negativo, come accade nelle ideazioni depressive. 5) Bisogni

relativi alla vita affettiva che portano la personalità a motivi come la gregarietà, la ricerca di

protezione e di soccorso o l’evitamento del rifiuto. Tali bisogni vengono molto bene organizzati da

<< Non ho che la mia vita che io subito metto allo sbaraglio

appena si profila una qualche difficoltà. La danza allora è

facile; perché il pensiero della morte è un’abile ballerina, è

questa la mia compagna di ballo, ogni altro uomo è per me

troppo pesante>>.

Soren A. Kierkegaard

23

Nell’individuo suicida è la frustrazione di questi bisogni, e il dolore che da essa

deriva, ad essere considerata una condizione insopportabile per la quale il suicidio è

visto come il rimedio più adeguato. Ci sono bisogni psicologici con i quali

l’individuo vive e che definiscono la sua personalità (bisogni modali) e bisogni

psicologici che quando sono frustrati inducono l’individuo a scegliere di morire

(bisogni vitali) . Potremmo dire che quando si parla della condizione necessaria al

suicidio ci si riferisce alla frustrazione dei bisogni vitali; questi bisogni psicologici

includono il bisogno di raggiungere qualche obiettivo come: affiliarsi ad un amico o

ad un gruppo di persone, raggiungere l’autonomia, opporsi a qualcosa, il bisogno di

essere accettati e compresi, imporsi e trovare il conforto in qualcuno.

Questi bisogni entrano in gioco quando l’individuo è sotto stress. Secondo

Shneidman da ciò che emerge da un’autopsia psicologica dovrebbe essere possibile

definire ogni suicidio commesso in termini di due o tre preponderanti bisogni

frustrati che giocano un ruolo principale nella morte del soggetto (avendo una

ventina di bisogni psicologici, possiamo avere una tassonomia di più di cento tipi

diversi di suicidi).

Le sette componenti che, secondo l’autore, sono comuni nella progressione al

suicidio sono:

1. La modalità di reagire alle’esperienze di vita, come: lo stress, le frustrazioni, i

fallimenti e i rifiuti che l’individuo vive.

2. L’interazione tra i componenti che caratterizzano il comportamento suicida,

come l’aspetto, biochimico, genetico, psicologico, psichiatrico, epidemiologico,

sociologico, linguistico, culturale e ambientale.

3. La soggettiva capacità del soggetto di percepire e vivere i sentimenti, sia

quelli piacevoli sia spiacevoli. Se è presente il dolore mentale è già soddisfatta

una condizione necessaria per il suicidio.

4. La percezione del dolore come insopportabile, e inaccettabile. Questa è

un’altra condizione necessaria per il suicidio in aggiunta allo “psychache”.

5. Il pensiero che la sospensione della consapevolezza e del provare i

sentimenti sai l’unica soluzione possibile al dolore mentale. Detto in una sola

frase tali soggetti ritengono che morire sia meglio che vivere. Il suicidio diventa

l’unica via di fuga. Questa è un’altra condizione necessaria.

Mc Clelland nella cosiddetta motivazione all’affiliazione. 6) Bisogni socialmente rilevanti come il

bisogno di gioco, di conoscenza o dì esposizione che costituiscono la motivazione alla realizzazione.

24

6. Un consistente e duraturo abbassamento della soglia del dolore, che lo fa

percepire come invalidante è un’ulteriore condizione necessaria per il suicidio.

7. Se presenti tutte queste componenti, il suicidio rappresenta l’esito finale

comune a tutti i soggetti suicidi.

Ad accomunare tutte queste componenti è la sofferenza mentale presente in ogni

individuo che genera nel soggetto un sentimento di vulnerabilità e di rassegnazione.

L’individuo percepisce nell’auto-annientazione l’unica via di fuga dal proprio dolore.

25

2.2 “Psychache” come fattore di rischio primario

Spesso nella vita fatta di quotidianità siamo messi di fronte ad angosce che minano le

nostre sicurezze, i nostri principi, la nostra voglia di vivere. In quei momenti tutto

sembra non aver senso e un sentimento di inquietudine, disperazione e sfiducia

avvolge le nostre emozioni. Tuttavia, la maggior parte di noi riesce in qualche modo

a superare questo stato e a ritornare al livello di benessere precedente. In alcuni casi

questa possibilità sembra non potersi attuare, è come se ci fosse un ostacolo

insormontabile che impedisca l’inesorabile cammino della vita. L’individuo allora

inizia un profondo dialogo con se stesso e si convince, grazie alle sue

argomentazioni, che il suicidio è la migliore soluzione ad una vita che sembra non

portare a nulla di buono. Per lungo tempo il suicidio è stato studiato solo come un

sintomo di qualche disturbo psichiatrico e nonostante sia molto elevata la

correlazione tra disturbo e suicidio, considerarlo solo in quest’ottica è molto

limitativo in quanto un disturbo da solo non basta a spiegare il suicidio

Il suicidio è il risultato di un complesso intreccio di fattori psicologici e biologici. I

dati della letteratura segnalano che la genetica e la biologia possono giocare un ruolo

rilevante nella determinazione del rischio di suicidio. Eppure ciò che si presenta alla

nostra osservazione non è tanto il genotipo e/o le neuroimmagini che denotano una

qualche alterazione biologica, bensì emozioni negative che affliggono gli individui

suicidari. Ognuno di noi ha provato la sofferenza per eventi avversi e dei fallimenti

ma poi è giunto ad una risoluzione di tale stato. Sfortunatamente alcuni individui

<< Quando in sogni opprimenti e orribili l’angoscia

tocca il grado estremo, è proprio essa che ci porta al

risveglio, con il quale scompaiono tutti quei mostri

notturni. La stessa cosa accade nel sogno della vita,

quando l’estremo grado di angoscia ci costringe a

spezzarlo.>>

Arthur Schopenhauer (Parega e paralipomeni, 1851)

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